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giovedì 8 maggio 2025

Johann Sebastian Bach

 Pochi sanno che Johann Sebastian Bach attraversò una quantità immensa di dolore nella sua vita. Perse una figlia ancora piccola, poi tre figli e successivamente anche la moglie, Maria Barbara. Dopo essersi risposato con Anna Magdalena, subì nuove perdite: altre quattro figlie e tre figli morirono prematuramente. In tutto, undici dei suoi venti figli non superarono l’infanzia.

Nonostante queste tragedie, Bach continuò a comporre. Continuò a scrivere cantate, messe, concerti, suite per violoncello e molte altre opere che ancora oggi consideriamo tra le più sublimi mai scritte. La domanda non detta è: come riuscì a farlo? Dove trovò la forza?

Una possibile risposta si trova nelle annotazioni che lasciava sugli spartiti. All’inizio di molte sue composizioni scriveva “J.J.”, abbreviazione di Jesu Juva, “Gesù aiutami”. Alla fine, invece, lasciava quasi sempre “S.D.G.”, Soli Deo Gloria, “Gloria solo a Dio”. Per Bach, la musica non era soltanto arte: era preghiera, era fede, era un dialogo continuo tra l’uomo e il divino.

È per questo che si può pregare ascoltando la sua musica. Perché la musica di Bach è, essa stessa, una preghiera.

E forse è proprio questo il miracolo più grande: trasformare il dolore in bellezza, il silenzio in armonia, la perdita in speranza.

In ogni nota che ci ha lasciato, c’è un frammento di eternità.

domenica 4 maggio 2025

Guido d'Arezzo

 Quella scala musicale Do-Re-Mi che canticchiamo fin da bambini non è sempre esistita.

Prima dell'XI secolo, imparare musica era un'impresa titanica. Non esistevano spartiti come li conosciamo oggi e i musicisti dovevano memorizzare ogni melodia ascoltandola ripetutamente - un po' come imparare una canzone senza mai vederne il testo o le note.

Poi arrivò Guido Monaco, un geniale monaco benedettino di Arezzo. Nell'XI secolo, questo italiano rivoluzionò la musica per sempre con un'invenzione tanto semplice quanto brillante.

Guido prese un inno latino dedicato a San Giovanni, dove ogni verso iniziava con una nota più alta della precedente, e usò la prima sillaba di ciascun verso: UT-RE-MI-FA-SOL-LA (l'UT fu poi sostituito con DO).

Con questa intuizione, nacque il sistema di notazione musicale che usiamo ancora oggi, dopo quasi mille anni. Un metodo che permise di scrivere, conservare e diffondere la musica come mai prima.


Ogni spartito che leggiamo, ogni canzone che impariamo, deve qualcosa a quel monaco aretino che trasformò la musica da arte effimera a linguaggio universale scritto.

mercoledì 2 marzo 2016

L'ostensione di Johnny Cash



L'ostensione di Johnny Cash

***

Il volto è gonfio, i capelli radi. La camera “fissa” impietosa l’insulto del tempo. La voce è ridotta a un sussurro, le dita nodose si muovono lentamente sulla chitarra. Il video di Hurt - brano dei Nine Inch Nails che Johnny Cash ha inserito nel ciclo degli American Recordings – a distanza di anni conserva una forza ipnotica. Cash è piegato dagli anni, dalla malattia. Vulnerato da una vita di abusi.La sua sembra un’ostensione: ostensione della vecchiaia, della fragilità, della decadenza fisica di un uomo che ha conosciuto i fasti (e gli eccessi) del successo e che ora fa i conti con “il suo impero di polvere”. Un uomo pronto a salire “sul treno della sera”. Le parole scandite da Cash arrivano come un pugno: “mi sono ferito oggi/ per vedere se sono ancora in grado di sentire qualcosa/ mi concentro sul dolore/ l’unica cosa reale”. Nel video, a rendere più “scandalosa” la vecchiaia di Cash, sono le immagini – ritmate – della sua giovinezza: Cash che guida una locomotiva, Cash con chitarra a tracolla davanti a un pubblico, Cash che salta su un treno in corsa, Cash. 


Il culmine del pathos è raggiunto mentre Cash intona le ultime strofe del brano: “Ho portato questa corona di spine/sulla sedia di coloro che mentono/ pieno di pensieri interrotti/(che) non posso riparare// sotto le macchie del tempo/i sentimenti scompaiono”. Il crescendo musicale è accompagnato da una più rapida successione di immagini: fanno capolinea "visioni" di Cristo, la corona di spine, un chiodo che si conficca – ripetutamente - nella carne. Cash è ripreso davanti a un banchetto (figura dell’ultima cena?), sparge un bicchiere di vino (figura del sangue di Cristo?). Il video si chiude con un’immagine che ha il sapore (e l’intenzione) di un congedo: Cash chiude il pianoforte sul quale ha battuto ossessivamente un’unica nota. La musica termina. Il sipario cala. Cash morirà dopo poco, il 12 settembre 2003. Con gli American recording, sotto la sapiente regia del produttore-mago Rick Rubin, il cantante figlio del Sud degli States - l’uomo che amava saltare sui treni ed esibirsi nelle prigioni, che aveva celebrato la giovinezza incuneandosi nella musica che più la esaltava, il rock’n roll - ha consegnato alla musica americana un testamento di rara forza poetica, di un’intensità a tratti straziante. Come ha scritto Steve Turner, suo attento (e commosso) biografo, Cash “con grande dignità, era alla testa di un’altra rivoluzione, contro le devastazioni portate dall’età: era il primo della sua generazione a cantare lo spegnersi della luce”. Cash aveva cantato la giovinezza con sfrontatezza, ora non occultava la vecchiaia. Non la esibiva, la viveva. CheThe man in black – come amava farsi chiamare: mi vesto di nero, ripeteva, per testimoniare la mia vicinanza agli affitti, agli ultimi, agli outlaw, ai rifiutati -  fosse uno destinato a infrangere le regole, lo testimonia l’intera sua biografia. Ma più che gli eccessi (a partire dalla dipendenza dalla droga), ci interessa il suo rifiuto di imporre steccati o barriere o filtri o ideologie alla musica.

Nato e cresciuto nel Sud degli States, Cash respirò il country sin da bambino ma amò (e cantò) anche il gospel, sfidando le regole della musica (e dell’establishment) più conservatrice degli Usa. Non solo, non si accontentò dei palcoscenici: si esibì nelle prigioni, entrò nella Casa Bianca, lavorò in tv, recitò, sfiorò l’idea sceneggiatura di un film sulla vita di Cristo, scrisse un libro (The man in white) dedicato all’apostolo Paolo. Una passione che si tradusse sempre in musica, e che roteò sempre attorno a un punto fisso: la Bibbia. “Quasi un quarto delle canzoni scritte da Cash – ha notato Turner – parlano in qualche modo della sua fede e della Bibbia. Molte altre, anche se non trattano specificamente questo argomento, sono influenzate dalla sua visione del mondo cristiano. I walk the line, con la sua dichiarazione di fedeltà coniugale, conteneva un inconscio impulso cristiano, così come molte sue canzoni sulla giustizia e la povertà. Quando scriveva di lavoro lo faceva da un’ottica biblica”. 
Dove sta allora il segreto di questo pugno di canzoni, contenute negli American recordings, alcune delle quali hanno accompagnato l’intera carriera di Cash, altre pescate dai repertori più disparati (e disperati): da Down by the train di Tom Waits alla già citata Hurt a Personal Jesus interpretata dai Depeche mode, da Further up of the road di Springsteen a One degli u2? Rubin scarnifica i brani consegnati alla voce di Cash. Riduce gli arrangiamenti all’osso. Libera i brani da inutile orpelli. La parola d’ordine è semplicità. E rigore. C’è la verità – sangue, ossa, paura, angoscia, gioia - da cantare. C’è tutto Cash – la sua biografia e la sua arte - in queste canzoni. I suoi conflitti, i suoi demoni, l'inesauribile volontà di riscatto. C’è un’intera vita – riscatta dalla musica – e sempre giocata sull’orlo, quel margine scivoloso che separa la dannazione dalla salvezza, la bestemmia dalla preghiera, l’insensatezza dalla Grazia, la cecità dalla luce. C’è l’invocazione a Dio che si alza dalle tenebre della consunzione: “Non avrei mai pensato di aver bisogno di aiuto/ pensavo che ce l’avrei fatta da solo/ ma ora so che non è vero/ con il cuore tremante le ginocchia piegate/ ti prego Signore aiutami”Help meC’è la coscienza (la compiacenza?) del male, della sua prossimità: “la bestia in me è chiusa da sbarre sottile e fragili” - The best in me. “La prima volta le ho sparato in un fianco/ era dura vederla agonizzare/ ma con il secondo colpo è morta/ Delia morta”- Delia's gone. C’è lo scintillare della salvezza: “So che nuvole scure incomberanno su di me/ so che la mia strada è accidentata / eppure vedo splendidi campi/ dove vegliano i salvati da Dio” - Wayfaring Stranger. C’è il senso dell’impegno e della volontà di “rigare diritti”: “ Come un soldato che cerca di dimenticare la guerra/ come un ragazzo che mette la testa a posto/ come un bandito che torna sulla retta via” – Like a soldier.  C’è il dolore della perdita: “Prego Dio che mi dia coraggio/ di andare avanti finché non ci rincontreremo di nuovo/ è dura rendersi conto che lei è scomparsa per sempre/ che tornando a casa sul treno della sera” – The evening train.  C’è ancora la speranza/certezza della resurrezione: “ci incontreremo di nuovo/non so come né quando/ ma so che ci incontreremo di nuovo”C’è infine la prefigurazione dell’apocalisse: “ – The man comes aroud.

Il genio americano di Cash è qui: nell’aver abitato la contraddizione americana. La contraddizione di un popolo che ha esaltato, come nessuno aveva fatto prima, la libertà. Praticando però la schiavitù. Che elegge l’individualismo a valore fondativo e si strugge nel segno della comunità perduta. Che pratica l’edonismo ma si sente perseguitato dal peccato. Che ha canonizzato la ricerca della felicità come diritto costituzionale di ogni cittadino ma ha messo in scena continuamente il suo smacco. Che “canta” l’eterna risorgenza del Sogno, e praticato la sua sconfitta. Cash si è inabissato nell’unica trama che avvolge vita e morte, nell’infinita oscillazione tra salvezza e dannazione. Ma in quale direzione pendeva il pendolo di Cash, il cantante lo aveva sempre bene in mente:“So cantare canzoni di morte. Ne ho vista tanta ma sono ossessionato dalla vita”.

martedì 16 febbraio 2016

La musica come la vita si può fare solo in un modo: INSIEME!

«La musica come la vita si può fare solo in un modo: INSIEME!». #EzioBosso
«Mi ci vorrebbe quella signora, quella che traduce tutti quando parlo, poi sono emozionato e quindi parlo anche peggio del solito. Allora devo fare una cosa che mi fa stare bene. Io quando inizio un concerto dico "Ciao": è una parola bellissima!... La musica siamo noi, la musica è una fortuna che condividiamo, che ci è arrivata e ci attacchiamo. Noi mettiamo le mani, ma ci insegna la cosa più importante che esiste ascoltare... La musica è una vera magia, infatti sapete che non a caso i direttori hanno la bacchetta come i maghi. La musica mi ha dato il dono dell'ubiquità, perchè la musica che ho scritto è a Londra e la fa un bravo direttore con il balletto più importante del mondo. E io vado da un'altra parte. La musica è una fortuna, è soprattutto come diceva il grande maestro Claudio Abbado è la nostra vera terapia... Se noi uomini siamo buchi, perché tendiamo a dare per scontato le cose belle. Le stanze sono una cosa bellissima, le abbiamo inventate noi per proteggerci gli diamo nomi. Ce l'abbiamo tutti una stanza che non ci piace, in cui entriamo. Il nome originale della canzone è "La stanza", i trovatori non facevano canzoni ma stanze. A me piace curiosare ed esplorare quello che a volte diamo per scontato e ho trovato questa cosa bellissima. Succede a tutti, dentro o fuori, una stanza che è buia, è cruda, è piccola. Lì ho incontrato questa teoria che dice che noi non siamo una linea, ma siamo dodici stanze. Nell'ultima che non è ultima, perchè si cambiano, ricordiamo la prima. Quando nasciamo non la possiamo ricordare, perchè non vediamo appena nati, ma lì la ricordiamo e siamo pronti a ricominciare, quindi siamo liberi... "Following a bird": faccio una piccola parte di questo brano per me importante, è quello con cui apro tutti i miei concerti... "Seguendo un uccellino"... proprio seguendo quell'uccellino che volava mi sono perso e mi sono messo a ragionare sull'importanza di perdersi per imparare a seguire. Noi diciamo perdere è brutto, no! Nessuno perde, ma a volte perdere i pregiudizi, perdere le paure, perdere il dolore ci avvicina e ci fa seguire».
 EzioBosso

lunedì 15 febbraio 2016

NELL'ORA PIÙ BUIA, QUELLA DELLA DISPERAZIONE, C'È SOLO LA VERGINE MARIA. ANCHE PER ERIC CLAPTON



NELL'ORA PIÙ BUIA, QUELLA DELLA DISPERAZIONE, C'È SOLO LA VERGINE MARIA. ANCHE PER ERIC CLAPTON

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«Holy mother, where are you?…»
«Santa Madre, dove sei? / Stanotte mi sento spezzato in due / Ho visto le stelle cadere dal cielo / Santa Madre, non riesco a smettere di piangere».
Si rivolge proprio a Maria di Nazaret Eric Clapton nella poderosa Holy Mother, una preghiera-canzone davvero toccante soprattutto nella versione con Pavarotti e un coro gospel. Il rocker la scrisse nel 1986 (insieme a Stephen Bishop) in omaggio a un amico musicista morto pochi mesi prima.
Chi non ha provato del resto quel senso di smarrimento e di profonda sofferenza di fronte a certi inspiegabili fatti della vita. Colpisce però il grido di aiuto di Clapton verso chi può lenire questo dolore, una presenza sentita più viva e vicina che mai:
Holy mother, hear my prayer, Somehow I know you?re still there…
«Santa Madre, ascolta la mia preghiera In qualche modo so che sei ancora qui»
Ed è struggente la consapevolezza che Maria potrà essere decisiva: «Oh, ho bisogno del tuo aiuto in questo momento/ Fammi superare questa notte solitaria /Ti prego dimmi quale strada prendere/Per ritrovare me stesso».
Ci si è chiesti da dove saltò fuori questa preghiera. Ma lo stesso Clapton in un’intervista confessò: «È mia nonna che mi ha insegnato a pregare con le preghiere di una volta. Ed ogni tanto mi ritornano alla bocca, soprattutto nei momenti più difficili».
E nel suo libro di memorie, Clapton: The Autobiography, il musicista racconta un momento in cui ha toccato il fondo quando era in riabilitazione nel 1987: «Ero completamente disperato», ha scritto Clapton. «Nella privacy della mia stanza, ho chiesto aiuto. Non sapevo a chi pensassi di parlare, sapevo solo che non ne potevo più… e inginocchiandomi mi sono arreso. Pochi giorni dopo ho capito che avevo trovato un luogo a cui rivolgermi, un luogo che avevo sempre saputo che era lì ma a cui non avevo mai veramente voluto credere, o di cui pensavo di non aver bisogno. Da quel giorno, non ho mai smesso di pregare al mattino, in ginocchio, chiedendo aiuto, e la sera, per esprimere gratitudine per la mia vita e soprattutto per il fatto di essere sobrio».

lunedì 17 novembre 2014

LA GOCCIA DI CHOPIN

LA GOCCIA DI CHOPIN
***

“...Invece la vita è una cosa che sta al di là della musica di primo piano: è una nota sola dal principio alla fine, da quando si è fanciulli a quando si è vecchi.



Una nota sola.
Quando ci si accorge di questa nota non la si perde più, non si può più perderla, resta una fissazione. Ma è una fissazione che rende saggi, è la fissazione che fa il sapiente, è la fissazione che fa l’intelligente, è la fissazione che fa l’uomo: è il desiderio della felicità. Quella è la nota che dal principio alla fine domina e decide del significato di tutto il brano di Chopin; questa è la nota che decide dal principio alla fine cos’è la vita dell’uomo: è la sete di felicità.

Qualunque cosa ti piaccia, qualunque cosa ti attiri, qualunque cosa desideri, al momento ti fa lieto, ma dopo passa.
Ma c’è una nota che rimane intatta, pur con qualche leggera mutazione; dal principio alla fine rimane intatta nella sua profondità e nella sua semplicità assoluta, e – dicevo prima – nella sua univocità domina la vita: la sete di felicità.
Tutti gli artisti hanno, in qualche loro pezzo più bello degli altri, il genio di ricomporre e ripetere questa monotonia, che è più bella di qualsiasi variazione.

A un certo punto, se si segue la nota come fissazione, è come se non si riuscisse più a fiatare, perché si è come oberati, diventa un peso questa nota, tanto che a un certo punto la nota si ritrae e la musica di primo piano sembra averla vinta. Come dire: “Finalmente ci siamo! Finalmente siamo liberi!”. E scandite due, tre, quattro note, in fondo. Ma uno ha appena finito di pensare: “Siamo liberi da questa nota”, che quella nota riprende e finisce il pezzo. La sete di felicità, il destino di felicità si può per breve tempo obliterare, dimenticare, ma ritorna, come urgenza senza della quale l’uomo non può vivere: inizia e finisce il breve brano della nostra vita.

Così abbiamo fatto risentire questo brano di Chopin perché quella nota sia riconosciuta da voi in voi stessi:
perché l’io è un brano di musica fatto di quella nota, che ha a tema quella nota, anche se le cose che fanno impressione sono quelle più superficiali: il piacere immediato, il gusto immediato, la riuscita immediata, l’impressione immediata, la reazione, l’istintivo… Quella nota distrugge continuamente l’istinto e impedisce che ci si adagi e ci si fermi; impedisce che ti fermi, ti arresti, perché l’istintivo impietrisce: l’istintivo dell’amore, l’istintivo della bellezza, l’istintivo del gusto del lavoro, l’istintivo della riuscita ti fossilizza, ti impietrisce. È questa nota che sbriciola queste pietre e muove tutta la realtà del tempo della nostra vita, la muove come l’acqua del fiume muove i sassi e come il mare muove la sabbia.

Cristo è la risposta alla sete di felicità, perché è il Mistero di Dio che si è fatto uomo per farci capire; si è fatto uomo per mangiare insieme, mangiare e bere insieme, camminare insieme. Parlava come parlava qualsiasi altro, solo che c’era dentro qualcosa, c’era dentro una nota in quell’uomo…. “Nessuno ha mai parlato come quest’uomo”. Finché non ne poterono più e lo assassinarono. Ma lui risorse… e la nota finisce il pezzo. “

Luigi Giussani

sabato 18 febbraio 2012

musica


Liszt cattolico, ma la critica lo ignora
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Liszt
 
 


di Tommaso Scandroglio
05-11-2011


Libertino, affabulatore, animale da palcoscenico – fu lui ad inventare il concerto pianista-centrico tutt’ora in voga – viveur, presenzialista nei principali salotti bene dell’epoca e pure in quelli equivoci. Il soggetto in questione è il pianista-compositore ungherese Franz Liszt, nato esattamente due secoli fa (22 Ottobre 1811).

Nell’immaginario collettivo dei musicologi però non c’è posto per la qualifica di credente cattolico, anzi di cattolico teo-con tanto che chiuse gli occhi per sempre nella condizione di abate fiero difensore dell’ortodossia cattolica. E sì, perché la parabola di questo eccezionale artista iniziò tra amorazzi ed eccessi ma si concluse nel silenzio del Convento della Madonna del Rosario a Monte Mario. Lassù lo andò a trovare anche Pio IX che lo chiamava “il mio Palestrina”. Dopo otto giorni di esercizi spirituali il 25 aprile 1865 ricevette la tonsura in Vaticano, il 30 agosto gli ordini minori dall’elemosiniere del Pontefice e divenne così abate pur non vestendone mai l’abito. In genere l’afflato religioso del Nostro viene liquidato anche dalla più occhiuta esegesi storiografica come approdo ultimo di un bizzarro viaggiatore delle esperienze che la vita può offrire. Un’eccentricità tra le molte.

Ma le cose non stanno così come ben testimoniano le sue opere e i suoi scritti. In merito alle prime la produzione di carattere sacro è sterminata ed inizia anche in tenera età: difficile quindi sostenere che l’argomento “Dio” fosse estemporaneo e dettato da romantici umori. Spigoliamo qua e là tra i titoli dei suoi pezzi sacri o addirittura liturgici: la Messa per l’Incoronazione di Francesco Giuseppe, la Missa Choralis, la Missa Solemnis, il Requiem, le Campane del Duomo di Strasburgo, gli oratori Christus e La leggenda di Santa Elisabetta, la Via Crucis, le Armonie poetiche e religiose, le Consolations, l’Hymne de l’enfant à son réveil, l’Ave Maria, il Pater noster, il Pio IX – Inno al Papa, e poi un’infinità di variazioni e trascrizioni per uso liturgico, e mottetti, salmi, inni biblici.

Ma a parlar chiaro sulla fede religiosa di impronta cattolica di Liszt ci pensano anche e soprattutto le sue lettere. Queste ci testimoniano che la sua appartenenza a Santa Romana Chiesa non era frutto di un’insana senescenza ma scelta assunta con consapevolezza sin dagli anni più verdi. In una lettera del 1837 il 26enne di allora mette sotto la lente di ingrandimento il Liszt dell’altro ieri quando ne aveva appena 18 di anni, e scrive: «Verso quel tempo ebbi una malattia che si prolungò per due anni, in seguito alla quale la mia imperiosa necessità di fede e di dedizione, non trovando altra via d’uscita mi condusse alle austere pratiche del cattolicesimo. La mia fronte si chinò sugli umidi marmi di San Vincenzo de' Paoli; feci sanguinare il mio cuore, e il mio pensiero si umiliò. Una immagine di donna, pura e casta come l’alabastro dei scari vasi, fu l’ostia che offersi colle lacrime al Dio dei Cristiani; la rinuncia alle cose terrene fu l’unico movente, la sola parola della mia vita. Mi lasciavo vedere qual’ero, ragazzo entusiasta, artista simpatico, austero credente: in una parola tutto quello che si è a diciotto anni, quando si ama Dio e si amano gli uomini con animo appassionato e ardente». Tanto austero che critica il falso e svenevole pietismo: «Le lacrime amare, che talvolta scendono dalle nostre palpebre, sono come quelle di chi adora il vero Dio, vedi il suo tempio profanato dagli idoli e la folla stupida che si inginocchia davanti a divinità di fango e pietra, abbandonando l’altare della Madonna e il culto del Dio vivente».

Una fede quindi incardinata in Cristo eucarestia e nel culto mariano. Per Liszt la musica doveva possedere una missione di carattere principalmente religioso. Nel 1834 sulla Gazette Musicale esordisce con lo scritto “Sulla musica religiosa dell’avvenire”: «Oggi, quando l’altare trema e vacilla, oggi, quando il pulpito e le cerimonie religiose sono diventati motivo di dubbio e di ironia, bisogna necessariamente che l’arte esca dal tempio, che s’estenda e compia al di fuori le sue vaste evoluzioni». E in alcune lettere di qualche anno dopo: «L’arte deve ricordar al popolo le nobili dedizioni, le risoluzioni eroiche, la fortezza e l’umanità; essa deve farsi annunciatrice della provvidenza di Dio… Iddio ha forse racchiuso più gioia nell’obolo dell’artista che in tutto l’oro del milionario». In questi scritti giovanili riverbera la simpatia di Liszt per le correnti saint-simoniste e lamennesiane aperte ad un cristianesimo sociale (“Dio e il Popolo” era il suo motto in quegli anni). Egli infatti nel ’34 parla di «Musica umanitaria che unisca in colossale relazione teatro e chiesa», ed aggiunge, con tono quasi giacobino, che «diciotto secoli sono trascorsi da quando il Cristo ha predicato la fraternità umana e la sua parola non è ancora meglio compresa!».

Ma Liszt non si è mai piegato al credo statalista: «L’elemento poetico, e cioè religioso, dell’umanità è scomparso dai governi», così appunta in una lettera del ’37 lamentandosi delle derive laiciste degli stati europei. Già nel ’34 vagheggiava di farsi monaco ma l’idea di monachesimo che egli aveva in mente era molto simile a quella dei nostri preti post-contestazione del ’68. L’eremo deve essere riformato: una specie di luogo di lavoro dove ci sono operai, artisti, intellettuali, una sorta di opificio in cui si suda e prega tutti insieme, laici e religiosi. Nonostante ciò non cede alle lusinghe delle dottrine protosocialiste di matrice illuminista: «L’ombra di Voltaire, la statua di Rousseau – questi grandi distruttori di monasteri – ci attendevano sulle rive del Lemano», annota nella descrizione di un suo pellegrinaggio ad un santuario. E mai pensò alla musica come strumento di impegno sociale, di lotta culturale. Nel ’49 così scrive infatti: «Oggi l’arte non deve mescolarsi ai gridi rochi delle barricate: la sua religione è più alta e più pura, la sua azione è insieme più benefica e più durevole».

Né fu mai un idealista, un’utopista alla Rousseau: «Non sono artista al punto di essere assolutamente privo di buon senso nelle cose della vita reale e positiva». Poi con la maturità queste infezioni progressiste svanirono e la musica divenne strumento unicamente ascetico, scevro da ogni rivendicazione sociale. Alle soglie dei 55 anni così scrive: «Si può dire che la musica è essenzialmente religiosa e, come l’anima umana, naturalmente cristiana. E poiché s’unisce alla parola, quale più legittimo impiego delle sue energie che cantare l’uomo a Dio e di servire così da punto d’incontro tra i due mondi, il finito e l’infinito?». E nel ’77: «La musica è la sola arte che continua nel Paradiso». Queste righe non sono espressione di un vago sentimento religioso panteista e romantico bensì comprovano la vera fede cattolica del compositore ungherese: «L’arte non è affatto una religione a parte, ma è l’incarnazione formale della vera religione cattolica, apostolica e romana». E’ la bellezza stessa a portare a Dio. Ma se è vera bellezza, nata anche dal genio di artisti protestanti e illuministi, l’incontro non potrà che essere con l’unico vero Dio, cioè quello cattolico: «Palestrina e Lasso fino a Bach e Beethoven, che sono le cime dell’arte cattolica».

Ecco perché negli ultimi anni della sua vita si dedicherà alla musica liturgica, perché la più connaturata al fine di avvicinare l’uomo a Dio. Una musica che però deve avere un’aderenza strettissima con il rituale liturgico previsto da Santa Romana Chiesa altrimenti è “pseudo musica sacra” (ce l’aveva con Haydn e Mozart). In una lettera a Saint-Saëns, in cui gli consigliava di accorciare la sua Messa Solenne, così si esprime: «Si tratta di mantenere la pace, soprattutto in chiesa dove bisogna saper ubbidire in ispirito e nei fatti. L’arte qui deve essere soltanto un correlativo e tendere alla concomitanza più perfetta possibile con il rito».

La sua tensione esistenziale all’essenziale, cifra caratteristica dell’ultimo periodo della sua vita, lo conduce anche in campo musicale a cesellare composizioni le quali si fanno spesso – ma non sempre – semplici dal punto di vista stilistico, secondo l’estetica dei puristi ceciliani allora in voga. Le critiche non mancano ma con profonda umiltà così ribatte: «Che la mia antifona Cantantibus organis abbia prodotto un magro effetto non mi sorprende. Il pubblico cerca il divertimento. Volentieri mi rassegno a restarmene per le mie spese di modestia nelle mie composizioni religiose. Esse sono deboli, senza dubbio, e forse anche mancate – ma non di gusto volgare! Mi ripugna far brillare, trillare, tubare e sbraitare Santa Cecilia!». Sentisse il buon Franz le musiche che accompagnano oggi le celebrazioni liturgiche...

Postato da: giacabi a 11:55 | link | commenti
musica, bellezza