
Nel libro dal titolo bellissimo, Il bene sia con voi!,
pubblicato ora in Italia da Adelphi Vasilij Grossman racconta un
episodio emozionante (i libro è del 1961). Nella primavera del 1955 il
governo russo aveva deciso di esporre in pubblico al museo Puskin, prima
di restituirle, le opere che erano state portate via da Dresda dopo la
fine della guerra. I capolavori della pinacoteca tedesca infatti si
erano salvati dalle bombe americane perché portati in caveau svizzero e
da lì, dopo al fine della guerra, erano stati presi da una delle potenze
vincitrici e portati nella capitale sovietica.
Quel 30 maggio 1955 Grossman si era messo in fila con migliaia di altri
moscoviti per ammirare quei capolavori, prima del ritorno alla
Gemaldegalerie di Dresda. Ma viene catturato, oserei dire travolto,
dall’impatto con la Madonna Sistina
di Raffaello. Ha la sensazione di esser davanti all’opera davvero
immortale, capace di colpire il suo cuore come nessun’altra; ma,
aggiunge, capace di colpire il cuore di tutti «vecchiette in miseria,
imperatori, studenti, miliardari d’Oltreoceano, papi, principi russi».
Grossman va anche oltre: «Anzi, se anche l’uomo dovesse estinguersi, gli
esseri che prenderanno il suo posto sulla terra – lupi, ratti, orsi o
rondini che siano – verranno sulle loro zampe o con le loro ali ad
ammirare la Madonna di Raffaello…» .
Come motiva Grossman questa sua folgorazione? Le pagine, travolte
dall’emozione, vanno lette tutte.a Ma in questo immagnifico convergere
del mondo creato davanti alla Madonna Sistina c’è il cuore della sua
intuizione.
«La bellezza della Madonna è saldamente legata alla vita terrena. È
democratica, umana; è la bellezza di tante, tantissime persone – gialli
con gli occhi a mandorl, gobbi con il naso lungo, neri con i capelli
crespi e la labbra tumide. È universale. La Madonna è anima e specchio
dell’uomo e chiunque la guardi coglie in lei l’umano: è l’immagine del
cuore materno, per questo la sua bellezza è intrecciata, fusa in eterno
con la bellezza che si cela – profonda e indistruttibile – ovunque nasca
e cresca la vita – nella cantine, nei solai, nei palazzi e nelle
topaie».
Post scriptum: La Madonna Sistina è una di quelle immagini
troppo viste sulle quali colpevolmente si sorvola. La pagina di Grossman
costringe a un salutare “affondo”. E l’immagine stretta sul volto del
Bambino e di Maria ha in effetti qualcosa di potentemente caritatevole e
magnetico allo stesso tempo. Il loro sguardo sembra posarsi sul nostro
tempo ma avere come orizzonte un punto, assolutamente struggente, che va
oltre il tempo. Uno sguardo umano e calmo. Ma come non intercettarne
anche un fremito di inquietudine, quasi fossimo alla febbrile vigilia
del giorno finale? Notate quel vento solare che scuote l’aria…
“Magnificat, Un incontro con Maria”
Quando il cielo baciò la terra nacque Maria.
Che vuol dire la semplice,
la buona, la colma di grazia.
Maria è il respiro dell’anima,
è l’ultimo soffio dell’uomo.
Maria discende in noi,
è come l’acqua che si diffonde
in tutte le membra e le anima,
e da carne inerte che siamo noi
diventiamo viva potenza.
Sei la povertà e la ricchezza,
il sogno e la contraddizione,
la volontà di Dio e la volontà dell’uomo,
che tu educhi alla contemplazione.
Il dolore è la tua casa, è la casa del mondo,
eppure tu sei la regina degli angeli,
la regina nostra, la regina di tutti i tempi.
Maria,
ci sono dei venti
che ardono e gemono in noi,
e dividono le nostre intime parti
in tanti flagelli
e ci rompono le ossa
e sono le tentazioni,
i progetti sbagliati,
le orme indisciplinate,
i feretri dei morti
che secondo noi non hanno resurrezione.
Quanto è immodesto l’uomo
che pensa che l’inverno congeli tutto
E non spera nella primavera.
L’uomo beve il proprio odio
come un buon vino,
e più odia e più si sente ebbro
più abbandona
le rive della tua giovinezza.
Alda Merini
Alcuni passi tratti dal libro “Magnificat, Un incontro con Maria”
Spavento di Maria
***
Una voce come la Tua
che entra nel cuore di una vergine
e lo spaventa,
una voce di carne e di anima,
una voce che non si vede,
un figlio promesso a me,
tu ancella che non conosci l'amore,
un figlio mio e dell'albero,
un figlio mio e del prato,
un figlio mio e dell'acqua,
un figlio solo:
il Tuo.
Come non posso spaventarmi
e fuggire lontano
se non fosse per quell'ala di uomo
che mi è sembrata un angelo?
Ma in realtà, mio Dio,
chi era?
Uno che si raccomanda,
uno che mi dice di tacere,
uno che non tace,
uno che dice un mistero
e lo divulga a tutti.
Io sola, povera fanciulla ebrea
che devo credere e ne ho paura, Signore,
perché la fede è una mano
che ti prende le viscere,
la fede è una mano
che ti fa partorire.
[tratto da: Alda Merini, Magnificat. Un incontro con Maria, Frassinelli 2002, pp. 22-23]
STORIA/ da www.sussidiario.it
Quella Madonna tanto cercata, ma anche perseguitata, nel cuore della Polonia
venerdì 13 agosto 2010
Uno
dei santuari tradizionalmente legati ai pellegrinaggi mariani è quello
di Jasna Góra a Czestochowa, fondato verso la fine del XIV secolo dai
monaci di san Paolo Eremita, chiamati in Polonia dall’Ungheria dal
principe Ladislao di Opole
Già
dalla seconda metà del XVI secolo Jasna Góra è una meta privilegiata, e
tra i suoi visitatori troviamo rappresentanti di tutti i ceti sociali,
che rendono questo luogo il simbolo dell’identità e dell’unità della
nazione.
«Quest’antica
effigie - disse Giovanni Paolo II -, che porta su di sé i segni di
elementi del cristianesimo d’Oriente e d’Occidente, è un simbolo
dell’unione di questi due mondi, delle ricchezze e delle culture che
mediante il Battesimo si sono incontrati e uniti in Cristo […]. Il
santuario ha svolto pure il ruolo della difesa della fede, della cultura
e della conservazione dell’identità nazionale particolarmente durante
il lungo periodo della spartizione della Polonia […]. Negli anni
dell’ateizzazione organizzata e sistematica, Jasna Góra divenne […]
punto di riferimento per la rigenerazione sociale».
Nel
Novecento, durante la Seconda guerra mondiale, parte della fortezza
viene occupata dalle truppe naziste che proibiscono i pellegrinaggi. È
proprio di quegli anni il ricordo della visita compiuta da Guareschi:
«Mi arresto perplesso sull’entrata, poi riprendo ad avanzare, e mi
sembra d’essermi sfilato dal mio corpo coperto di stracci e d’averlo
lasciato lì sulla porta, tanto mi sento leggero […]. Si leva un canto
dalla folla, e pare la voce stessa della Polonia: un dolore dignitoso di
gente usa da secoli a essere schiacciata e a risorgere. Di gente che
viene uccisa sempre e che non muore mai» (Diario clandestino, settembre ‘43).
Altri scrittori e poeti sono stati ispirati dal santuario, come il nobel Milosz:
«Maria purissima, benedici colei che nella misericordia non crede. /
Che la Tua luminosa mano spossata possa lenire ogni sua tristezza. /
Sotto la Tua protezione sia più lieve il pianto».
Durante l’epoca comunista, i pellegrinaggi continuano nonostante le campagne antireligiose: nell’agosto 1956 sono quasi un milione i fedeli presenti al santuario a rinnovare i voti di affidamento a Maria.
Come secoli prima, a Jasna Góra arrivano studenti, contadini,
rappresentanti del mondo della cultura, ai quali si aggiungono, dal
settembre ‘83, gli operai grazie al primo loro pellegrinaggio voluto da
padre Popieluszko.
Le
autorità statali, non potendo concretamente proibire i pellegrinaggi,
cercano in tutti i modi di ostacolarli e contenerne la portata: limitano
la circolazione dei mezzi pubblici, sopprimono i treni, controllano i
pellegrini che si spostano con i mezzi propri e con i torpedoni di
associazioni e circoli. Non di rado la polizia pattuglia le strade e
ritira pretestuosamente le patenti, mentre vengono avviati lavori
stradali straordinari. I pellegrini che riescono ad arrivare sono
sorvegliati, e le targhe dei loro veicoli fotografate e schedate.
La
propaganda comunista cerca di distogliere l’attenzione dei fedeli
organizzando cineforum e rimpinzando i palinsesti televisivi con film
imperdibili, proponendo grandi manifestazioni culturali e ricreative,
allestendo lungo il percorso chioschetti per la vendita di alcolici e
altre merci normalmente introvabili. In questo modo da un lato si vuol
trasformare il pellegrinaggio in occasione da paese dei balocchi,
dall’altro si intende screditare lo stesso gesto religioso e i
pellegrini agli occhi dell’opinione pubblica.
Ciononostante l’afflusso di fedeli a Jasna Gora è inarrestabile e… variopinto: nell’estate
del ‘71 al pellegrinaggio da Varsavia si uniscono 300 hippies che,
secondo i rapporti della polizia, di sera si riuniscono a discutere
animatamente sull’esistenza di Dio e sul senso della vita; gli agenti
sono scandalizzati perché dai conventi le suore escono a portare a
questi giovani cibo e bevande, e i contadini mettono loro a disposizione
i campi per piantare le tende.
Oltre
ad azioni ordinarie di disturbo e controllo, la polizia compie atti
vandalici sia contro i pellegrini, sia contro chi li ospita: ogni tipo
di spazzatura viene disseminato nei campi per convincere la popolazione
locale che non si tratta di iniziative di carattere religioso, e per
infondere un senso di avversione tra i sacerdoti delle parrocchie
coinvolte.
Nel
1978, durante il 267° pellegrinaggio da Varsavia, agenti del Ministero
degli interni avviano un intervento su ampia scala: rubano zaini e altri
oggetti, rovinano i sacchi a pelo, lasciano qua e là materiale
pornografico, bucano le gomme delle auto e intossicano pozzi e fontane.
L’Istituto polacco per la memoria nazionale conserva la nota spese per
l’azione di disturbo prevista contro i pellegrini partiti da Radom: nei
primi giorni di agosto un sottufficiale spende 658 zloty per acquistare
200 preservativi, due scatole di colore alla nitro, 30 assorbenti
femminili, 5 bottiglie di vino, carta igienica, pennelli e strutto.
A
ciò si aggiungono «35 bottiglie per la birra con relativi tappi,
brandelli di giornali sporchi, mezzo litro di sangue animale con cui
imbrattare gli assorbenti, avanzi di cibo e qualche barattolo di
conserva». Lo stesso sottufficiale propone di cospargere un intero
tratto di strada con i semi delle rose canine, la cui parte interna ha
proprietà pruriginose…
Nemmeno
dopo l’elezione di Giovanni Paolo II si allenta la presa: nell’82
Grzegorz Piotrowski, che sarà tra gli assassini di padre Popieluszko,
riceve l’ordine di incendiare un fienile il cui proprietario aveva
ospitato i pellegrini, tenta di violentargli la figlia e di intossicare
il pozzo.

La Madonna Sistina
di Vassili Grossman
tradotto a cura della nostra redazione dalla versione francese di Sophie Benech, edita da Editions Interférences, Parigi, 2002
Dopo
aver schiacciato e annientato l’esercito della Germania fascista, le
vittoriose truppe sovietiche hanno portato a Mosca alcuni quadri del
museo di Dresda. Questi quadri sono stati conservati sotto chiave per
quasi dieci anni.
Nella primavera del 1955, il governo sovietico ha
deciso di rimandare i quadri a Dresda. Prima di rispedirli in Germania,
si è deciso di mostrarli al pubblico per novanta giorni.
E fu così che il
30 maggio 1955, di buon’ora in una fredda mattina, dopo aver risalito
la via Volkhonka lungo i cordoni con cui la milizia moscovita
convogliava le migliaia di persone che volevano vedere i quadri dei
grandi maestri, sono entrato nel museo Puskin, sono salito al primo
piano e mi sono avvicinato alla Madonna Sistina.
Fin dal primo sguardo c'è una cosa che si impone, immediatamente, prima di tutto: è immortale. Ho
compreso allora che prima di aver visto la Madonna Sistina avevo usato
con leggerezza una parola dal potere terribile, la parola “immortalità”,
ho capito che avevo confuso con l’immortalità la potente vita di
alcune, particolarmente sublimi, opere umane. E pieno di venerazione per
Rembrandt, per Beethoven e Tolstoji, ho capito che fra tutte le
creazioni di pennello, bulino o penna che avevano stupito il mio cuore e
il mio spirito, solo questo quadro di Raffaello non sarebbe morto,
finché non fossero scomparsi gli uomini. E che forse, fossero scomparsi
loro, le altre creature che ne avessero preso il loro posto sulla faccia
della terra, lupi, ratti, orsi o rondini, si sarebbero precipitati a
quattro zampe o a colpi d’ala per venire a vedere la Madonna…
Dodici
generazioni hanno guardato questo quadro, un quinto dell’umanità
vissuta sulla terra a partire dall’inizio dei tempi storici fino ai
giorni nostri.
È stato guardato da vecchi mendicanti e da imperatori
d’Europa, da studenti, da miliardari venuti da oltre gli oceani, da papi
e da principi russi, è stato guardato da vergini pure e da prostitute,
da colonnelli di stato maggiore, da ladri, da geni, da tessitori, da
piloti di aeri da guerra e da istitutori, è stato guardato dai buoni e
dai cattivi.
Da quando questo quadro esiste, sono
stati fondati imperi europei e coloniali e sono crollati, è sorto il
popolo americano, le fabbriche di Pittsburgh e di Detroit, ci sono state
rivoluzioni, e la struttura sociale del mondo è stata trasformata… Da
allora, l’umanità ha lasciato alle sue spalle le superstizioni degli
alchimisti, i telai dei tessitori; i bastimenti a vela e le diligenze, i
moschetti e le alabarde; è entrata nel secolo dei motori elettrici e
delle turbine, il secolo dei reattori atomici e delle reazioni
termonucleari.Da allora, Galileo ha scritto i sui Discorsi formulando la conoscenza dell’universo, Newton ha scritto i Principia, Einstein Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento. Da allora, Rembrandt, Goethe, Beethoven, Dostoevskij e Tolstojhanno reso più profonda la nostra anima e più bella la vita.
Ho
visto una giovane madre tenere un bambino fra le sue braccia. Come
posso rendere la grazia squisita d’un melo, esile e delicato, che abbia
appena dato la sua prima mela, piena e bianca; la grazia d’un uccellino
coi suoi pulcini appena nati, o di una cerbiatta appena diventata madre…
La maternità e la grazia di una ragazzina, quasi ancora bambina.
Questa grazia, dopo aver visto la Madonna Sistina, non si può più dire che sia ineffabile o che sia misteriosa.
Nella
sua Madonna Raffaello ha svelato il mistero della maternità e della sua
bellezza. Ma non è da questo che dipende l’inesauribile vitalità del
suo quadro. Dipende invece dal fatto che il corpo e il volto di questa
giovane donna sono la sua anima, ed è questa la ragione per cui la
Madonna è così bella. C’è in questa rappresentazione visiva dell’anima
materna qualcosa di inaccessibile alla consapevolezza umana.
Noi
sappiamo che le reazioni termonucleari trasformano la materia in una
quantità di energia potentissima, ma non sappiamo rappresentarci il
processo inverso, come cioè avvenga che l’energia si trasformi in
materia; e qui, ecco la forza dello spirito, la maternità,
cristallizzata e trasmutata in un’umile Madonna.
La
sua bellezza è strettamente connessa alla vita su questa terra. Lei è
democratica, umana; lei è inerente alla massa degli esseri umani –
quelli dalla pelle gialla, gli strabici, i gobbi dai lunghi nasi
pallidi, i neri dai capelli ricci e dalle grosse labbra – lei è
universale. Lei è l’anima e lo specchio dell’umano, e tutti quelli che
la guardano vedono in lei l’umano: lei è l’immagine dell’anima materna,
ed è per questo che la sua bellezza è mista in modo inestricabile, si
confonde con la bellezza nascosta, indistruttibile e profonda della vita
che nasce all’essere – nelle cantine, nei granai, nei palazzi e nei
bassifondi.
A me pare che questa Madonna sia l’espressione più atea possibile della vita, dell’umano senza alcuna partecipazione del divino.
C’erano
istanti in cui mi è parso che esprimesse non solo l’umano, ma anche
qualcosa di inerente alla vita terrestre nel suo senso più ampio, il
mondo animale là dove negli occhi scuri della giumenta, della mucca o
della cagna che nutrono i loro piccoli si può vedere, o indovinare,
l’ombra prodigiosa della Madonna.
E
più terrestre ancora mia pare sia il bambino che tiene fra le braccia.
Il suo viso sembra più adulto di quello di sua madre. Uno sguardo che è
ad un tempo triste e serio, si dirige ad un tempo diritto davanti a sé e
dentro di sé, uno sguardo capace di conoscere, di vedere il destino.
I
loro volti sono tranquilli e tristi. Forse vedono il Golgota, la via di
polvere e sassi che vi conduce, e la croce, mostruosa, tozza e pesante,
di legno grezzo, che è destinata ad appoggiarsi a questa piccola spalla
che per ora non sente altro che il calore del seno materno…
Ed
ecco che il cuore si serra, ma non è per l’angoscia, e non è per il
dolore. È afferrato da un sentimento nuovo, mai provato prima. È umano,
eppure è nuovo, questo sentimento è come se emergesse dalle salate e
amare profondità oceaniche, ed è talmente insolito che la sua novità fa
venire il batticuore.
È ancora una volta una caratteristica unica di questo quadro.
Suscita qualcosa di nuovo, come se ai sette colori dello spettro se ne aggiungesse un ottavo, ancora sconosciuto alla vista.
Perché
non c’è paura sul viso della madre, e perché le sue dita non si
intrecciano intorno al corpo di suo figlio con una forza tale da
impedire che la morte le disserri; perché non vuole sottrarlo al suo
destino?
Lei offre suo figlio al destino, non cerca di nasconderlo.
E
il bambino non nasconde la faccia nel seno della madre. Anzi, è sul
punto di strapparsi alla sua stretta per andare incontro al suo destino
sui suoi piccoli piedi nudi.
Come spiegarlo, e come comprenderlo?
Sono
un’unica cosa, e sono distinti. Vedono, sentono e pensano insieme, si
fondono l’uno nell’altra, ma tutto indica che si separeranno, che
l’essenza della loro comunione, della loro fusione è che si separeranno.
Succede
che in certi momenti difficili siano proprio i bambini a sorprendere
gli adulti con il loro buon senso, la loro tranquillità, la loro
arrendevolezza. Di queste qualità bambini cristiani hanno dato prova nel
corso di carestie, figli di negozianti e di artigiani ebrei durante i
pogrom di Kichinev, figli di minatori, quando l’urlo della sirena
annuncia che c'è stata un’esplosione sotterranea.
Ciò
che nell’uomo vi è di umano, va incontro al suo destino, e in ogni
epoca questo destino è particolare, è diverso da quello dell’epoca
precedente. Ciò che accomuna questi diversi destini è il fatto di essere
tutti ugualmente difficili…
Ma
ciò che nell’uomo vi è di umano, ha continuato ad essere anche quando
lo si inchiodava alla croce, anche quando lo si torturava in prigione.
Continua
a vivere, questo qualcosa, nelle cave di pietra, nel freddo a meno
cinquanta gradi, sui cantieri da macello della taiga, nelle trincee
allagate di Przemysl e di Verdun. Continua a vivere nell’esistenza
monotona dei servi, nella miseria delle lavandaie e delle donne di
servizio, nella vana lotta condotta contro il bisogno, fino
all’esaurimento, nella fatica senza gioia degli operai in fabbrica.
La Madonna con suo figlio fra le braccia, è ciò che c’è di umano nell’uomo, e sta in questo la sua immortalità.
Guardando
la Madonna Sistina, la nostra epoca prende coscienza del proprio
destino. Ogni epoca ha guardato questa donna con suo figlio nelle
braccia, e fra uomini di generazioni diverse, di popoli, razze e tempi
diversi, nasce una fraternità di una tenerezza commovente e dolorosa.
L’uomo prende coscienza di se stesso, della sua croce, e comprende
improvvisamente il meraviglioso legame che unisce tutte le epoche, il
legame fra ciò che vive ora, e ciò che è stato, e tutto ciò che sarà.
II
Più
tardi, mentre camminavo per la strada stupefatto e sconvolto dalla
potenza di queste impressioni senza precedenti, non feci neppure il
tentativo di sgarbugliare quel che sentivo e quel che pensavo.
Non potevo paragonare quest’emozione né con i giorni di lacrime e di felicità che avevo conosciuto a quindici anni leggendo Guerra e pace, né a quel che avevo provato in momenti particolarmente bui e difficili della mia vita ascoltando la musica di Beethoven.
E
allora compresi che le visione di questa giovane madre con il suo
bambino nelle braccia non mi riconduceva né a un libo né alla musica, ma
a Treblinka…
“Questi pini, questa sabbia, questi vecchi tronchi,
sono stati guardati da milioni di occhi umani dalle inferriate dai
vagoni che si avvicinavano lentamente al marciapiedi… Entriamo nel
campo, i nostri piedi calpestano la terra di Trblinka…. Il
ticchettio dei grani che cadono e il suono dei baccelli che si aprono si
fondono in una melodia triste e tranquilla. Ed è come se montando dalle
profondità della terra, delle campanelle mandassero un rintocco a
morto, udibile appena, triste, ampio, pieno di pace… Ecco delle camicie
appartenute ai morti, semidecomposte, delle scarpe, ingranaggi di
orologi, dei coltellini, delle scarpine da bambino con pompon rossi,
sottovesti di pizzo, asciugamani con ricami ucraini, dei vasi, dei
bidoni, delle tazze da bambino in plastica, lettere da bambino scritte a
matita, dei quadretti con delle poesie,…
“Continuiamo ad
avanzare su questa terra senza fondo, terra di vertigine, sulla terra di
Treblinka, e improvvisamente ci arrestiamo. Sono capigliature bionde e
ricce, è rame ondulato, sono capelli di ragazza, fini, leggeri, pieni di
fascino, calpestati a terra, e accanto ci sono altri riccioli biondi, e
più oltre, sulla sabbia chiara, delle folte trecce nere, e poi ancora, e
ancora…
“E i baccelli di lupino risuonano, i grani
tamburellano. Come se veramente dalle profondità della terra venisse un
rintocco funebre d’innumerevoli piccole campanelle.
“Si ha
l’impressione che il cuore si bloccherà, stretto dalla desolazione, da
un dolore, da un’angoscia tali che un essere umano mai potrà sopportare…”[1]
Mi è sorto nell’animo il ricordo di Treblinka, e di primo acchito non ho capito…
Era
lei che calcava coi suoi piedi nudi e leggeri la terra fremente di
Treblinka, camminando dal luogo dove svuotavano i vagoni fino alla
camera a gas. L’ho riconosciuta per l’espressione del volto e degli
occhi. Ho visto suo figlio, e l’ho riconosciuto per la sua strana
espressione, senza niente di infantile. Era questa l’espressione delle
madri e dei bambini quando sul fondo verde scuro dei pini vedevano il
muro bianco della camera a gas di Treblinka, è così che erano le loro
anime.
Quante
volte avevo visto come attraverso una nebbia questa gente scendere dai
treni, ma non li vedevo con chiarezza, a volte i loro volti parevano
sfigurati da un orrore senza nome e tutto veniva coperto da un terribile
gridare, a volte lo sfinimento fisico e morale, la disperazione
velavano i loro volti di un’indifferenza ottusa e cocciuta, a volte un
sorriso folle e incosciente si cristallizzava sui volti di quelli che
scendevano dal vagone e si avviavano verso la camera a gas.
Ed
ecco che ora io potevo vedere la verità di quei volti, Raffaello li
aveva disegnati quattro secoli prima: è in questo modo che l’uomo va
incontro al suo destino.
La cappella Sistina, le camere a gas di Treblinka…
Ai
giorni nostri una giovane madre mette al mondo un figlio. È terribile
portare un bambino stretto al cuore ed ascoltare nello stesso tempo
l’abbaiare di un popolo che saluta Adolf Hitler. La madre guarda il
volto di suo figlio appena nato e sente nello stesso tempo gli
scricchiolii, lo stridore di vetri infranti, il muggito delle sirene, il
branco di lupi che canta la marcia di Horst Wessel nelle vie di
Berlino. Ed ecco il rumore sordo dell’ascia della Moabita.
La madre
allatta il suo bambino al seno mentre in centinaia di migliaia
costruiscono muri e tendono filo spinato, erigono baracche… In uffici
tranquilli si mettono a punto le camere a gas, le automobili omicide, i
forni crematori…
È giunto il tempo dei lupi, il tempo del fascismo.
In questo tempo gli uomini vivono come fossero lupi, e i lupi vivono
come fossero uomini.
In questo tempo una giovane madre ha messo al
mondo il suo bambino e l’ha fatto crescere. E Hitler, il pittore, è
davanti a lei nell’edificio del museo di Dresda per decidere del suo
destino. Ma il padrone d’Europa non può sostenerne lo sguardo, non può
incrociare lo sguardo di suo figlio, perché loro sono esseri umani.
La
loro forza umana trionfa della sua violenza: la Madonna avanza coi suoi
piedi nudi e leggeri verso la camera a gas, è lei ad aver portato suo
figlio sulla terra vertiginosa di Treblinka.
Il fascismo tedesco è
stato annientato, la guerra ha mietuto decine di milioni di vittime,
città enormi sono state trasformate in cumoli di rovine.
Nella
primavera del 1945, la Madonna ha visto il cielo del nord. È venuta da
noi in visita, pur non essendo invitata, ma non come una straniera di
passaggio, perché era accompagnata da soldati e da autisti, su strade
sfondate dalla guerra, e perciò lei fa parte della nostra vita, è a noi
contemporanea.
Tutto qui da noi le è familiare, la nostra neve, il
fango freddo del’autunno, la gamella ammaccata del soldato con la sua
minestra così poco densa, e la cipolla ammuffita che accompagna la
crosta di pane nero.
Lei ha camminato con noi, ha viaggiato per un
mese e mezzo su di un treno sferragliante, ha spidocchiato i capelli
sporchi e dolci del suo bambino.
Eccola avanzare a piedi nudi con il
suo bambino, e venir caricata su di un vagone. Quanta strada l’aspetta,
da Oboiane, vicino a Kursk, dalle terre nere di Voronez verso la taiga,
verso le paludi boscose dall’altra parte degli Urali, verso le sabbie
del Kazakistan?
Dov’è tuo padre? In quale cratere scavato da un obice
è morto? O in quale drappello spedito a lavorare sui cantieri della
taiga? O in quale baracca di dissenterici? Vania, mio piccolo Vania,
perché il tuo volto è così triste? Dietro te e tua madre, il destino ha
chiuso e inchiodato le finestre della tua casa natale ormai deserta. Che
lungo viaggio vi attende mai? Arriverete fino in fondo? O forse
morirete di sfinimento in qualche luogo ai bordi della strada, in una
stazione ferroviaria, in fondo a una foresta, sulla riva paludosa di un
piccolo fiume dall’altra parte degli Urali?
Certo, è proprio lei.
L’ho vista nel 1930 alla stazione di Konotop in Ucraina, si era
avvicinata al vagone dell’espresso, era scura per le sofferenze, e
alzando i suoi splendidi occhi aveva detto, senza parlare, solo muovendo
le labbra: “del pane…”
Ho visto suo figlio, aveva già trent’anni,
era calzato di scalcagnati scarponi militari, di quelli che si lasciano
ai piedi anche dei morti tanto sono inutilizzabili, vestito di una
giacca imbottita che da uno squarcio lasciava vedere la sua spalla di un
biancore latteo, mentre camminava su un sentiero di palude, con una
nuvola d’insetti sospesa sopra la testa, e lui non riusciva a cacciare
il nembo palpitante di miliardi d’insetti perché le sue mani reggevano
sulla sua spalla un tronco umido e pesante. Ha sollevato la testa che
teneva abbassata e ho visto il suo volto, la sua barba riccia e chiara
che gli divorava il volto, le sue labbra semiaperte, ho visto i suoi
occhi e li ho immediatamente riconosciuti: erano quelli gli occhi che mi
guardavano dal quadro di Raffaello.
L’abbiamo incontrata nel 1937[2]:
era lei che in piedi nella sua stanza stringeva fra le braccia suo
figlio per l’ultima volta, gli diceva addio e gli divorava il volto con
gli occhi, e poi scendeva le scale deserte del palazzo che si era
ammutolito… Un sigillo di cera veniva posto sulla porta della sua
camera, una macchina ufficiale l’attendeva di sotto. .. Che strano,
sgomentosilenzio in quest’ora grigia e cinerea del primo mattino, e come
si erano ammutoliti tutti quei palazzi…
Ed ecco che dalla penombra
dell’alba sorge il suo nuovo presente: il convoglio, la prigione di
transito, le sentinelle sulle torrette di legno, il fil di ferro
spinato, il lavoro notturno nelle officine, e delle brande di legno,
sempre queste brande…
Con un passo lento ed elastico, calzando degli
stivaletti di capretto dal tacco basso, Stalin si è avvicinato al quadro
e ha lungamente guardato, molto a lungo, i volti della madre e del
figlio, accarezzandosi i baffi grigi.
Forse l’ha riconosciuta?
L’aveva incontrata all’epoca della sua deportazione in Siberia, a
Novoiudinsk, a Turukan, a Kureika, l’aveva incontrata sui treni, nelle
prigioni di transito… Ha mai pensato a lei quando è diventato potente?
Ma
noi uomini, noi l’abbiamo riconosciuta, abbiamo riconosciuto suo
figlio: lei è noi, il loro destino siamo noi, loro sono ciò che vi è di
umano nell’uomo. E se in futuro la Madonna sarà condotta in Cina o in
Sudan, ovunque gli uomini la riconosceranno, come l’abbiamo riconosciuta
noi oggi.
La
forza miracolosa e serena di questo quadro sta anche nel fatto che ci
parla della gioia di essere una creatura vivente su questa terra.
Il
mondo intero, tutta l’immensità dell’universo, non è altro che materia
inanimata, rassegnata nella sua schiavitù: solo la vita è il miracolo
della libertà.
Questo
quadro ci dice quanto la vita si a preziosa e magnifica, e che non c’è
forza al mondo capace di costringerla a trasformarsi in qualcosa che,
pur somigliandole esteriormente, non sia più la vita.
La
forza della vita, la forza di ciò che vi è di umano nell’uomo è una
forza immensa, e la violenza più estrema e più assoluta non può
soggiogare questa forza, perché può solamente ucciderla. È per questo
che il volto della madre e del figlio sono tanto sereni: sono
invincibili. In questi tempi di ferro, la morte della vita non coincide
con la sua sconfitta.
Ed eccoci davanti a lei, noi, giovani e vecchi
che viviamo in Russia. In un’epoca di angoscia… Le ferite non sono
ancora cicatrizzate, le rovine sono ancora nere di fango, non sono
ancora stati innalzati i monumenti ai caduti sulle fosse comuni di
milioni di soldati, figli e fratelli nostri. I pioppi e i ciliegi
selvatici calcinati, morti, si drizzano ancora nelle campagne arse vive,
tristi erbacce crescono sui corpi dei vecchi, delle madri, e delle
bimbe bruciati nei villaggi che hanno resistito. La terra si scuote e
freme ancora nei fossati sul fondo dei quali riposano i corpi dei
bambini ebrei uccisi con le loro madri. I singhiozzi delle vedove
risuonano ancora di notte in innumerevoli case russe, bielorusse,
ucraine. La Madonna ha attraversato tutto questo con noi, perché lei è
noi, suo figlio siamo noi.
E si ha paura e vergogna, si ha dolore:
perché la vita è stata tanto orribile? Non sarà per colpa mia o per
colpa nostra? Perché noi siamo rimasti in vita? Che domanda terribile,
penosa, e i morti sono gli unici che possono porla ai vivi. Ma i morti
tacciono, e non fanno domande.
A volte, il silenzio del dopoguerra è interrotto da un’esplosione, e una nebbia radioattiva si diffonde nel cielo.
La terra sulla quale viviamo tutti ha trasalito: le armi termonucleari prendono il posto della bomba atomica.
E presto ci congederemo dalla Madonna.
Lei
ha vissuto la nostra vita, con noi. E giudicateci dunque, noi, tutti
gli uomini, con la Madonna e suo figlio. Noi fra poco ce ne andremo i
nostri capelli essendo già bianchi. Ma lei, questa giovane madre, lei
andrà incontro al suo destino portando suo figlio fra le braccia e con
un’altra generazione di uomini vedrà una luce potente e accecante: la
prima esplosione di una bomba superpotente all’idrogeno, con cui si
annuncia l’inizio di una nuova guerra, totale.
Cosa possiamo dire
noi, gli uomini dell’epoca del fascismo, davanti al tribunale del
passato e del futuro? Non abbiamo alcuna giustificazione.
E diremo:
non c’è mai stato un tempo duro come il nostro, eppure non abbiamo
lasciato che morisse ciò che di umano c’è nell’uomo.
Guardando
partire la Madonna Sistina, noi conserviamo la fede che la vita e la
libertà sono una cosa sola, e che non c’è niente al di sopra di ciò che
di umano c’è nell’uomo.
Ed è questo che vivrà in eterno, e vincerà.
[1]Tratto da «
L’inferno di Treblinka» di V. Grossman, in
Anni di guerra.
Qui se ne trova online una trascrizione della traduzione in francese.
[2]L’anno delle purghe staliniane, detto anche l’anno del Grande Terrore
redazione del Centro Culturale della Svizzera Italiana
"Eccomi"
***

Hai udito, Vergine, che concepirai e partorirai un figlio; hai udito che questo avverrà non per opera di un uomo, ma per opera dello Spirito santo. L'angelo aspetta la risposta; deve fare ritorno a Dio che l'ha inviato. Aspettiamo, o Signora, una parola di compassione anche noi, noi oppressi miseramente da una sentenza di dannazione. Ecco che ti viene offerto il prezzo della nostra salvezza: se tu acconsenti, saremo subito liberati. Noi tutti fummo creati nel Verbo eterno di Dio, ma ora siamo soggetti alla morte: per la tua breve risposta dobbiamo essere rinnovati e richiamati in vita.
Te
ne supplica in pianto, Vergine pia, Adamo esule dal paradiso con la
sua misera discendenza; te ne supplicano Abramo e David; te ne
supplicano insistentemente i santi patriarchi che sono i tuoi
antenati, i quali abitano anch'essi nella regione tenebrosa della
morte. Tutto il mondo è in attesa, prostrato
alle tue ginocchia: dalla tua bocca dipende la consolazione dei
miseri, la redenzione dei prigionieri, la liberazione dei condannati,
la salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutto il genere umano.
O Vergine, da' presto la risposta.
Rispondi sollecitamente all'angelo, anzi, attraverso l'angelo, al
Signore. Rispondi la tua parola e accogli la Parola divina, emetti la
parola che passa e ricevi la Parola eterna. Perché tardi? perché temi?
Credi all'opera del Signore, da' il tuo assenso ad essa, accoglila. Nella tua umiltà prendi audacia,
nella tua verecondia prendi coraggio. In nessun modo devi ora, nella
tua semplicità verginale, dimenticare la prudenza; ma in questa sola
cosa, o Vergine prudente, non devi temere la presunzione. Perché, se
nel silenzio è gradita la modestia, ora è piuttosto necessaria la pietà
nella parola.
Apri, Vergine beata, il cuore alla fede, le labbra all'assenso, il grembo al Creatore. Ecco che colui al quale è volto il desiderio di tutte le genti batte fuori alla porta. Non sia, che mentre tu sei titubante, egli passi oltre e tu debba, dolente, ricominciare a cercare colui che ami. Levati su, corri, apri! Levati con la fede, corri con la devozione, apri con il tuo assenso.
"Eccomi", dice, "sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1, 38).
san Bernardo, abate Dalle Omelie sulla Madonna, Om. 4, 8-9; Opera omnia, ed. Cisterc. 4, 1966, 53-54
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San Miniato
***
Vedi, ho salito il fianco della montagna
Su a questa santa casa di Dio,
Dove una volta veniva quell'Angelo-Dipintore,
Che vide i cieli spalancati,
E pose in trono sulla luna crescente
La virginale bianca Regina di Grazia
Maria! potess'io sol vedere il tuo volto
Morte più non potrebbe giungere troppo presto.
O coronata da Dio con spine e dolore!
Madre di Cristo ! O mistica sposa
Il mio cuore è stanco di questa vita,
E' troppo triste per cantare ancora.
O coronata da Dio con amore e fiamma !
O coronata da Cristo santo !
O ascolta prima che il sole scruti
E sveli la mia colpa e la vergogna).
Oscar Wilde
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Preghiera alla Madonna
***

“Mia Signora, tu sola sei
la consolazione che Dio mi ha donato,
la guida del mio pellegrinaggio,
la forza della mia debolezza,
la ricchezza della mia miseria,
la guarigione delle mie ferite,
il sollievo dei miei dolori,
la liberazione dalle mie catene,
la speranza della mia salvezza:
esaudisci le mie suppliche,
abbi pietà dei miei sospiri,
tu che sei la mia regina,
il rifugio, l’aiuto, la vita,
la speranza e la mia forza” (
S. Germano
Continuiamo a pregare la Madonna per Caterina la figlia di Antonio Socci
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Meditazioni sulla Salve Regina
***
di Massimo Camisasca 06/05/2009
Salve Regina
Salve Regina
La preghiera inizia con un indirizzo di saluto,
come l’Ave Maria. Mentre l’angelo non aveva bisogno di catturare la
benevolenza di Maria, noi sì. Perciò lui dice: “Ave Maria”, noi: “Ave
Regina”. È una comprensibilissima ricerca di benevolenza. E poi Maria è
contenta di sentirsi chiamare Regina, perché tutto ciò le ricorda la
regalità di suo Figlio.
Quando ascolto le litanie lauretane musicate da Mozart, mi
par di sentire in quel “Regina”, che è un’esplosione ferma e dolcissima
assieme, supplicante, le voci degli uomini e delle donne che ricorrono a
Lei, perché lei può tutto. La sua regalità le deriva dalla regalità del
Figlio, che ora siede alla destra di Dio.
La regalità di Maria è celebrata nel bellissimo mosaico di
Santa Maria in Trastevere. Gesù incorona e abbraccia Maria. Siedono
l’uno accanto all’altra sullo stesso trono. Maria partecipa della
regalità di Gesù. Nello stesso tempo è una madre, ha il cuore segnato
dalla compassione per i suoi figli, che è la stessa compassione che ha
avuto per suo Figlio. Vuole che i suoi figli partecipino della stessa
gloria che avvolge suo Figlio.
madre di misericordia
Poi
la invochiamo come madre. È il nome più importante da collocare accanto
a Maria, più importante ancora di quello di Vergine, di Immacolata, di
Regina, di Assunta. Tutto ciò è in vista o in ragione della sua divina
maternità.
Madre di Dio, per questo è madre di misericordia. Dio è
misericordia e ha mandato suo Figlio per rivelarlo a tutto il mondo, a
tutti gli uomini. Ella dunque è la madre di Colui che è misericordia
(“Il nome della misericordia è Gesù”, ha scritto Giovanni Paolo II nella
Dives in misericordia), è Lei che ci ottiene il perdono dei peccati e le grazie necessarie.
vita, dolcezza, speranza nostra
Dobbiamo pensare a Maria come madre di Gesù, come colei che ci ha donato e ci dona continuamente Gesù.
Ella è dunque la vita perché ha portato in grembo Colui che è
la vita e lo ha donato a tutti noi. È la dolcezza perché Gesù è la
dolcezza: “Iesu dulcis memoria… sed super mel et omnia… nihil cogitatur
dulcius”.
E poi è la speranza perché porta a noi Colui che è la
speranza. Giussani ha commentato stupendamente: tu sei la certezza della
nostra speranza. “Il tuo amore per noi e per tuo Figlio ci rende certi
che ci donerai sempre tuo Figlio e sempre ci strapperai al male.”
A te ricorriamo, esuli, figli di Eva
A te sospiriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime
La
sguardo della preghiera da Maria si rivolge ora agli uomini, a noi. E
ci considera sotto due aspetti: figli di Eva ed esuli. Figli di Eva,
cioè segnati dal peccato originale e quindi dai peccati. Siamo segnati
da mille ferite, deboli, fiaccati, disorientati, come “pecore senza
pastore”, lontani dal vero e dal bene, lontani dalla patria e perciò
esuli. Il nostro male diventa grido, sospiro, invocazione. I nostri
sospiri si mescolano alle lacrime e ai gemiti. Quanto è realistico
questo passaggio della preghiera!
Valle di lacrime, così è chiamato questo mondo, questa vita,
quasi un nome geografico e assieme spirituale. Bisogne-rebbe tradurre:
valle delle lacrime, valle segnata dalle lacri-me. Le lacrime sono la
caratteristica più emergente di questa vita: lacrime di angoscia, di
paura, lacrime di chi è lasciato, maltrattato, deriso, colpito,
violentato, lacrime di chi non ha più nessuno, di chi ha fame, di chi ha
freddo, di chi ha subito ingiustizia. Le lacrime diventano invocazione
di liberazione, di riscatto.
Si entra così nella realtà delle beatitudini: “Beati voi che piangete”.
Su dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi i tuoi occhi pieni di misericordia
La
preghiera si rivolge poi a Maria chiamandola: avvocata. Anche lo
Spirito Santo è chiamato avvocato nel vangelo di Giovanni. Avvocato di
Gesù presso il Padre, nostro avvocato presso il Padre. Così Maria. Ella
interviene in nostro favore per stornare, per allontanare da noi la
giusta ira del Padre. Come in ogni buona famiglia, la mamma supplica il
padre di non essere troppo duro con i figli. Tira fuori dal padre quel
lato misericordioso che egli ha già dentro di sé, ma che l’affetto della
madre per i figli fa risaltare.
Da queste parole si vede quanto Dante avesse meditato la Salve Regina.
Gli occhi di Maria, rivolti prima verso il Padre a
supplicarlo, si rivolgono ora verso di noi, per darci la certezza
dell’assistenza, del perdono, dell’affetto.
Come in Dante, è un triangolo di affetti al cui centro stanno gli occhi e il cuore di Maria.
Mostraci, dopo questo esilio, Gesù, frutto benedetto del tuo ventre,
O clemente, o pia, o dolce vergine Maria.
C’è
un punto a cui tende tutta la preghiera, come una freccia scoccata
verso il suo obiettivo: mostrarci Gesù. La Salve Regina è come una
invocazione a Maria affinché ci mostri Gesù. Maria da sempre è vista dal
popolo come colei che porta a Gesù, che indica Gesù, che rivela Gesù.
Come lo ha generato un tempo, frutto benedetto del suo
ventre, così ora lo genera in chi lo domanda, per farci uscire dal
nostro esilio.
nell'immagine: Marko Rupnik, La Madre di Dio, Chiesa della Nostra Signora e Martiri Canadesi, Roma
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La Vergine a mezzogiorno
***
“Madre di Gesù Cristo, io non vengo a pregare:
non ho nulla da offrire.
Vengo solo, oggi, a guardarti.
Guardarti e piangere di gioia,
sapendo che io sono tuo figlio
e che tu sei qui vicina a me.
Essere insieme a Te, Maria, qui dove sei tu.
Non dire nulla, cantare,
solo perché il cuore è troppo pieno.
Perché sei bella, sei immacolata,
la donna restituita alla Grazia.
Sei la creatura nella sua prima felicità,
cosi come è uscita da Dio
nel mattino del suo originale splendore.
Ineffabilmente intatta,
perché tu sei la Madre di Gesù Cristo,
che è la verità tra le tue braccia,
la sola speranza, il solo frutto.
Perché tu sei la Donna,
l'Eden dell'antica tenerezza dimenticata
il cui sguardo va diritto al cuore
e fa sgorgare lacrime accumulate.
Semplicemente perché tu esisti,
o Madre di Gesù Cristo,
sii ringraziata”
(Paul Claudel).
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***
La vedevo alta sul mare.
Altissima. Bella. All’infinito bella
più d’ogni altra stella.
Bianchissima, mi perforava
l’occhio e la mente, viva
come la punta di un ago.
Ne ignoravo il nome.
Il mare mi suggeriva Maria.
Era ormai la mia
sola stella. Nel vago
della notte, io disperso
mi sorprendevo a pregare.
Era la stella del mare. Era…
Giorgio Caproni
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L’ Ave Maria
***
“In
quei terribili anni di isolamento, i più duri della mia vita – ha
ricordato spesso il Prelato vietnamita -, vedevo solo due guardie che
avevano l'ordine di non rivolgermi parola. Mi
sentivo abbandonato da tutti e ho provato la stessa sofferenza di Gesù,
solo sulla Croce. Ho pensato ai miei parrocchiani, ai fedeli, ai
sacerdoti, ai religiosi, ai seminaristi che erano fuori, anche loro
abbandonati e nella sofferenza, molti uccisi. In quell'abisso della mia debolezza, fisica e mentale, ho ricevuto la Grazia della Madonna. Non potevo più celebrare, ma ho recitato centinaia di volte l'Ave Maria,
e la Madonna mi ha dato la forza di essere unito a Gesù inchiodato
sulla Croce: ho sentito come Gesù abbia potuto salvare l'Umanità, lì,
solo sulla Croce, nell'immobilità assoluta.
Le
guardie poco a poco mi capirono. Diventammo amici. Mi aiutarono. Mi
permisero di tagliare un pezzo di legno in forma di Croce. Lo nascosi
nel sapone. Mi tagliai un pezzo piccolo piccolo di filo elettrico. Mi
prestarono due piccole tenaglie. Mi aiutarono a lavorarlo. Questa Croce
che porto è fatta con il legno della prigione e quel filo elettrico!
Questa Croce è una continua chiamata: amare sempre! Perdonare sempre!
Vivere il presente per l'evangelizzazione! Ogni minuto deve essere per
l'amore verso Dio".
Servo di Dio Cardinale François Xavier Nguyen Van Thuan
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La battaglia di Lepanto
***
La battaglia di Lepanto del 1571
Le ragioni storiche dello scontro
Dopo
che il 31 maggio 1453 Maometto II aveva conquistato la città di
Costantinopoli e con essa il millenario Impero cristiano d'Oriente, i
turchi ottomani ritenevano imminente il giorno del loro dominio
universale. Nel 1521 si erano impadroniti di Belgrado; nel 1526 avevano
conquistato l'Ungheria ed erano arrivati fino alle porte di Vienna.
In
Italia avevano invaso e saccheggiato tutte le coste del meridione.
Tripoli era già stata tolta agli spagnoli, l'isola di Chio ai genovesi,
Rodi ai cavalieri che la possedevano e la stessa isola di Malta, nuova
sede dei cavalieri,sarebbe caduta nelle mani turche se Jean de La
Valette, Gran Maestro dell'Ordine non l'avesse difesa e salvata con
eroico valore.
Nel
febbraio 1570 era giunto a Venezia un ambasciatore turco con un
ultimatum della Sublime Porta: o la cessione al sultano dell'isola di
Cipro o la guerra. Venezia aveva rifiutato con sdegno. Ma dopo
undici mesi di assedio il 1 agosto 1571, nell'isola di Cipro era caduta
la città di Famagosta. Il patto di resa garantiva la vita ai difensori
superstiti, ma quando il comandante turco era penetrato a Famagosta
aveva fatto scorticare vivo il comandante della piazza cristiana Marcantonio Bragadin.
Il corpo era stato squartato, la pelle di Bragadin era stata quindi
riempita di paglia, rivestita con la sua uniforme e trascinata per la
città.
Il
terrore regnava nel Mediterraneo, l'antico Mare nostrum. La sorte dei
cristiani di Cipro era quella che l'Islam sembrava preparare ai
cristiani di tutta Europa. Sulla cattedra di Pietro sedeva un teologo
domenicano, Michele Ghislieri, salito al pontificato all'inizio del 1566
con il nome di Pio V. Egli valutò la gravità del pericolo e comprese
che solo una guerra preventiva avrebbe
salvato l'Occidente. Con parole gravi e commosse esortò le potenze
cristiane ad unirsi contro gli aggressori e di questa difesa della
cristianià fece l'asse del suo breve pontificato.
Non
tutti, però, risposero all'appello. L'espansione dei turchi si
sviluppava anche grazie alla complicità decisiva di paesi cristiani,
come la Francia che
in nome della realpolitik, oggi diremmo dei suoi interessi geopolitici,
incoraggiava e finanziava i turchi per indebolire il suo tradizionale
nemico: la casa imperiale d'Austria. Tuttavia
grazie alle preghiere e alle insistenze del pontefice, il 25 luglio del
1570, la Spagna, Venezia e il Papa conclusero l'alleanza contro i
turchi. Subito dopo aderirono il duca di Savoia, la Repubblica di Genova
e quella di Lucca, il granduca di Toscana, i duchi di Mantova, Parma,
Urbino, Ferrara, l'Ordine sovrano di Malta. Si trattava di una
prefigurazione dell'unità italiana su basi cristiane, la prima
coalizione politica e militare italiana nella storia.
Alla testa della
Lega Cristiana fu posto un giovane di 25 anni: don Giovanni d'Austria,
figlio naturale di Carlo V e dunque fratellastro del re di Spagna
Filippo II. La flotta pontificia, costituita grazie all'aiuto decisivo
dei cavalieri di Santo Stefano, era comandata da Marcantonio Colonna,
duca di Paliano, a cui il Papa affidò la bandiera della Chiesa. La Santa
Lega fu ufficialmente proclamata a Roma nella basilica di San Pietro. Lasciata
Messina, dove si era concentrata alla fine di agosto, dopo venti giorni
di navigazione con rotta verso levante, la flotta cristiana attaccò il
nemico alle undici di mattina di quella domenica 7 ottobre dell'anno
1571.
Lo svolgimento della battaglia
All'alba
del 7 ottobre 1571 una gigantesca flotta ottomana, la più numerosa mai
schierata nel Mediterraneo, avanzava lentamente, con il vento di
scirocco in poppa. Circa 270 galee e una quantità indescrivibile di
legni minori formavano un semicerchio, una enorme e minacciosa mezzaluna
che occupava tutte le acque che dalle coste montagnose dell'Albania, a
nord, arrivano alle secche della Morea, a sud. Al centro della mezzaluna
che avanzava, sulla nave ammiraglia, chiamata la Sultana, sventolava
uno stendardo verde, venuto dalla Mecca, che recava ricamato in oro per
28.900 volte il nome di Allah.
Di
fronte, in formazione a croce, era schierata la flotta cristiana, sulla
cui ammiraglia, comandata da don Giovanni d'Austria, garriva un enorme
stendardo blu con la raffigurazione del Cristo in Croce. La battaglia
durò cinque ore e si decise al centro dello schieramento, dove le navi
ammiraglie si speronarono l'un l'altra formando un campo di battaglia
galleggiante in cui si susseguirono attacchi e contrattacchi finchè il
reggimento scelto degli archibugieri di Sardegna riuscì a sferrare
l'attacco decisivo. Alì Pascià fu colpito a morte e sulla Sultana fu ammainata la Mezzaluna e issato il vessillo cristiano.
Si
coprirono di valore tra gli altri i Colonna e gli Orsini, sette della
stessa famiglia, il conte Francesco di Savoia che cadde in battaglia, il
ventitreenne Alessandro Farnese, destinato a divenire uno dei maggiori
condottieri del secolo, Giulio Carafa che, preso prigioniero si liberò e
si impadronì del brigantino nemico, ed i veneziani tutti che pagarono
il maggior tributo di sangue.
Il
provveditore veneziano Agostino Barbarigo che comandava l'ala sinistra
dello schieramento cristiano, si batté, fino a che non gli mancarono le
forze, con una freccia infitta nell'occhio sinistro.Sulla sua
ammiraglia, Sebastiano Venier, combatté a capo scoperto e in pantofole
perché, risponde a chi gliene chiede il motivo, fanno migliore presa
sulla coperta. Ha settantacinque anni e imbraccia la balestra, aiutato
da un marinaio per il caricamento dell'arma, un'operazione che era ormai
superiore alle sue forze. Sopraffatto dal numero viene soccorso dalle
galee di Giovanni Loredan e Caterino Malipiero, che trovano la morte
nella lotta.
Al
termine della battaglia la Lega aveva perso più di 7.000 uomini, di cui
4.800 veneziani, 2.000 spagnoli, 800 pontifici, e circa 20.000 feriti; i
turchi, contarono più di 25.000 perdite e 3.000 prigionieri. Il nome di
Lepanto era entrato nella storia. Per la prima volta dopo un secolo il
Mediterraneo tornò libero. A partire da questo giorno iniziò il declino
dell'impero ottomano.
Nel
pomeriggio del 7 ottobre, Pio V che aveva moltiplicato le preghiere a
Colei che sempre aveva soccorso i cristiani nelle ore drammatiche della
cristianità, stava esaminando i conti con alcuni prelati. D'improvviso
fu visto levarsi, avvicinarsi alla finestra fissando lo sguardo come
estatico e poi, ritornando verso i prelati esclamare: "Non occupiamoci
più di affari, ma andiamo a ringraziare Iddio. La flotta cristiana ha
ottenuto vittoria".
Il
Pontefice attribuì il trionfo di Lepanto all'intercessione della
Vergine e volle che nelle Litanie lauretane si aggiungesse l'invocazione
Auxilium christianorum. Anche il Senato Veneziano che non era composto
da donnicciole, ma da uomini fieri e rotti a sfidare i più gravi
pericoli in mare e in terra, volle attribuire alla Santissima Vergine il
merito principale della vittoria e sul quadro fatto dipingere nella
sala delle sue adunanze fece scrivere queste parole: Non virtus, non
arma, non duces, sed Maria Rosarii, victores nos fecit (non il valore,
non le armi, non i condottieri, ma la Madonna del Rosario ci ha fatto
vincitori).
testo tratto dal sito http://www.lepanto.org/batta.php3
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Consacriamoci a Maria
***
Il pensiero di Maria non parta dalla tua mente.
Il nome di Maria non abbandoni il tuo labbro.
L'Amore di Maria non si spenga nel tuo cuore.
Seguendo Maria non ti perderai.
Appoggiandoti a Maria non cadrai.
Sperando in Maria non temerai.
Ascoltando Maria non sbaglierai.
Vivendo con Maria ti salverai.
Ecco la nona beatitudine:
Beati quelli che si sono consacrati Maria:
i loro nomi sono scritti nel libro della vita.
(San Bonaventura da Bagnoregio)
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L'ultimo ricorso
***
«La Madonna mi ha salvato dalla disperazione. Era il pericolo più grave: le persone come noi hanno sempre fede e carità quanto è necessario. Ma è la speranza che può mancare…
Per diciotto mesi non ho potuto dire il Padre Nostro… Non
potevo dire: "Sia fatta la tua volontà". Non potevo proprio.
Comprendete? Non si trattava di dire le preghiere in un modo qualsiasi.
Si trattava di dire con verità quello che dicevo. E non potevo dire con verità: "Sia fatta la tua volontà".
Allora
ho pregato Maria. Le preghiere a Maria sono le preghiere di riserva...
Non ce n'è una in tutta la liturgia, una, capite, una che il peggiore
dei peccatori non possa dire con verità. Nel meccanismo della salvezza,
l'Ave Maria è l'ultimo soccorso. Con essa non si può essere perduti. »
Charles Péguy, Lettera del 1909
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Lourdes
Era un «feudo» di Maria già prima delle apparizioni
***
RELIGIONE Sin dai tempi di Carlo Magno una tradizione dimenticata ricollega la grotta a un santuario della Madonna
Il
prossimo 8 dicembre si aprirà a Lourdes l' anno giubilare per la
ricorrenza, l' 11 febbraio del 2008, dei 150 anni dalla prima delle 18
apparizioni a santa Bernadette Soubirous. Grandi celebrazioni sono in
programma. A un secolo e mezzo dagli umilissimi inizi, quello ai piedi
dei Pirenei è ancora il santuario cattolico più frequentato del mondo e
la sua attrazione è in forte crescita. Un santuario dove gli italiani
sono spesso più numerosi dei francesi e per raggiungere il quale, con
malati al seguito, sono nate da noi organizzazioni solide e attivissime
come l' Unitalsi e l' Oftal. Tuttavia, è singolare: tra gli oltre cinque
milioni annui di pellegrini, forse nessuno sospetta perché il Cielo, in
cui ovviamente credono, abbia deciso di far sorgere proprio qui questo
straordinario luogo di devozione mariana. Questo
posto fu, in qualche modo, predestinato? Ci fu, insomma, una «Lourdes
prima di Lourdes»? C' è, qui, una storia enigmatica che è stata
riscoperta di recente grazie al reprint di un libro del 1928. Storia
tanto dimenticata, che persino il vescovo di Tarbes e Lourdes - come
scopersi una sera in cui ero suo ospite nel delizioso, liberty Chalet
Episcopal nei pressi della Grotta - persino, dunque, monsignor Jacques
Perrier la conosceva solo per sentito dire e sospettava si trattasse di
tradizioni leggendarie. In realtà non è cosi, la documentazione storica è completa ed è conservata negli archivi, disponibile per chiunque. Solo
gli inizi della millenaria vicenda non sono suffragati da testi
scritti, anche se si basano su una solida tradizione, che solo in
seguito fu fissata sulle pergamene. Questi inizi, dunque, raccontano di
Carlo Magno che, ritornando dalla Spagna dove aveva affrontato i mori,
pose l' assedio al monte su cui sorgeva la fortezza saracena di
Mirambel, l' antico nome di Lourdes. L' emiro che la teneva, Mirat,
aveva giurato ad Allah che non avrebbe mai ceduto ad alcun uomo. Ridotto
però allo stremo, accolse con sollievo il vescovo che seguiva re Carlo,
che gli propose di rispettare il giuramento pur arrendendosi: non ad un
uomo, bensì a una Donna. Questa era Nostra Signora di Le Puy, nel
Massiccio Centrale, il maggior santuario delle Gallie, al quale
accorrevano pellegrini da tutta l' Europa. Poiché Maria è veneratissima
anche dai fedeli del Corano, Mirat accettò e, seguito dai suoi
dignitari, cavalcò sino a Le Puy. I saraceni portavano legati alle lance
mazzi di fiori raccolti nel prato davanti al castello. Nel prato, cioè
(lo anticipiamo) dove sorgerà poi l' Esplanade per le processioni con le
fiaccole dei pellegrini di Lourdes. I fiori dell' emiro
furono deposti sull' altare della Vergine, in segno di vassallaggio.
Sin qui ci si basa su una tradizione, per quanto tanto attestata da
avere lasciato il suo segno persino sullo stemma della città. Ma, a
partire dal 1062, documenti inoppugnabili dicono che i conti del luogo
donarono alla Signora di Le Puy non soltanto Lourdes - che già le
apparteneva dai tempi carolingi - ma l' intera regione, la Bigorre,
impegnandosi al pagamento di un «censo» annuale al capitolo del grande
santuario del Massiccio Centrale. Quando il territorio
di Lourdes passò ai re di Francia, questi rinnovarono l' impegno e lo
rispettarono sino a quando la rivoluzione decapitò Luigi XVI e devastò
Le Puy, giungendo sino a bruciare in piazza, tra le spazzature, la
veneratissima Vergine. Per secoli, un giorno e una notte
ogni anno, sul castello di Lourdes era stata ammainata la bandiera
reale e aveva sventolato lo stendardo mariano, a confermare che quello
era fief et domaine, feudo e dominio, della Madonna venerata a Le Puy.
Alla restaurazione, nel 1815, i Borboni riaprirono quel santuario e gli
riconobbero gli antichi diritti sulla cittadina pirenaica. Nel 1829, per
l' ultima volta, una delegazione partiva da Lourdes e, come segno di
vassallaggio, portava sull' altare di Le Puy, come da usanza millenaria,
i fiori raccolti davanti al castello. Fu, dicevamo, l' ultima volta,
perché l' anno dopo i Borboni erano cacciati da Luigi Filippo, il re
scettico e volterriano che aboliva tutti gli impegni con la Chiesa
assunti nei secoli dalla monarchia francese. Lo Stato, dunque, spezzava
il legame tra Le Puy e Lourdes che esisteva forse da Carlo Magno,
certamente dal 1062. E, qui, giungiamo all' evento singolare e, per i
credenti, forse non casuale: stando all'
antico diritto feudale, la potestà del signore di un luogo si
estingueva dopo trent' anni di mancato adempimento degli obblighi
previsti dall' atto di sottomissione. L' ultimo omaggio portato dalla
«vassalla» Lourdes a Le Puy e l' ultimo tributo pagato dalla monarchia
francese risalivano al 1829: dunque, i «diritti» di Maria sulla città
pirenaica sarebbero caduti in prescrizione nel 1859. Ebbene, all' ultimo
tempo utile, cioè nel 1858, un anno prima dell' estinzione, la Signora
appariva a Massabielle, la collina che fronteggia il castello sul quale
per secoli aveva sventolato la sua bandiera, tra i prati dove da sempre
si raccoglievano i fiori per lei, ed ordinava «ai sacerdoti» (parole
testuali) di «costruire lì una cappella», esortando tutti a venirvi «in
processione», come per omaggio a una regina. Il patto, dunque, era
rinnovato, i grandiosi santuari elevati dopo le apparizioni avrebbero
sostituito, quasi nuovo palazzo reale, la fortezza, che incombe proprio
di fronte. La statua di Le Puy era stata bruciata, ma un' altra l'
avrebbe sostituita in un luogo appartenuto da sempre alla Madonna.
Se questi sono i fatti, è comprensibile che gli scettici sospettino una
sorta di «congiura clericale», con le apparizioni come sceneggiata per
seguire un copione. In realtà, è certo che non è così: nel confronto
secolare, spesso durissimo, tra cattolici e laici sulla verità di
Lourdes, mai alcuno fece riferimento a queste coincidenze storiche.
Nessun prete vi accennò per confermare i credenti, nessun libre penseur
le tirò in ballo per confermare il suo dubbio. Erano
cose dimenticate e dormivano negli archivi. Bisognerà attendere quel
libro del 1928 che, lo dicevo, è ora ristampato e che fu scritto da
Emile Bréjon, giurista e medievista, specialista di diritto feudale.
Proprio in base alle sue conoscenze, Bréjon fu il primo a ricomporre i
pezzi di un puzzle che sembra confermare l' enigma che aleggia sulle
rive del Gave. * * * Bernadette e la Signora Dall' 11 febbraio
al 16 luglio 1858, furono 18 le apparizioni di una signora vestita di
bianco alla contadina quattordicenne Bernadette Soubirous in una grotta
presso Lourdes. Il 25 marzo la signora disse di essere l' Immacolata
Concezione
(12 luglio 2007) - Corriere della Sera
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Tiziano, Assunzione
Nell'Ascensione
il Signore, con la sua Resurrezione, è diventato il dominatore del mondo
e perciò c'è uno tra noi che salverà tutto quello che siamo, che è così
potente da salvare la nostra vita, da conservarla tutta, per ridarcela
tutta perdonandoci i nostri peccati. La dimostrazione di questo è il
mistero dell'Assunzione, in cui ha preso l'umanità della Madonna e non
l'ha lasciata in balia della morte, neanche un momento.
Con il
mistero dell'Assunzione il Signore dice: «Vedete, io non vi farò perdere
niente di quello che vi ho dato, di quello che avete usato, di quello
che avete gustato, persino di quello che avete usato male, se voi sarete
umili di fronte a me. Beati i poveri di spirito, cioè: se voi
riconoscete che tutto è grazia, che tutto è misericordia, perché i
vostri criteri sono niente, il mio criterio è tutto». La
Madonna già sta a quel livello ultimo, profondo dell'Essere da cui
tutti gli esseri traggono consistenza, vita e destino. Per questo è
stata assunta al cielo, là dove sta il mistero di Dio: perché fosse per
noi madre quotidiana dell'avvenimento.
La
glorificazione del corpo della Madonna indica l'ideale della moralità
cristiana, la valorizzazione di ogni momento, il valore di ogni istante.
Perciò è la valorizzazione della vita, della nostra esistenza, della
vita del corpo del mondo, è l'esaltazione della materia vissuta
dall'anima, vissuta dalla coscienza che è rapporto con Dio, è la
valorizzazione della nostra vita terrena, non perché fortunata per
particolari circostanze, ma perché attraverso ogni cosa più piccola si
veicola il nostro rapporto con l'Infinito, con il mistero di Dio.
Don Gius, da Il santo Rosario
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Ave Maria
prega per noi!
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“Oh
Madonna, tu sei la sicurezza della nostra speranza!”. Questa è la frase
più importante per tutta la storia della Chiesa; in essa si esaurisce
tutto il cristianesimo”.
don Giussani
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“Ho detto che dobbiamo chiedere alla Madonna che ci liberi dal male, e che il male qui fra noi si chiama economicismo
totalitario, culto dissennato dei propri interessi, edonismo che brucia
il presente e il futuro delle nuove generazioni,
spesso abbandonate ai margini della società in assenza di proposte
adeguate che vengano dalla famiglia e dalle altre istituzioni educative,
compresa qualche volta la chiesa. Ho chiesto che Maria
ci aiuti ad attraversare la crisi terribile che attanaglia le famiglie,
soprattutto quelle giovani, che dissolvono i matrimoni per
pseudoragioni di carattere consumistico. Ma abbiamo la serena certezza che confidando nella Madonna potremo attraversare anche questo momento difficile. "
Mons.Luigi Negri vescovo di S. Marino per leggere tutto l'articolo clicca qui
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Omelia del card. Angelo Bagnasco
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S.E. Card. Angelo Bagnasco
Arcivescovo Metropolita di Genova
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
OMELIA ALLA SANTA MESSA INIZIALE
DEL XXX PELLEGRINAGGIO DA MACERATA A LORETO
Macerata, 7 Giugno 2008
"Vieni e seguimi: una storia di mendicanza"
Carissimi Amici!
Trent'anni
di pellegrinaggio da Macerata a Loreto: grazia e responsabilità! Ho la
gioia di essere qui con voi per vivere la Divina Eucaristia, cuore della
nostra fede, tesoro che racchiude tutto il bene della Chiesa. Cosa
saremmo senza l'Eucaristia, Cristo vivo e vero, Sacrificio di salvezza,
Pane di vita eterna, grembo vivo che continuamente ci restituisce alla
vita? Saremmo orfani, condannati alla solitudine, e - come afferma F.
Nietzsche - la morte sarebbe la nostra "cupa compagna di viaggio" (La gaia scienza, 4, 278).
Siamo
qui per ringraziare Gesù per il dono straordinario della fede, per la
grazia della Chiesa, una compagnia che non verrà mai meno perché Dio è
fedele. La
fedeltà di Dio è tale che Egli stesso si pone in cammino alla ricerca
dell'uomo, dell'uomo smarrito perché ingannato da una libertà sregolata
che molto promette e tutto toglie. Che lo rapina della sua dignità.
È
in nome di questa fedeltà che Dio si fa mendicante, alla ricerca
dell'umanità ferita e umiliata dalla menzogna e dalla divisione. È in
nome di questa fedeltà che il Dio della luce si fa Mistero presente
nella storia: Mistero luminoso, perché l'uomo lo possa scorgere se ha il
cuore aperto; ma sempre Mistero, perché la risposta umana sia possibile ogni giorno nella libertà e nel rischio della vita. Non finiremo mai, cari amici, di cadere in ginocchio colpiti dallo stupore del Dio fedele; non finiremo mai di vivere in adorazione avvolti dalla meraviglia del Dio-con-noi.
Non
è forse questo Mistero che si è mosso per primo verso Matteo, "seduto
al banco delle imposte"? Non è forse Lui che passa per vederlo, per
incontrare il suo sguardo di uomo ricco, affermato, sazio, ma
segretamente infelice e in attesa di incontrare la novità che lo
riscatti dalla pasciuta mediocrità dei suoi giorni? Quel
mendicante improvviso ma atteso gli va incontro, e si fa parola decisa e
quanto mai decisiva, semplicissima: "Seguimi". E la vita di Matteo
cambia per sempre: "Ed egli si alzò e lo seguì". Anche
Matteo si fa mendicante: la sua mendicanza è il discepolato dietro al
Maestro, improvvisamente apparso come la ragione vera non solo del
mondo, ma del suo cuore, della sua piccola ma unica storia; apparso come
la luce nel suo grigiore, la grandezza nelle sue meschinità.
È
qui descritta anche la nostra vicenda. Questa vicenda ha un inizio
diverso e personale per ciascuno: dobbiamo non perderne la memoria per
rinnovarne la grazia. Dobbiamo temere non la dimenticanza che segue alla
morte, ma l'oblio della grazia, perché questo spegne la vita, la
possibilità di vivere nella freschezza di ogni momento. Non dimentichiamo: la
dimenticanza è figlia dell'abitudine al dono, al miracolo, per cui
anche il Cielo appare scontato e banale. Per questo dobbiamo rinnovare
ogni giorno l'ascolto di quell'invito - "seguimi" - che Gesù ha
pronunciato su noi: un invito breve e delicato come un alito di vento,
ma sconvolgente come un turbine.
Carissimi Amici!Ma come risentire quella voce che - all'improvviso o progressivamente - ci ha cambiato la strada? È
necessario rientrare in noi stessi e cercare il silenzio, per lasciar
risuonare la parola dell'amore sapendo che la "sua venuta è sicura come
l'aurora". È necessaria la preghiera, l'adorazione eucaristica, come ha
raccomandato il Santo Padre a Verona. E pregare è semplice! Qualcuno ha
scritto che "pregare è pensare al senso della vita" (L. Wittgenstein). Ma ancor meglio dice Santa
Teresa di Gesù Bambino: "Per me la preghiera è uno slancio del cuore,
un semplice sguardo gettato verso il cielo, un grido di gratitudine e di
amore nella prova come nella gioia".
Riascoltare
la voce del grande Mendicante che si rivolge a noi ogni giorno e ci
invita a seguirlo! Si può ascoltare nella buona solitudine, ma si può
anche ascoltare insieme, in quella grande compagnia che è la Chiesa,
così come accadrà questa notte. Insieme, nel cammino verso Loreto, il
vostro cuore si allargherà diventando una cosa sola come attorno a
questo altare;
l'attenzione di ciascuno sarà sorretta dall'attenzione dei fratelli, e
così sarà per la vostra preghiera; il desiderio di riascoltare quel
"vieni e seguimi" diventerà più grande e più convinto, e così la
capacità di ascoltarlo e di rispondervi generosamente, come fece Matteo,
sarà più forte e tenace. È questo il Pellegrinaggio: esso esprime in modo commovente la nostra condizione: "L'uomo è un mendicante di Dio", scrive sant'Agostino (Sermones, 56). La
mendicanza di Cristo è scelta per amore; la mendicanza degli uomini è
necessità dell'essere, ma, strada facendo, diventa necessità e scelta
del cuore. Sia sempre più così!
Che la Santa Vergine ci
introduca sempre meglio nel mistero del Dio fatto Uomo; ci accompagni
nel mistero della Chiesa, Corpo di Cristo, Maestra e Madre. Ci doni,
sull'esempio dell'Apostolo Matteo, di alzarci anche noi ogni giorno, di
scuoterci dalle nostre pigrizie, dalle insidie dell' egoismo che
intristisce l'anima. Ci doni di rimanere pellegrini in questa
attraversata nel tempo, pellegrini non soli, solerti e operosi, capaci
di guardare il mondo con gli occhi di Cristo per amarlo un poco con il
suo stesso cuore. Capaci di offrire a tutti la testimonianza del Vangelo, come Benedetto XVI ha invitato i giovani di Genova: "Annunciate
Cristo, speranza del mondo (...) State uniti, ma non rinchiusi. Siate
umili, ma non pavidi. Siate semplici, ma non ingenui. Siate pensosi, ma
non complicati. Entrate in dialogo con tutti, ma siate voi stessi. Restate
in comunione con i vostri Pastori: sono ministri del Vangelo, della
divina Eucaristia, del perdono di Dio. Sono vostri padri e amici".
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Maria e l'uomo protagonista del tempo
***

Partecipando durante molti anni alla liturgia della settimana santa guidata da
don Giussani, mi sono accorto che la sua preoccupazione centrale, che è
il centro della sua pedagogia, era aiutarci ad entrare nello sguardo di
Maria, nel cuore di Maria, nella posizione che ella aveva davanti a suo
figlio. La
Madonna è stata sempre vista da don Giussani come colei che, più di
ogni altra creatura, ha incarnato la posizione giusta di fronte al
Mistero fatto carne, davanti a Gesù.
Durante questo tempo pasquale, questa primavera, siamo chiamati a risorgere, a rinascere. Ogni
mattina siamo invitati a uscire dal nulla, rappresentato dalla notte,
dal buio, e ad entrare nella vita. Ogni giorno siamo chiamati a uscire
dalla debolezza, dalla cattiveria, dalla confusione, e a entrare nella
carità. Per quanto smarriti, la nostra dimenticanza non è mai totale.
C’è sempre in noi la possibilità di essere riagganciati dalla grazia.
Possiamo trovare un amico che ci richiami alla vita, che ci afferri nel
profondo. Innanzitutto, possiamo trovare Maria.
La
figura della Madonna è stata ricordata da don Giussani come colei che
si oppone al nulla, al demonio. Se noi cominciamo la giornata pensando a
lei, invocandola, entriamo in una strada che ci fa vivere con
sicurezza, e ci restituisce la passione dell’umano, ci rende «ogni
giorno capaci di incantevole carità».
Maria
è colei che ci apre alla positività dell’essere perché ella è la
positività dell’essere, perché il suo “sì” ha permesso l’incarnazione,
la sconfitta del nulla, di tutto ciò che è negazione, menzogna,
esclusione. E ha invece portato nel mondo la vita, l’affermazione, la
bellezza, la gioia. Riandando continuamente a lei, possiamo entrare in
questa positività, possiamo farci guidare da lei verso uno sguardo sulle
cose, sugli altri, su noi stessi, che sia veramente costruttivo, in
definitiva nella carità.
La tradizione orientale vede Maria come colei che tiene in mano il bambino e insegna la strada. Anche don Giussani ha visto Maria come colei che ci conduce, che ci insegna la via. In una meditazione, durante un pellegrinaggio organizzato dalle Suore della Neve, ha detto: «La Madonna è il tipo dell’uomo camminatore verso il suo destino, di questo protagonista del tempo».
La vediamo
camminare verso la casa di Elisabetta e Zaccaria, la vediamo andare in
mezzo alla folla per ascoltare suo figlio, in fondo, dove nessuno la
vede. La vediamo camminare dietro la croce. Ci insegna la povertà dello spirito, la disponibilità al disegno di Dio.
In
ogni momento della vita siamo chiamati ad uscire dal nostro disegno per
entrare in quello di Dio. Dio in realtà non vuole destabilizzarci: non
ci priva delle nostre certezze per lasciarci nell’insicurezza. Al
contrario, sa che le nostre misure, le nostre sicurezze, sono
insufficienti, che solo lui è la roccia. Possiamo entrare veramente in
una posizione giusta se entriamo nel suo disegno. Come
per Maria anche per noi questo è l’avvenimento della fede, che ci fa
riconoscere quello che Dio compie come la realtà più amica per il nostro
pellegrinaggio sulla terra.
don Massimo Camisasca (da Fraternità e Missione, maggio 2008. )
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Attirami a Te
***
Madre amatissima,
ecco la mia preghiera: chiedo a Gesù di attirarmi nelle fiamme del suo
amore, di unirmi così strettamente a Lui, che Egli viva ed agisca in me.
Sento che quanto più il fuoco dell’amore infiammerà il mio cuore,
quanto più dirò: «Attirami», tanto più le anime che si avvicineranno a
me (povero piccolo rottame di ferro inutile, se mi allontanassi dalla fornace divina) correranno anch’esse velocemente all’effluvio dei profumi del loro Amato, perché un’anima infiammata di amore non può restare inattiva; senza
dubbio come santa Maddalena lei se ne sta ai piedi di Gesù, ascolta la
sua parola dolce e infiammata. Sembrando non dar niente, dà molto di più
di Marta che si agita per molte cose e vorrebbe che la sorella
l’imitasse. Non sono sicuramente i lavori di Marta che Gesù biasima:
a questi lavori la sua Madre divina si è umilmente sottomessa per tutta
la sua vita poiché doveva preparare i pasti per la Santa Famiglia. È solo l’inquietudine della sua ardente ospite che Egli vorrebbe correggere.
Santa Teresa di Lisieux
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“VOTARE " PER MARIA..
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Vi
parrà bizzarro, ma l’evento più interessante di questa campagna
elettorale, per me, è accaduto domenica scorsa a Milano al Palasharp.
Sebbene fossero presenti 25 mila persone nessuno ne ha dato notizia. In
apparenza non c’entra con le elezioni, ma, come vedremo, non è così.
Quell’immensa folla è arrivata lì senza alcuna campagna
pubblicitaria. Dalle 8.30 del mattino fino alle ore 21 hanno pregato,
meditato, adorato, ascoltato testimonianze con il carismatico padre Jozo
Zovko, che era parroco di...
Seguire le sue tracce nella storia e nella cronaca è sorprendente…
Vi parrà bizzarro, ma l’evento più interessante di questa campagna elettorale, per me, è accaduto domenica scorsa a Milano al Palasharp. Sebbene fossero presenti 25 mila persone
nessuno ne ha dato notizia. In apparenza non c’entra con le elezioni,
ma, come vedremo, non è così. Quell’immensa folla è arrivata lì senza
alcuna campagna pubblicitaria. Dalle 8.30 del mattino fino alle ore 21
hanno pregato, meditato, adorato, ascoltato testimonianze con il
carismatico padre Jozo Zovko, che era parroco di Medjugorje all’inizio delle apparizioni della Madonna in
quell’ormai celebre villaggio, nel giugno 1981 (il francescano fu poi
arrestato dalla polizia comunista, torturato e detenuto per quasi due
anni). All’incontro – organizzato da “Mir I Dobro”, l’associazione di
volontariato (nata a Varese) – erano presenti anche due dei sei veggenti: Ivan Dragicevic e Jakov Colo. Il
primo ha ancora oggi le apparizioni quotidiane e puntualmente alle ore
18 la Madonna è arrivata, in un silenzio impressionante, nell’emozione
generale. E’ rimasta circa 10 minuti a pregare con i presenti,
specialmente sugli ammalati e sui sacerdoti. Poi, tramite Ivan, ha
lasciato a tutti un messaggio: “Una madre prega per i suoi figli e io ho
pregato mio Figlio per voi” Particolarmente toccante è stata
la testimonianza di Silvia, una ragazza di 19 anni, che era gravemente
malata (una paraplegia alle gambe). Andando in pellegrinaggio a
Medjugorje a un certo punto, sulla collina delle apparizioni, è svenuta e
si è poi risvegliata con un forte pianto e con tremore, scoprendosi
guarita:” Sono guarita! Cammino!” Sono fatti eccezionali, ma
nient’affatto isolati. Padre Jozo nella sua meditazione ha invitato a
seguire gli insegnamenti del Santo Padre anche per quando riguarda la
tutela della famiglia (in vista delle prossime elezioni ha fatto una
speciale “preghiera per l’Italia”). E ha citato Tony Blair, l’ex premier britannico, recentemente convertitosi al cattolicesimo. Si dà il caso infatti che Medjugorje c’entri (anche) con questa conversione. Non solo perché la
moglie, cattolica da sempre, segue le apparizioni da tempo. Padre Jozo
lo ha incontrato qualche anno fa. In Inghilterra c’è un vero
sommovimento medjugorjano che ha al centro un personaggio molto
influente, Robert Hutley, convertitosi a Medjugorje con la moglie.
Questo è il terreno su cui è fiorita la conversione di Blair. Proprio
il 4 aprile scorso la “Repubblica” ha lanciato in prima pagina una
conferenza dell’ex premier su “Fede e globalizzazione” tenuta il 3
aprile nella cattedrale di Westminster davanti a circa 1.600 persone.
Blair ha sottolineato l’importanza della religione per il destino
dell’umanità. E ha messo in guardia dal laicismo. Infine ha riferito di aver dato vita alla “Fondazione Tony Blair per la Fede”
(Tony Blair Faith Foundation). E’ immaginabile una cosa del genere per i
leader politici italiani? Peraltro Blair – come ha rivelato The
Guardian – è in corsa per diventare il Presidente dell’Unione europea
(carica istituita l’anno scorso a Lisbona). Anche di un’altra
(controversa) conversione hanno recentemente parlato i giornali, quella dell’ultimo leader dell’Urss Mikhail Gorbacev sorpreso in preghiera nella basilica di Assisi. Pure lui ha avuto a che fare con Medjugorje. Ho già raccontato su queste colonne come è accaduto che, nell’ottobre 1987, il
presidente Reagan si sia messo in contatto con la veggente Marija
Pavlovic, due mesi prima della firma del Trattato di Washington con
l’Urss, il primo per l’eliminazione delle armi nucleari che mise fine
allo scontro sugli euromissili e fu preludio al crollo incruento
dell’Urss. Ho riferito l’entusiasmo e la commozione di
Reagan che si sentì spronato a proseguire sulla via del disarmo.
Addirittura, con la moglie Nancy, decise di fare le preghiere e il
digiuno chiesti dalla Madonna “Reagan
volle che, fra i documenti da portare con sé ai colloqui con Gorbacev,
ci fosse pure la mia lettera” racconta Marija. “So che lui ne parlò a
Gorbacev e poi hanno firmato tutto. In
seguito mi è arrivata una busta con la foto del presidente e il suo
ringraziamento, scritto di suo pugno. E anche Gorbacev ha voluto quella
mia lettera”. La
Madonna di Medjugorje deve averlo illuminato, se lo stesso Gorbacev
nella storica visita in Vaticano del 1° dicembre 1989, nello studio
privato di Giovanni Paolo II, si inginocchiò davanti a lui chiedendo
perdono per i crimini del comunismo (il papa lo abbracciò).
La clamorosa notizia fu rivelata la prima volta da suor Lucia, la
veggente di Fatima e confermata da lei anche dopo la smentita dalla Sala
stampa vaticana, il 2 marzo 1998. Pochi mesi fa ha confermato la
notizia addirittura il Segretario di Stato vaticano, cardinal Bertone,
in un suo libro. Nel mondo cattolico si diffonde la sensazione –
esplicitata quattro mesi fa a Lourdes dal cardinale Ivan Dias - che in
questa generazione la Madonna protegga in modo speciale la Chiesa e il
mondo. E’ evidente proprio dalle sue apparizioni e dal grande
pontificato mariano di Giovanni Paolo II. Nei prossimi giorni Benedetto
XVI andrà negli Stati Uniti. Parlare al popolo americano è un evento
storico, come quando san Pietro venne a Roma, la capitale dell’Impero.
Ma anche qui la strada di papa Ratzinger è stata preparata. Non solo dal
predecessore. La presenza silenziosa e misteriosa di Maria lo ha
preceduto già dentro la Casa Bianca dove il Papa incontrerà il
presidente Bush. Infatti, racconta Marija Pavlovic, a margine
della vicenda del 1987, “seppi che il Presidente Reagan aveva
personalmente fatto comprare una statuina della Madonna, facendola
portare alla Casa Bianca”. Era l’immagine della Madonna di Fatima.
E di nuovo nulla appare casuale. Non solo per il legame fra Medjugorje e
Fatima, ma anche per una notizia che è venuta alla luce solo di
recente. E che riguarda proprio la Casa Bianca e Fatima. Siamo nel 1959.
Papa Giovanni XXIII legge il testo del “terzo segreto di Fatima” che
per volere della Madonna doveva essere reso pubblico nel 1960. Contiene,
come scopriremo nel 2000, il preannuncio di una immane catastrofe
planetaria e di una grande prova per la Chiesa. Papa Roncalli decide di
segretarlo. L’11 ottobre 1962 apre il Concilio Vaticano II irridendo
i “profeti di sventura” e affermando: “non siamo alla fine del mondo”.
Anzi esaltò il “nuovo ordine di rapporti” mondiali che “volgono
inaspettatamente” al meglio. Esattamente quattro giorni dopo il mondo
precipita sull’orlo di una guerra nucleare mai vista. Il 14 ottobre
infatti un aereo americano fotografa 162 testate nucleari sovietiche
nell’isola di Cuba puntate sugli Stati Uniti. Il 15 le
foto sono sul tavolo del presidente Kennedy che deve decidere cosa fare.
Decise – anche su accorato invito del Papa - di non invadere e alla
fine di trattare. Qualcuno dal Vaticano aveva fatto pervenire
alla Casa Bianca una descrizione dello scenario apocalittico tracciato
dalla Madonna a Fatima (ora si capisce perché doveva essere svelato nel
1960). In una recentissima intervista Robert McNamara, segretario alla
Difesa di Kennedy, ha riferito, con un moto di orrore, che nel
1992 “noi venimmo a sapere per la prima volta da ex ufficiali sovietici
che loro erano pronti alla guerra nucleare nel caso di un’invasione
americana di Cuba”. Il mondo dunque fu salvato dalla decisione di Kennedy di non invadere. Sarà un caso, ma Kennedy fu il primo (e unico) presidente americano di fede cattolica.
Quindi più di chiunque altro era sensibile a un messaggio che arrivava
dalla Santa Sede e dalla Madonna di Fatima. Fu provvidenziale che
proprio in quel momento gli Stati Uniti avessero un presidente
cattolico. Kennedy, era nato nel maggio 1917 (quando iniziarono le
apparizioni di Fatima) ed ebbe la “nomination” per la Casa Bianca nel
1960: il 13 luglio. Lo stesso giorno in cui – anni prima – la Madonna
consegnò ai tre pastorelli il Segreto. L’ennesimo caso?
Antonio Socci
Da “Libero”, 12 aprile 2008
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Maria, stella della speranza
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49. Con un inno dell'VIII/IX secolo, quindi da più di mille anni, la Chiesa saluta Maria, la Madre di Dio, come « stella del mare »: Ave Maris Stella La vita umana è un cammino. Verso quale meta? Come ne troviamo la strada? La vita è come un viaggio sul mare della storia, spesso oscuro ed in burrasca, un viaggio nel quale scrutiamo gli astri che ci indicano la rotta. Le vere stelle della nostra vita sono le persone che hanno saputo vivere rettamente. Esse sono luci di speranza. Certo, Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di persone che donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata. E quale persona potrebbe più di Maria essere per noi stella di speranza – lei che con il suo « sì » aprì a Dio stesso la porta del nostro mondo; lei che diventò la vivente Arca dell'Alleanza, in cui Dio si fece carne, divenne uno di noi, piantò la sua tenda in mezzo a noi (cfr Gv 1,14)?
BENEDETTO XVI SPE SALVI Ave Maris Stella - Edward Grieg
Ave Maris Stella Ave, stella del mare
Latino
Ave maris stella,
Mater Dei alma
Atque semper virgo
Felix caeli porta
Sumens illud ave
Gabrielis ore
Funda nos in pace
Mutans Evae nomen
Solve vincla reis
Profer lumen caecis
Mala nostra pelle
Bona cuncta posce
Monstra te esse matrem
Sumat per te preces
Qui pro nobis natus
Tulit esse tuus
Virgo singularis
Inter omnes mitis
Nos culpis solutos
Mites fac et castos
Vitam praesta puram
Iter para tutum
Ut videntes Jesum
Semper collaetemur
Sit laus Deo Patri
Summo Christo decus
Spiritui sancto
Honor, tribus unus
Amen.
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Italiano
Ave, stella del mare
Eccelsa madre di Dio
E sempre Vergine,
Felice porta del cielo
Accogliendo quell'"Ave"
dalla bocca di Gabriele,
donaci la pace,
mutando il nome di Eva.
Sciogli i vincoli per i rei,
dà luce ai ciechi,
scaccia i nostri mali,
dacci ogni bene.
Mostrati Madre di tutti,
offri la nostra preghiera,
Cristo l'accolga benigno,
lui che si è fatto tuo Figlio.
Vergine santa fra tutte,
dolce regina del cielo,
rendi innocenti i tuoi figli,
umili e puri di cuore.
Donaci giorni di pace,
veglia sul nostro cammino,
fà che vediamo il tuo Figlio,
pieni di gioia nel cielo.
Lode all'altissimo Padre,
gloria al Cristo Signore,
salga allo Spirito Santo,
l'inno di fede e d'amore.
Amen.
|
|
«Respice stellam, voca Maria»
***
Chiunque
tu sia, che nel flusso di questo tempo ti accorgi che, più che
camminare sulla terra, stai come ondeggiando tra burrasche e tempeste, non distogliere gli occhi dallo splendore di questa stella, se non vuoi essere sopraffatto dalla burrasca! Se si alzano i venti delle tentazioni, se cozzi contro gli scogli delle tribolazioni, guarda la stella, invoca Maria. Se sei sbattuto dalle onde della superbia, dell'ambizione, della calunnia, della gelosia, guarda la stella, invoca Maria. Se l'ira o l'avarizia, o le lusinghe della carne hanno scosso la navicella del tuo animo, guarda Maria. Se
turbato dalla enormità dei peccati, se confuso per l'indegnità della
coscienza, se atterrito dalla paura del giudizio, cominci ad essere
inghiottito dal baratro della tristezza e dall'abisso della disperazione, pensa a Maria. Nei pericoli, nelle angosce, nei dubbi, pensa a Maria, implora Maria. Non si allontani dalla tua bocca, non si allontani dal tuo cuore, e per ottenere l'aiuto della sua preghiera, non dimenticare l'esempio della sua vita. Seguendo lei non puoi smarrirti, pregando lei non puoi disperare, pensando a lei non puoi sbagliare. Se lei ti sorregge non cadi, se lei ti protegge non cedi alla paura, se lei ti guida non ti logori, se lei ti è propizia raggiungi la meta.
Bernardo di Chiaravalle |
«Quella cosa ha la forma di una fanciulla»
***
Così Bernadette indica al commissario Jacomet ciò che vede alla grotta di Massabielle. Cronaca dei diciotto incontri
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di Giovanni Ricciardi
da. www.30giorni.it
Centocinquant’anni fa, nel 1858, la Vergine Maria è apparsa per diciotto volte nella grotta di Massabielle, poco distante dalla cittadina di Lourdes, alla quattordicenne Bernadette Soubirous, in un arco di tempo che va dall’11 febbraio fino alla sera del 16 luglio.
Questi brevi cenni alla cronaca di quelle giornate (soprattutto come
aiuto per riviverle nella preghiera), rievocano i fatti principali e
alcune delle parole e delle testimonianze riportate in quei giorni dalla
stessa Bernadette.
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| Una raffigurazione dell’apparizione della Madonna a Bernadette |
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11 febbraio
giovedì: prima apparizione
Bernadette esce di
casa con la sorella Toinette e l’amica Jeanne Baloum per raccogliere un
po’ di legna nei terreni comunali vicino al fiume Gave. Non riuscendo ad
attraversare il fiume senza bagnarsi i piedi, comincia a togliersi le
calze, quando, per citare le sue parole, «udii un rumore come se ci fosse stato un colpo di vento».
Si volta, ma i pioppi dietro di lei non si muovono. «Allora», racconta,
«continuai a togliermi le scarpe». Di nuovo un colpo di vento. Stavolta
guarda in direzione della grotta, che s’illumina, e in questa luce appare
a Bernadette una figura bianca che sorride. «Aveva un vestito bianco,
un velo anch’esso bianco, una cintura azzurra e una rosa gialla su ogni
piede. Anche la corona del suo rosario era gialla. Restai sorpresa.
Credetti di sbagliarmi. Mi stropicciai gli occhi e guardai nuovamente.
Vedevo sempre la stessa signora. Misi la mano in tasca e
presi la corona. Volevo fare il segno della croce, ma non riuscii a
portare la mano alla fronte. Essa mi cadeva. Allora fui presa da grande
spavento e la mano mi tremava. Ma non me ne andai. La
signora prese la corona che aveva al braccio e fece il segno della
croce; anche io allora cercai di farlo e ci riuscii. Non appena feci il
segno di croce, il gran timore che mi aveva preso scomparve.
M’inginocchiai e recitai la mia corona insieme alla bella signora. La
visione faceva scorrere i grani del suo rosario, senza muovere le
labbra. Al termine del rosario mi fece cenno di avvicinarmi, ma io non
osai. Allora la bella signora scomparve improvvisamente».
Sulla strada del
ritorno Bernadette parlò alla sorella e all’amica di ciò che aveva visto
facendosi promettere di non rivelarlo a nessuno, ma Toinette si confidò
con i genitori che, la sera, interrogarono Bernadette e le proibirono
di recarsi nuovamente alla grotta. Dopo questa prima apparizione,
avvenuta appunto intorno a mezzogiorno, tutte le altre si verificarono
al mattino tranne la quattordicesima e la diciottesima che avvennero di
sera.
domenica: seconda apparizione
È la domenica che precede il Mercoledì delle Ceneri. Racconta Bernadette: «Sono
tornata alla grotta per la seconda volta la domenica seguente. Me lo
ricordo bene perché mi sentivo spinta da una forza interiore. Mia madre
mi aveva proibito di andarvi. Dopo la messa solenne, insieme con le
altre due compagne, andammo nuovamente a chiedere alla mamma di mandarmi
alla grotta. Lei non voleva assolutamente. Temeva che io cadessi
nell’acqua e che non tornassi in tempo per i Vespri. Io le promisi di
sì. Allora mi permise di andarvi. Prima di partire mi recai
alla parrocchia con una bottiglietta per prendere un po’ d’acqua
benedetta. Giunte sul posto, ciascuna prese la propria corona e ci
inginocchiammo per recitare il rosario. Avevo
appena terminato la prima decina del rosario che vidi apparire la
medesima signora. Subito cominciai a gettarle l’acqua benedetta
dicendole di restare, caso mai venisse da parte di Dio, altrimenti di
andarsene. E mi affrettavo a gettarle l’acqua. Ella mi sorrideva e
chinava la testa».
Bernadette
è rapita in estasi, le compagne non riescono a smuoverla e fuggono
spaventate a chiedere aiuto. Il mugnaio Nicolau, con la sua energia,
riuscirà a stento a staccarla da lì. La voce comincia a circolare. La madre è preoccupata e rinnova il divieto di tornare alla grotta.
18 febbraio
giovedì: terza apparizione
La
ricca signora Milhet, spinta dalla curiosità, strappa alla madre il
permesso di condurre di nuovo la fanciulla a Massabielle, e dà ordine a
Bernadette di chiedere il nome alla figura che le appare, mettendole in
mano carta, penna e calamaio: «Volete avere la bontà di scrivere il
vostro nome?». Bernadette udrà così per la prima volta la voce di quella
signora, che risponde: «Non è necessario». E con sorprendente
gentilezza chiede a Bernadette: «Volete avere la bontà di venire qui per
quindici giorni?». Bernadette racconta: «Io le risposi di sì. Inoltre,
aggiunse di non promettermi la felicità in questo mondo ma nell’altro.
Son tornata alla grotta per quindici giorni. La visione mi è comparsa
tutti i giorni, a eccezione di un lunedì e di un venerdì».
19 febbraio
venerdì: quarta apparizione
L’apparizione
dura un quarto d’ora. Bernadette ha in mano il cero che le ha dato la
madrina, Bernarde Castérot, con cui è giunta alla grotta insieme a una
decina di persone. La bella signora si limita a sorriderle in
silenzio e Bernadette le risponde a gesti: «Salutava con le mani e la
testa» racconta l’amica Josèphe Barinque: «Era un piacere vederla, come
se tutta la vita non avesse fatto altro che imparare a fare quei saluti.
Non sapevo fare altro che guardarla».
20 febbraio
sabato: quinta apparizione
Quando
Bernadette inizia il rosario in attesa che le appaia la bianca signora,
ci sono intorno a lei trenta persone. Anche in quel giorno, 20
febbraio, la visione dura un quarto d’ora. Durante tutto l’incontro le
palpebre di Bernadette «non si abbassano, nemmeno quando inchina la
testa per i saluti» racconta Rosine Cazenave.
21 febbraio
domenica: sesta apparizione
Anche questa volta, prima domenica di Quaresima, niente parole, solo gesti e sorrisi. Nel
pomeriggio Bernadette è interrogata dal commissario Jacomet, convinto
che la storia sia una montatura. È qui che comincia a usare il termine Aquerò – che nel dialetto di Lourdes vuol dire Quella cosa – per riferirsi a ciò che vede: «Allora,
Bernadette, vai tutti i giorni a Massabielle?». «Sì, Signore». «E ci
vedi qualcosa di bello?». «Sì, signore». «E allora, Bernadette, tu vedi
la santa Vergine?». «Io non dico che ho visto la santa Vergine». «Ah,
bene. Tu non hai visto niente». «Sì. Qualcosa ho visto». «Allora, cos’hai visto?». «Qualcosa di bianco». «Qualcosa o qualcuno?». «Aquerò / Quella cosa ha la forma di una fanciulla». «E non ti ha detto: sono la santa Vergine?». «Aquerò non me l’ha detto».
23 febbraio
martedì: settima apparizione
Obbedendo
alle intimidazioni del commissario, il padre di Bernadette le proibisce
di tornare il lunedì alla grotta. Lei sul momento obbedisce, ma al
pomeriggio una forza irresistibile la sospinge di nuovo a Massabielle.
L’apparizione, però, non si verifica. Il giorno dopo, i genitori
ritirano il divieto e stavolta l’apparizione dura un’ora, davanti a una
folla di centocinquanta persone. Durante
l’estasi, Elénoire Pérand, che un anno dopo entrerà tra le suore di san
Vincenzo de’ Paoli, punge Bernadette con una spilla. La ragazza non ha
alcuna reazione al dolore. Aquerò
le insegna una preghiera soltanto per lei, che da allora Bernadette
reciterà ogni giorno per tutta la sua vita, e le confida tre segreti,
che Bernadette disse riguardare solo lei.
14 febbraio
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| La grotta di Lourdes in una foto del 1914 |
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24 febbraio
mercoledì: ottava apparizione
In questa giornata la bella signora per la prima volta ha un messaggio per tutti: «Oggi Aquerò
ha pronunciato una nuova parola: Penitenza! Ha aggiunto: “Pregherete
Dio per la conversione dei peccatori”. E io ho risposto: “Sì”. Mi ha
chiesto se ciò mi era di fastidio. Le ho risposto di no. Poi mi ha
pregato di salire in ginocchio verso il fondo della grotta e di baciare
la terra in segno di penitenza per i peccatori».
25 febbraio
giovedì: nona apparizione
Risale a questo
giorno l’origine della sorgente d’acqua situata nel fondo della grotta e
che oggi alimenta le piscine e le fontane di Lourdes.
Davanti
a cinquecento persone, Bernadette comincia a percorrere in ginocchio la
leggera salita che conduce al fondo della grotta, baciando la terra.
Seguendo le indicazioni di Aquerò ,
scava una piccola buca con le mani e dopo aver gettato via l’acqua per
tre volte perché era sporca la quarta volta riesce a berla.
27 febbraio
sabato: decima apparizione
Questa volta Quella cosa
si limita a sorridere. Bernadette torna a compiere i gesti di due
giorni prima: avanza baciando la terra, risale verso il fondo della
grotta e beve di nuovo l’acqua che sgorga dalla terra.
28 febbraio
domenica: undicesima apparizione
Un ufficiale mandato a controllare la situazione registra la presenza di 1.100 persone durante l’apparizione,
che si svolge nelle stesse modalità del giorno precedente. Nel
pomeriggio Antonie Clarens interroga Bernadette sugli “strani” esercizi
che Aquerò
le chiede di compiere: «La visione me l’ha ordinato per penitenza»,
risponde, «innanzitutto per me e poi per gli altri». Clarens domanda:
«Vi è stata fatta qualche comunicazione… o affidata qualche missione?».
«No, non ancora». A sera
alcuni scalpellini di Lourdes vanno alla grotta e scavano nel punto in
cui Bernadette si chinava per bere. Da quel momento l’acqua comincia a
sgorgare copiosa e limpida.
1° marzo
lunedì: dodicesima apparizione
Davanti
a 1.500 persone, Bernadette ripete gli stessi gesti di penitenza.
Antoine Dézirat, giovane sacerdote, assiste da vicino: «Bernadette,
sgranando il suo rosario, muoveva appena le labbra, ma dal suo
atteggiamento, dai tratti del viso, si vedeva che la sua anima era
rapita. Il sorriso superava ogni espressione… Solo Bernadette vedeva
l’apparizione, ma tutti avevano come la sensazione della sua presenza…
credevo di essere nell’anticamera del Paradiso». Più tardi, Catherine
Latapie, una giovane donna incinta con una mano paralizzata, si sente
spinta verso la grotta, immerge la mano nell’acqua della sorgente e
guarisce all’improvviso dalla sua infermità. Sarà il primo miracolo
riconosciuto dalla Chiesa e attribuito a Nostra Signora di Lourdes.
2 marzo
martedì: tredicesima apparizione
Ecco come Bernadette ricorda i fatti di quel giorno: «Mi disse di andare a dire ai sacerdoti di costruire colà una cappella. Mi recai dal signor parroco per riferirglielo».
Il
messaggio è accolto con freddezza. Il parroco Peyramale è incerto.
Bernadette insiste perché si costruisca «una cappella, anche
piccolissima». «Ebbene», risponde Peyramale, «prima dica il suo nome e
faccia fiorire il roseto della grotta, poi le faremo la cappella, che
non sarà piccolissima. Sarà grandissima».
3 marzo
mercoledì: quattordicesima apparizione
Al mattino, Aquerò non
appare. Lo farà la sera, alle ore 21, spiegando così il motivo del
“ritardo”: «Non mi avete vista stamane, perché c’erano persone venute
per osservare il contegno che avreste avuto al mio cospetto, le quali
non erano degne». Bernadette chiede ad Aquerò il suo nome, ma lei non risponde, limitandosi a sorridere.
4 marzo
giovedì: quindicesima apparizione
È
l’ultimo dei quindici giorni. L’apparizione si ripete alla presenza di
una folla enorme che attende un segno chiaro per tutti, ma resta delusa.
Al termine del rosario recitato alla presenza di Aquerò,
Bernadette si interrompe per due volte prima di completare uno di quei
segni di croce che stupivano i presenti per la loro bellezza e
semplicità. La cugina Jeanne Védère le chiede: «Perché hai ricominciato tre volte a farlo?». «Aquerò
non l’aveva ancora fatto. Non potevo far arrivare la mano fino alla
fronte». «Perché eri a volte lieta, a volte triste?». «Io sono triste
quando Aquerò è triste, e sorrido quando sorride».
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| La grotta di Lourdes oggi |
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25 marzo
giovedì: sedicesima apparizione
Una forza interiore spinge Bernadette a tornare a Massabielle. Aquerò è di nuovo là e Bernadette ripete la domanda che il parroco le ha suggerito: «Signorina, vorreste avere la bontà di dirmi chi siete, per favore?». Aquerò continua
a sorridere in silenzio, ma Bernadette questa volta insiste. Allora,
alzando gli occhi al cielo e unendo le braccia all’altezza del petto le
risponde: «Que soy era Immaculada Councepciou
/ Io sono l’Immacolata Concezione». Bernadette non capisce il senso di
quelle parole. Per tutta la strada dalla grotta alla casa del parroco
non fa che ripeterle ad alta voce per paura di dimenticarle. Il parroco
rimane di sasso. «Una signora non può portare quel nome! Ti sbagli, sai
cosa vuol dire?». Bernadette si limita a ripetere quelle sillabe così
come l’ha udite. Peyramale sa che la fanciulla, nella sua ignoranza, non
può essersi inventata una definizione dogmatica. E la commozione
comincia a crescere anche in lui.
7 aprile
mercoledì: diciassettesima apparizione
Quest’apparizione è legata al cosiddetto “miracolo
del cero”. La fiamma del cero che Bernadette tiene fra le mani durante
la visione per un quarto d’ora lambisce le palme delle mani di
Bernadette senza bruciarla. Il dottor Dozous, osservando il fenomeno,
abbandona il suo scetticismo e si converte. In quest’occasione la santa
Vergine rinnova la richiesta di far costruire una cappella in quel
luogo.
16 luglio
venerdì: diciottesima apparizione
Al
tramonto del sole, Bernadette è di nuovo sospinta verso la grotta. La
santa Vergine è lì, come la prima volta, per un incontro silenzioso,
l’ultimo qui sulla terra. «Che cosa ti ha detto?», le chiedono le
amiche: «Niente». Le basta averla vista. E conclude: «Non l’avevo mai
vista così bella».
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Pio XII scrisse: «Ho visto il sole roteare come a Fatima»
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Retroscena di un miracolo
Pio XII scrisse: «Ho visto il sole roteare come a Fatima»
di Andrea Tornielli
su il Giornale, 28 febbraio 2008
Ritrovato
nell'archivio di famiglia un appunto manoscritto, inedito, nel quale
Papa Pacelli descrive con stile asciutto e notarile il "miracolo del
sole". Un episodio del quale fino ad oggi si era parlato solo attraverso
testimonianze indirette.
«Ho visto» il miracolo del sole, «questa è la pura verità». Nel
1950, poco prima di proclamare il dogma dell’Assunta, Pio XII mentre
passeggiava nei giardini vaticani assistette più volte allo stesso
fenomeno verificatosi nel 1917 al termine delle apparizioni di Fatima e
lo considerò una conferma celeste di quanto stava per compiere. Una circostanza fino ad oggi nota solo grazie alla testimonianza indiretta del cardinale Federico Tedeschini che ne parlò durante un’omelia. Ora dall’Archivio privato Pacelli, conservato dalla famiglia del Pontefice, riemerge un
documento eccezionale e inedito su quella visione: un appunto
manoscritto dello stesso Pio XII, vergato a matita sul retro di un
foglio nell’ultimo periodo della sua vita, nel quale in prima persona il
Papa racconta ciò che gli è accaduto. L’appunto sarà esposto
il prossimo novembre nella mostra vaticana dedicata a Papa Pacelli nel
cinquantesimo della morte. Il resoconto è asciutto, quasi notarile,
senza alcun cedimento al sensazionalismo.
«Era il 30
ottobre 1950», antivigilia del giorno della solenne definizione
dell’assunzione, spiega Pio XII. Il Papa stava dunque per proclamare
dogma di fede l’assunzione corporea in cielo della Madonna al momento
della morte, e lo faceva dopo aver consultato l’episcopato mondiale,
unanimemente concorde: soltanto sei risposte su 1.181 manifestavano
qualche riserva. Verso le quattro di quel pomeriggio faceva «la consueta
passeggiata nei giardini vaticani, leggendo e studiando». Pacelli
ricorda che, mentre saliva dal piazzale della Madonna di Lourdes «verso
la sommità della collina, nel viale di destra che costeggia il
muraglione di cinta», sollevò gli occhi dai fogli. «Fui
colpito da un fenomeno, mai fino allora da me veduto. Il sole, che era
ancora abbastanza alto, appariva come un globo opaco giallognolo,
circondato tutto intorno da un cerchio luminoso», che però non impediva
in alcun modo di fissare lo sguardo «senza riceverne la minima molestia.
Una leggerissima nuvoletta trovavasi davanti». «Il globo opaco -
continua Pio XII nell’appunto inedito - si muoveva all’esterno
leggermente, sia girando, sia spostandosi da sinistra a destra e
viceversa. Ma nell'interno del globo si vedevano con tutta chiarezza e
senza interruzione fortissimi movimenti». Il Papa attesta di aver assistito allo stesso fenomeno il giorno seguente, 31 ottobre, e il 1° novembre, giorno della definizione del dogma dell’Assunta, quindi di nuovo l’8 novembre. Poi non più».
Ricorda pure di aver cercato «varie volte» negli altri giorni, alla
stessa ora e in condizioni atmosferiche simili, «di guardare il sole per
vedere se appariva il medesimo fenomeno, ma invano; non potei fissare
nemmeno per un istante, rimaneva subito la vista abbagliata».
Nei giorni
seguenti Pio XII riferisce il fatto «a pochi intimi e a un piccolo
gruppo di Cardinali (forse quattro o cinque), fra i quali era il
Cardinal Tedeschini». Quest’ultimo, nell’ottobre dell’anno
seguente, 1951, si deve recare a Fatima per chiudere le celebrazioni
dell’Anno Santo. Prima di partire viene ricevuto in udienza e chiede al
Papa di poter citare la visione nell’omelia. «Gli risposi: "Lascia
stare, non è il caso". Ma egli insistette - continua Pio XII nel
manoscritto - sostenendo l’opportunità di tale annuncio, ed io allora
gli spiegai alcuni particolari dell’avvenimento». «Questa è, in brevi e
semplici termini - conclude Papa Pacelli - la pura verità». «Pio
XII era persuasissimo della realtà del fenomeno straordinario, cui
aveva assistito ben quattro volte», ha dichiarato suor Pascalina
Lehnert, la religiosa governante dell’appartamento papale.
Il
cosiddetto «miracolo del sole» si era già verificato il 13 ottobre 1917
a Fatima, al termine delle apparizioni ai tre pastorelli. Così lo
raccontò nella sua cronaca M. Avelino di Almeida, giornalista laico e non credente,
inviato del quotidiano O Seculo e testimone oculare: «E si assiste
allora ad uno spettacolo unico ed incredibile allo stesso tempo per chi
non ne è stato testimone... Si vede l’immensa folla voltarsi verso il
sole sgombro di nuvole, in pieno giorno. Il sole ricorda un disco
d’argento sbiadito ed è possibile guardarlo in faccia senza subire il
minimo disagio. Non scotta, non acceca. Si direbbe un’eclisse». Pio
XII era molto legato a Fatima: la prima apparizione ai tre pastorelli
era infatti avvenuta il 13 maggio 1917, lo stesso giorno in cui Pacelli
veniva consacrato arcivescovo nella cappella Sistina. È attestato che
Pio XII e l’unica sopravvissuta dei tre veggenti, suor Lucia Dos Santos,
rimarranno sempre in contatto, e il Pontefice, nell’ultimo anno della
sua vita, conserverà il testo del Terzo segreto di Fatima nel suo
appartamento. «Varie volte - ha dichiarato la marchesa Olga Nicolis di
Robilant Alves Pereira de Melo testimoniando al processo di
beatificazione di Pacelli, «trasmisi messaggi del Santo Padre per Suor
Lucia e di questa per lui, ma siccome promisi di mai rivelare nulla a
chicchessia, non mi sento autorizzata a farlo adesso».
Il testo integrale dell'appunto (riprodotto a p. 21 de il Giornale
di oggi, 28 febbraio 2008, scritto a matita su un foglio riutilizzato,
in calce del quale il Papa aveva cominciato a scrivere a macchina le
parole Maria ... Maria)
«Era il 30 ottobre 1950, antivigilia del giorno, da tutto il
mondo cattolico atteso con tanta ansia, della solenne definizione
dell’assunzione in cielo di Maria Santissima. Verso le ore 4 pom. facevo
la consueta passeggiata nei giardini vaticani, leggendo e studiando,
come di solito, varie carte di ufficio. Salivo dal piazzale della
Madonna di Lourdes verso la
sommità della collina, nel viale di destra che costeggia il muraglione
di cinta. A un certo momento, avendo sollevato gli occhi dai fogli che
avevo in mano, fui colpito da un fenomeno, ma fino allora da me veduto.
Il sole, che era ancora abbastanza alto, appariva come un globo opaco
giallognolo, circondato tutto intorno da un cerchio luminoso, che però
non impediva in alcun modo di fissare attentamente il sole, senza
riceverne la minima molestia. Una leggerissima nuvoletta trovavasi
davanti. Il globo opaco si muoveva all’esterno leggermente, sia girando,
sia spostandosi da sinistra a destra e viceversa. Ma nell’interno del
globo si vedevano con tutta chiarezza e senza interruzione fortissimi movimenti.
Lo stesso fenomeno si ripeté il giorno seguente, 31 ottobre, e il 1° novembre, giorno della definizione; e poi di nuovo l’8 novembre, ottava della stessa solennità.
Quindi non più. Varie volte cercai negli altri giorni, alla stessa ora e
in condizioni atmosferiche uguali o assai simili, si guardare il sole
per vedere se appariva il medesimo fenomeno, ma invano; non potei
fissare nemmeno per un istante, rimaneva subito la vista abbagliata.
Nei giorni
seguenti manifestai il fatto a pochi intimi e a un piccolo gruppo di
Cardinali (forse quattro o cinque), fra i quali era il Cardinal
Tedeschini. Quando questi, prima della sua partenza per la sua missione
di Fatima, venne a visitarmi, mi espresse il suo proposito di parlarne
nella sua Omelia. Gli risposi: "Lascia stare, non è il caso". Ma egli
insistette sostenendo l’opportunità, di tale annuncio, ed io allora gli
spiegai alcuni particolari dell’avvenimento. Questa è, in brevi e
semplici termini, la pura verità».
Nella foto: il miracolo del sole, il 13 ottobre 1917 a Fatima (a sinistra) e papa Pio XII (a destra).
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L’Annunciazione
***
I figli:
Madre, cos’hai
sotto il tuo occhio?
Cosa nascondi
nel riso stanco?
Domeniche antiche,
fresche di cielo,
antichi maggi
rossi negli occhi
delle tue amiche,
antichi incensi...
Ora, al tuo letto,
tremiamo per te,
madre, fanciulla,
per le domeniche,
gli incensi, i maggi.
Tu eri tanto
bella e innocente...
Madre... chi eri
quand’eri giovane?
E Lui, chi era?
Madre, che muoia...
Ah, sia fanciulla
sempre la vita
nella severa
tua vita fanciulla...
L’ angelo:
Non senti i figli?
O lodoletta
canta in un’alba
di eterno amore...
Maria:
Angelo, il grembo
sarà candore.
Pei figli vergini
io sarò vergine.
P.P. Pasolini
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Voglio amare ormai solo Maria
***
Voglio amare ormai solo Maria.
Sono, gli altri, amori di precetto.
Ma benché necessari, mia madre soltanto
Può accenderli nei cuori che l’amarono.
Solo per Lei ho cari i miei nemici,
Per Lei ho promesso questo sacrificio,
E la mitezza di cuore e lo zelo al servizio,
Fu Lei a concederli, a me che la pregavo.
E poi ch’ero debole ancora e malvagio, vili le mie mani
Gli occhi abbacinati dalle strade,
Ella mi chinò gli occhi, mi giunse le mani
E m’insegnò le parole che sanno adorare.
Per Lei ho voluto queste mestizie,
Per Lei il mio cuore è nelle Cinque Piaghe,
D’ogni mio sforzo buono verso croci e tormenti,
Poi che La invocavo, Ella mi cinse i fianchi.
Voglio ormai pensare solo a mia madre Maria,
Sede della Saggezza, fonte di ogni perdono,
E Madre anche di Francia, poi che da Lei attendiamo
Incrollabilmente l’onore della patria.
«Maria Immacolata, amore essenziale,
Logica della fede cordiale e vivace,
Amando voi, ogni bontà non è forse possibile,
Amando voi, Soglia del cielo, unico amore?
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Ah, santa Vergine, abbiate pietà
***
«Ah, Vergine santa, santa Vergine, abbiate pietà delle anime che si trascinano tanto pietosamente quando non sono più attaccate alle vostre vesti. Abbiate pietà delle anime indolenzite per le quali ogni sforzo è una sofferenza. Abbiate pietà delle anime che nulla riesce a sgravare e che sono afflitte da tutto! Abbiate pietà delle anime senza tetto e senza focolare, delle anime vagabonde, incapaci di trovarsi insieme. Abbiate pietà delle anime deboli e affrante. Abbiate pietà di tutte le anime come la mia. Abbiate pietà di me!
Joris Karl Huysmans - 1848- muore nel 1907, a Parigi, per un cancro alla gola, dopo essersi fatto benedettino
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