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sabato 19 ottobre 2019

sposi fedeli evangelizzano un mondo assetato di amore e fedeltà.


Gli sposi fedeli evangelizzano un mondo assetato di amore e fedeltà.


La famiglia attraversa una crisi culturale profonda, come tutte le comunità e i legami sociali. Nel caso della famiglia, la fragilità dei legami diventa particolarmente grave perché si tratta della cellula fondamentale della società, del luogo dove si impara a convivere nella differenza e ad appartenere ad altri e dove i genitori trasmettono la fede ai figli. Il matrimonio tende ad essere visto come una mera forma di gratificazione affettiva che può costituirsi in qualsiasi modo e modificarsi secondo la sensibilità di ognuno. Ma il contributo indispensabile del matrimonio alla società supera il livello dell’emotività e delle necessità contingenti della coppia. Come insegnano i Vescovi francesi, non nasce «dal sentimento amoroso, effimero per definizione, ma dalla profondità dell’impegno assunto dagli sposi che accettano di entrare in una comunione di vita totale (Esortazione Apostolica EVANGELII GAUDIUM di Papa Francesco)
Cosa significa questo punto affrontato dal Santo Padre nella sua esortazione apostolica dedicata alla gioia del Vangelo, alla nuova evangelizzazione, nuova nei modi e nella prospettiva? Come trasmettere la fede oggi? Papa Francesco dedica una riflessione anche al matrimonio. Esattamente al punto 66. Il Papa ci sta dicendo che il matrimonio è una testimonianza meravigliosa. Non solo quando le cosa vanno bene. In questo caso la coppia di sposi cristiani, paradossalmente, non si differenzia molto da chi non è sposato sacramentalmente. Soprattutto quando le cose diventano difficili. E’ lì che la coppia di sposi in Cristo può dare una testimonianza meravigliosa. Può mostrare la grandezza e la profezia della fedeltà, può rendere nuovamente attuale la fedeltà di Cristo, può rendere concreto il sacrificio della croce, che è stato il massimo dono d’amore di Gesù per ognuno di noi. La croce è fuori moda. La croce è scandalosa. Il mondo di oggi la respinge. La croce ci ricorda che amare significa anche, a volte, abbracciarla. La croce appesa al muro ci mette con le spalle a quel muro. Ci ricorda un Dio che ne ha fatto il suo trono d’amore. Ci ricorda che l’amore è fatica, che l’amore è una scelta, che l’amore ci chiede tutto. Ci chiede di morire a noi stessi. Ci chiede di perdonare tutto. La croce è segno dell’amore di Gesù. Ho letto da qualche parte che l’amore non ha la forma del cuore, ma della croce. Il cuore segno del sentimento e la croce segno della volontà. Gesù non sarebbe mai salito su quella croce per sentimento. Lo ha fatto per volontà. Per fare la volontà del Padre e per salvare tutti noi. Allora non è amore il suo? Oppure è l’Amore? Cosa ci insegna la croce? Ho pensato di mettere a confronto l’idea del mondo con l’idea di Dio sull’amore e sul matrimonio. Due concetti molto distanti tra loro.
Il mondo dice che l’amore è solo passione e sentimento. Dio dice che passione e sentimento sono cosa buona, ma l’amore diventa pieno e autentico quando riesce ad andare oltre ed è capace di sacrificio.
Il mondo dice che il sesso è sempre positivo se desiderato da entrambi. Dio dice che il sesso è benedetto quando è espressione di un’unione sponsale. Una sola carne segno di un cuore solo.
Il mondo dice che basta l’amore e non serve sposarsi. Dio ti dice che solo nel matrimonio troverai la forza per amare sempre.
Il mondo dice che il peccato non esiste. Dio ti dice che se vivi nel peccato sei già morto anche nel matrimonio.
Il mondo ti dice che lui/lei deve meritarsi il tuo amore. Dio ti dice che è davvero amore solo quando è gratuito ed immeritato.
Il mondo ti dice che la legge di Dio ti rende schiavo e ti impedisce di essere felice. Dio ti dice che solo accogliendo la Sua legge potrai essere libero anche d’amare.
Il mondo ti dice che sarai felice se farai di te il centro. Dio ti chiede di fare dell’altro il centro del tuo amore e solo se ti spenderai per gli altri potrai trovare anche il centro della tua gioia.
Il mondo dice che l’amore per sempre non esiste. Dio vi dice: “Cari sposi: mostrate al mondo che si sbaglia. Mostrate che amarsi per sempre è possibile ed è anche un’esperienza meravigliosa”
Questa è la gioia del Vangelo. Testimoniare questo senza moralismo, con la nostra vita, diventa l’evangelizzazione più potente che ci possa essere perchè ogni persona desidera amare ed essere amata così, anche se non ci crede, anche se non lo sa, anche se è ormai disillusa e si accontenta delle briciole d’amore che trova nel mondo.
Antonio e Luisa

martedì 27 giugno 2017

Tutto il matrimonio in un quadro


Tutto il matrimonio in un quadro

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quadro
Questa opera è intitolata: Ritratto dei coniugi Arnolfini. E’ stata dipinta da Jan Van Eyck nel quindicesimo secolo nelle Fiandre. Rappresenta un matrimonio celebrato secondo gli usi dell’epoca. I due coniugi si scambiano le promesse nella loro abitazione e davanti ai testimoni (che si vedono riflessi nello specchio) e poi andranno in chiesa a ricevere la benedizione del sacerdote.Sacerdote cattolico, siamo ancora prima della riforma. Diciamola tutta. Questo quadro non  spicca, non lascia senza parole come altri di quel tempo. Eppure nasconde un tesoro ai profani come me. Racchiude in un’immagine tutte le caratteristiche del matrimonio naturale e di conseguenza anche del sacramento. L’amore sponsale per essere autentico necessita di soddisfare quelle che sono le esigenze del cuore di ogni uomo. Cosa possiamo intuire da questo quadro? Prima di tutto osservate le mani che si tengono e che con le braccia formano un’unica forma geometrica, una parabola composta dal maschile e femminile che si completano in una diversità complementare e armoniosa. Ci ricordano l’indissolubilità e l’unità. Un amore che non ha termine e condizione. Da quel momento siamo legati per sempre a quell’uomo e a quella donna. Chi non si sposa con questo desiderio del cuore: che non finisca mai?
La seconda esigenza del cuore è la fedeltà. Nel dipinto a ricordarcelo c’è il cagnolino ai piedi dei due. La fedeltà si lega all’indissolubilità. Con il matrimonio abbiamo fatto dono di noi ad una persona. Dobbiamo essere capaci di esserci sempre anche nella cattiva sorte. E’ quello che l’altro/a si aspetta da noi accogliendo la nostra promessa ed è ciò di cui ha bisogno per sentirsi amato e non usato.
Terza caratteristica è l’unicità.  Un solo uomo e una sola donna. Nel dipinto si vedono solo i due sposi.
arnol
I testimoni sono presenti ma sono visibili solo riflessi nello specchio, come a renderli presenti ma non facenti parte di quell’unione così intima e così forte. I testimoni sono però necessari.
Quarta caratteristica è infatti la socialità. Il nostro matrimonio, la nostra unione non è solo un fatto privato ma è una realtà che investe tutta la comunità e la società civile. Per questo lo stato deve tutelare con le sue leggi il matrimonio.
Ultima caratteristica, non certo per importanza, è la fecondità. La rotondità del ventre della sposa è un augurio di fertilità, una nuova vita imminente. Il rapporto sessuale è l’assenso del corpo al dono totale e al tempo stesso esperienza sensibile della fusione degli sposi.
Cos’altro ci dice di interessante il quadro? Gli sposi sono scalzi, gli zoccoli di lui e le scarpe di lei sono posati sul pavimento. Si sono tolti le calzature come quando si calpesta un luogo sacro, in questo caso la loro casa, luogo della loro intimità, luogo dove vivranno la loro relazione e dove porranno il talamo nuziale. Sopra di loro c’è un candelabro con una sola candela accesa. Questo era un segno tradizionale fiammingo. Una candela sola accesa il giorno del matrimonio e le altre da accendere durante il percorso della loro vita comune, in una relazione da rinnovare giorno per giorno.
Antonio e Luisa

domenica 25 ottobre 2015

Il divorzio "sacramento" dell'adulterio

Il divorzio "sacramento"
dell'adulterio
Istruzione cattolica
Non comincio dal Vangelo, ma da Sofia Arnould, cantante francese. Essa ha definito il divorzio “il sacramento dell’adulterio”.


Il quale “sacramento” non fu voluto accettare da Alcibiade, uno degli uomini più intelligenti e stravaganti che ebbe l’antica Grecia. La moglie Ipparata, afflitta per le di lui scappatelle, si recò dall’arconte per chiedere il divorzio. Ma Alcibiade, avvertito, arrivò dal magistrato nel tempo stesso della sposa; senza lasciarla parlare, la prese per la vita, la sollevò, se la caricò sulla spalla e se la portò a casa, affermando: “Senza di te non possiamo vivere né io né i nostri figli”.

Andando più in là di Alcibiade, penso che l’amore matrimoniale sia donazione di sé all’altro, ma così intima e nobile, così ideale e fiduciosa, che da una parte pretende tutto, dall’altra esclude tutti. Quell’amore è amore decapitato, se ammette riserve, provvisorietà e rescindibilità. Sicché il divorzio è una spada di Damocle sull’amore dei coniugi: genera incertezza, timore, sospetto. “Domani forse mi lascerà! Forse andrà con quella che gli fa oggi da segretaria, così giovane, così graziosa, così istruita!”. Il convivere stesso non è più abbandono fiducioso e donazione serena di sé, ma trepidazione, difesa istintiva, preparazione a un domani diverso. Anche la maternità suscita timori (“Perché mettere al mondo dei figli, se domani ci separiamo”). Perfino i momenti dell’intimità sono solcati da tristi baleni (“E se domani un’altra viene a sapere, beffandomi, di quanto succede tra noi”).

Il divorzio toglie aiuti e salvaguardie necessarie alla nostra debolezza. Noi infatti non siamo degli angeli, anche nelle coppie più fortunate sono inevitabili le difficoltà: piccole crisi, malintesi, litigi, disaccordi, esplosioni di temperamento, parole che scappano ad una sposa stanca e suscettibile. Se non c’è divorzio in prospettiva, si cerca di superare questi momenti di tensione e di evitarli in avvenire. “Mi piace quella donna, ma bisogna che mi trattenga; sono legato per sempre”. “Farei la civetta con quell’uomo, ma è sposato; non ne verrebbe che una relazione irregolare e disonorante; meglio lasciar perdere”.

Cerco di spiegarmi meglio. Può succedere che uno sposo o una sposa – anche buoni – siano presi improvvisamente e inspiegabilmente da una passione veemente. Qual è la forza in quel momento di crisi? Questa: sapere che tentazioni del genere neppure si discutono, ma vanno tagliate con taglio netto, subito. Qual è, invece, la debolezza? Questa: poter dire a sé stessi che, insomma, cedendo ci si mette bensì fuori regola davanti a Dio, ma che c’è il mezzo di tenere la testa alta davanti agli uomini.

Il divorzio civile è proprio questo: il mezzo offerto dalla legge per tenere la testa alta davanti alla società, nonostante in coscienza si sia fuori posto. “Sacramento dell’adulterio”. Aveva ragione Sofia Arnould. Almeno in certi casi.

Più dell’uomo, nel divorzio, è vittima la donna. Lui, anche se ha cinquant’anni, specie se ben provvisto di denaro, trova facilmente una donna giovane, piacente, con cui “rifarsi una vita”. Ma lei? Specialmente se è un po’ sciupata, perché ha dato tutto al marito, al lavoro, ai figli, chi la vuole? Eccola dunque buttata via come un limone spremuto, destinata quasi sempre o a una solitudine piena di tristezza o a una vita di costumi non buoni.

“Ma oggi la donna ha più indipendenza, mi sono sentito dire, lavora fuori casa con assicurazione e prospettive di pensione. Se innocente, ha anche l’assegno dell’ex marito”. Tutto quel che volete, ma non si vive di solo pane, specialmente quando ci si era dedicati con tutto il proprio essere a un ideale, che si identifica con una persona. Ho visto di recente lo strazio di una madre separata dal marito, cui è concesso di avere il figlio quindicenne per due sole ore alla settimana. Essa non fa invidia davvero!

Ho accennato ai figli. Alla tragedia. Il pulcino, quando è maturo, rompe col becco il guscio dell’uovo e salta fuori. E già vestito, dopo pochi giorni mangia da sé, si cerca il becchime; ed è in grado di percorrere la propria via per conto suo, indipendentemente dalla chioccia che l’ha covato e badato. Non così i nostri bambini. Non è neppure nato il figlio, e la mamma si affanna e i genitori cominciano a spendere per il corredino. Nato, si continua a spendere per lui: abitini, calzette, minuscole scarpe, biancheria… Poi vengono giocattoli e libri. A quattordici anni, il figlio frequenta ancora la media e i genitori spendono per scuola e ripetizioni. E i denari sono ancora il meno: aumentano, col passare del tempo, le preoccupazioni: e gli esami, e il posto di lavoro, e la riuscita negli studi, e il livello di vita, e il matrimonio. Spesso il figlio ha 25 anni e grava ancora sulle spalle dei genitori, che pagano i suoi studi all’università.

Ho detto “i genitori”. Intendo tutti e due; intendo i suoi genitori. Intendo dire che egli non solo ha bisogno di una famiglia, ma della sua famiglia.

Mettiamo ora che la famiglia si rompa: padre di qua, madre di là. Con chi va il figlio? Col padre? Ed allora, anche con una pseudo-matrigna: ma non potrà dimenticare la madre vera e comincerà presto a giudicare il padre. A quattordici anni, con le parole o con l’atteggiamento, gli dirà: “Perché è qui costei? Che cosa hai fatto di mia madre?”. In questa situazione, com’è possibile al padre aver prestigio sul figlio? Va invece colla madre? Se rimane sola, sarà essa capace di dirigere, senza suo marito, la formazione di un ragazzo, che sta diventando uomo? Se accanto a lei ci sarà uno pseudo-patrigno e degli pseudo-fratelli, ritorniamo allo sbocco accennato sopra: dramma intimo e avviamento a una vita tormentata.


Tutti motivi sentimentali sono anche i casi pietosi e drammatici, che si portano per legittimare il divorzio. D’accordo, questi casi esistono e meritano tanta compresione. Restano, però, casi eccezionali e non conviene che una legge statale, per rimediare le eccezioni, metta in pericolo tutta una comunità. È la tesi del romanzo Un divorzio diPaul Bourget. Sulla nave è scoppiato il colera e le autorità del porto impediscono lo sbarco a tutti i passeggeri. Ma uno di questi si fa avanti: “Signor capitano, ho a terra il papà in fin di vita, m’ha chiamato dall’America con telegramma, devo vederlo ad ogni costo; ne va di mezzo anche l’eredità per me e per miei figli, mi lasci scendere!”. “Mi duole tanto, risponde il capitano, ma non posso: non devo, per aiutare te, esporre una intera città al pericolo del contagio!”.

Negli stati divorzisti è avvenuto. “È solo una piccola apertura”. Invece, nessuno è stato più capace di chiudere la porta e di mettere un freno al divorzio dilagante. Per forza: indotto una volta il costume divorzista, fare divorzio è come bere un bicchiere d’acqua.

Ho scritto, lo ripeto, non a lume di Vangelo, ma – penso – di senso comune.

Questo documento di Giovanni Paolo I, scritto il 12 aprile 1974, quando era ancora patriarca di Venezia, è tratto dalla rivista “Humilitas” del Novembre 1989.

venerdì 28 agosto 2015

Il mio casto etero matrimonio greco

Il mio casto etero matrimonio greco



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Novembre 5, 2012 Valerio Pece
Così il giovane filologo Francesco Colafemmina ribalta a colpi di Plutarco, Platone e Aristofane tutti i luoghi comuni sulla gaya sessualità ellenica. Spesso rabberciati da studiosi troppo “coinvolti” e distorti dalla nostra mania di erotizzare ogni cosa.
«È incredibile quanto sia diventato difficile spiegare che il matrimonio non è una creazione del cristianesimo, e che quindi quando la Chiesa lo difende non difende qualcosa di suo. E quanto sia faticoso chiarire che l’etica sessuale degli antichi greci non è la stessa del marchese de Sade o di un Cecchi Paone qualsiasi». Così parla a Tempi Francesco Colafemmina, filologo e grecista, autore del saggio Il matrimonio nella Grecia classica. Il libro – «formidabile, ricco di citazioni sorprendenti e di brillante scrittura» secondo lo scrittore e giornalista Antonio Socci – fa a pezzi la vulgata tradizionale inneggiante a una Grecia classica libera e gaia, la cui felicità sarebbe stata soffocata dall’avvento della buia morale cristiana. Ha contro non pochi accademici, Francesco Colafemmina, ma dalla sua ha una documentazione che grida vendetta, e citazioni schiaccianti dei suoi amati autori greci. «Per cui – dice – se il fine recondito di certa propaganda era quello di sovvertire l’ordine fondato sul matrimonio tra uomo e donna, è arrivato il momento di un surplus di efficacia, chiarezza e coraggio».
Colafemmina, studiosi di fama come Michel Foucault (Storia della sessualità, Feltrinelli), il celebrato professore oxoniense Kenneth Dover (L’omosessualità nella Grecia antica, Harvard University Press), fino a Eva Cantarella (Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico, Rizzoli) hanno scritto libri con tesi chiarissime fin dai loro titoli. La conseguenza è che negli y cinquant’anni tutto il sistema accademico – tanti giovani in primis – è stato bombardato da questa teoria: le donne greche avevano mariti perlopiù bisessuali e/o pedofili. Quanto c’è di vero?Più che una teoria questo oramai è un “dogma di fede”. Si può rispondere almeno in due modi: c’è una “via biografica”, alquanto rivelatrice ma che nel saggio non ho percorso, e c’è una via basata invece sugli scritti autentici, direi sui virgolettati degli autori greci.
Se è rivelatrice e inedita, inizi senz’altro dalla “via biografica”.Be’, sarà un caso che molti degli accademici che hanno messo in giro queste idee siano omosessuali? Il filosofo Michel Foucault, professore al Collège de France, la più prestigiosa istituzione culturale francese, morì di Aids nel 1984. Anche John Boswell, docente all’Università di Yale e attivista gay (a Yale organizzò il Centro di studi lesbici e gay), colui che per tutta la vita tentò di far convivere morale cattolica e condotte gay (vedi il suo Cristianesimo, tolleranza, omosessualità. La Chiesa e gli omosessuali dalle origini al XIV secolo), morì di Aids a 47 anni, alla vigilia del Natale del 1994. E l’elenco degli studiosi con biografie “interessate” sarebbe ancora lungo. Per la cronaca, Boswell è l’autore a cui si rifà Umberto Galimberti (senza ovviamente citarlo, com’è suo costume) per affermare che sant’Anselmo d’Aosta, canonizzato nel 1494 e proclamato Dottore della Chiesa nel 1720, fosse omosessuale. Galimberti lo scrive in una risposta a un lettore apparsa su D, il magazine femminile di Repubblica, il 28 luglio scorso. Purtroppo siamo a questo punto.
A grattare queste biografie si materializza il verso che Dante dedica a Semiramide, colei che «libido fé licito in sua legge». Ma veniamo ai testi. Cosa scrivono, davvero, gli autori greci sull’omosessualità?In effetti è quello il punto nodale. È fondamentale però fare prima un passo indietro. Secondo il dogma ormai imperante, nell’antica Grecia la pedofilia (o efebofilia) sarebbe stata al centro di un vero e proprio rito di iniziazione: l’uomo adulto, l’erastés, aveva rapporti sessuali con l’adolescente, l’eròmenos, e così facendo lo formava anche spiritualmente. Capiamo bene che nella prospettiva di una formazione spirituale dell’adolescente avere rapporti pedofili diventava un merito! Di qui si è poi passati a definire il dogma dell’assenza di una “morale sessuale” nell’antichità classica attraverso la proclamazione dell’omosessualità come qualcosa di naturale.
Scusi Colafemmina, è un caso che l’oncologo Umberto Veronesi tempo fa affermò che gli omosessuali, a differenza degli eterosessuali, vivono un “amore puro” perché non volto alla procreazione, quindi un amore spirituale?Non è affatto un caso, è esattamente la stessa folle visione. Attenzione però: quello dell’amore puro e spirituale non è altro che ciò che anche i gay del tempo affermavano per giustificare le loro pratiche, in un contesto sociale che invece le condannava risolutamente. L’errore madornale è che chi ripete oggi queste tesi non fa altro che ripetere ciò che dicevano gli autori omosessuali della Grecia classica. Oppure non fa altro che ridire ciò che Platone fa dichiarare ad alcuni suoi personaggi già noti come omosessuali nell’antichità (come Pausania nel Simposio) per arrivare però a smontare le loro tesi e a sostenere l’esatto contrario. È qui che è caduto Galimberti nell’articolo citato, scambiando Pausania, voce che Platone fa parlare ma non approva, per Platone.
Come dire che Manzoni la pensa come don Rodrigo… Ci spiega allora come mai nell’immaginario collettivo Platone passa per un autentico guru dell’omosessualità?
La promiscuità sessuale è tipica di taluni ambienti aristocratici ateniesi e Platone ci racconta anche questo. Eppure più che il soddisfacimento delle nostre pruderie storiche dovrebbe interessarci ciò che Platone ha davvero scritto sull’omosessualità: quattrocento anni prima di Cristo e duemilaquattrocento anni prima del Catechismo della Chiesa cattolica, Platone scrive che l’omosessualità è «contro natura». Nelle Leggi (636, c), ad esempio, si legge testualmente: «Il piacere di uomini con uomini e donne con donne è contro natura e tale atto temerario nasce dall’incapacità di dominare il piacere». Più chiaro di così! La verità è che nella Grecia classica l’omosessualità non era affatto così diffusa come si crede, e soprattutto, cosa che conta ancora di più, non era istituzionalizzata. Eschine, politico e oratore ateniese del IV secolo avanti Cristo, nell’orazione Contro Timarco scrive che ad Atene era vietato aprire scuole e palestre col buio affinché i ragazzi fossero sempre sorvegliati; e che, anche se col consenso del familiare, era vietato dare un giovane a un amante omosessuale per ottenerne in cambio denaro o altri benefici. Eschine scrive che era addirittura vietato agli adulti essere apertamente omosessuali praticanti. È interessante notare che gli omosessuali erano chiamati con un appellativo decisamente forte: cinedi (kinaidos al singolare), etimologicamente “colui che smuove la vergogna” o, per altri, e in un senso ancor più realistico, “le vergogne”.
Vuole dire che nella Grecia del IV e V secolo a.C. a uno come Cassano nessuno avrebbe intimato di scusarsi in ginocchio sui ceci?Guardi, basterebbe leggere Aristofane per fare di Cassano un chierichetto. Celebre è il repertorio, che oggi si direbbe omofobico, che il commediografo greco dedica ad gay del suo tempo. Parliamo di epiteti come lakkoproktos, katapygon, euryproktos, parole assolutamente intraducibili. Altro che cassanate.
Gentilmente, traduca. Gli accademici potrebbero rimproverarla di non essere un filologo rigoroso.
Confidando nella libertà di tono di questo giornale posso dire che euryproktos, per esempio, può tranquillamente tradursi con “culaperto”. Espressione tipica della sospensione delle regole operata dalla commedia, ma certamente poco gay-friendly. L’omosessuale era un tipo comico e se volessimo seguire la teoria di Henri Bergson potremmo affermare che il riso della commedia è un cementante sociale.
Ma allora dove nasce il mito dell’ordinaria omosessualità del mondo greco?I molti che erano in malafede (spesso perché gay) ci hanno marciato, e lo abbiamo detto; chi era in buona fede, invece, ha commesso lo sbaglio tipico della nostra epoca di “sessualizzare” tutto e troppo. I “ti amo” trovati nelle lettere di Leopardi a Ranieri o in quelle di Frontone a Marc’Aurelio, l’amicizia di Patroclo e Achille o di Eurialo e Niso, sono diventati immediatamente “chiari indici di omosessualità”. Semplicemente leggiamo quegli scambi di amichevole e profonda affettuosità con gli occhi malati di oggi, interpretando male amicizie autentiche, sane e purissime. È un errore e, insieme, una grande perdita. Non è un caso che oggi sviliamo l’amicizia e il suo valore a una richiesta di un contatto su Facebook.
Che ci dice invece della figura della donna nella Grecia classica? Davvero il suo ruolo era nettamente inferiore a quello di una donna contemporanea o anche qui c’è qualche mito da sfatare?Segregata, la donna, non direi proprio. Pensiamo solo alle feste religiose dell’Atene del V e VI secolo: si è calcolato che fossero addirittura 150 l’anno, se solo i tribunali pubblici restavano chiusi per le feste religiose per 54 giorni. Tra queste e un po’ di shopping, alle ragazze ateniesi non mancava certo la possibilità di adocchiare e sorridere a potenziali pretendenti. E poi avevano stratagemmi privati anche per contribuire alla scelta del marito.
Si riferisce al “caffè della consolazione” raccontato nel suo saggio?
Sì, per esempio. È stata una tradizione viva fino a qualche decennio fa in Grecia. Il pretendente, il gambròs, si recava nella casa della ragazza per incontrare il padre e magari concordare i termini della dote. La particolarità era tutta nel salotto in cui il giovane veniva accolto (nel museo di Kastorià, nel nord della Grecia, se ne conserva uno bellissimo). Nascosto da un quadro, un buco sulla parete permetteva alla figlia di osservare chi era arrivato fin lì per chiedere la sua mano. Se il giovane non le andava a genio veniva servito un caffè molto zuccherato, il caffè della consolazione, appunto. Il giovane non avrebbe avuto la mano della ragazza ma sarebbe tornato a casa con la bocca dolce.
Eppure si insiste sull’idea che la donna non fosse pari all’uomo.Era l’ordine della società tradizionale, non si può e non si deve parlare di arretratezza, di discriminazione. È ridicolo guardare con cipiglio femminista e postmoderno alla condizione della donna nell’antica Grecia: quel ruolo e quell’ordine familiare sono il fondamento della società che ci ha trasmesso le opere di genio più importanti della storia. Di più: sono il fondamento della società che ha fondato la civiltà occidentale. La categoria di emancipazione è anacronistica e noi non abbiamo alcun diritto di giudicare. Tra l’altro quella società e quel ruolo della donna non sono che quelli della nostra società contadina fino al secondo dopoguerra, da cui noi discendiamo direttamente. Solo oggi molte ex femministe, specie negli Stati Uniti, dove sul tema c’è una pubblicistica molto interessante ancora poco nota in Italia, cominciano a rendersi conto di come il movimento femminista sia stato un’arma utile al capitalismo per asservire la donna, più che per offrirle una piena realizzazione.
Quali sono le assonanze tra matrimonio cristiano e matrimonio greco?Sono fortissime. Guardi, possiamo essere precisi perché in questo ci aiuta molto l’Economico di Senofonte. Come per il cattolicesimo, anche per la Grecia classica il fine principale del matrimonio era la procreazione. L’ateniese del IV secolo avanti Cristo considerava i figli “una grazia di Dio”. Sempre da Senofonte sappiamo che l’altro fine del matrimonio era l’educazione della prole. Per cui quanto a scopi principali siamo perfettamente in linea con quanto insegna la dottrina cattolica nella Gaudium et Spes. Non solo, nel matrimonio greco c’è anche la meta della castità coniugale. Oltre che in Senofonte, la sophrosyne, un concetto assolutamente analogo a quello di castità, lo troviamo in Plutarco e in autori come Carìtone d’Afrodisia.
Dov’è allora la differenza?Per certi versi si può trovare nell’indissolubilità, elemento che il cristianesimo ha portato a pienezza e purificato. Le nozze per gli antichi greci non erano legalmente indissolubili come per i cristiani. Eppure anche su questo tema quello che solitamente non si legge è che il rapporto monogamico è in qualche modo insito nella cultura greca. Basterebbe leggere l’Andromaca (vv. 11-179), in cui Euripide si lancia in un nobilissimo elogio della fedeltà monogamica, come del resto fa anche nell’Alcesti. È però forse di Plutarco la più bella celebrazione del vincolo sacro: nell’Amatorius (767 D-E) si arriva ad affermare che l’affetto per le proprie mogli è «simile alla partecipazione ai grandi riti sacri».
Infatti leggendo Plutarco di Cheronea sembra di avere davanti un autore cristiano, non siamo lontani dallo zelo e dal pathos delle lettere paoline. I Precetti coniugali – opera plutarchea che lei riporta integralmente in appendice al saggio – possono essere considerati una sintesi della visione che la Grecia classica aveva dell’etica matrimoniale?I Precetti coniugali (Gamikà Paranghélmata) sono in effetti una lettura strabiliante se pensiamo che provengono da una fonte pagana. Furono composti da Plutarco in occasione del matrimonio di due suoi allievi, Polliano ed Euridice, nel I secolo dopo Cristo. È un’opera agile e godibilissima, un trattatello sulla vita coniugale ricco di massime, amorevoli consigli pratici e racconti esemplari, quasi un libro sapienziale se non fosse per l’allegria che lo pervade. Un’opera che personalmente farei leggere nei corsi prematrimoniali, spesso così scialbi. Di certo i Precetti coniugali rappresentano bene quella che era l’etica matrimoniale per gli antichi greci, nutrita da valori saldi, da rapporti fondamentalmente monogamici propri di una solida civiltà contadina, valori poi trasferitisi nella società cristiana e nobilitati dalla sua etica. Non è certo un caso se l’opera plutarchea sarà poi ripresa da autori cristiani come Ugo da San Vittore (De amore sponsi ad sponsam) e san Girolamo (Adversus Iovinianum).
Colafemmina, qual è lo scopo ultimo del suo saggio?In realtà è un augurio. Che una sintesi alta tra una ritrovata morale ellenica e l’etica cattolica possa offrire uno specchio in cui riflettere l’eredità inestimabile che abbiamo ricevuto dal mondo classico. E in cui vedere anche il rischio che comporta l’incamminarsi a passo svelto nella direzione opposta, quella del baratro.


Leggi di Più: Greci paladini dell'amore gay? Ma fateci al piacere | Tempi.it 

lunedì 10 agosto 2015

Bergoglio: “Quando ero seminarista mi colpì una ragazza”

Bergoglio: “Quando ero seminarista mi colpì una ragazza”

Dialogo con il rabbino Skorka sul celibato







DAMIAN DOPACIO





La formazione dei sacerdoti è una delle preoccupazioni che Jorge Bergoglio ha sempre espresso, come arcivescovo e superiore della Compagnia di Gesù. Sul tema ha avuto una conversazione con il rabbino Abraham Skorka, rettore del Seminario Rabbinico Latinoamericano, raccolta nel libro “Sobre el cielo y la tierra”, pubblicato nel 2012 dalla casa editrice Sudamericana (http://www.edsudamericana.com.ar).

Pubblichiamo un passo di quel dialogo, in cui Bergoglio rivela il segreto per vivere felicemente il celibato.

Bergoglio: Quando ero seminarista mi colpì una ragazza che avevo conosciuto al matrimonio di uno zio. Rimasi sorpreso dalla sua bellezza, dalla sua luce intellettuale... e restai confuso un bel po', mi girava la testa. Quando tornai in seminario dopo il matrimonio non riuscii a pregare per un'intera settimana perché quando mi disponevo a farlo nella mia testa appariva l'immagine della ragazza. Dovetti ripensare a cosa facevo. Ero ancora libero perché ero seminarista, potevo tornarmene a casa e addio a tutto. Dovetti ripensare alla mia scelta. Scelsi di nuovo – o mi lasciai scegliere di nuovo – il cammino religioso. Sarebbe anormale se non accadessero cose del genere. Quando accadono, bisogna ricollocarsi. Bisogna vedere se si torna a fare la stessa scelta o si dice: “No, questa cosa che sto provando è molto bella, ho paura di non essere in seguito fedele al mio impegno, lascio il seminario”. Quando succede una cosa del genere a un seminarista, lo aiuto ad andarsene in pace, ad essere un buon cristiano e non un cattivo sacerdote. Nella Chiesa occidentale, alla quale appartengo, i sacerdoti non possono sposarsi come nelle Chiese cattoliche bizantina, ucraina, russa o greca. In queste, i sacerdoti possono sposarsi; i vescovi no, devono essere celibi. Sono bravissimi sacerdoti. A volte dico loro che hanno una donna in casa ma non si sono resi conto del fatto che si sono presi anche una suocera. Nel cattolicesimo occidentale, il tema viene affrontato sotto la spinta di alcune organizzazioni. Per ora si mantiene salda la disciplina del celibato. C'è chi dice, con un certo pragmatismo, che stiamo perdendo “manodopera”. Se, ipoteticamente, il cattolicesimo occidentale rivedesse il tema del celibato, credo che lo farebbe per ragioni culturali (come in Oriente), non tanto come opzione universale. Per il momento sono a favore del mantenimento del celibato, con i pro e i contro che implica, perché sono dieci secoli di esperienze positive più che di errori. Ciò che accade è che dopo vengono fuori gli scandali. La tradizione ha peso e validità. I ministri cattolici hanno scelto il celibato a poco a poco. Fino al 1100 c'era chi optava per il celibato e chi no. In seguito, in Oriente si è seguita la tradizione non celibataria, come opzione personale, e in Occidente il contrario. È una questione di disciplina, non di fede. Si può cambiare. A livello personale, non mi è mai passata per la testa l'idea di sposarmi, ma ci sono altri casi. Si pensi al presidente del Paraguay Fernando Lugo, un tipo brillante. Quando era vescovo ha avuto una caduta ed ha rinunciato alla diocesi. È stato onesto in questa decisione. A volte ci sono dei sacerdoti che cadono in questo.

Skorka: E qual è il suo atteggiamento?

Bergoglio: Se uno di loro viene e mi dice che ha messo incinta una donna, lo ascolto, cerco di far sì che abbia la pace e a poco a poco lo faccio rendere conto che il diritto naturale precede il suo diritto come sacerdote. Deve quindi lasciare il ministero e farsi carico di quel figlio, anche se decide di non sposarsi con quella donna, perché come quel bambino ha diritto di avere una madre, ha diritto di avere il volto di un padre. Mi impegno a occuparmi di tutti i documenti a Roma, ma deve lasciare tutto. Ora, se un sacerdote mi dice che ha una infatuazione, che ha avuto qualche caduta, lo aiuto a correggersi. Ci sono sacerdoti che si correggono e altri che non lo fanno. Alcuni, purtroppo, non lo dicono neanche al vescovo. 

 Skorka: Che cosa significa che si correggano?

Bergoglio: Che facciano penitenza, che mantengano il loro celibato. La doppia vita non ci fa bene, non mi piace, significa dare sostanza alla falsità. A volte dico loro: “Se non lo puoi sopportare, deciditi”.

Skorka: Vorrei chiarire che una cosa è il sacerdote che si è innamorato di una ragazza e si confessa e un'altra molto distinta sono i casi di pedofilia. Questi vanno fermati alla radice, sono molto gravi. Fin quando due persone adulte hanno una relazione, si amano, è un'altra cosa.

Bergoglio: Sì, ma devono correggersi. Che il celibato porti come conseguenza la pedofilia è escluso. Più del 70% dei casi di pedofilia avviene nel contesto familiare e di vicinato: nonni, zii, patrigni, vicini. Il problema non è collegato al celibato. Se un sacerdote è pedofilo, lo è prima di essere sacerdote. Quando ciò accade, non bisogna mai chiudere un occhio. Non si può stare in una posizione di potere e distruggere la vita a un'altra persona. Nella diocesi non mi è mai accaduto, ma una volta un vescovo mi ha telefonato per chiedermi cosa doveva fare in una situazione di questo tipo e gli ho detto di togliere all'interessato le licenze, di non permettergli di esercitare più il sacerdozio e di avviare un giudizio canonico presso il tribunale corrispondente a quella diocesi. Per me è questo l'atteggiamento da assumere, non credo nelle posizioni che affermano di sostenere un certo spirito corporativo per evitare di danneggiare l'immagine dell'istituzione. Credo che negli Stati Uniti qualche volta si sia proposta questa soluzione: cambiare i sacerdoti. È una sciocchezza perché in quel modo il sacerdote porta il suo problema con sé. La reazione corporativa porta a questa conseguenza, per questo non sono d'accordo con soluzioni simili. Di recente in Irlanda sono saltati fuori casi ventennali, e il papa attuale ha detto chiaramente: “Tolleranza zero con questo crimine”. Ammiro il coraggio e la rettitudine di Benedetto XVI al riguardo.

sabato 18 luglio 2015

JOHN R. R. TOLKIEN: SUL MATRIMONIO E LA RELAZIONE FRA I SESSI

JOHN R. R. TOLKIEN: SUL MATRIMONIO E LA RELAZIONE FRA I SESSI  

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5 mag 2012   •  
 


Da una lettera di John R. R. Tolkien al figlio Michael (6-8 marzo 1941)
Il rapporto tra uomo e donna può essere puramente fisico (in realtà, naturalmente, non è possibile: ma intendo dire che ci si può rifiutare di prendere in considerazione altre cose, a tutto svantaggio dell’anima (e del corpo) di entrambi); oppure «amichevole»; oppure si può essere «amanti» (impegnando e mescolando tutta la propria capacità affettiva e le energie della mente e del corpo in una complessa emozione fortemente caratterizzata e vivificata dal sesso). Questo nostro mondo è immorale. Lo spostamento dell’istinto sessuale è uno dei sintomi principali della Caduta. Il mondo è andato sempre peggio di epoca in epoca. Le varie forme sociali cambiano e ogni nuova moda comporta particolari pericoli: ma il «duro spirito della concupiscenza» ha percorso ogni strada e siede sogghignando in ogni casa, da quando Adamo è caduto. Lasceremo da parte le conseguenze «immorali». In queste tu non desideri essere trascinato. Alla rinuncia non sei portato. «Amicizia», allora? In questo mondo corrotto l’«amicizia », che dovrebbe essere possibile fra tutti gli esseri umani, è virtualmente impossibile tra uomo e donna. Il diavolo è infinitamente ingegnoso e il sesso è la sua arma preferita. È abilissimo nel catturarti usando mezzi generosi, romantici o teneri, tanto quanto mezzi più bassi e animali. Spesso si è tentato di instaurare questa «amicizia»: da una parte o dall’ altra quasi sempre fallisce. Più avanti nella vita, quando gli impulsi sessuali si calmano, forse è possibile. Può instaurarsi fra i santi. Alle persone normali capita solo raramente: due intelligenze che abbiano una vera affinità mentale e spirituale possono avere un corpo femminile e uno maschile e desiderare di realizzare un’«amicizia» indipendentemente dal sesso. Ma nessuno può farci conto. Uno dei due partner deluderà l’altro (o l’altra) innamorandosi. Ma di solito (di norma) un giovanotto non vuole davvero «amicizia», anche se lo afferma. Di solito è cosi per molti giovani. Un giovane vuole l’amore: innocentemente e tuttavia irresponsabilmente, forse. Allas! Allas! that ever love was sinne! come dice Chaucer. Quindi, nel caso di un giovane cristiano e consapevole che esiste il peccato, è bene sapere come comportarsi.
Nella nostra cultura occidentale la tradizione cavalleresca è ancora forte, benché, come prodotto della cristianità (e tuttavia tutta un’altra cosa dall’ etica cristiana) i tempi le siano ostili. Idealizza l’amore – e può essere una cosa positiva, perché comprende molto più che il piacere fisico e prescrive se non proprio la purezza, almeno la fedeltà, e quindi la negazione di sé, il «servizio», la cortesia, l’onore e il coraggio. Il suo punto debole è, naturalmente, la sua origine di divertimento artificiale praticato nelle corti, un modo di godere dell’amore in sé stesso, senza nessun riferimento (anzi negandone la validità) al matrimonio. Il suo centro non era Dio, ma divinità artificiose, l’Amore e la Dama. Tende tuttora a fare della Dama una specie di faro-guida o di divinità: un assioma ormai passato di moda. «La sua divinità» = la donna che ama = l’oggetto o la ragione di un nobile comportamento»: questo, naturalmente, è falso o nella migliore delle ipotesi è un autoinganno. Anche la donna è un essere umano caduto e anche la sua anima è in pericolo. Ma combinata e armonizzata con la religione (com’ era molto tempo fa, dando origine a quella devozione alla Nostra Signora che fu il modo scelto dal Signore per raffinare la natura e le emozioni maschili e anche di riscaldare e rendere più gradita la nostra religione così dura e così amara) la cavalleria può essere cosa molto nobile. Produce quello che io credo sia ancora considerato, dalle persone che si possono appena dire cristiane, come l’ideale più alto dell’amore tra uomo e donna. Tuttavia io penso che presenti dei pericoli. Non è completamente vera e non è perfettamente «teo­centrica ». Distoglie, e ha distolto in passato, gli occhi del giovane dalle donne così come sono veramente, compagne nelle avversità della vita e non stelle-guida. (Uno dei risultati è, osservando la realtà, che il giovane diventa cinico). Fa dimenticare i desideri, i bisogni, le tentazioni delle donne. Inculca la tesi esagerata dell’ «amore vero» come di un fuoco che viene dal di fuori, un’esaltazione permanente, che non prende in considerazione gli anni che passano, i figli che arrivano, la vita di tutti i giorni ed è svincolata dalla volontà e dagli obiettivi. (Uno dei risultati è quello di far cercare ai giovani un «amore» che li tenga sempre al caldo, riparati da un mondo freddo, senza che debbano sforzarsi in nessun modo; e gli inguaribilmente romantici vanno avanti a cercare questo amore a costo di affrontare lo squallore delle cause di divorzio).
Le donne, in realtà, non sono consapevoli di tutto questo, anche se possono usare il linguaggio dell’amore romantico, dato che è così connaturato al nostro idioma. L’impulso sessuale rende le donne (naturalmente più sono innocenti meno sono consapevoli) molto tolleranti e comprensive, a specialmente desiderose di essere così (o di sembrare così), e pronte a condividere ogni interesse, per quanto è loro possibile, dalle cravatte alla religione, del giovane da cui sono attratte. Il loro intento non è per forza quello di ingannare; si tratta di puro istinto; l’istinto di servire, di collaborare, generosamente, riscaldato dal desiderio e dal sangue giovane. Grazie a questo impulso, in effetti, spesso possono raggiungere una notevole perspicacia e una capacità di comprensione anche di cose che altrimenti sarebbero al di fuori della loro naturale portata: perché la loro caratteristica è quella di essere ricettive, stimolate, fertilizzate (non solo da un punto di vista fisico) dall’uomo. Ogni insegnante lo sa. Quanto rapidamente una donna intelligente può apprendere, afferrare le idee dell’insegnante, capire il suo punto di vista – e come (tranne rare eccezioni) – non possa andare oltre, quando si stacca dall’insegnante o quando smette di nutrire per lui un interesse personale. Eppure questa per le donne è la strada naturale che porta all’amore. Prima che la giovane donna riesca a capire dove si trova (e mentre il giovane romantico, se esiste, sta ancora sospirando), può innamorarsi. Che per lei, una giovane innocente e non corrotta, significa che desidera diventare la madre dei figli del giovane, anche se questo desiderio non le è ancora ben chiaro. E a questo punto molto può succedere, di doloroso e dannoso, se le cose vanno storte. In particolare, se il giovane voleva solo una stella-guida e una divinità temporanea (finché non ne scopre un’altra più brillante) e se stava solamente godendo la lusinga di una simpatia insaporita da un briciolo di sesso – tutto molto innocente, naturalmente, e lontano anni luce dalla « seduzione».
Nella vita (come nella letteratura) puoi incontrare donne che sono incostanti e anche donne dissolute: non mi riferisco al semplice flirtare, che è unicamente un allenamento in vista del vero combattimento, ma a quelle donne che sono troppo sciocche per prendere sul serio anche l’amore o così depravate da gioire della «conquista» o persino dell’infliggere dolore – ma queste sono eccezioni, anche se insegnamenti sbagliati, cattiva educazione e mode corrotte possono incoraggiare questi atteggiamenti. Ma sebbene la situazione attuale abbia cambiato l’atteggiamento femminile, e modificato quella che è considerata proprietà di comportamento, non ha tuttavia cambiato l’istinto naturale. Un uomo ha il suo lavoro, la carriera (e amici maschi), tutte cose che possano sopravvivere (e di solito è così se l’uomo ha qualche briciolo di buon senso) al naufragio di un amore. Una giovane donna, anche se è «economicamente indipendente», come si dice adesso (e che di solito significa in realtà economicamente dipendente da un datore di lavoro maschio invece che dal padre o da una famiglia) comincia quasi subito a pensare al corredo e a sognare una casa. Se si innamora seriamente, il naufragio può davvero essere disastroso. Comunque le donne in genere sono molto meno romantiche e più pratiche. Non lasciarti ingannare dal fatto che sono più «sentimentali» a parole – sempre a dire «caro» e così via. Loro non sognano una stella-guida. Possono idealizzare un normalissimo giovane vedendolo come un eroe; ma in realtà non hanno bisogno di tanto per innamorarsi e per amare. Se hanno qualche delusione è perché pensano di poter «cambiare» un uomo. Possono innamorarsi di un astuto cialtrone e continuare ad amarlo anche quando si accorgono di non riuscire a redimerlo. Sono, naturalmente, molto più realistiche circa i rapporti sessuali. A meno che non siano guastate da qualche pessima moda attuale, di solito non parlano «sporco» non perché siano più pulite degli uomini (non lo sono), ma perché non lo trovano divertente. Ne ho conosciute alcune che pretendevano di trovarlo divertente, ma era una pura pretesa. Può essere curioso, interessante (anche troppo interessante): ma è un interesse naturale, serio, ovvio; dov’è il divertimento?
Naturalmente devono stare ancora molto attente nei rapporti sessuali, per quanto riguarda la possibilità di concepire. Sbagli di questo tipo sono devastanti, fisicamente e socialmente (e matrimonialmente). Ma istintivamente, quando non sono corrotte, sono monogame. Gli uomini no … E’ inutile affermare il contrario. Gli uomini non lo sono, per natura. La monogamia (benché sia da tempo un’idea fondamentale fra quelle che abbiamo ereditato) per noi uomini non è che una parte di etica «rivelata», in linea con la fede, ma non con la carne. Ognuno di noi potrebbe tranquillamente generare, in trent’anni di piena virilità, qualche centinaio di bambini, e godere di questo fatto. Brigham Young (credo) era un uomo felice e pieno di salute. E’ un mondo corrotto, il nostro, e non c’è armonia tra i nostri corpi, la nostra mente e l’anima.
Tuttavia, la caratteristica di un mondo corrotto è che il meglio non si può ottenere attraverso il puro godimento, o quella che è chiamata la realizzazione di sé (che di solito è un modo elegante per definire l’autoindulgenza, nemica della realizzazione degli altri); ma attraverso la rinuncia, la sofferenza. La fede nel matrimonio cristiano implica questo: grande mortificazione. Per un cristiano non c’è alternativa. Il matrimonio può aiutarlo a santificare e a dirigere verso un giusto obiettivo i suoi impulsi sessuali; la sua grazia può aiutarlo nella battaglia; ma la battaglia resta. Il matrimonio non lo potrà soddisfare – come un affamato può essere soddisfatto da pasti regolari. Presenterà tante difficoltà per mantenere la purezza che si addice a quello stato e altrettante soddisfazioni. Nessun uomo che si sia sposato giovane, per quanto sinceramente innamorato di sua moglie, le è mai stato fedele per tutta la vita con la mente e con il corpo senza un deliberato e consapevole uso della sua volontà o senza negazione di sé. Queste cose non vengono quasi mai dette – nemmeno a quelle persone cresciute nella fede della Chiesa. Quelle che vivono al di fuori sembra che non ne abbiano mai sentito parlare. Quando l’innamoramento è passato o quando si è un po’ spento, pensano di aver fatto un errore e di dover ancora trovare la vera anima gemella. Per vera anima gemella troppo spesso si scambia la prima persona sessualmente attraente che si incontra. Qualcuno che forse davvero avrebbero fatto meglio a sposare, se solo… Da qui il divorzio, per risolvere quel «se solo». E naturalmente di solito hanno ragione: avevano fatto un errore. Solo un uomo molto saggio, arrivato al termine della sua vita, potrebbe esprimere un equo giudizio su quale persona, fra tutte, avrebbe fatto meglio a sposare! Quasi tutti i matrimoni, anche quelli felici, sono errori: nel senso che quasi certamente (in un mondo migliore, o anche in questo, pur se imperfetto, ma con un po’ più di attenzione) entrambi i partner avrebbero potuto trovare compagni molto più adatti. Ma la vera anima gemella è quella che hai sposato. Di solito tu scegli ben poco: lo fanno la vita e le circostanze (benché, se c’è un Dio, queste non siano che i Suoi strumenti o la Sua manifestazione). E’ risaputo che in realtà i matrimoni felici sono più comuni dove la scelta del partner è più limitata, dall’ autorità dei genitori o della famiglia, finché esiste un’ etica sociale di responsabilità e fedeltà coniugale. Ma anche nei paesi dove la tradizione romantica ha tanto influenzato le consuetudini sociali da far credere alla gente che la scelta di un compagno riguardi esclusivamente il giovane, solo un raro colpo di fortuna fa sì che si incontrino un uomo e una donna «destinati» l’uno all’altra e in grado di interessare un grande e splendido amore. Questa possibilità ci incanta, ci prende alla gola: moltissime poesie e moltissimi racconti sono stati scritti su questo argomento, probabilmente più numerosi che le storie d’amore reali (e tuttavia le migliori di queste storie non parlano del matrimonio felice di questi grandi amanti, ma della loro tragica separazione; come se persino nella dimensione del racconto la grandezza e lo splendore, in questo mondo corrotto, si raggiungano attraverso il fallimento e la sofferenza). In questi grandi amori, spesso amori a prima vista, cogliamo la visione, suppongo, di quello che sarebbe stato il matrimonio in un mondo incorrotto. In questo mondo corrotto abbiamo come unica guida la prudenza e la saggezza (rare nella gioventù e inutili nella ma­turità), un cuore puro e forza di volontà. […]
La mia stessa storia è così fuori dal comune, così sbagliata e imprudente che mi riesce difficile consigliarti di essere cauto. Tuttavia, le eccezioni possono giustificare la norma; e i casi fuori dal comune non sono sempre buoni esempi per gli altri. Per quel che vale, ecco un po’ di autobiografia – sottolineando in questa occasione i punti dell’età e della situazione economica.
Mi sono innamorato di tua madre quando avevo circa diciotto anni. Profondamente, come si è dimostrato – anche se naturalmente difetti di carattere e di temperamento hanno fatto sì che spesso io sia sceso al di sotto dell’ideale che mi ero proposto. Tua madre era più vecchia di me e non era cattolica. Inoltre, purtroppo, avevo un tutore. E da un certo punto di vista questa fu una sfortuna; in un certo senso fu male per me. Queste cose assorbono molto e quasi ti esauriscono. Io ero un ragazzo intelligente alle prese con lo studio per una (indispensabile) borsa di studio per Oxford. La tensione combinata quasi mi portò sull’orlo di un brutto crollo nervoso. Feci fiasco agli esami e anche se (come anni dopo mi disse il mio preside) avrei potuto ottenere una buona borsa di studio, strappai con i denti una borsa di studio di 60 sterline per Exeter: quel tanto che bastava, insieme ad una borsa di studio della stessa cifra dalla scuola che lasciavo, per farcela (assistito dal mio caro vecchio tutore). Naturalmente, c’era un vantaggio, non considerato dal mio tutore. Ero intelligente, ma non diligente, né avevo una mentalità ristretta; il mio fallimento era dovuto in larga misura allo scarso studio (dei classici), ma non perché ero innamorato, bensì perché stavo studiando altre cose: il gotico e altro ancora. Avendo ricevuto un’ educazione romantica, presi seriamente quella che era una cosa da ragazzi e ne feci fonte di ispirazione e motivo del mio comportamento. Pur essendo un codardo fisicamente, nel giro di due stagioni, da timido coniglio disprezzato in una squadra di casa, passai a vestire i colori della squadra della scuola. L’amore mi fece fare tutto questo tipo di cose. Tuttavia, nacquero delle difficoltà: e io dovetti scegliere tra disobbedire e addolorare (o ingannare) un tutore che per me era stato come un padre, più di un padre vero, pur senza esserci stato obbligato, o lasciare cadere quella relazione finché non avessi compiuto i ventun anni. Non mi pento della mia decisione, anche se fu molto dura per la mia innamorata. Ma non era colpa mia. Lei era perfettamente libera e non aveva nessun obbligo nei miei confronti e io non avrei potuto recriminare (tranne che in base ad un irreale codice cavalleresco) se lei avesse sposato qualcun altro. Per quasi tre anni non vidi né scrissi al mio amore. Fu molto duro, doloroso e amaro, specialmente all’inizio. Le conseguenze non furono del tutto buone: caddi a capofitto nella pazzia e nella negligenza e sciupai molto tempo nel mio primo anno al College. Ma penso che niente avrebbe giustificato un matrimonio basato su un amore giovanile; e probabilmente nient’altro avrebbe potuto rafforzare abbastanza la volontà così da dare a questo amore (per quanto sincero e autentico) continuità. Nella notte del mio ventunesimo compleanno scrissi di nuovo a tua madre – il 3 gennaio 1913. L’8 gennaio andai da lei e ci fidanzammo, informando la sua esterrefatta famiglia. Mi rimboccai le maniche e lavorai molto (troppo tardi per salvare dal disastro la lode nel primo esame di baccellierato in lettere classiche), e poi l’anno successivo scoppiò la guerra, quando avevo ancora un anno da fare al College. In quei giorni i ragazzi si arruolavano e quelli che non lo facevano venivano biasimati pubblicamente. Era un brutto momento, specialmente per un giovane con troppa immaginazione e poco coraggio fisico. Niente laurea; niente soldi; fidanzato. Resistetti alla vergogna e alle allusioni sempre più esplicite dei miei parenti, passai le notti a studiare e superai con onore gli esami finali nel 1915. Mi precipitai ad arruolarmi: luglio 1915. Trovai insopportabile la situazione e mi sposai il 22 marzo del 1916. A maggio attraversavo la Manica (ho ancora i versi che scrissi per l’occasione) diretto alla carneficina della Somme.
Pensa a tua madre! Eppure neanche per un attimo adesso penso che abbia fatto più di quanto sarebbe stato lecito chiederle – non che questo le tolga merito. Io ero un giovanotto, con una laurea abbastanza buona, e portato a scrivere versi, con qualche sterlina, sempre meno, all’ anno (20-40), e nessuna prospettiva, secondo tenente a 7/6 al giorno in fanteria, dove le probabilità di sopravvivenza erano pochissime (come subalterno). Lei mi sposò nel 1916 e John nacque nel 1917 (la gravidanza iniziò e venne portata avanti durante l’anno della grande fame, il 1917, e della grande campagna degli U-Boat) proprio nel periodo della battaglia di Cambrai, quando la fine della guerra sembrava tanto lontana quanto sembra adesso. Io vendetti, e spesi per il mio bambino appena nato, le ultime scarse quote del Sudafrica, «il mio patrimonio ».
Al di là di questa mia vita oscura, tanto frustrata, io ti propongo l’unica grande cosa da amare sulla terra: i Santi Sacramenti. […] Qui tu troverai avventura, gloria, onore, fedeltà e la vera strada per tutto il tuo amore su questa terra, e più di questo: la morte. Per il divino paradosso che solo il presagio della morte, che fa terminare la vita e pretende da tutti la resa, può conservare e donare realtà ed eterna durata alle relazioni su questa terra che tu cerchi (amore, fedeltà, gioia), e che ogni uomo nel suo cuore desidera.
Tratto da: John R. R. Tolkien, La realtà in trasparenza, Bompiani 2001.

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mercoledì 8 aprile 2015

Come ho salvato il mio matrimonio

Come ho salvato il mio matrimonio

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Pubblicato: Aggiornato:
HAPPY COUPLE
Di recente Jenna, mia figlia maggiore, mi ha detto: "Da piccola temevo che tu e la mamma avreste potuto divorziare. Poi, quando avevo dodici anni, mi sono resa conto che litigavate così tanto che forse un divorzio sarebbe stata la scelta migliore" Poi ha aggiunto, sorridendomi: "Sono felice che abbiate risolto tutto"
Per anni, io e mia moglie Keri abbiamo lottato. Guardando indietro, non so neanche stabilire con precisione cosa ci abbia fatti avvicinare, ma le nostre personalità non erano proprio compatibili. Più andava avanti il matrimonio, più venivano a galla le differenze. La "fama e la fortuna" non hanno reso più semplici le cose, anzi, hanno aggravato i nostri problemi. La tensione era tale che viaggiare per promuovere un libro era diventato un vero sollievo, anche se scontavo tutto al ritorno. I nostri litigi erano all'ordine del giorno, era difficile anche solo immaginare una relazione pacifica. Eravamo sempre sulla difensiva, chiusi nelle nostre fortezze emotive. Il divorzio era dietro l'angolo, ne avevamo discusso più di una volta.
I nodi vennero al pettine durante un book tour. Avevamo appena litigato al telefono e Keri aveva riattaccato, bruscamente. Ero solo e mi sentivo arrabbiato e frustrato. Avevo raggiunto il mio limite.
Allora mi rivolsi a Dio, o meglio me la presi con Lui! Non so se urlare a Dio possa considerarsi una preghiera o meno ma, qualsiasi cosa fosse, non lo dimenticherò mai. Ero nella doccia dell'hotel Ritz-Carlton di Atlanta e gridavo a Dio che il matrimonio era uno sbaglio, che non ce la facevo più. Anche se odiavo il pensiero del divorzio, il dolore e la fatica di restare insieme erano troppi. Ero anche molto confuso. Non riuscivo a capire perché il matrimonio con Keri fosse così difficile. Dentro di me sapevo che era una brava persona e che io lo ero a mia volta. Allora perché non riuscivamo ad andare d'accordo? Perché avevo sposato una persona così diversa me? Perché lei non cambiava?
Alla fine, a pezzi, scoppiai a piangere. Anche in quel buio riuscii a vedere una luce. Non puoi cambiarla, Rick, puoi solo cambiare te stesso. In quel momento iniziai a pregare. "Dio, se lei non può cambiare, allora cambia me". Pregai fino a tarda notte e il giorno dopo mentre tornavo a casa. Pregai mentre varcavo la soglia, tornando da una moglie fredda che a stento si era accorta del mio rientro. Quella notte a letto, mentre eravamo a pochi centimetri di distanza eppure lontanissimi, arrivò l'ispirazione. Sapevo cosa fare.
Il giorno dopo mi avvicinai e le chiesi: "Come posso rendere migliore la tua giornata?"
Keri mi guardò arrabbiata: "Cosa?"
"Come posso rendere migliore la tua giornata?"
"Non puoi, perché lo chiedi?" disse.
"Perché dico sul serio, voglio sapere cosa posso fare per migliorare la tua giornata"
Il suo sguardo si fece cinico.
"Vuoi fare qualcosa? Pulisci la cucina".
Si aspettava che mi arrabbiassi. Invece acconsentii: "Ok".
Mi alzai e mi andai in cucina.
Il giorno dopo, la stessa domanda: "Cosa posso fare oggi?"
Con gli occhi socchiusi, mi disse "C'è da pulire il garage".
Feci un respiro profondo. Avevo già avuto una giornata pesante e sapevo che la sua richiesta era provocatoria. Stavo quasi per perdere le staffe.
Invece le dissi ok e per le due ore seguenti mi dedicai al garage. Keri non sapeva cosa pensare.
"Cosa posso fare per te oggi?
"Niente", urlò, "Non puoi fare niente. Smettila di chiederlo"
Io dissi: "Mi dispiace, non posso"
"Ho preso un impegno con me stesso. Cosa posso fare per te oggi?"
"Perché lo fai?"
"Perché tengo a te e al nostro matrimonio".
Così ho ripetuto la mia domanda il mattino dopo, e quello successivo. E quello dopo ancora. Poi, alla seconda settimana, il miracolo. Alla mia domanda gli occhi di Keri si riempirono di lacrime e scoppiò a piangere. Quando riuscì a parlare disse: "Ti prego smettila di chiedermelo. Non sei tu il problema, sono io. Vivere con me è difficile, non so perché resti insieme a me".
Le sollevai dolcemente il mento per guardarla negli occhi e dissi: "Perché ti amo. Cosa posso fare per rendere migliore la tua giornata?"
"Dovrei chiedertelo io".
"Dovresti", risposi, "Ma non adesso, adesso ho bisogno di essere io a cambiare. E tu devi sapere quanto conti per me".
Poggiò la testa sul mio petto.
"Mi dispiace di essere stato così meschino. Ti amo".
"Ti amo anch'io" rispose.
"Allora, cosa posso fare per te oggi?"
Mi guardò dolcemente e disse: "Possiamo solo passare un po' di tempo insieme?"
Sorrisi: "Mi piacerebbe molto".
Sono andato avanti con la mia domanda per più di un mese. E le cose sono cambiate, i litigi sono finiti. Poi è stata lei a chiedermi: "Di cosa hai bisogno? Come posso essere una moglie migliore?"
I muri che avevamo costruito erano caduti. Parlavamo dei nostri sogni di come poterci rendere felici. Non abbiamo risolto tutti i nostri problemi e non posso assicurare che non litigheremo mai più. Ma era la natura dei nostri scontri ad essere cambiata. Si erano fatti più rari e non erano più cosi violenti come un tempo, non li alimentavamo più. Non avevamo più voglia di ferirci a vicenda.
Io e Keri siamo sposati da più di 30 anni. Non solo amo mia moglie, mi piace anche. Mi piace stare con lei. La desidero, ho bisogno di lei. Molte differenze sono diventate dei punti di forza ed altre non sono poi così importanti. Abbiamo imparato a prenderci cura l'uno dell'altra e, soprattutto, vogliamo farlo. Il matrimonio è difficile, ma lo è anche essere genitore, mantenersi in forma, scrivere libri e qualsiasi altra cosa sia importante nella mia vita. Avere un compagno per sempre è un dono eccezionale. Ho imparato che il matrimonio può aiutarci a smussare anche i nostri lati più odiosi. Li abbiamo tutti.
Con il tempo ho capito che la nostra esperienza era solo un esempio di una lezione più ampia sul matrimonio. La domanda che chiunque abbia una relazione dovrebbe chiedere al partner è: "Cosa posso fare per rendere migliore la tua vita?" Questo è amore. I romanzi d'amore (ne ho scritti un po') ruotano intorno al desiderio e al "vissero felici e contenti", ma ad un simile epilogo non si arriva col desiderio, almeno non con quello descritto in queste storie. Il vero amore non consiste nel desiderare una persona, ma nel desiderare la sua felicità, anche a spese della propria. Il vero amore non è fare dell'altro una copia di sé stessi, ma alzare i nostri livelli di tolleranza e attenzioni per l'altro. Tutto il resto è solo una farsa di interessi egoistici.
Non sto dicendo che quello che è successo a me e Keri valga per tutti. Non voglio neanche suggerire che tutti i matrimoni debbano essere salvati. Ma, per quanto mi riguarda, sono immensamente grato dell'illuminazione che ho avuto quel giorno, tanto tempo fa. Sono grato che la mia famiglia sia ancora unita e che mia moglie, la mia migliore amica, sia ancora accanto a me quando mi sveglio la mattina. Sono grato che anche oggi, dopo anni, uno di noi due si avvicini all'altro per chiedere "Cosa posso fare per rendere migliore la tua giornata?". Essere la persona a cui è indirizzata questa domanda è un buon motivo per aprire gli occhi.
Questo post è apparso per la prima volta sul sito di Richard Paul Evans ed è stato ripreso da The Huffington Post Usa. La traduzione è di Milena Sanfilippo.