di Jean-Luc Marion a colloquio con Joséphine Bataille
Ci
tiene a non essere un filosofo mediatico. Jean-Luc Marion è un
intellettuale di fama, riconosciuto internazionalmente. Un anno fa è
stato ufficialmente accolto dall’Académie française e insediato nella
poltrona del cardinale Jean Marie Lustiger, di cui fu amico e
consigliere. Titolare della cattedra di metafisica alla Sorbona –
succeduto a Emmanuel Lévinas, per lui uno dei massimi filosofi del
ventesimo secolo – occupa all’università di Chicago quella che fu di
Paul Ricoeur. Ci consegna la sua riflessione su Dio, la fede e la Chiesa.
Lévinas, Ricoeur, Lustiger: cosa evoca in lei questa imponente triplice successione?
«Cerco di non pensare a queste cose che un po’ mi
spaventano, tanto più che non c’era nulla di premeditato. La mia vita è
come m’immaginavo che sarebbe stata – ho sempre saputo che, grossomodo,
avrei scritto libri di filosofia – eppure non avrei mai pensato che
sarebbe andata in modo così istituzionalmente completo. Metto le mie
opere una sopra l’altra, come si innalza un muro di mattoni; il resto è
venuto ogni volta come un di più, quasi con facilità. Che si traducano i
miei libri, che se ne scriva e che ciò crei un’immagine pubblica, non
dico che mi sia del tutto indifferente ma in un certo senso non è più
affar mio. Come se predisponessi le condizioni per uno sviluppo che, di
fatto, non controllo».
Filosofo per il quale la questione di Dio è un
tema fondamentale, lei è anche o innanzitutto un credente. Le due
dimensioni sono collegate?
«Nato in una famiglia cattolica ferma sui principi
ma disinvolta nei dettagli, non ho mai avuto conti in sospeso con la
religione né la sensazione che possa esserci un conflitto tra ragione e
fede. Ma ho sempre distinto gli ambiti. D’altra parte, per me, l’idea di
dover giustificare filosoficamente la fede cristiana è ridicola. Da
giovane ho sognato di diventare matematico, centravanti della squadra di
calcio del Racing Club di Francia e campione olimpico dei 1.500 metri;
ho preso in considerazione anche la pittura; dovevo scegliere e, dato
che mi piaceva riflettere e discutere, la mai scelta è caduta sulla
filosofia. Come tutte le attività, anch’essa può entrare in rapporto con
la fede, ma non si tratta di un rapporto privilegiato né obbligato. Si è
filosofo e cristiano come si è calciatore, pittore o falegname e
cristiano».
In che cosa i pensatori che proclamano la 'morte di Dio' sono stati fondamentali nella sua riflessione su Dio?
«Negli anni in cui studiavo filosofia si leggeva
Nietzsche e si parlava molto della 'morte di Dio'. Ma, alla fine, si
tratta di una dimensione essenziale della rivelazione cristiana, secondo
la quale Dio sopravvive alla propria morte e la integra! Dunque il tema
mi è apparso subito troppo serio per lasciarlo alla polemica
anticristiana. In realtà, che cos’è la 'morte di Dio' se non la
constatazione che la definizione di Dio che ci si è dati – lo si pensi
come origine del mondo, maestro della morale, responsabile del bene… –
non regge? Si fanno i conti non con Dio, bensì con una certa filosofia
(la metafisica) che ha costruito quel Dio. La 'morte di Dio' è la fine
di un Dio che doveva morire perché non era più Dio da molto tempo! Lungi
dal chiuderla, quei pensatori hanno riaperto la questione».
Per lei il punto non era tanto controbattere, quanto prendere atto di un fallimento del ragionamento filosofico?
«Che rapporto potrebbe avere Dio con tutte le
definizioni che gli imponiamo quando parliamo di lui? Coloro che credono
di sapere in cosa credono sono idolatri, proprio come quelli che
affermano di sapere in cosa non credono. Che sia impossibile accedere a
Dio come si accede al resto degli esseri è qualcosa su cui credenti e
non credenti concordano da sempre. Nessuno ha mai visto Dio, dice il
Vangelo di Giovanni (1, 18), e ci resta sempre profondamente
sconosciuto, riconosce anche san Tommaso nella Somma contro i Gentili ».
Non si possono avere certezze sulla questione di Dio?
«Per spiegare come va il mondo non abbiamo bisogno di Dio, 'ipotesi' inutile,
come diceva Laplace. D’altra parte, quando si consideri ciò che supera
ogni possibile esperienza umana si è obbligati a porsi la questione di
Dio, cioè di colui al quale nulla è impossibile. E a riconoscere al
tempo stesso che si tratta di una questione alla quale non potremo mai
rispondere da soli.
La peculiarità di Dio è di rientrare in ciò che a noi è impossibile. L’impossibile apre il luogo del divino».
Perché l’ateismo, secondo lei, manca di logica?
«Perché non si può affermare che Dio è impossibile
solo perché noi uomini non possiamo conoscerlo: Dio sfugge alla nostra
conoscenza per definizione! Quando si dice che non è possibile che Dio
esista, semplicemente si abbatte una rappresentazione di Dio che ci
eravamo fatti. Ma non si risolve certo la questione di Dio dimostrando
che non esisterebbe. La questione di Dio non può essere mai risolta al
negativo, resta aperta per definizione.
Sopravvive sempre alla 'morte di Dio', la storia del pensiero ne è
testimone. Dio è sempre almeno 'possibile'. Questa è una certezza, e già
dice molto!».
Dal momento che Dio è inconoscibile, in che modo la filosofia deve affrontare il tema di Dio?
«Interrogandosi non su ciò che Dio è – compito
illusorio – ma sulla modalità di relazione che possiamo avere con lui. I
pensatori della 'morte di Dio' hanno mostrato che entrare in un
rapporto di conoscenza con Dio era inappropriato alla questione di Dio,
poiché Dio non è un 'oggetto di conoscenza' come gli altri, che possa
essere descritto e definito. La questione andava posta in termini nuovi.
È quanto mi ha permesso di fare quella forma di filosofia che si chiama
fenomenologia: essa descrive il modo in cui le cose – o le persone – si
danno, si manifestano a noi, prima ancora che prendiamo a considerarle
come oggetti in un’ottica di conoscenza.
Ciò apre un campo di riflessione molto più ampio».
Dunque la Rivelazione non è una 'risposta' alla questione dell’esistenza di Dio…
«I credenti sono persone che centrano la questione di Dio sulla
modalità di relazione che possiamo avere con lui. Ci ama? È amabile? Si
ha accesso a lui? Salva dalla morte? Il cristianesimo è la rivelazione
che tale relazione è un Dio che dice: voi siete miei e io sono vostro».
Nel suo cammino di fede non è mai passato attraverso interrogativi così umani?
«Confesso, senza voler scioccare, di non avere mai
pensato seriamente che Dio non esistesse. E di non avere dubitato di un
solo articolo del Credo. In realtà, ho piuttosto difficoltà a
comprendere che si possa non credere, tanto più che invecchiando mi
appare sempre più evidente l’armonia delle cose. D’altra parte, la
possibilità per l’uomo di rifiutare l’evidenza è una questione
filosofica che m’interessa molto: tutta la vita è fatta di evidenze che
non si vedono.
Dunque non dubito dell’esistenza di Dio.
Dubito invece molto della mia, e questo mi sembra più razionale. Ci
sono sempre ottime ragioni per dubitare di sé: conoscersi è conoscere i
propri limiti. Ho sperimentato a volte, come tutti, difficoltà nel mio
modo di essere cristiano: si fa così spesso il male che non si vuole,
per riprendere la formula di san Paolo, e talvolta anche quello che si
vuole. Ma se non sempre ho fatto tutto quello che si deve fare quando si
è cristiani, non per questo ho concluso di dover cambiare la morale
cristiana».
In quale momento la filosofia cede il passo alla fede?
«Il ragionamento filosofico stabilisce
semplicemente che Dio è possibile. Non si è obbligati a spingersi oltre.
Se lo si fa, è possibile farlo in diversi modi: teologia, ma anche
poesia. Così la fede non è l’unico esito possibile della questione. Ma
non può nemmeno essere considerata un salto fuori della ragione: rientra
in un quadro assolutamente razionale».
La Rivelazione risponde alla questione lasciata aperta dalla filosofia?
«In realtà, no. Quando la Rivelazione arriva e
s’impone storicamente non porta una 'risposta', poiché viene a
modificare le domande facendo nascere una logica completamente nuova. La
Rivelazione produce la propria razionalità, che gli uomini possono
riconoscere, per quanto non sia il prodotto della loro intelligenza. E,
per i suoi effetti civilizzatori, la rivelazione giudaico-cristiana è in
buona posizione. Ha promosso lo sviluppo della pittura e della musica;
ha imposto alla filosofia domande che non si era mai posta in
precedenza; ha reclamato l’indipendenza della ragione e la laicità; a
partire dall’interrogarsi sulla rappresentazione del sacro nell’icona,
ha suscitato la riflessione sull’immagine, sulla sua capacità di
imitazione, sul legame che essa intreccia di fatto tra visibile e
invisibile».
Qual è il compito della teologia, se l’uomo non può dire nulla di Dio?
«La teologia deve partire dalla presa di coscienza
che Dio non si riassume in alcuna definizione: essa non è chiamata a
dire che cosa è Dio, ma come ci ama e come possiamo amarlo. In poche
parole, essa deve spiegare nel dettaglio il contenuto della Rivelazione,
che la spiritualità è un modo di mettere in opera».
Lei si è impadronito del vissuto amoroso. È questa, in definitiva, la questione centrale della filosofia?
«Ho sempre pensato che la realtà fosse solo una questione d’amore. Uno
dei motivi per i quali trovo che sia razionale diventare cristiani è
perché vi si parla al meglio dell’amore. Tutto quello che facciamo, in
un modo o nell’altro, lo facciamo per rispondere a un’interrogazione
amorosa, per sapere se amo e sono amato. Anche il motore della
conoscenza è l’amore, poiché ci interessiamo a ciò che ci 'piace'.
Dunque trovo irrazionale partire da un punto di vista diverso
dall’amore, quando la vita quotidiana ci mostra che solo l’amore è
determinante per l’uomo. E se l’amore fissa l’orizzonte ultimo della
condizione umana, di fatto diventa anche quello della razionalità».
Se la razionalità agisce di concerto all’amore, allora intelligenza e verità sono affari di cuore.
«Diciamo
che esistono livelli diversi di razionalità. Le questioni logiche,
matematiche, fisiche, tecniche, astratte non richiedono una razionalità
complessa, poiché in linea di principio se ne possono padroneggiare
tutti i parametri. L’arte, la politica, la fede e l’amore sono più
difficili della matematica, perché ci sono più informazioni contingenti
da gestire. Quando si ha a che fare con fenomeni di questo tipo è più
difficile sapere, dunque decidere, e si è più esposti all’errore. Ciò
non significa che questi fenomeni non possano dar luogo a decisioni
razionali. Ma hanno la loro forma
di dimostrazione, i loro criteri specifici e dunque una verità propria.
Si può assumere come vero che qualcuno ci ami da un insieme di
indicatori che nulla hanno a che fare con quelli della dimostrazione
scientifica, e tuttavia esserne certi!».
Queste verità complesse richiedono un’intelligenza superiore?
«Richiedono di giungere a collocarsi a un livello
di razionalità più inglobante. È per questo che i grandi santi sono
geniali: a partire dal punto di vista spirituale in cui si collocano,
comprendono meglio la realtà di fondo rispetto a chi resta al proprio
livello.
A mio vedere è il caso del cardinale Lustiger. È evidente che esiste
una razionalità superiore dell’amore. O dell’odio: Hitler, come altri
tiranni, era temibile non per l’efficacia tecnica ma per il progetto
morale.
Generalmente, quanti negano la realtà del bene e del male, e di ogni
dimensione spirituale, tralasciando una parte della complessità del
dato, si condannano a perdere razionalità, e questo vale per la
direzione politica del mondo. La rivelazione cristiana, al contrario, è
di grandissimo aiuto per accedere a tale visione dall’alto».
Che cosa pensa della riforma della Chiesa, lei che ha vissuto l’epoca del Concilio?
«Il Vaticano II, sul momento, non mi ha
interessato veramente e ci ho messo vent’anni ad accorgermi cosa era
stato detto di fondamentale. Un Concilio provoca sempre una crisi,
poiché interviene sui problemi esistenti; serve una generazione per
confermare la diagnosi e applicare quanto è stato percepito e avviato.
Oggi siamo a quel punto, e dunque è oggi che dobbiamo lavorare! Del
resto, le istituzioni sono imperfette per definizione.
Immaginarsi che ci possa essere una Chiesa senza rapporti di potere,
sognare un’istituzione pura e trasparente, mi pare infantile. La
santità, nella Chiesa, coesiste con le strutture di potere, non le
sostituisce. Tra i discepoli esistevano già rapporti di potere!».
La questione dell’istituzione ecclesiale per lei è importante?
«Confesso di non sentirmi direttamente implicato
nei suoi successi né nei suoi errori. Penso alla mia esperienza di
universitario che, in quarant’anni, ha visto passare una ventina di
riforme dell’università e ha capito che il suo mestiere non dipendeva da
tutte quelle fluttuazioni… Abbiamo spontaneamente un’interpretazione
politica e profana del potere nella Chiesa, come se si trattasse di una
qualsiasi multinazionale. Ma i problemi interni della Chiesa hanno
sempre avuto un’unica via di risoluzione: quando i santi prendono in
mano la situazione e creano nuovi movimenti, nuove spiritualità. Quello
che mi stupisce non è che ci siano difetti nella Chiesa. È che non ci
siano stati solo difetti e che essa si conservi da oltre venti secoli,
pur trattandosi solo di uomini peccatori, e tanto più visibilmente
peccatori in quanto pretendono di parlare in nome del Santo per
eccellenza. Detto ciò, ho sempre avuto
l’impressione di avere una grandissima libertà nella Chiesa cattolica e
non ho mai avuto difficoltà a esprimere la mia opinione quando ne avevo
una, a costo di inimicarmi i tradizionalisti o i progressisti. Nella
Chiesa, come nella società, il vero problema non è la libertà di parola.
È avere una parola che dica davvero qualcosa».
Lei è rimasto accanto all’arcivescovo di Parigi, Jean-Marie Lustiger, per vent’anni.
«Sì, ma in un certo senso Lustiger non era
l’istituzione. L’ho conosciuto nel 1968 al Quartiere latino, poi a
Sainte-Jeanne-de-Chantal dove mi recavo per ascoltare le sue omelie.
Così siamo diventati amici e l’ho frequentato molto, facendogli
conoscere quelli che frequentavo, come Emmanuel Lévinas. Quando è
diventato vescovo di Parigi ha istituzionalizzato quel rapporto: ho
fatto da consigliere e intermediario, in particolare per le questioni
intellettuali. Ma non si consigliava Lustiger, era piuttosto lui a
consigliare. Per il resto, sono un semplice battezzato, che è
praticante, paga l’obolo e conserva un fondo di anticlericalismo come
ogni vero cattolico. Semplicemente felice di vivere in questa Chiesa,
l’unica che abbiamo e che basta».
(traduzione di Anna Maria Brogi)