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venerdì 20 dicembre 2024

Scandalo Incarnazione

 

Scandalo Incarnazione

Dio che si fa «compagno improvviso di cammino»: la venuta di Gesù tra di noi sembra inconcepibile. Ma si può incontrare. Un dialogo con il filosofo Fabrice Hadjadj

Claudio MésoniatGiornalista, direttore de Il Federalista
Ciò che non è inferno», l’incarnazione, il Destino presente come «compagno improvviso di cammino». Il filosofo franco-algerino Fabrice Hadjadj dialoga sul Volantone di Natale 2024 di Comunione e Liberazione.



Professore, l’Incarnazione ha incominciato a scandalizzare i primi uomini che incontrarono Gesù, a partire dai suoi migliori amici. Cominciano lì le prime obiezioni “teologiche” al Dio fattosi uomo. «Scandalo per i giudei», diceva san Paolo. Ma anche per l’altra grande religione monoteista, quella islamica, l’incarnazione è una bestemmia contro la purezza assoluta del divino. Come inquadrare le obiezioni di questi due monoteismi che lei conosce bene? «Sono un ebreo dal nome arabo che si è convertito al cristianesimo», si legge in qualche sua autopresentazione.

Credo sia importante distinguere bene la posizione islamica da quella ebraica. Per i musulmani, Dio non può farsi carne perché la sua trascendenza è concepita come una sorta di separazione, di esteriorità, di inaccessibilità. Mentre la tesi ebraica (quella – diciamo – più diffusa, almeno da Maimonide in poi, ma che diventa molto forte in Martin Buber, per esempio) è che Dio ha dato a ogni giudeo la responsabilità di compiere la giustizia, e dunque di essere lui stesso un “Messia”. Non dobbiamo quindi dimenticare che la nozione di “incarnazione” anche nel cristianesimo è legata a una dimensione messianica. Non si tratta di un’incarnazione fine a se stessa, ma di un’incarnazione che è l’avvento del Messia, cioè del salvatore di Israele e, attraverso Israele, di tutte le nazioni. Ma per gli ebrei, appunto, ogni ebreo deve diventare, in un certo senso, il salvatore dell’altro. Ed è questo che crea, in qualche modo, due maniere diverse di percepire uno scandalo nell’incarnazione. Per i musulmani, perché è impossibile che Dio si faccia uomo, e per gli ebrei, perché è impossibile che un uomo non possa essere il Messia. E l’idea che vi sia un uomo, Gesù di Nazareth, che sia più Messia di un altro, va in qualche modo contro l’obbligo per ogni ebreo di essere il profeta, l’artefice della giustizia, eccetera. 



Due posizioni diametralmente opposte...

E certamente non si possono mettere sullo stesso piano, perché il Mistero della rivelazione cristiana si colloca nella continuità del giudaismo e persino come compimento del giudaismo; mentre l’islam viene dopo il cristianesimo ed è – direi – in opposizione al cristianesimo. La vera questione è capire come, da una parte, ciò che sembra uno scandalo sia in realtà una benedizione e, dall’altra, che l’incarnazione è un modo per ogni uomo di diventare un alter Christus, un altro Cristo, attraverso il Battesimo, la Cresima e la vita nello Spirito. 



Dal punto di vista filosofico, l’assoluta ineffabilità di Dio è sempre stata incompatibile con la “stoltezza” di un Dio che si incarna. E la “religione naturale” degli illuministi può salvare il sublime insegnamento morale di Gesù, ma la sua incarnazione è accettabile solo come mito. Insomma è poesia...

«Stoltezza» è la parola usata da san Paolo nel celebre passaggio «scandalo per i giudei e follia per i pagani». Cos’è l’uno e cosa l’altra? Lo scandalo è quella grossa pietra su cui inciampiamo e che ci fa cadere. La follia, invece, è ciò che si oppone direttamente al logos, alla razionalità dei greci. Perché è una follia per i greci? Perché per loro, generalmente parlando, il corpo è in qualche modo una prigione o, al massimo, un veicolo dell’anima di cui servirsi per uscirne, per elevarsi verso il mondo spirituale. Quindi nell’idea che Dio si faccia carne, ma anche l’idea della resurrezione della carne, cioè di ritornare nel corpo e rimanere per sempre nel corpo, è come se si volesse rimanere in un grado inferiore di esistenza. Ed è per questo che quando Paolo all’Areopago parla di resurrezione, i filosofi smettono subito di ascoltarlo. Plotino, il fondatore della scuola neoplatonica, che si confrontava con i cristiani, diceva che resuscitare è come un rivoltarsi nel sonno: è l’immagine di qualcuno che dormiva, che si è svegliato – e questa è la vita dello spirito – e che ritorna nel sonno del corpo. Ma questo non ha molto senso. Dunque, vediamo bene che in questo caso ciò che è follia è questa affermazione della natura divina della carne. Della carne come tale. Carne che non è più semplicemente un livello inferiore allo spirito, ma che è stata completamente assunta da Dio. A tal punto che nel Sabato Santo, il momento in cui l’anima di Gesù scenderà a prendere i giusti negli inferi e il corpo di Gesù è sepolto, quindi è un corpo senz’anima, ebbene anche in quel momento – insiste Tommaso d’Aquino – Dio è unito, ipostaticamente, a questo corpo. Dunque, Dio è sempre presente a questo corpo, anche in un corpo morto. E questo è incredibile. E ci dice fino a che punto si manifesta un amore per la carne che sembra folle ai pagani e ai filosofi in generale che sono dalla parte, diciamo così, del concetto. Mentre là, Dio viene a toccarci fisicamente.



Sulla soglia della scala che scende nella grotta della Natività a Betlemme (© AP Photo/Muhammed Muheisen/LaPresse)
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E la resurrezione sarà resurrezione della carne, non solo dello spirito.

Sì, è così. Ma anche – insisto – il corpo morto di Gesù è un corpo divino. Questo è pazzesco: che il divino si sia addirittura unito al corpo morto. È un evento che fa parte del Credo, perché nel Credo si dice morì e fu «sepolto». Il figlio di Dio, vero Dio, nato dal vero Dio, è stato sepolto. In questa tomba c’è Dio.



La radice profonda dello scandalo dell’Incarnazione è però qualcosa da cui non siamo immuni neanche noi cristiani. Finché l’Incarnazione rimane un bell’enunciato teologico («Dio si è fatto uomo») possiamo non scandalizzarci. Ma il punto è che l’Incarnazione sta continuando ad accadere. È il metodo che Dio ha scelto per farsi conoscere. Scrive don Giussani in una frase che quest’anno CL ha scelto di mettere nel Volantone di Natale: Dio, il nostro destino, «mentre stavamo camminando» è diventato «un compagno improvviso di cammino». È questo che ci scandalizza?

Sì. L’idea di Dio che cammina con l’uomo è un’idea che si trova in altre sapienze. Ma l’Incarnazione è un evento – direi – sia spirituale sia fisico. E che continua nella Chiesa. Il Verbo si è fatto carne, Dio ha assunto un corpo, ma il luogo dove si comunica il suo sangue, e quindi dove si estende il suo corpo, è la Chiesa. E così, di fatto, questo evento non è solo Dio che si è fatto uno di noi, ma Dio che viene anche a noi attraverso delle persone, cioè dei cristiani, che sono dei testimoni. E dei sacerdoti, che sono i canali della grazia sacramentale. E allora questo metodo dell’incarnazione, cioè di Dio che vuole dare il Suo spirito attraverso la carne, e Dio che vuole dare la Sua infinità attraverso chi ci è prossimo, è un rischio inaudito perché si affida a uomini carnali, a gente comune. E così quel sacerdote è capace di far arrivare Dio sull’altare e di comunicare la Sua grazia, può anche essere un uomo cattivo, forse persino perverso. E così vediamo che c’è un legame molto forte tra questo metodo dell’incarnazione e il primato della carità. Perché Gesù rivela che l’amore di Dio è un doppio comandamento: amare Dio e amare il prossimo come se stessi. Che siano intimamente legati, lo mostra proprio questo metodo di incarnazione, cioè il fatto che devo volgermi al mio prossimo per volgermi a Dio. Ogni volto, in un certo senso, è un comandamento di Dio. Ogni volto ci chiama alla carità. Anche il volto del nemico. Il rischio di un Dio che si affida agli uomini è che quando guardo questo o quel volto, potrei non vederLo più. In due modi: o per troppa antipatia o per troppa simpatia. Il problema non è solo l’odio, ma può essere anche una forma di affettività che non mantiene più la distanza dal mistero dell’altro.



Non solo i volti, ma anche i fatti. Dio incarnato ci fa non uscire, ma immergere nella storia, che è fatta di tutta la trama degli avvenimenti quotidiani, anche i più piccoli. Forse anche questo ci scandalizza nella logica dell’Incarnazione, perché ci impegna senza sosta.

È quello che chiamerei l’esemplarità di Nazareth. È vero, ci sono quei tre anni di vita pubblica, ma ci sono anche i trent’anni di Nazareth, quelli durante i quali Gesù non predicava, in cui conduceva la vita di un bambino, di un giovane, di un uomo comune, figlio di Giuseppe e Maria, e mangiava come noi, e dormiva come noi, e doveva sottostare a tutte le servitù fisiologiche come noi. E il fatto che Dio abbia voluto investire la vita umana ordinaria di tutti i giorni, la vita di un abitante del villaggio di Nazareth, la vita di un falegname, con i suoi clienti, i suoi ordini, i tetti delle case da riparare, la vita più ordinaria possibile, significa che è proprio in questa banalità che avverrà la cosa più mistica. E questa è la grande novità del cristianesimo. Il mistico non è negli stati eccezionali, è nella vita ordinaria. La mistica non consiste, come ad esempio nelle religioni dell’India, nell’appartenere a una casta molto alta o nell’essere in uno stato di purezza che ti astrae completamente. Qui invece possiamo dire che quest’uomo che intaglia una tavola di legno è Dio. Questo trasforma completamente la dimensione mistica, ma ci riporta anche a una nozione di Dio molto pura, perché Dio è il creatore di tutto e quindi è in un certo senso normale incontrarlo in ogni cosa. «Qualunque cosa facciate, fatela nel nome del Signore Gesù Cristo», diceva Paolo. «Sia che mangiate sia che beviate», sia sempre nel nome del Signore Gesù. Ma perché questo è possibile? Non perché appiccichiamo il nome di Dio. È perché Lui stesso ha fatto ciò che noi facciamo. Non solo come Creatore (Egli è il Creatore di tutte le cose), ma in quanto Salvatore, e attraverso l’Incarnazione, Egli è stato un uomo che ha usato queste cose quotidiane.



Quella del Dio incarnato è una salvezza che ha dovuto fare i conti e porre rimedio alla radice della nostra capacità di male. Forse proprio quella travolgente logica di misericordia che Gesù ha portato dentro la storia è il punto che più ci scandalizza, perché butta per aria il nostro protagonismo egocentrico e ci costringe a riconoscere la nostra miseria continuamente perdonata.

Sì, è così. E in proposito san Paolo dice che Gesù non ha commesso il peccato, ma è diventato peccato per noi. È una frase molto sorprendente, perché significa che ha assunto pienamente la condizione dei peccatori, una condizione sofferente, mortale. Potremmo immaginare che Dio ci perdoni in modo puramente spirituale. Ma cosa significa questo perdono attraverso la carne di Cristo? È soprattutto questa la domanda. Non è semplicemente la questione del perdono, o di un Dio misericordioso: anche i musulmani dicono che Allah lo sia. Allora la vera questione è cosa distingua un Dio che mostra misericordia diventando uno di noi. Qui possiamo vedere che la misericordia non consiste prima di tutto in un grande discorso, non sta prima di tutto in una sorta di atti – direi – giuridici, dove si cancella il debito, ma in una prossimità, nell’essere pronti a raggiungere il peccatore dove si trova, nello stare con lui. E così, qui c’è di fatto una sorta di primato della comunione, il farsi carne è davvero un essere con noi, un essere, come dice l’angelo a Maria nell’Annunciazione, l’Emmanuele, il Dio con noi. Un re lontano può fare misericordia dicendo: “Tu mi dovevi tot e ora non mi devi più nulla”. Qui no, qui Lui è vicino alla persona che ha commesso il male e prima di tutto vuole essere con lei. Sì, farsi carne è rendersi vicino. Al fondo, dunque, la questione non è semplicemente cancellare il debito. La questione è essere insieme.



Qui il Verbo si è fatto carne (© Mondadori Portfolio/Zuma Press)
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Fin dentro l’inferno?

Ho visto i due testi del dialogo a distanza tra Calvino e don Giussani. Premesso che ho una grandissima ammirazione per Italo Calvino, qui ovviamente la parola “inferno” non ha il significato teologico di autoesclusione irrevocabile. Quello che qui si chiama “inferno” è il luogo della disgrazia, della calamità, della sofferenza e dell’ingiustizia. E Calvino ha ragione di dire che, di fronte a questo, vi sono diverse possibilità: sia diventare complici della perversione, sia pretendere di essere estranei a questa perversione, di giocare la parte di chi è puro (“io non c’entro”). Altra cosa è riconoscere anzitutto questa perversione nel proprio cuore. E quando un uomo si accorge di essere un peccatore, è già nella luce della grazia. E così, è scoprire che questa perversione non è semplicemente nel mondo fuori di me, ma è anche dentro di me: è quando lo riconosco che posso iniziare a smettere di esserne complice. A quel punto, naturalmente, significa che ho riconosciuto qualcosa che era “nel” mondo, in questo mondo perverso, ma che non era “di” questo mondo perverso. Di cosa si tratta? Se questa ferita mi fa orrore è solo perché, prima, ho visto la bontà della carne. Se la carne non fosse buona, la ferita non farebbe male. La carne è buona perché c’è qualcosa nel mondo, nella sua profondità, che rimane buono e che rimane, come dire, quasi inalienabilmente buono. Il male ha sempre bisogno di questa bontà per essere. Come si dice in metafisica: il male è solo una privazione di qualcosa che è buono. È questo ciò che rivela anche il mistero dell’Incarnazione. All’improvviso Dio avrebbe potuto fare quello che fece al tempo del Diluvio, cancellare tutta la carne dalla terra. A quel punto la questione della salvezza non sarebbe più stata quella della carne, ma quella degli spiriti. Ed ecco che invece Egli si fa carne e riafferma la bontà di quella carne, anche se quella carne si è corrotta, ha preso la strada sbagliata, anche se potremmo odiarla, anche se noi stessi non sopportiamo il nostro fascino. Ma ecco che Lui riafferma questa bontà. Quindi si potrebbe dire che non può esistere l’inferno se non esiste il paradiso. Poiché l’essenza stessa dell’inferno è la privazione del paradiso. Quindi, nel momento stesso in cui vedo questa privazione, in cui soffro di questa privazione, riconosco che non c’è solo questa privazione: c’è qualcosa di buono che ne è stato toccato ma che rimane buono, e che bisogna considerare, che bisogna salvare.

 

Tutto questo può essere solo un processo mentale, intellettuale, o è provocato da qualcuno che, come dice la citazione, irrompe nella mia vita? E lo fa continuamente.

Non è un processo mentale, perché è sempre legato a un evento, a un incontro. E non è affatto comodo. Perché accettare di essere salvati significa prima di tutto riconoscere che siamo perduti. E il nostro orgoglio, come la nostra comodità, non vuole ammettere che siamo perduti. Ed è per questo che abbiamo bisogno, non solo di Dio, ma anche degli altri, e quindi di essere costantemente, come dire, disturbati, aperti all’avventura, con le nostre ambizioni costantemente stravolte dall’evento della salvezza. Potremmo prendere – per citare un altro testo letterario – la Vita nova di Dante, che, a ben guardare, recupera tutte le dimensioni di quello che abbiamo detto sull’Incarnazione: qui c’è una giovane donna, una passante, che a Firenze gli fa semplicemente un saluto, gli dice “ciao”, e questo saluto ordinario aprirà tutto il mistero e tutta la questione della salvezza con la “S” maiuscola, sia del dramma dell’esistenza sia di ciò che ci condurrà di dramma in dramma attraverso l’inferno, attraverso il purgatorio, ma anche attraverso il dramma del paradiso, perché il paradiso è drammatico nella Commedia, è anche un luogo dove c’è una sorta di gioia così forte che non smette mai di infrangersi, di frantumare ogni orgoglio. E così, da questo semplice saluto della vita quotidiana, Bice Portinari diventerà Beatrice, e Dante si aprirà all’intera avventura. E dovrà abbandonare completamente la sua zona di comfort, dovrà accettare di vivere con questo cuore, questo cuore lacerato dal desiderio e dall’amore. Qui non c’è una strategia per il benessere o la comodità: al contrario, qui accade qualcosa che ci introduce al comandamento dell’amore e della giustizia, che ci lascia senza riposo finché non riposiamo in Dio.

venerdì 17 marzo 2017

Riflessioni paradossali sull’èra del consumismo. Cioè dello spiritualismo

Riflessioni paradossali sull’èra del consumismo. Cioè dello spiritualismo 

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marzo 15, 2017 Rodolfo Casadei
La tecnologia dilapida la tecnica. L’intelligenza artificiale infiacchisce il pensiero. L’innovazione rifiuta la novità. Intervista a Fabrice Hadjadj
Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – I due filosofi invitati dal Centro culturale di Milano lunedì 27 febbraio a rispondere alla domanda “La tecnica ha varcato il mondo umano?” sono stati unanimi nel deprecare il fraintendimento di fondo implicito nell’interrogativo che ha fatto da titolo alla serata: l’uomo è tale proprio grazie alla tecnica. Ma si sono divisi su tutto il resto. Per Carlo Sini l’uomo coincide coi suoi strumenti, con le sue macchine, che vanno dal linguaggio alle tecnologie più avveniristiche. Per Fabrice Hadjadj non si può rinunciare alla distinzione cruciale fra tecnica e tecnologia, e ad approfondire il senso della dicotomia che ci ha condotto in una situazione inedita per l’umanità. Con lui, di cui è appena apparso in edizione italiana il libro Risurrezione. Istruzioni per l’uso (Ares, 167 pagine, 15 euro), abbiamo approfondito le conseguenze della divaricazione fra tecnica e tecnologia.
Lei non solo afferma che la tecnologia è il contrario della tecnica, ma che la tecnologia impone una visione spiritualista della realtà, soprattutto attraverso il consumismo, che alla tecnologizzazione della vita è intimamente legato.

Sì, è sbagliato confondere tecnologia e tecnica, perché a ogni progresso tecnologico è corrisposto un arretramento tecnico. La tecnica è il saper fare del contadino, dell’artigiano, dell’artista, e la natura della tecnologia non è questa. È piuttosto scienza applicata che produce apparecchiature il cui scopo è fornirci una comodità senza passare attraverso il saper fare, semplicemente premendo dei pulsanti. Perciò la tecnologia coincide con una privazione della tecnica: non ha bisogno del nostro saper fare e ci dà tutto con un “clic”. Fingendo di liberarci, ci rende dipendenti da un dispositivo nascosto. Dimentichiamo che dietro allo schermo del computer ci sono componenti elettroniche, c’è una materialità nascosta fatta di gente che lavora in miniera, di guerre per il coltan in Congo, di centrali elettriche e nucleari, di cinesi che lavorano come schiavi nelle fabbriche. Una delle conseguenze della perdita del saper fare è che senza saperlo diventiamo complici di un sistema di sfruttamento.
Un’altra è che perdiamo competenze tecniche: gli uomini preistorici avevano molte più competenze tecniche dell’uomo contemporaneo. Il consumismo si basa sullo stesso concetto della tecnologia: l’istantaneità. Voglio mangiare del pollo, e quello che voglio lo trovo istantaneamente dentro al supermercato, come istantaneamente le informazioni appaiono sul computer. Questa istantaneità fa perdere ogni rapporto fisico concreto col mondo, con la resistenza della realtà. Il consumismo non è un materialismo. Il consumista non è attaccato alle cose, anzi: non intrattiene un rapporto patrimoniale con esse, non le eredita e non le trasmette ai suoi discendenti. Dietro al consumismo c’è una forma paradossale di spiritualismo: consumiamo dei beni che gettiamo via, e così facendo dimostriamo la nostra superiorità rispetto ai beni materiali.
Contro il consumismo rivendico il ritorno al saper fare, e contro il suo spiritualismo rivendico la materialità e la tecnicità del cristianesimo. In esso c’è una coscienza molto forte del lavoro umano, dell’incontro con la realtà, con l’ordine della natura. Le immagini della Bibbia sono tutte legate all’agricoltura e all’allevamento, Dio padre è un vignaiuolo, e Suo figlio è il buon pastore. E il Verbo stesso si è fatto carpentiere, anzi qualcosa di più, perché la parola greca “tekton” che lo designa nel vangelo secondo Matteo indica proprio il tecnico nel senso del saper fare, del lavoro manuale. E la grande saggezza della vita monastica consiste nell’aver compreso il profondo legame che esiste fra la genuina spiritualità e il lavoro manuale.
Questo dovrebbe avere anche conseguenze politiche di vasta portata, se si vuole essere seri.

Certo, io sono un partigiano del distributismo di Belloc e Chesterton: il problema non è l’uguale ripartizione delle ricchezze, ma dei mezzi di produzione. Bisogna che la famiglia torni ad essere luogo di produzione, oltre che di rapporti e di trasmissione delle eredità.


Infatti lei sostiene che la tecnologia comporta la perdita non solo della tecnica, ma dell’economia. Mentre tutti pensano il contrario: la tecnologia moderna come trionfo della tecnica e dell’economia.

Sì, per quanto possa apparire paradossale io penso che il mondo attuale è il mondo della perdita della tecnica e dell’economia. Se fosse il mondo della tecnica, quelli che sanno suonare gli strumenti musicali dovrebbero essere tanti quanti quelli che ascoltano un’orchestra sinfonica o una band con un impianto hi-fi. Ma è anche perdita dell’economia, perché l’economia è “nomos” dell’“oikos”, cioè per stare all’etimologia della parola greca è quella disciplina, quella norma, che rende possibile la vita della famiglia, del focolare domestico. In origine, insomma, l’economia non era economia politica. Agli antichi l’economia politica sarebbe risultata assurda come un cerchio quadrato: l’economia si gioca al livello della famiglia, mentre la politica si gioca al livello della polis. Per gli antichi era chiaro che la famiglia non è solo luogo di relazioni fra i suoi membri, ma luogo di produzione. Le famiglie si raggruppavano anche per facilitare gli scambi di prodotti, ma non si può parlare di un’economia mercantile: era reciprocità fra famiglie. Oggi economia è sinonimo di scambio commerciale e monetario, ma la produzione familiare non passa attraverso il denaro. Ciò che viene chiamato economia è la distruzione dell’economia, è la sua mercificazione e monetarizzazione. Oggi quando si parla di lavoro si pensa subito al lavoro salariato. Al centro del discorso c’è il salario, cioè il denaro, che serve a comprare le cose che non so produrre da solo. Più nulla è prodotto da me, sono totalmente dipendente dal denaro. La prima di tutte le tecnologie, quella che ci fa perdere il saper fare, è il denaro. La nostra società ha ridotto ogni uso e ogni saper fare all’uso del denaro. Lì risiede il principio della mercificazione. Ma tutto questo non è economia, è sovversione, è distruzione dell’economia.
Si dice che uno degli exploit della tecnologia è la nascita dell’intelligenza artificiale, ma lei non è d’accordo.
Si parla di intelligenza artificiale in relazione alla gestione di grandi quantità di dati, che superano le capacità del cervello umano. In questo ambito il computer ci fornisce delle risposte che assomigliano a un esercizio dell’intelligenza, ma non lo fa seguendo la strada del pensiero o della riflessione. Un’apparecchiatura elettronica potrà anche simulare l’intelligenza umana meglio di un uomo, ma resterà sempre simulazione, perché dietro non c’è l’esercizio dell’intelligenza propriamente detta. Ciò che è proprio dell’intelligenza, è il lasciarsi sorprendere dalla realtà. Lo specifico dell’intelligenza è aprirsi alla realtà vedendo che in essa c’è qualcosa che la sorpassa. Per questo l’esercizio dell’intelligenza spesso sfocia nella meraviglia, e dunque nella lode, o nello sgomento, e dunque nella supplica. Davanti al dato di realtà, per il computer ci sono solo dati. Il dato di realtà si riassume in dati che si tratta di mettere in relazione, di gestire per mezzo di un algoritmo. Mentre ciò che è proprio dell’intelligenza è vedere in questi dati non semplicemente dei dati, ma un “donum”, cioè una donazione che in qualche modo supera le nostre capacità di gestione. Sì, io posso gestire le cose, posso manipolarle, ma perché prima di tutto c’è una generosità del reale entro la quale le cose si danno a me.


Che si tratti di biotecnologie, di procreazione medicalmente assistita o di exploit della comunicazione elettronica, non si può dire che i nostri contemporanei non siano stati avvertiti degli effetti deleteri della tecnologizzazione della vita umana. Eppure non si nota nessuna resipiscenza, anzi: la marcia verso la trasformazione dell’uomo in un prodotto prosegue senza soste. Perché questa ostinazione?
 
Non è del tutto vero che non ci sia reazione. Molte persone si indirizzano alla ricerca di modi di vita alternativi. C’è il fenomeno dei neo-contadini, gente che ha fatto studi altamente specializzati di ingegneria ed economia, e ora si dedica all’agricoltura e all’artigianato. Conosco giovani che hanno studiato filosofia e poi hanno creato un ecovillaggio recuperando un paesino abbandonato dove stanno riunendo famiglie per un’esperienza di autonomia economica e di solidarietà educativa attraverso la scuola parentale. Ma c’è una parte di verità nella sua osservazione. Se ci gettiamo così facilmente nelle braccia della tecnologizzazione e della mercificazione generalizzate, è perché siamo immersi in una profonda disperazione. Fino al XX secolo sono esistite utopie politiche e sociali che promettevano all’uomo la salvezza attraverso l’azione politica. Queste utopie sono crollate sotto il peso dei totalitarismi che hanno generato e della loro inefficacia. Oggi è il tempo dell’utopia tecnologica, ma non è una vera utopia: ci si crede solo a metà. Quella che domina, è la considerazione circa la mortalità della specie umana, la finitudine dei singoli: è bello vivere in famiglia e coltivare la terra, ma a che serve se tutto è votato alla morte? Perché fare dei figli, se sono destinati anche loro a marcire in una tomba? Allora si preferisce qualcosa dell’ordine dello stordimento. Anche al tempo delle utopie politiche e sociali non c’era vera speranza, ma c’erano speranze mondane che erano la versione secolarizzata della speranza cristiana. Crollate queste, regna una disperazione profonda. L’utopia tecnologica non crea vere speranze, ma rappresenta piuttosto la speranza di entrare in un divertimento assoluto, che non ci faccia più vedere la nostra disperazione profonda.

Una critica della tecnologizzazione della vita oggi deve misurarsi con l’emozionalizzazione del dibattito pubblico, dove ormai si parla solo per slogan. Chi reclama il rispetto dei limiti o sottolinea le esigenze della verità obiettiva, viene accusato di opporsi alla novità, al cambiamento, all’innovazione. Esiste un antidoto per tutto questo?

Tecnologizzazione ed emozionalizzazione sono intimamente legate. La tecnologia favorisce un modo impulsivo di rapportarsi alle cose. Non c’è più la pazienza dell’apprendimento: si premono dei pulsanti e si ottengono delle cose. Dietro c’è una supertecnologia altamente razionale, ma l’utilizzatore di questa tecnologia agisce in modo pulsionale. Pulsionale in due sensi: nel senso che non c’è controllo, non c’è ordine nelle emozioni, dilaga il culto dell’emozione, ma pulsionale anche nel senso che si premono dei pulsanti.

La tecnologia coltiva un modo pulsionale di rapportarsi al mondo. Questo lo esprime molto bene James Graham Ballard in romanzi come Crash e Il condominio. Lui ha mostrato che sotto la superficie del mondo ipertecnologico cova la ferocia. Basta che il vostro computer smetta di funzionare, e subito vi innervosite più del dovuto. È la tecnologizzazione stessa che crea un dispositivo pulsionale e questo dispositivo pulsionale va nel senso dell’emozione, per cui si parla per slogan o per dimostrazioni compassionevoli, l’incapacità di ricorrere al pensiero e di esprimere sentimenti ordinati è assoluta.
Poi c’è la questione della novità e dell’innovazione, che non sono affatto la stessa cosa, anzi: l’innovazione coincide col rifiuto della novità. L’innovazione è la novità per quanto riguarda gli oggetti, a prescindere dalla novità dei soggetti. La novità per quanto riguarda i soggetti è la nascita, o la rinascita. Quando nasce un nuovo essere umano, o quando una persona sperimenta un profondo cambiamento interiore, una conversione, allora ci troviamo davanti a una novità che riguarda il soggetto. Che cos’è l’innovazione? È cominciare con una penna a inchiostro, poi passare alla penna a sfera, alla macchina da scrivere, al pc. Facendo questo ho sviluppato il mio saper fare, ho imparato a scrivere come Virgilio, Dante, Manzoni, Eugenio Corti? No. Gli oggetti sono progrediti, ma il soggetto no.
Il secondo problema con l’innovazione è che essa rappresenta il regno dell’obsolescenza: la cultura dell’innovazione è la cultura dello scarto di cui parla il Papa. L’oggetto innovativo ci spinge a disfarci dell’oggetto vecchio: non c’è più tradizione, recupero, eredità. A ogni passaggio l’innovativo caccia l’antico e lo riduce a scarto, a cosa obsoleta. La logica dell’innovazione è la logica dell’obsolescenza. Perché si va in questa direzione? A causa del risentimento nei confronti della nascita, della meraviglia di essere nati. Oggi si pensa che la nascita non è un bene: non abbiamo più speranza, perciò dispiace essere nati. A causa di questo odio della nascita ci si getta nel vortice dell’innovazione degli oggetti, ci si stordisce nel divertimento generalizzato.

domenica 22 febbraio 2015

Abbiamo ragioni forti affinché San Pietro non conosca la stessa sorte di Santa Sofia?

Abbiamo ragioni forti affinché San Pietro non conosca la stessa sorte di Santa Sofia?

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febbraio 16, 2015 Fabrice Hadjadj

La sottomissione dei jihadisti di Parigi all’islamismo non è solo una reazione al vuoto culturale e spirituale della République. È una continuità con quel vuoto.


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Cari Jihadisti, è il titolo di una lettera aperta pubblicata da Philippe Muray – uno dei più grandi polemisti francesi – poco dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. La lettera si conclude con una serie di avvertimenti ai terroristi islamici, ma a esser presi di mira, di riflesso e ironicamente, sono in verità gli occidentali fanatici del comfort e del supermercato. Cito un passaggio da cui si può facilmente cogliere lo scherno pungente e sarcastico:
« [Cari Jihadisti], temete la collera del consumatore, del turista, del vacanziere che smonta dal suo camper! Voi ci immaginate rotolati nei piaceri e nei passatempi che ci hanno rammolliti? Ebbene noi lotteremo come leoni per proteggere il nostro rammollimento. Ci batteremo per ogni cosa, per le parole che non hanno più senso e per la vita che queste si portano appresso. »
E oggi possiamo aggiungere: ci batteremo specialmente per Charlie Hebdo, giornale ieri moribondo e privo di qualsiasi spirito critico – perché criticare è discernere, e Charlie metteva nello stesso calderone jihadisti, rabbini, poliziotti, cattolici e francesi medi – ma proprio per questo ne faremo il simbolo della confusione e del nulla che ci animano!
Ecco pressappoco lo stato dello Stato francese. Invece di lasciarsi interrogare dagli avvenimenti, parla e parla, ne approfitta per lavarsi coscienza, risalire nei sondaggi, disporsi accanto alle vittime innocenti, alla libertà schernita, alla moralità oltraggiata, purché non si ammetta il vuoto umano della politica condotta da parecchi decenni, né l’errore di un certo modello eurocentrico che prevedeva la necessaria evoluzione del mondo verso la secolarizzazione, mentre altrove, quasi ovunque e almeno dal 1979, si assiste ad un ritorno della religione nella sfera politica. Ma ecco: questa coscienza lavata e questo accecamento ideologico stanno preparando per molto presto, se non la guerra civile, perlomeno il suicidio dell’Europa.
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La prima cosa che bisogna constatare è che i terroristi dei recenti attentati di Parigi sono francesi, che sono cresciuti in Francia e non sono incidenti di percorso e neppure mostri, ma prodotti dell’integrazione alla francese, veri figli della Repubblica attuale, con tutta la rivolta che tale discendenza può indurre.
Nel 2009, Amedy Coulibaly, l’autore degli attentati di Montrouge e del supermercato kosher di Saint-Mandé, era stato ricevuto all’Eliseo da Nicolas Sarkozy con altri nove giovani scelti dai loro datori di lavoro per manifestare i benefici del percorso studio-lavoro: a quel tempo lavorava con un contratto di formazione nella fabbrica della Coca-Cola della sua città natale di Grigny.
I fratelli Kouachi, orfani, figli di immigrati, erano stati accolti dal 1994 fino al 2000 in un centro educativo della Corrèze, centro che appartiene alla fondazione Claude-Pompidou. All’indomani della sparatoria alla sede di Charlie Hebdo, il direttore del centro educativo si diceva stupefatto:  « Siamo tutti scioccati da questa storia perché conosciamo quei giovani. Si fa fatica a immaginare che quei ragazzi, che erano perfettamente integrati (giocavano a calcio nei club locali), abbiano potuto uccidere deliberatamente in quel modo. Si fa fatica a crederci. Durante il loro percorso da noi non hanno mai dato luogo a problemi di comportamento. Saïd Kouachi […] era completamente pronto per la vita socio-professionale. »
Queste affermazioni rimandano a quelle del sindaco di Lunel – piccola cittadina del Sud della Francia – che si stupiva del fatto che dieci giovani del suo comune fossero partiti per unirsi alla jihad in Siria, proprio adesso che la municipalità aveva risistemato una magnifica pista da  skateboard nel loro quartiere…
vaticano-shutterstock_174665492Il legame tra martirio e maternità
Che ingratitudine! Come è possibile che questi giovani non abbiano veduto le loro aspirazioni più profonde compiute lavorando per Coca-Cola, facendo dello skateboard o giocando nella squadra di calcio locale? Come mai il loro desiderio di eroicità, di contemplazione e di libertà non si è sentito soddisfatto dall’offerta così generosa di poter scegliere tra due piatti surgelati, guardare una serie tv americana o astenersi alle elezioni? E perché le loro speranze di pensiero e di amore non si sono realizzate con tutti i progressi in corso, e cioè con la crisi economica, il matrimonio gay e la legalizzazione dell’eutanasia? Perché era precisamente questo il dibattito che interessava il governo francese fino al giorno prima degli attentati: la République era tutta tesa verso un’altra grande conquista umana, l’ultima senza dubbio, e cioè il diritto di essere assistiti nel suicidio o essere finiti da un boia la cui delicatezza sia attestata da un titolo di studio in medicina…
Mi spiego : i fratelli Kouachi e Coulibaly erano « perfettamente integrati », ma integrati al nulla, alla negazione di ogni slancio storico e spirituale, ed è per questo che alla fine si sono sottomessi a un islamismo che era non soltanto la reazione a tale vuoto, ma era anche in continuità con quel vuoto, con la sua logistica di sradicamento mondiale, di perdita della tradizione familiare, di miglioramento tecnico del corpo per farne un super-strumento connesso a un dispositivo senz’anima…
Un giovane non cerca soltanto ragioni per vivere, ma anche e soprattutto – giacché non possiamo vivere per sempre – ragioni per dare la propria vita. Ora, ci sono ancora in Europa ragioni per dare la propria vita ? La libertà di espressione ? Va bene ! Ma cosa abbiamo di cosi importante da esprimere ? Quale Buona Novella abbiamo da annunciare al mondo ?
Sapere se l’Europa sia ancora capace di portare una trascendenza che dia senso alle nostre azioni – dico che questa è la questione più spirituale e per ciò stesso anche la più carnale. Non si tratta solo di dare la propria vita; si tratta anche di dare la vita. Curiosamente, o provvidenzialmente, nell’udienza del 7 gennaio, il giorno stesso dei primi attentati, papa Francesco indicava, citando un’omelia di Oscar Romero, il legame tra martirio e maternità, tra l’essere pronti a dare la propria vita e l’essere pronti a dare la vita. E’ un’evidenza innegabile : la nostra debolezza spirituale si ripercuote sulla demografia ; che lo si voglia oppure no la fecondità biologica è sempre segno di una speranza vissuta (anche quando tale speranza è disordinata, come nel natalismo nazionalista o imperialista).
fabrice_hadjadj-foto-meeting-riminiL’insegnamento di De Gaulle
Se si adotta un punto di vista totalmente darwinista, bisogna allora ammettere che il darwinismo non è un vantaggio selettivo. Credere che l’uomo sia il risultato mortale del casuale bricolage dell’evoluzione non incoraggia granché a fare figli. Meglio un gatto o un cagnolino. O forse uno o due piccoli sapiens sapiens, per inerzia, per convenzione sociale, alla fine non tanto come figli ma come giocattoli adatti a esercitare il proprio dispotismo e per distrarsi dall’angoscia (prima di aggravarla radicalmente). Il successo teorico del darwinismo conduce inevitabilmente al successo pratico dei fondamendalisti che negano tale teoria ma che, loro, fanno tanti figli. Un’amica islamologa, Annie Laurent, mi ha detto a questo proposito una frase illuminante : « Il parto è la jihad delle donne. »
Ciò che a suo tempo spinse il generale de Gaulle a concedere l’indipendenza all’Algeria fu precisamente la questione demografica. Mantenere l’Algeria francese con giustizia avrebbe voluto dire accordare la cittadinanza a tutti, ma essendo la democrazia francese sottoposta alla legge della maggioranza e dunque a quella della demografia, essa avrebbe finito con il sottomettersi alla legge coranica. Il 5 marzo 1959 de Gaulle confidava a Alain Peyrefitte : « Lei crede che il corpo francese possa assorbire dieci milioni di mussulmani che domani saranno venti milioni e dopodomani quaranta? Se facessimo l’integrazione, se tutti gli arabi e i berberi di Algeria fossero considerati francesi, come impedirgli di venire a stabilirsi in Francia metropolitana dove il tenore di vita è talmente più elevato? Il mio paesino non si chiamerebbe più Colombey-les-Deux-Églises, ma Colombey-les-Deux-Mosquées ! »
Certo, c’è una liberazione della donna di cui possiamo essere fieri, ma quando tale liberazione si risolve nella militanza contraccettiva e abortiva, e la maternità e la paternità sono concepite come pesi insopportabili per individui che hanno dimenticato di essere prima di tutto figli e figlie, tale liberazione non può che fare posto, dopo qualche generazione, al dominio numerico delle donne col burqa, perché le donne con la minigonna si riproducono molto di meno.
E’ facile protestare : « Oh ! il burqa ! che usanze barbare ! » Quelle usanze barbare unite a un’immigrazione che compensa la denatalità europea capovolgeranno la nostra civilizzazione del futuro – di un futuro, infine, senza posterità…
In fondo, i jihadisti commettono un grave errore strategico : provocando reazioni indignate finiscono col rallentare l’islamizzazione dolce dell’Europa, quella che Michel Houellebecq presenta nel suo ultimo romanzo (pubblicato anch’esso il  7 gennaio) e che si realizza a causa della nostra doppia astenia religiosa e sessuale. A meno che la nostra insistenza sul non confondere le cose, e sul ripetere che l’islam non c’entra niente con l’islamismo (mentre sia il presidente egiziano Al-Sissi che i fratelli mussulmani ci dicono il contrario) e a colpevolizzarci del nostro passato coloniale – a meno che tutta questa confusione non ci consegni con ancor più grande quanto vana ossequiosità al processo in atto.
C’è in ogni caso una vanità che dobbiamo smettere di avere ed è di credere che i movimenti islamisti siano movimenti pre-Lumières, barbari come dicevo prima, e che diverranno moderati non appena scopriranno gli splendori del consumismo. In verità sono movimenti  post-Lumières. Essi sanno che le utopie umaniste che si erano sostituite alla fede religiosa sono crollate. E dunque ci si può chiedere con qualche ragione se l’islam non sia il termine dialettico di un’Europa tecno-liberale che ha rifiutato le sue radici greco-latine e le sue ali giudaico-cristiane: e siccome questa Europa non può vivere troppo a lungo senza Dio e senza madri, ma come un bambino viziato non riesce tornare da sua madre la Chiesa, essa acconsente finalmente a darsi a un monoteismo facile, dove il rapporto con la ricchezza è sdrammatizzato, dove la morale sessuale è più debole, dove la postmodernità hi-tech costruisce città radiose come quelle del Qatar. Dio e il capitalismo, le huri dell’harem e i guru del computer, perché non potrebbe essere questo l’ultimo compromesso, la vera fine della storia?
Una cosa mi sembra certa: ciò che c’è di buono nel secolo dei Lumi ormai non può più sussistere senza il Lume dei secoli. Ma riconosceremo che quella Luce è quella del Verbo fatto carne, del Dio fatto uomo, e cioè di una Divinità che non schiaccia l’umano, ma che lo accoglie  nella sua libertà e nella sua debolezza? Questa è la domanda che pongo a voi alla fine: siete romani, ma avete ragioni forti affinché San Pietro non conosca la stessa sorte di Santa-Sofia? Siete italiani, ma siete capaci di battervi per la Divina Commedia, o ne avrete vergogna, visto che Dante, nel XXVIII canto dell’ Inferno, osa mettere Maometto nella nona bolgia dell’ottavo girone?
Infine, siamo europei, ma siamo fieri della nostra bandiera con le sue dodici stelle? Ci ricordiamo ancora del senso di quelle dodici stelle, che rimandano all’Apocalisse di San Giovanni ed alla fede di Schuman e De Gasperi? Bisogna rispondere, o siamo morti: per quale Europa siamo pronti a dare la vita?

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domenica 28 dicembre 2014

Un Natale del pensiero

                Un Natale del pensiero                          
                                                                             ***
di Fabrice Hadjadj*
Il Verbo si fa carne, l’invisibile si rende visibile in un piccolo bambino. Ma dopo Natale viene l’Ascensione. Il Dio che si era manifestato fisicamente scompare di nuovo. Senza dubbio Egli è ancora sostanzialmente presente nella messa, ma non si vede che del pane, non più il suo corpo nel suo proprio esserci. E allora? Dalla Natività all’Ascensione il ciclo liturgico non ci consegna altro che un’azione che si va azzerando? L’invisibile si rende visibile solo per ritornare poi invisibile – come un ritorno al punto di partenza senza neanche prendere i trenta denari? No. Perché il Verbo non è disincarnato, ha preso con sé la nostra umanità nei cieli. In modo che ormai la nostra carne stessa fa parte delle realtà invisibili. Questa verità si fa sentire sempre più. Il mondo s’ingegna a rendersi cieco davanti a quello che salta agli occhi. E gli apostoli sono condannati a essere ridicoli, perché non hanno più soltanto dei miracoli da fare, ma hanno da mostrare delle primarie evidenze: che ci sono degli uomini e delle donne; che un bambino nasce da un padre e da una madre; che le mucche non sono carnivore; che non si fa crescere l’erba tirandola; che la tavola è più conviviale del tablet, che la notte non è il giorno… Se l’adagio “io non credo se non ciò che vedo “ è il segno di una crassa imbecillità, è probabile che colui che afferma che non si vede se non quello che si crede riveli una saggezza profonda. Per essere attenti a ciò che si vede e non rivenderlo in pezzi slegati, bisogna credere che esso proviene da una fonte invisibile e sovrana…Questo è il nostro affidamento. Quando più nulla va da sé, tutto non può più ripartire se non da Dio, e dal Dio fatto carne, che non schiaccia ma salva l’umano nella sua stessa evidenza. Oggi una giusta antropologia non può conservarsi che nel clima della teologia rivelata. E’ questo che noi cerchiamo di trasmettere a Philanthropos: un Natale del pensiero.
*Directeur de l’Institut Philanthropos

domenica 11 maggio 2014

ombelico

 L' ombelico
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Il segno che la vita è continuamente ricevuta per essere offerta è...per esempio nel nostro ombelico. Ma se davvero ti guardi l’ombelico, che cosa scopri? Una cicatrice. La tua prima cicatrice, che è la testimonianza ineffabile del tuo rapporto con un altro, della tua relazione con tua madre, che fu per te la prima dimora. E se non l’avessi incontrata non saresti mai nato. Cosicché il nostro ombelico ci ricorda la nostra dipendenza originale da un altro, ci ricorda che non ci siamo fatti da noi stessi e che nel mezzo di noi stessi c’è questa ferita, questa ferita che è il segno di un dono, questa ferita che ci chiama a donare a nostra volta, a non temere le ferite se sono per dare la vita.
Fabrice Hadjadj.

sabato 3 maggio 2014

“Che cos’è una famiglia?”

“Che cos’è una famiglia?”
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di Fabrice Hadjadj

1. Cos’è una famiglia? È sorprendente che noi siamo qui, insieme, per porre tale questione e alcuni sono tenuti a credere che il nostro approccio non potrà che condurre sia alla ripetizione di cose banali, sia alla complicazione delle cose semplici. Ma non abbiamo altra possibilità, dopo una simile domanda, che di sfondare delle porte aperte o di tagliare i capelli in quattro. E allo stesso tempo, si suppone, le prime evidenze si nascondono sempre nella loro luce. Essa non è come il naso sulla mia faccia, troppo vicino per essere visto; né come il paesaggio cento volte attraversato, così ben noto che svanisce. Ma è, soprattutto, come una sorgente che rischiara e fonda le altre cose, ma che non può, d’altro canto, essere fondata e schiarita da se stessa. Dinnanzi a questa sorgente siamo come dei sonnambuli che vorrebbero guardare il sole in faccia.
Noi tutti proveniamo da una famiglia, siamo tutti riconosciuti da un cognome, abbiamo tutti una certa famiglia d’origine. La famiglia è un fondamento. Ora, se essa è un fondamento, non sapremmo «fondare la famiglia». Se essa si pone al principio delle nostre vite concrete, diviene impossibile giustificarla o esplicarla, perché bisognerebbe richiamare un principio anteriore - e la famiglia non sarebbe più che una realtà secondaria e derivata, non una matrice. I teorici che vorrebbero che la prima comunità umana fosse istituita da un contratto, ratificato tra individui asessuati e solitari, dichiarano essi stessi che si tratta di una finzione, di una ipotesi di lavoro e non di una realtà [1]. Non esiste, a livello umano, un principio anteriore alla famiglia. Non si può dunque esplicarlo o giustificarlo, ma solamente esplicitarne la presenza, che ci sta sempre di fronte.
Ed è per questo che è così difficile contrastare coloro i quali attaccano la famiglia nella sua evidenza. Sostenere che l’uomo discende dalla scimmia è più facile che sostenere che un bambino discende da un uomo e da una donna poiché, nel primo caso, la tesi reclama effettivamente delle spiegazioni (numerose anche), mentre nel secondo non c’è niente da spiegare: non è nemmeno una teoria, ma un dato assolutamente originale, come l’esistenza del mondo esterno. E come provare che il mondo esterno esiste? Come mostrare a qualcuno che il sole è chiaro?
2. E tuttavia il sole svela i colori e quindi, indirettamente, si manifesta. E la famiglia, di cui dobbiamo parlare, rivela e si svela. Dov’è una contesa, questa si rivela. Essa non si rivela che sulle strade, in noi, nelle nostre braghe. Oso dire, piaccia o no, che essa si rivela bene tanto alla Chiesa, che in una serata Lgbt; tanto per la barba di un frate cappuccino, che di una Femen. Dovrebbe essere un angelo colui al quale essa non si manifestasse più.
Tale manifestazione è così convincente che noi assistiamo, negli ultimi decenni, a uno strano ritorno dell’avversione familiare da parte degli stessi che volevano sbarazzarsi della famiglia. Coloro i quali denunciavano la famiglia come l’istituzione repressiva e oppressiva per definizione, vogliono oggi fare del bambino il prodotto di una manipolazione genetica (giacché l’uguaglianza reclama che due femmine o due maschi possano comunque averne, con i propri gameti). Tutto questo è andato ben al di là dell’oppressione o della repressione, poiché ciò significa correre verso una fabbricazione pura e semplice e fare del bambino, dispoticamente, l’oggetto d’una pianificazione, il compimento d’un’astrazione e, più ancora, una cavia da laboratorio. Questa contraddizione prova che non si può decostruire il naturale, ma soltanto costruirne accanto il simulacro, così come si fabbrica un’intelligenza artificiale da quel poco che abbiamo capito dell’intelligenza umana.
3. Cos’è dunque una famiglia? I più ben intenzionati insistono su alcuni elementi definitori. Io ne ricorderei tre:
1) La famiglia è, innanzi tutto, il luogo del primo amore. È fondamentale che i genitori s’amino e che il bambino sia amato: altrimenti la famiglia non potrà che disseccarsi e decomporsi.
2) La famiglia è il luogo della prima educazione. Il bambino vi nasce a partire da un progetto genitoriale responsabile, dove si guarda al suo suo futuro, alla sua edificazione, alla sua qualificazione con la maggiore competenza raggiungibile.
3) La famiglia umana è anche un luogo di rispetto delle libertà. I genitori si sono uniti per un contratto e, attraverso la loro missione educativa, essi contribuiscono non a rinforzare la dipendenza, ma a promuovere l’autonomia del bambino.
Noi insistiamo spesso su queste caratteristiche, poiché badiamo al bene del bambino. Ma così facendo ci perdiamo l’essenza della famiglia sicché, anche se pensiamo di difenderla, affiliamo invece le armi che permettono d’attaccarla. Preoccupandosi troppo del benessere del bambino, ci si dimentica dell’essere del bambino. Attardandosi troppo sui doveri dei genitori, ci si dimentica dell’essere del padre e della madre. Gli elementi che abbiamo da proporre - amore, educazione, libertà - dicono tutto fuorché l’essenziale: sapere che i genitori sono i genitori e il bambino è il loro bambino.
4. Ed ecco la conseguenza fatale: pretendendo di fondare la famiglia perfetta sull’amore, sull’educazione e sulla libertà, quello che si fonda, in verità, non è la perfezione della famiglia, ma l’eccellenza dell’orfanatrofio. Non v’è dubbio: in un orfanatrofio eccellente si amano i bambini, li si educano e si rispettano le loro persone. Vi è anche un qualche tipo di pienezza del progetto genitoriale, poiché prendersi cura dei bambini è il progetto costitutivo di una tale impresa.
Non considerare la famiglia che a partire dall’amore, dall’educazione e dalla libertà, fondarla sul bene del bambino come individuo e non come bambino, e sui doveri dei genitori come educatori e non come genitori, significa proporre una famiglia già defamiglizzata. Perché vi si potrà sempre dire che un padre e una madre possono essere meno amorevoli, meno competenti e meno rispettosi che due maschi o due femmine, e certamente meno efficaci che tutta un’organizzazione composta dei migliori specialisti. Questa organizzazione d’individui competenti potrà passare per la migliore delle famiglie - e la migliore delle famiglie s’identificherà con il migliore degli orfanatrofi.
5. Perché abbiamo così facilmente perduto l’essenza della famiglia? Ma perché il principio della famiglia è troppo elementare, troppo infimo, troppo animale in apparenza; e dunque vergognoso (non si parla forse di «partito vergognoso»?). Voi avete compreso che il principio della famiglia è nel sesso. Sia quando si tratta di una famiglia adottiva, sia nel caso di una famiglia spirituale, o il padre è il padre abate e i fratelli sono i monaci: le alte e pure qualifiche di uso comune giungono primariamente dalla sessualità. I nomi del padre e dei figli si enunciano a partire da questo fondamento sensibile, che è la nostra fecondità carnale.
Ciò avviene poiché un uomo ha conosciuto una donna e dal loro abbraccio, per sovrabbondanza, sono nati dei bambini. Da cui i nomi di famiglia, del padre, della madre, dei figli, delle figlie, delle sorelle e dei fratelli. La parola «fraternità», che completa il motto repubblicano [«Liberté, Égalité, Fraternité», ndr], procede essa stessa dal sesso e dalla famiglia naturale. Quanto alla nota teoria del genere, che crede di poter affermare che la mascolinità e la femminilità non sono che delle costruzioni sociali, poggia anch’essa sulla differenza tra i sessi, senza cui l’idea stessa del maschile e del femminile non potrebbe concepirsi.
6. La famiglia è dunque il primo luogo dove si genera la differenza sessuale, la differenza generazionale e persino la differenza tra queste due differenze. La differenza tra i sessi, a partire dalla fecondità propria alla loro unione, crea la differenza generazionale, che non ha nulla d’analogo con quella sessuale. Il divieto fondamentale dell’incesto è un segnale, ma anche il fatto che quando l’uomo si unisce a sua moglie non cerca primariamente di avere un bambino: cerca prima di unirsi alla moglie e il bambino arriva, sopraggiunge.
La famiglia annoda così cinque tipi di legami: coniugale (dell’uomo e della donna), filiale (dai genitori ai figli), fraterno (tra i figli) - a cui s’aggiungono altri due, spesso ignorati, ma decisivi per inscrivere la famiglia storicamente e politicamente. Il quarto è il legame nonni-nipoti, che permette d’attenuare l’influenza dei genitori e d’aprire i tempi della famiglia rispetto alla tradizione [2]. C’è poi un quinto tipo di legame e cioè il rapporto con i suoceri: esso giunge a nascondere l’ideale di coppia, pur di non trascurare la suocera. Lo potremmo chiamare la «teoria del genere». Attraverso questo legame l’alleanza coniugale si accoppia a un’alleanza, per così dire, tribale e apre lo spazio della famiglia a quello della società.
Ora, la particolarità di questi legami familiari è che non si fondano primariamente su una decisione, ma su un desiderio. E non provengono da una convenzione preliminare, ma da un impulso naturale. Ovviamente, il desiderio dev’essere assunto nella decisione (o piuttosto nel consenso) e la natura si sviluppa attraverso aspetti convenzionali. Ma prima ci sarà qualcosa che scorre attraverso di noi, un dono che viene dall’altro e torna all’altro e, quindi, supera i nostri calcoli. Questo ci porta oltre noi stessi, oltre i nostri progetti individuali (chi può programmare di avere una suocera?), poiché ci si apre al sesso opposto e a un’altra generazione. Così siamo interessati a un’epoca che non è più la nostra.
7. Diciamolo semplicemente: nessun calcolo può avere per risultato una nascita. Nessuno può dirsi onestamente: “Ecco, io sono pronto, sono maturo abbastanza, abbastanza competente per avere un figlio; so perfettamente come diventare un uomo completo; ho il diritto sovrano di portarlo al mondo e di essere il suo padrone”. Come dunque potremmo avere il diritto d’allevare un bambino, quando siamo noi stessi così vili e non comprendiamo il mistero della vita?
Allora non si tratta di un diritto ma di un fatto. Il bambino sopraggiunge secondo un dono della natura, di cui non siamo mai degni realmente. Egli è il frutto di un amore sessuale e non il risultato di un proposito diretto, perché nessuna impudenza umana, tecnica o morale può legittimamente stare all’origine della propria venuta. Se la sua presenza rilevasse una nostra competenza, allora lo domineremmo assolutamente ed egli non sarebbe che un ingranaggio in un qualche dispositivo - una tappa in un percoso - e non l’avvenimento della vita, che comincia e ci oltrepassa sempre. Quando un bambino dice ai suoi genitori “non ho scelto io di nascere”, essi potrebbero rispondere: “nemmeno noi abbiamo scelto; ci sei stato donato e proveremo a cambiare la nostra sorpresa in gratitudine”.
8. Possiamo ora riprendere a parlare dei tre elementi di cui abbiamo parlato in precedenza - l’amore, l’educazione e la libertà - e vedere come questi si specificano in seno alla famiglia, a partire da questo dono che ci oltrepassa.
Prima specificità: l’amore familiare è essenzialmente un amore senza preferenze. Esso non guarda alla scelta né alla comparazione. Ciò è particolarmente vero per il rapporto tra genitori e figli. L’amore dei genitori e dei figli è fondato sulla filiazione medesima e non su delle affinità elettive. Ci si sente molto bene quando il padre è un lettore di Tito Livio, mentre il figlio si dedica ai videogiochi. Mai si sarebbero sognati di trovarsi in un medesimo ambiente. Mai avrebbero formato un club insieme. Ma la famiglia è il contrario di un club elettivo o selettivo. I legami di sangue vi spezzano le catene del partito così come le catenelle del capriccio.
Il bimbo è sempre così come i genitori non avrebbero mai voluto, ma anche come a loro piace e, quindi, sono disposti ad accettarlo incondizionatamente. E i genitori sono sempre ciò che i bambini vorrebbero dagli eroi dei films - Charles Ingalls, per esempio, o Yoda - ma anche quelli che essi amano, nonostante tutto, di quest’amore costitutivo, che precede la coscienza propria di se stessi. I genitori sono dunque coloro da onorare senza condizioni.
La famiglia è ancora l’amore del vecchio rudere e del giovane ottuso - ed è questo che la rende così meravigliosa e ne fa la scuola della carità. La carità è l’amore soprannaturale del prossimo, di colui che non abbiamo scelto o che ci è antipatico, in un primo momento. Tuttavia, i principali vicini - che non siamo stati noi a scegliere e che spesso ci sono insopportabili - sono proprio i nostri parenti.
9. Seconda specificità: nella famiglia, il legame educativo si fonda su di un’autorità senza competenza. Non si aspetta d’essere un buon padre o una buona madre per avere un figlio. In caso contrario, saremmo sempre in attesa. La paternità vi cade addosso, poiché il desiderio si è trasformato in una donna. Che rapporto c’è tra i due? La biologia vi vede una continuità. Ma la fenomenologia (diciamo la lettura dell’esperienza vissuta) mostra una sproporzione radicale, se non una rottura tra il desiderio erotico e l’accoglienza di un bambino. La paternità non è un’anticipazione. È la presenza del bambino che vi dona questa paternità: è lui che vi riveste all’improvviso come di un abito troppo grande.
Si può comprendere, nel caso, la reticenza di chi fabbrica il «migliore dei mondi possibili» [cf teodicea di G. Leibnitz, ndr]: “Come può avere il diritto di crescere un bambino chi si è semplicemente coricato con una donna? Come può concedere una qualunque competenza educativa la sua libido bestiale”? Tale riluttanza conduce fatalmente al regno dei precettori e dei pedagoghi e alla messa al bando dei genitori reali. Il padre è, allora, rimpiazzato dall’esperto e la famiglia dall’azienda professionale.
Ma, nella famiglia, non si tratta subito del progetto educativo, ma di realtà della filiazione. Non è la competenza che vi fonda l’autorità. È l’autorità ricevuta, nonostante le sue debolezze, che si mette alla ricerca di una certa competenza, senza dubbio, ma che possiede anche una propria efficienza, benché paradossale. L’autorità senza competenza ha un valore in se, inestimabile. Da una parte, il padre vi mostra che non è il Padre (con la maiuscola) e che lui stesso è un figlio - e dunque egli deve rivolgersi verso un’autorità più in alto della sua, assieme a suo figlio. D’altra parte, giacché la sua autorità non è solo una competenza, ma un dono, il padre non può fare del bambino la sua creatura, e cercare di formarlo sulla propria scala di valori: deve accoglierlo come un mistero. E in questo consiste l’autorità più profonda, che si distingue da tutte le competenze funzionali. Essa non istruisce il bambino in vista di tale o tale qualificazione particolare, ma gli manifesta il mistero dell’esistenza come dono ricevuto.
10. Infine, la terza specificità, che resta in linea con le precedenti: nella famiglia si esercita una libertà senza controllo. Questa, l’avevamo già visto, non è la libertà d’indipendenza o puramente decisionale, ma una libertà di consenso a ciò che viene donato. Il progetto genitoriale è rapidamente infranto per l’avventura familiare, poiché si tratta davvero di un’avventura e non di una previsione. Tutte le antiche tragedie attestano sempre la messa in scena di storie familiari. Ma c’è anche un fatto ordinario, che appartiene piuttosto alla commedia secondo Molière: i figli o la figlia non hanno padri e madri se non per separarsene, fondare un’altra famiglia e sposare un buon partito, che di solito non è il migliore agli occhi dei genitori.
La famiglia è sempre in eccesso su se stessa, non soltanto per il dono della nascita, ma anche per le alleanze esteriori che produce e verso le quali si dirige. C’è la vostra suocera e quella dei figli: c’è questa estensione, da parente a parente che, secondo Aristotele, costituisce il villaggio e poi la Città.
Questa libertà senza controllo, che vi lancia in un’avventura e, allo stesso tempo, in un dramma, risponde a dei legami che non sono contrattuali. Sarebbe bello non vivere che di contratti e poter aggiustare i rapporti secondo convenienza, e fuggire non appena si avverte la crisi. In alternativa, è possibile cambiare partner, ma non si possono sostituire i bambini. E si può diventare amici di uno più vecchio, ma non si può, senza ipocrisia, diventare amici del proprio padre. Così come la differenza sessuale impedisce la fusione, anche la differenza generazionale blocca il livellamento. Il tutto avviene secondo un ordine causale, con una gerarchia offerta: un patrimonio ereditato, che invita la libertà ad aprirsi alle distinzioni della realtà e non a sprofondare nell’indifferenziazione di una presunta onnipotenza.
11. Possiamo ora approcciare la famiglia nel segreto della sua essenza. Essa non è una cosa tra le altre, ma il focolare. E non un “focolare chiuso”, ma un focolare radiante. Un focolare, pittoricamente, non è un oggetto che appare in una prospettiva, ma il punto dal quale si genera la prospettiva. Un focolare è anche un fuoco, cioè luce e calore e, quindi, un qualcosa non illuminato da qualcos’altro, ma da se stesso e a se stesso manifestato. Voglio dire che la famiglia, prima di essere un oggetto di pensiero, è ciò a partire da cui abbiamo iniziato a pensare. Lo si dimentica spesso, come ci si dimentica il sole, come non fosse chiaro ciò per cui siamo spinti in avanti. Da questo oblio e dalla finzione individualista che ne segue, noi abbiamo la tendenza a dissociare la logica da ciò che è genealogico. Noi poniamo l’uomo come individuo dotato di ragione e rifiutiamo di riconoscerlo come figlio dei suoi padri. Tuttavia è entrambe le cose. La tradizione cristiana ce lo ricorda divinamente. Per essa, il Logos è il nome greco della ragione, ma è pure il nome evangelico del Figlio.
Che cos’è dunque una famiglia? Si può supporlo da ciò che abbiamo detto: la famiglia è il fondamento carnale dell’apertura alla trascendenza. La differenza sessuale, generazionale e la differenza di entrambe c’insegna a guardare l’altro in quanto altro. È il luogo del dono e dell’accoglimento incalcolabile di una vita che si dispiega con noi - e anche malgrado noi - e ci getta sempre più profondamente nel mistero dell’esistenza.
12. È questo il primo luogo dell’esistenza, che è anche il luogo della resistenza. Resistenza all’ideologia, ai ben pensanti, alla programmazione. La famiglia è la comunità originale, offerta inizialmente dalla natura e non istituita soltanto per convenzione. Essa dunque dona sempre, per la sua connessione al sesso, un contrappunto all’artifizio e fornisce uno spazio per quella che può essere definita una verifica.
L’uomo pubblico può coltivare la sua immagine di facciata e mostrare il suo più bel profilo sociale, ma qual è il suo volto in privato, davanti alla moglie e ai figli? Il grande Ercole, che ha vinto i mostri, si ritrova patetico dinnanzi a Deianira. Il giovane genio, che ostenta sicurezza, si vergogna a farsi vedere con sua madre e suo padre, che ne attestano l’origine comune. La volontà di potenza è sempre un ostacolo alla prossimità familiare. Questo perché il totalitarismo, così come il liberalismo e l’impresa tecnologica, così come il fondamentalismo religioso, cominciano sempre con il porre la famiglia sotto tutela, prima di tentare di distruggerla.

Note
[1] Rousseau scrive nell’introduzione del suo “Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini” (1754): «Cominciamo dunque col respingere tutti i fatti». Ma, all’inizio del “Contratto sociale” (I, 2), non può fare a meno di ammettere il fatto fondamentale: «La più antica di tutte le società e la sola naturale è quella della famiglia».
[2] Penso all’uso greco della papponimia: «Secondo un certo costume, il fatto che un uomo dia al figlio il nome del nonno [papponimia, appunto, ndr], conferma e suppone, ad un tempo, come tutti i genitori ritrovino i loro stessi genitori attraverso i figli. La permutazione simbolica implica come minimo la successione di tre generazioni per fabbricare l’istituto umano» (Pierre Legendre, “Filiation”, Lezione IV, Fayard, 1990, p. 62).
(traduzione dal francese a cura di Silvio Brachetta)

lunedì 17 giugno 2013

venerdì 26 aprile 2013

Non chiamateci fascisti, integralisti, omofobi. Noi siamo, semplicemente, dei “meravigliati”

Hadjadj: 

Non chiamateci fascisti, integralisti, omofobi. Noi siamo, semplicemente, dei “meravigliati” 

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aprile 20, 2013 Fabrice Hadjadj
Non siamo degli indignati. Ciò che ci anima è un sentimento più primitivo, più positivo, più accogliente: si tratta di quella passione che Cartesio considera la prima e la più fondamentale di tutte: l’ammirazione.
Fabrice_HadjadjPer gentile concessione dell’autore traduciamo un inedito del filosofo Fabrice Hadjadj, apparso sul sito printempsfrancais.fr e intitolato ”Meravigliatevi! Per un manifesto dei meravigliati”.
Non siamo degli indignati. Ciò che ci anima è un sentimento più primitivo, più positivo, più accogliente: si tratta di quella passione che Cartesio considera la prima e la più fondamentale di tutte: l’ammirazione. Essa è prima perché la si sperimenta di fronte alle cose che ci precedono, che ci sorprendono, che non abbiamo pianificato noi: i gigli dei campi, gli uccelli del cielo, i volti, tutte le primavere…  Prima di soddisfarci dell’opera delle nostre mani e della vittoria dei nostri princìpi, ammiriamo questo dato naturale. Questa è la colorazione affettiva che tentiamo di fare entrare nelle nostre azioni. Esse non sono motivate da uno stato d’animo triste o di rivendicazione. Non sono imbevute di amarezza. Non vorrebbero essere altro che rendimenti di grazie. Perché, a partire da questa ammirazione primigenia, esse devono fiorire in gratitudine verso la vita ricevuta, verso la nostra origine terrestre e carnale: il fatto che non ci siamo fatti da soli, ma che siamo nati, da un uomo e da una donna, secondo un ordine che sfuggiva a essi stessi.
Lungi dall’essere degli spiritualisti o dei moralizzatori, riconosciamo quella che Nietzsche chiamava «la grande ragione del corpo» e anche «lo spirito che opera dalla vita in giù». Sì, noi siamo meravigliati dall’ordinazione reciproca dei sessi, dal genio della genitalità. Certo, questa organizzazione stupefacente è come il naso in mezzo al nostro volto: tendiamo a non vederlo. Ci inorgogliamo di avere costruito una torcia, e dimentichiamo lo splendore del sole; idolatriamo la magia delle nostre macchine, e disprezziamo la meraviglia della nostra carne.
Questa meraviglia la nascondiamo sotto le parole «biologico», «determinismo», «animalità», e assumiamo un’aria di superiorità, vantando le libere prodezze della nostra fabbrica. E tuttavia, che cosa c’è di più stupefacente di questa unione degli esseri più differenti, l’uomo e la donna? E cosa c’è di più sorprendente del loro abbraccio, chiuso sul suo proprio godimento, e che tuttavia si strappa, secondo natura, per permettere l’avvento di un altro, di un’altra differenza ancora: la futura piccola peste, il già disturbante, colui che chiamiamo «il bambino»? Jules Supervielle esprime con una precisione più che scientifica che la riduzione biologistica ci nasconde: «Ed era necessario che un lusso d’innocenza/ concludesse il furore dei nostri sensi?».

Perciò le nostre manifestazioni non sono quelle di una corporazione, ma quelle dei nostri corpi. Non partono da uno scopo politico o partitico, ma da un riconoscimento antropologico. Non cercano di prendere il potere, ma di rendere una testimonianza culturale a un dato di natura, in uno slancio di gratitudine. In greco «natura» si dice «fisis», parola che viene dal verbo «fuein», che significa «apparire» o. più precisamente, «manifestarsi». La natura non è anzitutto una riserva di energie, né una miniera di materiali manipolabili secondo la nostra volontà, ma una manifestazione di forme organizzate, spesso splendide al nostro sguardo.
Certo, la natura è anche ferita, disordinata: c’è la sofferenza, c’è la morte, c’è l’ingiustizia. Ma queste rovine ci fanno orrore proprio perché abbiamo anzitutto intravisto la sua generosità zampillante: se non avessimo percepito la bontà delle sue forme, non saremmo scandalizzati da ciò che la sfigura… Le nostre manifestazioni non hanno dunque altro motivo che di attestare lo splendore di questa manifestazione primigenia. Non riguardano il rapporto di forze. Si fondano su un’esigenza di ospitalità verso questa presenza reale, fisica, iniziale (non segare il ramo su cui siamo seduti, non pretendere di far sbocciare il fiore forzando il bocciolo). Ed è a causa di questo che le nostre manifestazioni dureranno fintanto che ci saranno peni e vulve, e la loro ordinazione reciproca anzitutto involontaria, e la loro fecondità che mette in discussione la nostra avarizia.

Ma è esattamente questa esigenza di ospitalità, questa relazione di meraviglia e di gratitudine verso la nostra origine, diciamo pure questo rapporto di debolezza, che risultano insopportabili a coloro che concepiscono tutto in termini di rapporti di forza. Vorrebbero che noi non fossimo altro che una fazione. Preferirebbero che mettessimo le bombe. Questa violenza gli risulterebbe meno violenta della nostra manifestazione elementare, quella della semplice presenza fisica di un uomo e di una donna, e di un bambino di cui essi sono anche il padre e la madre… Se non si trattasse che della nostra opinione, se non fosse altro che la nostra arroganza, potrebbero farci tacere. Ma come far tacere la presenza silenziosa del corpo sessuato?
Che ci sia permesso – dopo il richiamo di ciò che siamo per essenza: dei meravigliati – di insistere su cinque conseguenze importanti per noi come per gli altri. Perché non siamo al riparo dall’ingratitudine, e a forza di non essere riconosciuti nel nostro meravigliarci, l’indignazione può finire per offuscare questo fondamentale meravigliarsi, e rischiamo di cadere sia nello scoraggiamento, sia in una violenza illegittima.
1. Alcuni ci accusano di essere dei «fascisti», procedimento linguistico molto riduttivo, che permette di designare un nemico senza ascoltarlo, e che si richiama precisamente ai procedimenti del fascismo storico. Altri ci tacciano semplicemente di essere dei «reazionari», come se il fatto di reagire fosse in sé un male, e non un segno di vitalità, e come se la retorica del «progresso», che è stata tanto utile al Terrore e al totalitarismo, non fosse ormai esaurita. Altri diranno che facciamo quello che facciamo perché siamo dei «cattolici», o degli «ebrei integralisti», o dei «fondamentalisti musulmani»…
Ma no, siamo soltanto dei francesi, e più semplicemente ncora sia degli uomini e delle donne, molto lontani da qualsiasi puritanesimo e da qualsiasi fondamentalismo, ci incantano le natiche e non ci repelle l’ammirazione della congiunzione improbabile del «pisello» e della «passerina» e del pancione che ne deriva. Con maggiore precisione ci si potrebbe collocare fra i fautori di un’ecologia integrale. Ma questo genere di classificazione viene rifuggita per timore di dover riconoscere le contraddizioni dei numerosi movimenti ecologisti odierni, ma anche perché non c’è niente, in fondo, che ci si può rimproverare, ovvero il rimprovero può colpirci soltanto colpendo anche il dato rappresentato dalla carne. Se siamo fascisti, bisognerebbe concludere che la natura stessa è fascista, e che è necessario eliminarla, cosa che presenta un certo numero di inconvenienti.

2. Molti non comprendono perché manifestiamo contro una riforma del codice civile che soddisfa gli interessi di qualcuno mentre non lede i nostri (non si parla, comunque, degli interessi del bambino). Effettivamente, ecco qualcosa che lascia senza parola gli utilitaristi di ogni sponda: non manifestiamo per il trionfo dei nostri interessi particolari. Cerchiamo soltanto di testimoniare ciò che è anteriore a ogni interesse, cioè il dono della nascita.
3. È esattamente ciò che arriva a nascondere lo slogan dell’«uguaglianza» che ci viene servito in tutte le salse, senza riflettere su ciò che questo termine significa, sulle minacce di livellamento che comporta, ovvero su quelle di «riduzione» che ha sempre contenuto. C’è un’evidente e naturale diseguaglianza fra la coppia formata da un uomo e una donna e quella di due uomini o di due donne.
Per rendere uguali le condizioni, è necessario ricorrere all’artificio, e passare dalla nascita alla fabbricazione, dal “born” al “made”… Dietro la pretesa legalizzazione giuridica, c’è dunque un assoggettamento tecnocratico, e il progetto di produrre persone non come persone, dunque, ma come prodotti, in base ai nostri capricci, secondo la legge della domanda e dell’offerta, in conformità ai desideri fomentati dalla pubblicità: «Un bambino à la carte, la vostra piccola cosa, l’accessorio della vostra autorealizzazione, il terzo compensatorio delle vostre frustrazioni; infine, per una modica somma, il barboncino umano!».

4. Ecco perché non siamo «omofobi». Siamo meravigliati dai gays veramente gai, dai «folli» senza gabbia, dai saggi dell’inversione. L’amore della differenza sessuale, così fondamentale, con quello della differenza generazionale (genitori/figli), ci insegna ad accogliere tutte le differenze secondarie. Se io, uomo, amo le donne, così estranee al mio sesso, come potrei non avere simpatia, se non amicizia, per gli omosessuali, che mi sono, in definitiva, molto meno estranei?
D’altra parte ce ne sono sempre stati, che non avevano paura di affermare la loro differenza, di assumere una certa eccentricità, un lavoro ai margini. Allo stesso modo, noi crediamo che ciò che è veramente «omofobo» è lo pseudo-«matrimonio gay». Siamo di fronte a un tentativo di imborghesimento, di normalizzazione dell’omofilia, di annientamento della sua scortesia sotto il codice civile. Che bel dono questo «matrimonio» che non è altro che un arrangiamento patrimoniale o un divorzio rinviato! Purché gli omosessuali rientrino nei ranghi, e che siano sterilizzati soprattutto nella fecondità che è loro propria.
Perché, chi ignora la loro fecondità artistica, politicae, letteraria, nella compassione? Gli antichi Greci la intendevano così: liberi dai doveri familiari, potevano consacrarsi maggiormente al servizio della Polis. Sapevano che i loro amori avevano qualcosa di contro-natura, ma non per questo disprezzavano la natura (di là, molto spesso, l’amore per la loro madre – vedi Proust o Barthes), e vi trovavano risorse per l’arte.

5. Come potremmo, meravigliati come siamo, lanciarci in azioni violente, denigratorie, esclusive? Una volta di più: non cerchiamo una vittoria politica. Non siamo nemmeno sicuri che ci sia veramente qualcosa da salvare in questo matrimonio privatizzato, che non ha più nulla di repubblicano da parecchio tempo. Ed è per questo che, malgrado la sconfitta legislativa (ma quando vediamo la trappola mediatica e partitica nella quale si trovano i nostri legislatori, ci domandiamo se davvero dobbiamo occuparci di questo), noi continueremo a manifestare: senza armi, senza odio, persino senza slogan, ma con la nostra piccola epifania di creature di carne, ossa e spirito.
(traduzione di Rodolfo Casadei)