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San Bernardo

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Per
alcuni decenni l'Europa guardò a lui. Un vero ciclone toccato dalla
grazia: salvò il suo Ordine, combattè le eresie, evitò uno scisma,
predicò una crociata, disputò con Abelardo. La storia del monaco
cistercense nato 900 anni fa
È un mattino fresco e luminoso di primavera dell'anno 1112.
Al portale della grande abbazia di Citeaux si affaccia il monaco
portinaio, con scontata rassegnazione. La stessa del suo abate Stefano
Harding, ormai impotente ed amareggiato di fronte alla decadenza di
Citeaux, fondata appena dodici anni prima con il grande sogno di
rinnovare il monachesimo benedettino: era stato l'inizio dell'avventura
cistercense (da Cistercium, o Citeaux). Ebbene,
quella mattina il monaco portinaio si trova di fronte uno strano
spettacolo: un giovanotto, sui vent'anni e, dietro di lui, una trentina
di suoi amici e coetanei.
Quel
giovane all'apparenza timido è un autentico conquistatore. Alcuni di
quei giovanotti se li è trascinati con sé mentre erano impegnati
nell'assedio al castello di Grancey: armi e cavalli costituivano il
passatempo della gioventù aristocratica dell'epoca. Bernardo era nato da una famiglia aristocratica a Fontaine nel 1090; con
gli anni anche il padre Tescelino, cavaliere, sei fratelli, zii e
cugini, si faranno monaci con lui. Egli diverrà «la colonna della
Chiesa», secondo le parole del suo biografo Goffredo d'Auxerre. Tutta la
cristianità, papi, re, poveracci, cavalieri, monaci, per decenni, da
tutta Europa, guarderanno a lui. La
pattuglia che lo segue a Citeaux è fatta da uomini affascinati da lui.
Li raccoglie così: ha un amico a Mâcon: «Bisogna che diventi anche lui
dei nostri» dice ai fratelli. E quelli, sbigottiti, si guardano: «Ma
Bemardo, tu lo conosci, ha una posizione, è un uomo importante. E poi,
alla sua età!». Bernardo però non si ferma.
L'abbazia di Citeaux, che era ornai semivuota, si riempie di questa sorprendente compagnia. E
col passare delle settimane e dei mesi continuano ad arrivare altri
amici (molti sono sposati e per le mogli che vogliono prendere l'abito
viene allora fondato un monastero a Juilly). L'abate
Stefano, che prima di quel fresco mattino di primavera stava pensando
addirittura di chiudere l'abbazia e andarsene, è stupefatto. Adesso le
mura di Citeaux non bastano più. Bisogna costruire nuove abbazie.
Stefano spedisce due gruppi di monaci nel 1113 e nel 1114.
Poi l'anno dopo, per una nuova fondazione sceglie Bernardo: il giovane è
in monastero da appena due anni, non ha nemmeno 25 anni, non ha
ricevuto neanche l'ordinazione e poi -vien fatto notare all'abate- è
pure cagionevole di salute, oltre a non aver alcuna esperienza
amministrativa (per guidare un'abbazia erano necessarie certe doti
"manageriali"). Ma Stefano ha già deciso. Bernardo, dunque, parte da
Citeaux con un gruppetto di monaci. Si stabiliscono in una vallata solitaria e luminosa, Clara Vallis, Clairvaux, vicino al fiume Aube, a sud-est di Parigi. Vi
costruiscono delle capanne. Alla durezza della regola si aggiunge il
freddo e la fame. Il cibo, perlopiù, è fatto di zuppa di foglie di
frassino. Qualche monaco ha momenti di sconforto, anche perché il lavoro
qui è ancor più duro che a Citeaux. Bernardo non si occupa molto della
organizzazione: ha a cuore innanzitutto quelle persone che gli sono
state affidate. Da allora farà così per tutta la vita,
nonostante la gigantesca fioritura, in tutta Europa, delle sue abbazie.
Ormai avanti con gli anni, costretto dalle necessità della Chiesa
universale a vivere per mesi in giro per l'Europa fuori dalle sue amate
mura, scriverà ai suoi: «La
mia anima è triste finché non ritornerò e non vuol essere consolata se
non lì, fra voi». La dolcezza e il vigore della sua amicizia sostengono
fin dall'inizio la fondazione di Clairvaux: «Vi scongiuro, fratelli, vi
scongiuro per il bene comune (la vita della nostra comunità): afferrate
con zelo l'occasione a voi data di operare la vostra salvezza» dice in un sermone. I
monaci costruiscono pietra su pietra l'abbazia, bonificano, seminano
piantano un frutteto, creano un grande orto diviso geometricamente e
irrigato da piccoli rivoli. Grazie a una splendida opera di ingegneria
idraulica, infatti, i monaci sono riusciti a incanalare metà delle acque
dell'Aube, deviandole verso l'abbazia. Le acque sono utilizzate per il
sistema di irrigazione e per tutti i laboratori dell'abbazia; fanno
funzionare il mulino, servono ai monaci per la fabbricazione della
birra, per la follatura e la conceria (e quando la portata d'acqua è
eccessiva l'abbazia è difesa da un sistema di dighe). Bernardo,
nonostante la cattiva salute e la debolezza, non si sottrae alla fatica,
anzi vi sono dei racconti dove appare felice di essere il più bravo
nella mietitura del grano che i fratelli volevano risparmiargli.
Un
giorno, mentre i monaci stanno pregando, Bernardo vede arrivare dalle
colline una quantità di persone: gente di ogni condizione, di ogni età,
di ogni dove. Comincia così, quasi inattesa, non preordinata, la grande
fioritura cistercense: al momento della morte di Bernardo, nel 1153,
saranno ormai 350 i monasteri nati in tutte le valli, le foreste, le
montagne d'Europa, dalla Scandinavia all'Italia. «Nei monasteri noi
ammettiamo tutti, nella speranza che diventino migliori» dice Bernardo
in un passo del «De consideratione». E aggiunge con ironia,
rivolgendosi al Papa, che invece per la Curia romana è bene che trovi
uomini già buoni, benché ciò sia raro, perché lì «è più facile ricevere
uomini buoni che farli diventare tali».
Bernardo chiede innanzitutto a chi vuol entrare in monastero di
«conoscere se stesso"», di riconoscere qual è la comune condizione dei
mortali: «ogni uomo è mentitore, vacillante, misero, impotente, fragile,
mutevole». Questa è la miseria quotidiana che nessuno slancio di
entusiasmo può cancellare. Ma da questo «lago della miseria e dal fango
melmoso», annuncia Bernardo, Gesù il Verbo incarnato ci salva. Bernardo
lo dice con «un'amicizia tenera, premurosa, devota», che «eccelle nella
capacità di penetrare gli stati d'animo altrui, per consolare e
confortare» (Leclercq). Bernardo sa chi sono, di che pasta sono fatti, coloro che bussano ai suoi monasteri. Dice dunque in un sermone: «Dio
ha offerto la carne a degli esseri che godono della carne affinché
imparino, attraverso di essa, a godere in egual modo dello Spirito».
Cioè della presenza di Gesù, Dio fatto uomo. Il motivo dominante dei
suoi sermoni è appunto questo: historia Verbi, «la storia del Verbo» e,
all'interno di quel mirabile mistero dell'Incarnazione, la grandezza di
Maria e la sua maternità universale.
«Chi
siamo noi sulla terra se non piccole formiche indaffarate in lavori
inutili e vani? Che vantaggio avrà l'uomo da tutte le opere per le quali
si affatica sotto il sole?». Bernardo non ha dubbi:
solo per gustare la presenza di Cristo vale la pena vivere. Lo dice
magnificamente in un suo inno: Jesu, dulcis memoria / dans vera cordis
gaudia: / sed super mel et omnia, / Ejus dulcis praesentia. / Nil
canitur suavius; / nil auditur jucundius / nil cogitatur dulcius / guam
Jesu Dei Filius. / Jesu, spes paenitentibus / quam pius es petentibus! /
Quam bonus Te quaerentibus! / Sed quid invenientibus? / Nec lingua
valet dicere, / nec littera esprimere: / expertus potest credere, / quid
sit Jesum diligere. / Sis, Jesu, nostrum gaudium, / Qui es futurum
praemium: / sii nostra in Te gloria, / per cuncta semper saecula. Amen
(O
Gesù, dolce memoria / sorgente di vera gioia al cuore: / ma sopra ogni
dolcezza / dolce è la Sua presenza. / Nulla si canta di più soave, /
nulla si sente di più lieto, / nulla di più dolce si pensa, / che Gesù,
Figlio di Dio. / Gesù, speranza per chi ritorna al bene / quanto sei
pietoso verso chi Ti desidera! / Quanto sei buono verso chi Ti cerca! /
Ma che sarai per chi Ti trova? / Nessuna bocca può dire, / nessuna
parola può esprimere; / solo chi ne ha fatto esperienza può comprendere / cosa sia amare Gesù.
/ Sii Tu, o Gesù, la nostra gioia, / Tu che sei il futuro premio
eterno: / sia in Te la nostra gloria, / sempre, in ogni tempo. Amen).
Se c'è una parola chiave per comprendere Bernardo e la sua intuizione del cristianesimo, questa è: esperienza. Lo scrive e lo ripete instancabilmente: «Solo chi ne fa esperienza può comprendere cosa sia amare Gesù». E nel «De diligendo Deo» insiste senza tregua: «Amiamo Dio perché abbiamo provato e sappiamo quanto sia dolce il Signore». Tutto
ciò che fa o che dice, tutto ciò che di lui è rimasto di grande nella
storia della Chiesa, non può essere compreso se non come difesa,
incitamento, aiuto, nella esperienza della amicizia di Cristo.
Bernardo s'intromette nelle nomine dei vescovi, chiedendo la
deposizione di alcuni, percorre l'Europa predicando contro l'eresia
catara e contro quella di Arnaldo da Brescia, è veemente, appassionato,
infuocato contro ecclesiastici, teologi, contro
i suoi stessi cistercensi ed altri Ordini (ad esempio, nella polemica
con l'abbazia di Cluny, dove l'osservanza della Regola è ormai molto
rilassata, Bernardo, ripete, seppur dolorosamente, con san Gregorio: «E' meglio far sorgere uno scandalo che trascurare la verità»).
Ma su tutto prevale l'appassionato invito a far proprio il tesoro: la
esperienza della dolcezza di Gesù, quell'«amor cordis» che è «quodammodo
carnalis» verso il Corpo di Cristo.
Bernardo odia il vaniloquio intellettuale, non sopporta le inutili
dispute dialettiche che già allora cominciavano ad insinuarsi nelle
università. La sottigliezza accademica lo nausea. È
quasi provocatorio: «Haec mea subtilior, interior philosophia, scire
Jesum, et hunc crucifixum». Nel «De gradibus» attacca proprio la
«curiositas», con la sua apparente innocenza, come la «radice di ogni
peccato», addirittura di quello di Lucifero e di quello di Eva. La «curiositas» è perdersi dietro alle cose che non valgono dimenticando Colui che è il Sommo Bene.
Non per sua volontà, ma solo per obbedienza,
Bernardo viene trascinato nella disputa con Abelardo, il gran dottore la
cui dialettica andava per la maggiore a Parigi, pur avendo già avuto
una censura nel 1121 dal Concilio di Soissons. Bernardo, per anni, usa
con Abelardo ogni dolcezza, ogni discrezione. Inoltre ha particolarmente
a cuore la libertà di giudizio di ciascuno su ciò che non è essenziale
alla fede. Ma verso la primavera del 1140 le cose precipitano. Bernardo
si persuade che adesso non si tratta più solo di ricerca dialettica di
un professore: «Christus est in causa». Con questo nuovo magistero
intellettuale «si deride la fede dei cuori semplici, si frugano i
misteri di Dio». E questo Bernardo non può sopportarlo: la fede nel
Salvatore siglata dal Suo sangue è minacciata e allora Bernardo non può
più tacere. Egli freme pensando a quanti ingenui possono esserne
travolti (e persino nella Curia romana c'è chi si lascia solleticare da
questa novità che, per Bernardo, assembla gli antichi errori di Ario, di
Pelagio e di Nestorio). Inconcepibile
è per Bernardo anche il fatto che Abelardo, che si dice monaco -e che
dunque dovrebbe aver provato la delizia del cenobio- possa trovare in
quei sofismi intellettuali e nel successo dei salotti parigini il
proprio appagamento. Abelardo tenta il grande coup de théâtre: una
disputa pubblica con Bernardo, un'arte in cui lui eccelle, tanto quanto
Bernardo ne è nauseato. Dunque a Sens, il 2 giugno del 1140, per
l'ottava di Pentecoste, Abelardo arriva con lo stuolo dei suoi
ammiratori. Bernardo invece solo con un appunto che gli è stato
preparato da Guglielmo di Saint Thierry, un amico di entrambi i
contendenti. Ed ecco il colpo di scena. Tutto sembra
pronto per il grande spettacolo, ma Bernardo prende la parola per primo e
legge le proposizioni eretiche o assurde, che chiede ad Abelardo di
rinnegare, di correggere o di dimostrare. La verità non è da inseguire
con una disputa, ma da riconoscere e sperimentare. E basta. Abelardo
s'indigna e s'infuria. Già pregustava il sapore della disputa (e magari
del successo) e invece Bernardo non fa proprio nessuna disputa. Abelardo
con i suoi fans se ne va scandalizzato, appellandosi al Papa. Ma a Roma
le sue tesi vengono egualmente condannate. Come ha mostrato dom
Knowles, «a distanza, san Bernardo ci appare come l'aggressore, munito
di una potente armatura. Ma quando queste cose accadevano egli
assomigliava piuttosto al giovane Davide... Quando attaccò Abelardo,
uscì dalle file come colui che viene a sfidare, sul suo proprio terreno,
il maestro più adorato, più brillante del suo tempo».
D'altronde sempre più la Chiesa universale sembra aver
bisogno di Bernardo. Appena pochi anni prima proprio lui aveva dovuto
addirittura salvare la Chiesa da un grave scisma. Morto Onorio II, nel
febbraio 1130, due fazioni romane opponevano i cardinali pretendenti al
soglio pontificio. Così, nel giro di poche ore, viene eletto Papa il
cardinale Guido di Saint Ange, col nome di Innocenzo II e poi il
cardinale Pietro di Leon, che sarà chiamato Anacleto II. Quest'ultimo da
anni tramava per ottenere l'elezione, comprando il consenso del popolo e
dei sovrani a suon di mance e bustarelle. La Chiesa si trova in una
situazione penosa, con un Papa ed un antipapa. Un dramma che si
trascinerà per anni. Bernardo percorrerà l'Europa in lungo e in largo
per aiutare Innocenzo II. Sarà una lotta durissima e spesso cruenta;
Bernardo dovrà difendere la Chiesa dalle pesanti intromissioni del
potere mondano. Un anno dopo l'altro, papi, cardinali e re continueranno
a chiamare Bernardo «per porre rimedio alle difficoltà della Chiesa».
Non c'è causa giudiziaria, disputa ecclesiastica, che non si sottoponga a
Bernardo. «Statum ecclesiae miseramur», esclama con amarezza il monaco.
Eppure
questo stesso uomo a cui si aggrappa tutta la Chiesa, che tratta con
tutti i potenti del mondo, che riempirà della sua presenza la storia del
suo secolo, è lo stesso che si preoccupa di parlare con i genitori di
uno dei tanti giovani che vogliono entrare nel suo monastero e
accoratamente dice loro: «Non piangete! Il vostro Goffredo corre verso
la gioia, non verso le lacrime, e io sarò per lui un padre, una madre,
un fratello e una sorella». Bernardo è commosso di fronte a ciascun
ragazzo che decide di seguirlo e, in fondo, sa che questo solo vale. E
solo di Dio vorrebbe occuparsi. Ma Dio vuole che egli sia abate del
mondo intero e così, quando nel 1145 viene eletto Papa un suo monaco,
col nome di Eugenio III, scriverà una autentica guida di vita per il
Papa stesso. Con grande venerazione, ma anche con grande
libertà («Venerabundus, sed libere») lo chiama alle sue responsabilità.
Il «De consideratione» è un'opera straordinaria. Bernardo mette in
guardia il nuovo Papa da quella schiera di profittatori famelici che si
troverà attorno («sono lupi, altro che agnelli»), dall'abuso di potere,
dalla superbia. E poi ancora: «Come
mai i tuoi predecessori hanno ritenuto di stabilire dei limiti al
Vangelo, di sospendere la predicazione della fede, mentre persiste
ancora il paganesimo? Per quale ragione, mi domando, s'è arrestato
quell'annuncio che rapido corre? Chi per primo ha bloccato questa corsa
della salvezza? Quale scusa abbiamo noi di nascondere la verità?».
Ma Bernardo, grande conoscitore dell'animo umano e delle cose del
mondo, dedica la stessa attenzione alle cose apparentemente più
trascurabili e invece più insidiose nella missione di un Papa: «Non è
inutile riflettere sui mezzi e sui modi per riordinare la tua casa, e su
come provvedere a quelli che vivono nella tua intimità e fanno vita
comune con te. Direi persino che è necessario. Ascolta Paolo: "Se
qualcuno non riesce a dirigere la propria casa, come potrà prendersi
cura della Casa di Dio?"». L'uomo libero che così scrive al Papa è lo
stesso che a lui obbedirà con rigore monastico. Come nel 1146, quando il
Papa ordina a Bernardo che predichi e organizzi una nuova crociata. Il
Papa pensa soprattutto ad una spedizione militare sotto la corona di
Francia. Ma Bernardo immagina un immenso santo pellegrinaggio di tutti i
peccatori della cristianità europea per riscattare non solo quelle
terre dove è trascorsa la «storia del Verbo», ma anche la loro vita.
Bernardo vede in questo santo viaggio proprio un giubileo straordinario voluto da Dio: «Considerate,
o peccatori, di quale grande artificio Egli si serva per salvarvi e
stupite; contemplate l'abisso della sua tenerezza senza fine e
confidate... Non è infatti un mezzo di salvezza straordinario, che solo
Dio poteva trovare, il fatto che l'Onnipotente si degni di chiamare al
suo servizio rapinatori, adulteri, spergiuri, uomini macchiati di ogni
sorta di crimine, come persone che abbiano coltivato la giustizia? Non
disperate, peccatori, Dio è buono».
Dal punto di vista militare quella crociata fu un
fallimento, per le lotte intestine fra re e principi, per le tante
meschinità umane. E per Bernardo fu un dolore indelebile. Fino alla fine
dei suoi giorni Bernardo servirà per obbedienza la Chiesa difendendo la
fede dei semplici, nonostante il peso sempre più gravoso delle malattie
e della vecchiaia. Tante storie affascinanti che non è possibile
ricordare. D'altronde queste brevi note non fanno cenno né alla gran
quantità di miracoli che attraverso di lui furono compiuti, né
all'intimità mistica con il Signore e la Vergine che egli ebbe la grazia
di vivere in modo speciale, come ricorda Dante nel Paradiso. Un vero
miracolo, visibile a tutti, fu lui stesso e la sua Clairvaux, che era
come l'anticamera del Paradiso. Dopo aver desiderato inutilmente di
poterci vivere, poté perlomeno morirci, il 20 agosto 1153. Aveva appena
pronunciato, per i suoi fratelli, il suo ultimo sermone commentando le
parole di san Paolo: «Per me vivere è Cristo e morire un guadagno».
tratto da: Antonio SOCCI, Cristiani. L’avventura umana di 14 santi, suppl. a 30 Giorni, anno IX, dicembre 1991, p. 28s
da: www.storialibera.it
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