BIOGRAFIA
di Benedetta Bianchi Porro
di Walter Amaducci
***
Sabato 8 agosto 1936, alle ore 15,30, nasceva a Dovadola Benedetta Bianchi Porro,
figlia di Guido, ingegnere idraulico, (1899-1985) e di Elsa Giammarchi
(1912-2004). Guido aveva già un figlio di sei anni, di nome Leonida.
Dopo Benedetta la coppia ebbe altri quattro figli: Gabriele (1938),
Emanuela (1941), Corrado (1946) e Carmen (1953).
A causa di
un’emorragia la neonata apparve in grave pericolo, per cui la mamma le
conferì d’urgenza il Battesimo in casa con acqua di Lourdes, rito che
venne ripetuto sub conditione il 13 agosto nella chiesa della SS. Annunziata di Dovadola.
In
novembre Benedetta fu colpita da poliomielite: la gamba destra restò
più corta e più sottile costringendola all’uso di scarpe ortopediche.
Rimase zoppa per tutta la vita. «Porto i calzoni lunghi da uomo e tutti
mi guardano» scriveva a nove anni.
Fin da piccola era più
riflessiva e molto più equilibrata rispetto ai suoi coetanei, capace di
considerazioni profonde, anche se perfettamente compatibili con altri
lati vivaci. Testimonia sua mamma che anche la sua concentrazione nello
studio era così: «Appena tornava da scuola apriva la cartella e tirava
fuori i libri. Poi si stendeva a bocconi sul pavimento e si metteva a
studiare. Leggeva con la faccina seria, corrugando un poco la fronte,
senza mai distogliere lo sguardo dai libri. Ma quando finiva di studiare
ridiventava bambina e si scatenava a giocare con i fratelli».
Aveva una sensibilità fortissima, e tuttavia non si ripiegava a commiserarsi. Se la chiamavano la zoppetta
replicava che era la pura verità. Ma quella menomazione, le pesava
sempre più man mano che cresceva. Ai suoi genitori faceva una grande
pena e una compassione analoga suscitava in tutti quelli che le volevano
bene. Un handicap che motivava il suo esonero da educazione fisica a
scuola, che la rendeva impacciata negli spostamenti, che sul piano
estetico da grande l’avrebbe marchiata irrimediabilmente, non poteva
limitarsi a un puro fatto fisico. I tentativi fatti di pareggiare le
gambe non ebbero, in un primo tempo, possibilità di attuazione. Dovette
anzi rassegnarsi a mettere il busto, necessario, umiliante e doloroso.
Il 9 luglio 1949 la tredicenne Benedetta scrive nel suo diario:
«Stamattina
ho messo per la prima volta il busto, che pianti! Mi stringe forte
forte sotto le ascelle e quasi mi leva il fiato costringendomi a stare
con le spalle indietro. Mi pare ora quasi di constatare di più le cause
della mia disgrazia: prima ero sempre spensierata e mi credevo quasi
uguale agli altri ma ora… che precipizio ci separa… non potrò mai avere
le gambe uguali e se non portavo il busto sarei diventata gobba! Ma
nella vita voglio essere come gli altri forse più… vorrei poter
diventare qualche cosa di grande… quanti sogni, quante lacrime, quanta
nostalgia e malinconia povera Benedetta!»
Questa ragazzina di tredici anni… vorrebbe poter diventare qualche cosa di grande.
È una ragazza vera, che si vuole bene. Non è mica facile volersi bene. È
facile essere egoisti, ma l’egoista non sta facendo il proprio bene,
anzi: quando siamo egoisti ci stiamo demolendo con le nostre mani.
Benedetta
era una bella ragazza, fine, molto attenta anche alla cura della sua
immagine. Anche i suoi celebri orecchini rientravano in questa volontà
di perfezione. I suoi fratelli la chiamavano Ava Gardner! Ma proprio per
questo risaltava ancora maggiormente lo sgorbio della sua gamba. Quando
le regalarono la bicicletta assaporò una gioia incontenibile, la stessa
che provava nuotando. La gioia di essere uguale gli altri.
Nel
1951, mentre era a lezione di pianoforte, avvertì capogiri e tremiti
alle mani e in seconda liceo, due anni dopo, i primi sintomi della
sordità.
La sordità fu una sorpresa molto amara. Più di una volta
fu oggetto di reazioni divertite da parte dei suoi compagni. Fu
terribile. Poteva significare l’emarginazione progressiva dalle
relazioni coi suoi simili, l’isolamento. Cominciò a veder vacillare la
possibilità di progetti per il futuro, sentì ancora più acutamente la
corsa del tempo accanto a lei e il bisogno di sfidare quel tempo
implacabile.
Scelse il campo di battaglia a lei più congeniale,
quello degli studi. Il suo ambiente familiare aveva favorito la sua
predisposizione alla lettura e allo studio, come ogni suo interesse
verso le svariate forme della bellezza e dell’arte. Ingaggiò una corsa
contro il tempo: durante l’estate del 1953, saltando la terza liceo,
preparò l’esame di maturità classica e il 6 ottobre ottenne il diploma
con la media del sette e mezzo. Era pronta ad iscriversi all’università.
Aveva appena diciassette anni.
Avrebbe desiderato fare Medicina,
ma suo padre riteneva quella facoltà troppo impegnativa e la convinse a
scegliere Fisica. Lo spettro della matematica, che già in passato
l’aveva perseguitata, incombeva di nuovo su di lei. Non aveva alcun
senso sottoporsi a una simile penitenza e decise di cambiare. Tornò al
suo primo sogno di Medicina e i suoi genitori si mostrarono molto più
accondiscendenti di quello che si sarebbe immaginato. Si buttò nello
studio con entusiasmo.
Ma il suo corpo doveva fare i conti con la
sordità e con stati di spossatezza crescenti. La convinsero ad andare
da uno psicanalista, nella convinzione che i suoi disturbi di udito
potessero avere spiegazioni a quel livello, anche se nel frattempo
risultava assai più utile il corso che frequentava alla scuola per
sordomuti.
Ma i suoi fastidi non erano provocati soltanto dalla
sordità. Faceva sempre più fatica a camminare e non aveva
definitivamente rinunciato all’idea di farsi pareggiare le gambe. Il
progetto andò in porto il 12 luglio 1955 quando fu ricoverata nella Casa
di Cura “Villa Igea” di Forlì per l’accorciamento del femore sinistro
di tre quattro centimetri. Ad operarla fu il professor Gui.
Tutto
questo non le impediva di studiare e dare esami. Con avventure e
disavventure tutte da raccontare. Un giorno la mamma trovò sul comodino
dell’ospedale un biglietto nel quale Benedetta si scusava per l’assenza:
era andata a dare un esame all’università!
Il 25 giugno del
1955, proprio prima dell’intervento alla gamba, le capitò l’incidente
dell’esame di Anatomia umana: era l’esame più impegnativo del primo
biennio e l’aveva preparato con lunghi mesi di studio. Scese tremando le
gradinate della grande aula ad anfiteatro che era gremita di studenti e
si avvicinò al microscopio; mise a fuoco e identificò immediatamente il
preparato istologico del vetrino.
L’assistente, che la conosceva,
le rivolse alcune domande per iscritto e lei rispose con sicurezza. Poi
le fecero cenno di presentarsi al professore per la parte teorica
dell’esame, già di per sé difficile e impegnativa. Quando il professore
le rivolse la parola Benedetta non riuscì a capire niente. Rossa di
vergogna e di confusione cercò di spiegargli la sua situazione di
sordità; lo pregò di avere pazienza e di rivolgerle le domande per
iscritto. «Che pazienza e pazienza! Chi ha mai visto un medico sordo?»
sbottò il docente. E scagliò con violenza il suo libretto universitario
contro la porta.
Mentre avveniva questo i suoi compagni stavano
reagendo con grandi risate. Anna, la sua domestica e amica che la
accompagnava, raccolse il libretto, umiliata e addolorata quasi più di
lei. Benedetta decise di informare la mamma solo la mattina dopo.
Com’era da aspettarsi mamma Elsa si indignò come una belva e ottenne di
farle ripetere l’esame. Lo ridiede l’undici novembre superandolo con
23/30. Il professore si era rifiutato di interrogarla, ma alla fine le
strinse la mano.
Ma per la salute stava arrivando il peggio…un
peggio che era già all’opera da anni, solo che i medici non l’avevano
identificato. Quando cominciò a percepire dei disturbi alla vista che
finirono per concretizzarsi in una piccola ulcera corneale, Benedetta
riuscì da sola a diagnosticare il suo male. Naturalmente nessuno le
voleva credere. Era una malattia molto rara, terribile e inesorabile: il
morbo di Recklinghausen chiamato anche Neurofibromatosi diffusa.
Si
tratta di tumori che colpiscono i centri nervosi e progressivamente
spengono la capacità ricettiva dei sensi. Il risultato finale è la
paralisi dell’organismo e la sua totale insensibilità. Senza alcuna
possibilità di poterli contrastare in maniera risolutiva. Si possono
rimuovere certi noduli, ma sempre e solo per rimandare la disfatta.
Dovette effettuare molti ricoveri, interventi complessi e dolorosi.
Talora anziché migliorativi risultarono controproducenti o ebbero
effetti collaterali devastanti.
Il 27 giugno del 1957, ad
esempio, la operarono per la prima volta alla testa per asportare un
nodulo dal nervo acustico. Quando si risvegliò dall’anestesia avvertì al
viso qualcosa di strano; se lo toccò e si rese conto che per sbaglio il
chirurgo, prof. Augusto Beduschi, le aveva leso il nervo facciale:
aveva la metà sinistra del volto paralizzata.
Potete immaginare
l’imbarazzo del chirurgo, il giorno dopo, quando andò a scusarsi. Ma
Benedetta cercò di sdrammatizzare: «Mi dia la mano e stia sereno! È una
cosa che può succedere: non è mica il Padre eterno lei!»
Quegli
interventi non potevano essere risolutivi, ma andavano fatti. I parziali
recuperi venivano presto sommersi da nuovi episodi o manifestazioni del
male. Comparvero ad esempio dei disturbi atassici, cioè di mancanza di
coordinazione dei movimenti muscolari. Faticava a mantenere
l’equilibrio, provava la sensazione di vertigini; fatto sta che per
poter camminare doveva appoggiarsi al bastone. E anche a questo si
accompagnò una buona dose di vergogna.
Ma la peggiore di tutte le
prospettive, per lei, era l’eventualità di diventare pazza. Se c’era un
pensiero capace di angosciarla era quello. In ogni caso, giorno dopo
giorno, mese dopo mese, proseguiva la sua demolizione. Dopo l’udito
perdette anche il tatto, l’olfatto, il gusto. Divenne cieca. Le furono
asportati tutti i denti. Non poteva neppure piangere. Il suo corpo
rimase completamente paralizzato. Ma con un’eccezione: la mano destra le
fu risparmiata e così pure la voce. Così in quello che avrebbe potuto
diventare un castello inaccessibile, rimase un pertugio sufficiente per
entrare ed uscire.
Mentre si avvicinava l’appuntamento con quella
cecità inevitabile si chiedeva come avrebbe potuto fare a comunicare
con gli altri una volta rimasta completamente cieca e sorda. E pensò
all’alfabeto muto. Non poteva vedere, poteva solo sentire la sua mano e
il suo braccio che opportunamente manovrati o disposti secondo le
posizioni dell’alfabeto muto trasmettevano alla sua mente le varie
lettere. Si trattava di unirle in parole e frasi e il gioco era fatto.
Col suo filo di voce, debole e roca, poi rispondeva.
Perdette
completamente la vista nel 1963. Quel fatto segnò il compimento della
svolta iniziata alcuni anni prima, nel febbraio del 1959 quando aveva
conosciuto Nicoletta Padovani. Quattro anni dopo le avrebbe scritto
rammentando il primo giorno che si erano parlate: «Per uno strano
presentimento, capii che tu mi avresti aiutata, non solo all’università,
ma nell’altra Università: quella vera: quella di Dio».
Si sentì
debitrice a Nicoletta di quel passaggio radicale dalla sua religiosità
rigorosa accompagnata da una morale altrettanto intransigente ad una
fede come incontro vivo, reale, con Gesù Cristo che le consentiva
l’accesso al Padre e glielo faceva sperimentare in ogni istante della
vita. Non ebbe bisogno di rinnegare i suoi grandi autori preferiti da
Pascal a Dostoevskij e agli altri grandi scrittori russi, da Shakespeare
a Leopardi: con i suoi amici era bello e fecondo confrontarsi sui loro
scritti. Essi dilatarono le sue domande di senso e di verità, le fecero
intravedere barlumi di risposta. Ma questa fontana dissetante l’aveva
già a disposizione da anni ed era la Sacra Scrittura, erano i grandi
santi come Agostino, Francesco, Teresa di Lisieux, Francesco di Sales.
Nicoletta le fece da guida in questa riscoperta. Le lettere di San Paolo
diventarono una miniera d’oro, e così S. Agostino. Fu una riscoperta.
Quando ad esempio rilesse le Confessioni
di S. Agostino si accorse nettamente di questo salto di qualità che la
sua percezione registrava. Scrisse a Maria Grazia, il 1° ottobre del
1960: «Mi sono messa a rileggere un libretto (“Le confessioni” di S.
Agostino) che lessi a scuola in 2° liceo durante filosofia e che a quel
tempo non mi aveva fatto molta impressione (tra l’altro mi ha colpito
l’insulsaggine delle mie noterelle di allora). È stata un’idea luminosa
perché è un libretto pieno di cose sublimi; lo conosci?».
Grazie a
Nicoletta si verificò in lei questa presa di coscienza che un po’ alla
volta riuscì a fare coincidere fede e vita. In seguito, grazie ai suoi
amici di Gioventù Studentesca, anche la sua esperienza della Chiesa
assunse una concretezza e una bellezza straordinarie.
«Dio ci fa
capire man mano quello che vuole da noi e quello che dobbiamo fare»
scrisse una volta. E furono le altre persone che l’aiutarono a decifrare
i fatti della vita.
È lo stile di Dio, è il suo metodo. Come
accadeva a Maria di cui Benedetta era devotissima. Non c’era Gabriele
come consulente fisso accanto a Maria. Di solito anche lei apprendeva da
altri: dalla cugina Elisabetta, dai pastori di Betlemme, dai vecchi
Simeone e Anna… dai fatti stessi che le capitavano e che magari la
costringevano a riflettere per trovare il bandolo della matassa, come
annota Luca: «Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole
nel suo cuore».
«Ho tanto desiderio di salire, ma la montagna
verso l’alto è faticosa, e se Lui non mi prende la mano per aiutarmi, io
non riuscirò più a fare passi, e la sosta non la voglio, perché è
sempre pericoloso infiacchirsi». Queste parole le scrisse a Roberto il
13 maggio del 1963. Poco più di un mese prima, il 4 aprile, gli aveva
fatto una raccomandazione precisa: «Scegli un confessore stabile, maturo
e poi cerca di andare sempre da lui a consigliarti. Non cambiare:
conoscendoti saprà meglio guidarti».
Benedetta desiderava
guarire. Se la medicina appariva impotente poteva riuscirci il miracolo.
Per questo si recò a Lourdes. Il primo impegno è togliere o alleviare
la sofferenza e il dolore. È il primo impegno verso gli altri e verso se
stessi.
Gesù era un guaritore e chiese ai suoi discepoli di fare lo
stesso: «Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di
scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e
d’infermità» (Matteo 10,1).
Dal 24 al 31 maggio 1962 dunque fu a
Lourdes in pellegrinaggio con l’Unitalsi. L’ultimo giorno guarì
miracolosamente Maria Della Bosca, una ragazza di ventidue anni di
Tirano. Guarì perché proprio Benedetta l’aveva incoraggiata ad avere
fede, quando si era trovata accanto a lei a pregare davanti alla grotta
dell’Apparizione.
Benedetta rimase molto turbata, scossa. Anche lei
era andata a chiedere la guarigione: perché le era stata rifiutata? Fu
proprio la fede a farle riconoscere il criterio di Dio che supera il
nostro. «Egli agisce sempre per il nostro bene» scrisse con rinnovata
certezza a Nicoletta dopo quei fatti. E nella lettera successiva le
confermò questa sintonia con la volontà di Dio che stava maturando in
lei: «Sai, tempo fa cercavo Dio, ma mi agitavo come in un vestito troppo
stretto, ora va liscio».
Ebbe certamente dei momenti di
avvilimento con la sensazione di essere inutile. Li aveva avuti nella
sua adolescenza, come tanti suoi coetanei, e anche da più grande man
mano che i suoi progetti si infilavano in un vicolo cieco. Arrivarono
anche i momenti terribili della disperazione accompagnati dal pensiero
del suicidio: gettarsi dalla finestra del suo appartamento, a Milano. Ma
poi quel vicolo fu invaso da una luce splendida e vide che non era
affatto cieco. Quando capì che era veramente importante per Dio, e che
tutto quello che donava a Lui – con gioia o con fatica – diventava oro,
la paura si dileguò. Poté tornare qualche volta, come tentazione, come
prova, solo per essere superata prontamente.
Come prova.
Clive Staples Lewis nel suo libricino dal titolo Diario di un dolore
afferma che le prove non servono a Dio, perché lui ci conosce bene, sa
già come siamo. La prova serve a chi dice di amarlo per verificare se è
proprio vero e fino a che punto.
Ma serve anche a chi vive accanto al
‘provato’ perché gli offre un’occasione di schierarsi e di scommettere
sulla bontà di Dio. Quando Maria Grazia le scriveva «Sei il volto stesso
della speranza» non faceva solo l’elogio di Benedetta, ma rivelava
qualcosa di sé, della propria speranza che si specchiava in quella
dell’amica e ne traeva forza.
Sofferenze tuttavia non solo rivelatrici, ma in sé utili e vantaggiose. A lei come purificazione, a tutti come redenzione.
Nicoletta
conosceva bene l’esistenza delle sue turbolenze e le scrisse delle
parole indimenticabili: «Non ti angustiare se ti sembra di ribellarti: a
Dio non importa! Lui sa. Ricorda che quando sembra di non credere più
abbastanza, è allora che siamo con Cristo in Croce per riscattare il
mondo. “Padre, perché mi hai abbandonato?”. Vorrei soffrire un poco al
tuo posto. Ma davanti a questo mistero enorme Lui vuole solo il nostro
“sì”. Non importa se lo diciamo male».
Siamo con Cristo in Croce
per riscattare il mondo. La teologia paolina illumina Benedetta: «Ora io
sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò
che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo
corpo che è la Chiesa». (Colossesi 1,24)
Il significato è chiaro:
Cristo ha portato con sé sulla croce i dolori e le sofferenze di ogni
uomo dando ad esse un valore redentivo, di “corredenzione”: offerte
insieme alle sue al Padre, esse sono “salvifiche” per l’offerente e per
tutti coloro a beneficio dei quali sono offerte.
Come le preghiere.
Chi crede sa che l’intercessione continua di chi vive in clausura va a
beneficio reale di tante persone, vive e defunte. Questo vale per ogni
preghiera di intercessione. S. Teresa di Gesù Bambino divenne patrona
delle Missioni per questa duplice offerta, di preghiera e di sacrificio,
a beneficio dei missionari.
Le parole di Benedetta al ritorno
dal secondo viaggio a Lourdes furono: «Ed io mi sono accorta, più che
mai, della ricchezza del mio stato, e non desidero altro che
conservarlo. È stato questo il miracolo di Lourdes, quest’anno».
Non
desiderava star male. Benedetta voleva stare con Dio, stare bene con
Lui, senza che niente diventasse talmente importante o talmente
terribile da interporsi tra lei e Lui. Perché la gioia di star bene con
Lui non era e non è paragonabile ad altre!
Don Elios Giuseppe
Mori, il 12 settembre del 1960 le scriveva: «Non misurare la tua vita
col metro della sofferenza, pensando che abbia valore solo quello che ti
costa. Il valore di ogni cosa è l’amore. Cerca di amare Dio coi
sentimenti di una figlia. Quando stai bene, gli sei vicina come quando
stai male; cerca in un caso come nell’altro di volere bene al tuo Padre
celeste».
Infatti Benedetta non riteneva che quella fosse l’unica
via di santificazione. Sua sorella Manuela, era ballerina del teatro
alla Scala di Milano. Tutta la famiglia ne andava fiera fin dai suoi
primi anni. Bimba bellissima, bionda con gli occhi verdi, era abile
nella danza, tanto da meritarsi a otto anni, per la sua performance
nell’operetta Fior di loto, non solo gli applausi dal pubblico del
teatro di Ravenna ma tutto l’entusiastico apprezzamento di Benedetta e
dei familiari; era il fiore all’occhiello della famiglia Bianchi Porro.
La sua bellezza e la sua bravura erano attributi così evidenti che
nessuno poteva metterli in discussione e Benedetta per prima era felice
di avere una sorella come lei.
Quando alla fine di febbraio 1963
fu operata e perse completamente la vista, Benedetta stette molto male e
padre Graziano dei Camilliani celebrò la S. Messa nella sua stanza
all’ospedale. Terminata la celebrazione congedò gli amici che si erano
radunati intorno al suo letto, ma volle che si trattenesse per un attimo
proprio una delle ballerine della Scala, la Lilli, cioè Liliana Cosi.
Le premeva comunicarle un messaggio a cui teneva molto, un messaggio
valido per lei e per tutte le sue colleghe, Manuela compresa: «Ricordati
Lilli, che si può essere santi ovunque ci si trovi».
I primi sei
mesi del 1963 furono mesi di passi ardui, ma decisivi. 27 febbraio:
importante intervento chirurgico. 28 febbraio: definitiva perdita della
vista. 1 marzo: per l’aggravamento delle sue condizione di salute
Benedetta riceve il sacramento dell’Unzione degli infermi. 15 aprile,
lunedì dell’angelo: si sposa la sorella Manuela. Sperimentando un
momento di abbandono, anche se di pochi attimi, Benedetta assapora
l’amaro contrasto tra la sua vita imprigionata e quella di chi sta
coronando i suoi sogni. 24-30 giugno: compie il secondo pellegrinaggio a
Lourdes con l’Oftal. «Mi sono accorta, più che mai, della ricchezza del
mio stato e non desidero altro che conservarlo» fu il risultato finale
di quel percorso serrato.
La sofferenza non le aveva spento
l’amore per la vita, la capacità di gustare le bellezze del creato.
Indimenticabile quella scena della mano che sente il calore del sole e
ne gusta tutta la magnificenza. «I giorni passano nell’attesa di Lui,
che io amo nell’aria, nel sole che non vedo più, ma che sento,
ugualmente, nel suo calore, quando entra attraverso la finestra a
scaldarmi le mani; nella pioggia che scende dal cielo per lavare la
terra».
Stava dettando quelle parole con un filo di voce perché tutto
il suo corpo era paralizzato e insensibile, tranne che in quella mano
risparmiata dalla paralisi, con la quale riusciva a comunicare con
l’esterno.
«Io penso: che cosa meravigliosa è la vita (anche nei
suoi aspetti più terribili); come la mia anima è piena di gratitudine e
amore verso Dio per questo!». Riuscire a vedere le meraviglie di Dio
dietro la scorza provocatoria del male e del dolore è un’abilità che
solo Lui può dare.
È il caso di ribadire la sua sensibilità
straordinaria, che la rendeva capace di assaporare in maniera elevata
tutte le bellezze e le gioie ma anche di percepire il dolore in forme
altrettanto acute. A tale proposito scrisse a Maria Grazia:
«Chissà
perché spesso si sente dire che più si è intelligenti e più si apprende,
meno si è felici. Non è vero, invece; non c’è felicità senza la
coscienza di essa; anzi, la coscienza della mia propria felicità mi
inebria e mi dà attimi di vera estasi spirituale». A Manuela, qualche
anno dopo, avrebbe scritto con toni di struggente nostalgia, ripensando
alla sua infanzia quando alla domenica la mamma portava i suoi bimbi a
San Mercuriale: «Come eravamo felici, allora!! E non sapevamo di
esserlo».
I suoi ultimi mesi furono intensissimi di relazioni e
di corrispondenza. Le sue lettere dettate alla mamma e quelle che
riceveva ‘tradotte’ da lei si susseguivano ad un ritmo incalzante.
Sentiva in maniera acutissima la responsabilità del tempo che le era stato assegnato: doveva sfruttarlo fino in fondo.
Ancora
in prima media, aveva composto un tema dal titolo L’orologio, che
l’insegnante aveva giudicato così: “non si può dare un voto perché è
un’opera sublime”. La morale era limpida: «dovremo rendere conto a Dio
del tempo che lui ci ha dato come un dono prezioso. Se ogni sera
pensassimo a questo, faremmo un uso migliore delle nostre giornate, e
forse non sciuperemmo neppure i minuti».
Poche ore prima di
morire le fu letto l’atto di offerta di S. Teresa con espressioni come
«… Vi ringrazio, mio Dio, di tutte le grazie che mi avete concesse, in
particolare di avermi fatto passare per il crogiolo della sofferenza…»
Da
più giovane aveva scritto: «sono triste e vuota perché tutti i miei
ideali sono ancora così lontani ma io ho bisogno di una meta più vicina
da raggiungere». E invece il desiderio riuscì a dilatarsi e la meta poté
innalzarsi grazie alla preghiera, come esercizio del desiderio! Non
c’era niente di più urgente, di più importante per lei. La sorellina
Carmen sapeva che su tutto poteva cedere con lei, ma non sul tempo
dedicato alla preghiera. E mentre pregava diventava ostensorio
inequivocabile della presenza di Dio: «Noi verremo a lui e prenderemo
dimora presso di lui».
Benedetta ci ha confermato come «l’uomo,
il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se
stessa, non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono
sincero di sé» come dice la Gaudium et spes e riprende la Salvifici
doloris. Benedetta aveva ripetutamente contemplato questa verità
centrale nell’immagine evangelica del chicco di frumento che per portare
molto frutto deve morire, e soprattutto nello svuotamento di Gesù
stesso, il Figlio di Dio che muore sulla croce. L’esempio evangelico del
chicco di grano era stato riespresso in modo efficace dal poeta indiano
Tagore nella leggenda del mendicante e del re, riferita il 18 ottobre
1963, giornata missionaria, da Carmen che l’aveva sentita da un frate in
chiesa, durante la predica. Pochi attimi prima di morire a Benedetta
tornò in mente quella leggenda e sussurrò alla mamma: «Ricordi... la
leggenda? La leggenda, ricordati…». Seguirono poche altre parole.
L’ultima fu: «Grazie».
Era il 23 gennaio 1964, alle 10,40. La morte l’aveva raggiunta nella sua
casa bianca dalle persiane verdi, a Sirmione sul lago di Garda. Una
rosa bianca, fiorita proprio quella mattina nel giardino di casa, venne
interpretata da Benedetta come un “dolce segno”, come la conferma
dell’incontro ormai imminente con il suo Signore.
Il 24 gennaio, alle ore 16 ebbero luogo i solenni funerali a Sirmione,
con un lungo corteo che accompagnò la bara, portata a spalle per tre
chilometri, fino al cimitero delle Colombare. Il giorno seguente la
salma di Benedetta venne trasferita a Dovadola e tumulata nella tomba
dei nonni materni nel locale cimitero.
Cinque anni dopo, il 22 marzo 1969 ci fu la traslazione della salma di
Benedetta alla Badia di S. Andrea in Dovadola e la collocazione dentro
un sarcofago sormontato da un altorilievo in bronzo di Angelo Biancini.
Sul sarcofago sono incise le parole di S. Teresa di Lisieux: «Non muoio,
ma entro nella vita».
I primi contatti con la Congregazione dei Santi per aprire la Causa di
beatificazione di Benedetta furono presi dal postulatore incaricato,
padre Bernardino da Siena, nel 1971. La professoressa Anna Cappelli,
anima del gruppo degli Amici di Benedetta sorto di recente, seguì da
quel momento ogni passo dell’iter che approdò il 12 dicembre 1971
all’apertura della Causa nella cattedrale di Forlì.
Dovettero però trascorrere cinque anni prima che potesse aver luogo la
solenne apertura del “Processo cognizionale per la causa di
canonizzazione” della Serva di Dio Benedetta Bianchi Porro, evento che
si svolse il 25 gennaio 1976 nel duomo di Forlì, sotto la presidenza del
vescovo Giovanni Proni. La chiusura del processo fu celebrata l’anno
seguente, il 19 giugno 1977, sempre nella cattedrale di Forlì.
Il 23 dicembre 1993 Giovanni Paolo II promulgò il Decreto sulla eroicità
delle virtù di Benedetta Bianchi Porro, confermando il parere unanime e
positivo della Congregazione per le cause dei Santi. Benedetta venne
così dichiarata Venerabile.
Rileggiamo e meditiamo la poesia di Rabindranath Tagore che tornò alla
mente di Benedetta nei suoi ultimi istanti di vita. Il contenuto è
squisitamente evangelico. Se l’uomo si ritrova nel dono di sé, quando
Dio gli offre la possibilità di farlo in forma fecondissima e perfetta,
gli sta offrendo il più prezioso dei regali.
Ero andato mendicando d’uscio in uscio
lungo il sentiero del villaggio,
quando il tuo cocchio dorato
apparve in lontananza
come un magnifico sogno
e mi chiesi chi fosse
questo Re di tutti i re!
Le mie speranze crebbero, e pensai
che i brutti giorni fossero passati,
e rimasi in attesa di doni non richiesti,
di ricchezze profuse da ogni parte.
Il tuo cocchio si fermò vicino a me.
Mi guardasti e scendesti sorridendo.
Sentivo che alfine era arrivata
la fortuna della mia vita.
Poi, all’improvviso,
mi stendesti la mano
chiedendo: « Che cos’hai da darmi? »
Quale gesto regale fu il tuo!
stendere la mano a un mendicante
per mendicare!
Rimasi indeciso e confuso.
Poi estrassi dalla mia bisaccia
il più piccolo chicco di grano
e te lo offersi.
Ma quale non fu la mia sorpresa
quando, finito il giorno, vuotai
la mia bisaccia per terra e trovai
un granellino d’oro
nel mio povero mucchio!
Piansi amaramente e desiderai
di aver avuto il coraggio
di donarti tutto quello che avevo.
«In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in
terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto»
(Giovanni 12,24). Questa parola di Gesù si è realizzata pienamente in
Benedetta, desiderosa di diventare qualche cosa di grande, e pervenuta a tale meta per una strada non prevista, non cercata ma riconosciuta, accettata e percorsa fino in fondo.
«Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché
andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Giovanni 15,16).