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domenica 30 novembre 2025

Streghe e inquisizione

 Inquisizione e caccia alle streghe: l’Italia si salvò grazie alla Chiesa

Ultimissime

11 Nov 2025

inquisizione streghe


Cosa dicono gli studiosi sulla caccia alle streghe e sull’Inquisizione? Quante streghe furono mandate al rogo in Italia? Dati e dichiarazioni che nessuno cita.


 


Inquisizione e streghe, un binomio che da sempre stuzzica anticlericali e storiografi dilettanti.


I quotidiani ci vanno a nozze, è accaduto ieri su “Il Fatto Quotidiano” con lo scrittore Massimo Novelli che, occupandosi di politica esterna è riuscito a parlare del «libro nero e criminale dell’Inquisizione».


Il motivo? La caccia alle streghe, scrive Novelli, che sarebbe avvenuta ai danni dei Valdesi: accuse che, «quasi sempre, portavano al rogo». Dati? Numeri? Statistiche? Ci mancherebbe altro!


Novelli si limita a dire che furono «tante» le donne condannate alla pena capitale per stregoneria. Ma l’unica che riesce a portare come esempio è Margherita di Saluzzo-Cardè che fu arrestata per idee eretiche e poi le fu «concessa la libertà».

Gli articoli che odorano di mitologia anticlericale si sentono da lontano, e non solo per l’assenza di fonti bibliografiche.


La Chiesa nel Medioevo negava la stregoneria

Non c’entra essere credenti o no, piuttosto conta essere preparati sul tema. E’ pieno di storici e studiosi (spesso rigorosamente laici) da consultare per avere un quadro reale su streghe e Inquisizione.

Si può partire da Adriano Prosperi, tra i maggiori esperti italiani, secondo cui «le autorità cattoliche non solo furono sollecite nel negare la realtà del sabba ma furono anche particolarmente miti nel trattare l’universo intero della superstizione e la stregoneria in specie»1.


Anzi, aggiunse l’eminente storico, «gli studi storici hanno mostrato senza ombra di dubbio che» se la caccia alle streghe in Italia e Spagna fu un fenomeno quasi inesistente lo si deve «proprio grazie all’atteggiamento assunto dalle autorità ecclesiastiche»2.


Già dalla fine del I secolo, con il Canon episcopi (906 d.C.), la Chiesa negava l’esistenza delle streghe sostenendo che «chiunque è così stupido e folle da credere a storie tanto fantasiose è da considerarsi un infedele, perché ciò deriva da un’illusione del demonio»3.


 


I vescovi salvavano la vita alle streghe

Marina Montesano, ordinario di Storia medievale all’Università di Messina, ha sottolineato infatti che la «posizione ufficiale della Chiesa» era «di considerare queste credenze come semplici “superstizioni” piuttosto che vere minacce»4.


Seguono varie documentazioni in cui la storica elenca gli interventi papali verso re e principi con la richiesta di salvaguardare la vita alle donne accusate di aver scatenato tempeste o diffuso pestilenze5.


Così anche i vescovi come Giovanni di Salisbury che nel “Policraticus” chiede di «rifiutarsi di ascoltare tali bugie e non pensare mai a follie e sciocchezze del genere»6.


Per tutto il Medioevo, scrive l’antropologo britannico Norman Cohn, «fu l’élite colta che, in nome della dottrina cristiana, rifiutò l’esistenza delle streghe notturne mentre la gente comune continuava a credervi. La Chiesa negò questa credenza e la condannò come superstizione pagana».


 


L’inizio della caccia alle streghe

Il problema delle streghe nacque con l’avvento dell’umanesimo e con i grossi cambiamenti sociali ed economici alla fine del Medioevo. Le tesi dei catari sull’immenso potere di Satana e del suo controllo degli affari mondani, ha spiegato Brian Levack (University of Texas) 7, docente di Storia all’Università del Texas, condizionarono profondamente i popoli ma anche molti ecclesiastici.


Iniziò così a prendere piede il collegamento tra stregoneria e satanismo. Pur, specifica Andrea Del Col (Università degli Studi di Trieste), «senza il diretto avvallo di un documento papale»8.


Per Brian Levack la vera «condizione necessaria» per l’emergere delle caccia alle streghe in Europa fu la nascita dello Stato moderno: «Se lo Stato non avesse acquisito un immenso potere giudiziario, che si manifestò con l’adozione del processo inquisitorio e che fu rivolto sia contro i traditori che contro le streghe con effetti ugualmente devastanti, la caccia non si sarebbe mai verificata»9.


Fu così che iniziarono i primi processi, a seguito di denunce di persone rimaste realmente danneggiate da rituali “magici”: «I malefici erano realmente praticati», ha spiegato Norman Cohn, «alcune donne hanno davvero cercato di ferire o uccidere le persone o animali, distruggere raccolti o proprietà, con mezzi occulti»10.


 


Quante streghe morte per l’Inquisizione in Italia?

Ed eccoci ai casi di esecuzioni di “streghe”, in Europa eseguiti dai tribunali secolari e in Italia da quelli ecclesiastici.


Restando nel Belpaese, dal 1400 a parte del 1500 furono emesse circa 260 condanne di morte, il 38% di tutti i processi istituiti (22% degli uomini ed il 40% delle donne)11.


Lo storico Andrea Del Col precisa che «nonostante gli interventi e le inchieste da parte del nunzio pontificio, di altri vescovi e di commissari del papa, altri processi ebbero luogo fino al 1521»12.


Oggi riteniamo giustamente che anche una sola condanna a morte fosse troppa, ma i numeri indicano circa 2,5 esecuzioni all’anno nel secolo più cruento. Siamo lontanissimi dallo sterminio immaginato dalla cultura popolare.


Questi dati, ormai indubitabili, hanno spinto uno studioso notoriamente laico come Peter Godman (Università di Tubinga) a domandarsi:


«L’Italia fu risparmiata dalla caccia alle streghe che durante la Riforma infuriò nel Sacro Romano Impero e, più tardi, in Svezia, Polonia, Boemia e Ungheria. Ciò accadde forse perché la Chiesa cattolica, nonostante le critiche dei suoi detrattori, si rivelò più umana delle autorità dei Paesi nordici?»13

Molta di questa narrazione distopica deriva anche dal protestantesimo che ha cercato di affibbiare alla chiesa cattolica la responsabilità dell’inquisizione. Poi la società secolarizzata ha pensato bene di cavalcare l’onda ed usarla come argomento per portare avanti la loro “fede” materialista.i 

mercoledì 17 febbraio 2016

La morte di Giordano Bruno? Smontiamo ancora una volta la leggenda anticlericale

Il Timone

La morte di Giordano Bruno? Smontiamo ancora una volta la leggenda anticlericale
Il Timone

La morte di Giordano Bruno? Smontiamo ancora una volta la leggenda anticlericale
Il 17 febbraio scorso alcuni hanno celebrato l’anniversario della morte sul rogo di Giordano Bruno in piazza Campo de’ Fiori, un episodio (si veda Sergio Luzzato, già noto per le sue crociate contro il crocifisso appeso ai muri dei luoghi pubblici) che sarebbe l’emblema della tirannia della Chiesa sul libero pensiero.

Eppure chi ha studiato per quasi quarant’anni le carte del processo, come il celebre e laicissimo storico Luigi Firpo, filosofo del diritto e della morale, ha spiegato che questa lettura degli eventi è storicamente infondata. La vicenda di Bruno fa parte della retorica anticlericale da parecchio tempo ma è molto più complessa per essere liquidata secondo i facili schemi ideologici, senza contestualizzare i fatti nell’intricato groviglio di problematiche storiche, politiche, teologiche, filosofiche, scientifiche, epistemologiche, giuridiche di allora.

Nel suo famoso libro, “Il processo di Giordano Bruno” (Edizioni Scientifiche Italiane, 1949) lo storico Firpo ha innanzitutto smontato la leggenda di un Giordano Bruno filosofo e razionale, spiegando che in realtà era affascinato dall’«arte del successo, dall’oscuro fascino che avvince le anime e le fa strumenti del dominatore, fidava nei segreti di un’arte magica capace di operare sulle coscienze piegandole alla propria volontà, sentiva inoltre che la grande fede poteva trascinare l’inerzia della materia e del senso e compiere miracoli. Studiando e professando fervidamente in quegli anni l’arte divinatoria e magica, accostandosi con invincibile curiosità alla un tempo disprezzata astrologia, egli crede di procacciarsi gli strumenti del dominio» (p. 8). L’obiettivo di Bruno era sovvertire il Pontefice all’arte magica e rifondare il cristianesimo nominandosi nuovo profeta, tanto che Firpo parla dell’«immaturità stessa del Bruno all’impresa, quella sua cieca fede in arti occulte di cui non aveva la minima esperienza, la sua stessa condizione di straniero, ignoto se non sospetto, palesemente inadeguato a dare l’avvio a sì gran flusso di eventi. Ma sopratutto l’intima debolezza del proposito, tanto fervido quanto indeterminato, fluttuante fra l’estremismo della “setta di Giordanisti”, nuova religione naturalistica che avrebbe avuto nel Nolano il suo profeta-legislatore, ed un assai più moderato disegno di riforma interiore del Cristianesimo» (p. 8).

Per questo motivo ritornò in Italia nell’agosto del 1591, ma venne denunciato dal suo amico Giovanni Mocenigo. Nel 1591 iniziò il processo che si concluderà nel 1593 con un sostanziale “non luogo a procedere”. A seguito di nuove denunce e testimonianze vi fu una seconda fase del processo, che durò dal 1593 fino al rifiuto della ritrattazione e all’esecuzione capitale nel febbraio del 1600. Firpo descrive anche il periodo trascorso nel carcere dell’Inquisizione durante il processo, dove venne trattato con tutto rispetto: «letto e tavola, con lenzuola, tovaglie e asciugamani da mutarsi due volte la settimana, veniva di sovente condotto davanti la Congregazione per riferire in merito alle sue necessità materiali, aveva comodità di barbiere, bagno, lavanderia e rammendatura, provvista di capi di vestiario, vitto non scadente e financo il vino» (p. 29). Al contrario di quanto scrive qualcuno, in nessuna occasione venne torturato.

Dopo diversi interrogatori vennero confermate le accuse di eresia mossegli dai testimoni chiamati a deporre, tuttavia più volte si tentò di archiviare il processo invitando l’accusato a respingere semplicemente tali accuse. Come ha spiegato Firpo «la sua risposta avrebbe avuto valore decisivo nella risoluzione della causa, poiché, non essendo egli relapsus, l’impenitenza lo votava a quella morte certa, che l’abiura escludeva in modo altrettanto sicuro: le otto proposizioni significavano l’aut aut fra il rogo ed una detenzione di non molti anni» (p. 68). Si evidenzia anche che l’intervento nel processo del card. Roberto Bellarmino (santificato dalla Chiesa) è circondato da «una specie di leggenda» tanto da che «fu assunto dalla storiografia ottocentesca a simbolo della reazione intransigente e fanatica contro l’araldo dei nuovi tempi». Purtroppo, ha proseguito lo storico, «nessuno si è curato di render ragione a un apologeta del santo Cardinale, che aveva giustamente rilevata la data assai tarda del suo ingresso nella Congregazione rispetto alla lunga vicenda del processo bruniano» (p. 68), oltretutto cercando anche lui di salvare l’accusato.

Tuttavia Bruno – definito «dogmatico e intransigente, commisto di orgoglio sprezzante, litigiosità, volgarità, volubile mutevolezza», (p. 87) -non solo non volle approfittare delle tante occasioni offertegli di ritrattazione e respingimento delle accuse, ma aggravò volontariamente la sua situazione giustificando l’irriverenza verso il Pontefice, «le orrende bestemmie, i gesti insultanti, le affermazioni perturbatrici del sentimento cristiano delle anime pie», gli insulti a Cristo («ingannatore e mago, e che a buon diritto fu impiccato», disse, p. 79) ai cristiani e alla loro fede. Nel dicembre 1595 «il consesso operò un estremo tentativo ed impose ai due più autorevoli confratelli del Nolano, il generale Beccaria e il procuratore Isaresi, di recarsi nella cella dell’ostinato per convincerlo, mostrargli i suoi errori, chiarirgli le enunciazioni ch’egli avrebbe dovuto abiurare, indurlo a penitenza» ma «Giordano respinse ogni raccomandazione» (p. 77), convalidando così «la massa ingente delle testimonianze» (p. 79). Bruno venne consegnato al braccio secolare e al Governatore di Roma, comunque sempre accompagnato da «visite quotidiane di teologi e confortatori» (p. 80).

In conclusione lo storico laico critica la leggenda nera creatasi attorno a Giordano Bruno, «le belle favole degli eroi, costruzioni siffatte si reggono solo fin quando il fermo dato analitico non sopravviene a dissipare l’alone poetico e v’è financo il pericolo, quando ciò accade, che anche l’intima verità che s’era vestita di quei colori leggendari venga frettolosamente negletta» (p. 81). I dati storici hanno anche smentito «in maniera apparentemente inoppugnabile il mito del Bruno “eroe del pensiero”». «E’ tempo ormai», scrisse ancora, «che la lunga polemica sul suo nome si plachi e ch’egli non sia più idolo di ottuse venerazioni né vittima di avvelenate calunnie». Ricordando anche: «il processo fu condotto secondo il rispetto della più stretta legalità, senza acredine preconcetta, semmai con accenni di tollerante comprensione per l’eccezionale personalità dell’inquisito. Fare del caso del Bruno un punto di partenza per mettere sotto inchiesta l’istituto complesso dell’Inquisizione implicherebbe un capovolgimento del problema talmente arbitrario da pregiudicare ogni ragionevole soluzione, basti riconoscere alla Chiesa facoltà di legiferare nel suo campo con sanzioni che rispondono alle concezioni ed agli usi dei tempi, constatare la situazione veramente drammatica della cattolicità nell’ultimo decennio del ‘500».

Nonostante questo concordiamo con Firpo sul fatto che «Bruno rimane la vittima di una intolleranza» ed infatti nel febbraio 2000 il segretario di Stato Vaticano, Angelo Sodano, ha parlato di «triste episodio della storia cristiana moderna», di Bruno «sembra acquisito che il cammino del suo pensiero, svoltosi nel contesto di un’esistenza piuttosto movimentata e sullo sfondo di una cristianità purtroppo divisa, lo abbia condotto a scelte intellettuali che progressivamente si rivelarono, su alcuni punti decisivi, incompatibili con la dottrina cristiana». «Resta il fatto che i membri del Tribunale dell’Inquisizione lo processarono con i metodi di coazione allora comuni, pronunciando un verdetto che, in conformità al diritto dell’epoca, fu inevitabilmente foriero di una morte atroce. Non sta a noi esprimere giudizi sulla coscienza di quanti furono implicati in questa vicenda. Quanto emerge storicamente ci dà motivo di ritenere che i giudici del pensatore fossero animati dal desiderio di servire la verità e promuovere il bene comune, facendo anche il possibile per salvargli la vita. Oggettivamente, tuttavia, alcuni aspetti di quelle procedure e, in particolare, il loro esito violento per mano del potere civile non possono non costituire oggi per la Chiesa – in questo come in tutti gli analoghi casi – un motivo di profondo rammarico. Il Concilio ci ha opportunamente ricordato che la verità “non si impone che in forza della verità stessa” (Dignitatis humanae 1). Essa va perciò testimoniata nell’assoluto rispetto della coscienza e della dignità di ciascuna persona».

martedì 14 febbraio 2012

Inquisizione


La storica Montesano: «l’Inquisizione? Questione protestante e rinascimentale»
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La leggenda dell’Inquisizione viene spesso usata, oltre per attaccare il cattolicesimo, anche per tenere viva l’accusa al Medioevo di essere un “periodo buio”. Tanto buio che tutte le più grandi invenzioni, dagli ospedali alle università, emersero proprio in quell’arco storico! Tuttavia sono leggende popolari, per l’appunto, mentre gli storici hanno già più volte dimostrato di pensarla diversamente. E’ il caso recente di Marina Montesano, ricercatore di storia medievale presso l’Università di Genova la quale, in un articolo per “Il Manifesto”, recensisce due libri storici sulla “caccia alle streghe” appena pubblicati.
Il suo giudizio a ristabilire la verità sul Medioevo è netto: «proprio durante il fiorire del Rinascimento si elaborarono idee e strumenti atti a perseguire le streghe, e fu in piena età moderna che si registrarono in Europa le condanne più gravi e numerose». Continua, «per la caccia alle streghe si può schematicamente delineare uno sviluppo in tre fasi differenti: un diffondersi sporadico di processi e condanne capitali che terminò intorno al 1550-1560; un incremento notevole tra quest’epoca e il 1660, fase che costituì l’apice della caccia in Europa; dopo questa data e fino alla metà del XVIII secolo si ebbe una diminuzione generalizzata dei processi, ma anche il loro arrivo in aree precedentemente risparmiate». I numeri non sono poi certo quelli propagandati dai vari Corrado Augias & Co: «la storiografia è in grado di proporre dati probabili: nell’intero periodo tra metà Quattrocento e metà Settecento le condanne alla pena capitale oscillano tra le 40mila e le 60mila, nonostante la pubblicistica in materia dia spesso cifre palesamente assurde, che arrivano addirittura a parlare di milioni di vittime».
E’ importante anche concentrarsi sull’area geografia maggiormente coinvolta in questa pratica, ovvero quella germanica e protestantizzata: «un’area, quella tedesca del Sacro Romano Impero, comprendente territori cattolici quanto protestanti, in cui la caccia alle streghe mieté il numero maggiore di vittime. È una disparità che colpiva anche i contemporanei, se il gesuita Friedrich Spee poteva scrivere, nella serrata critica alle modalità dei processi tedeschi espressa nella Cautio criminalis del 1631, che la Germania sembrava essere «tot sagarum mater»: «madre di così tante streghe». Circa la metà delle condanne capitali europee furono comminate in Germania». E la causa, continua la storica, fu sopratutto la Riforma e l’estrema frammentazione del potere politico: «Lutero e Calvino non sembrano aver dato molto peso alla stregoneria e nessuno dei due riformatori elaborò una forma di demonologia innovativa, ma il Diavolo esercitava a loro avviso un potere reale nel mondo; i riformatori facevano dunque dell’impegno contro Satana quasi un’ossessione. È indubbio che, essendo le streghe emissarie del diavolo e complici nei suoi misfatti, nel mondo riformato si ponevano le premesse per una «caccia» intensa e determinata».
I revisionisti anti-cattolici citano anche ossessivamente l’Inquisizione spagnola (area cattolica) come il capro espiatorio della caccia alle streghe. Ma la Montesano chiarisce: «Il paragone tra la Germania e la Spagna è istruttivo: nella penisola iberica, vittima di una secolare «leggenda nera», si ebbe in realtà un uso giudiziario della tortura assai moderato e un numero di vittime molto basso, se paragonato all’Europa centro-settentrionale; i tribunali erano infatti restii a comminare la pena capitale, preferendo generalmente condanne più blande. Inoltre, le accuse erano più simili a quelle tradizionali di magia, piuttosto che di stregoneria per così dire «moderna», cioè corredata di patti e omaggi demoniaci, volo magico, infanticidi e via dicendo». Quante furono le streghe condannate a morte in Spagna? «più di cento in Catalogna nei soli anni 1610-1625, ma venti-trenta sotto l’Inquisizione negli oltre cento tra 1498 e 1610. In totale le condanne a morte dovrebbero aggirarsi intorno alle 300». Ancora meno se l’autorità centralizzata fosse stata forte e capace di incidere.
Riassumendo dunque si può dire che il Medioevo ebbe davvero poco a che vedere con la “caccia alle streghe”, attività che in grandissima parte avvenne in ambito protestante. Il pensiero è decisamente simile a quello di Jean Dumont, uno dei maggiori specialisti mondiali sull’Inquisizione spagnola, il quale in quest’interessante intervista aggiunge un dato sulla presunta e “terribile macchina da morte” spagnola: «nell’epoca di maggiore voga della tortura, in Spagna, a Valenza, su duemila processi dell’Inquisizione, nell’arco che va dal 1480 al 1530, sono stati ritrovati dodici casi di tortura».

Postato da: giacabi a 19:59 | link | commenti
medioevo, inquisizione

sabato, 17 febbraio 2007

L’INQUISIZIONE
in cifre vere
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Quando c'è di mezzo la Chiesa, calunnia calunnia, qualcosa resterà

di http://www.tempi.it/home.aspx

Per avere un quadro serio e obiettivo di quel fenomeno storico che va sotto il nome “Inquisizione”è ormai imprescindibile un volume edito nell'estate del 2004, Atti del Simposio Internazionale del grande Giubileo dell'Anno 2000, (pp. 786, Libreria Vaticana, 2004). Raccoglie l'esito di ricerche svolte da studiosi provenienti da tutto il mondo e di diversa estrazione culturale e religiosa. Il quadro, in estrema sintesi, è il seguente: tra il 1540 e il 1700 in Europa si svolsero oltre 100 mila processi per stregoneria e circa 50 mila imputati vennero messi al rogo dai tribunali civili. Il grosso dei processi si svolse nei paesi protestanti (1.000 esecuzioni in Italia contro 25 mila solo in Germania), mentre i tribunali della Chiesa cattolica misero al rogo meno di 100 persone. Per l'esattezza: 4 in Portogallo, 59 in Spagna, 36 in Italia. Pensate che abbia fatto notizia tutto ciò? Siamo nel 2006, l'ignoranza continua a imperare. E nei talk-show, sui giornali, nelle scuole, quando si parla di Inquisizione, chiunque può continuare a contar balle e a dare i numeri che vuole. L'importante è che si calunni la Chiesa cattolica. E, a proposito di calunnie, ve n'è una secondo la quale gli ebrei usavano uccidere i bambini cristiani a scopo rituale. Un' assurdità incompatibile con tutte le leggi ebraiche. Ma tant'è. Essa è molto in voga tra i tagliatori di teste ed è recentemente riemersa nel saggio di uno storico ebreo che, sia pur limitatamente ad alcuni episodi, pretenderebbe dimostrarne la fondatezza storica. Per Sergio Luzzatto, protagonista del lancio in Italia di questo saggio (Pasque di sangue, appunto) l'autore avrebbe compiuto un «gesto di inaudito coraggio intellettuale». Purtroppo c'è da non credergli punto. Visto che Luzzatto è anche il principale artefice del linciaggio a mezzo stampa di Gianpaolo Pansa e dei suoi saggi storici sulla Resistenza. Quelli sì «di inaudito coraggio intellettuale».