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domenica 26 ottobre 2014

l’orrore di una conoscenza

MEETING/ Kasatkina: l’orrore di una conoscenza che trasforma gli uomini in oggetti

Tat'jana Kasatkina
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Pubblicazione: 
La conoscenza, intesa come avvenimento, in russo acquista un significato molto particolare. La parola “avvenimento” (sobytie) in russo significa “essere-con” (so-bytie), cioè un essere, una realtà condivisa con altri, vissuta in comune, una compartecipazione a una realtà diversa da sé. E la conoscenza come avvenimento ricorda il suo antichissimo significato, fissato nell’Antico Testamento, dove la conoscenza viene intesa come coitounione carnale, termini che stanno ad indicare un essere congiunto, in un’unità senza confusione e senza divisione. La conoscenza autentica è possibile solo in questa compartecipazione a ciò che si conosce.

Esistono due modi di conoscere, o meglio due modi di percepire il mondo. Possiamo indicarli rispettivamente come metodo “da soggetto a oggetto” e “da soggetto a soggetto”. Il primo metodo, da soggetto a oggetto, presuppone che l'oggetto (secondo l’etimologia, “ciò che ci sta davanti”) da conoscere, non abbia possibilità diinterloquire. Ponendoci come soggetto, e intendendo la realtà come oggetto di conoscenza, noi riconosciamo valido qualsiasi metodo di conoscere l’oggetto, a eccezione di uno - la domanda. Noi sappiamo esattamente che l’oggetto non è in grado di comunicarci nulla di ciò che ci interessa realmente. È il cosiddetto metodo positivista. Ovvero di conoscenza oggettiva.

Ciò che l’oggetto da noi indagato conosce di sé, ai nostri occhi non è interessante. Se siamo medici positivisti, ci interessano di più le analisi del malato, che non le sue risposte su come si sente. Se siamo etnografi positivisti, la prima cosa che facciamo è mettere in dubbio tutte le spiegazioni che i popoli da noi studiati danno dei propri costumi.

C’è una famosa poesia russa[1] che descrive questo metodo di approccio al mondo circostante. Vi si narra di Ivanuška, che andò in campagna e scoccò a caso una freccia, poi si mise a cercarla e dopo aver attraversato tre mari trovò la principessa ranocchia con la sua freccia in bocca. Avvolse la ranocchia in un fazzoletto e se la portò a casa la distese sulla tavola del laboratorio, la sezionò e mise in funzione la corrente elettrica. La principessa morì fra lunghi tormenti, in ogni sua venuzza vibravano interi secoli e mondi, mentre sul cupo volto di Ivan lo sciocco aleggiava il sorriso della conoscenza. Ora sapeva con esattezza come si contrae il muscolo della coscia…

Qui viene descritto appunto l’orrore di una conoscenza senza partecipazione. Di una conoscenza che non sia divenuta avvenimento, cioè “essere-con”. Di una conoscenza che non diventi forma di com-passione, di consonanza e compartecipazione al sentire altrui. Qui è descritto l’orrore della conoscenza di cui è pieno il nostro mondo. Il mondo come noi lo conosciamo. Il mondo a cui usiamo violenza. Il mondo circostante che non interloquisce con noi. Il mondo a cui abbiamo negato il diritto di parlare.

La ranocchia che ha raccolto la freccia dell’eroe, gli dà in questo modo il segno che essa gli è destinata in sorte. Che è disposta a venirgli in aiuto, a collaborare, cooperare con lui. Che è disposta a insegnargli tutto ciò che sa - la magia secolare cui le cose del mondo sottostanno, ma che l’uomo ha dimenticato e perduto. L’uomo ha perduto anche il linguaggio in cui essa gli si rivolge: il linguaggio dei simboli, un linguaggio antichissimo col quale l’uomo comunicava con il mondo.

Egli non vede la principessa che sta parlando con lui - vede soltanto una ranocchia capitatagli sottomano. Che ha abboccato alla freccia come se fosse un amo. Essa pensava che la freccia fosse una parola rivoltale. In realtà, si è rivelata semplicemente una trappola. Perché l’uomo ha dimenticato il significato della freccia, e più in generale, che essa può avere un significato. Adesso è semplicemente un mezzo per catturare le rane. E con le rane poi si discorre a colpi di bisturi.

È così che noi trattiamo il mondo, e quando poi esso trema per effetto della corrente che gli abbiamo immesso, la chiamiamo calamità naturale. Così trattiamo anche la parola, negando che abbia un significato, un senso autonomo, assegnandole unicamente il significato che noi le attribuiamo, e quando le parole cominciano a degradare precipitosamente sulle nostre labbra - e soprattutto sulle labbra dei nostri figli - la chiamiamo crisi umanistica, catastrofe linguistica. Molto comodo, perché nessuno può avere colpa di una calamità naturale o di una catastrofe.

All’inizio, per noi hanno cessato di essere parole le cose del mondo. Poi hanno cessato di essere parole anche le parole, che adesso «non significano niente, finché non ci saremo messi d’accordo sul significato». Le abbiamo spogliate della loro soggettività, abbiamo lasciato loro soltanto l’oggettività, la possibilità di essere oggetto della nostra manipolazione, ma non soggetto di comunicazione con esse. La cosa più tremenda è che questo poteva succedere solo in una cultura di origine cristiana.

Quando l’uomo ha voltato le spalle a Dio, ha voluto nascondersi da Lui in paradiso, il Signore ha esaudito il desiderio dell’uomo dandogli, come un Padre generoso, la sua parte di eredità - la terra, il mondo, dove questi potesse vivere come voleva, senza di Lui. Ma Dio non ha creato nulla di morto: era tutto vivo, e molte cose erano più potenti dell’uomo, allontanatosi dal suo Creatore e dimentico della sua autentica vocazione.

L’uomo udiva le voci delle cose e prestava loro ascolto. Viveva in un mondo tutto animato, in un mondo dove tutto ciò in cui si imbatteva era un soggetto ovvero il manifestarsi di un soggetto. Se non ogni filo d’erba era una creatura a se stante, si trattava pur sempre del manifestarsi di un’essenza unitaria - viva e possente - per quanto fragile e debole fosse il singolo filo d’erba.

E il pensiero dell’uomo si volgeva a colloquiare con quest’essenza, perché la conoscenza si rendeva possibile solo ascoltandola. E il contatto con quest’essenza assicurava all’uomo l’influsso su tutti i suoi fenomeni, le sue manifestazioni. L’uomo viveva in un mondo magico, dove la parola giusta era una chiave per accedere a qualunque processo del reale. Gli uomini che non appartengono alla cultura cristiana continuano a vivere in un mondo di questo tipo. Naturalmente, a patto che non vengano corrotti dall’uomo della cultura post-cristiana.

Quando, nel mondo decaduto e sempre più scomposto nelle sue componenti, è venuto il Signore, per infondere nuovamente al mondo vita e forza, le parole disperse delle cose, penetrate da Dio, si sono nuovamente raccolte in discorso, si è ricostituita la sintassi del creato - e il suo sistema circolatorio e nervoso unitario; le parole hanno cessato di costituire una chiave magica di accesso alle cose, perché la realtà stessa è divenuta parola, nella Parola di Dio rivolta in perpetuo a noi. Il mondo e l’uomo hanno conosciuto Dio, come descrive san Simeone il nuovo Teologo (949-1022): «Infatti ciò che è unitario, pur divenendo una molteplicità, resta unitario e indivisibile, ma in ogni sua parte c’è tutto Cristo. [...] Io L’ho visto nella mia casa. Egli è apparso inaspettatamente fra tutte queste cose di ogni giorno e si è unito e fuso inesprimibilmente con me ed è entrato in me, come se fra noi non vi fosse nulla, come il fuoco nel ferro e la luce nel vetro. E mi ha reso simile al fuoco e alla luce. E io sono divenuto colui che prima avevo visto e contemplato da lontano. Non so come comunicarvi questo miracolo… Sono uomo per natura e Dio per misericordia del Signore»[2] .

L’uomo ha conosciuto Dio nella Sua comunione con sé e con l’aiuto di Dio è entrato in comunione con tutto il mondo. San Silvano del Monte Athos diceva che tutto il mondo e ogni cosa nel mondo si rivela a chi ha conosciuto Cristo. E si svela come suo proprio. Tutto il mondo diventa un prolungamento dell’uomo, perché tutto il mondo è permeato di Cristo, che entra nell’uomo reso compartecipe di Lui. Ecco il senso ontologico della preghiera monastica per il mondo, ed ecco il motivo della sua efficacia: l’uomo che è in comunione con Cristo può compiere nei confronti del mondo le stesse azioni che compie sulle membra del proprio corpo. Fino a quando resta in comunione con Cristo, naturalmente. Da un lato, egli percepisce come proprio il dolore del mondo. Ma anche la gioia del mondo diventa la sua stessa gioia.

Allorché il volto di Dio si è nascosto alla vista dell’uomo illuminista le cose hanno cessato di essere parole di Dio, ma - agli occhi dell’uomo moderno positivista - sono rimaste cose morte, inanimate, senza le parole e le voci loro proprie e peculiari, che possedevano in passato. Le principesse sono scomparse, non sono rimaste che ranocchie, e l’intero XIX secolo si è dato da fare per sgozzarle con entusiasmo su scala industriale. C’è da meravigliarsi che il XX secolo si sia messo a sgozzare su scala industriale anche gli uomini?

L’uomo, infatti, non può trattare l’uomo diversamente da come tratta il mondo. E non è neppure in grado di trattare se stesso diversamente da come tratta il mondo. La percezione del mondo da soggetto a oggetto è estremamente instabile. Se considera il mondo come un oggetto, l’uomo comincia rapidamente a considerare anche se stesso come un oggetto. Lo si vede benissimo, ad esempio, guardando come cambiano i sogni dell’umanità. Se si pensa come un soggetto, l’uomo sogna di poter fare qualcosa. Se invece si considera un oggetto, l’uomo comincia a sognare di trovarsi sotto i riflettori, sogna di essere guardato e ammirato da tutti. Non importa per qual motivo. Ora, infatti, egli non carezza dei sogni su di sé come protagonista in azione, ma come oggetto della percezione altrui. Cioè, come oggetto.

Il metodo conoscitivo da soggetto a soggetto si differenzia dal precedente innanzitutto perché avendo a che fare con un soggetto dotato di voce, chi conosce non può avvicinarsi ad esso con un passepartout universale, con un metodo conoscitivo sempre identico, adeguato a tutti gli oggetti che si trovino nel raggio di azione dell’unico soggetto, rappresentato da colui che indaga. Il soggetto da conoscere detta lui stesso il metodo della propria conoscenza. Al soggetto che conosce non resta che ascoltare e seguire. Tendere l’orecchio. Perché solo così si può “essere-con”, cioè entrare in comunione con ciò che si conosce. Solo ciò che viene conosciuto può indicare la strada verso la propria essenza, nelle sue recondite profondità.
Questa conoscenza è sempre un rischio.
Nel caso del metodo conoscitivo da soggetto a oggetto, noi non mettiamo piede in territorio straniero, ma lo conquistiamo (ecco perché il bisturi è il simbolo di questa conoscenza). Vale a dire, il territorio su cui ci troviamo è sempre nostro. Per questo, tra l’altro, abbiamo sempre e soltanto a che fare con l’esterno dell’oggetto indagato, con i suoi confini. Per quanto affondiamo il nostro bisturi, incontriamo solo e sempre nuovi esterni, nuovi involucri. L’oggetto non ha un territorio interno, ma solo dei confini e delle reazioni alla sollecitazione che lo raggiungono dall’esterno. L’oggetto è come una testa di cipolla (neanche come un cavolo, che almeno ha il torsolo). L’oggetto, opponendo resistenza, ci offre sempre nuovi involucri. E ci fa lacrimare gli occhi, e noi riteniamo che questa sia la proprietà principale dell’oggetto indagato.
Nel caso del metodo conoscitivo da soggetto a soggetto ci troviamo subito, fin dall’inizio, su territorio straniero. E per non starci inutilmente, in posizione difensiva (cioè sia pur sull’ultimo lembo, ma di proprio territorio), dobbiamo rinunciare a difenderci. Dobbiamo aprirci a ciò che ci si manifesta. Dobbiamo lasciarci andare, e non invece attaccare e conquistare.
Nel caso del metodo di conoscenza da soggetto a soggetto abbiamo a che fare con qualcuno che ci parla. Si tratti del mondo o dell’uomo, è sempre un testo. E il metodo di lettura di un testo deve essere ricavato di volta in volta dal testo stesso, altrimenti non impareremo mai a capire (cioè a prendere, accogliere), e penseremo sempre che ci venga detto esattamente quello che ci aspettavamo. Otterremo solo quello che abbiamo già. Continueremo a restare sul nostro territorio.
Per cominciare a capire è sufficiente ammettere che ci possa venir detto qualcosa che ancora non sappiamo, e che ci venga comunicato in un modo che non ci aspettiamo. In altri termini, è sufficiente porre chi ci parla al di sopra di noi. In inglese “capire” si dice understand, cioè “sotto-stare”: solo in questa posizione è possibile capire.
C’è la famosa fiaba della bimba Maša e delle oche selvatiche che le avevano portato via il fratellino Ivanuška. La bambina si mette a inseguirle, ma non sa la strada, così chiede informazioni al melo, poi alla stufa e poi al ruscello. E ciascuno di essi le risponde in maniera strana: mangia una mia mela (pasticcino, gelatina), e te lo dirò. Ma Maša ricusa, con il pretesto che a casa ne ha di molto meglio. E passa oltre, senza sapere la strada. La irrita questa strana condizione postale per parlarle dalle cose che incontra. Non capisce ancora che non le stanno proponendo una leccornia o una prova, ma l’unico modo possibile per sapere ciò che sa il melo. Lei resta attaccata alle cose abituali, di casa sua, che le piacciono, non sa che farsene delle mele selvatiche! Non entra nell’avvenimento, cioè in comunione, in un “essere-con”, ma resta sul suo territorio.
Ma quando Maša cercherà di sfuggire, insieme al fratellino che è riuscita a trovare, alle oche selvatiche che la rincorrono, quando l’unica sua salvezza sarà che queste non la scorgano, e cioè che lei non sia più lei, del tutto lei, non si opporrà alla richiesta del melo: mangia una mia mela, e ti nascondo. Perché l’unico modo che ha il melo per metterla in salvo – cioè per cambiare, rendere chi chiede simile a sé – è esattamente parteciparsi a lei, interiormente, entrare spiritualmente nel suo territorio.
La conoscenza ci cambia, già solo per il fatto che ci apre, e questo è un avvenimento. Ma questo avvenimento si raggiunge in un modo soltanto – attraverso un “essere-con”, una condivisione con ciò che conosciamo. Nella comunione con ciò che viene conosciuto. Il conquistatore è un uomo senza avvenimenti nella vita. Uno che resta sempre sul suo territorio, su un terreno bruciato.

[1]Jurij Kuznekov, Atomnaja Skazka (Favola Atomica)
[2]Cfr. St. Symeon, in The soul Afire (New York: Pantheon Books, 1944), p. 303.

sabato 4 febbraio 2012

Avvenimento

L'avvenimento
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«È un avvenimento la positiva risposta alla drammatica dispersione in cui la società ci fa vivere. È solo un avvenimento [...] che può rendere chiaro e consistente l’io nei suoi fattori costitutivi. È questo un paradosso che nessuna filosofia e nessuna teoria – sociologica o politica – riesce a tollerare: che sia un avvenimento, non una analisi, non una registrazione di sentimenti, il catalizzatore che permette ai fattori del nostro io di venire a galla con chiarezza e di comporsi ai nostri occhi, davanti alla nostra coscienza, con limpidità ferma, duratura, stabile. [...] È l’avvenimento cristiano infatti il catalizzatore adeguato della conoscenza dell’io, ciò che rende possibile una chiara e stabile percezione dell’io, che permette all’io di diventare operativo come io. Al di fuori dell’avvenimento cristiano non si può capire che cos’è l’io. E l’avvenimento cristiano è – secondo quanto è già emerso a riguardo dell’avvenimento come tale – qualcosa di nuovo, di estraneo, che viene dal di fuori, perciò qualcosa di non pensabile, di non supponibile, di non riconducibile a una ricostruzione nostra, che fa irruzione nella vita. [...] Quest’incontro mi apre gli occhi su me stesso, suscita un disvelamento di me, si dimostra corrispondente a quello che sono: mi fa accorgere di quel che sono, di quel che voglio, perché mi fa capire che quel che porta è proprio quel che voglio, corrisponde a quel che sono».
Giussani

Postato da: giacabi a 21:10 | link | commenti
giussani, avvenimento

lunedì, 26 ottobre 2009
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Il Cristianesimo ridotto ai valori, ridotto a dottrina ridotto, ad una morale, ad una coerenza è una cosa insopportabile perché se non c'è l'Avvenimento, è insopportabile.
 Jesùs Carrascosa - 29/11/2004 - Sala Saturnia - Trieste

Postato da: giacabi a 20:08 | link | commenti
cristianesimo, avvenimento

domenica, 06 settembre 2009

Marcos y Cleuza
Grazie Signore della loro testimonianza
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Postato da: giacabi a 07:49 | link | commenti
testimonianza, zerbini, avvenimento

domenica, 30 agosto 2009
MEETING/
Il Cardinal Caffarra:
la conoscenza cristiana antidoto al dogma relativista
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martedì 25 agosto 2009 da: www.ilsussidiario.net


La conoscenza è sempre un avvenimento” è il titolo del Meeting di Rimini di quest’anno. Ne parliamo con Sua Eminenza Cardinal Caffarra, che oltre a essere arcivescovo di Bologna e fine esperto di questioni bioetiche, è profondo conoscitore di don Luigi Giussani e della sua opera.

Eminenza, qual è la sua opinione in merito al titolo scelto quest’anno dal Meeting di Rimini?

In primo luogo vorrei prendere in esame i due termini principali riuniti in questo enunciato, la conoscenza e l’avvenimento. Parto da questi due temi proprio per sottolinearne la grande attualità e importanza in questi contenuta; vi è difatti l’urgenza al giorno d’oggi di tornare a comprenderli nella loro pienezza. Comincio con il secondo di questi, l’avvenimento.
Sappiamo che l’avvenimento è una categoria centrale nel pensiero teologico di don Giussani, nella sua proposta educativa. Lo è perché, mediante tale parola, egli intendeva sottolineare come la proposta cristiana non fosse prima di tutto l’insegnamento di una dottrina o la proposizione di un codice morale, bensì la possibilità per l’uomo di incontrare la persona viva di Gesù Cristo, possibilità che viene offerta nella Chiesa. E qui si aggancia il secondo termine, quasi come ovvia conseguenza, ossia la conoscenza. Questa sta in rapporto all’avvenimento perché quando l’uomo vive davvero una profonda esperienza di ricerca del significato della realtà e delle ragioni per cui vale la pena vivere non può non rendersi conto che tutte le sue domande possono ricevere una risposta solo da un incontro che ci educa a conoscere.
A me sembra dunque che il Meeting affronti un nodo centrale dell’epistemologia della fede e anche relativo alla condizione dell’uomo occidentale di oggi.

Nell’attuale contesto culturale quali sono gli ostacoli più grandi a una conoscenza efficace della realtà?

Io credo che fondamentalmente siano due: da una parte il dogma dello scientismo sotto il quale tutti viviamo e secondo il quale è vera conoscenza solo ciò che può essere quantificato, misurato e verificato, appunto, scientificamente. Di conseguenza è un tipo di conoscenza imbrigliata in una griglia dottrinaria, rigida e schematica.
L’altra grande insidia è invece quella del nichilismo, vale a dire una posizione che, portata alle estreme conseguenze, nega che la ragione umana sia impastata di un desiderio infinito.
Queste due gravissime insidie, che per me sono oggi le due malattie mortali della ragione umana, o per lo meno occidentale, impediscono all’uomo, come si può facilmente intuire, di muoversi in una direzione del conoscere che stia alle condizioni sopra descritte.

Quali elementi l’esperienza cristiana può contrapporre a queste due visioni del mondo?

La missione più importante e grande che i cristiani possono compiere in questo senso, il metodo migliore per salvare da queste due insidie la ragione umana, e quindi la libertà, risiede in una forte proposta educativa. A partire da questa convinzione possiamo meglio comprendere quanto Sua Santità Benedetto XVI va affermando da molto tempo a questa parte: la centralità dell’educazione nella missione dei cristiani. Perché anch’io oggi mi trovo ad affermare questo? Perché mi rendo conto che in sostanza l’educazione, come amava spesso ripetere don Luigi Giussani, non è altro che l’introduzione dell’uomo nella realtà intera.
D’altra parte anche la storia della Chiesa lo insegna. Pensiamo a quanto fece San Benedetto con la capillare diffusione dei suoi monasteri. Di fronte al crollo dell’Impero Romano, ossia dell’istituzione civile che aveva resistito per secoli, San Benedetto aprì una scuola, la scuola servitii divini, dove gli uomini ricominciarono a stare di fronte alla realtà come avvenimento e quindi a conoscerla. 

A proposito di storia della Chiesa. Spesso quanto viene comunicato oggi del cristianesimo viene, più o meno in malafede, frainteso. In che modo è possibile una conoscenza autentica dell’esperienza cristiana?

Questa è una domanda che prende spunto da una considerazione negativa, per quanto reale. Voglio però rispondere positivamente, con una proposta che peraltro è la stessa lanciata instancabilmente dal Papa. Con il suo magistero Benedetto XVI ci ha indicato il metodo attraverso il quale la proposta cristiana va fatta.
In primo luogo occorre una grande limpidezza nella proposta, che non scenda cioè a compromessi apparentemente convenienti. Il secondo aspetto da tenere presente è che vi sia un’attenzione ad essere sempre rivolti verso l’essenziale dell’esperienza cristiana, ossia della sua incidenza nella vita dell’uomo. In terzo luogo è necessario compiere la fatica di dare le ragioni del cristianesimo, riuscire ad affermare apertamente l’intima ragionevolezza della proposta cristiana.
Laddove manchi anche uno solo di questi elementi, che sono i fattori principali del messaggio cristiano stesso, qualsiasi cosa venga affermata, anche con le migliori intenzioni, sarà inevitabilmente destinata a passare sopra la testa della gente.
Voglio comunque rispondere anche al rilievo “culturale” della domanda. È vero, uno dei modi attraverso cui si cerca di evacuare l’avvenimento cristiano, e anche di liquidare la storia della Chiesa, è quello di ridurlo a un minimo comune denominatore, normalmente etico. A quel punto il messaggio cristiano è andato perso. Per questo occorre quella testimonianza viva affermata dal Papa.

Sua Santità Benedetto XVI ha spesso condannato il relativismo indicando in questo una delle maggiori minacce della modernità. Pensa che considerare la conoscenza come avvenimento sia una risposta efficace al nichilismo dilagante?

Assolutamente, anzi io direi che non solo è una risposta, ma è la risposta. Occorre rieducarsi a comprendere che la verità della vita non può essere semplicemente fatta coincidere con una dottrina o con un programma morale, che in fondo sono l’unica soluzione offertaci dalle visioni relativista e nichilista.
Non si può preconfezionare una regola, sia scientifica sia morale e poi applicarla alla vita. L’uomo deve tornare a scoprire che la verità di sé, delle cose, della realtà ha sempre a che fare con un accadimento dentro il quale c’è la presenza del mistero.

(Raffaele Castagna)

Postato da: giacabi a 14:13 | link | commenti
caffarra, avvenimento

venerdì, 19 settembre 2008
La novità dell’annuncio cristiano
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“Di fatto, i cristiani della Chiesa nascente non hanno considerato il loro annuncio missionario come una propaganda, che doveva servire ad aumentare il proprio gruppo, ma come una necessità intrinseca che derivava dalla natura della loro fede: il Dio nel quale credevano era il Dio di tutti, il Dio uno e vero che si era mostrato nella storia d’Israele e infine nel suo Figlio, dando con ciò la risposta che riguardava tutti e che, nel loro intimo, tutti gli uomini attendono. L’universalità di Dio e l’universalità della ragione aperta verso di Lui costituivano per loro la motivazione e insieme il dovere dell’annuncio. Per loro la fede non apparteneva alla consuetudine culturale, che a seconda dei popoli è diversa, ma all’ambito della verità che riguarda ugualmente tutti.
Lo schema fondamentale dell’annuncio cristiano “verso l’esterno” – agli uomini che, con le loro domande, sono in ricerca – si trova nel discorso di san Paolo all’Areopago. Teniamo presente, in questo contesto, che l’Areopago non era una specie di accademia, dove gli ingegni più illustri s’incontravano per la discussione sulle cose sublimi, ma un tribunale che aveva la competenza in materia di religione e doveva opporsi all’importazione di religioni straniere. È proprio questa l’accusa contro Paolo: “Sembra essere un annunziatore di divinità straniere” (At 17, 18). A ciò Paolo replica: “Ho trovato presso di voi un'ara con l'iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio” (cfr 17, 23). Paolo non annuncia dei ignoti. Egli annuncia Colui che gli uomini ignorano, eppure conoscono: l’Ignoto-Conosciuto; Colui che cercano, di cui, in fondo, hanno conoscenza e che, tuttavia, è l’Ignoto e l’Inconoscibile. Il più profondo del pensiero e del sentimento umani sa in qualche modo che Egli deve esistere. Che all’origine di tutte le cose deve esserci non l’irrazionalità, ma la Ragione creativa; non il cieco caso, ma la libertà. Tuttavia, malgrado che tutti gli uomini in qualche modo sappiano questo – come Paolo sottolinea nella Lettera ai Romani (1, 21) – questo sapere rimane irreale: un Dio soltanto pensato e inventato non è un Dio. Se Egli non si mostra, noi comunque non giungiamo fino a Lui. La cosa nuova dell’annuncio cristiano è la possibilità di dire ora a tutti i popoli: Egli si è mostrato. Egli personalmente. E adesso è aperta la via verso di Lui. La novità dell’annuncio cristiano non consiste in un pensiero ma in un fatto: Egli si è mostrato. Ma questo non è un fatto cieco, ma un fatto che, esso stesso, è Logos – presenza della Ragione eterna nella nostra carne. Verbum caro factum est (Gv 1,14): proprio così nel fatto ora c’è il Logos, il Logos presente in mezzo a noi. Il fatto è ragionevole. Certamente occorre sempre l’umiltà della ragione per poter accoglierlo; occorre l’umiltà dell’uomo che risponde all’umiltà di Dio.
La nostra situazione di oggi, sotto molti aspetti, è diversa da quella che Paolo incontrò ad Atene, ma, pur nella differenza, tuttavia, in molte cose anche assai analoga. Le nostre città non sono più piene di are ed immagini di molteplici divinità. Per molti, Dio è diventato veramente il grande Sconosciuto. Ma come allora dietro le numerose immagini degli dèi era nascosta e presente la domanda circa il Dio ignoto, così anche l’attuale assenza di Dio è tacitamente assillata dalla domanda che riguarda Lui. Quaerere Deum – cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui: questo oggi non è meno necessario che in tempi passati. Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell’umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi. Ciò che ha fondato la cultura dell’Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura.”   

Postato da: giacabi a 17:07 | link | commenti
cristianesimo, benedettoxvi, avvenimento

mercoledì, 02 aprile 2008
  L’Avvenimento
                          ***

La vita d’una persona consiste
in un
insieme d’avvenimenti
di cui
l’ultimo potrebbe anche cambiare il senso di tutto l’insieme.
Italo Calvino Da Palomar

Postato da: giacabi a 19:48 | link | commenti
calvino, persona, avvenimento

lunedì, 14 gennaio 2008

Il cristianesimo
è l'«avvenimento» di un incontro


“2. Riandando con la memoria alla vita e alle opere della Fraternità e del movimento, il primo aspetto che colpisce è l'impegno posto nel mettersi in ascolto dei bisogni dell'uomo di oggi. L'uomo non smette mai di cercare: quando è segnato dal dramma della violenza, della solitudine e dell'insignificanza, come quando vive nella serenità e nella gioia, egli continua a cercare. L'unica risposta che può appagarlo acquietando questa sua ricerca gli viene dall'incontro con Colui che è alla sorgente del suo essere e del suo operare.
Il movimento, pertanto, ha voluto e vuole indicare non una strada, ma la strada per arrivare alla soluzione di questo dramma esistenziale. La strada, quante volte Ella lo ha affermato, è Cristo. Egli è la Via, la Verità e la Vita, che raggiunge la persona nella quotidianità della sua esistenza. La scoperta di questa strada avviene normalmente grazie alla mediazione di altri esseri umani.
Segnati mediante il dono della fede dall'incontro con il Redentore, i credenti sono chiamati a diventare eco dell'avvenimento di Cristo, a diventare essi stessi «avvenimento».
Il cristianesimo, prima di essere un insieme di dottrine o una regola per la salvezza, è pertanto l'«avvenimento» di un incontro.
E' questa l'intuizione e l'esperienza che Ella ha trasmesso in questi anni a tante persone che hanno aderito al movimento. Comunione e Liberazione, più che ad offrire cose nuove, mira a far riscoprire la Tradizione e la storia della Chiesa, per riesprimerla in modi capaci di parlare e di interpellare gli uomini del nostro tempo. Nel Messaggio ai partecipanti al Congresso mondiale dei movimenti ecclesiali e nuove comunità, il 27 maggio 1998, ho scritto che l'originalità del carisma di ogni movimento "non pretende, né lo potrebbe, di aggiungere alcunché alla ricchezza del depositum fidei, custodito dalla Chiesa con appassionata fedeltà" (n. 4). Tale originalità, tuttavia, "costituisce un sostegno potente, un richiamo suggestivo e convincente a vivere appieno, con intelligenza e creatività, l'esperienza cristiana. Sta in ciò il presupposto per trovare risposte adeguate alle sfide e alle urgenze dei tempi e delle circostanze storiche sempre diverse".

3
Giovanni Paolo II Lettera a don Giussani per il ventesimo anniversario della Fraternità di Cl, 11 febbraio 2002
. Occorre ritornare a Cristo, Verbo di Dio incarnato per la salvezza dell'umanità. Gesù di Nazaret, che ha vissuto l'esperienza umana come nessun altro avrebbe potuto, si pone quale traguardo di ogni aspirazione umana. Solo in Lui l'uomo può giungere a conoscere pienamente se stesso.
La fede appare in tal modo come un'autentica avventura della conoscenza, non essendo un discorso astratto, né un vago sentimento religioso, ma un incontro personale con Cristo, che dà nuovo senso alla vita. L'opera educativa che, nell'ambito delle vostre attività e comunità, tanti genitori e insegnanti hanno cercato di svolgere, è consistita proprio nell'accompagnare fratelli, figli, amici, a scoprire dentro gli affetti, il lavoro, le più differenti vocazioni, la voce che porta ciascuno all'incontro definitivo con il Verbo fatto carne
. Soltanto nel Figlio unigenito del Padre l'uomo può trovare piena e definitiva risposta alle sue attese intime e fondamentali.
Questo dialogo permanente con Cristo, alimentato dalla preghiera personale e liturgica, è stimolo per un'attiva presenza sociale, come testimonia la storia del movimento e della Fraternità di Comunione e Liberazione. La vostra è, in effetti, storia anche di opere di cultura, di carità, di formazione e, nel rispetto della distinzione tra le finalità della società civile e della Chiesa, è storia anche di impegno nel campo politico, un ambito per sua natura ricco di contrapposizioni, in cui arduo risulta talora servire fedelmente la causa del bene comune.”

Postato da: giacabi a 19:47 | link | commenti
cristianesimo, avvenimento, giovanni paoloii

All'inizio dell'essere cristiano
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"All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva"
Benedetto XVI, Deus Charitas Est

Postato da: giacabi a 15:11 | link | commenti
benedettoxvi, avvenimento

martedì, 30 ottobre 2007
La filosofia come stupore
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Nella filosofia e nel pensiero moderni, il dubbio occupa la stessa posizione centrale che occupò per tutti i secoli prima il thaumàzein dei greci, la meraviglia per tutto ciò che è in quanto è.
Descartes fu il primo a concettualizzare questo dubitare moderno, che dopo di lui divenne il motore evidente .. e dato per scontato che ha mosso tutto il pensiero, l'asse invisibile sul quale si è incentrato ogni pensare. Propri come da Platone e Aristotele fino all'età moderna, la filosofia, nei suoi maggiori e più autentici rappresentanti è stata l'articolazione dello stupore di fronte a ciò che è, così la filosofia moderna, da Descartes in poi, è consistita nelle articolazioni e ramificazioni del dubbio.
Hannah Arendt   da: Vita activa

Postato da: giacabi a 15:48 | link | commenti
bellezza, arendt, avvenimento, senso religioso

lunedì, 29 ottobre 2007
La «lieta novella» dell'Avvento
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Il miracolo che preserva il mondo, la sfera delle faccende umane, dalla sua normale, «naturale» rovina è in definitiva il fatto della natalità, in cui è ontologicamente radicata la facoltà di agire. È, in altre parole, la nascita di nuovi uomini e il nuovo inizio, l'azione di cui essi sono capaci in virtù dell'esser nati. Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane la fede e la speranza, le due essenziali caratteristiche dell' esperienza umana che l'antichità greca ignorò completamente. E questa fede e speranza nel mondo che trova la sua più gloriosa ed efficace espressione nelle poche parole con i cui il vangelo annunciò la «lieta novella» dell'Avvento:
«Un bambino è nato fra noi».
Hannah Arendt   da: Vita activa

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cristianesimo, gesù, arendt, avvenimento

domenica, 28 ottobre 2007
La scoperta del telescopio
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«Da quando un bimbo nacque in una mangiatoia, c'è da dubitare che sia accaduto qualcosa di così grande con così poco clamoreCon queste parole Whitehead introduce Galileo e la scoperta del telescopio sulla scena del «mondo moderno».
E in queste parole non c'è alcuna esagerazione. Come la nascita in una mangiatoia, che non segnò la fine dell'antichità ma l'inizio di qualcosa di tanto inaspettato e imprevedibile che né la speranza né la paura avrebbero potuto anticipare, questi primi sguardi gettati nell'universo attraverso uno strumento, allo stesso tempo adattato ai sensi dell'uomo e destinato a scoprire con certezza ciò che esiste di eterno al di là di essi, posero le basi di un mondo completamente nuovo, determinando il corso di altri eventi, che con molto maggior clamore dovevano introdurre nell'epoca moderna.
Hannah Arendt   da: Vita activa



 

Postato da: giacabi a 07:19 | link | commenti
arendt, avvenimento

lunedì, 22 ottobre 2007
La via stessa è venuta a te
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Non ti è detto: sforzati di cercare la via per giungere alla verità e alla vita; non ti è stato detto questo. Pigro, alzati! La via stessa è venuta a te e ti ha scosso dal sonno; e se è riuscita a scuoterti, alzati e cammina!
Sant'Agostino

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gesù, agostino, avvenimento

Le guide
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Se Dio ci donasse di propria mano delle guide, come dovremmo obbedire loro di buon animo! La necessità e gli avvenimenti sono sicuramente queste guide.
Blaise Pascal

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pascal, avvenimento

domenica, 21 ottobre 2007
Protagonisti
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Se abbiamo coscienza dell'avvenimento che ci è accaduto e che c'è tra noi siamo protagonisti, indipendentemente dalla capacità con cui sappiamo parlare e agire; altrimenti non siamo nessuno, cioè siamo obbligati a mutuare dagli altri il motivo per cui facciamo le cose, i criteri e il modo di comportarci con gli altri, con la donna, nella società, coi compagni e i professori, con il "dopo università", con se stessi.
O protagonisti o nessuno: e
protagonisti non vuole dire avere la genialità o la spiritualità di alcuni, ma avere il proprio volto che è, in tutta la storia e l'eternità, unico e irripetibile.
Don Giussani

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testimonianza, giussani, avvenimento

mercoledì, 10 ottobre 2007
Avvenimento
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«Un avvenimento è qualcosa che irrompe dall'esterno. Un qualcosa di imprevisto. È questo il metodo supremo della conoscenza. Bisogna ridare all'avvenimento la sua dimensione ontologica di nuovo inizio. È una irruzione di nuovo, che rompe gli ingranaggi, che mette in moto un processo»
Alain Finkielkraut  da 30 giorni giugno 1992