«I turchi ci massacrano». Così è nata la prima Crociata
***
di Angela Pellicciari 07-02-2015
Massimo Bordin, a Radio Radicale, è sempre una gran
miniera di idee. Questa mattina riportava un paragone fatto da Obama fra
le infamie commesse dai cristiani all’epoca delle Crociate e
dell’Inquisizione e gli attuali misfatti dell’Is. Non ero in Italia, ma
mi hanno detto che anche giornalisti italiani si sono esercitati in
considerazioni analoghe. Brevemente qualche fatto: se ci si chiede come mai i musulmani
moderati non abbiano alzato la voce contro i crimini commessi dai vari
califfi o pretendenti tali contro i cristiani, la risposta è semplice e
va trovata nel Corano. Il Corano è un libro che non si può interpretare.
Il Corano va obbedito perché a parlare è Dio che lo detta al profeta.
Dunque, il versetto 33 della sura 5 dice: «In verità, la ricompensa di
coloro che combattono Iddio e il suo Messaggero e si danno a corrompere
la terra è che essi saranno massacrati, o crocifissi, o amputati delle
mani e dei piedi dai lati opposti, o banditi dalla terra». Non risulta
che il Dio biblico si sia mai espresso in questi termini. In obbedienza al Corano nel corso del tempo più volte i musulmani hanno aderito alla lettera alla volontà
del profeta. Così hanno fatto i turchi selgiuchidi nell’undecimo
secolo. Leggiamo alcuni brani della lettera che nel 1091 l’imperatore
Alessio Comneno scrive a Roberto I, conte di Fiandra, per descrivere
cosa succede ai cristiani che vivono sotto il dominio turco o che vanno
in Terra Santa come pellegrini: «circoncidono i ragazzi e i giovani dei
Cristiani sui battisteri dei Cristiani, e in disprezzo di Cristo versano
il sangue della circoncisione negli stessi battisteri, e poi li
costringono a urinare negli stessi; e poi li trascinano nelle chiese e
li costringono a bestemmiare il nome e la fede della santa Trinità.
Coloro che si rifiutano li affliggono con innumerevoli pene e alla fine
li uccidono. Nobili matrone e le loro figlie, che hanno depredato
disonorano nell’adulterio, succedendosi uno dopo l’altro come gli
animali. Altri corrompono turpemente le vergini, ponendole in faccia
alle loro madri, e le costringono a cantare canzoni viziose e oscene,
finché non hanno terminato i loro vizi»; «uomini di ogni età e ordine,
ragazzi, adolescenti, giovani, vecchi, nobili, servi, e, ciò che è
peggio e più vergognoso, chierici e monaci, e -che dolore!- ciò che
dall’inizio dei tempi non è stato mai detto o sentito, vescovi, sono
oltraggiati con il peccato di Sodoma, e un vescovo sotto questo osceno
peccato perì. Contaminano e distruggono i luoghi sacri in innumerevoli
modi, e ne minacciano altri di peggiore trattamento. E chi non piange di
fronte a ciò? Chi non prova compassione? Chi non ne prova orrore? Chi
non prega?». I turchi distruggono «quasi l’intera terra da Gerusalemme
alla Grecia», le isole, e «adesso quasi nulla rimane eccetto
Costantinopoli, che minacciano di strapparci prestissimo, a meno che
l’aiuto di Dio e dei fedeli Cristiani Latini ci giunga velocemente»; «Il
resto omettiamo per non dare fastidio a chi legge». L’Occidente nel 1096 risponde all’appello disperato dell’imperatore bizantino andando con grandi sacrifici
e grande eroismo a liberare la terra di Gesù dalla barbarie musulmana
all’epoca imperante. È la prima crociata. Parole come quelle pronunciate
da Obama riposano su un terreno sicuro. Un terreno reso solido da
secoli di falsità storiche fatte passare per verità. Come scrive Leone
XIII nel 1883: «la scienza storica sembra essere una congiura degli
uomini contro la verità»; «Troppi vogliono che il ricordo stesso degli
avvenimenti passati sia complice delle loro offese». La propaganda
anticattolica ha dipinto la Chiesa come una specie di associazione a
delinquere, violenta, oppressiva, intollerante. La propaganda
anticattolica ha dipinto l’islam come la terra della pace e della
tolleranza. Nemmeno le atrocità disumane commesse in questo tempo
dall’islam che, come sempre ha fatto, vuole conquistare il mondo e
arrivare a Roma, riescono a far riflettere chi è stato educato all’odio e
al disprezzo anticristiano.
Recentemente su IlSussidiario.net è apparso un articolo di don Federico Pichetto
che condanna le Crociate, di cui i cristiani – dice sostanzialmente
Pichetto – dovrebbero vergognarsi perché sono un tradimento del
cristianesimo. Il giudizio non riguarda solo l’evento storico in sé ma
più in generale la posizione che un cristiano deve avere di fronte alle
vicende del mondo, anche oggi. Giudizi gravi che meritano, seppure a
distanza di tempo, una replica puntuale e autorevole.
Caro don Pichetto,
ti scrivo queste righe cercando di rispondere al tuo intervento sulle Crociate.
In
effetti tu parli di Crociate che non sono mai esistite: Crociate
sostenute dalla nascente borghesia, che come ognun sa, alla fine dell’XI
secolo – quando la prima Crociata fu bandita – non c’era nella società
europea, o comunque era una minoranza con un potere limitatissimo.
E poi riprendi le Crociate come progetto di imposizione violenta del Cristianesimo a popolazioni straniere.
Non
tocca a me rifare il punto su questa vicenda secolare su cui la
migliore storiografia, e non solo quella cattolica, ha dato un
contributo decisivo. Per dirla con il mio grande amico Franco Cardini, le Crociate sono state
un grande «pellegrinaggio armato», protagonista del quale fu, nei
secoli, il popolo cristiano nel suo complesso. Una avanguardia di santi, una massa di cristiani comuni e, nella retroguardia, qualche delinquente.
Non so quale avvenimento della Chiesa possa sfuggire a una lettura come questa.
Sta di fatto che noi – cristiani del Terzo millennio – alle Crociate dobbiamo molto.
Dobbiamo che non si sia perduta la possibilità dei grandi pellegrinaggi
in Terrasanta: nei luoghi della vita storica di Gesù Cristo e della
nascita della Chiesa. Alle Crociate dobbiamo che si sia ritardata la fine della grande epopea
della civiltà bizantina di almeno due secoli, e si sono soprattutto
salvate dalla dominazione turca le regioni della nostra bella Italia,
che si affacciano sul mare Adriatico, Tirreno e Ionio, falcidiate da
quelle sistematiche incursioni di corsari e di turchi che hanno
depauperato nei secoli le nostre popolazioni.
Anche
la tua bella Liguria ha dovuto costruire parte dei suoi paesi e delle
sue piccole città a due livelli – il livello del mare e il livello della
montagna – per poter sfuggire a queste invasioni che hanno fatto morire
nel buio della cosiddetta civiltà araba e islamica centinaia e migliaia
di nostri fratelli cristiani, a cui era stata tolta anche la dignità
umana e di cui noi facciamo così fatica a fare memoria.
Nessuna
realtà cristiana esprime la perfezione della fede che è solo in Gesù
Cristo, ma nessuna esperienza cristiana è invincibilmente diabolica.
Passare dalla fede alle opere è compito fondamentale del cristiano di
ogni tempo.
Ora,
per recuperare questa bellezza della storia cristiana bisogna guardare
la realtà secondo tutta l’ampiezza cattolica. La mia generazione e
quella di molti amici dopo di me – che per l’intelligenza e l’apertura
di monsignor Luigi Giussani hanno potuto dialogare personalmente per
esempio con Regine Pernoud, con Leo Moulin, con Henri de Lubac, con
Hans Urs von Balthasar, con Joseph Ratzinger, con Jean Guitton e molti
altri – hanno un sano orgoglio della nostra tradizione cattolica.
Per
questo sentono in modo assolutamente negativo desumere acriticamente
l’immagine della Chiesa dalla mentalità laicista che cerca di dominare
la nostra coscienza e il nostro cuore.
Certo,
l’essenza di questa tradizione cattolica – e che, quindi, comprende
anche le Crociate – è il desiderio di vivere il rapporto con Cristo e di
annunziarlo nella concretezza del suo popolo che è la Chiesa, nelle
grandi dimensioni che rendono il cristiano autenticamente uomo: la
dimensione della cultura, della carità e della missione. È questo il
Cristo che sta all’origine di tante iniziative del passato e del
presente. Nessuna iniziativa lo esprime adeguatamente, ma l’assenza di
qualsiasi capacità di presenza nel mondo e di giudizio sulla vita degli
uomini e sui problemi degli uomini fa dubitare che esista una fede
autenticamente cattolica.
La
fede in Cristo può rischiare di ridursi a essere spunto per mozioni
soggettive e spiritualistiche da cui metteva in guardia il santo padre
Benedetto XVI all’inizio della sua splendida enciclica Deus Caritas Est:
un Cristo che rischia di stare acquattato nel silenzio della coscienza
personale, che non diventa fattore di vita e di cultura, che non tende a
creare una civiltà della verità e dell’amore. Ricordo ancora con
commozione quando facevo la terza liceo una lezione di Giussani in cui
disse letteralmente: «La comunità cristiana tende a generare
inesorabilmente una civiltà».
Nella
mia esperienza pastorale e culturale ho sempre sentito come punto di
riferimento sostanziale la grande certezza di Giovanni di Salisbury che
diceva: «Noi siamo come nani sulle spalle di giganti». È perché siamo
sulle spalle di giganti che vediamo bene il presente e intuiamo le linee
del futuro. È questo che rende così appassionata la nostra
responsabilità, senza nessuna dipendenza dagli esiti, con la certezza di
portare il nostro contributo, piccolo o grande che sia, alla grande
impresa del farsi del Regno di Dio nel mondo, che come dice il Concilio
Vaticano II coincide con la Chiesa e la sua missione.
Un cordiale saluto
Monsignor Luigi Negri
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Abate di Pomposa
TUTTO CIO' CHE SAPETE SU ISLAM E CROCIATE E' FALSO
L'islam non è una religione di pace, non porta il progresso e non minaccia i cristiani a causa delle crociate
***
di Rino Cammilleri
Nel 2005 in Inghilterra una troupe stava realizzando un film sul razzismo islamofobo dei britannici. Si girava la scena in cui un attore dai tratti mediorientali veniva aggredito da alcuni inglesi. Due passanti, che non si erano accorti della cinepresa, si fermarono a difenderlo. Il film però fu realizzato lo stesso, anche se l'episodio ne era la più plateale sconfessione.
PARLAR MALE DELLA PROPRIA CULTURA E DELLA PROPRIA RELIGIONE Tutto ciò è emblematico. Parlar male della propria cultura e della propria religione ma usare ogni riguardo con quelle altrui (e in modo del tutto speciale con i suscettibilissimi musulmani) fa ormai parte di quel che per l'Occidente è il c.d. pensiero politicamente corretto. Detto pensiero, tuttavia, abbisogna di essere imposto con la forza della legge, il che significa che gli occidentali sarebbero portati a pensarla in modo ben diverso. Dal tempo dell'attentato alle Twin Towers, infatti, ogni sforzo è stato fatto per convincere gli occidentali che: a) la guerra che fanno gli Stati Uniti è «contro il terrore» e non contro terroristi che esplicitamente si richiamano all'islam; b) le crociate sono un episodio vergognoso della storia occidentale e, quantunque risalenti al Medioevo, agli islamici ancora brucia l'umiliazione subita; c) l'islam è una religione di pace. E via di seguito. [...]
BASTA CON I LUOGHI COMUNI A mettere i puntini sulle «i», stufo di queste storie, ha pensato l'americano Robert Spencer, che ha dato alle stampe una Guida (politicamente scorretta) all'Islam e alle Crociate (Lindau). Sottotitolo: Tutto ciò che sapete sull'Islam e le Crociate è falso. Non a caso nel risvolto di copertina si avverte che l'autore vive sotto protezione in una località segreta, alla faccia del punto c). Spencer si è preso la briga di analizzare uno per uno tutti i luoghi comuni politicamente corretti sull'argomento, con risultati talvolta grotteschi. Per esempio, nel testo Le crociate viste dagli arabi, di Amin Maalouf (stranamente - ma mica tanto - pubblicato dalla Sei, l'editrice dei salesiani), i crociati appaiono esattamente come nel film Le crociate di Ridley Scott: rozzi e guerrafondai. Mentre i saraceni sono miti e civili, e Saladino è un campione di tolleranza. Spencer ci ricorda però che l'iniziativa bellica risale allo stesso Maometto, il quale scrisse a tutti i re vicini (gli imperatori di Persia e di Bisanzio, il Negus d'Africa), chiedendo loro di scegliere tra la conversione alla «vera fede» o l'invasione. È un fatto che di lì a pochi anni quei regni sparirono e Bisanzio, ridotta quasi alla sola Constantinopoli, cominciò a chiedere disperatamente aiuto ai cristiani d'Europa, che erano riusciti a fermare la marea islamica alle porte della Francia alla fine dell'VIII secolo. Si può giudicare le crociate come si vuole (e sono molti, oggi, i cristiani che se ne rammaricano) ma non si può negare che fino a quando gli europei tennero la posizione in Palestina l'aggressività islamica segnò il passo. Con la caduta dei regni crociati, ricominciò e gli europei si ritrovarono a dover combattere sotto le mura di Vienna per ben due volte. Anche l'India finì in mani islamiche, ed è il premio Nobel Najpaul a ricordare la tabula rasa che i conquistatori fecero della sua antichissima e splendente civiltà.
TOLLERANZA MUSULMANA? Un altro dei luoghi comuni politicamente corretti (e insegnato nelle scuole occidentali) riguarda la «tolleranza» musulmana nei confronti di ebrei e cristiani sottomessi. Ma non dice che ebrei e cristiani dovevano cedere il passo e la sedia ai musulmani, non andare a cavallo, non costruire case più alte, portare segni esterni di riconoscimento (talvolta davvero umilianti), rasarsi la fronte, non edificare né riparare chiese, non esporre croci, pagare la tassa di «protezione» (all'atto del versamento, pubblico, il cristiano o l'ebreo doveva piegare il capo per ricevere il tradizionale schiaffo sulla nuca da parte dell'esattore). Ogni anno ai cristiani dell'impero ottomano venivano sottratti i figli migliori per farne giannizzeri, convertiti a forza e mandati in guerra contro gli europei (Scanderbeg, eroe nazionale albanese, era un giannizzero disertore). Ancora un luogo comune: l'epoca d'oro della cultura islamica ai tempi di Harun al-Rashid, il califfo delle «Mille e una Notte». Ma i costruttori di tale «epoca d'oro» erano tutti cristiani dhimmi e il sapere islamico era farina di sacco greco o indiano (come lo zero e i numeri «arabi»). Poi, a partire dal XII secolo, qualcuno richiamò alla stretta osservanza coranica e la fiaccola culturale passò all'Occidente. Caduta Costantinopoli nel 1453, torme di dotti greci ripararono in Europa, determinando il boom di Aristotele e Platone (e fu il Rinascimento). La contemporanea scoperta dell'America avvenne perché Colombo cercava una nuova «via delle Indie», essendo quella vecchia in mani islamiche.
E OGGI? Ma torniamo a oggi. Gli occidentali si scandalizzano più per Abu Graib e Guantanamo che non per le decapitazioni, le mani tagliate, le lapidazioni all'ordine del giorno altrove. Potremmo anche aggiungere il fasto a volte stomachevole in cui certi capi di Stato (ereditari, per giunta) vivono, con una discrepanza di ricchezza tra sovrano e popolo che da noi non sarebbe tollerata: harem con centinaia di concubine, decine di rolls-royce d'oro, panfili galattici, piste da sci con vera neve nel deserto... Nel maggio 2008 uno di tali personaggi, in visita in Puglia con seguito sterminato, donò al presidente della regione Vendola un orologio Rolex, che il presidente in questione dovette affrettarsi a versare all'erario per evitare critiche. Sembra, dice Spencer, «una tacita ammissione di qualcosa che l'establishment politicamente corretto nega con fermezza in ogni altro caso: che il cristianesimo, cioè, propone uno standard morale superiore rispetto a quello islamico. Di conseguenza ci si aspetta di più non soltanto dai cristiani osservanti ma da tutti coloro che hanno assorbito questi alti principi vivendo in società da essi plasmate». Già.
venerdì 9 maggio 2014
le Crociate
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Riportiamo da «La Nuova Bussola Quotidiana» questo lucido intervento di Mons. Luigi Negri.
Recentemente
su IlSussidiario.net è apparso un articolo di don Federico Pichetto che
condanna le Crociate, di cui i cristiani - dice sostanzialmente
Pichetto - dovrebbero vergognarsi perché sono un tradimento del
cristianesimo. Il giudizio non riguarda solo l’evento storico in sé ma
più in generale la posizione che un cristiano deve avere di fronte alle
vicende del mondo, anche oggi. Giudizi gravi che meritano, seppure a
distanza di tempo, una replica puntuale e autorevole.
Caro don Pichetto, ti scrivo queste righe cercando di rispondere al tuo intervento sulle Crociate. In
effetti tu parli di Crociate che non sono mai esistite: Crociate
sostenute dalla nascente borghesia, che come ognun sa, alla fine dell’XI
secolo - quando la prima Crociata fu bandita – non c’era nella società
europea, o comunque era una minoranza con un potere limitatissimo. E poi riprendi le Crociate come progetto di imposizione violenta del Cristianesimo a popolazioni straniere. Non
tocca a me rifare il punto su questa vicenda secolare su cui la
migliore storiografia, e non solo quella cattolica, ha dato un
contributo decisivo. Per dirla con il mio grande amico Franco
Cardini, le Crociate sono state un grande «pellegrinaggio armato»,
protagonista del quale fu, nei secoli, il popolo cristiano nel suo
complesso. Una avanguardia di santi, una massa di cristiani comuni e, nella retroguardia, qualche delinquente. Non so quale avvenimento della Chiesa possa sfuggire a una lettura come questa. Sta di fatto che noi – cristiani del Terzo millennio – alle Crociate dobbiamo molto. Dobbiamo
che non si sia perduta la possibilità dei grandi pellegrinaggi in
Terrasanta: nei luoghi della vita storica di Gesù Cristo e della nascita
della Chiesa. Alle Crociate dobbiamo che si sia ritardata la fine
della grande epopea della civiltà bizantina di almeno due secoli, e si
sono soprattutto salvate dalla dominazione turca le regioni della nostra
bella Italia, che si affacciano sul mare Adriatico, Tirreno e Ionio,
falcidiate da quelle sistematiche incursioni di corsari e di turchi che
hanno depauperato nei secoli le nostre popolazioni. Anche la tua
bella Liguria ha dovuto costruire parte dei suoi paesi e delle sue
piccole città a due livelli - il livello del mare e il livello della
montagna – per poter sfuggire a queste invasioni che hanno fatto morire
nel buio della cosiddetta civiltà araba e islamica centinaia e migliaia
di nostri fratelli cristiani, a cui era stata tolta anche la dignità
umana e di cui noi facciamo così fatica a fare memoria. Nessuna
realtà cristiana esprime la perfezione della fede che è solo in Gesù
Cristo, ma nessuna esperienza cristiana è invincibilmente diabolica.
Passare dalla fede alle opere è compito fondamentale del cristiano di
ogni tempo. Ora, per recuperare questa bellezza della storia
cristiana bisogna guardare la realtà secondo tutta l’ampiezza cattolica.
La mia generazione e quella di molti amici dopo di me - che per
l’intelligenza e l’apertura di monsignor Luigi Giussani hanno potuto
dialogare personalmente per esempio con Regine Pernoud, con Leo Moulin,
con Henri de Lubac, con Hans Urs von Balthasar, con Joseph Ratzinger,
con Jean Guitton e molti altri - hanno un sano orgoglio della nostra
tradizione cattolica. Per questo sentono in modo assolutamente
negativo desumere acriticamente l’immagine della Chiesa dalla mentalità
laicista che cerca di dominare la nostra coscienza e il nostro cuore. Certo,
l’essenza di questa tradizione cattolica - e che, quindi, comprende
anche le Crociate - è il desiderio di vivere il rapporto con Cristo e di
annunziarlo nella concretezza del suo popolo che è la Chiesa, nelle
grandi dimensioni che rendono il cristiano autenticamente uomo: la
dimensione della cultura, della carità e della missione. È questo il
Cristo che sta all’origine di tante iniziative del passato e del
presente. Nessuna iniziativa lo esprime adeguatamente, ma l’assenza di
qualsiasi capacità di presenza nel mondo e di giudizio sulla vita degli
uomini e sui problemi degli uomini fa dubitare che esista una fede
autenticamente cattolica. La fede in Cristo può rischiare di ridursi a
essere spunto per mozioni soggettive e spiritualistiche da cui metteva
in guardia il santo padre Benedetto XVI all’inizio della sua splendida
enciclica Deus Caritas Est: un Cristo che rischia di stare acquattato
nel silenzio della coscienza personale, che non diventa fattore di vita e
di cultura, che non tende a creare una civiltà della verità e
dell’amore. Ricordo ancora con commozione quando facevo la terza liceo
una lezione di Giussani in cui disse letteralmente: «La comunità
cristiana tende a generare inesorabilmente una civiltà». Nella mia
esperienza pastorale e culturale ho sempre sentito come punto di
riferimento sostanziale la grande certezza di Giovanni di Salisbury che
diceva: «Noi siamo come nani sulle spalle di giganti». È perché siamo
sulle spalle di giganti che vediamo bene il presente e intuiamo le linee
del futuro. È questo che rende così appassionata la nostra
responsabilità, senza nessuna dipendenza dagli esiti, con la certezza di
portare il nostro contributo, piccolo o grande che sia, alla grande
impresa del farsi del Regno di Dio nel mondo, che come dice il Concilio
Vaticano II coincide con la Chiesa e la sua missione. Un cordiale saluto
Siamo
agli inizi del Novecento, e un giovane maestro incomincia la sua
carriera politica di passioni rapide e cangianti, e di inenarrabili odi.
Suo padre, Alessandro, è un ruvido uomo di sinistra che vede nel
socialismo “la scienza e l’excelsior che illumina il mondo”, “il libero amore che subentra al contratto legale”. Scrive: “o
preti, non è lontano il tempo in cui cesserete di essere inutili e
falsi apostoli di una religione bugiarda e in cui, lasciando al passato
la menzogna e l’oscurantismo, abbraccerete la verità e la ragione, e
getterete la tonaca alla fiamma purificatrice del progresso”. Anche
il figlio di Alessandro è un amante del socialismo, del progresso,
della “ragione”, contro l’oscurantismo dei credenti. Egli, nei suoi
viaggi lontano dalla patria romagnola, arriva a Trento nel 1908,
chiamato dal partito socialista locale, e subito viene onorato come
grande oratore, “versato soprattutto in anticlericalismo”. Qui,
nella città del Concilio, scaglia i suoi strali contro l’ “idra
clericale”, in nome della “Redenzione umana”. Non crede in Dio, ma
nell’avvenire dell’umanità, radioso e splendente. Occorre
solo eliminare i nemici, gli avversari, coloro che si oppongono al
trionfo del bene, all’ “internazionalismo”, all’ “anti-religiosismo”,
all’ “affratellamento dei popoli”. Questi nemici sono la Chiesa, il
militarismo, il “morbus sacer” del nazionalismo, l’ “Austria
guerrafondaia”, guidata da un sovrano ridicolmente cattolico, e i
militaristi germanici. Declama, a testa alta: “I
milioni che dovrebbero destinarsi al popolo, a sollevare il popolo,
sono invece inghiottiti dall’esercito. Il militarismo! Ecco la mostruosa
piovra dai mille viscidi tentacoli che succhiano senza tregua il sangue
e le migliori energie del popolo”. Per il giovane rivoluzionario a succhiare il sangue del popolo italiano c’è anche la Chiesa, “grande cadavere”, “lupa cruenta”, “covo di intolleranza”, e i suoi preti, “pipistrelli”, “sanguisughe”, “pallide ombre del medioevo”, “sudici cani rognosi”, che vogliono mantenere il popolo nell’ignoranza. Le
vicende di Galilei e di Giordano Bruno, scrive sempre con vigore il
nostro giornalista, sono lì a dimostrare chi sono i nemici della ragione
e del progresso. Eppure, prosegue, oggi Marx ci ha finalmente aperto
gli occhi, ci ha rivelato che Dio non esiste, e con lui Darwin, che ha
dato un grosso colpo alle teorie della Bibbia, tanto che “nessun altra dottrina ha avuto portata maggiore di quella del grande naturalista inglese”. Mentre
scrive, il giovane rivoluzionario si concede qualche scappatella, con
donne che poi abbandona senza tanti scrupoli. “E’ vero che a Losanna –
scrive - ebbi relazione con una divorziata, ma così per la carne, non
per l’anima”. E mentre frequenta svariate signore, e percorre i corridoi
dei bordelli, scrive articoli intitolati “Meno figli, meno schiavi!” e definisce l’amore “una grandissima cosa: ma non è poi solo e non è tutto. E’ un mezzo per conservare la specie”, un artificio della natura solo per mantenere se stessa, come ogni buona dottrina materialista insegna. Queste
esperienze e queste convinzioni, non gli impediscono di spiegare ai
suoi lettori che i sacerdoti sono sempre degli sporcaccioni, e come loro
le suore. Esse, in particolare, sono il bersaglio preferito della
pubblicistica socialista, cui il nostro appartiene: si racconta che nei
“reclusori” le suore abbiano sempre tresche orrende con le detenute, e
che siano delle crudeli violentatrici. Nel romanzo Orkinzia, degli stessi anni, le “suore infami” fanno violenza “su fanciullette ignude, incatenate, con le braccia dietro la schiena”. I preti, poi, sono orride creature che passano “ributtanti malattie veneree” ai bambini, come “porci
in veste talare che pullulano ogni giorno nelle cronache dei giornali
come funghi schifosi ammorbanti l’umanità coi loro fetori”. Per
dimostrarlo il nostro racconta appena può, colorandoli il più
possibile, gli atti immorali di qualche sacerdote, di qualche suora, di
qualche catechista. “Lo
so, aggiunge, che questo fa ciccare i ciarlatani neri, ma ne dovranno
inghiottire molti altri di questi che sono per loro rospi vivi che
guazzano nelle cloache massime e minime”. La verità, continua infine il nostro, è “che certi voti di castità non possono essere mantenuti senza forzare la natura umana”,
che, come si è già detto, è solo animalità ed istinto. Così i preti
sono degli ipocriti, perché proclamano una morale disumana, ma la
tradiscono di continuo: anche andando a caccia, e cioè “uccidendo tante
piccole esistenze create da Dio, se dobbiamo por fede alla Genesi”, e
violando il sacro “pacifismo”. Oltre ad articoli di giornale, il nostro scrive anche un romanzo, “Claudia Particella, l’amante del cardinale”, infarcito di violenze e turpitudini, adattissimi alla polemica anticlericale, e prende le difese degli ebrei, ingiustamente “martoriati e suppliziati”, ovviamente dalla Chiesa. Ma
chi è questo socialista difensore della purezza, della pace, della
tolleranza, di Marx e Darwin, della scienza e del progresso, i cui
pregiudizi e le cui calunnie sono ancor oggi condivisi da non pochi
giornalisti ed intellettuali alla moda, esattamente un secolo dopo? Per chi non lo avesse riconosciuto, il suo nome è Benito Mussolini.
16/06/2010 E'
il cavallo di battaglia di tanta pubblicistica anticattolica.
Utilizzato per bollare la Chiesa come nemica della scienza. Ecco perché è
importante tornare a parlarne. Dicendo la verità su come si svolsero i
fatti.
Di S.E. Mons. Luigi Negri
Si è
concluso non da molto l'anno galileiano e non sono mancate pubblicazioni
e articoli che hanno trattato del cosiddetto "caso Galileo". Allora
perché interrogarsi ancora sulla vicenda galileiana? Sono almeno due i
livelli per cui è importante occuparsene. Sicuramente ricostruire da un
punto di vista storico, al di là di tutte le interpretazioni ideologiche
e di tutti i pregiudizi, la dialettica tra Galileo e la Chiesa del suo
tempo è importante per chiarire che la Chiesa "non è mai stata" e "non
è", come vorrebbe certa storiografia laicista, contro la scienza. Il
cosiddetto "caso Galileo", come ha avuto modo di precisare l'allora
card. Ratzinger, «ancora poco considerato nel XVII secolo, viene - già
nel secolo successivo - elevato a mito dell'illuminismo». Secondo tale
prospettiva, continuava lo stesso card. Ratzinger, «Galileo appare come
vittima di quell'oscurantismo medievale che permane nella Chiesa. […] Da
una parte troviamo l'Inquisizione: il potere che incarna la
superstizione, l'avversario della libertà e della conoscenza. Dall'altra
la scienza della natura, rappresentata da Galileo». Una puntuale
ricostruzione storica ha dimostrato ormai con chiarezza che l'obiezione
della Chiesa al copernicanesimo di Galileo derivava dal fatto che si
affermavano come teorie scientificamente dimostrate delle ipotesi che in
realtà avevano ancora bisogno di ulteriori sviluppi e giustificazioni.
Le parole di Bellarmino, scritte al padre carmelitano Foscarini, non
lasciano adito a dubbi: «quando ci fusse vera demostratione che il sole
stia nel centro del mondo e la terra nel terzo cielo, e che il sole non
circonda la terra, ma la terra circonda il sole, allora bisognaria andar
con molta circospezione in esplicitare le Scritture che paiono
contrarie e più tosto dire che non l'intendiamo, che dire che sia falso
quello che si dimostra». Inoltre, la preoccupazione della Chiesa era di
natura pastorale, ciò che la muoveva non era la volontà di difendere
Tolomeo contro Copernico, quanto di evitare che attraverso la
divulgazione di teorie non ancora dimostrate si favorisse la libera
interpretazione delle Scritture secondo il modello protestante, aprendo
inevitabilmente a quella prospettiva soggettivistica e individualistica
della fede introdotta da Lutero. Solo se si tiene conto del difficile e
drammatico momento storico in cui ci si trovava, si può comprendere una
certa rigidità con cui la Chiesa si è posta nel difendere
l'interpretazione di alcuni passi delle Scritture, in cui si faceva
riferimento al movimento del sole, commettendo l'errore di suffragare la
teoria tolemaica con tali passi. Tuttavia ciò che interessava veramente
alla Chiesa era difendere la fede del popolo, evitare cioè che in una
situazione così delicata un dibattito ancora aperto investisse
scriteriatamente il popolo. Con questo non si vuol dire che
l'atteggiamento della Chiesa del tempo sia stato esente da errori, ma
che la questione in gioco sia più complessa di quanto evidenziato da
quelle ricostruzioni parziali che denigrano la Chiesa come oscurantista.
Per questo motivo Giovanni Paolo II ha precisato che il "caso Galileo"
può essere visto come «una tragica reciproca incomprensione» che
erroneamente «è stata interpretata come il riflesso di un'opposizione
costitutiva tra scienza e fede» (Giovanni Paolo II, Discorso
all'Accademia delle Scienze, 31 ottobre 1992). Il secondo livello, forse
ancora più urgente da recuperare, è quello del carattere profetico
inscritto nella vicenda galileiana. In essa possiamo dire che incomincia
a farsi strada quella concezione di ragione che negli ultimi tre secoli
si è dimostrata essere dominante: una ragione razionalistica che
finalizza la conoscenza della realtà alla manipolazione tecnologica
della stessa realtà. Galileo, nel tentativo assolutamente legittimo e
positivo di fondare un sapere scientifico su basi metodologiche nuove,
si è però dimostrato troppo sbrigativo nel liberarsi delle cosiddette
"qualità secondarie", affermando non solo che gli unici aspetti che si
potevano conoscere fossero gli aspetti quantitativi, ma addirittura che
fossero gli unici presenti effettivamente nella realtà percepita.
Rinunciare alle qualità secondarie significava considerare privo di
senso qualsiasi discorso intorno alla natura propria di ciascuna realtà,
significava ritenere «impresa non meno impossibile e per fatica non men
vana» «il tentar l'essenza». Si può, pertanto, affermare che nella
vicenda galileiana si apriva una questione estremamente delicata: la
concezione di scienza, a cui introduceva il galileismo (non Galileo in
quanto tale), successivamente sviluppata dall'illuminismo e dal
positivismo, rischiava di ridurre la ragione al tecno-scientismo e di
affermare un potere assoluto su tutto, compreso sull'uomo. Oggi questo
rischio è più che mai presente, come Benedetto XVI ha sottolineato nella
sua ultima enciclica: «Il processo di globalizzazione potrebbe
sostituire le ideologie con la tecnica, divenuta essa stessa un potere
ideologico, che esporrebbe l'umanità al rischio di trovarsi rinchiusa
dentro un a priori dal quale non potrebbe uscire per incontrare l'essere
e la verità. In tal caso, noi tutti conosceremmo, valuteremmo e
decideremmo le situazioni della nostra vita dall’interno di un orizzonte
culturale tecnocratico, a cui apparterremmo strutturalmente, senza mai
poter trovare un senso che non sia da noi prodotto. Questa visione rende
oggi così forte la mentalità tecnicistica da far coincidere il vero con
il fattibile. Ma quando l’unico criterio della verità è l'efficienza e
l'utilità, lo sviluppo viene automaticamente negato». Ovviamente, questo
non significa non volere riconoscere che, proprio grazie a Galileo, sia
nata la scienza moderna, rivelatasi per la storia dell'umanità una
delle più straordinarie possibilità positive. Le scoperte scientifiche e
tecnologiche che si sono susseguite dal 1600 ad oggi hanno contribuito
certamente a migliorare la vita degli uomini. Tuttavia, occorre tenere
presente come, allo stesso tempo, sia nata e si sia sviluppata una
concezione di scienza che, invece di favorire la piena realizzazione
dell'uomo, si è ritorta contro lo stesso uomo, pretendendo, ad esempio,
di dominare la vita dalla sua origine (eugenetica) alla sua fine
(eutanasia). L'uomo rischia così di essere ridotto a mero oggetto,
venendo trattato come realtà senza anima, senza quella dignità assoluta e
senza quella libertà che caratterizzano ontologicamente la persona. È
sempre più urgente che la scienza non sia vissuta come un potere
assoluto e riconosca, invece, che esiste un orizzonte di senso e di
valore più grande entro cui è chiamata a muoversi. È proprio questo
orizzonte più grande che la Chiesa ha cercato di difendere nella vicenda
di Galileo, secondo una preoccupazione di cui oggi si può cogliere
ancora più chiaramente il senso. Una scienza senza l'idea di un destino
buono dell'uomo da servire finisce inevitabilmente per essere padrona
dell'uomo, generando così una forma radicale di schiavitù senza
precedenti, come ha denunciato anche Guardini: «chi guarda attentamente,
scopre nella vita delle democrazie, così apparentemente libera, i
sintomi più preoccupanti di una coercizione indiretta che si esercita
attraverso l'apparato della cultura tecnologica». Proprio per questo, se
si vuole uscire dalle strettoie imposte dalla mentalità
razionalistico-scientista, diventa sempre più fondamentale e decisivo
recuperare «il coraggio di aprirsi all'ampiezza della ragione», come ha
invitato a fare Benedetto XVI. Occorre non dimenticare che «una cultura
meramente positivista, che rimuovesse nel campo soggettivo come non
scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della
ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo
dell'umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi»
(Benedetto XVI, Incontro con il mondo della cultura al Collège des
Bernardins, 12 settembre 2008).
Da non perdere Luigi Negri - Franco Tornagli, Con Galileo, oltre Galileo, Sugarco, Milano 2009, pp. 242, €18,00. Il
libro si divide in due parti. Nella prima, Luigi Negri colloca il "caso
Galileo" nel contesto storico-culturale dell'epoca successiva alla
Riforma protestante, che vede la contemporanea sfida lanciata alla
tradizione cattolica dal fideismo protestante e dallo scientismo, che
anche Galilei contribuì a diffondere. Nella seconda, il docente di
matematica Franco Tornaghi entra nel merito scientifico della questione.
Nella conclusione dell'opera, si trovano utili appendici e tavole
cronologiche che la rendono molto utile per chi volesse cominciare ad
affrontare il problema. (il Timone)
Oggi
che ucronia, fantastoria e "storia controfattuale" vanno tanto di moda,
immaginiamoci uno scenario inedito. Roma, Porta Pia, 20 settembre 1870:
l’artiglieria piemontese ha fatto il suo dovere, la breccia è
praticata, le fanfare del La Marmora suonano alte, una nube di polvere e
di grida annunzia la carica dei bersaglieri: quand’ecco che, dall’alto
delle mura, un nugolo di frecce accoglie i fanti piumati mentre dagli
spalti dei difensori non si alzano i «Viva il papa!» dei gendarmi
pontifici né i «Saint Pierre et Saint Louis!» degli zuavi, ma belluine grida di guerra simili allo stridere del falco e all’ululare del lupo.
Non accadde: ma non si andò lontano dal vederlo accadere. Alla
vigilia dell’aggressione, difatti, due capotribù della gente dei Cœur
d’Alène, stanziata nel nordovest degli Stati Uniti, nell’area delle
Montagne Rocciose, scrivevano generosamente al papa: non avevano grande
esperienza di guerra, dicevano, ma avrebbero potuto essere utili in quel
duro momento di prova, e si ritenevano «fortunati di poter versare il
loro sangue e donare le loro vite per il nostro buon padre Pio IX». E
qui non siamo più nella fantascienza: al contrario, da una trentina
d’anni quella era storia, storia vera. Tanto della Chiesa, quanto
dell’America e dei suoi popoli nativi, in quel momento minacciati da una
sparizione che si sarebbe purtroppo di lì a poco largamente tradotta in
uno dei più tremendi e dei meno noti genocidi della storia.
In un libretto non ampio, ma denso di fatti ben narrati e documentati, Mission. I gesuiti tra gli indiani del West,
il giornalista e pubblico amministratore forlivese Paolo Poponessi, che
da anni si occupa della storia della Compagnia di Gesù in America, ci
fornisce una sintesi delle sue ricerche relative alla sconosciuta o
quasi epopea degli "abiti neri" – come li chiamavano appunto i
pellerossa – in un’area del Nordamerica di antica colonizzazione in
parte francese, nella seconda metà dell’Ottocento. Scorrendo questa
ricerca, ci si accorge che per noi italiani quegli avvenimenti sono
altresì parte della nostra storia patria: molti furono difatti i gesuiti
italiani che s’impegnarono in un’opera di missione che si avviò a
partire dalla primavera del 1841 nella sterminata, bella ma impervia e
inospitale area delle Montagne Rocciose e riguardò etnie come i Teste
Piatte, i Nasi Forati, i Cœur d’Alène e i Kalispel. La prima vera e
propria missione cattolica in quell’area fu quella di Saint Mary nel
Montana, così chiamata in onore della Vergine e di una ragazzina indiana
di tredici anni ch’era morta in quel luogo e che, battezzata dai già
cattolici irochesi, aveva assunto il nome cristiano di Mary. Essa,
morendo, aveva misteriosamente previsto la nascita in quel luogo di una
missione.
Noi li chiamiamo "pellerossa", secondo l’uso dei coloni americani che definivano redskins
quella gente abituata a tingersi il corpo d’ocra quando scendevano sul
"sentiero di guerra"; ma i missionari preferivano rimaner fedeli al
termine indians, che nell’America settentrionale traduceva alla lettera quello indios applicato fin dal Cinquecento dagli spagnoli a coloro che, con espressione politically correct,
andrebbero definiti nativi americani. Convertiti a varie confessioni
cristiano-riformate, ma anche ingannati da patti che il governo
statunitense stipulava con loro e che venivano regolarmente disattesi,
devastati dalla diffusione dell’alcol, decimati da malattie contagiose
in alcuni casi diffuse premeditatamente (le celebri coperte contaminate
dal bacillo del vaiolo), i nativi a mericani avevano già da tempo ormai
iniziato al loro via crucis che li avrebbe condotti alla semi-sparizione
e al concentramento in poche riserve. Ma la Chiesa cattolica d’America
aveva stabilito, nel sinodo plenario di Baltimora del 1833, che la
conversione e la cura animarum degli indiani dovesse venir affidata alla Compagnia di Gesù, ch’era già piuttosto forte in Canada e presente nel Missouri.
L’impresa
fu affidata a un gesuita fiammingo poco più che trentenne, Pierre Jean
de Smeet, il quale era già entrato in contatto con i Teste Piatte,
nemici storici dei Piedi Neri: già in contatto con gruppi di missionari
protestanti ma non troppo soddisfatti dell’approccio, gli indiani della
zona preferirono affidarsi agli "abiti neri". De Smeet avrebbe avuto
modo anche d’incontrare storici e leggendari capi indiani, come Toro
Seduto e Cavallo Pazzo. La missione del ’41 comprendeva, oltre a De
Smeet, il vandeano Nicholas Point, l’alsaziano Joseph Specht, i belgi
William Claessens e Charles Huet e l’italiano Gregorio Mengarini che
sarebbe divenuto linguista esperto negli idiomi dei nativi americani.
Il titolo Mission che Poponessi ha scelto per il suo saggio non s’ispira arbitrariamente al celebre film dedicato alle reducciones
gesuite del Guaranì, soppresse nel Settecento dal governo portoghese
guidato dall’illuminista marchese di Pombal e difensore degli interessi
degli schiavisti della regione di San Paolo: quelle reduccionesfraintese
e calunniate da personaggi come Voltaire e Moravia. Quei gesuiti attivi
nel Nordovest statunitense in pieno Ottocento s’ispiravano infatti a un
libro, il Cristianesimo felice del nostro grande Ludovico
Antonio Muratori, il quale sui gesuiti del Guaranì ha detto cose ben più
serie e veritiere di quelle che si leggono nel voltairiano Candido.
A cura di Isabella Squillari Peter John De Smet, missionario, nato a Termonde, Belgio, il 31 dicembre 1801; morto a St. Louis, Missouri, nel maggio 1872.
Svolse i suoi studi nel seminario episcopale di Mechlin, ed è in questo
periodo che sentì di voler dedicare sé stesso alla conversione degli
indiani d’America. Quando il vescovo Nerinx visitò il Belgio in cerca di
missionari, De Smet, insieme ad altri cinque studenti, si offrì
volontario per accompagnarlo. Il governo diede ordine di fermarli ma
essi riuscirono a sfuggire agli agenti che li cercavano e salparono da
Amsterdam nel 1821. Dopo una breve sosta a Philadelphia, De Smet entrò come novizio tra i Gesuiti a Whitemarsh, nel Maryland. Una fotografia di Padre De Smet
Qui vestì l’abito dell’Ordine ma dopo due anni la missione venne
chiusa; egli era quasi in procinto di ritornare in Belgio quando venne
invitato dal vescovo Dubourg a Florissant, dove completò la sua
educazione e prese i voti. Nel 1828 si recò a St. Louis, dove prese
parte alla fondazione dell’Università di St. Louis presso la quale
divenne in seguito professore. Nel 1838 fu mandato a creare una missione
a Sugar Creek, tra i Pottawattamie. Costruì una cappella con a fianco
un capanno di tronchi per sé, padre Verreydt e un convertito. Costruì
anche una scuola che si riempì subito di allievi, ed in breve tempo
riuscì a evangelizzare la maggior parte della tribù. Nel 1840 chiese
al vescovo di St. Louis il permesso di recarsi tra i Flathead delle
Rocky Mountains per portare avanti la sua opera. Quando gli venne fatto
presente che non c’era denaro per una simile spedizione, egli rispose
che i mezzi sufficienti sarebbero sicuramente arrivati dall’Europa. Il
30 aprile 1840 partì da Westport con la carovana annuale della American
Fur Company, la cui destinazione era Green River. Il 14 luglio
raggiunse il campo di Peter Valley dove trovò circa 1.600 indiani
riuniti ad aspettarlo. Essi avevano mantenuto le tradizioni e gli
insegnamenti che i missionari francesi avevano portato in quel luogo due
secoli prima, quindi padre De Smet non fece fatica a convertirli. Con
l’aiuto di un interprete egli tradusse nella loro lingua il Padre
Nostro, il Credo e i Comandamenti. Nell’arco di quindici giorni i
Flathead impararono queste preghiere e i Comandamenti, che vennero
spiegati loro in seguito.
Padre De Smet incontra gli indiani
Durante
il viaggio di ritorno a St. Louis, in diverse occasioni venne
circondato da gruppi di guerrieri Blackfeet, ma appena essi
riconoscevano il suo abito nero e il crocifisso, mostravano per lui la
più grande venerazione. Egli gettò così le basi della straordinaria
influenza che in seguito avrebbe esercitato sugli indiani. Nella
primavera del 1841 partì nuovamente, insieme ad altri due missionari e
due conversi, tutti meccanici esperti. Dopo essere passati attraverso il
territorio di diverse tribù, attraversarono il Platte, e a Fort Hall
trovarono ad attenderli un gruppo di Flathead che avevano percorso 800
miglia proprio per prendere in consegna i missionari e servire loro da
scorta.
Padre De Smet trasportato dagli indiani
Il
24 settembre giunsero a Biterroot River dove avevano deciso di formare
un insediamento permanente. Venne stilato un progetto per il villaggio
della missione, fu eretta una croce e la missione di St. Mary venne
inaugurata. Intanto che padre De Smet si recava a Colville a procurare
delle provviste, i conversi costruirono una chiesa e una casa. Al suo
ritorno, i guerrieri Blackfeet si dedicarono alla caccia invernale,
mentre egli rimase al villaggio a familiarizzare con la lingua, nella
quale poi tradusse il catechismo.
Padre De Smet in viaggio su una slitta
Si
decise quindi a fare visita a Fort Vancouver, sperando di trovare là le
scorte necessarie per fare di St. Mary una missione permanente. Durante
il suo viaggio visitò parecchie tribù, alle quali insegnò le preghiere
ordinarie e i principi elementari della religione. Dopo essere scampato
per un pelo all’annegamento nel Columbia River, egli giunse a Fort
Vancouver. La speranza di trovarci i rifornimenti necessari alla
missione si rivelò solo una deludente illusione. Durante il suo ritorno a
St. Mary decise di attraversare di nuovo la regione selvaggia fino a
St. Louis.
Ancora De Smet in mezzo agli indiani
Là
egli espose ai suoi superiori le condizioni della missione, ricevendone
l’esortazione e il compito di recarsi in Europa per chiedere assistenza
alle popolazioni di Belgio e Francia. L’incarico ricevuto elettrizzò la
sua immaginazione e provocò in lui grande entusiasmo, tanto che
parecchi sacerdoti del suo stesso ordine chiesero il permesso di
raggiungerlo. Le Sorelle della Congregazione di Nostra Signora, si
offrirono volontarie per proseguire nel frattempo l’istruzione ai
bambini Flathead. Padre De Smet, insieme a cinque Gesuiti e sei
Sorelle, salpò da Antwerp nel dicembre 1843 e giunse a Fort Vancouver
nell’agosto 1844. Qui gli venne offerto un appezzamento lungo il
Willamette River per costruire una missione centrale, ed egli iniziò
subito a preparare il terreno e ad erigere gli edifici necessari.
Un ritratto del Padre
Il
lavoro proseguiva così rapidamente che in ottobre le Sorelle, che
avevano già iniziato le loro lezioni all’aperto, furono in grado di
entrare nel loro convento. Nel 1845 egli iniziò una serie di
missioni tra gli Zingomene, i Sinpoll, gli Okenagane, i Flatbow e i
Koetenay, tribù che si spingevano fino allo spartiacque del Saskatchewan
e del Columbia, fino agli accampamenti delle tribù nomadi Assiniboin e
Creek, e fino alle stazioni di Fort St. Anne e Bourassa. Si recò in
Europa parecchie volte in cerca di aiuto per le sue missioni. In
effetti, egli calcolò che i viaggi che aveva affrontato per terra e per
mare fino al 1853 dovevano corrispondere a più di cinque volte la
circonferenza della Terra.
La mappa disegnata da Padre De Smet per spiegare il trattato del 1851
Il
governo degli Stati Uniti riconobbe cordialmente l’abilità e
l’influenza di padre De Smet, ed il suo aiuto fu cercato spesso per
prevenire le guerre indiane. In questo modo egli riuscì a porre fine
alla guerra Sioux, e in Oregon convinse gli Yahama e altre tribù sotto
la guida di Kamiakim, a cessare le ostilità. Egli fu cappellano durante
la spedizione in Utah e aprì nuove missioni tra le tribù di quel
territorio. Durante la sua ultima visita in Europa ebbe un incidente
molto serio, dal quale uscì con parecchie costole rotte. Nel corso del
viaggio di ritorno verso St. Louis ebbe un lento deperimento dovuto al
suo stato di salute precario. Padre De Smet venne fatto Cavaliere
dell’Ordine di Leopoldo dal re del Belgio. I suoi scritti più conosciuti
sono “The Oregon Missions and Travels over the Rocky Mountains”,
“Indian Letters and Sketches”, “Western Missions and Missionaries” e
“New Indian Sketches”, tutti tradotti in lingua inglese
Ipazia,
singolare figura di donna che si occupa di filosofia e di scienze,
tenendo testa in modo autorevole ai leader culturali del suo tempo, e
che incontra una morte tragica e cruenta a motivo delle sue idee e per
avere osato, lei donna, mettersi sullo stesso piano degli uomini. Vi
sono tutti gli elementi per fare di un personaggio del genere un
simbolo, e non a caso a Ipazia sono stati dedicati libri, racconti,
opere teatrali, anche da nomi illustri (come Mario Luzi col suo Libro di Ipazia).
Ma qual è in realtà il rapporto tra l’Ipazia della storia e questa
Ipazia idealizzata dalla letteratura e divulgata dai media?
Precisiamo
innanzitutto che le notizie su Ipazia sono scarsissime. Abbiamo
un’unica fonte storica contemporanea, Socrate Scolastico, e pochi altri
riferimenti giungono da autori contemporanei o di poco posteriori. Ne
emerge una figura di donna sicuramente dotata di grande cultura e di
carisma, affascinante e ricca di temperamento, single per scelta. Figlia
di un grande scienziato di Alessandria, Teone, nacque attorno al 370.
Fu versata nella scienza dell’astronomia e della geometria e scrisse
vari libri di commenti (tutti perduti) ad alcuni trattati fondamentali
di quelle discipline e si occupò di filosofia, con insegnamenti pubblici
e privati che attiravano un pubblico numeroso. Fu probabilmente seguace
delle dottrine neoplatoniche allora molto diffuse, ma non può essere
definita un filosofo nel senso stretto del termine. Rispetto a un
filosofo suo contemporaneo, Isidoro di Pelusio, Ipazia era differente
non «come un uomo è differente da una donna, ma come un matematico è
differente da un vero filosofo», dice un autore antico (Damascio)
negandole la qualifica di “filosofo”.
La sua vita ebbe una fine cruenta e crudele nel 415. L’episodio è descritto da Socrate Scolastico (Storia Ecclesiastica VII 15), la cui narrazione vale la pena riportare per esteso: «C’era
una donna in Alessandria, di nome Ipazia: era la figlia del filosofo
Teone. Questa progredì a un livello così elevato di cultura, da
misurarsi coi filosofi del suo tempo e da poter essere considerata
l’erede della filosofia platonica dopo Plotino e da spiegare tutte le
scienze filosofiche a chi lo desiderava: perciò tutti quelli che amavano
la filosofia convenivano da lei. Per la splendida capacità di parlare
che le proveniva dalla sua cultura si presentava in modo assennato anche
alle autorità, e non aveva alcuna remora a stare anche in mezzo a
uomini: tutti la rispettavano per la sua scienza superiore e ne erano
colpiti. Questo fece sorgere la gelosia. Poiché infatti era in
confidenza con Oreste [il prefetto di Alessandria], si produsse nella
gente della Chiesa contro di lei una calunnia, che fosse lei la causa
per cui Oreste non poteva avere buoni rapporti col vescovo. E allora
concordementedegli uomini esaltati, guidati da un certo Pietro il lettore, un
giorno aspettarono la donna mentre tornava a casa e, tiratala giù dal
carro, la trascinarono nella chiesa detta Cesareo, e strappatele le
vesti la uccisero con dei cocci: e dopo averla fatta a pezzi presero le
membra, le portarono al cosiddetto Cinarone e le bruciarono».
Le motivazioni dell’omicidio non sono chiare. Un filosofo vissuto un secolo dopo, Damascio,
che aveva tutti i suoi buoni motivi per avere risentimenti verso il
cristianesimo (era stato l’ultimo rettore dell’Accademia, la scuola
filosofica di Atene quando questa era stata chiusa dall’imperatore
Giustiniano, e aveva dovuto riparare in Persia), afferma che l’uccisione era stata ordinata dal vescovo della città, Cirillo: «Accadde che il vescovo Cirillo,
passando davanti alla casa di Ipazia, vide che c’era molta folla presso
la porta, con gente che entrava e usciva e alcuni che si fermavano.
Chiese che cosa fosse quella folla e il motivo della confusione intorno
alla casa, e venne a sapere dal suo séguito che c’era un discorso della
filosofa Ipazia e che quella era la sua casa. Appreso questo il suo
animo fu così contrariato, da ordire immediatamente la sua uccisione,
più orrenda di tutte le uccisioni».
Il
motivo del coinvolgimento del vescovo viene poi ripetuto acriticamente
in tutte le riprese successive. Ma se si esaminano i fatti storici
reali, basandoci unicamente sui documenti, si conclude che non vi è
nessuna prova di questa affermazione. La morte di Ipazia si colloca nel
quadro di un’età e di una zona in cui la confusione e le turbolenze sono
al massimo grado e investono tanto l’autorità civile quanto la comunità
cristiana. È un mondo di grandi contrasti l’Egitto di quell’epoca. Un
mondo in cui si hanno documenti di sincretismo religioso quasi
impensabili per noi e tensioni al limite dell’esplosione, fra ortodossi
ed eretici, fra cristiani e pagani, fra cristiani e gnostici (lo
gnosticismo aveva molti adepti in questa fase: e poiché gli gnostici
amavano celebrare le loro festività nei giorni dedicati alle festività
cristiane, i Cristiani intervennero perché si ponesse fine a questa
indebita appropriazione). Più ancora che i testi degli storici, sono gli
atti delle vita quotidiana (iscrizioni, papiri) a darci un quadro
realistico di questa confusione. A ciò si aggiunga, come ricordano le
fonti antiche, il temperamento
naturalmente appassionato e veemente della popolazione in quel
microcosmo multietnico e multiculturale che era la Alessandria
dell’epoca.
Quando
Ipazia fu uccisa, era vescovo da tre anni Cirillo, un personaggio di
grande cultura ma di condotta tutt’altro che accorta nel reggere la sede
vescovile, tanto da venire in contrasto con l’autorità civile (il
prefetto Oreste), col Papa Celestino I, con altri vescovi e personalità
dell’Oriente cristiano. Il racconto di Damascio è in ogni caso
inverosimile quando presuppone che Cirillo non conoscesse la fama di
Ipazia e fosse spinto da un impulso improvviso di gelosia. Neppure
l’argomento femminista è ragionevole: anche nella comunità cristiana vi
erano donne di elevata cultura e di grande operosità, quindi la condotta
di Ipazia non era scandalosa da questo punto di vista. Anche il motivo
religioso è da respingere. Per quel poco che sappiamo, Ipazia
aderiva alle tesi neoplatoniche, che affascinarono molti pensatori
cristiani e diedero un’ispirazione positiva a loro opere. Il suo
discepolo Sinesio poté essere vescovo di Cirene e manifestare nelle sue
lettere simpatia e devozione per la sua venerata maestra, definita theophilés, “amata da Dio”.
Più
probabile il motivo politico: Ipazia venne identificata (a ragione o
torto) come la causa principale dell’attrito tra autorità religiosa e
autorità politica, e dei fanatici pensarono di eliminare alla radice la
causa del dissidio: alcuni moderni chiamano in causa i parabolani, una
confraternita di infermieri-becchini che anche in altre occasioni si era
arrogata il compito di intervenire in controversie ecclesiastiche in
modo rozzo e violento. Una loro responsabilità peraltro non risulta da
alcuna fonte. Un anno dopo l’uccisione di Ipazia un decreto imperiale
limitava il numero dei parabolani a 500 in tutta Alessandria. Mancano
tuttavia connessioni esplicite fra l’uccisione di Ipazia e questo
decreto. Un altro motivo appare in una Cronaca tarda scritta da Giovanni
di Nicea (VII secolo): Ipazia è presentata come una incantatrice che
aveva affascinato con le sue arti magiche Oreste e lo aveva allontanato
dalla Chiesa. Sullo sfondo di questa narrazione stanno gli interessi
astronomici di Ipazia: astronomia e astrologia avevano allora confini
non bene definiti e la scienza degli astri era utilizzata per ricavare
oroscopi e predizioni che creavano scandalo ai fedeli cristiani.
Comunque
stessero le cose, l’uccisione crudele ed efferata di una donna è
comunque evento da condannare, e questa condanna fu espressa chiaramente
dalla comunità cristiana, come c’informa ancora lo storico Socrate
bizantino:
«Questo evento recò non poco biasimo a Cirillo e alla Chiesa di
Alessandria: infatti sono atti del tutto estranei a chi professa i
principi cristiani le uccisioni e le battaglie e azioni del genere».
La
beatificazione laica di Ipazia comincia nel XVIII secolo, quando il
filosofo razionalista irlandese John Toland pubblica un libello
anticristiano intitolato Ipazia, e prosegue incessantemente fino ad
oggi, annoverando titoli come quello di A. Agabiti (Ipazia: La prima martire della libertà di Pensiero, 1914). Ovvero, come fare passare per storia quello che storia non è.
-
Un romanzo straordinario, il racconto di un fatto vero che ha segnato
la storia di un paese e della comunità cristiana, un evento epico e
commovente, una vicenda che narra l’eroismo di samurai e contadini,
che pur di avere la libertà religiosa morirono tutti martiri.
“Il
crocifisso del samurai”, edito da Rizzoli e scritto da Rino
Cammilleri, racconta la grande rivolta dei samurai cristiani di
Shimabara avvenuta nel 1637.
Quarantamila
cristiani giapponesi, donne e bambini compresi, si ribellarono alla
persecuzione e si arroccarono nella penisola di Shimabara, nel
castello in disuso di Hara. Qui tennero testa per cinque mesi al più
grande esercito di samurai che la storia del Giappone avesse mai
visto.
Nella
battaglia finale i cristiani vennero uccisi, migliaia delle loro
teste vennero infilzate su pali per terrorizzare chiunque avesse
voluto farsi cristiano.
L’armata
dello Shogun riuscì a stroncare la ribellione, ma al costo di
settantamila uomini ben armati e addestrati che morirono combattendo
contro contadini e anziani samurai cristiani che pure erano affamati e
indeboliti dal freddo, ma saldi nella fede in Gesù Cristo.
Per
evitare l’onta di non essere riuscito a domare la rivolta il generale
giapponese Matsudaira Nobutsuna, offrì ai rivoltosi l’onore delle
armi, la dilazione sulle tasse e il perdono, ma questi rifiutarono.
L’unica cosa che chiesero era la libertà di professare la religione
cristiana.
Ma
proprio questa libertà era ciò che le autorità giapponesi temevano.
Per i due secoli successivi alla rivolta cristiana, il Giappone si
isolò dal mondo e perseguitò tutti coloro che si dicevano seguaci di
Cristo.
Eppure, quando nella seconda metà dell’Ottocento i missionari europei poterono tornare in Giappone, trovarono
che i discendenti di quegli antichi cristiani avevano conservato la
fede nella clandestinità, tramandandosela di generazione in
generazione.
Rino
Cammilleri, noto giornalista e saggista, ha svolto una intensa
ricerca storica per scrivere questo romanzo così avvincente.
Cammilleri,
che ha trascorso la vita a indagare la storia della cristianità, è
autore di rubriche in diverse testate giornalistiche. Ha pubblicato
decine di libri, tra cui “I santi di Milano” (Rizzoli 2000), “Gli
occhi di Maria” (con Vittorio Messori, Rizzoli 2001) e “Immortale odium”
(Rizzoli 2007).
ZENIT lo ha intervistato.
Per
anni lei ha studiato e raccontato la storia del cristianesimo. Come è
arrivato a questa struggente storia dei martiri giapponesi?
Cammilleri:
Chi mi segue sa che mi sono a lungo occupato di sfatare le “leggende
nere” che gravano sulla storia della Chiesa. I presunti scheletri
nell’armadio del cristianesimo (Inquisizione, Crociate, Galileo,
Conquistadores…) ormai li ho revisionati tutti. Ma in tutti questi anni
mi sono imbattuto in storie meravigliose che nessuno ha mai
raccontato, almeno non col risalto che meritano. Sono storie così
avvincenti da superare la fantasia e sono ideali per un romanzo
storico, genere al quale i cattolici non si dedicano più da troppo
tempo. Ho deciso, allora di farlo io. Col precedente “Immortale odium”
(Rizzoli) ho messo in scena il braccio di ferro ottocentesco tra la
Chiesa e la Massoneria, prendendo spunto dall’attacco al corteo
funebre del b. Pio IX nel 1881. Con questo “Il crocifisso del samurai”
(sempre Rizzoli) ho puntato il riflettore sulla grande rivolta di
Shimabara, in cui nel 1637 quasi cinquantamila cristiani
giapponesi, guidati da samurai cristiani, si immolarono in nome della
libertà religiosa e del loro diritto a professare la religione di
Cristo.
Perché le autorità giapponesi ebbero così paura del cristianesimo?
Cammilleri:
Con la battaglia di Sekigahara del 1600 erano finite le eterne guerre
feudali e il clan dei Tokugawa si era imposto su tutto il Giappone,
governando di fatto al posto dell’Imperatore. Il cristianesimo,
portato da s. Francesco Saverio, era stato dapprima bene accolto e
quasi trecentomila giapponesi si erano fatti battezzare. Ma contro di
loro “remavano” i bonzi buddisti e i mercanti protestanti, invidiosi
della concorrenza spagnola e portoghese. Misero la pulce nell’orecchio
allo Shogun (il dittatore): i missionari cattolici erano
l’avanguardia dell’invasione spagnola e portoghese. La prova? Il fatto
che i cristiani, quando erano messi di fronte alla scelta tra le
leggi dello Shogun e quelle di Cristo, preferivano farsi uccidere
anziché disobbedire a quest’ultimo.
Perché il sangue di quei martiri sembra aver generato cosìpoco frutto?
Cammilleri:
Non direi, anzi. Per due secoli, proprio a causa di quella rivolta,
il Giappone si chiuse al mondo esterno. Quando i missionari poterono
tornare, nella seconda metà dell’Ottocento, trovarono che il
cristianesimo era sopravvissuto nelle catacombe, tramandato di padre in
figlio. I «cristiani nascosti», sfidando la morte (il cristianesimo
sul suolo giapponese ebbe il permesso di esistere solo alla fine del
secolo), contattarono il primo missionario e gli fecero addirittura
l’esame per vedere se era cattolico o protestante. Non si è mai vista
una fedeltà così tenace. L’animo giapponese ha anche questo bellissimo
aspetto.
Nella
parte finale del romanzo lei ricorda la profezia di Tertulliano
secondo cui “il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”, ma poi
riflette anche sul fatto che in tanti luoghi il cristianesimo è stato
soffocato nel sangue. Ha una spiegazione teologica per questa
apparente contraddizione?
Cammilleri:
No. Io posso basarmi solo sui fatti storici. Nei luoghi dove si è
stesa la cappa islamica, per esempio, il cristianesimo è praticamente
scomparso. In
Giappone la maggior concentrazione di cristiani era nella zona di
Nagasaki. Ebbene, proprio a Nagasaki è stata sganciata la seconda
bomba atomica. La cristianità nipponica è stata azzerata
per due volte. Tutti i beatificati giapponesi sono martiri.
Tertulliano aveva sotto gli occhi i cristiani romani. Noi, oggi,
abbiamo una visuale più ampia della sua. Non basta impiantare il
cristianesimo, occorre difenderlo: questo è quanto la storia ci
insegna. In Indocina la persecuzione cessò solo quando intervennero le
cannoniere francesi. In Cina, i massacri di cristiani da parte della
setta dei Boxers smisero quando le potenze occidentali inviarono corpi
di spedizione.
Oggi
in Giappone solo il 4% della popolazione è cristiano. Crede che la
situazione possa cambiare e che i cristiani possano crescere verso
cifre significative?
Cammilleri:
Il cristianesimo ha dalla sua, agli occhi degli orientali, il
prestigio dell’Occidente. Ma anche la pessima immagine di sé che, sul
piano morale, l’Occidente secolarizzato ormai offre. E’ l’Occidente
che, nel bene e nel male, dà il “la” all’intero pianeta. E se il sale
non riacquista sapore non serve davvero a niente. Se si rievangelizza
l’Occidente il resto seguirà.
I
samurai giapponesi sembrano molto simili ai legionari romani. Con la
differenza che i legionari che si convertirono al cristianesimo, che
pure morirono a migliaia, generarono chiese, devozione, altre
conversioni, fino ad arrivare all’imperatore Costantino. Cosa è
accaduto in Giappone perché la storia si svolgesse in maniera così
diversa?
Cammilleri:
Proviamo a immaginare se non ci fosse stato Costantino, se il
cristianesimo fosse stato bandito dalle legioni, se si fosse
continuato a perseguitarlo con l’efficacia ossessiva di Diocleziano. Le
precedenti persecuzioni erano state sporadiche e localizzate. La
pressione non fu mai così capillare da impedire alla pianticella di
respirare e svilupparsi. Costantino, da buon giardiniere, diede spazio
e acqua e concime. Infatti, già con Teodosio, sessant’anni dopo, il
cristianesimo era diventato maggioritario nell’Impero. Ma in Giappone
non fu così. Il
cristianesimo fu perseguitato nei modi più feroci per più di due
secoli, e solo esso. Una pausa di settant’anni, poi, come sappiamo,
giù una atomica. Tuttavia, oggi c’è un detto in Giappone: quando si
commemora il giorno della bomba, «Hiroshima urla, Nagasaki prega».
Proteste antiamericane nella prima, composte liturgie nella seconda.
Il “piccolo gregge” giapponese ha la pelle dura, e la testa anche di
più.
Per
molti anni il mondo giornalistico e letterario cattolico italiano è
stato impegnato a rispondere alle calunnie e alle allusioni di diversi
scrittori contrari a Cristo e alla Chiesa cattolica. Con questa sua
opera così come con il libro di Rosa Alberoni “La prigioniera
dell’Abbazia” si può cominciare a dire che emerge e si consolida un
filone di romanzi che ruotano attorno ai valori, alle virtù,
all’epopea, alla storia, all’eroismo dei cristiani?
Cammilleri:
Le cose emergono se c’è qualcuno che le fa emergere. Spero proprio
che si tratti di «filone», perché per il momento mi pare solo una
cocciuta iniziativa di pochi. Cocciuta, ho detto, perchè questi
combattono non più contro intellettuali avversari ma contro il mercato.
Se la gente preferisce comprare libri sui vampiri o sui serial killer,
i casi sono due: o i romanzieri cattolici non sono capaci di
avvincere e non annoiare, o anche il pubblico cattolico preferisce
vampiri e serial killer. In quest’ultimo caso siamo davvero messi
male.
Il
caso Galileo Galilei stando ai fatti: i suoi guai, più che da parte
"clericale" gli erano sempre venuti dai "laici": dai suoi colleghi
universitari. La difesa gli venne dalla Chiesa, l'offesa
dall'Università.
"Eppur si muove": storia di un falso
Stando
a un'inchiesta dei Consiglio d'Europa tra gli studenti di scienze in
tutti i Paesi della Comunità, quasi il 30 per cento è convinto che
Galileo Galilei sia stato arso vivo dalla Chiesa sul rogo. La quasi
totalità (il 97 per cento) è comunque convinta che sia stato
sottoposto a tortura. Coloro - non molti, in verità - che sono in
grado di dire qualcosa di più sullo scienziato pisano, ricordano, come
frase "sicuramente storica", un suo "Eppur
si muove!", fieramente lanciato in faccia, dopo la lettura della
sentenza, agli inquisitori convinti di fermare il moto della Terra con
gli anatemi teologici. Quegli studenti sarebbero sorpresi se qualcuno
dicesse loro che siamo, qui, nella fortunata situazione di poter
datare esattamente almeno quest'ultimo falso: la "frase storica" fu inventata a Londra, nel 1757, da quel brillante quanto spesso inattendibile giornalista che fu Giuseppe Baretti.
Il 22 giugno del 1633,
nel convento romano di Santa Maria sopra Minerva tenuto dai
domenicani, udita la sentenza, il Galileo "vero" (non quello del mito)
sembra
mormorasse un ringraziamento per i dieci cardinali - tre dei quali
avevano votato perché fosse prosciolto - per la mitezza della pena.
Anche perché era consapevole di aver fatto di tutto per indisporre il
tribunale, cercando per di più di prendere in giro quei giudici - tra i
quali c'erano uomini di scienza non inferiore alla sua-
assicurando che, nel libro contestatogli (e che era uscito con una
approvazione ecclesiastica estorta con ambigui sotterfugi), aveva in
realtà sostenuto il contrario di quanto si poteva credere. Di più: nei
quattro giorni di discussione, ad appoggio della sua certezza che la
Terra girasse attorno al Sole aveva portato un solo argomento. Ed era
sbagliato. Sosteneva, infatti, che le maree erano dovute allo
"scuotimento" delle acque provocato dal moto terrestre. Tesi risibile,
alla quale i suoi giudici-colleghi ne opponevano un'altra che Galileo
giudicava "da imbecilli": era, invece, quella giusta. L'alzarsi e
l'abbassarsi dell'acqua dei mari, cioè, è dovuta all'attrazione della
Luna. Come dicevano, appunto, quegli inquisitori insultati sprezzantemente dal Pisano.
Altri
argomenti sperimentali, verificabili, sulla centralità del Sole e sul
moto terrestre, oltre a questa ragione fasulla, Galileo non seppe
portare. Né c'è da stupirsi: il Sant'Uffizio non si opponeva affatto
all'evidenza scientifica in nome di un oscurantismo teologico. La
prima prova sperimentale, indubitabile, della rotazione della Terra è
del 1748, oltre un secolo dopo. E per vederla quella rotazione,
bisognerà aspettare il 1851, con quel pendolo di Foucault caro
a Umberto Eco. In quel 1633 del processo a Galileo, sistema tolemaico
(Sole e pianeti ruotano attorno alla Terra) e sistema copernicano
difeso dal Galilei (Terra e pianeti ruotano attorno al Sole) non erano
che due ipotesi quasi in parità, su cui scommettere senza prove
decisive. E molti religiosi cattolici stessi stavano pacificamente per
il "novatore" Copernico, condannato invece da Lutero.
Del
resto, Galileo non solo sbagliava tirando in campo le maree, ma già
era incorso in un altro grave infortunio scientifico quando, nel 1618,
erano apparse in cielo delle comete. Per certi apriorismi legati
appunto alla sua "scommessa" copernicana, si era ostinato a dire che
si trattava solo di illusioni ottiche e aveva duramente attaccato gli
astronomi gesuiti della Specola romana che invece - e giustamente -
sostenevano che quelle comete erano oggetti celesti reali.Si
sarebbe visto poi che sbagliava ancora, sostenendo il moto della
Terra e la fissità assoluta del Sole, mentre in realtà anche questo è
in movimento e ruota attorno al centro della Galassia.
Niente
frasi "titaniche" (il troppo celebre "Eppur si muove!") comunque,
se non nelle menzogne degli illuministi e poi dei marxisti - vedasi
Bertolt Brecht - che crearono a tavolino un "caso" che faceva (e fa
ancora) molto comodo per una propaganda volta a dimostrare
l'incompatibilità tra scienza e fede.
La condanna: continuare il suo lavoro
Torture?
carceri dell'Inquisizione? addirittura rogo? Anche qui, gli studenti
europei del sondaggio avrebbero qualche sorpresa. Galileo non fece un
solo giorno di carcere, né fu sottoposto ad alcuna violenza fisica.
Anzi, convocato
a Roma per il processo, si sistemò (a spese e cura della Santa Sede),
in un alloggio di cinque stanze con vista sui giardini vaticani e
cameriere personale. Dopo la sentenza, fu alloggiato nella splendida
villa dei Medici al Pincio. Da lì, il "condannato" si trasferì come
ospite nel palazzo dell'arcivescovo di Siena, uno dei tanti
ecclesiastici insigni che gli volevano bene, che lo avevano aiutato e
incoraggiato e ai quali aveva dedicato le sue opere. Infine, si sistemò
nella sua confortevole villa di Arcetri, dal nome significativo "Il
gioiello".
Non perdette né la stima né l'amicizia di vescovi e scienziati, spesso religiosi. Non
gli era mai stato impedito di continuare il suo lavoro e ne
approfittò difatti, continuando gli studi e pubblicando un libro - Discorsi e dimostrazioni sopra due nuove scienze
- che è il suo capolavoro scientifico. Né gli era stato vietato di
ricevere visite, così che i migliori colleghi d'Europa passarono a
discutere con lui. Presto gli era stato tolto anche il divieto di
muoversi come voleva dalla sua villa. Gli rimase un solo obbligo:
quello di recitare una volta la settimana i sette salmi penitenziali.
Questa "pena", in realtà, era anch'essa scaduta dopo tre anni,
ma fu continuata liberamente da un credente come lui, da un uomo che
per gran parte della sua vita era stato il beniamino dei Papi stessi; e
che, ben lungi dall'ergersi come difensore della ragione contro
l'oscurantismo clericale, come vuole la leggenda posteriore, poté
scrivere con verità alla fine della vita:
"In tutte le opere mie, non sarà chi trovar possa pur minima ombra di
cosa che declini dalla pietà e dalla riverenza di Santa Chiesa".
Morì a 78 anni, nel suo letto, munito dell'indulgenza plenaria e della benedizione del papa. Era
l'8 gennaio 1642, nove anni dopo la "condanna" e dopo 78 di vita. Una
delle due figlie suore raccolse la sua ultima parola. Fu: "Gesù!".
I
suoi guai, del resto, più che da parte "clericale" gli erano sempre
venuti dai "laici": dai suoi colleghi universitari, cioè, che per
invidia o per conservatorismo, brandendo Aristotele più che la Bibbia,
fecero di tutto per toglierlo di mezzo e ridurlo al silenzio. La
difesa gli venne dalla Chiesa, l'offesa dall'Università.
di Vittorio Messori [Da "Pensare la storia", San Paolo, Milano 1992]
Messori documenta il ruolo chiave del denaro straniero nella spedizione dei Mille contro il Regno delle Due Sicilie
Per
alcuni è ancora una tradizione passare a Caprera la prima domenica di
giugno, giorno in cui si celebra la festa della Repubblica. Caprera,
si sa, vuoi dire Garibaldi: per un giorno, nei quindici chilometri
quadrati di quell’isola, si medita su colui che qualcuno ancora chiama
"l’Eroe dei Due Mondi".
Eroe dei Due Milioni
In realtà, la polemica cattolica aveva storpiato quel nome,
trasformandolo in "Eroe dei Due Milioni", alludendo alla pingue
rendita assegnatagli dallo Stato italiano. Non mancarono, in effetti,
polemiche sulla "povertà" di colui che (stando a quanto si leggeva nei
libri edificanti) "donò un Regno ai Savoia senza nulla chiedere per
sé". Ma, proprio adesso, nuove ricerche, con relativi documenti sinora
sconosciuti, gettano una luce inquietante sul mito "francescano"
del Nizzardo (o, meglio, fatta salva la sua personale integrità, su
quello dei suoi collaboratori diretti), e possono aprire nuove
prospettive sui retroscena dell’epopea risorgimentale. Ci sono brutte
novità, insomma, per i superstiti devoti dell’Eroe in capelli biondi,
camicia rossa e poncho bianco.
I risultati di una ricerca per un convegno massonico
La sconcertante rivelazione viene dal convegno "La liberazione d’Italia nell’opera della Massoneria", organizzato a Torino nel settembre del 1988 dal Collegio dei Maestri Venerabili del Piemonte,
con l’appoggio di tutte le Logge italiane. Di recente sono stati
pubblicati gli Atti, a cura dell’editrice ufficiosa dei massoni. Una
fonte sicura dunque, visto il culto dei "fratelli" per quel Garibaldi
che fu loro Gran Capo. Un
breve intervento - poco più di due paginette, ma esplosive - a firma
di uno studioso, Giulio Di Vita, porta il titolo Finanziamento della
spedizione dei Mille.
Già: chi pagò? Come riconosce lo stesso massone autore della ricerca:
"Una certa ritrosia ha inibito indagini su questa materia, quasi
temendo che potessero offuscare il Mito. Quanto viene solitamente
riferito è un modesto versamento - circa 25.000 lire fatto da Nino
Bixio a Garibaldi in persona all’atto dell’imbarco da Quarto". Tre milioni di franchi francesi per “alleggerire” la resistenza borbonica
E invece, lavorando
in archivi inglesi, l’insospettabile Di Vita ha scoperto che, in quei
giorni, a Garibaldi fu segretamente versata l’enorme somma di tre
milioni di franchi francesi, cioè (chiarisce lo studioso) "molti
milioni di dollari di oggi".
Il versamento avvenne in piastre d’oro turche: una moneta molto
apprezzata in tutto il Mediterraneo. A che servì quell’autentico
tesoro? Sentiamo il nostro ricercatore: "È
incontrovertibile che la marcia trionfale delle legioni garibaldine
nel Sud venne immensamente agevolata dalla subitanea conversione di
potenti dignitari borbonici alla democrazia liberale. Non è assurdo
pensare che questa illuminazione sia stata catalizzata dall’oro". Anche
perché ai finanziamenti segreti se ne aggiunsero molti altri (e
notevolissimi, palesi) frutto di collette tra tutti i "democratici" di
Europa e America, del Nord come del Sud.
La resa di Palermo – mille contro centomila - diventa meno inspiegabile
Sarebbero così confermate quelle che, sinora, erano semplici voci: come, ad esempio, che la
resa di Palermo (inspiegabile sul piano militare) sia stata ottenuta
non con le gesta delle camicie rosse ma con le "piastre d’oro" versate
al generale napoletano, Ferdinando Lanza. Con la prova dei molti miliardi di cui disponeva Garibaldi si può forse valutare meglio un’impresa come quella dei Mille che mise in fuga un esercito di centomila uomini(tra i quali migliaia di solidi bavaresi e svizzeri), al prezzo di soli 78 morti tra i volontari iniziali.
La sparizione della documentazione sui fondi
Ma c’è di più: il poeta Ippolito Nievo se ne
tornava da Palermo a Napoli al termine della spedizione. Il piroscafo
su cui viaggiava, l"’Ercole", affondò per una esplosione nelle caldaie
e tutti annegarono. Si sospettò subito un sabotaggio ma l’inchiesta fu sollecitamente insabbiata.
Le cose possono ora chiarirsi, visto che il Nievo, come capo
dell’intendenza, amministrava i fondi segreti e aveva dunque con sé la
documentazione sull’impiego che nel Sud era stato fatto di quei
fondi.Qualcuno
evidentemente non gradiva che le prove del pagamento giungessero a
Napoli: non si dimentichi che recenti esplorazioni subacquee hanno
confermato che il naufragio della nave del poeta fu davvero dovuto a
un atto doloso.
Lo sponsor fu il governo inglese
Si cominciava bene, dunque, con quella "Nuova Italia" che i
garibaldini dicevano di volere portare anche laggiù: una bella storia
di corruzioni e di attentati Ma Nievo portava, pare, solo ricevute:
dove finirono i miliardi rimasti, e dei quali solo pochissimi capi dei
Mille erano a conoscenza?
In ogni caso, era una somma che solo un governo poteva
pagare. E, in effetti, la fonte del denaro era il governo inglese (non
a caso lo sbarco avvenne a Marsala, allora una sorta di feudo
britannico, e sotto la protezione di due navi inglesi; e proprio su
una nave inglese nel porto di Palermo fu firmata la resa dell’isola).
Il piano britannico Come
riconosce il "fratello" Di Vita, lo scopo della Gran Bretagna era
quello già ben noto: aiutare Garibaldi per "colpire il Papato nel suo
centro temporale, cioè l’Italia, agevolando la formazione di uno Stato
protestante e laico".
Le monarchiche isole pagarono cioè il repubblicano Eroe perché
distruggesse un Regno, quello millenario delle Due Sicilie, purché
anche l’Italia, "tenebroso antro papista", fosse liberata dal
cattolicesimo.
"Quando ci guardiamo in faccia l'un l'altro, noi guardiamo uno specchio.Questa è la tragedia dell'epoca. Forse che voi in noi non riconoscete voi stessi, la vostra volontà?Forse che per voi il mondo non è la vostra stessa volontà, qualcosa forse può farvi esitare o fermare? [...] Non c'è nessun abisso tra di noi! [...] siamo due ipostasi della stessa sostanza: uno Stato di partito"
VASILIJ GROSSMANda:VITA E DESTINO – dialogo in cui il comandante Liss, un ufficiale delle SS responsabile del lager nazista, dice al vecchio bolscevico Mostovksoj, suo prigioniero
«
Ho 46 anni e sono membro del NSDAP dal 1922; membro delle SS dal 1934, e
SS-Waffen dal 1939. Fui membro della Unità di Guardia delle SS,
conosciuta come SS-Totenkopfverbände dal 1º dicembre 1934. Fui
amministratore dei campi di concentramento dal 1934, servendo a Dachau
fino al 1938. Assistente a Sachsenhausen dal 1938 agli inizi del 1940,
fui poi promosso Comandante ad Auschwitz. »
« Rimasi
nel campo di Auschwitz fino al 1º dicembre 1943 e stimo che minimo 2,5
milioni di vittime siano state giustiziate e pertanto avvelenate con il
gas e poi bruciate, e un minimo di 500 mila morirono di stenti, per un
totale di circa 3 milioni di morti... Questa
cifra rappresenta all'incirca il 70 o 80% di tutti i prigionieri che
passarono per Auschwitz, i rimanenti venivano selezionati e usati per i
lavori delle industrie dei campi di concentramento; includendo la morte
di circa 20.000 russi, prigionieri di guerra internati a Auschwitz dagli
ufficiali della Wehrmacht. Le vittime restanti includono circa 10.000
ebrei tedeschi e un gran numero di cittadini, per lo più ebrei,
provenienti da Olanda, Francia, Belgio, Polonia, Ungheria,
Cecoslovacchia, Grecia e da altri paesi. Noi giustiziammo circa 400.000
ebrei ungheresi ad Auschwitz nell'estate del 1944. »
«
Le esecuzioni di massa con il gas ebbero inizio agli inizi del 1941 e
continuarono fino al 1944. Visionai personalmente queste esecuzioni fino
a dicembre del 1943 e questo al servizio delle mie funzioni alla
sovrintendenza dei campi di concentramento della WVHA; tutte le
gasazioni avvenivano per ordine diretto del
RSHA(Reichssicherheitshauptamt), quindi a totale sua responsabilità.
Pertanto gli ordini di genocidio li ricevetti dal RSHA. »
dalla testimonianza di Rudolf Wöss comandante del campo di sterminio di Auschwitz, al processo di Norimberga,15 Aprile 1946,fu impiccato
◆ Nella spedizione dei Mille il ruolo della massoneria inglese fu determinante. «Il finanziamento di tre milioni di franchi– ha dettoAldo M.
Mola, storico della massoneria e del Risorgimento– proveniva
da un fondo di presbiteriani scozzesi e fu erogato con l’impegno di non
fermarsi a Napoli, ma di arrivare a Roma per eliminare lo Stato
pontificio. Tutta
la spedizione garibaldina fu monitorata dalla massoneria britannica,
che aveva l’obiettivo di eliminare il potere temporale dei Papi.Anche gli Stati Uniti, che non avevano rapporti diplomatici con il Vaticano, diedero il loro sostegno.I
fondi della massoneria servirono a Garibaldi per acquistare a Genova i
fucili di precisione, senza i quali non avrebbe potuto affrontare
l’esercito borbonico
e avrebbe fatto la fine di Carlo Pisacane e dei fratelli Bandiera.
L’affiliazione alla massoneria garantì inoltre a Garibaldi l’appoggio
della stampa internazionale».