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mercoledì 25 dicembre 2024

Padre Aldo un vero uomo, un vero santo!

 

L’abbraccio che salva

L’omelia di don Paolo Sottopietra, superiore generale della Fraternità san Carlo, per le esequie di padre Aldo Trento.


È un onore per me poter rivolgere l’ultimo saluto al nostro caro padre Aldo, durante la messa del suo funerale, e innanzitutto porto a tutti la vicinanza e l’affetto di don Massimo Camisasca, fondatore della Fraternità san Carlo.

Ringrazio l’Arcivescovo, il Cardinale Adalberto Martínez Flores, per aver desiderato di presiedere questa eucaristia. Ringrazio anche il Nunzio Apostolico, monsignor Vincenzo Turturro, per avere voluto concelebrare questa santa messa. La loro presenza è per i sacerdoti della nostra casa e per tutti i fedeli della parrocchia un grande conforto.

Saluto i miei fratelli sacerdoti della casa della Fraternità e gli altri sacerdoti che ci accompagnano in questo momento.

Saluto poi con affetto particolare Guido Trento, fratello di padre Aldo, e suo nipote Federico che rappresentano qui i familiari di un sacerdote che, quando era ancora molto piccolo, lasciò il suo paesino e i suoi genitori, nelle montagne del Feltrino, affascinato dall’ideale della missione. Come sappiamo, Aldo entrò nella Congregazione dei Canossiani e solo successivamente fu accolto nella Fraternità san Carlo.

Desidero salutare i membri del Consiglio della Fondazione san Rafael, voluta da padre Aldo per sostenere le opere da lui iniziate, ai quali spetta ora il compito delicato di amministrare la sua eredità materiale e spirituale. Un grazie particolare voglio rivolgere a Oscar Escobar, direttore della clinica “San Riccardo Pampuri”, e alle infermiere si sono occupate di padre Aldo, perché lo hanno accudito con sincero amore fino all’ultimo giorno.

Saluto anche gli ammalati, gli anziani e i giovani che ricevono assistenza da parte della Fondazione e che sono qui rappresentati. Infine, saluto tutti voi, amici del movimento di Comunione e Liberazione e parrocchiani, che avete conosciuto e amato padre Aldo e che siete qui ora per dire addio alle sue spoglie mortali.

Vorrei in questa occasione dedicare qualche pensiero all’opera a cui padre Aldo si è consacrato, a vantaggio dei più poveri e dei più marginalizzati della nostra società, per guardare attraverso di essa a ciò che albergava nel cuore di questo nostro fratello.

Ormai ho perso il conto delle volte che sono venuto qui. Quest’anno è la terza. Quando uno arriva qui dall’Italia, nella parrocchia di San Rafael, rimane stupito del luogo che trova. Mi è sempre sembrato uno spazio umano, uno spazio pieno di un’operosità buona.

Qui ogni pietra, ogni pianta, ogni immagine o frase appesa sui muri, la pulizia, l’ordine e, più di tutto, la proporzione degli spazi architettonici… tutto parla di un’intenzione particolare e di uno sguardo globale, teso ad abbracciare tutto l’uomo e tutta la sua esistenza, in tutte le sue dimensioni e per tutti i suoi giorni terreni ed eterni. Uno sguardo sull’uomo veramente cattolico che dà forma alla materia.

Qui uno trova uno spazio pensato per congiungere giovinezza e vecchiaia, salute e malattia, vita e morte. Fino ad alcuni anni fa, quando la clinica occupava ancora l’edificio del capannone sul retro, mi colpiva vedere le salme delle persone che morivano nella clinica esposte e vegliate nel grande cortile coperto dove la mattina si sentivano vociare allegri i bambini della scuola. La vita umana è un mistero così concreto! E questo luogo lo rappresenta bene, unendo la gioia ingenua dei bambini, il desiderio di vita dei ragazzi, il dolore di chi è stato abbandonato e ferito, la solitudine di chi è stato rifiutato da tutti, i pensieri di chi si prepara consapevolmente al grande passaggio della morte… e tutto questo negli stessi metri quadrati.

Questo è uno spazio pensato perché il Santissimo Sacramento sia sempre al centro, ostia bianca accessibile a tutti

Questo è anche uno spazio pensato perché il Santissimo Sacramento sia sempre al centro, ostia bianca che diventa accessibile a tutti, messa in mostra perché sia visibile fin dalla strada, attraverso la grande finestra che sembra aprire la cappella della clinica verso un mondo che ha bisogno di essere attratto da Cristo. Quando era parroco qui, padre Aldo amava dire che il vero “parroco” era il Santissimo e poi lo aveva nominato anche “direttore” della clinica. Quell’ostia, ancora oggi, percorre tutti i giorni le corsie della clinica e i corridoi delle case per anziani, si ferma accanto ai letti, benedice, conforta, indica il senso della sofferenza e la rende umana, o più umana. Chi le apre il cuore, ne viene trasfigurato. Dietro a quell’ostia, gli occhi della nostra memoria vedono ancora la figura di questo nostro fratello sacerdote, che negli anni diventava sempre più curvo e ostacolato nei movimenti. Fino a quando, un giorno, quell’ostia ha cominciato a visitare anche lui, che non poteva più alzarsi dal letto e la aspettava come gli altri ammalati e moribondi, in una delle stanze che aveva costruito per loro. Sulla testiera del letto di padre Aldo era appeso il nome di don Massimo Camisasca, per il quale Aldo offriva in particolare le sue sofferenze.

Padre Aldo voleva che le persone che accoglieva, spesso letteralmente raccolte dalla strada, fossero trattate come dei re e morissero conoscendo la gratitudine per una mano tenera che veniva a curarli, per uno sorriso sconosciuto che veniva a confortarli. Un giorno padre Pio ha detto: “Per l’eucaristia noi usiamo vasi dorati, perché è il corpo e il sangue di Cristo. Ma Cristo è nell’ammalato e se io potessi costruire un ospedale d’oro, lo farei!”. Potrebbe essere una frase di padre Aldo. Non a caso, padre Aldo era devoto a padre Pio.

Padre Aldo è riuscito anche a entrare in dialogo con la cultura paraguayana.

Ha imparato il linguaggio di questo vostro popolo e i suoi simboli, come mostrano le vetrate di questa chiesa e ancor più la facciata della clinica “San Riccardo” e la sua bellissima cappella. In questi spazi, la tradizione cristiana del popolo paraguayano viene riproposta e attualizzata. San Rafael è una Reducción del ventunesimo secolo, un luogo di bellezza e di ordine. Qui un grande numero di persone ha ricevuto o rincontrato la fede, ha cominciato a costruire la propria vita su Cristo, ha imparato a guardare il mondo con uno sguardo nuovo. Qui molti sono anche venuti in contatto con il carisma di don Giussani, fondatore del movimento ecclesiale di Comunione e liberazione. Al movimento di CL appartenevano anche i due sacerdoti che hanno preceduto padre Aldo come parroci di questa parrocchia, prima che arrivasse la Fraternità san Carlo: don Lino Mazzocco, della Diocesi di Chioggia, in Italia, e don Alberto Bertacchini, della Diocesi di Forlì. A loro sono intitolate le due scuole della Fondazione che sono sorte qui. Fu don Alberto, in particolare, ad accogliere padre Aldo e a custodire la sua vita e la sua vocazione in un momento difficilissimo, di cui Aldo stesso ha raccontato pubblicamente molte volte e di cui tutti sappiamo.

Ecco il vero paradosso cristiano che si incontra venendo qui: questa è stata una casa di misericordia e di guarigione anzitutto per padre Aldo. È stata perciò quello che tutte le case della Fraternità san Carlo sono chiamate ad essere: luoghi in cui, attraverso la comunione con i fratelli, Dio si prende cura di noi, quasi come una madre che accudisce e custodisce i suoi figli. “In questo senso è una casa benedetta” mi ha detto durante la mia recente visita di novembre padre Patricio. Una casa che, proprio accogliendo la ferita umana di padre Aldo, “ha saputo a sua volta raccogliere la sofferenza di tanti ed è diventata feconda”, come mi ha detto padre Julián.

Non c’è infatti una chiave che possa spiegare più compiutamente la vita di padre Aldo, se non l’abbraccio che ha ricevuto da Dio, innanzitutto attraverso don Giussani, che per lui è stato come un padre che lo ha perdonato e rilanciato, e poi attraverso tanti altri amici. Aldo ha voluto che l’abbraccio ricevuto da don Giussani fosse ricordato in uno degli affreschi che ornano le pareti della clinica. Ricordo un dialogo che ho avuto con lui nel 2018. Parlando di quella fase della sua storia e della crisi che dovette attraversare, Aldo mi disse: “A volte, per salvare la vocazione di un prete, bisogna prendere decisioni severe. Giussani mi disse che, se volevo salvarmi, dovevo venire in Paraguay” – e questo voleva dire per lui lasciare in Italia tutta una vita –, “ma mi ha comunicato che ero amato. La cosa importante è che un prete in crisi si senta amato dai suoi superiori”.

La chiave che spiega più compiutamente la vita di padre Aldo è l’abbraccio che ha ricevuto da Dio, innanzitutto attraverso don Giussani 

Ecco l’abbraccio che ha salvato Aldo. Nulla di sentimentale, uno sguardo che non censura il male ma vede il bene e punta su quello. Espressione di un profondo amore virile, capace di infondere fiducia e di indicare con fermezza la strada da percorrere.

Quante volte padre Aldo stesso sarebbe stato poi tenero e severo nello stesso tempo! Quante testimonianze ho sentito ieri, di persone che ricordano: “Aldo, quella volta, mi ha rimproverato e mi ha cambiato la vita”.

In fondo è per questo, credo, che l’eco di quest’opera ha superato i confini del Paraguay. Le notizie da san Rafael hanno stupito e confortato persone in tutto il mondo, persone che cercavano questo stesso abbraccio. Persone da tutto il mondo sono accorse qui. Qui sono stati convogliati tanti aiuti materiali e una schiera di uomini e donne hanno collaborato con generosità a rendere questo luogo ciò che è. Anche papa Francesco ha voluto fare visita a questo luogo, improvvisando un fuoriprogramma durante il viaggio apostolico del 2015.

Infine, in questo giorno natale di padre Aldo, voglio dunque dire grazie anche a tutti coloro che hanno accompagnato e sostenuto l’opera di padre Aldo in questi lunghi anni. Grazie a tutti coloro che hanno lottato con padre Aldo, per il bene delle opere o per il suo bene, e hanno anche sofferto per questo. Oggi è più facile guardare con un sorriso a certe caratteristiche di questo nostro fratello, trapassando difetti e peccati, e tutta la fragilità umana in cui brillava la luce della sua chiamata. Siamo come vasi di creta, fragili, che contengono il tesoro della luce di Cristo. E questo, come scrive san Paolo ai Corinti, “affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi” (2Cor 4, 7). È questa la santità cristiana: essere strumenti di una forza che non viene da noi.

Padre Aldo ha ora concluso il suo cammino su questa terra. Davanti al Padre celeste, come ha fatto mille volte durante la sua vita tra noi, chiede ora perdono e misericordia. Aldo è stato un uomo della misericordia di Dio, innanzitutto perché ne ha fatto esperienza e poi perché ha desiderato esserne un segno per altri. Lo è stato, infine, perché ha implorato con la certezza di un figlio di riceverla in cielo.

Oggi, dunque, ci rallegra il pensiero che i poveri tra i più poveri che padre Aldo ha ospitato qui, i rigettati che lui ha amato, gli ammalati a cui ha guarito il cuore portandoli a Cristo, lo accolgono ora nel cielo con gioia. Questa è anche la richiesta che dirigiamo a Dio per questo nostro fratello, invocando l’intercessione della Vergine di Caacupé, Regina e Patrona del Paraguay. Così sia!

 

giovedì 23 dicembre 2021

Innamorati di Cristo

 Innamorati di Cristo


Le parole che il Santo Padre ha rivolto il 7 marzo scorso a ciascuno di noi, che viviamo l’esperienza di Comunione e Liberazione, mi hanno fatto rivivere l’abbraccio che mi diede don Giussani mandandomi in Paraguay. Mi veniva chiesta una vera “decentralizzazione”, come ad Abramo: «Lascia tutto e vai verso un paese che io ti mostrerò». Grazie alla Madonna, la mia libertà riconobbe che quel gesto di obbedienza non poteva non contenere qualcosa di buono e di bello per la mia vita. L’abbraccio di don Giussani che mi aveva accompagnato all’aeroporto era la continuità di quel primo abbraccio, pieno di misericordia, con cui mi aveva accolto alcuni mesi prima, nel momento più doloroso della mia vita. Ricordo lo sguardo di mia madre inferma e il silenzio pieno di dolore di mio padre; eppure, non solo non fecero obiezioni, ma abbracciandomi, mi diedero la benedizione.


Nelle parole del Santo Padre ho sentito abbracciata tutta la mia vita: non si tratta solo delle stesse parole di don Giussani, ma della medesima concezione che lui aveva della fede; per questo siamo partiti in molti, raggiungendo America, Africa, Asia e l’est Europa. Sono grato per il richiamo all’origine del carisma, del cammino per arrivare a Gesù. Quante volte don Giussani ci ha ripetuto che il fine di Cl era quello di comunicare la fede e che l’unica opera del movimento era quella di costruire la Chiesa là dove Dio ci collocava, vivendo intensamente la realtà in tutte le sue dimensioni e che nessuna circostanza, anche la più difficile e dolorosa, era una obiezione per amare Gesù.


È la stessa posizione che padre Julián Carrón ci testimonia oggi e con lui migliaia di amici. Quanto vedo accadere oggi intorno alla mia fragile persona è una piccola testimonianza di cosa vuol dire “decentralizzazione” del carisma, che arriva fino alle necessità più drammatiche, abbracciando ogni miseria umana. L’origine di quanto Dio fa con me è il frutto della passione per Cristo comunicatami da don Giussani. Nei primi anni di missione guardavo fuori dal finestrino dell’autobus e mi cadevano le lacrime pensando se gli abitanti di quelle casupole illuminate avessero o meno incontrato Gesù. Erano gli anni della mia depressione, eppure la passione per Gesù non è mai venuta meno. L’anno scorso, in un momento in cui qualcuno aveva dubitato della mia appartenenza al movimento, addolorato, sono andato da Carrón. E lui mi disse: «Padre Aldo, al movimento appartengono coloro che sono innamorati di Cristo».


Fu per me una gioia sentirmi riconfermato in ciò che anche il Papa ci disse, un anno dopo, in piazza San Pietro. Quale amore più grande di quello di un padre che desidera per i suoi figli che vivano la freschezza del carisma, che è la strada che ci conduce a Gesù e da Gesù ci porta nelle periferie, cioè a vivere la dimensione missionaria della fede? Quando don Giussani, in un incontro con gli insegnanti a Viterbo, negli anni Settanta, ci disse che «era necessario creare un movimento nel movimento», aveva chiaro che noi rischiavamo di trasformare Cl in un club. Un rischio sempre presente se non ci assimiliamo alla testimonianza che ci dona chi guida il movimento e coloro che vivono la freschezza di questa amicizia.


Dov’è “l’anima della ricreazione”?

In questi giorni ho letto ciò che don Bosco, già anziano, diceva ai suoi sacerdoti: «Vidi l’oratorio e tutti voi che facevate ricreazione. Ma non udivo più grida di gioia e canti, non vedevo più quel movimento, quella vita come nella prima scena. Osservai e vidi che ben pochi preti e chierici si mescolavano tra i giovani, e ancor più pochi prendevano parte ai loro divertimenti. I superiori non erano più l’anima della ricreazione. (…) Sapete che cosa desidera da voi questo povero vecchio, che per i suoi cari giovani ha consumato tutta la vita? Niente altro fuorché, fatte le debite proporzioni, ritornino i giorni felici dell’antico oratorio. I giorni dell’affetto e della confidenza tra giovani e superiori; i giorni dei cuori aperti; i giorni della carità e della vera allegrezza per tutti».

Una provocazione che vale anche per me e i miei amici, se non prendiamo sul serio il dono che la Misericordia divina ci ha fatto incontrare. Non riuscirei ad alzarmi dal letto la mattina se aprendo gli occhi non sentissi vibrare in me questa appartenenza, che si manifesta nello sguardo a questo popolo che Dio mi ha donato.


Padre Aldo Trento, Lettera 05/05/2015

giovedì 27 agosto 2020

Le fotografie ad un certo punto mi stancano

 Le fotografie ad un certo punto mi stancano 

***



Per far certe cose non si possono fare
per un motivo qualsiasi,
uno lo fa perché vuole incontrare Gesù.


Perché il povero è Gesù, 
non è un'immagine, è Gesù,

io non posso baciare un immagine,
io non posso, seguendo e passando la vita,
 a baciare le fotografie.

Io voglio abbracciare Gesù. Perchè le fotografie ad un certo punto mi stancano è quindi un non darsi a tutto.

Io invece voglio abbracciare Gesù... io voglio vedere Gesù


Padre Aldo Trento

sabato 13 gennaio 2018

La vita umana non ha un valore in se, staccata dalla sua relazione con il Misteroe con il volto di chi ha permesso che il Mistero si facesse carne.

"La vita umana non ha un valore in se, staccata dalla sua relazione con il Mistero e con il volto di chi ha permesso che il Mistero si facesse carne."
***

La lettera di una studentessa a Padre Aldo del Paraguay.

Caro padre Aldo,
piacere. Sono Elisa, una studentessa universitaria al terzo anno di psicologia amica di Franco Bruschi di Varese.
Per il mio primo traguardo universitario, la laurea triennale, ho deciso di scrivere una tesi sull’Hospice e le Cure Palliative e il ruolo che lo psicologo svolge in queste strutture. Quest’estate sono stata una settimana nell’Hospice di Forlimpopoli del dott. Maltoni e lì ho avuto la conferma rispetto alla mia intuizione di poter un giorno lavorare al servizio dei malati. 
Grazie alla compagnia di amici del movimento, ho letto spesso tantissimi dei tuoi articoli e testimonianze rispetto quello che vivi in Paraguay. 
Qui in Italia qualche settimana fa sono state approvate le DAT(dichiarazioni anticipate di trattamento) e dai dialoghi con le compagne in università, adulti o famigliari è emerso come una delle domande che preme più al cuore di ognuno è: perché soffrire? Che senso ha questa sofferenza che dura così tanti anni? Chi decide cosa è vita e che senso ha la vita? E come starci di fronte?
Una terribile paura della sofferenza e un’ansia di essere padroni della propria morte. Un’ansia di dire per tempo 'non tenetemi in vita, in certe condizioni', non curatemi, non nutritemi nemmeno. Mentre qui tutti gioivano del progresso che l’Italia sta facendo nel legiferare giorno dopo giorno la morte, ripensavo a te e alla storia di Jose Ocampos.
È veramente misterioso come Dio abbia voluto chiamare proprio me, che fino a qualche anno fa stavo per rifiutare la mia stessa vita per portare e ricordare agli altri (anche attraverso la mia professione futura) che ognuno di noi ha un valore infinito ed è un dono, semplicemente perché c'è indipendentemente dalla situazione drammatica in cui si trova. C'è Qui. C'è Oggi. Perché ogni istante della nostra esistenza è prezioso.
Desidero tantissimo poter venire a trovarti in Paraguay, per conoscerti, poter stare con te per educarmi a uno sguardo attento come il tuo e per capire di più di me e della mia vocazione. Pensavo magari a quest’estate dopo la sessione di esami, ma ci tenevo a chiederti quanto e se sarebbe fattibile.
Ti ringrazio, prego per te.

Cara Elisa, 

"Se Dio non esiste tutto é possibile" scriveva Dostoieski... e quindi anche la eutanasia.  Ti faccio un esempio: "Io sono ateo, ad un certo punto della vita cado vittima di una grave malattia, il cui dolore é insopportabile...mi debbono intubare e tante altre cose, intorno a me non c`é nessuno che mi vuole bene. in una parola sono solo...perché dovrei continuare a vivere?" In queste consizioni non é ragionevole "obbligarmi" a vivere. Solo nell´incontro con Gesú e ragionevole vivere fino al punto di lasciarmi crucifiggere con Gesú. Ma l´incontro con Gesú non dura se attorno a me non c´e´una compagnia cristiana che mi vuole bene, che mi ricorda secondo per secondo che io sono relazione con il Mistero, che io sono proprietá di Gesú. Per questo esiste il mio hospice con 48 letti. Ho accompagnato a morire 1.500 persone e tutte hanno vissuto questa esperienza di fede che é stata decisiva nelle cure paliative. Per questo il cuore dell`Hospice é Gesú Eucarestia. Ma senza un'esperienza cosí io sarei il primo a chiedere l´eutanasia, a chiedere che mi lasciate morire.
La vita umana non ha un valore in se, staccata dalla sua relazione con il Mistero e con il volto di chi ha permesso che il Mistero si facesse carne.
Per cui il problema non é lottare contro l`eutanasia ma annunciare il vangelo, annunciare Gesú e anche creare piccole strutture nelle quali noi cristiani accogliamo gli ammalati terminali ACCOMPAGNANDOLI A MORIRE con il conforto della fede come si diceva una volta.
Ti consiglio entrare nel blog di Costanza Miriano per vedere un dialogo fra me e José inchiodato per una spondilite al letto, cieco e muovendo solo un pochino la mano destra. E´un esempio di ció che ti ho detto.
"Contra facta non valem argumento" "Se Dio non esiste, tutto é lecito".
Con affetto, 
Padre Aldo

venerdì 24 ottobre 2014

La mia terapia anti-depressione? Occhi aperti alla realtà e quadernino in tasca. Lavorare e scrivere

La mia terapia anti-depressione? Occhi aperti alla realtà e quadernino in tasca. Lavorare e scrivere 

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Grafoterapia. Non so se questa parola esiste nel dizionario italiano. In quello spagnolo non c’è. Mi è venuta in mente leggendo le tante lettere delle persone che soffrono di depressione, una malattia che provoca tanta afflizione. La grafoterapia è uno dei mezzi che mi hanno aiutato a uscire dalla depressione, e la sento ancora molto utile. Venticinque anni fa ho imparato questo metodo per lottare contro il tormento del «male del vivere», come lo definiva Cesare Pavese. Molti mi chiedono come sono riuscito a tenere duro e a convivere con questa bestia.
Prima di tutto, l’importante è riconoscere questa malattia e vederla come possibilità per passare dall’infantilismo alla maturità. Questo significa passare da lamento e autocommiserazione al riconoscere che quello che succede nella vita non è frutto del caso ma è il progetto di Dio, che si serve delle circostanze per mostrarci il suo amore infinito o per prepararci ad assumere un compito particolare. Non dimentichiamoci che nella ascesi cristiana questo terribile dolore si chiamava “notte dell’anima”. Pensiamo a santa Teresa D’Avila, beata Teresa di Calcutta, la fondatrice delle Ancelle della Carità di Brescia o santa Maria Crocifissa Di Rosa. Purtroppo in una società senz’anima tutto si pretende misurare o ridurre a un problema psichico. Quando don Giussani parla di “ascesi per una liberazione” (III capitolo del Senso religioso) credo che faccia riferimento a questa fatica, a questa oscurità. Ricordo l’importanza che ha avuto nella mia vita l’educazione a scrivere. Di fatto i vari libri sulle Riduzioni Gesuitiche sono nati nell’epoca più drammatica della mia malattia.
Tutti sappiamo che normalmente la depressione si manifesta nel dominio della fantasia, dell’ossessione, e quando uno soffre di questa malattia vuole ritirarsi, fuggendo dalla realtà, non vuole uscire, vuole restare nella propria stanza fino al punto in cui la realtà si confonde con la fantasia. È stato nel pieno della crisi che Dio e la santa Vergine mi hanno fornito un metodo molto duro ma molto bello per uscire lentamente dalla depressione. Un metodo che più avanti si è trasformato nella regola fondamentale del Collegio: calli nelle mani, cioè lavorare e scrivere.
Ho vissuto un’esperienza dura però bella. Osservare la realtà lasciandomi provocare da essa. Questa provocazione mi ha fatto imparare una cosa molto semplice. Afferrare una penna e un foglio e scrivere quello che mi affascinava della realtà in ogni momento. Quando uno scrive, infatti, è obbligato a prendere sul serio quello che lo colpisce della realtà. Per questo ho imparato a raccontare quello che quotidianamente mi succede. Andavo sempre in giro con un quadernino in tasca in modo tale che davanti a un fatto che mi colpiva potevo mettere per iscritto quello che vedevo, descrivendo tutti i dettagli della realtà che si palesavano davanti ai miei occhi.
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L’importanza di osservare
Con questo metodo, lentamente, ho incatenato la fantasia poiché tutto di me era preso a guardare la realtà per poi mettere tutto per iscritto. Oggi stesso continuo a usare questo metodo. Per me narrare un fatto o descrivere qualcosa che mi colpisce rappresenta uno dei punti fondamentali della terapia: uscire da se stessi e osservare la realtà. Quando scrivo per Tempi o per il bollettino della Clinica, mi coinvolgo totalmente, al punto che neanche mi rendo conto del tempo che passa.
È stato solo per non lasciare nella solitudine tutti coloro che mi chiedevano aiuto che ho ripreso a scrivere. In questi ultimi mesi non volevo cadere vittima della depressione che è una bestia sempre pronta ad entrare nella vita di qualcuno. Raccontare è immedesimarsi con la realtà e mostrarla in tutta la sua bellezza. È un lungo cammino che necessita tanta pazienza perché uno normalmente si lascia trasportare dalla fantasia o dalle ossessioni contro le quali non è facile combattere. Guardando alla mia esperienza, ho sentito il bisogno di non lasciarmi intrappolare dalla fantasia. L’unico cammino è quello di stare davanti alla realtà accettando le sfide che ti pone. La grafoterapia è un metodo molto semplice come quello della labor-terapia. Esige solo che la persona che vive questa circostanza permetta alla realtà di entrare non solo negli occhi ma anche nel cuore.
paldo.trento@gmail.com

domenica 16 marzo 2014

Storia di Eduardo, l’ex soldato delle Falkland che aveva perso tutto (famiglia, amici, soldi) e ora ha ritrovato la vita

Storia di Eduardo, l’ex soldato delle Falkland che aveva perso tutto (famiglia, amici, soldi) e ora ha ritrovato la vita 

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marzo 16, 2014 Aldo Trento
padre-aldo-trento-anziano-san-rafael-asuncion«Padre, mi hanno detto che su via Asunción Flores, vicino al Tribunale della giustizia elettorale, c’è un uomo coperto di mosche, sdraiato sul marciapiede. Che facciamo?».
«Figlia mia, andiamo subito a prenderlo e lo portiamo a casa».
«Ma padre, è tutto occupato, dove lo mettiamo?».
«Non ti preoccupare. In questo momento la prima cosa che il Signore ci chiede è quella di portare via dalla strada suo figlio, dopo la Provvidenza ci indicherà dove metterlo».
Chiamo suor Sonia che mi accompagna col camioncino sul posto, in compagnia di Irma, la responsabile delle case per anziani, e di un’infermiera. Arrivati sul posto lo spettacolo è terribile. Pieno di piaghe, ubriaco, era coperto dai propri escrementi. L’odore era insopportabile. Gli abbiamo chiesto il nome e da dove veniva.
«Mi chiamo Eduardo, sono argentino, ex combattente del conflitto delle Isole Falkland (l’inutile guerra tra Inghilterra e Argentina degli anni Ottanta, ndr)». Non ha saputo dirmi nient’altro che queste parole.
Lo abbiamo preso con delicatezza e molto affetto, come si alza l’Ostia durante la Messa; con grande fatica siamo riusciti a metterlo sul sedile anteriore, di fianco a suor Sonia. L’odore ha riempito l’automobile, un fetore insopportabile. Tuttavia, pensavo tra me e me: questo odore è sacro, perché è l’odore di Cristo. Il Papa ci ha detto che noi sacerdoti dobbiamo puzzare di pecora, tuttavia in questi momenti puzzo di urina e di escrementi… Odori che, senza dubbio, fanno parte anche loro della vita di un prete.
aldo-trento-preghieraMentre tornavamo a casa Eduardo ci ha domandato: «Ma voi perché fate questo per me?». Questa domanda mi ha commosso. E gli ho risposto: «Perché tu sei Gesù crocifisso e abbandonato». Eduardo ha guardato la croce di legno che avevo sul petto, l’ha presa e ha detto: «Gesù, Gesù, Gesù».
Finalmente, arrivati alla casa, con l’aiuto di un’altra infermiera lo abbiamo portato dentro, gli abbiamo tolto i vestiti sporchi e pieni di escrementi, lavato, tagliato la barba e messo un pigiama. La doccia l’ha svegliato e gli ha permesso di ricominciare a parlare e camminare. Ci guardava con affetto quando lo abbiamo messo a tavola per mangiare un ricco brodo di verdure e carne con pane. Chissà da quanti anni non mangiava seduto a un tavolo!
Prima di andare via gli ho baciato la testa, salutandolo affettuosamente. Quando lo abbiamo lasciato, nel salutarci ci ha detto: «Vi ringrazio per i sorrisi che mi avete regalato». Ci siamo guardati in faccia e, con le lacrime agli occhi, siamo ritornati all’ospedale dove ci aspettavano altre persone bisognose e abbandonate. Ma nella nostra mente si ripresentava continuamente la sua gratitudine.
Alcuni giorni più tardi sono tornato per rivederlo. Ho dovuto chiedere all’infermiera quale, tra le persone raccolte, fosse Eduardo. Sentendo la mia voce mi ha riconosciuto, si è alzato dalla sedia, mi ha dato la mano e sorridendomi, con la sua voce forte da militare, mi ha detto: «Padre, sono io, Eduardo!». Non credevo ai miei occhi tanto era cambiato da quel pomeriggio quando lo abbiamo raccolto dal marciapiede. Mi ha abbracciato con tanto affetto e ha voluto che mi sedessi al suo fianco. Ha voluto confessarsi perché aveva un grande bisogno di chiedere perdono al Signore e di sentire, dopo tanti anni, le parole più belle che un uomo potesse ascoltare da un sacerdote: «Io ti assolvo da tutti i tuoi peccati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Il suo “Amen” è stato un pianto convulso. Finalmente ha potuto sperimentare la pace del perdono, la serenità ha finalmente sostituito l’odio che lo tormentava, quell’odio contro i generali che avevano inventato una guerra assurda per recuperare alcune isole, contro gli inglesi che avevano ammazzato i suoi fratelli e anche contro la vita per avergli tolto tutto.
Che potenza il sacramento della confessione! Quasi tutte le persone che abbiamo accompagnato a morire o a ritrovare il gusto della vita, hanno sperimentato il miracolo della confessione. Solo alcuni evangelici non l’hanno chiesta. Io stesso, come sempre continuo ad affermare, sono stato salvato dal sacramento settimanale della confessione.
Finalmente Eduardo è felice. Ora lavora nelle opere, aggiusta qualsiasi cosa che non funziona. È stato veramente restituito alla vita.
paldo.trento@gmail.com
* * *
Falkland, centinaia ricordano in Argentina 30esimo anniversario guerraS+ono un ex combattente della guerra delle Isole Falkland. Sono un uomo che ha perso tre fratelli in quella guerra, due erano piloti, uno soldato come me.
Per anni ho lavorato alla Narcotici, dove sono arrivato ad avere un alto incarico e, dopo, quando mi sono fidanzato, mi hanno trasferito in un posto chiamato Curuzú Cuatiá, nel Dipartimento di Corrientes, in Argentina. Stavo facendo corsi di formazione quando è iniziato il conflitto contro gli inglesi.
Ho portato con me 140 soldati ineccepibili, forti e intelligenti; non avevamo armi come quelle che avevano gli inglesi, a noi mancava sempre tutto. I nostri rivali erano molti di più, ma non è tutto: siamo incappati in un vascello chiamato Hermel. A bordo c’erano i Gurkha, nepalesi addestrati a sterminare chiunque, capaci di ammazzare, per soldi, anche la propria madre…
La perdita è la cosa che mi ha fatto soffrire di più nella vita. In primo luogo la perdita di mia madre che, come per tutti, è una di quelle cose con cui Dio ci mette alla prova. Nel conflitto bellico sulle Isole Falkland ho perso tre fratelli. Durante la guerra una scheggia ha attraversato il mio elmetto e per questo ho conosciuto il mio paese di origine, la grande Italia, dove mi sono fatto operare. Dopo sono tornato in Argentina perché in Italia non mi trovavo bene. Poi sono venuto in Paraguay, una terra più tranquilla.
padre_aldo_trento-jpg-crop_displayCome ho detto prima, conosco vari paesi, ma in Paraguay non ricordo di avere mai sofferto la fame. Sono andato a lavorare al Monday, dove ho ricevuto la notizia di un’altra perdita: tutta la mia famiglia era morta in un incidente automobilistico. In quel momento avrei voluto fare una strage, avrei voluto morire io stesso. Ma credo di avere ancora qualcosa da fare sulla terra, per questo Dio mi ha lasciato vivo.
Perdere una figlia, un figlio e la moglie è stato molto pesante. Ho incominciato a bere, a vivere sulle panchine e a spostarmi da marciapiede a marciapiede. Per lungo tempo sono andato avanti così. Poi ho nuovamente ripreso contatto con la vita e mi sono rimesso a lavorare: un vecchio cliente mi ha chiesto di costruire una cella frigorifera da quindici tonnellate. Per farlo mi ha dato una grande somma di guaraní. Poi tre individui mi hanno rapinato. Da quel momento ho ricominciato a bere. Avevo perso il controllo, non capivo quello che mi succedeva… Quando mi passava la sbornia chiedevo sempre al mio amato Signore che mi portasse con sé. Ma evidentemente dovevo fare ancora qualcosa sulla terra…
Un giorno, un buon samaritano mi ha trovato disteso per strada e mi ha dato da mangiare. E sono rinato.
Ho delle competenze che molti vorrebbero avere. Grazie a Dio capisco qualcosa di idraulica, so come si aggiustano le lavatrici e come funzionano i condizionatori. Ringrazio Dio per queste persone che ho trovato sulla mia strada. Oggi, dove vivo, non mi manca nulla, ci si sente come in famiglia, se devo mollare tutto e mettermi ad aiutare, con molto piacere faccio la mia parte. Rifaccio i letti, tolgo tutto ciò che è sporco, ripasso i pavimenti con la candeggina, spolvero i mobili. Ho riparato un aspirapolvere e persino i fornelli della cucina: prima aveva un solo fuoco che si accendeva, ora funzionano tutti e quattro.
Per questo ringrazio il primo Supremo (Dio).
Eduardo F. ex combattente delle Isole Falkland

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sabato 1 febbraio 2014

Io giaccio con la verginità

Il discorso che Don Trento ha tenuto a al Meeting di Rimini il 28 agosto 2008

Io giaccio con la verginità

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Un bambino fuggito verso Gesù, travolto dal ’68, toccato dall’amore e graziato dalla depressione. Giussani ne ha fatto lo sposo della purezza e il padre degli ultimi

Missionario della Fraternità sacerdotale San Carlo Borromeo in Paraguay dal 1989, don Aldo Trento ha sessantadue anni. Bellunese, parroco della chiesa di San Rafael ad Asunción, dal 2004 è responsabile della clinica per malati terminali intitolata a san Riccardo Pampuri. In questo luogo arrivano pazienti in fin di vita, malati di cancro o di Aids, e persone abbandonate a loro stesse, che non hanno più nessuno in grado di accudirle. Il 2 giugno di quest’anno il presidente della Repubblica italiana gli ha conferito il titolo di Cavaliere dell’Ordine della Stella della solidarietà. Il testo qui pubblicato è il discorso tenuto al Meeting di Rimini giovedì 28 agosto all’interno del ciclo di incontri intitolati: “Si può vivere così”.
"Corazón maldito por què palpitas?”, “Cuore maledetto perché batti?”, dice Violeta Parra. E poi: “Gracias alla vida che m’ha dato tanto”. E poco tempo dopo si toglie la vita. Perché incomincio così? Perché vorrei riprendere qui quello che mi ha commosso molti anni fa quando Giussani ha detto: “Vi auguro di non essere mai tranquilli”.
Luglio 2008, sono lì con i bebè (che cura nella sua casa in Paraguay e lo chiamano “papà”, ndr) a cui sto dando il biberon. Torna Cristina, la mamma che mi aiuta coi bambini piccoli malati di Aids o violentati, tornano con le pagelle, li metto in girotondo, leggo le pagelle. Lì si va dall’uno al cinque. Uno, uno, uno, uno, tutti uno. Sorrido e gli dico: “Assomigliate a vostro padre che ha sempre avuto problemi di scuola e di risultati, era buono a nulla. ‘Placido si chiamava’ e spera di diventare Santo. Però c’è un motivo che mi fa contento. Perché nella vita la cosa difficile non è passare da uno a cinque, ma da zero a uno, e voi da febbraio a luglio siete passati da zero a uno”. Poi ho spiegato alla mamma cosa volevo dire. Bene, io sono questo ragazzino di sessantadue anni che forse è arrivato a due, per pura grazia divina. Per questo più che parlarvi delle opere, ho scritto in omaggio a Giussani, perché io vivo di lui: è lui, è Dio, è lui dietro tutto quello che potete vedere o leggere.

Padre Aldo – mi disse Giussani – ho deciso, adesso che stai diventando un uomo, di mandarti in Paraguay”. “Ma come, mio fratello mi ha detto che sarebbe meglio che mi ricoverassi al reparto per esauriti mentali a Feltre, vista la grande depressione che sto vivendo, una malattia inattesa che mi ha tolto la voglia di vivere, che mi ha portato d’improvviso a perdere il gusto della vita, mi ha reso difficile ma non impossibile il nesso con la realtà e, tu, mi vuoi mandare in missione?”. Giussani mi guardò come quella volta che Gesù fissò con tenerezza il giovane ricco, Zaccheo, la Maddalena, Matteo e mi disse: “Ebbene, io ti mando in missione perché solo adesso mi sento sicuro di te. Parti. Ti faranno il biglietto e io ti accompagnerò a Linate con lei e i suoi tre bambini”. Era il maggio del 1989, a Riva del Garda. Ma cosa era successo prima, perché mi accadesse tutto questo? Perché il Giuss mi prendesse per mano e mi dicesse quelle parole? A sette anni la chiamata chiara ad essere tutto di Gesù. Cinquant’anni fa, il 28 luglio 1958, abbandonai la mia famiglia alla quale non chiesi il permesso, semplicemente la posi al corrente della decisione e in autostop fermai un trattore che mi portò in seminario. Mia madre mi guardava sbalordita e incredula dalla finestra e piangeva, e io: “Mamma verrai a trovarmi?”, ed il trattore si avviò lentamente verso un destino in cui era chiara una sola cosa in me, dentro la mia irrequietezza: Gesù mi voleva tutto, tutto per sé.
Molti anni più tardi compresi che tutto questo si chiamava verginità, che è la bellezza, lo stupore, la capacità di commuoversi di fronte alla realtà, paternità, pienezza affettiva. Il seminario: anni difficili, belli e rabbiosi. Finalmente, nel pieno della contestazione del ’68, nel ’71 mi ordinano sacerdote. Dubitavo che mi ammettessero. Ero totalmente di Cristo, ma l’insoddisfazione e il desiderio di un mondo nuovo, l’irrequietezza per un vuoto esistenzialmente e socialmente poco interessante, mi portò a simpatizzare per Potere Operaio. L’ideologia piano piano cercava di riempire quel vuoto, ma il male di vivere già faceva capolino dentro le fibre del mio cuore e si manifestava in ribellione. Così mi spedirono a Salerno, fra i figli dei carcerati, per vedere se entravo nell’ordine, nel politicamente corretto, diremmo oggi. Lì un giorno quattro ragazzini di Battipaglia, come un fulmine, cambiarono la mia vita. Prima avevo partecipato a organizzare uno sciopero contro l’imperialismo del Vietnam e insegnavo la teoria di Paulo Freire invece di religione. Quei ragazzi mi dissero: “Professore non è così che lei cambia il mondo, il mondo cambia se cambia lei, e lei cambia se si lascia amare da Gesù”. Sconvolto da quel momento, una possibilità di vita nuova apparì nell’orizzonte della mia vita: potevo prendere sul serio la mia umanità senza paura, senza censurare niente. Le cose però precipitarono e i miei superiori mi spedirono al nord, vicino a mia madre, per vedere un possibile miracolo nella mia vita. Così mi stabilii a Feltre, in provincia di Belluno. Tutto continuava in una guerra interiore tra l’ideologia e il vuoto esistenziale, la domanda sul perché della vita e una aridità affettiva terribile, perché si era pietrificato il cuore. Si diceva (e l’avevo imparato a memoria): “Il privato non esiste, ciò che conta è il politico”. Due anni durissimi dove solo quella scintilla accesa a Salerno mi dava una fragile speranza.
Però la disperazione cresceva e fu così che un giorno un amico mi invitò ad un’assemblea a Padova con don Giussani. Sul palco, ricordo come adesso, ad un certo momento salì una giovane bella donna, vedova con tre bambini piccoli, lesse il suo dramma e la sua fede di fronte a quanto le era accaduto. Rimasi sconvolto e da quel gennaio ’87 non ebbi più pace. Ero rimasto affascinato. Un fascino che dopo alcuni mesi si trasformò in una grande affezione. Mi sembrava di sognare. Ma date le reciproche condizioni di vita il tutto sfociò in disperazione che diventerà presto una depressione che non mi abbandonerà più. Da quel momento mi spaventai perché non potevo credere che la mia umanità fosse un impasto di desideri, di aspirazione di infinito, di amare e di essere amato, di bellezza e di giustizia e anche di gelosia e di possessività. Ma che fare? Il grido, l’umano è solo grido, mi rese mendicante; mendicante di un rapporto di qualcuno che mi facesse vedere che quell’affetto non solo era incompatibile con quello che ero, con il mio sacerdozio, ma era come il cammino necessario per gustare la bellezza della verginità, il possesso senza possedere, per vincere quel vuoto affettivo riempito per anni dall’anestesia dell’ideologia. E così il 25 marzo 1988, in ginocchio, piangendo, andai da Giussani. Mi accolse come lui sapeva fare, perché nel suo cuore c’era posto per uno come per un milione. Mi abbracciò, mi lasciò piangere, mi dette le caramelle dopo un lungo tempo di singhiozzi e mi disse: “Che bello, adesso finalmente cominci ad essere un uomo! Quanto stai vivendo è una grazia per te, per lei, per i suoi figli, per il movimento e per la Chiesa. Vai e porta loro l’uovo di Pasqua”.
Da quel giorno fino alla sua morte mi tenne con sé. Prima di uscire da quella stanza a Milano mi richiamò indietro e mi disse: “Come sarebbe bello che quest’estate qualcuno ti facesse compagnia!”. Lo guardai e dissi: “Ma Giussani, dove potrei incontrare un uomo, un prete, disposto a condividere l’estate con uno schizzato, un ossesso, con tutto quello che devono fare?”. Mi fissò come Gesù: “Va bene, ti porterò via con me”. Per due mesi, fino alla partenza per il Paraguay, mi tenne con sé, pagandomi tutto e trasferendomi dalla mia prima congregazione alla Fraternità San Carlo. Don Massimo Camisasca (rettore della Fraternità sacerdotale San Carlo ndr) si vide arrivare questo pacco, questo povero uomo, buono a nulla, nelle sue mani e mi accolse. “Prendere sul serio la propria umanità senza censurarla – dice Giussani in “Tracce d’esperienza cristiana” – è la strada necessaria perché riaccada l’incontro con Cristo”. Ma che terribile, che bella la propria umanità così fragile, così povera e grande allo stesso tempo! Mi ha fatto paura il mio io. Non pensavo che l’umano fosse una miscela, un insieme di queste cose belle e disperate, che fosse insieme ironia e disperazione. Così per non perdere quanto amavo, mi accompagnò all’aeroporto e volle che ci fosse quel segno sacramentale dell’amore divino con i suoi tre bambini. Ricordo, quando con gli occhi rossi sul marciapiede di Linate, guardando lei sofferente dissi a Giussani: “E lei?”. La guardò e le disse: “Al prossimo ritiro del Gruppo adulto ti aspetto (il Gruppo adulto, o Memores Domini, è un’associazione che riunisce le persone di Comunione e Liberazione che hanno compiuto una scelta di dedizione totale a Dio vivendo come forma la virtù che la Chiesa chiama verginità, ndr)”.
Era il giorno della natività della Madonna quando giunsi in Paraguay. Passò un anno e il 15 ottobre 1990, giorno del compleanno di Giuss, mi chiamò lui per telefono: “Padre Aldo, chiama lei e dille che il direttivo del gruppo adulto ha deciso di accoglierla nel suo grembo”. Non riuscii neanche ad augurargli “buon compleanno” per la commozione, perché non potevo capire tanta tenerezza sua e tanta umanità. Non poteva fare lui questa cosa? Dirglielo lui! Perché si preoccupa che sia io a dirlo a lei, che stavo a dodicimila chilometri di distanza? Solo un uomo come lui poteva essere capace di amare così. Da quel giorno sono dovuti passare quindici lunghi anni dove solo la compagnia di Padre Alberto, continuità visibile di quella del Giuss, non solo ha impedito che la facessi finita con la vita, diventata insopportabile per l’acuirsi ogni giorno di più della depressione, ma mi ha fatto lentamente capire una cosa essenziale nella vita: solo un grande amore, un grande dolore, dentro la forte tenera amicizia, per quanto fragile, fanno di un io un uomo, cioè un padre. Padre Alberto ha vissuto per dieci anni solo per far compagnia ad un disperato, dibattuto fra la percezione che amare ed essere amato è possibile e la crudeltà della vita che pareva fregarmi. Ma la realtà, l’umano di ognuno, non sono mai nemici dell’io neanche quando ti rendi conto che non ti fanno nessuno sconto. Perché vi garantisco, è terribile prendere sul serio la realtà, la propria umanità. Perché non puoi che gridare, mendicare, consegnarti, come da quando ho sette anni a oggi continuo a gridare. E così ad un certo punto Dio, la realtà mi toglie anche la compagnia di Alberto e rimango solo. Solo col mio dramma, con la mia non voglia di vivere, con la mia stanchezza. L’unico conforto, da quel momento, sarà l’eucarestia che porrò come parroco e signore di tutto.
Da lontano Alberto e Monsignor Pezzi mi guidano ogni giorno: “Aldo, in alto i cuori!”. La chiarezza del destino, pur nella confusione della mente e nell’assenza di ogni emotività; la percezione della distanza come condizione del “già”, di una possibile pienezza affettiva, l’unica che fa di un uomo un uomo; la possibilità di amare virilmente colei che Dio mi aveva posto sul cammino come inizio di un cambiamento: tutto questo si chiama verginità che ha dato origine a quella piccola città della carità che, in compagnia di Paolino ed Ettore, è diventata la comunità di San Rafael in Paraguay. La verginità, ossia la carità, è la pienezza oggi, è come l’albore dell’io a cui è data la grazia di sperimentare adesso quello che ogni ragazzino con la tenerezza che porta dentro dice alla sua ragazzina, quando si innamora: “Tuo per sempre, ti voglio bene per sempre”. In fondo siamo realisti, aveva ragione Camus quando metteva in bocca a Caligola: “Voglio la luna”. O quanto scriveva Carl Marx a sua moglie: “Ciò che fa di me un uomo è il mio amore per te e il tuo per me”.
Si ama, si è padri solo se si è amati, attraversando tutte le belle, drammatiche e ironiche pieghe dell’umano. Io vivo facendo compagnia all’uomo che grida, piccolo, giovane o ammalato terminale che sia. Quanto è nato e creato da Dio, mediante questo povero uomo, è stato da Lui voluto perché io possa fare a tutti quello che Giussani ha fatto a me: compagnia. E’ così che quando ho visto per la prima volta un cadavere per la strada me lo sono preso, l’ho portato a casa, l’ho pulito. E così di giorno in giorno. Ho preso i moribondi, gli abbandonati, quelli putrefatti, delle favelas. E Dio ha creato quell’insieme di opere che oggi vedono impegnate più di 100 persone pagate e centinaia di volontari. L’uomo sano, bello o putrefatto non ha bisogno di consigli, ma di qualcuno che lo tenga per mano. Prendere sul serio il grido che siamo. Dare fiducia a qualcuno che Dio certamente mette sul tuo cammino per indicarti il destino. Accogliere il sacrificio, il dolore, non come una malattia ma come una grazia.
Ricordo un editoriale su un settimanale di molti anni fa, in Paraguay, l’Osservatore della settimana: “La depressione non è una malattia ma una grazia”. Un senatore molto conosciuto si avvicina dopo avermi cercato. Voleva togliersi la vita: questo editoriale lo cambia. Da quel momento diventa un altro. Presiede la commissione Bicamerale. Riesce a mettere tutte le nostre opere nella legge finanziaria. Così un governo del terzo mondo applica un articolo in cui sostiene, finanzia per mille milioni, duecentocinquantamila dollari, un’opera di una realtà che certamente non ha appoggiato il governo attuale. Una cosa impressionante; e così tutto quello che viene dopo. La depressione non è una malattia, è una grazia, perché ti spoglia di tutto. Oggi la chiamano malattia, un tempo la chiamavano purificazione, notte dell’anima, possibilità alla santità: per me è ancora quello. Per questo oggi raccolgo anche i matti. Mi facevano tremendamente paura anni fa, perché mi vedevo un possibile candidato ad essere uno di loro. Oggi li guardo con ironia e rido con loro perché anche nella pazzia ho visto che in tutti c’è un minimo di libertà. Perché ho sperimentato che se non fosse vero questo non esisterebbe Dio, perché non ci sarebbe l’uomo. L’uomo è libero anche quando perde la ragione. Ho la certezza perché l’ho visto su di me.
Voglio dire che realmente il dolore è una grazia che ti permette di essere contento perché ti permette di amare, ti permette di vivere la verginità, che è l’unica e reale e concreta vocazione dell’uomo: la pienezza dell’io. Perché cos’è la verginità? L’io compiuto già come possibilità adesso, come possibilità affettiva. Grazie Gesù per il tanto amore, per il tanto dolore che mi permetti di vivere ogni giorno. Stretto a te sulla croce per poter dire a tutti: “Ti voglio bene per l’eternità, così come io sono voluto bene adesso da te oh Gesù”. Davvero si è compiuta quella promessa. Io a 62 anni sono un uomo contento dentro un inizio di compiutezza che mi fa guardare la morte con serenità. Ho accompagnato a morire più di cinquecento persone in quattro anni. Tutte con il sorriso sulle labbra. Son diventato padre di decine di bambini che non hanno nessuno e mi chiamano papà: “Papà quando torni, perché te ne vai?”. Li metto a letto la sera, li prendo la mattina e li accompagno a scuola. In me si è compiuta, si sta compiendo quella profezia di Giussani: “E’ una grazia per te”. Per lei anche, perché è una donna contenta, per i suoi figli: due consacrati e uno sposato, per il movimento. Credo che l’esperienza che vivo sia un esempio per la Chiesa. Io vivo per quello.
Anche oggi che in Paraguay c’è un governo socialista, il vicepresidente, pur sapendo tutta la battaglia che abbiamo fatto perché non vincesse questo governo, mi ha chiesto: “Padre, posso ogni lunedì alle sei venire a pregare lodi con te?”. Ebbene da quando è stato nominato, il 15 agosto, tutti i lunedì mattina il vicepresidente prega lodi con me e fa un po’ di adorazione. Un miracolo insperato. E’ nato perfino un partito trasversale per i temi della vita, per i temi dei poveri. Perché anche dentro a questa condizione impensata del socialismo del Ventunesimo secolo che vuole svuotare il cristianesimo di Cristo, uno deve lavorare con intelligenza, con amore, con Cristo, partendo da Dio. Anche il vescovo presidente ha detto al Nunzio: “Padre Aldo io lo rispetto, e così i suoi confratelli. Perché di fronte a quello che lì accade non è possibile fare rappresaglie, perché è qualcosa che noi desidereremmo che accadesse in tutto il Paraguay”. Grazie, e pregate per me. (Immagini: Salvador Dalì, “Crocifissione” (1954), olio su tela, Metropolitan Museum of Art New York - don Aldo Trento durante l'incontro al Meeting)
di don Aldo Trento

mercoledì 30 ottobre 2013

L’unico modo per guarire dalla depressione è una sana compagnia

L’unico modo per guarire dalla depressione è una sana compagnia 

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maggio 13, 2012 Aldo Trento

Voglio ritornare sul tema della depressione, perché ricevo molte lettere e incontro molte persone non solo in Italia, ma ovunque vada, che soffrono di questa malattia. Le tre lettere descrivono molto bene il dramma, o la disperazione, che colpisce tante persone e sono un grido di aiuto pieno di domande. Quelle domande che mi hanno torturato per anni senza che io vedessi una possibilità di risposta. È terribile sopportare la vita quando tutto offusca la mente e i fantasmi sembrano impadronirsene provocando un effetto di panico, angustia e disperazione. Tutte le malattie sono dolorose, ma quella che ti toglie la voglia di vivere è peggiore.
Molti mi chiedono: «Come guarire? Come sopportare? Esiste la libertà anche quando uno si trova incapace di scegliere? Cosa è la libertà in questa situazione?». Non pretendo di rispondere, né di dare ricette che non esistono, come sanno bene anche gli “esperti” della mente. Voglio solo offrire alcuni punti fermi in questo cammino che sto ancora percorrendo e che per me è il cammino che porta ad abbandonarmi ogni giorno al mio dolce e tenero Gesù. Quel Tu per il quale vivo e che ha manifestato il suo volto buono, misericordioso proprio dentro una storia carica di dolore, di rabbia, di disperazione. Dal primo momento in cui mi sono trovato sdraiato nella mia stanza senza nessuna voglia di vivere, l’unica cosa che la mia libertà è riuscita a fare è stata gridare come un pazzo: «Signore non ti vedo più, non sento più la tua voce, la tua tenerezza, abbi pietà di me». In quei momenti più tragici, passando anni senza dormire, mentre schiacciavo rabbioso la testa contro il cuscino gridavo: «Signore dove sei? Perché tanto dolore? Signore non ce la faccio più, prendimi per piacere». Era un grido apparentemente inutile, assurdo, un parlare contro la parete.
Dentro questa rabbia disperata, però, non ho mai messo da parte i due Sacramenti fondamentali del cammino della conversione: la Confessione e l’Eucarestia. La Confessione settimanale o più volte alla settimana e la Messa quotidiana. Nel tempo mi sono accorto che questi due sacramenti sono stati la risposta precisa e concreta al mio grido. Non solo, ma la fedeltà alla Confessione e all’Eucarestia è stata la modalità attraverso cui Dio, in modo discreto, manifestava il Suo volto, fino a diventare familiare, determinando la mia vita quotidiana. L’esperienza del «Io sono Tu che mi fai» è stata il punto drammatico di questa paziente attesa che il Mistero manifestasse il Suo volto.
Il secondo punto essenziale che mi ha permesso e che mi permette di vivere questo dolore, che oggi definisco una grazia (oggi dopo un lungo e duro cammino, dopo una decina e mezza di anni a “mordere la pietra”), è stata la compagnia di padre Alberto.
Una compagnia nella quale la visibilità di Cristo era limpida come l’acqua che scende dalle Dolomiti. Un’amicizia che ogni mattina bussava alla porta della mia stanza quando non volevo vedere il giorno e mi chiamava cantandomi, con la sua voce priva di alcuna tonalità, una filastrocca che i suoi genitori gli cantavano la mattina quando era bambino. Ricordo ancora le parole in dialetto romagnolo: «Un bigatin, do bigatin, tri bigatin… Che buon brodo farà».
Gli intellettualoidi forse rideranno di una compagnia umana tra due sacerdoti che sono arrivati a tanto “infantilismo”. Ma la coscienza che lui aveva di Cristo gli permetteva di farsi, come direbbe san Paolo, bambino tra i bambini, debole tra i deboli. Una compagnia reale, non virtuale, una compagnia che non ha mai anteposto gli impegni di Comunione e liberazione o della parrocchia alla mia umanità distrutta. È stato un abbraccio quotidiano. Un abbraccio difficile, perché convivere con un depresso è un’impresa complicata: un giorno uno deve usare il bastone e l’altro giorno una carezza. Quante volte per risvegliarmi dall’abitudine di piangermi addosso, caratteristica del vittimismo dei nevrotici, ha perso la pazienza! Finché un giorno l’ho persa anche io. È stato un miracolo dopo anni di passività. Finalmente il mio io cominciava a reagire, ad arrabbiarsi con lui. La mia libertà, che prima era solo un grido disperato, cominciò a riconoscere in padre Alberto questo «Io sono Tu che mi fai». Vedendo come lui mi aveva trattato e come aveva donato tutti i suoi anni (10) di missionario in Paraguay per farmi compagnia, come don Giussani gli aveva chiesto, ho pazientemente preso coscienza della tenerezza con la quale il Mistero mi guardava. Senza la tenerezza di padre Alberto, senza il suo sguardo forte e dolce, come Gesù con Zaccheo, non sarebbe stato possibile il miracolo. Grazie a questa compagnia, come afferma don Giussani nel libro "Ciò che abbiamo di più caro", ho potuto nel tempo non scandalizzarmi della mia “pazzia”, ma accettarla. Grazie all’abbraccio di un uomo il cui cuore vibrava per Cristo.
Non conosco altra strada per convivere ironicamente con questa malattia che una compagnia sacramentale. Inoltre mi ha aiutato, e mi aiuta, pensare a Gesù che nel Getsemani e sulla croce è stato un esempio di come vivere la depressione e come trasformarla in grazia. Cosa ha permesso a Gesù di percorrere questo cammino drammatico? La compagnia del Padre!
La cosa interessante è stato il fatto che ha cercato la compagnia degli amici, ma loro, come succede in questi casi, “avevano sonno” o come molti ai quali chiediamo aiuto e ci rispondono che non hanno tempo o ci rimandano agli specialisti. Quanti religiosi o preti ho incontrato in questa situazione di abbandono da parte dei loro superiori che, avendo sempre molto da fare, invece di tenerli al loro fianco hanno preferito isolarli. E poi parliamo di carità sacerdotale o religiosa! I depressi prima di tutto hanno bisogno di una compagnia umana come quella di Gesù con i suoi discepoli, una compagnia quotidiana con la quale condividere tutto. Senza questa compagnia non esiste guarigione ed è impossibile percepire la depressione come una grazia.

paldo.trento@gmail.com

lunedì 7 ottobre 2013

Noi preti dobbiamo puzzare di pecora come i pastori

Noi preti dobbiamo puzzare di pecora come i pastori

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Tristezza e dolore sono state le mie prime reazioni alla notizia che tre anziani, disperati per il dramma economico che stavano passando, si sono tolti la vita. “Il suicidio come rimedio alla crisi economica”, intitolava un giornale veneto. Terribile questa affermazione: invece di domandarsi perché succedono queste tragedie, si sbatte in faccia alla gente la circostanza più disumana, più violenta che esiste per fuggire da un serio problema o per risolverlo radicalmente, ponendo fine alla vita. Viviamo in un mondo nel quale perfino la ragione è scomparsa dalla mappa umana. Come non chiedersi il perché… Qual è la responsabilità di ognuno davanti a questi fatti?
Dobbiamo chiederci se è la politica economica la causa di queste drammatiche decisioni o se c’è qualcosa di più profondo. Non solo, ma quando cominceranno i preti a interrogarsi sulla propria responsabilità, invece di continuare a lanciare pietre contro la società o contro gli uomini politici (senza scusare nessun politico, molte volte preoccupato solo del potere)? Perché il sacerdote che celebra la funzione funebre non comincia l’omelia domandandosi: «Ma io cosa ho fatto, cosa sto facendo per accompagnare queste persone disperate?». Se io sono parroco non posso non conoscere i miei parrocchiani, le loro necessità e i loro problemi.
In questo senso occorre scoprire perché papa Francesco, già dal primo giorno del suo pontificato, ha detto a noi pastori che dobbiamo uscire in strada per incontrare la gente e non rimanere chiusi nella casa parrocchiale, magari usando un pc o guardando la tv per collegarci con il mondo. Il Santo Padre ci ha anche detto che il sacerdote, come il pastore, deve puzzare di pecora, cioè deve condividere la vita con il suo gregge. Fa male vedere come molte volte noi pastori scarichiamo la nostra responsabilità sugli altri. Sembra che un suicidio o un omicidio sia solo l’occasione per puntare il dito contro un “altro”.
papa francesco lavanda piedi 
Invece occorre che ci inginocchiamo davanti a un “altro” sacerdote chiedendo umilmente perdono per i nostri peccati di omissione. Sempre su quel giornale ho letto che le autorità politiche e civili hanno messo a disposizione della gente (specialmente per gli imprenditori costretti a chiudere le proprie imprese), un numero telefonico al quale poter ricorrere in un momento di disperazione… Iniziative belle! Ma la Chiesa? Anche nella Chiesa sono sempre esistite persone o istituzioni che si sono occupate di queste importanti e gravi questioni. In special modo in ogni parrocchia, dove è più semplice raggiungere tutte le persone.
Lo affermo per esperienza personale, specialmente in terra di missione, se non ci occupiamo delle persone, perdiamo tempo nella costruzione di opere inutili. Mai come in questo momento è necessario affermare che questo “è il tempo della persona”, perché è la persona che è in crisi e non l’economia. Tutti parlano di crisi antropologica come origine di qualunque altra crisi. Ed è profondamente vero perché se l’io umano viene privato del significato della vita, della coscienza del proprio destino, è inevitabile che consegni la sua vita al potere, con l’illusione che questo gli risolva i problemi; mentre in realtà si trova vuoto ed impotente. Mai come in questi tempi sento mia questa provocazione: in chi sta la consistenza della mia vita, del mio io? Negli idoli o nel Mistero che si è fatto carne in Cristo?
 
La dignità non è l’autonomia
Rispondere a questa domanda è una necessità, perché dalla posizione che assumiamo dipende la possibilità di una resurrezione o di una morte. L’orgoglio ci ha reso ciechi illudendoci che con le nostre capacità e la nostra forza saremmo stati in grado di risolvere i grandi punti interrogativi della vita. Mentre di fatto siamo precipitati nell’abisso del niente, del cinismo; incolpiamo sempre l’altro. Allora da dove riprendere la strada, da dove ricominciare? Occore la Grazia di trovare quell’Uomo che entrò nella storia affermando «Io sono la via, la verità e la vita». Papa Francesco parla della mondanizzazione della fede. Cioè di una fede incapace di incidere, di dare una rotta alla vita. Una fede formale che si adegua al potere di turno, incapace di scuotere la vita dal suo letargo e che non permette alla libertà umana di chiedere: «Vieni Signore Gesù».
Una delle cose più tristi di questa condizione esistenziale è che si è arrivati fino al punto di scambiare il chiedere aiuto con la mancanza di dignità. È quello che si è affermato a proposito di alcuni anziani che si sono tolti la vita. Ci hanno fatto credere che la dignità dell’uomo coincide con l’autonomia, con il “fai da te”. Mentre la dignità suprema dell’uomo consiste nella libertà di chiedere, di mendicare. Affermava don Giussani: «Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo». Instancabilmente papa Francesco ci ricorda che mentre Dio non si stanca di perdonare, l’uomo si stanca di chiedere perdono. «Io posso», pretesa di autorealizzazione prescindendo dalla relazione col Mistero, è diventato la forma più diabolica dell’orgoglio. Mentre l’uomo è relazione, è una domanda, è un fascio di domande . Quale essere umano, afferma Gesù, può allungare la sua vita di un solo minuto?
 
Troppo facile parlare dal pulpito
Davanti a questi fatti terribili che colpiscono sia giovani sia adulti, incolpiamo migliaia di fattori estranei alla nostra vita, essendo sleali con essa. Don Giussani ci diceva che l’uomo può arrivare anche a togliersi la vita, ma seguendo l’impeto del proprio cuore. Tutte le altre cause hanno sempre come origine un problema affettivo: in cosa ha consistenza il nostro cuore? E la risposta non ce la dà né lo psichiatra, né lo psicoanalista, nemmeno gli psicofarmaci. Non esiste rimedio, non esiste farmaco che possa risolvere il dramma del senso della vita. Tutta la nostra forza, tutta la nostra volontà non può impedire il “finire” della vita. Leggiamo cosa si afferma nel Piccolo signor Friedemann di Thomas Mann: «Che alla fine della storia personale ognuno, come nuovi Prometei, pretende di raggiungere il cielo con le proprie mani» (Storie di Thomas Mann ne Il Senso Religioso).
Solo prendendo sul serio il nostro cuore, aiutato dalla compagnia della Chiesa, questa crisi, compresa quella economica, troverà l’inizio di una soluzione. Altrimenti i politici continueranno a discutere per niente, mantenendo solo la loro vuota loquacità in televisione e i preti continueranno a incolpare “altri”, approfittando del potere dell’omelia, accusando i politici di essere i responsabili di questi suicidi che avvengono come risposta alla crisi. Tanto gli uni quanto gli altri senza mai domandarsi: «La mia responsabilità personale dove è?». È arrivata l’ora, come afferma papa Francesco, di uscire in strada annunciando Cristo Gesù, l’unica risposta alla sete e fame di felicità, amore, giustizia, verità, del cuore umano.
paldo.trento@gmail.com

lunedì 9 settembre 2013

Incontrare amici veri è l’unica terapia che ci fa uscire dall’ombra

Incontrare amici veri è l’unica terapia che ci fa uscire dall’ombra 

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settembre 8, 2013 Aldo Trento


Aldo Trento 
Caro padre Aldo, vorrei condividere con te alcune circostanze che ho vissuto di recente.
Ultimamente, con il lavoro di scuola di comunità, mi sto accorgendo sempre più che tendo a mettere tra parentesi i momenti in cui riconosco Cristo presente nella mia vita: cioè Lo riconosco ma poi mi fermo soltanto al “Che bello!”, che non è un vero giudizio. E questo non mi basta per niente. Infatti, nei momenti in cui faccio più fatica ripiombo nel nulla e mi faccio definire da quello. Ci sono tanti rapporti che non sono affatto scontati: amici che mi stanno aiutando tantissimo e che non mi lasciano mai sola. Due compagne di corso da più di un mese si stanno fermando a studiare con me in università, anche se abbiamo esami diversi da preparare. Mi stupiscono tantissimo, fanno i salti mortali pur di stare con me, perché dicono che a casa non riuscirebbero a farlo con la serietà dovuta…
In realtà lo so che si fermano perché ci sono io, e così ci facciamo compagnia. Ogni volta si stupiscono della quantità di amici che ho. Una di loro, un giorno, ha voluto visitare il luogo dove dicevamo “l’angelus”, perché le sembrava incredibile che una cinquantina di persone si trovasse ogni giorno a recitare questa preghiera all’ora di pranzo. Venerdì scorso l’ho chiamata dopo un esame, per sapere dov’era e raggiungerla. Mi ha risposto che sapendo del mio esame era rimasta a casa. Incredibile… Quando penso di non valere niente e di essere una buona a nulla ci sono queste persone per le quali, almeno un pochino, valgo qualcosa.
Mercoledì scorso stavo studiando un libro di Umberto Galimberti per un esame imminente. Si chiama Un ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani. In questo testo ci si chiede quali siano le cause di certi comportamenti, espressione del cosiddetto “disagio giovanile”, che arrivano perfino al delitto efferato senza movente. Descrive in maniera impressionante tutti i sintomi di questa società malata, che non ha più fondamenta su cui poggiare. Più leggevo, più stavo male, perché descriveva esattamente il mio disagio. E quando ho letto il capitolo in cui parla della depressione, ho capito che stava parlando di me. Era il mio compleanno e tutti venivano a farmi gli auguri, dovevo sentirmi voluta bene, eppure non è prevalsa la gioia e la gratitudine, ma l’ombra (chiamo così la mia depressione). Ho un disperato bisogno di leggerezza, ultimamente.
La mia psicoterapeuta non ha mai voluto dare un nome al mio disagio, e quando timidamente tiravo fuori l’argomento, lei elencava alcuni sintomi che ritenevo di non avere. Forse per dissuadermi dal mettere “etichette”. Il giorno dopo le ho letto quelle cose che mi “descrivevano”, come per dirle: «Sono depressa». Ho capito che voleva che ci arrivassi da sola, perché se fosse stata una sua diagnosi, forse l’avrei presa come un’etichetta e non come uno sprone per tirarmene fuori!
Non so come questa coscienza possa essermi d’aiuto. Io quel nulla ce l’ho in faccia tutti i giorni, e mi fa piangere, mi toglie la voglia di vivere. Il nulla è la mia coscienza di essere un “niente” e di non avere nessun futuro perché quello che sto studiando e che mi piace per tanti motivi non sarà il lavoro che farò. Il nulla è, paradossalmente, la coscienza di avere una grande intelligenza (così mi dicono) e di non sapere che farsene. A volte odio la mia intelligenza soprattutto perché mi rende troppo consapevole della realtà, e così soffro ancora di più. È un dono sprecato. Sto forse bestemmiando? È ingiusto nei confronti di chi mi ha fatto questo dono? Io vorrei solo non soffrire così tanto, certe volte vorrei solo scomparire.
papa-francesco-aldo-trento«Donami la Tua forza»
Forse, come mi hai scritto una volta, devo avere pazienza, perché sono cose che si risolvono col tempo. Quando mi sveglio la mattina, le volte in cui sono più cosciente, chiedo a Dio di darmi la forza di affrontare un’altra giornata con il Suo dolore, con la Sua forza, perché da sola non ce la faccio. Credo di avere un briciolo di coscienza in più da quando ho cominciato la terapia: non sto lottando da sola! Le persone a me più care a volte non capiscono i momenti in cui predomina il “male di vivere” e rimangono sgomente a certe mie affermazioni (o provocazioni) in cui faccio vedere di non nutrire alcuna speranza. Ma non mi lasciano mai ed è questa, per me, la contemporaneità di Cristo: sono queste persone concrete, questi amici, che non mi lasciano mai sola a crogiolarmi nella disperazione.
Rosaria

Carissima, la contemporaneità di Cristo è Cristo stesso a dirci in cosa consiste: «Dove due o tre sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro». Ed è quello che tu affermi parlando dei tuoi amici che non ti lasciano mai sola. Questa gratuità dei tuoi amici è la grazia più bella che hai, perché l’origine della liberazione è questa amicizia, questa gratuità che solo Gesù ci permette di vivere. Tu stessa riconosci che hai un briciolo di coscienza in più rispetto all’anno scorso. «Da sola io non ce la faccio!».
E chi ce la farebbe? Papa Francesco ci sta parlando continuamente di amore, di carità, di tenerezza perché cosciente che l’uomo respira e vive solo dentro un abbraccio pieno di fraternità. Ma questo è il cristianesimo, è la bellezza dell’Avvenimento cristiano, è ciò per cui uno ne rimane affascinato. Incontrare degli amici che ti vogliono così bene è l’unica autentica terapia, la sola veramente umana che permette all’io di rinascere. Per questo motivo il servo di Dio don Luigi Giussani ha chiamato il movimento da lui creato con il bellissimo nome di Comunione e Liberazione. L’uomo, qualsiasi uomo a qualunque latitudine viva, cerca questa liberazione dentro di sé; desidera, vuole essere se stesso, vuole diventare protagonista della sua vita e della storia. Però tutto questo è possibile solo dentro una Comunione, un’appartenenza, come un bimbo che diventa grande fra le braccia dei genitori.
Ripensando alla mia vita e alla disperazione, alla non voglia di vivere che ebbe il suo inizio 25 anni fa, mi viene in mente il giorno e l’ora in cui il Mistero, la Madonna, hanno posto nel mio cuore l’inizio di una speranza. Era il 25 marzo 1989. Quel giorno sono venuto a Milano portando con me tutta la mia disperazione e la rabbia che covavo contro Dio. Don Giussani mi ha semplicemente ascoltato e mi ha detto: «Adesso finalmente diventerai adulto» e poi mi ha abbracciato. Ero talmente sconvolto da questo abbraccio che salvava tutto, che gli ho chiesto di benedirmi ponendomi in ginocchio. Ma lui mi ha fatto rialzare: «No, sono io che voglio essere benedetto da te». E si è inginocchiato davanti a un misero peccatore. Da quel giorno ho trovato le energie per lottare fino al punto di partire per il Paraguay. Era la prima volta che sperimentavo che cos’era la gratuità, cioè la contemporaneità di Cristo. Era la prima volta che mi sentivo voluto bene com’ero.
La mancanza di tenerezza
«Padre Aldo ha tanti doni, ma…». «Ha fatto tante cose, ma…» Questo è il modo normale di parlare, è la reazione tipica della moglie rispetto al marito o viceversa, dei genitori verso i figli. C’è sempre un “ma” nelle relazioni. Recentemente mi diceva un’amica che in un incontro si discuteva di alcune persone assenti. Tutti ne parlavano bene, però a un certo momento è entrato in gioco il “ma” e questo ha modificato una positività in negatività. Per cui davvero la gratuità è solo divina e il luogo dove questo diviene un fatto normale è la Confessione: solo lì un uomo ti dice, senza nessun “ma”, «io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».

La confessione è l’origine della possibilità di amarsi come siamo e di amare gli altri come sono senza aggiungere nessun “ma”, nessun “se”, nessun “però”. È questa contemporaneità di Cristo il cammino della salute. Certo è un cammino lungo ma te lo posso garantire, perché lo vedo in me, è realmente il cammino della salvezza, cioè della pace. Riconoscere quella compagnia che Gesù ti dona è l’unica grazia che devi chiedere alla Madonna. Non dimenticare mai il perché don Giussani ci ha chiamato con il bellissimo nome di “Comunione e Liberazione”. Questa è l’unica, vera e oggettiva terapia.
Cesare Pavese diceva che l’origine della violenza, di qualunque violenza (cominciando da se stessi) è la mancanza di tenerezza. Allora come ci ripete continuamente papa Francesco, la salvezza, la salute consistono nel riconoscere l’infinita misericordia di Dio. Lui ci ama senza i “se” e senza i “ma”, ci ama così come siamo. Continua ad appartenere a quegli amici nella pazienza del tempo: è la tua salvezza, perché appartieni alla morte e risurrezione di Gesù. paldo.trento@gmail.com

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