La Roccia Splendente

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martedì 26 agosto 2025

Charles Peguy

 

Il nostro amico Charles Peguy, cantore della speranza

Da
 Giovanni Fighera
 -
 25 Agosto 2025
25


Diventare amici di Peguy, entrare a far parte della sua compagnia: questo è il desiderio con cui Giorgio Bruno ha scritto il bel saggio Charles Peguy. Amico presente (edizioni Ares).

E leggendo le pagine ci sentiamo compagni di viaggio di un uomo grande e vero. Ci sentiamo anche noi in attesa con lui sulla collina di Montmélian, il 5 settembre 1914. Peguy ha appreso che sono morti gli altri superiori in grado. Deve prendere lui il comando, in mezzo alla schiacciante superiorità dei tedeschi.
Nelle ore che precedono la battaglia, Peguy raccoglie dei fiori per ornare la statua di Maria  in una cappella della Madonna Assunta. E prega. «Ha approfittato di tutta la luce possibile di un tardo pomeriggio di settembre per cercare con cura i migliori fiori da portarLe. Ha sicuramente scelto i più belli» (Giorgio Bruno).
Charles Péguy è il poeta dell’attesa, il cantore della speranza. Non quella facile, non quella ottimista, ma quella che nasce nel dolore, nella carne, nella fedeltà. È il padre che ha messo i figli tra le braccia della Madonna. È l’uomo che ha capito che la speranza è una bambina. Ma è lei, la più piccola, che muove il mondo.
La conversione non è un fatto intellettuale. È un incontro. È una ferita che si apre per lasciar entrare la luce. E Péguy, quella luce, l’ha lasciata entrare. E ci ha insegnato che, anche quando tutto sembra perduto, la speranza resta.

In un mondo dominato dal positivismo, dove solo ciò che è misurabile e tangibile sembra esistere, Charles Péguy (1873-1914) è figlio di un tempo che ha sostituito Dio con l’uomo. Cresce in una Francia intrisa di razionalismo, dove la fede è considerata superstizione e la speranza è riposta esclusivamente nell’azione politica.
Il giovane Péguy abbraccia il socialismo con passione: crede che l’uomo possa cambiare il mondo, redimere la società corrotta, costruire una civiltà nuova. La sua speranza è tutta umana, tutta terrena. Ma la vita, come spesso accade, lo conduce altrove.

Un matrimonio senza sacramenti
Péguy si sposa con Charlotte, una donna che condivide con lui l’impegno politico e la visione socialista. Hanno tre figli, ma nessuno viene battezzato. Charlotte non è credente. Péguy non può accedere ai sacramenti perché si è sposato con rito civile. Vive una fede mutilata, una tensione interiore che lo lacera. Eppure, non abbandona la famiglia. Nonostante si innamori di una giovane collaboratrice dei Cahiers, rimane fedele alla moglie. La sua vita è già una forma di offerta, una croce portata in silenzio.

La conversione: il Padre Nostro che non riesce a dire
Nel 1907, qualcosa cambia. Péguy si converte. Non è un gesto esteriore, ma una rivoluzione interiore. Scrive all’amico Joseph Lotte che per diciotto mesi non riesce a recitare il Padre Nostro. Perché? Perché ogni parola è vera, e lui non riesce a dire «sia fatta la tua volontà» senza tremare. La sua fede non è abitudine, è carne viva. È lotta. È verità.
Durante quel periodo, riesce a recitare solo l’Ave Maria. Perché la Madonna, dice, è colei davanti alla quale possiamo portare tutta la nostra miseria. È la madre che non giudica, che accoglie, che salva. La preghiera alla Madonna è sempre possibile, anche quando tutto sembra crollare.

Il vero avventuriero? Il padre di famiglia
Péguy sa cosa significa essere padre. Sa cosa significa tremare per la salute dei figli, che all’epoca potevano morire per una semplice febbre. In Véronique, scrive che il vero avventuriero non è l’esploratore, non è il soldato, ma il padre di famiglia. Colui che ogni giorno affronta la vita, scommettendo sulla speranza. E questa intuizione, che sembra così semplice, è in realtà profondissima. Perché oggi come allora, essere madre e padre è un atto di coraggio. È un atto di fede.

La speranza: la più piccola, la più grande
Nel 1911, Péguy scrive Il portico del mistero della seconda virtù, una delle opere più luminose della letteratura cristiana. In questo poema, fa parlare Dio. E Dio dice qualcosa di sorprendente: «La fede è facile. Ho fatto il mondo così bello che non dovrebbe essere difficile credere. Anche la carità è facile. Come si fa a non amare i poveri, i bambini, gli affamati? Ma la speranza… la speranza è la più difficile. Eppure è quella che mi stupisce di più». La speranza è descritta come una bambina piccola, che cammina a braccetto con le sorelle maggiori, la fede e la carità. Tutti pensano che siano le sorelle grandi a trascinarla. Ma è lei, la più piccola, che muove tutto. È lei che ci fa alzare al mattino, che ci fa costruire, che ci fa amare. È lei che ci fa vivere.

Le parabole della speranza
Péguy rilegge le parabole evangeliche con occhi nuovi. Quelle che abbiamo sempre chiamato «parabole della misericordia» – il figlio prodigo, la dramma perduta, la pecorella smarrita – sono, per lui, parabole della speranza. Perché parlano di un Dio che non si rassegna. Di un Dio che cerca. Di un Dio che festeggia per chi ritorna. La donna che cerca la moneta, il pastore che lascia le novantanove pecore per cercarne una: sono immagini di una speranza che non si arrende mai.

I figli malati e le braccia della Madonna
C’è un passaggio struggente nel Portico del mistero della seconda virtù, che è anche autobiografico. Péguy racconta di un padre di famiglia che ha i figli malati. Non sa più cosa fare. È disperato. E allora decide di affidarli alla Madonna. Li pone nelle sue braccia. E da quel momento, tutto cambia. Non perché i figli guariscano, ma perché il padre ritrova la pace. Perché capisce che non è il proprietario dei suoi figli, ma solo l’affittuario. Il vero padrone è Dio. E Dio provvede. Questa immagine è una delle più potenti della letteratura cristiana. È il gesto di chi si spoglia, di chi si affida, di chi riconosce che la vita è dono. E che il dono va restituito.

Il mistero dei Santi Innocenti
Péguy conclude il suo cammino poetico e spirituale con una riflessione sul mistero dei Santi Innocenti. Quei bambini uccisi da Erode, che non hanno fatto nulla, ma che sono già martiri. Perché la santità non è conquista. È grazia. È dono. È purezza. E in quei bambini, Péguy vede il volto della speranza. La speranza che non si misura, che non si calcola, che non si merita. Ma che salva.

La guerra e la morte – 5 settembre 1914
Péguy muore giovane, a 41 anni, durante la battaglia della Marna. Il 3 settembre, raccoglie fiori per portarli alla cappella della Madonna Assunta. Il 5 settembre, deve dare l’ordine di attaccare: i tedeschi sono nascosti nel bosco, i suoi uomini in campo aperto. È morte certa. Ma lui non si tira indietro. Alle 17 un proiettile lo colpisce alla fronte. Le sue ultime parole:
«Mio Dio, mio Dio, eccomi».

La stanza accanto
La morte non è niente. È solo il passaggio nella stanza accanto. Péguy lo ha detto con la vita. E la moglie, Charlotte, lo ha capito. Dopo la sua morte, battezza i figli. Si battezza lei stessa. E ogni anno, finché le forze glielo permettono, va in pellegrinaggio a Chartres, come lui aveva chiesto. La speranza non è finita. Ha solo cambiato stanza.

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domenica 15 maggio 2022

MARIA MADRE NOSTRA

 "Ci sono giorni nella vita in cui si sente 

di non potersi più accontentare dei santi patroni. 

Allora bisogna prendere il coraggio a due mani 

e rivolgersi direttamente a colei che è al di sopra di tutto. 

Essere coraggiosi. Per una volta.

Rivolgersi coraggiosamente a colei che è infinitamente bella. Perché è infinitamente buona. 

A colei che intercede.

La sola che possa parlare con l’autorità di una madre. 

Rivolgersi coraggiosamente a colei che è infinitamente pura. Perché è infinitamente dolce. 

A colei che è infinitamente nobile, 

perché è anche infinitamente cortese. 

Infinitamente accogliente" 


C. Péguy

La Santa Vergine

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giovedì 1 aprile 2021

GESÙ NON È VENUTO A RACCONTARCI FRIVOLEZZE

 GESÙ NON È VENUTO A DIRCI FRIVOLEZZE

***

IL PORTICO DEL MISTERO DELLA SECONDA VIRTÙ*

(Charles Péguy, 1873-1914)

IL PORTICO DEL MISTERO DELLA SECONDA VIRTÙ*

(Charles Péguy, 1873-1914)

Gesù Cristo, bambina, non è venuto per dirci frivolezze,

Capisci, non ha fatto il viaggio di venire sulla terra,

Un grande viaggio, detto tra di noi,

(E stava così bene là dove era.)

(Prima di venire.

Non aveva tutte le nostre preoccupazioni.)

Non ha fatto il viaggio di scendere sulla terra

Per venire a contarci indovinelli

E barzellette.

Non c’è il tempo di divertirsi.

Lui non ha messo, non ha impiegato, non ha speso

I trentatré anni della sua vita terrestre,

Della sua vita carnale,

I trent’anni della sua vita privata, 

I tre anni della sua vita pubblica,

I tre giorni della sua passione e della sua morte,

(E nel limbo i tre giorni del suo sepolcro,)

Non ha messo, non ha impiegato, non ha speso tutto questo

I suoi trent’anni di lavoro e i suoi tre anni di predicazione e i suoi tre giorni di

passione e di morte, 

I suoi trentatré anni di preghiera,

La sua incarnazione, che è propriamente il suo incarnamento, 

La sua messa in carne e in carnale, la sua messa in uomo e la sua messa in croce

e la sua messa nella tomba,

La sua messa nel carnale e il suo supplizio,

La sua vita d’uomo e la sua vita d’operaio e la sua vita di prete e la sua vita di

santo e la sua vita di martire,

La sua vita di fedele, 

La sua vita di Gesù,

Per venire in seguito (nello stesso tempo) a contarci frottole.

Non ha messo, non ha impiegato, non ha speso tutto questo.

Non ha fatto tutta questa spesa

Considerevole 

Per venire a darci, per darci in seguito

Degli indovinelli

Da indovinare

Come uno stregone.

Facendo il furbo.

No, no, bambina, e Gesù non ci ha neanche dato delle parole morte

Che noi dobbiamo chiudere in piccole scatole

(O in grandi.)

E che dobbiamo conservare in (dell’) olio rancido

Come le mummie d’Egitto.

Gesù Cristo, bambina, non ci ha dato delle conserve di parole

Da conservare,

Ma ci ha dato delle parole vive

Da nutrire.

Ego sum via, veritas et vita,

Io sono la via, la verità e la vita.

Le parole di (della) vita, le parole vive non si possono conservare che vive,

Nutrite vive,

Nutrite, portate, scaldate, calde in un cuore vivo.

Per nulla conservate ammuffite in piccole scatole di legno o di cartone.

Come Gesù ha preso, è stato costretto a prendere corpo, a rivestire la carne

Per pronunciare queste parole (carnali) e per farle intendere,

Per poterle pronunciare,

Così noi, ugualmente noi, a imitazione di Gesù,

Così noi, che siamo carne, dobbiamo approfittarne,

Approfittare del fatto che siamo carnali per conservarle, per scaldarle, per nutrirle

in noi vive e carnali,

(Ecco ciò che gli angeli stessi non conoscono, bambina, ecco cosa non hanno

provato.)

Come una madre carnale nutre, e fomenta sul suo cuore il suo ultimo nato,

Il suo lattante carnale, sul suo seno,

Ben posato nella piega del suo braccio,

Così, approfittando del fatto che siamo carnali,

Dobbiamo nutrire, abbiamo da nutrire nel nostro cuore,

Con la nostra carne e col nostro sangue,

Col nostro cuore,

Le Parole carnali,

Le Parole eterne, temporalmente, carnalmente pronunciate.

Miracolo dei miracoli, bambina, mistero dei misteri.

Perché Gesù Cristo è divenuto nostro fratello carnale

Perché ha pronunciato temporalmente e carnalmente le parole eterne,

In monte, sulla montagna, 

È a noi, infermi, che è stato dato,

È da noi che dipende, infermi e carnali,

Di far vivere e di nutrire e di mantenere vive nel tempo

Quelle parole pronunciate vive nel tempo.


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domenica 14 febbraio 2021

I bambini secondo Peguy

 

I bambini secondo Peguy

15 Maggio 2016 ziomax

Tutto quello che si fa lo si fa per i bambini.
E sono i bambini che fanno fare tutto.
Tutto quel che si fa.
Come se ci prendessero per mano.
…….
Cosa si farebbe, cosa si sarebbe, mio Dio, senza i bambini.
Cosa si diventerebbe.
Delle zitelle in una catapecchia.
In una capanna diroccata che si demolisce ogni giorno di più
.
Che si consuma via via.
Delle vecchie che invecchiano tutte sole e che si annoiano in una baracca.
Delle donne senza figlioli.
Una razza che si spegne.
….
Poichè non si lavora che per loro.
E non si fa nulla se non per loro.
E che tutto quel che si fa nel mondo non si fa che per loro.
Viene da questo quella loro aria sicura.
Cosi piacevole a vedersi.
Quello sguardo franco, quello sguardo insostenibile a vedersi
e che sostiene tutti gli sguardi.
Così dolce, così piacevole a guardarsi.
Quello sguardo insostenibile a sostenersi.
Quello sguardo franco, quello sguardo diritto che hanno, quello
sguardo dolce, che viene diritto dal paradiso.

Così dolce a vedersi, e a ricevere, quello sguardo di paradiso.
Da questo viene quella loro fronte.
Quella fronte sicura.
Quella fronte diritta, quella fronte convessa, quella fronte quadrata, quella fronte alta.
Quella sicurezza che hanno.
E che è la sicurezza stessa.
Della speranza.

Beati bambini;
Beata speranza.
Beata infanzia.
Tutto il loro piccolo corpo, tutta la loro piccola persona,
tutti i loro piccoli gesti, sono pieni, grondano, traboccano di una speranza.
Risplendono, traboccano di un’innocenza.
Che è l’innocenza stessa della speranza.

Sicurezza, innocenza unica.
Sicurezza, innocenza inimitabile.
Ignoranza del bambino, innocenza accanto alla quale la santità stessa,
la purezza del santo non è che spazzatura e decrepiteza.
Sicurezza, ignoranza, innocenza del cuore.
Giovinezza del cuore.
Speranza; infanzia del cuore.
Dolci bambini, bambini inimitabili, bambini fratelli di Gesù.
Giovani bambini.
Bambini accanto ai quali i più grandi santi non sono che vecchiaia e decritezza.

Bambini, è per questo che siete i padroni e comandate nelle case.
No sappiamo bene il perchè.
Uno sguardo, una parola da voi fa piegare le teste più dure.
Voi siete i padroni e noi lo sappiamo bene.
losappiamobene il perchè.
Voi siete tutti dei bambini Gesù.
E quale uomo, quale pazzo, quale bestemmiatore oserebbe dirsi un uomo Gesù.
Quale santo, il più grande santo oserebbe soltanto pensarvi.
E anche voi lo sapete bene che siete i padroni di casa.
La vostra voce lo dice, il vostro sguardo lo dice,
e i vostri capelli ricciuti e la vostra testa sbarazzina.
E quando chiedete qualcosa, lo chiedete come
uno che rida perchè è ben sicuro di averla.
Voi sapete bene che l’avrete.

Voi bambini imitate Gesù.
Non l’imitiate. Siete dei bambini Gesù.
Senza accorgervene, senza saperlo, senza volerlo.
…..

E quante volte, quando penano tanto nelle loro prove
Ho voglia, sono tentato di metter loro la mano sotto la pancia
Per sostenerli nella mia larga mano
Come un padre che insegna a nuotare a suo figlio
Nella corrente del fiume
E che è diviso tra due sentimenti
Perchè da una parte se lo sostiene sempre e se lo sostiene troppo
Il bambino ci confiderà e non imparerà mai a nuotare.
Ma anche se non lo sostiene bene al momento buono
Quel bambino si troverà a bere..
Così io quando insegno loro a nuotare nelle prove
Anch’io son diviso tra questi due sentimenti.
Perchè se li sostengo sempre e li sostengo troppo
Non sapranno mai nuotare da sè.
Ma se non li sostengo bene al momento giusto
Quei ragazzi potrebbero forse bere.
Questa è la difficoltà, ed è grande.
E tale è la duplicità stessa, la doppia faccia del problema.
Da una parte voglio che raggiungano da sè la salvezza.
E’ la regola.
Ed è formale. Altrimenti non sarebbe interessante.
Non sarebbero uomini.
Ora io voglio che siano virili, che siano uomini, e che si guadagnino da soli
i loro speroni di cavaliere.
D’altra parte bisogna che non bevano troppo.
Per aver fatto un tuffo nell’ingratitudine del peccato.
Tale è il mistero della libertà dell’uomo, dice Dio.
E del mio governo verso di lui e della sua libertà.
Se lo sostengo troppo non è più libero.
E se non lo sostengo abbastanza, cade.
……

Si mandano i figli a scuola, dice Dio.
Io penso che sia perchè dimentichino il poco che sanno.
Si farebbe meglio a mandare a scuola i genitori.
Son loro che ne hanno bisogno.
Ma naturalmente ci vorrebbe una scuola di me.
E non una scuola di uomini.
Si crede che i bambini non sappiano nulla.
E che i genitori e le persone grandi sappiano qualcosa.
Ora io ve lo dico, è il contrario.
(E’ sempre il contrario).
Sono i genitori, sono le persone grandi che non sanno nulla.
E sono i bambini che sanno.
Tutto.
Perchè essi hanno l’innocenza prima.
Che è tutto.

Charles Peguy

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mercoledì 20 novembre 2019

Vi è una confinità, un'affinità, un legame profondo tra lo smarrimento e la cristianità

Vi è una confinità, un'affinità, un legame profondo tra lo smarrimento e la cristianità
***

"Si , questi moderni hanno voluto eliminare da se stessi, dalla loro società, dalla loro famiglia, da tutto il loro essere ogni sostanza di cristianità. Ma io so anche, ella dice, che la grazia è insidiosa, che la grazia è scaltra e che è inattesa. Quando la grazia non viene direttamente , viene di traverso. Quando vuole avere una creatura , essa l'ha. Essa non prende le nostre stesse strade. E non prende mai due volte lo stesso itinerario."
(Peguy- Clio)

"Questo secolo, questo popolo, questo mondo arriveranno per la strada sulla quale non sono partiti. Non è affatto impunemente che Dio rende un secolo così sciocco. Sicuramente c'è qualche cosa sotto. Qualche trovata della grazia.. Tanto smarrimento, e questo smarrimento stesso è già l'inizio della Virtù. Tanto smarrimento li fa forse innocenti. Quando lo smarrimento ricompare, amico mio, è che ritorna la cristianità. Vi è una confinità, un'affinità, un legame profondo tra lo smarrimento e la cristianità." (Peguy- Clio)
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giovedì 25 gennaio 2018

Il modernismo

Il modernismo 
***
Io non odio nulla quanto il modernismo.
E non amo nulla quanto la libertà. (…)
Parliamoci chiaro.
Il modernismo è, il modernismo consiste
nel non credere a ciò in cui si crede.
La libertà consiste nel credere a ciò in cui si crede e nell'ammettere, (nell'esigere, in fondo)
che anche il nostro vicino creda a ciò in cui crede.
Il modernismo consiste nel non credere in se stessi
per non ferire l'avversario che a sua volta non crede.
È un sistema di rinuncia reciproca.
Ma la libertà consiste nel credere.
E nell'ammettere, nel credere, che l'avversario creda.
Il modernismo è un sistema di compiacenza.
La libertà è un sistema di deferenza.
Il modernismo è un sistema di cortesia.
La libertà è un sistema di rispetto.
Forse non dovrei dirlo, ma in fondo
il modernismo è fondato sulla vigliaccheria.
La libertà è un sistema di coraggio.
Il modernismo è la virtù della gente del mondo.
La libertà è la virtù del povero.

(Charles Peguy, Il denaro in Cahiers de la Quinzaine, 1913)
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domenica 19 febbraio 2017

Ciò che dovunque

             Ciò che dovunque
                              ***
Ciò che dovunque, altrove, è una frustrazione,
qui non è che una dolce e lunga obbedienza; 
ciò che dovunque, altrove, è costrizione e regola, 
qui non è che punto di partenza e movimento di abbandono;
 ciò che dovunque, altrove, è una lunga usura e logoramento,
 qui non è che sostegno e occasione di crescita;
 ciò che dovunque, altrove, è confusione,
 qui non è altro che l’apparire sull’orizzonte della bella avventura.
C. Peguy
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venerdì 15 maggio 2015

Le persone oneste

 Le persone oneste
***
«Le persone oneste non presentano quella apertura prodotta da una spaventosa ferita, da un’indimenticabile miseria, da un invincibile rimpianto, da un punto di sutura eternamente mal legato, da una mortale inquietudine, da un’invisibile recondita ansietà, da una segreta amarezza, da un precipitare perpetuamente mascherato, da una cicatrice eternamente mal rimarginata. Non presentano quella apertura alla grazia che è essenzialmente il peccato. [...] Le “persone oneste” non si lasciano bagnare dalla grazia».
 Péguy,
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martedì 23 dicembre 2014

Preghiera di residenza in Tapisserie de Notre-Dame


Preghiera di residenza in Tapisserie de  Notre-Dame
                                  ***                            

O regina, ecco, dopo la lunga via,
Prima di riandare per quel cammino,
Il solo asilo nel cavo della vostra mano
E il giardino dove l’anima si schiude.


Ecco il pilastro e la volta che si alza;
E l’oblio di ieri, e l’oblio di domani
E l’inutilità dei calcoli umani;
E più che il peccato, la saggezza in rovina.

Ecco il luogo del mondo ove tutto diviene facile,
Il rimpianto, la partenza e anche l‘avvenimento,
E l’addio temporaneo e la separazione,
Il solo angolo della terra ove tutto si fa docile.
[...]
Ecco il luogo del mondo ove la tentazione
Si rovescia e si dispone all’inverso,
Perché qui ciò che tenta è la sottomissione;
Ed è l’oscurarsi nell’immenso universo.
[…]
È la ribellione a divenire impossibile
E ciò che viene è l’abbandono.
Ed è la modestia che diviene invincibile
E tutto non è che saluto e riverenza.
[…]
E ciò che dappertutto altrove è
un’oppressione
Qui non è che l’effetto di un nobile
annientarsi,

Ciò che dappertutto altrove è un indaffararsi
Qui non è che eredità e successione.
[…]
Ciò che dappertutto altrove è la vecchiaia
Seduta al focolare, le mani sulle ginocchia
Qui non è che tenerezza e premura
E due braccia materne che si tendono a noi.
[…]
Abbiamo battuto strade così lontane
Non abbiamo più gusto per terre straniere.
Regina dei confessori, delle vergini e degli angeli
Eccoci tornati ai nostri primi villaggi.


Ce ne han dette tante, o regina degli apostoli,
Abbiamo perso il gusto per i discorsi
Non abbiamo più altari se non i vostri
Non sappiamo nient‘altro che una preghiera semplice.
[…]
Ciò che dappertutto altrove richiede un esame
Qui non è che l’effetto di un’inerme giovinezza.
Ciò che dappertutto altrove chiede un rinvio
Qui non è che una presente fragilità.

Ciò che dappertutto altrove richiede un attestato
Qui non è che il frutto di una povera tenerezza.
Ciò che dappertutto altrove chiede un tocco di
destrezza
Qui non è che il frutto di un’umile inettitudine.

Ciò che dappertutto altrove è squilibrio
Qui non è che misura e gradazione,
Ciò che dappertutto altrove è una baracca
Qui non è che una solida e durevole dimora.
[…]
Ciò che dappertutto altrove è costrizione di regola
Qui non è che un impeto e un abbandono;
Ciò che dappertutto altrove è una dura penale
Qui non è che una debolezza che viene sollevata.
[…]
Ciò che dappertutto altrove sarebbe un duro sforzo
Qui non è che semplicità e quiete;
Ciò che dappertutto è la scorza rugosa
Qui non è che la linfa e le lacrime del tralcio.
[…]
Ciò che dappertutto altrove è una ritorsione
Qui non è che distensione e inermità;
Ciò che dappertutto altrove è una contrazione
Qui non è che coinvolgimento calmo e silenzioso.

Ciò che dappertutto altrove è un bene deperibile
Qui non è che quieto e veloce disimpegno;
Ciò che dappertutto altrove è un impettirsi
Qui non è che una rosa e un’impronta sulla sabbia.
[...]
Ciò che dappertutto altrove si questiona e si prende
Qui non è che un fiume chiaro vicino alla sorgente;
O regina, è qui che ogni anima viene
Come un giovane guerriero caduto nella corsa.

Ciò che dappertutto altrove è una strada erta,
O regina che regnate nella vostra alta corte,
Stella del mattino, regina dell’ultimo giorno,
Ciò che dappertutto altrove è la mensa pronta,

Ciò che dappertutto altrove è il senso della strada
compiuta
Qui non è che un pacifico e forte distacco,
E in un tempio calmo e lontano dalla piatta angoscia
L’attesa di una morte più viva della vita.
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martedì 2 settembre 2014

dobbiamo preoccuparci di moralizzare la nostra propria vita

  dobbiamo preoccuparci di moralizzare la nostra propria vita
***
"Felice l'uomo che qualche volta sa farfugliare, che non conosce sempre la fine della sua frase, e che non è il padrone impeccabile della sua perorazione. In generale non credo che noi dobbiamo proporci di fare dei rimproveri, dobbiamo lasciare ai moralisti di professione, che sono degli uomini molto potenti, una così alta occupazione; in generale credo che non dobbiamo tanto preoccuparci di fare dei rimproveri agli altri, di cercare e di predicare per gli altri delle regole di morale ed ancor meno pretendere di imporle loro, quanto dobbiamo preoccuparci di moralizzare la nostra propria vita; un clero moralista non sarebbe meno opprimente degli antichi cleri religiosi; guardiamoci bene dall'esercitare un autorità di comando moralista."
( Da Charles Peguy, "Cahiers de la Quinzaine", 5 gennaio 1904)
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domenica 31 agosto 2014

“Non sono più vulnerabili”

 “Non sono più vulnerabili” 
***
C’è qualcosa di peggio dell’avere un cattivo pensiero. È avere un pensiero bell’e fatto. C’è qualcosa di peggio dell’avere una cattiva anima e anche del farsi una cattiva anima. È avere un’anima bell’e fatta. C’è qualcosa di peggio anche dell’avere un’anima perversa. È avere un’anima abituata. Si sono visti i giochi incredibili della grazia e le grazie incredibili della grazia penetrare in una cattiva anima e anche un’anima perversa e si è visto salvare ciò che sembrava perduto. Ma non si  visto bagnare ciò che era verniciato, non si è visto attraversare ciò che era impermeabile, non si è visto ammorbidire ciò che era abituato. …Proprio le persone più oneste, o semplicemente le persone oneste, o insomma coloro che vengono denominati tali, che amano ritenersi tali, non hanno essi stessi difetti nell’armatura. Non sono feriti. La loro pelle morale sempre intatta dà loro un cuoio e una corazza senza difetti. Non presentano quella apertura prodotta da una spaventosa ferita, da un’indimenticabile miseria, da un invincibile rimpianto, da un punto di sutura estremamente mal legato, da una mortale inquietudine, da in’invisibile recondita ansietà, da una segreta amarezza, da un precipitare perpetuamente mascherato, da una cicatrice eternamente mal rimarginata. Non presentano quell’apertura alla grazia che è essenzialmente il peccato. Poiché non sono feriti, essi non sono più vulnerabili. Poiché non mancano di niente non si dà loro niente. Poiché non mancano di niente non si dà loro ciò che è tutto. La stessa carità di Dio non medica colui che non ha piaghe. Perché un uomo era a terra, il Samaritano, lo rialzò. Perché la faccia di Gesù era sporca Veronica la asciugò con un panno. Ora colui che non è caduto non sarà mai rialzato; e colui che non è sporco non sarà mai asciugato. Le «persone oneste» non si lasciano bagnare dalla grazia. È una questione di fisica molecolare e globulare. Ciò che si definisce morale è uno strato che rende l’uomo impermeabile alla grazia. …. Perciò niente è contrario a ciò che si definisce (con un nome un po’ vergognoso) religione quanto ciò che si definisce morale. La morale ricopre l’uomo contro la grazia. […] La morale è una proprietà, un regime e certamente un gusto della proprietà. La morale ci fa proprietari delle nostre povere virtù. La grazia ci dà una famiglia e una razza. La grazia ci fa figli di Dio e fratelli di Gesù Cristo
 “Non sono più vulnerabili” 
Nota congiunta su Cartesio e la filosofia cartesiana
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“La bussola è impazzita”

“La bussola è impazzita” 
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 Il mondo moderno, lo spirito moderno, laico, positivista e ateo, credono di essersi liberati di Dio e in realtà, per chi vuole oltrepassare le formule, mai l’uomo è stato tanto imbarazzato da Dio. Quando l’uomo si trovava in presenza degli dei, poteva più nettamente rimanere uomo. Essendo Dio al proprio posto di Dio, il nostro uomo poteva rimanere al proprio posto di uomo. Con una ironia veramente amara, è proprio nell’età in cui l’uomo crede di essersi sbarazzato di tutti gli dei che lui stesso non si mantiene più al suo posto di uomo, e che, al contrario, si trova ingombrato da tutti gli dei. Di fronte allo zero-Dio il vecchio orgoglio fa il suo lavoro, lo spirito umano ha perso il suo equilibrio, la bussola è impazzita. 
“La bussola è impazzita” Zangwill
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Una cenere intellettuale è caduta su tutto il mondo”


            “Una cenere intellettuale è caduta su tutto il mondo”

***

Bisognava che il mondo moderno ottenesse di seppellire silenziosamente l’umanità vivente sotto la polvere cineraria delle sue biblioteche. Una cenere intellettuale è caduta su tutto il mondo.  Un atomo di cenere non è niente e i primi caduti dei primi atomi di cenere sono stati accolti gioiosamente. Non c’era niente di così bello che il cielo cinerino. Finalmente abbiamo dei cieli color cenere. Si cominciava ad averne abbastanza che questo imbecille di cielo fosse blu. E gli alberi. Soprattutto gli alberi. Diventava barboso, tutto questo verde. Oggi che tutto il mondo è rivestito di questo lenzuolo, che tutti i testi spariscono sepolti sotto tutti i commenti, che tutti i testi viventi sono stesi morti sotto la polvere muta e sotto la cenere della chiacchiera delle glosse, che tutti gli spiriti si irrigidiscono in tutte le lettere, che tutti i popoli spariscono sotto le demografie, le società sotto le sociologie, che i monumenti cadono sotto le archeologie, che le nazioni spariscono sotto le demagogie, che perfino tutte le infanzie spariscono sotto le pedagogie, che ogni vita sparisce sotto il sudario della registrazione, che ogni invenzione è morta, che tutti gli istinti si vetrificano in intelletti, che tutte le razze (verticali) si stratificano in classi (verticali), l’umanità si domanda da dove potrà far venire il soccorso».


“Una cenere intellettuale è caduta su tutto il mondo”
Deuxieme élegie XXX

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esperienza

 c’è l’esperienza reale e l’esperienza scientifica
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Ci piace accontentarci. Accontentarsi, fermarsi all’apparenza, non farsi troppe domande. L’approfondimento metafisico delle filosofie antiche e delle religioni consisteva nel «passaggio da un reale ad un altro» in «un approfondimento del reale stesso», nel passaggio dall’apparenza al significato. Nel lavoro della scienza moderna, al contrario, si tratta di una sostituzione. Ed anzi si tratta di una sostituzione molto particolare, molto caratterizzata: della sostituzione al reale apparente di un vero meno apparente, e un po’ più razionale, o semplicemente un po’ meno irrazionale, che noi continueremo a nominare il vero scientifico. …. Questo mondo, che ha sempre la parola esperienza in bocca, intesa nel senso tecnico scientifico, nel senso dell’esperienza di laboratorio, è il primo che disprezza l’esperienza propriamente detta, questa crescita incalcolabile e costante, che è della vita stessa, questa entrata perpetua dell’avvenimento totale nell’avvenimento della propria vita. Ci sono due esperienze; c’è l’esperienza come essa è, come esce dal ventre della natura, la terrosa esperienza, tutta piena ancora delle scorie e dei fanghi e della ganga; ribelle dunque, ribelle anche alle leggi. 
E l’altra esperienza, l’esperienza lavata, ripulita, vestita, abbigliata, con cura, dalle mani dei migliori creatori, resa asettica, presentabile, conforme, comoda, obbediente, di buona fattura, quella che può andare nei saloni, che si potrà condurre nelle Accademie e Società di dotti. In una parola c’è l’esperienza reale e l’esperienza scientifica, l’esperienza fangosa e l’esperienza oggetto di scienza, l’esperienza materiale, ancora tutta piena della sua materia, e così tutta piena di infinito, almeno di un infinito, e l’esperienza intellettuale, sola oggetto di una conoscenza veramente scientifica. Tra queste due esperienze c’è una incomunicabilità. Pensare è rimpiazzato da un operazione che si crede equivalente e non lo è, da una falsa equivalenza di costruzioni e di ragionamenti e di proposizioni che si architettano da se stessi»
 “C’è l’esperienza come essa è. E l’altra esperienza…”
Deuxieme élegie XXX
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mercoledì 23 luglio 2014

I bambini

I bambini 
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 Perché c'è nel bambino, perché c'è nell'infanzia, una grazia unica.
Un'interezza, una primizia
Totale.
Un'origine, un segreto, una sorgente, un punto d'origine
Un inizio per così dire assoluto.
I bambini sono creature nuove.
Anche loro, loro soprattutto, loro per primi prendono il cielo a forza.

Rapiunt, rapiscono.
E quale gradita forza e quale tenerezza di forza.
Come un padre sopporta volentieri
Come gli piace sopportare le violenze di questa forza,
Gli abbracci di questa tenerezza.

Quanto a me, dice Dio, non conosco nulla al mondo di così bello
Come un monello di bambino che chiacchiera con il buon Dio
in fondo a un giardino.
(...) Ho visto i santi più grandi, dice Dio.
Ebbene, io vi dico
Non ho mai visto nulla di più buffo e quindi di più bello al mondo
Di questo bimbo che s'addormenta nel dir la preghiera
(Di quest'esserino che s'addormenta fiducioso)
E che mescola Padre Nostro e Ave Maria
Nulla è più bello e in questo perfino
La Santa Vergine è d'accordo con me
.

Charles Péguy
(da Il mistero dei santi innocenti)
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venerdì 11 luglio 2014

Charles Péguy, il libertario cristiano precursore di papa Francesco

Charles Péguy, il libertario cristiano precursore di papa Francesco 

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Articolo pubblicato sul quotidiano "Il Garantista" di mercoledì 9 luglio

Luciano Lanna

Colpisce il fatto che l’annuncio del regista Roman Polanski di realizzare un  film sull’affaire Dreyfus coincida con il centenario della morte di Charles Péguy, lo scrittore che più di altri aveva animato la prima storica battaglia garantista nell’opinione pubblica europea, la mobilitazione che segnò storicamente la nascita della figura dell’intellettuale. D’altronde, non solo l’affaire – scoppiato nel 1894, in seguito al presunto tradimento di  Alfred Dreyfus, un ufficiale di artiglieria ebreo alsaziano accusato di spionaggio a favore della Germania – aveva segnato il primo evento mediatico globale ma la mobilitazione degli scrittori e pensatori che ne seguì costituì la prova di forza di un’idea di cultura non più rinchiusa dentro le torri d’avorio dell’accademia.
Tanto è così che il ventiduenne Charles Péguy, classe 1873, precoce discepolo di Bergson e Rolland, socialista non dottrinario intrinsecamente abbeveratosi oltre che al cristianesimo di sua madre ai valori laici e rivoluzionari della Francia repubblicana, si schiera subito e senza esitazione, sulla scorta di un pamphlet garantista scritto dal suo grande amico Bernarde Lazar, L’affare Dreyfus. Un errore giudiziario. È la fase in cui, immediatamente e quasi spontaneamente, molti intellettuali, per esempio Octave Mirbeau, aderiscono alla campagna innocentista. L’episodio più famoso è quello dello scrittore Émile Zola che pubblicherà il 13 gennaio 1898 su l’Aurore la famosa lettera intitolata J’accuse! È forse difficile rappresentare oggi che cosa abbia significato l’affaire per la Francia all’alba del Novecento. Di errori giudiziari è infatti piena la storia, ma per un complesso di fattori storici e culturali, attorno a Dreyfus e a Estérhazy – che si scoprirà l’autore della lettera che sembrava incriminare il primo –  si polarizzarono allora le “due anime” contrapposte della Francia, la rivoluzionaria e la nazionalista, la libertaria e l’autoritaria, quella dei diritti dell’uomo e quella della “ragion di Stato”. Forse anche perché, come scrisse Péguy, erano le energie compresse da un lungo periodo di calma alle frontiere che esplodevano in quella tumultuosa guerra in tempo di pace. E Péguy si schierò con l’anima libertaria, garantista, socialista…
Anche per questo, quando il 5 gennaio 1900 Charles Péguy mandava in stampa il primo numero dei Cahiers de la Quinzaine (i “Quaderni quindicinali”) esordiva un’avventura davvero unica nella storia della cultura francese ed europea. Il giovane fondava la rivista in una camera da studente e solo l’anno seguente, nell’ottobre 1901, si installerà in via della Sorbona, in una bottega il cui arredamento consentirà al solo Georges Sorel di trovare una sedia mentre Péguy e il suo amministratore Bourgeois stavano al tavolo di lavoro. La storia della rivista durerà quattordici anni, con una sorte alterna, in mezzo a innumerevoli difficoltà, portando al suo fondatore la notorietà dei contemporanei che non andrà mai oltre il Quartiere Latino e l’ambiente dreyfusardo. Ma nonostante ciò, il giovane Péguy sarà redattore, autore ed editore di quella che da semplice pubblicazione d’ispirazione socialista e dreyfusarda diventerà nel corso degli anni una delle più importanti e anticipatrici riviste letterarie e filosofiche, tenuta in vita grazie a pochi affezionati lettori: Charles lasciò libera la sottoscrizione dell’abbonamento, e sui 1200 abbonati totali ben 800 lo erano senza versare alcunché.
Oltre allo stesso Péguy, che convoglierà tutta quanta la sua produzione letteraria e poetica nei Cahiers, collaboreranno al foglio Jean Juarés, Romain Rolland, i fratelli Tharaud e tanti altri. Ed è in questo clima che inizia, nel 1905, l’appassionato riavvicinamento di Péguy alla fede cattolica, “conversione” che tre anni più tardi annuncerà definitivamente agli amici Jacques Maritain e Joseph Lotte. Il suo si tramuterà allora nel destino di un intellettuale irregolare e isolato: la moglie, fedele ai valori laici e repubblicani non accetterà mai fino in fondo il suo percorso spirituale; la rivista è boicottata dal socialismo ufficiale e ortodosso; la borghesia è scettica e diffidente a prescindere. Nel 1910 esce l’opera che testimonia pubblicamente il suo cristianesimo, una riscrittura di un suo precedente dramma del 1897, Jeanne d’Arc, che chiamerà Il Mistero della Carità di Giovanna d’Arco, il capolavoro di Péguy, cui seguiranno negli anni successivi altri “misteri”, tra cui Il Portico del Mistero della seconda virtù del 1911 e Il Mistero dei Santi innocenti del 1912. Nel 1910 il suo saggio politico più amato e conosciuto: La nostra giovinezza, appassionata riflessione proprio sugli anni del caso Dreyfus. Del 1913, un altro saggio che resterà: Il denaro, dove, guardando soprattutto alla povertà crescente determinata dal mondo capitalistico, si poteva leggere: “Ai miei tempi tutti cantavano. Nella maggior parte dei luoghi di lavoro si cantava… Non c’era questo strangolamento economico di oggi, questo strangolamento scientifico, freddo, geometrico, regolare, netto, nitido, senza sbavature, implacabile…”.
Come dicevamo all’inizio, cento anni fa, il 5 settembre 1914, ad appena un anno dalla pubblicazione de Il denaro, Charles Péguy muore quarantenne sul fronte della Grande Guerra, per la quale era partito volontario, nel primo giorno della battaglia della Marna. Come un ossimoro vivente – patriota e libertario, cristiano e socialista, religioso e garantista – Péguy lasciava il suo invito a separare la prospettiva cristiana dal “disordine stabilito” del potere del denaro e della politica nazionalista e borghese. Quasi nessuno lo sottolinea, ma il nome di Péguy è caro alla tradizione proudhoniana nel momento stesso in cui è anche tra i pochi a venire presentato tra i “precursori” dell’intuizione di coniugare socialista e nazione nel saggio La dottrina del fascismo scritta da Mussolini e Gentile. E le sorprese non finiscono qui. Come mai Péguy che era stato tra i primi a mobilitarsi in nome del garantismo per l’innocenza di Alfred Dreyfus sarà anche uno degli autori più cari a Papa Luciani, Giovanni Paolo I, e a don Luigi Giussani? Ma come mai Péguy è stato rivendicato, nel tempo, da proudhoniani e fascisti, da cattolici ortodossi e socialisti riformisti magari soffermandosi solo su un tassello della sua personalità?

Per capire a fondo il “mistero Péguy” vale forse quanto scritto a suo tempo da padre Henri de Lubac: “Fu un profeta del Concilio Vaticano II: con un anticipo di 50 anni, tenne a battesimo l’ideale repubblicano, riappropriandosi della grande intuizione evangelica di Proudhon, Michelet e Quinet. E ciò che permane meno conosciuto e approfondito è il carattere libertario del suo cattolicesimo, cioè che egli rifiutò ogni assolutismo clericale della Chiesa, ogni organizzazione ecclesiale modellata sull’Ancien Régime”. E ancora: “Péguy, pur soffrendo sinceramente per non potersi accostare ai sacramenti, non era del tutto scontento di rimanere sulla soglia di una Chiesa che, sotto le spoglie di una società ecclesiastica, manifestava un autoritarismo che gli era visceralmente antipatico”. Non a caso, aggiungiamo noi, in una delle sue ultime frasi, a proposito della sua fede arrivò a definirsi “un figlio semi-ribelle completamente docile, dalla fedeltà sconfinata e dalla solidità senza eguali”. Quasi a dire un precursore della Chiesa di Papa Francesco, antitetico a qualsiasi visione di un cristianesimo in difensiva e in polemica col mondo. Annotava infatti Péguy: “Vi era il cattivo tempo anche sotto i romani. Ma Gesù non si tirò affatto indietro. Facendo il cristianesimo, egli non incriminò, egli non accusò nessuno. Egli salvò. Egli non incriminò il mondo. Egli salvò il mondo”.
Pubblicato da Le affinità elettive a 02:10
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martedì 1 luglio 2014

I "devoti" pericolosi

 I "devoti" pericolosi
***
 Pigi Colognesi
 lunedì 30 giugno 2014
 In questa penultima puntata della saga su Péguy devo parlare del suo avvincente, imprevedibile, profondissimo cristianesimo. Va da sé che le usuali tremila battute di un editoriale non sono sufficienti neppure per abbozzare il discorso. Preferisco, allora, far spazio al mio autore e citare alcuni folgoranti brani che mettono in evidenza, da un lato, la critica verso un cristianesimo che ha tradito il suo specifico e, d’altro canto, il fascino semplice e commovente del suo volto autentico. Nella sua ultima opera – Nota congiunta su Cartesio e la filosofia cartesiana; il titolo non inganni, non si tratta di un difficile trattato – Péguy se la prende con le «anime abituate», quelle cioè che non si aspettano più nulla dall’incontro con la realtà perché presumono che le idee bell’e fatte che si sono costruite in testa siano sufficienti a spiegare tutto. In campo cristiano la schiera delle anime abituate va a formare il «partito dei devoti», quelli che non hanno nessuna apertura nella corazza della loro sicumera e, pertanto, non permettono alla Grazia di penetrare nella propria dura scorza. Il loro albero è ormai tutto secco, è solo corteccia e non c’è più nessuna giovinezza di linfa che possa far sbocciare l’inattesa gemma della speranza. Così ridotti, i devoti non sono più disponibili a nessun cambiamento e – quel che è più grave – non riescono a cogliere niente della continua iniziativa dell’Eterno che vuol coinvolgersi con noi temporali, dell’Infinito che prende iniziativa verso noi limitati. Restano rigidi, ma non vogliono ammettere di essere tali e si vantano della loro devozione che non si sporca mai le mani con la vita concreta. Ed ecco la frase tremenda con cui Péguy bolla l’errore dei devoti: «Poiché essi non hanno la forza e (la grazia) di essere della natura credono di essere della grazia. Poiché non hanno il coraggio temporale credono di essere entrati nella penetrazione dell’eterno. Poiché non hanno il coraggio di essere del mondo credono di essere di Dio. Poiché non hanno il coraggio di essere di uno dei partiti dell’uomo credono di essere del partito di Dio. Poiché non sono dell’uomo credono di essere di Dio. Poiché non amano nessuno, credono di amare Dio». La bellezza del cristianesimo, per contro, sta tutta nella semplicità bambina con cui l’uomo – senza rinnegare nessuno degli avvenimenti che la realtà gli propone – li affronta nella confidente compagnia dell’Eterno incarnato. È l’atteggiamento infantile di chi non sta lì sempre a preoccuparsi di quello che deve fare o di come comportarsi, perché ha una grande Compagno che gli sta accanto e quindi può sperimentare «quel mettersi nelle mani di un altro, quel lasciamo andare, quel e poi non me ne occupo più che è all’origine delle più alte fortune». Dopo il celebre pellegrinaggio a Chartres del 1912 Péguy disse di se stesso: «Non sono un santo. Sono un testimone, un cristiano nella parrocchia, un peccatore, ma un peccatore che ha tesori di grazia e un angelo custode incredibile. Non c’è niente di meno cristiano del moralismo. Seguo il consiglio che Dio dà nei miei "Innocenti". Mi abbandono». Ecco come Dio stesso nel Mistero dei santi Innocenti esemplifica tale atteggiamento di abbandono: «Nulla è bello come un bambino che s’addormenti nel dire la preghiera. Sotto l’ala dell’angelo custode e che sorride da solo scivolando nel sonno. E già mescola tutto insieme e non ci capisce più nulla. E arruffa le parole del Padre Nostro e le infila alla rinfusa tra le parole dell’Ave Maria».

da: Ilsussidiario.net

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sabato 19 aprile 2014

Peguy, una storia

Peguy, una storia

***

di Fabio Pierangeli
Il mondo di Péguy, in­con­tra­to nella sua va­sti­tà, nella sua to­ta­li­tà di pa­ro­le, di at­teg­gia­men­ti, di fatti, con­du­ce nella pro­fon­di­tà e nella ver­ti­gi­ne del­l’im­prov­vi­so porsi del di­vi­no nella gior­na­ta ter­re­na: “ E’ ve­ra­men­te un gran­de mi­ste­ro que­sta spe­cie di le­ga­tu­ra dello spi­ri­tua­le al tem­po­ra­le; si po­treb­be quasi dire che sia come una spe­cie di mi­ste­rio­so in­ne­sto”.
Lo stes­so stile, il suo stes­so avan­za­re verso la pa­ro­la, verso il con­cet­to e il fatto nudo e me­ra­vi­glio­so del­l’in­ter­ven­to della Gra­zia (l’av­ve­ni­men­to è sem­pre un pro­ce­de­re, come nel verso li­be­ro di Péguy, un as­se­star­si, un rin­no­var­si, un ca­de­re e giun­ge­re, presi per mano, fino al com­pi­men­to), non può es­se­re go­du­to in­te­ra­men­te se se­pa­ra­to dal­l’e­spe­rien­za che il let­to­re ha di ciò che gli si pre­sen­ta nel testo.
Un at­teg­gia­men­to così ricco, così cir­co­la­re, non può ca­pir­si a pieno se quel­le pa­ro­le non in­di­ca­no il farsi di una sto­ria, non rap­pre­sen­ta­no volti e si­tua­zio­ni at­tua­li e ri­pe­ti­bi­li. Si veda un brano del se­con­do mo­no­lo­go di Gio­van­na D’Ar­co nel Mi­ste­ro della Ca­ri­tà. I due mo­no­lo­ghi, quel­lo ini­zia­le, la pre­ghie­ra del­l’uo­mo re­li­gio­so che chie­de al Padre di ri­ve­lar­si nel mondo ten­ta­to dalla di­spe­ra­zio­ne; e il se­con­do che ri­ve­la il Mi­ste­ro della pre­di­le­zio­ne e la ver­ti­gi­ne della di­sce­sa di Dio in un tempo fi­ni­to e co­stret­to, apro­no ai gran­di temi dei tre mi­ste­ri; anche strut­tu­ral­men­te, poi­ché espo­nen­do i tor­men­ti di Gio­van­na pre­pa­ra­no al lungo col­lo­quio con Ger­vai­se, che forma il tes­su­to nar­ra­ti­vo delle tre opere.
È il brano di Ge­ru­sa­lem­me e Be­tlem­me che il­lu­stra, in senso spa­zia­le, la ver­ti­gi­ne del­l’In­car­na­zio­ne:
“Quan­do penso che era un uomo come tutti gli altri, un uomo or­di­na­rio; ap­pa­ren­te­men­te come tutti gli altri, ap­pa­ren­te­men­te or­di­na­rio. Cam­mi­na­va sulla stra­da come un uomo or­di­na­rio; i suoi piedi sta­va­no sulla terra; e sa­li­va i sen­tie­ri del colle. Ge­ru­sa­lem­me, Ge­ru­sa­lem­me, sei stata più for­tu­na­ta di Roma. E tu Na­za­re­th, pic­co­lo borgo, pic­co­la città di Giu­dea, sei più fe­li­ce di Reims e di Saint Denis”.
ma anche in senso tem­po­ra­le:
 “Per­ché ciò che è stato fatto, si è fatto una volta per tutte, un gior­no nel tempo, in quel paese, una volta per tutte le volte, nel­l’e­ter­ni­tà una volta per l’e­ter­ni­tà, in ogni eter­ni­tà per ogni eter­ni­tà”.
e in senso fi­gu­ra­to, uma­niz­za­to, ad­dol­ci­to, in­te­rio­riz­za­to dal­l’in­tui­zio­ne straor­di­na­ria del poeta che, sfio­ran­do e pre­sen­ten­do il Mi­ste­ro della pre­di­le­zio­ne, può sor­ri­de­re in­sie­me a Dio, am­mi­ran­do la gran­dez­za eter­na de­sti­na­ta ad un pic­co­lo e oscu­ro borgo:
“Ma tu, Be­tlem­me, pic­co­la par­roc­chia oscu­ra, pic­co­la par­roc­chia sper­du­ta, tu fur­bac­chio­na hai San Gesù”. 
E te­nia­mo in mente che di Be­tlem­me Péguy dice an­co­ra: “ Di colpo, al primo colpo era ar­ri­va­ta aveva par­to­ri­to il santo dei santi”, per­ché l’a­zio­ne di Dio è sem­pre più gran­de del­l’o­pi­nio­ne del­l’uo­mo e per­ché userà gli stes­si av­ver­bi per de­fi­ni­re lo straor­di­na­rio in­con­tro di Si­meo­ne con il Bimbo e de­scri­ve­re lo “scar­to” tra l’at­te­sa del­l’uo­mo e il com­pi­men­to del suo de­sti­no.
Più avan­ti nella let­tu­ra i pro­fi­li che ci in­te­res­sa­no. Le fi­gu­re della ver­ti­gi­ne: la Mad­da­le­na, la Ve­ro­ni­ca, Si­mo­ne di Ci­re­ne, Si­meo­ne. La na­sci­ta e la gio­vi­nez­za, la pre­di­ca­zio­ne e la morte di Gesù. Non so se Péguy in que­sto brano ha pre­sen­te che que­sti per­so­nag­gi scan­di­sco­no il cam­mi­no della vita di Cri­sto, quel­lo che gli in­te­res­sa è il ri­lie­vo co­mu­ne: “Ma voi altri, voi soli, avete ve­du­to, avete toc­ca­to, avete af­fer­ra­to quel corpo umano nella sua uma­ni­tà”. Così Mad­da­le­na, l’o­lio e i pro­fu­mi: “ Beata colei che versò su i suoi piedi il pro­fu­mo del­l’an­fo­ra…; su i suoi po­ve­ri piedi, sul suo corpo car­na­le” e il faz­zo­let­to di Ve­ro­ni­ca: come non ri­cor­da­re que­sto brano in cui la Sal­vez­za si serve di un sem­pli­ce faz­zo­let­to! “ Beata colei che con un faz­zo­let­to, con un vero faz­zo­let­to, con faz­zo­let­to per asciu­gar­si il naso, con un faz­zo­let­to im­pe­ri­tu­ro asciu­gò quel­la fac­cia au­gu­sta”.
Il va­lo­re di quel­la per­so­na è in quel­l’av­ve­ni­men­to, in quel­la luce im­prov­vi­sa; lo stes­so suo nome è cam­bia­to da un mo­men­to così umano che si può toc­ca­re. È nella Ve­ro­ni­ca e nelle due fi­gu­re ma­schi­li che Péguy ci in­tro­du­ce de­fi­ni­ti­va­men­te nella spa­zia­li­tà e nella tem­po­ra­li­tà del Mi­ste­ro in­car­na­to:
“ Fe­li­ce colui che si trovò lì giu­sto al mo­men­to in cui si do­ve­va por­ta­re la sua croce […] un uomo che pas­sa­va di lì, forse, aveva ben scel­to il suo tempo, giu­sto in quel punto, giu­sto al­lo­ra, giu­sto in quel mo­men­to.
Quel­l’uo­mo che pas­sa­va giu­sto di lì. Quan­ti uo­mi­ni, poi, un’in­fi­ni­tà di uo­mi­ni nei se­co­li dei se­co­li avreb­be­ro vo­lu­to es­se­re lì al suo posto, es­se­re pas­sa­ti, es­se­re pas­sa­ti di lì giu­sto in quel mo­men­to. Giu­sto lì. Ma ecco, era trop­po tardi, era lui che era pas­sa­to.”
È es­sen­zia­le co­glie­re l’in­cro­ciar­si di una certa pron­tez­za umana, quasi una fur­bi­zia umile pron­ta ad ade­ri­re al­l’Oc­ca­sio­ne della vita, e l’in­con­tro che si pre­ci­sa in cir­co­stan­ze spa­zio-tem­po­ra­li de­fi­ni­te; ma è anche dram­ma­ti­co ac­cet­ta­re che ciò po­te­va non ac­ca­de­re, che quel­le due per­so­ne po­te­va­no non in­con­trar­si, pas­sa­re in tempi di­ver­si, de­fi­ni­ti e se­pa­ra­ti o che, ap­pun­to, altri uo­mi­ni, ap­pa­ren­te­men­te, non hanno fatto quel­l’in­con­tro (sono le do­man­de ter­ri­bi­li di Gio­van­na che fanno va­cil­la­re Ger­vai­se in que­sta can­ti­ca e che tro­ve­ran­no ade­gua­ta ri­spo­sta nelle due suc­ces­si­ve).
Così ri­leg­gen­do la pro­pria vita si può dire, rin­gra­zian­do, di es­ser­si tro­va­ti ca­sual­men­te, di colpo pro­prio lì, in un giro in­fi­ni­to. L’ar­te di Pèguy in que­sto è “gran­dio­sa”, de­scri­ve come av­vie­ne il ri­pe­ter­si del Fatto cri­stia­no nei se­co­li e nei tempi. La stes­sa scon­vol­gen­te mo­da­li­tà.
Si­meo­ne, Si­mo­ne, la Ve­ro­ni­ca, l’uo­mo della na­sci­ta, l’uo­mo e la donna della morte, fi­gu­ra­no una ver­ti­gi­ne più pro­fon­da per­ché hanno visto e toc­ca­to una sola volta il volto di Cri­sto: Si­mo­ne e la Ve­ro­ni­ca la carne in­san­gui­na­ta e per­cos­sa, Si­meo­ne quel­la fre­sca e in­tat­ta di un bimbo, ri­ma­nen­do come eter­na­men­te de­fi­ni­ti da quel­l’Av­ve­ni­men­to. Un solo at­ti­mo che per Si­meo­ne è il com­pi­men­to di una at­te­sa, per la Ve­ro­ni­ca e Si­mo­ne un ina­spet­ta­to in­con­tro.
Nella fi­gu­ra di Si­meo­ne è rias­sun­ta tutta l’an­sia e la re­li­gio­si­tà del mondo an­ti­co, ma anche la sto­ria del po­po­lo di Israe­le la cui leggi e la fe­del­tà a Dio ven­go­no eter­na­men­te di­sfat­te e am­plia­te dalla glo­rio­sa na­sci­ta di Cri­sto. Di colpo, un colpo solo, al primo colpo, come Pèguy ri­pe­te di Si­meo­ne.
Anche Si­meo­ne è de­fi­ni­to, ri­cor­da­to, per quel­l’in­con­tro, in cui si le­ga­no fi­ni­tez­za ed eter­ni­tà, vec­chia­ia e gio­vi­nez­za, te­ne­bra e luce, at­te­sa e com­pi­men­to e nel quale si legge fi­nal­men­te il volto di una sto­ria.
“E non co­nob­be più nes­su­na sto­ria della terra. Poi­ché alla sera della sua vita, alla sera della sua gior­na­ta, di un sol colpo, al primo colpo aveva co­no­sciu­to la più gran­de sto­ria della terra”.
Così anche nel ri­leg­ge­re Pèguy,  lo spa­zio e il tempo di una sto­ria, per­so­na­le e vis­su­ta nel rap­por­to con le per­so­ne care, ap­pa­io­no le mo­da­li­tà con­cre­te del porsi di una trama, certa, nel­l’ap­pa­ren­te ca­sua­li­tà del di­ve­ni­re: nello spa­zio, per­ché i luo­ghi sono im­por­tan­ti (Ge­ru­sa­lem­me, Be­tlem­me), nel tempo (per­ché ca­sual­men­te Si­mo­ne e Si­meo­ne si tro­va­va­no lì), negli in­con­tri che sono de­ci­si­vi (gli in­con­tri evan­ge­li­ci e poi an­co­ra, fino a noi). Credo che il gran­de fran­ce­se aves­se in mente scri­ven­do, die­tro i sim­bo­li dello spa­zio e del tempo, die­tro le sta­tu­re delle fi­gu­re dei santi, una sto­ria pre­sen­te, per­so­na­le, vis­su­ta e con­di­vi­sa con altri. Dirà di se stes­so come poeta: “ Il mio la­vo­ro non è l’o­pe­ra di un sin­go­lo, lo ali­men­ta­no, in­fat­ti, con il me­glio della loro vita quel­li che gli ap­par­ten­go­no”.
E l’ar­te in que­sto senso non può che es­se­re me­mo­ria poe­ti­ca, dono e ascol­to di una gra­zia so­vrab­bon­dan­te, ma pure sem­pre par­ti­co­la­re fram­men­to e vo­ca­zio­ne al­l’in­ter­no della Me­mo­ria “una nuova co­scien­za del­l’io de­fi­ni­ta dal ri­co­no­sci­men­to dei Suoi gesti nella sto­ria” (L.​Giussani, Mo­ra­li­tà: me­mo­ria e de­si­de­rio, Mi­la­no, Jaca Book, 1980). In que­sto le vi­cen­de dei suoi sono più gran­di di quel­le di Si­meo­ne: se lui ha co­no­sciu­to di un sol colpo la sto­ria più in­te­res­san­te, la sola in­te­res­san­te, i suoi pos­so­no ve­der­la agire, cam­bia­re e tra­sfi­gu­ra­re il volto degli uo­mi­ni, oggi.
Così, in que­sto ri­pe­ter­si e ag­giun­ger­si nello stile di Pèguy, come in uno spec­chio, ci è dato di co­no­sce­re un’i­den­ti­tà di sto­rie, di nomi, di luo­ghi, di av­ve­ni­men­ti, in­som­ma, di per­so­ne per le quali “l’in­con­tro con Cri­sto è una real­tà così pre­sen­te che la loro vita ne è cam­bia­ta”.
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chi sono *** Sono un ex vagabondo che ha avuto la grazia, durante il suo vagabondare di incontrare degli amici di Gesù che gli hanno mostrato la Bellezza della vita, quello che il suo cuore da sempre cercava. Ora sono diventato un pellegrino con lo sguardo rivolto alla “Roccia splendente” anche se spesse volte riabbasso lo sguardo verso terra col rischio di perdermi in vicoli ciechi; ma appena rialzo la testa vedo gli amici e la meta, di nuovo la realtà riprende forma e colore. ************************************ Questo blog e' un prodotto amatoriale e non editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7 marzo 2001. Premesso che tutto il materiale pubblicato su Internet e' di dominio pubblico, se qualcuno riconoscesse proprio materiale con copyright e non volesse vederlo pubblicato sul blog, non ha che da darne avviso agli autori del blog , e sara' immediatamente eliminato. Si sottolinea inoltre che cio' che e' pubblicato sul blog e' a scopo di approfondimento, di studio e comunque non di lucro.
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