CONSULTA L'INDICE PUOI TROVARE OLTRE 4000 ARTICOLI

su santi,filosofi,poeti,scrittori,scienziati etc. che ti aiutano a comprendere la bellezza e la ragionevolezza del cristianesimo


Visualizzazione post con etichetta Stein. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Stein. Mostra tutti i post

mercoledì 25 febbraio 2026

Edith Stein

 La brillante filosofa che a 14 anni rifiutò Dio diventò una santa, morta ad Auschwitz.

Ma ciò che fece nei suoi ultimi giorni è ciò che spezza davvero il cuore.


Edith Stein nacque nel 1891, ultima di undici figli, in una famiglia ebrea profondamente religiosa. A sei anni si presentò da sola a scuola e chiese di essere iscritta direttamente in prima elementare. La lasciarono entrare.


A quattordici anni guardò sua madre e pronunciò cinque parole:

«Sono atea.»


Niente più preghiere. Niente più sinagoga. Niente più Dio.


Sua madre pianse. Edith no. Cercava la verità, e pensava di trovarla nella ragione.


Divorò la filosofia. Le sue domande erano così taglienti che molti professori faticavano a starle dietro. Andò a studiare con Edmund Husserl, uno dei più grandi filosofi del suo tempo.


Poi arrivò la Prima guerra mondiale.


Mentre molti colleghi partivano per il fronte, Edith si offrì volontaria come infermiera della Croce Rossa, scegliendo il reparto malattie infettive. Per mesi assistette soldati morenti. Scriveva lettere per mani troppo deboli per farlo. Puliva ferite che altri non avrebbero sopportato di vedere.


Ricevette una medaglia al merito.


Dopo la guerra concluse il dottorato sull’empatia con il massimo dei voti. Il suo lavoro era rivoluzionario.


Poi iniziò a candidarsi per cattedre universitarie.


Rifiuto dopo rifiuto.


Il motivo? Non era un uomo.


Nel 1921, durante una visita ad amici, prese casualmente un libro dallo scaffale: l’autobiografia di Teresa d’Ávila.


Iniziò a leggerla dopo cena. Lesse tutta la notte. All’alba chiuse il libro e sussurrò:

«Questa è la verità.»


Il 1° gennaio 1922 fu battezzata cattolica.


Sua madre soffrì profondamente. «Hai abbandonato il tuo popolo», le disse. Edith continuò comunque ad accompagnarla in sinagoga, pregando con lei.


Per anni insegnò e tenne conferenze in tutta Europa, diventando una voce autorevole sull’educazione e la dignità delle donne.


Poi nel 1933 Hitler salì al potere.


Le leggi razziali la esclusero dall’università. Perse il lavoro.


Scrisse a Papa Pio XI, chiedendo una condanna pubblica della persecuzione contro gli ebrei. La risposta fu formale, ma senza azioni concrete.


Entrò nel Carmelo di Colonia, prendendo il nome di Teresa Benedetta della Croce. Scrisse che la Croce era il destino del popolo di Dio.


Dopo la Notte dei Cristalli fu trasferita in un monastero nei Paesi Bassi per maggiore sicurezza. Anche sua sorella Rosa, convertita al cattolicesimo, era con lei.


Nel luglio 1942 i vescovi olandesi condannarono pubblicamente la persecuzione nazista contro gli ebrei.


La risposta fu immediata: arresto di tutti gli ebrei convertiti al cattolicesimo.


Il 2 agosto 1942 la Gestapo arrivò al monastero.


Rosa era terrorizzata. Edith le prese la mano.


A Westerbork, campo di transito, i testimoni raccontarono qualcosa di straordinario: mentre molti crollavano per la disperazione, Edith si muoveva con calma. Lavava i bambini. Pettinava i loro capelli. Raccontava storie.


Un funzionario olandese tentò di salvarla.


Lei rifiutò.


«Perché dovrei essere un’eccezione? Condividerò il destino dei miei fratelli e sorelle.»


Il 9 agosto 1942, a 50 anni, Edith Stein e sua sorella furono uccise nelle camere a gas del campo di concentramento di Auschwitz.


Nel 1998 Papa Giovanni Paolo II la proclamò santa.


Ciò che la rende indimenticabile non è solo come morì, ma come visse.


L’adolescente atea.

La filosofa brillante discriminata per il suo genere.

La donna ebrea divenuta monaca cattolica.


E soprattutto la donna che, in un campo di transito, invece di cercare di salvarsi, scelse di lavare il volto di un bambino spaventato e raccontargli una storia per farlo dormire.


Dopo una vita intera trascorsa a cercare la verità, la trovò.


Non nei libri.


Nell’amore.

lunedì 11 agosto 2025

Nell'aridità e nel vuoto l'anima diventa umile

 


Nell'aridità e nel vuoto l'anima diventa umile. 

L'orgoglio di un tempo sparisce quando in se stessi non si trova più nulla che dia l'autorizzazione a guardare gli altri dall'alto in basso. L'anima deve considerare l'aridità e il buio come buoni presagi: come segni che Iddio le sta al fianco, liberandola da se stessa, strappandole di mano l'iniziativa. ☘️♥️


La donna cerca naturalimente di abbracciare ciò che è vivente, personale, integro. 

Curare, custodire, proteggere, nutrire e favorire la crescita è il suo anelito naturale, materno.


EDITH STEIN

Edith Stein 1931

lunedì 12 agosto 2024

Nell'aridità e nel vuoto l'anima diventa umile

 Nell'aridità e nel vuoto l'anima diventa umile. L'orgoglio di un tempo sparisce quando in se stessi non si trova più nulla che dia l'autorizzazione a guardare gli altri dall'alto in basso. L'anima deve considerare l'aridità e il buio come buoni presagi: come segni che Iddio le sta al fianco, liberandola da se stessa, strappandole di mano l'iniziativa.


Edith Stein 1931

sabato 20 aprile 2024

 „Il Cielo non prende niente senza ripagare smisuratamente.“ 💙💖

(Edith Stein)

lunedì 5 dicembre 2022

Chi sei dolce Luce, che mi colmi e rischiari l'oscurità del cuore?

 Chi sei dolce Luce, che mi colmi

e rischiari l'oscurità del cuore?

Tu mi conduci come la mano di una Madre,

se tu mi lasciassi,

non saprei più muovere un passo.

Tu sei lo spazio,

che racchiudi e custodisci il mio essere.

Abbandonato da Te affonderebbe nell'abisso del nulla, da cui Tu l'hai tratto all'essere.

Tu, più vicino a me di me stessa,

più interiore del mio stesso profondo interiore

eppure imprendibile ed inafferrabile

fai scaturire ogni nome:

Santo Spirito Eterno Amore!


EDITH STEIN, 18 Maggio 1937

domenica 30 ottobre 2022

So di essere sostenuta


Pur  essendo  innegabile  che  il  mio  essere  è  un  essere  fugace  e  prorogato  di attimo  in  attimo,  esposto  all’eventualità  del  non  essere,  questo  fatto corrisponde  ad  un  altro,  altrettanto  innegabile:  malgrado  la  mia  fugacità, io   sono  e  sono  mantenuta  in  vita  di  attimo  in  attimo,  e  nel  mio  essere fugace  contengo  un  essere  duraturo.  So  di  essere  sostenuta  e  qui  sta  il  mio riposo  e  la  mia  sicurezza  –  non  la  sicurezza  dell’uomo  maturo  che  sta  su  un terreno  che  è  solido  in  virtù  delle  proprie  forze,  ma  la  beata  sicurezza  del bambino  sorretto  da  un  braccio  forte  –,  che  in  pratica  è  una  sicurezza  non meno  ragionevole.  Sarebbe  forse  'ragionevole'  quel  bambino  che  vivesse costantemente  nell’angoscia  che  la  mamma  lo  lasci  cadere?16. No.  Quindi: Se  per  bocca  del  profeta  Dio  mi  dice  che  mi  è  più  fedele  del  padre  e  della madre,  anzi  che  Egli  è  lo  stesso  Amore,  allora  devo  ammettere  che  la  mia fiducia  nel  braccio  che  mi  sostiene  è  ragionevole  e,  al  contrario,  è  stolta  la mia  paura  di  cadere  nel  nulla,  a  meno  che  non  sia  io  stessa  a  staccarmi  dal braccio che mi protegge Edith Stein

CO-REDENTORI CON CRISTO - Dagli scritti di Santa Teresa Benedetta della Croce (Stein), Carmelitana Scalza, Martire.

"Chi appartiene a Cristo deve vivere fino in fondo tutta la vita di Cristo. Deve crescere sino alla maturità di Cristo, deve intraprendere la Via Crucis, deve passare per il Getsemani e per il Golgota. E tutte le sofferenze che possono venirgli dall’esterno sono nulla a paragone della notte oscura dell’anima, quando la luce divina non brilla più e la voce del Signore non si ode più. Dio è sempre là, ma sta nascosto.

Cristo è Dio e Uomo, e chi ha parte con Lui, deve aver parte a una vita divina e umana. La natura umana, che egli assunse, gli diede la possibilità di soffrire e di morire. La natura divina, ch’egli possedeva ab eterno, conferì alla sofferenza e alla morte un valore infinito e un potere espiatorio, redentivo. Le sofferenze e la morte del Cristo proseguono nel suo Corpo mistico, e in ognuna delle membra di esso. Soffrire e morire è il destino di ogni uomo. Ma se egli è un membro vivo del Corpo mistico di Cristo, il suo soffrire e il suo morire assumono per tramite della divinità del capo un valore espiatorio, co-redentivo. Non si tratta di una bramosia perversa di soffrire. Agli occhi della razionalità naturale appare una perversione. Alla luce del mistero della Redenzione si rivela super-razionale, somma ragionevolezza. Così, colui che è legato a Cristo persevererà anche nella notte oscura della soggettiva lontananza da Dio e assenza di Dio; forse l’economia divina della salvezza impiega i suoi tormenti per liberare qualcuno che è oggettivamente incatenato dal peccato. Perciò: Fiat voluntas tua! (sia fatta la tua volontà) Anche, e anzi proprio in seno alla notte più tenebrosa..."

Edith Stein, "La vita come totalità", tr. di Teresa Franzosi, Città Nuova Editrice, Roma pp. 204.2056
L'attenzione è la forma più rara e più pura della generosità.
La capacità di prestare attenzione è cosa rarissima, difficilissima; è quasi un miracolo, è un miracolo. 
Quasi tutti coloro che credono di avere questa capacità, non l'hanno. Il calore, lo slancio del sentimento, la pietà non bastano.
Nella prima leggenda del Graal è detto che il Graal apparterrà a chi per primo dirà al custode della pietra : "Qual è il tuo tormento?".
La pienezza dell’amore del prossimo è semplicemente l’essere capaci di domandargli: “Qual è il tuo tormento?”.
Per questo è sufficiente, ma anche indispensabile, saper posare su di lui un certo sguardo.

Simone Weil

domenica 21 agosto 2022

Preghiera

 Preghiera

<<Chi sei tu, dolce luce che mi riempie          e rischiara l'oscurità del mio cuore?  

 Tu mi guidi come mano materna e se mi abbandonassi non saprei fare più nessun passo. 

Tu sei lo spazio che circonda il mio essere e lo racchiude in sé. Da te lasciato, cadrebbe nell'abisso del nulla, dal quale tu l'hai elevato alla Luce. 

Tu, più vicino a me di me stessa, e più intimo del mio intimo, e tuttavia inafferrabile ed incomprensibile che oltrepassi ogni nome: Spirito Santo, Amore eterno»

Edith Stein

lunedì 25 gennaio 2021


Il tu vive solo col noi

“Ho sempre saputo, già quando ero ragazzina, che soltanto l'amore può darmi la sensazione di esistere realmente. E questo scatenava in me la paura terribile di dissolvermi”; “L’uomo può essere in armonia con se stesso se esiste un accordo di due o più suoni; per essere uno egli ha bisogno degli altri. Solo nel rapporto con gli altri egli può vivere l’esperienza della libertà” (Hannah Arendt).


“Tutto si riduce all'amore, perchè alla fine saremo giudicati sull'amore” (Edith Stein)

martedì 25 dicembre 2018

Natale non è cosa da “cattolici che fanno i propri doveri”. È un “rivoluzionamento” di tutta la vita



Natale non è cosa da “cattolici che fanno i propri doveri”. È un “rivoluzionamento” di tutta la vita


  • 7
    Shares
Nativita-Giotto“Il Mistero del Natale” (testo pronunciato da Edith Stein in occasione di una conferenza tenuta nel 1931, a Ludwigshafen)
Dove il Bambino divino intenda condurci sulla terra è cosa che non sappiamo e a proposito della quale non dobbiamo fare domande prima del tempo. Una cosa sola sappiamo, e cioè che a quanti amano il Signore tutte le cose ridondano in bene. E inoltre che le vie, per le quali il Signore conduce, vanno al di là di questa terra. Se mettiamo le nostre mani nelle mani del Bambino divino e rispondiamo con un “sì” al suo “Seguimi”, allora siamo suoi, e libera è la via perché la sua vita divina possa riversarsi in noi.
Questo è l’inizio della vita divina in noi. Essa non è ancora la contemplazione beata di Dio nella luce della gloria; è ancora l’oscurità della fede, però non è più di questo mondo ed è già un’esistenza nel regno di Dio. La vita divina, che viene accesa nell’anima, è la luce che è venuta nelle tenebre, il miracolo della notte santa. Chi la porta in sé capisce quando se ne parla. Invece per gli altri tutto quello che possiamo dire al riguardo è solo un balbettio incomprensibile. Tutto il vangelo di Giovanni è un balbettio del genere a proposito della luce eterna, che è amore e vita. Dio in noi e noi in lui, questa è la nostra partecipazione al regno di Dio, che ha nell’incarnazione la sua base.
L’amore di Cristo non conosce confini, non viene mai meno, non si ritrae di fronte all’abbiezione morale e fisica. Cristo è venuto per i peccatori e non per i giusti. E se il suo amore vive in noi, allora agiamo come lui e andiamo dietro alla pecorella smarrita. Essere figli di Dio significa camminare dando la mano a Dio, fare la volontà di Dio e non la propria, riporre nelle sue mani ogni preoccupazione e speranza, non affannarsi più per sé e per il proprio futuro. Questa è la base della libertà e della gioia del figlio di Dio.
19981011_teresa_benedetta_della_croceLa fiducia in Dio rimane incrollabile solo se essa include la disponibilità ad accogliere qualunque cosa dalla sua mano. Dio solo infatti sa quel che è bene per noi. Se lo facciamo, allora possiamo vivere il presente senza lasciarci turbare dal futuro. Il “sia fatta la tua volontà”, in tutta la sua estensione deve essere il criterio della vita cristiana. Esso deve scandire la giornata dal mattino alla sera, il corso dell’anno e di tutta la vita. E deve quindi essere anche l’unica preoccupazione del cristiano. Tutte le altre il Signore le prende su di sé. Nell’età infantile della vita spirituale, quando abbiamo appena cominciato ad affidarci alla guida di Dio, sentiamo la sua mano forte e robusta che ci conduce; vediamo con estrema chiarezza quanto dobbiamo fare e tralasciare. Ma la situazione non rimane sempre così. Chi appartiene a Cristo deve vivere tutta la sua vita. Deve maturare fino all’età adulta di Cristo, imboccare un giorno la via della croce, dirigersi al Getsemani e al Golgota. E tutte le sofferenze che provengono dall’esterno sono un nulla a paragone della notte oscura dell’anima, allorché la luce divina non brilla più e la voce del Signore tace. Perché fa così? Siamo qui di fronte ai suoi misteri, misteri che non possiamo penetrare fino in fondo. Un po’ però li possiamo già perscrutare. Dio è divenuto uomo per farci di nuovo partecipare alla sua vita. Partecipazione che era al principio e che è l’ultimo fine.
Ma nell’intervallo c’è ancora qualcos’altro. Cristo è Dio e uomo, e chi vuol partecipare alla sua vita, deve prender parte alla sua vita divina e umana. La natura umana da lui assunta gli diede la possibilità di soffrire e morire. La natura divina, da lui posseduta dall’eternità, conferì alla sua passione e morte un valore infinito e la capacità di compiere la redenzione. La passione e morte di Cristo continuano nel suo corpo mistico e in ognuna delle sue membra. Ogni uomo deve soffrire e morire. Ma se egli è un membro vivo del corpo di Cristo, la sua sofferenza e la sua morte diventano, grazie alla divinità del capo, redentrici.
Il Bambino divino è diventato il Maestro e ci ha detto che cosa dobbiamo fare. Per permeare tutta una vita umana di vita divina non basta inginocchiarsi davanti alla mangiatoia e lasciarsi prendere dall’incanto della notte santa. A questo scopo bisogna stare quotidianamente in contatto con Dio per tutta la vita, ascoltare le parole che egli ha pronunciato e che ci sono state tramandate e metterle in pratica. “Chiedete e vi sarà dato”. E’ una sicura promessa di esaudimento.
Inoltre Cristo non ci ha lasciati orfani. Ha inviato il suo Spirito, che insegna a tutti noi la verità. Ha fondato la Chiesa, che è guidata dal suo Spirito, e ha istituito in essa i suoi rappresentanti, dalla cui bocca il suo Spirito ci parla in parole umane.
“E il Verbo si fece carne”. Ciò è divenuto verità nella stalla di Betlemme. Ma si è adempiuto anche in un’altra forma. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. Come il corpo terreno ha bisogno del pane quotidiano, così anche la vita divina aspira in noi ad essere continuamente alimentata. “Questo è il pane vivo che è disceso dal cielo”. Chi lo fa veramente il suo pane quotidiano, in lui si compie quotidianamente il mistero del Natale, l’incarnazione del Verbo. E questa è indubbiamente la via più sicura per conservare ininterrottamente l’unione con Dio e radicarsi ogni giorno sempre più saldamente e profondamente nel corpo mistico di Cristo.
Lungo è il cammino per passare dall’autocompiacimento del “buon cattolico”, che “compie i suoi doveri”, ma per il resto fa come gli piace, ad una vita che si lascia guidare per mano di Dio ed è caratterizzata dalla semplicità del bambino e dall’umiltà del pubblicano. Chi però l’ha imboccata una volta, non lo rifà più a ritroso: sarà un rivoluzionamento di tutta la loro vita interiore ed esteriore.

domenica 26 aprile 2015

la beata sicurezza del bambino sorretto da un braccio forte

la beata sicurezza del bambino sorretto da un braccio forte 
***
Pur essendo innegabile che il mio essere è un essere fugace e prorogato di attimo in attimo, esposto all’eventualità del non essere, questo fatto corrisponde ad un altro, altrettanto innegabile: malgrado la mia fugacità, io sono e sono mantenuta in vita di attimo in attimo, e nel mio essere fugace contengo un essere duraturo. So di essere sostenuta e qui sta il mio riposo e la mia sicurezza – non la sicurezza dell’uomo maturo che sta su un terreno che è solido in virtù delle proprie forze, ma la beata sicurezza del bambino sorretto da un braccio forte –, che in pratica è una sicurezza non meno ragionevole. Sarebbe forse 'ragionevole' quel bambino che vivesse costantemente nell’angoscia che la mamma lo lasci cadere? No. Quindi: Se per bocca del profeta Dio mi dice che mi è più fedele del padre e della madre, anzi che Egli è lo stesso Amore, allora devo ammettere che la mia fiducia nel braccio che mi sostiene è ragionevole e, al contrario, è stolta la mia paura di cadere nel nulla, a meno che non sia io stessa a staccarmi dal braccio che mi protegge Edith Stein

sabato 17 agosto 2013

amore e verità

amore e verità
***
"Non accettate nulla come verità che sia privo di amore.
E non accettate nulla come amore che sia privo di verità!
L’uno senza l’altra diventa una menzogna distruttiva"


*S. Teresa Benedetta della Croce – Edith Stein*

" 'Ama il prossimo tuo come te stesso'. So che dipende sempre da me e non da lui...si deve permettere ad ognuno di essere così com'è...dobbiamo renderci veramente liberi dagli altri e insieme dobbiamo lasciarli liberi " 
Edith Stein

sabato 19 gennaio 2013

 ***
"Non accettate nulla come veritá che sia privo di amore.
 E non accettate nulla come amore che sia privo di veritá.
 L'uno senza l'altra diventa una menzogna
                               distruttiva"                              

(Edith Stein)

venerdì 16 novembre 2012

Gertrud von Le Fort: scrittura e trascendenza

Gertrud von Le Fort: scrittura e trascendenza

***

di MARIA DI LORENZO

Quando Edith Stein decise di lasciare il mondo per entrare nel Carmelo di Colonia furono in molti a stupirsi di quella scelta: lei che era stata una filosofa, un’intellettuale, con il suo grande bagaglio culturale e un passato di brillante studiosa, abbandonava ogni cosa per inabissarsi in una vita totalmente povera, oscura, senza privilegi. Una vita nascosta, fatta di immolazione e di sacrificio. Tante persone allora le scrivevano e cominciarono a farle visita, secondo le possibilità e gli orari del Carmelo, e tra queste la scrittrice tedesca Gertrud von Le Fort, una aristocratica protestante che a Roma si era convertita al cattolicesimo, autrice di romanzi assai famosi, fra cui L’ultima al patibolo. Un giorno Gertrud andò a trovare la Stein al convento per vedere con i propri occhi se Edith fosse davvero felice al Carmelo: davanti a sé trovò una creatura radiosa, trasfigurata dalla gioia.

Gertrud von Le Fort, la “più grande poetessa trascendentale contemporanea“, ed Edith Stein, “la più grande donna nel cielo dei filosofi tedeschi” del Novecento, come le definirono i loro contemporanei, divennero amiche. Erano due convertite: l’una dal protestantesimo, l’altra dall’ebraismo. Fu il padre gesuita Erich Przywara il mediatore, per così dire, di questa singolare amicizia umana ed intellettuale. La scrittrice tedesca ebbe a dire: “Nella mia vita ho visto solo due volte un volto umano che mi travolgesse: suor Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, e Papa Pio X”.
Gertrud von Le Fort nacque nel 1876 in Westfalia. Il padre era un ufficiale prussiano, e lei potè studiare privatamente fino all’età di 14 anni in casa per poi intraprendere alcuni viaggi. Studiò Teologia evangelica, filosofia e storia, ma senza immatricolarsi perché priva del titolo statale per accedere all’Università. Nel 1914 frequentò ad Heidelberg un seminario del giovane C. Jaspers dedicato a Kierkegaard e la definì “la tappa più importante e decisiva della mia vita”.
Allieva prediletta del celebre filosofo delle religioni Ernst Troeltsch, del quale nel 1925 curò la pubblicazione del libro Dottrina della fede (Glaubenslehre), la coltissima baronessa tedesca di confessione protestante abbracciò la fede cattolica durante un viaggio a Roma quando era alla soglia dei cinquant’anni. Evento misterioso e segreto, come ogni conversione che si rispetti, ma di cui abbiamo una lieve traccia in uno dei suoi testi: “Quel vecchio, rigido crocefisso a metà cancellato, quel crocefisso della più cadente basilica di Roma, vuota di preghiere improvvisamente mi aperse le braccia e mi costrinse a inginocchiarmi. Mi sembrò che qualcuno alzasse una tenda sul fondo della mia anima, in cui riconobbi, simile a stigmata d’amore, la stessa immagine dinanzi alla quale mi trovavo inginocchiata: ricevuta, rinnegata, dimenticata eppure intatta, perché quell’amore si era conservato per me”.
E ancora lei scrive: “Sapevo che né in cielo né in terra né fino alla fine dei tempi né nell’eternità, mai vi potrebbe essere cosa alcuna capace di eguagliare quell’amore in forza e dolcezza. Avviluppata ad esso, strappata a me stessa, e già quasi immersa nella sua immensità, credetti di morire. Ma lo stesso infinito mi teneva in vita con un comando dolce e commovente: amami ancora“.
Soltanto un anno prima della sua conversione, e forse non a caso, Gertrud von Le Fort aveva pubblicato gli Inni alla Chiesa (Hymnen an die Kirche), versi solenni come Salmi, che della Chiesa cantavano nascita e natura, missione e santità, amore e destino. Esaltandone l’eterna, universale e soprannaturale potenza ordinatrice, l’autrice intendeva riconoscere alla Chiesa il fatto di aver raccolto e purificato in sé ogni pensiero e fermento religioso della storia millenaria del mondo. Pagano o profano, ateo o agnostico fosse stato il passato contesto dell’intera umana avventura, da Cristo in poi tutto è stato posto sotto il segno della Redenzione del mondo.
“Poetessa della trascendenza”, l’ha definita il critico P. Ferdinando Castelli SJ. Per la forte tensione metafisica che pervade tutta la sua opera, per il rigore della ricostruzione storica che molto spesso le fa da sfondo, per il vigore dell’ideale cristiano cui questa si ispira nonché dei personaggi in cui si incarna, oltre che per la profondità dell’analisi psicologica, la Von Le Fort è senza dubbio una delle figure più interessanti della cultura cattolica tedesca del secolo scorso. La sua opera narrativa forse più importante, L’ultima al patibolo (1931), su una vicenda di suore ghigliottinate durante la rivoluzione francese, da cui successivamente lo scrittore francese Georges Bernanos trasse ispirazione per I dialoghi delle carmelitane, la rese celebre in tutto il mondo.
Le sue pagine vengono accostate senza esitazioni a quelle di Claudel, Bernanos, Mauriac, Dostoevskij, Péguy. Prolifica e raffinata, Gertrud von Le Fort fu autrice di oltre venti libri, raccolte di poesie, romanzi e racconti che, tra l’altro, sembra abbiano contato molto anche nella formazione culturale di Joseph Ratzinger. Nel 1949 Hermann Hesse, insieme con Martin Buber, la propose per il premio Nobel. Prima della conversione aveva scritto gli Inni alla Chiesa. Dopo scriverà molti romanzi, fra i quali: La fontana di Roma (in due riprese: Il lino della Veronica, 1928 e La corona degli angeli, 1946), Il Papa del Ghetto (1930), Le nozze di Magdeburgo (1938), La donna eterna (1934), L’estasi di suor von Barby (1940), La Consolata (1947), La figlia di Farinata (1950).
Il fascino delle opere della scrittrice è quello di seminare elementi biografici nei suoi scritti, ma di non lasciare traccia autobiografica, tanto che i critici hanno a lungo cercato ed indagato, e chiesto a contemporanei che la conobbero di persona, e perlustrato archivi ed articoli alla ricerca di elementi biografici. Rimane a nostro avviso una lettera assai significativa, vergata di pugno della stessa Gertrud, e datata 27 dicembre 1947, in cui rivolgendosi ad una studentessa laureanda sulle sue opere, la scrittrice spiega che “di autobiografico esiste poco, perché io credo che l’autore sia responsabile di fronte al pubblico con la sua opera e non con la sua persona… Del resto – lei dice – questo mio modo di comportarmi è in stretta relazione con il mio libro “La donna eterna” e cioè non si può esigere che caratteristica della missione della donna sia il velo senza che essa lo porti”.
La scrittrice pensava alla donna come al canale dei grandi misteri del cristianesimo nel mondo: la nascita di Cristo, l’annuncio della Pasqua, la discesa dello Spirito Santo che “mostra l’uomo nell’atteggiamento femminile di chi riceve”, e che è la “cellula primogenita della Chiesa”. Il femminile che innerva tutta la creazione, come viene bene espresso in “La donna eterna”.
E a buon ragione allora Bonaventura Tecchi potè parlare di un “velo” che si stende su tutta l’opera dell’autrice tedesca: caratteristica e compito della donna è di conservare cioè un velo, qualcosa di misterioso, non solo nel suo corpo ma anche nella sua anima, nell’abbandono e nella dedizione, nell’amore totale, come accadde a Maria quando pronunciò il suo Fiat. Maria, la Donna per eccellenza, da Gertrud tanto amata e che aveva celebrato nei suoi splendidi versi: “Rallegrati, vergine Maria,/ figlia della mia terra,/ sorella dell’anima mia,/ rallegrati, gioia della mia gioia./ Sono come un vagabondo nella notte,/ ma tu sei un tetto sotto il firmamento./ Sono una coppa assetata,/ ma tu sei il mare aperto del Signore./ Rallegrati Vergine Maria,/ ala della mia terra,/ corona dell’anima mia;/ rallegrati, gioia della mia gioia:/ felici coloro che ti proclamano felice!”.
(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved
Articolo pubblicato sul mensile “Madre di Dio” – ottobre 2011

lunedì 27 agosto 2012

EDITH STEIN: itinerario di conversione


EDITH STEIN:
itinerario di conversione

L’11 ottobre 1998 Giovanni Paolo II ha regalato una nuova santa alla Chiesa e all’umanità. È Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein.
Ha avuto un itinerario intellettuale e spirituale molto interessante, che ne fa una delle grandi figure di questo nostro secolo. Di famiglia ebrea, Edith era di intelligenza brillante (in famiglia la chiamavano “die kluge Edith” cioè Edith l’intelligente). All’età di 12 anni – racconta lei stessa – abbandona la fede “per affermarsi come essere autonomo”. A 21 anni si dichiara agnostica: “Mi sento incapace di credere all’esistenza di Dio”. Poi l’incontro con E. Husserl e la sua fenomenologia nell’Università di Gottinga. Edith sta lentamente cambiando. La sua ricerca appassionata della verità la vive come una intensa preghiera. Dirà lei stessa: “Lo studio è la mia preghiera”. Il suo itinerario spirituale si conclude a trent’anni con la conversione al cattolicesimo.
Tre “esperienze” o testimonianze sembrano essere state determinanti nel processo della sua conversione. La prima fu la visita ad Anne Reinach, la giovane vedova di un suo collega filosofo morto in guerra. Invitata dalla sua amica a casa per riordinare le carte e gli appunti del marito in vista di una pubblicazione, Edith si aspettava una donna in preda alla disperazione per una perdita così grave. Trovò invece Anne addolorata sì ma serena e sorridente: era sostenuta dalla fede. Scriverà Edith: “Fu il mio primo incontro con la Croce, la mia prima esperienza della forza divina che dalla Croce emana e si comunica a quelli che l’abbracciano...”.
Secondo quadro. Duomo di Friburgo, Edith con un gruppo di amici. Mentre sostavano in rispettoso silenzio, entrò una donna con la borsa della spesa, e si inginocchiò per una breve preghiera. Scrisse Edith: “Per me si trattava di una cosa assolutamente nuova. Nelle sinagoghe o nelle chiese protestanti che avevo visitato, si andava solo per il servizio divino.
Qui invece si veniva nella chiesa vuota, in mezzo alle quotidiane occupazioni di un giorno di lavoro, come per un intimo colloquio. È una cosa che non ho potuto dimenticare”.
Terzo episodio, decisivo, in casa di amici nell’estate del 1921. Una sera si recò alla biblioteca. Scrisse lei stessa: “Senza scegliere, presi il primo libro che mi capitò sotto mano: era un grosso volume che portava il titolo “Vita di S. Teresa scritta da lei medesima”. Ne cominciai la lettura e ne rimasi talmente presa che non l’interruppi fino alla fine. Quando lo chiusi, dovetti confessare a me stessa: “Questa è la verità”. Poco tempo dopo ricevette il battesimo, diventando cattolica.
Anne Reinach, la donna di Friburgo, Santa Teresa: tre donne che con la loro testimonianza hanno aiutato Edith nel suo itinerario spirituale.
                                                                                         
MARIO SCUDU

domenica 22 aprile 2012

Sono io, non temete


« Sono io, non temete »
                ***                 

Signore quanto alte sono le onde,
quanto oscura è la notte!
Non vorresti illuminarla
per me che veglio solitaria?

– Tieni saldamente il timone,
abbi fiducia e conserva la calma.
La tua barca è preziosa ai miei occhi,
voglio condurla a buon porto.

Tieni continuamente
gli occhi fissi alla bussola.
Essa aiuta a giungere alla meta
attraverso notti e tempeste.

L'ago della bussola
pur oscillando resta fermo.
Ti mostrerà la rotta
che voglio vederti fare.

Abbi fiducia e conserva la calma:
attraverso notti e tempeste
la volontà di Dio, fedele,
ti guida, se veglia il tuo cuore.

 Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein] (1891-1942),
carmelitana, martire, compatrona d'Europa
Poesia : « Am Steuer » / « Al timone », 1940

giovedì 23 febbraio 2012

Stein


Chi sei tu?
***
Chi sei tu, dolce luce, che mi riempie
e rischiara l’oscurità del mio cuore?
Tu mi guidi come mano materna e mi lasci libera.
Tu sei lo spazio che circonda
il mio essere e lo racchiudi in sé.
Da te lasciato cadrebbe nell’abisso del nulla,
dal quale tu lo elevi all’essere.
Tu, più vicino a me di me stessa,
e più intimo del mio intimo,
e tuttavia inafferrabile ed incomprensibile
che fai esplodere ogni nome:
Spirito Santo, Amore eterno.

Edith Stein

Postato da: giacabi a 22:20 | link | commenti
stein

domenica, 15 agosto 2010

Teresa Benedetta della Croce Edith Stein (1891-1942) edith_stein
monaca, Carmelitana Scalza, martire  
 
 
 
"Ci inchiniamo profondamente di fronte alla testimonianza della vita e della morte di Edith Stein, illustre figlia di Israele e allo stesso tempo figlia del Carmelo. Suor Teresa Benedetta della Croce, una personalità che porta nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo, una sintesi ricca di ferite profonde che ancora sanguinano; nello stesso tempo la sintesi di una verità piena al di sopra dell'uomo, in un cuore che rimase così a lungo inquieto e inappagato, "fino a quando finalmente trovò pace in Dio"", queste parole furono pronunciate dal Papa Giovanni Paolo II in occasione della beatificazione di Edith Stein a Colonia, il 1° maggio del 1987.
 
Chi fu questa donna?
 
Quando il 12 ottobre 1891 Edith Stein nacque a Breslavia, quale ultima di 11 figli, la famiglia festeggiava lo Yom Kippur, la maggior festività ebraica, il giorno dell'espiazione. " Più di ogni altra cosa ciò ha contribuito a rendere particolarmente cara alla madre la sua figlia più giovane ". Proprio questa data della nascita fu per la carmelitana quasi un vaticinio.
 
Il padre, commerciante in legname, venne a mancare quando Edith non aveva ancora compiuto il secondo anno d'età. La madre, una donna molto religiosa, solerte e volitiva, veramente un'ammirevole persona, rimasta sola dovette sia accudire alla famiglia sia condurre la grande azienda; non riuscì però a mantenere nei figli una fede vitale. Edith perse la fede in Dio. " In piena coscienza e di libera scelta smisi di pregare ".
 
Consegui brillantemente la maturità nel 1911 ed iniziò a studiare germanistica e storia all'Università di Breslavia, più per conseguire una base di futuro sostentamento che per passione. Il suo vero interesse era invece la filosofia. S'interessava molto anche di questioni riguardanti le donne. Entrò a far parte dell'organizzazione " Associazione Prussiana per il Diritto Femminile al Voto ". Più tardi scrisse: " Quale ginnasiale e giovane studente fui una radicale femminista. Persi poi l'interesse a tutta la questione. Ora sono alla ricerca di soluzioni puramente obiettive ".
 
Nel 1913 la studentessa Edith Stein si recò a Gottinga per frequentare le lezioni universitarie di Edmund Husserl, divenne sua discepola e assistente ed anche conseguì con lui la sua laurea. A quel tempo Edmund Husserl affascinava il pubblico con un nuovo concetto della verità: il mondo percepito esisteva non solamente in maniera kantiana della percezione soggettiva. I suoi discepoli comprendevano la sua filosofia quale svolta verso il concreto. " Ritorno all'oggettivismo ". La fenomenologia condusse, senza che lui ne avesse l'intenzione, non pochi dei suoi studenti e studentesse alla fede cristiana. A Gottinga Edith Stein incontrò anche il filosofo Max Scheler.
 
Quest'incontro richiamò la sua attenzione sul cattolicesimo. Però non dimenticò quello studio che le doveva procurare il pane futuro. Nel gennaio del 1915 superò con lode l'esame di stato. Non iniziò però il periodo di formazione professionale.
 
Allo scoppiare della prima guerra mondiale scrisse: " Ora non ho più una mia propria vita". Frequentò un corso d'infermiera e prestò servizio in un ospedale militare austriaco. Per lei furono tempi duri. Accudisce i degenti del reparto malati di tifo, presta servizio in sala operatoria, vede morire uomini nel fior della gioventù. Alla chiusura dell'ospedale militare, nel 1916, seguì Husserl a Friburgo nella Brisgovia, ivi conseguì nel 1917 la laurea " summa cum laude " con una tesi "Sul problema dell'empatia".
 
A quel tempo accadde che osservò come una popolana, con la cesta della spesa, entrò nel Duomo di Francoforte e si soffermò per una breve preghiera. " Ciò fu per me qualcosa di completamente nuovo. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti, che ho frequentato, i credenti si recano alle funzioni. Qui però entrò una persona nella chiesa deserta, come se si recasse ad un intimo
colloquio. Non ho mai potuto dimenticare l'accaduto ". Nelle ultime pagine della sua tesi di laurea scrisse: " Ci sono stati degli individui che in seguito ad un'improvvisa mutazione della loro personalità hanno creduto di incontrare la misericordia divina". Come arrivò a questa asserzione
?
 
Edith Stein era legata da rapporti di profonda amicizia con l'assistente di Husserl a Gottinga, Adolf Reinach e la sua consorte. Adolf Reinach muore in Fiandra nel novembre del 1917. Edith si reca a Gottinga. I Reinach si erano convertiti alla fede evangelica. Edith aveva una certa ritrosia rispetto all'incontro con la giovane vedova. Con molto stupore incontrò una credente. " Questo è stato il mio primo incontro con la croce e con la forza divina che trasmette ai suoi portatori ... Fu il momento in cui la mia irreligiosità crollò e Cristo rifulse ". Più tardi scriverà: " Ciò che non era nei miei piani era nei piani di Dio. In me prende vita la profonda convinzione che-visto dal lato di Dio - non esiste il caso; tutta la mia vita, fino ai minimi particolari, è già tracciata nei piani della provvidenza divina e davanti agli occhi assolutamente veggenti di Dio presenta una correlazione perfettamente compiuta".
 
Nell'autunno del 1918 Edith Stein cessò l'attività di assistente presso Edmund Husserl. Questo poiché desiderava di lavorare indipendentemente. Per la prima volta dopo la sua conversione Edith Stein visitò Husserl nel 1930. Ebbe con lui una discussione sulla sua nuova fede nella quale lo avrebbe volentieri voluto partecipe. Poi scrisse la sorprendente frase: " Dopo ogni incontro che mi fa sentire l'impossibilità di influenzare direttamente, s'acuisce in me l'impellenza di un mio proprio olocausto ".
Edith Stein desiderava ottenere l'abilitazione alla libera docenza. A quel tempo ciò era cosa irraggiungibile per una donna. Husserl si pronunciò in una perizia: " Se la carriera universitaria venisse resa accessibile per le donne, potrei allora caldamente raccomandarla più di qualsiasi altra persona per l'ammissione all'esame di abilitazione ". Più tardi le venne negata l'abilitazione a causa della sua origine giudaica.
Edith Stein ritorna a Breslavia. Scrive articoli a giustificazione della psicologia e discipline umanistiche. Legge però anche il Nuovo Testamento, Kierkegaard e il libriccino d'esercizi di Ignazio di Loyola. Percepisce che un tale scritto non si può semplicemente leggere, bisogna metterlo in pratica.
Nell'estate del 1921 si recò per alcune settimane a Bergzabern (Palatinato), nella tenuta della Signora Hedwig Conrad-Martius, una discepola di Husserl. Questa Signora si era convertita, assieme al proprio coniuge, alla fede evangelica. Una sera Edith trovò nella libreria l'autobiografia di Teresa d'Avila. La lesse per tutta la notte. " Quando rinchiusi il libro mi dissi: questa è la verità ". Considerando retrospettivamente la sua vita scrisse più tardi: " Il mio anelito per la verità era un'unica preghiera".
Il l° gennaio del 1922 Edith Stein si fece battezzare. Era il giorno della Circoncisione di Gesù, l'accoglienza di Gesù nella stirpe di Abramo. Edith Stein stava eretta davanti alla fonte battesimale, vestita con il bianco manto nuziale di Hedwig Conrad-Martius che funse da madrina. "Avevo cessato di praticare la mia religione ebraica e mi sentivo nuovamente ebrea solo dopo il mio ritorno a Dio". Ora sarà sempre cosciente, non solo intellettualmente ma anche tangibilmente, di appartenere alla stirpe di Cristo. Alla festa della Candelora, anche questo un giorno la cui origine risale al Vecchio Testamento, venne cresimata dal Vescovo di Spira nella sua cappella privata.
Dopo la conversione, per prima cosa si recò a Breslavia. "Mamma, sono cattolica". Ambedue piansero. Hedwig CornradMartius scrisse: "Vedi, due israelite e nessuna è insincera" (confr. Giovanni 1, 47).
Subito dopo la sua conversione Edith Stein aspira al Carmelo ma i suoi interlocutori spirituali, il Vicario generale di Spira e il Padre Erich Przywara SJ, le impediscono questo passo. Fino alla Pasqua del 1931 assume allora un impiego d'insegnante di tedesco e storia presso il liceo e seminario per insegnanti del convento domenicano della Maddalena di Spira. Su insistenza dell'Arciabate Raphael Walzer del Convento di Beuron intraprende lunghi viaggi per indire conferenze, soprattutto su temi femminili. " Durante il periodo immediatamente prima e anche per molto tempo dopo la mia conversione ... credevo che condurre una vita religiosa significasse rinunciare a tutte le cose terrene e vivere solo nel pensiero di Dio. Gradualmente però mi sono resa conto che questo mondo richiede ben altro da noi ... io credo persino: più uno si sente attirato da Dio e più deve "uscire da se stesso", nel senso di rivolgersi al mondo per portare ivi una divina ragione di vivere ". Enorme è il suo programma di lavoro. Traduce le lettere e i diari del periodo precattolico di Newmann e l'opera " Quxstiones disputati de veritate " di Tommaso d'Aquino e ciò in una versione molto libera, per amore del dialogo con la moderna filosofia. Il Padre Erich Przywara SJ la spronò a scrivere anche proprie opere filosofiche. Imparò che è possibile " praticare la scienza al servizio di Dio ... solo per tale ragione ho potuto decidermi ad iniziare serie opere scientifiche ". Per la sua vita e per il suo lavoro ritrova sempre le necessarie forze nel convento dei Benedettini di Beuron dove si reca a trascorrere le maggiori festività dell'anno ecclesiastico.
Nel 1931 termina la sua attività a Spira. Tenta nuovamente di ottenere l'abilitazione alla libera docenza a Breslavia e Friburgo. Invano. Dà allora forma ad un'opera sui principali concetti di Tommaso d'Aquino: " Potenza ed azione ". Più tardi farà di questo saggio la sua opera maggiore elaborandolo sotto il titolo " Endliches un ewiges Sein " (Essere finito ed Essere eterno) e ciò nel convento delle Carmelitane di Colonia. Una stampa dell'opera non fu possibile durante la sua vita.
Nel 1932 le venne assegnata una cattedra presso una istituzione cattolica, l'Istituto di Pedagogia Scientifica di Miinster, dove ha la possibilità di sviluppare la propria antropologia. Qui ha il modo di unire scienza e fede e di portare alla comprensione d'altri quest'unione. In tutta la sua vita vuole solo essere " strumento di Dio ". " Chi viene da me desidero condurlo a Lui ".
Nel 1933 1a notte scende sulla Germania. " Avevo già sentito prima delle severe misure contro gli ebrei. Ma ora cominciai improvvisamente a capire che Dio aveva posto ancora una volta pesantemente la Sua mano sul Suo popolo e che il destino di questo popolo era anche il mio destino". L'articolo di legge sulla stirpe ariana dei nazisti rese impossibile la continuazione dell'attività d'insegnante. " Se qui non posso continuare, in Germania non ci sono più possibilità per me ". " Ero divenuta una straniera nel mondo ".
L'Arciabate Walzer di Beuron non le impedì più di entrare in un convento delle Carmelitane. Già al tempo in cui si trovava a Spira aveva fatto il voto di povertà, di castità e d'ubbidienza. Nel 1933 si presenta alla Madre Priora del Monastero delle Carmelitane di Colonia. "Non l'attività umana ci può aiutare ma solamente la passione di Cristo. Il mio desiderio è quello di parteciparvi ".
Ancora una volta Edith Stein si reca a Breslavia per prendere commiato dalla madre e dalla sua famiglia. L'ultimo giorno che trascorse a casa sua fu il 12 ottobre, il giorno del suo compleanno e contemporaneamente la festività ebraica dei tabernacoli. Edith accompagna la madre nella sinagoga. Per le due donne non fu una giornata facile. " Perché l'hai conosciuta (la fede cristiana)? Non voglio dire nulla contro di Lui. Sarà anche stato un uomo buono. Ma perché s'è fatto Dio?". La madre piange. Il mattino dopo Edith prende il treno per Colonia. " Non poteva subentrare una gioia impetuosa. Quello che lasciavo dietro di me era troppo terribile. Ma io ero calmissima - nel porto della volontà di Dio ". Ogni settimana scriverà poi una lettera alla madre. Non riceverà risposte. La sorella Rosa le manderà notizie da casa.
Il 14 ottobre Edith Stein entra nel monastero delle Carmelitane di Colonia. Nel 1934, il 14 aprile, la cerimonia della sua vestizione. L'Arciabate di Beuron celebrò la messa. Da quel momento Edith Stein porterà il nome di Suor Teresa Benedetta della Croce. Nel 1938 scrive: " Sotto la Croce capii il destino del popolo di Dio che allora (1933) cominciava ad annunciarsi. Pensavo che capissero che si trattava della Croce di Cristo, che dovevano accettarla a nome di tutti gli altri. Certo, oggi comprendo di più su queste cose, che cosa significa essere sposa del Signore sotto il segno della Croce. Certo, non sarà mai possibile di comprendere tutto questo, poiché è un segreto ". Il 21 aprile del 1935 fece i voti temporali. Il 14 settembre del 1936, al tempo del rinnovo dei voti, muore la madre a Breslavia. " Fino all'ultimo momento mia madre è rimasta fedele alla sua religione. Ma poiché la sua fede e la sua ferma fiducia nel suo Dio ... fu l'ultima cosa che rimase viva nella sua agonia, ho fiducia che ha trovato un giudice molto clemente e che ora è la mia più fedele assistente, in modo che anch'io possa arrivare alla meta".
Sull'immagine devozionale della sua professione perpetua dei voti, il 21 aprile del 1938, fa stampare le parole di San Giovanni della Croce al quale lei dedicherà la sua ultima opera: " La mia unica professione sarà d'ora in poi l'amore".
L'entrata di Edith Stein nel convento delle Carmelitane non è stata una fuga. " Chi entra nel Carmelo non è perduto per i suoi, ma in effetti ancora più vicino; questo poiché è la nostra professione di rendere conto a Dio per tutti ". Soprattutto rese conto a Dio per il suo popolo. " Devo continuamente pensare alla regina Ester che venne sottratta al suo popolo per renderne conto davanti al re. Io sono una piccola e debole Ester ma il Re che mi ha eletto è infinitamente grande e misericordioso. Questa è una grande consolazione" (31-10-1938).
Il giorno 9 novembre 1938 l'odio portato dai nazisti verso gli ebrei viene palesato a tutto il mondo. Le sinagoghe bruciano. Il terrore viene sparso fra la gente ebrea. Madre Priora delle Carmelitane di Colonia fa tutto il possibile per portare Suor Teresa Benedetta della Croce all'estero. Nella notte di capodanno del 1938 attraversa il confine dei Paesi Bassi e viene portata nel monastero delle Carmelitane di Echt, in Olanda. In quel luogo stila il 9 giugno 1939 il suo testamento: " Già ora accetto con gioia, in completa sottomissione e secondo la Sua santissima volontà, la morte che Iddio mi ha destinato. Io prego il Signore che accetti la mia vita e la mia morte ... in modo che il Signore venga riconosciuto dai Suoi e che il Suo regno venga in tutta la sua magnificenza per la salvezza della Germania e la pace del mondo... ".
Già nel monastero delle Carmelitane di Colonia a Edith Stein era stato concesso il permesso di dedicarsi alle opere scientifiche. Fra l'altro scrisse in quel luogo "Dalla vita di una famiglia ebrea". " Desidero semplicemente raccontare che cosa ho sperimentato ad essere ebrea ". Nei confronti " della gioventù che oggi viene educata già dall'età più tenera ad odiare gli ebrei ... noi, che siamo statì educati nella comunità ebraica, abbiamo il dovere di rendere testimonianza ".
In tutta fretta Edith Stein scriverà ad Echt il suo saggio su " Giovanni della Croce, il mistico Dottore della Chiesa, in occasione del quattrocentesimo anniversario della sua nascita, 1542-1942 ". Nel 1941 scrisse ad una religiosa con cui aveva rapporti d'amicizia: " Una scientia crucis (la scienza della croce) può essere appresa solo se si sente tutto il peso della croce. Dì ciò ero convinta già dal primo attimo e di tutto cuore ho pronunciato: Ave, Crux, Spes unica (ti saluto, Croce, nostra unica speranza) ". Il suo saggio su San Giovanni della Croce porta la didascalia: " La scienza della Croce ".
Il 2 agosto del 1942 arriva la Gestapo. Edith Stein si trova nella cappella, assieme alla altre Sorelle. Nel giro di 5 minuti deve presentarsi, assieme a sua sorella Rosa che si era battezzata nella Chiesa cattolica e prestava servizio presso le Carmelitane di Echt. Le ultime parole di Edith Stein che ad Echt s'odono, sono rivolte a Rosa: " Vieni, andiamo per il nostro popolo ".
Assieme a molti altri ebrei convertiti al cristianesimo le due donne vengono portate al campo di raccolta di Westerbork. Si trattava di una vendetta contro la comunicazione di protesta dei vescovi cattolici dei Paesi Bassi contro i pogrom e le deportazioni degli ebrei. " Che gli esseri umani potessero arrivare ad essere così, non l'ho mai saputo e che le mie sorelle e i miei fratelli dovessero soffrire così, anche questo non l'ho veramente saputo ... in ogni ora prego per loro. Che oda Dio la mia preghiera? Con certezza però ode i loro lamenti ". Il prof. Jan Nota, a lei legato, scriverà più tardi. " Per me lei è, in un mondo di negazione di Dio, una testimone della presenza di Dio ".
All'alba del 7 agosto parte un carico di 987 ebrei in direzione Auschwitz. Fu il giorno 9 agosto nel quale Suor Teresa Benedetta della Croce, assieme a sua sorella Rosa ed a molti altri del suo popolo, morì nelle camere a gas di Auschwitz.
Con la sua beatificazione nel Duomo di Colonia, il 1° maggio del 1987, la Chiesa onorò, per esprimerlo con le parole del Pontefice Giovanni Paolo II, " una figlia d'Israele, che durante le persecuzioni dei nazisti è rimasta unita con fede ed amore al Signore Crocifisso, Gesù Cristo, quale cattolica ed al suo popolo quale ebrea".

© Copyright - Libreria Editrice Vaticana

Postato da: giacabi a 08:05 | link | commenti
stein

sabato, 14 agosto 2010

Il sacramento in cui Cristo
***
È soprattutto il sacramento in cui Cristo si fa presente in persona che ci rende membra del suo corpo. Partecipando al sacrificio e al pasto sacro, nutriti dalla carne e dal sangue di Gesù, diventiamo noi stessi sua carne e suo sangue. Ed è solo quando siamo membra del suo corpo, e nella misura in cui lo siamo per davvero, che il suo Spirito può vivificarci e regnare in noi: “È lo Spirito che vivifica”; perché è lo Spirito che dà vita alle membra; ma lo Spirito dà vita soltanto alle membra che sono già presenti nel corpo che vivifica. Così il cristiano nulla deve temere tanto quanto l’essere separato dal corpo di Cristo. Perché, se è separato dal corpo di Cristo, allora non ne è più membro; e se non ne è più membro, non è più vivificato dal suo Spirito. Ma noi diventiamo membra del corpo di Cristo non solo con l’amore, ma anche molto realmente nel formare una sola cosa con la sua carne. E questo si è avverato attraverso il cibo che ci ha offerto per provarci il desiderio che ha di noi. È per questo che lui stesso si è abbassato fino a venire in noi ed è per questo che ha modellato in noi il suo proprio corpo, affinche noi siamo una sola cosa, come il corpo è unito alla testa. Come membra del suo corpo, animate dal suo Spirito, noi offriamo noi stessi in sacrificio, “per lui, con lui e in lui”, e uniamo le nostre voci all’eterno rendimento di grazie. È per questo che la Chiesa pone sulle nostre labbra la preghiera dopo la Comunione: “Colmàti da un così grande bene, ti supplichiamo, Signore, fa che possiamo trarre frutti per la nostra salvezza e che mai cessiamo di cantare la tua lode”. (Edith Stein, Source cachée).

Postato da: giacabi a 17:18 | link | commenti
stein

sabato, 05 giugno 2010

L’esperienza cristiana
mette in moto tutto l’io
***
“Ciò che comprendo penetra in me, mentre lo comprendo, mi
afferra nel mio centro personale ed io mi tengo ad esso. Questo mentre deve essere compreso nel senso stretto della parola.(…). Nella fede, anche la comprensione non è una presa di conoscenza come la percezione. L’oggetto della fede non viene visto. (…). Ma, invisibile, inaccessibile ad alcun senso, tuttavia esso è per noi immediatamente presente, ci tocca, ci sostiene e rende possibile tenerci ad esso. L’oggetto è Dio.”


Edith Stein Natura Persona Mistica, Città Nuova, Roma 1997, p. 105.

Postato da: giacabi a 06:26 | link | commenti
cristianesimo, stein

lunedì, 15 febbraio 2010

"Ave Crux, Spes unica"

***

«Ti salutiamo, Croce santa, nostra unica speranza!» Così la Chiesa ci fa dire nel tempo di passione dedicato alla contemplazione delle amare sofferenze di Nostro Signore Gesù Cristo.

Il mondo è in fiamme: la lotta tra Cristo e anticristo si è accanita apertamente, perciò se ti decidi per Cristo può esserti chiesto anche il sacrificio della vita.

Contempla il Signore che pende davanti a te sul legno, perché è stato obbediente fino alla morte di Croce. Egli venne nel mondo non per fare la sua volontà, ma quella del Padre. Se vuoi essere la sposa del Crocifisso devi rinunciare totalmente alla tua volontà e non avere altra aspirazione che quella di adempiere la volontà di Dio.

Di fronte a te il Redentore pende dalla Croce spogliato e nudo, perché ha scelto la povertà. Chi vuole seguirlo deve rinunciare ad ogni possesso terreno. Stai davanti al Signore che pende dalla Croce con il cuore squarciato: Egli ha versato il sangue del suo Cuore per guadagnare il tuo cuore. Per poterlo seguire in santa castità, il tuo cuore dev'essere libero da ogni aspirazione terrena; Gesù Crocifisso dev'essere l'oggetto di ogni tua brama, di ogni tuo desiderio, di ogni tuo pensiero.

Il mondo è in fiamme: l'incendio potrebbe appiccarsi anche alla nostra casa, ma al di sopra di tutte le fiamme si erge la Croce che non può essere bruciata. La Croce è la via che dalla terra conduce al cielo. Chi l'abbraccia con fede, amore. speranza viene portato in alto, fino al seno della Trinità.

Il mondo è in fiamme: desideri spegnerle? Contempla la Croce: dal Cuore aperto sgorga il sangue del Redentore, sangue capace di spegnere anche le fiamme dell'inferno. Attraverso la fedele osservanza dei voti rendi il tuo cuore libero e aperto; allora si potranno riversare in esso i flutti dell'amore divino, sì da farlo traboccare e renderlo fecondo fino ai confini della terra.

Attraverso la potenza della Croce puoi essere presente su tutti i luoghi del dolore, dovunque ti porta la tua compassionevole carità, quella carità che attingi dal Cuore divino e che ti rende capace di spargere ovunque il suo preziosissimo sangue per lenire, salvare, redimere.

Gli occhi del Crocifisso ti fissano interrogandoti, interpellandoti. Vuoi stringere di nuovo con ogni serietà l'alleanza con Lui? Quale sarà la tua risposta? "Signore, dove andare? Tu solo hai parole di vita".

Edith Stein, Vita, Dottrina, Testi inediti. Roma, pp. 127-130.)

 


Postato da: giacabi a 11:57 | link | commenti
stein

sabato, 30 gennaio 2010

Preghiera
***

"Mio Signore Dio, tu mi hai tracciato una strada lunga e oscura, sassosa e dura. Spesso le mie forze mi vogliono venir meno, quasi non speravo più che la luce splendesse. Tuttavia quando il mio cuore impietrì nel più profondo dolore, ecco sorse per me una chiara, dolce, stella. Mi condusse fedelmente - io la seguii, dapprima esitante, poi sempre più sicura.
Così mi trovai infine alla porta della chiesa. Si aprì - io chiesi di entrare. Nell'intimo si allinea una stella dopo l'altra. Rosse stelle di sangue mi indicano la strada verso di te. Esse attendono la tua Notte Santa, davvero la tua bontà me le fa splendere sulla strada verso di Te."
di Edith Stein, preghiera composta, la Notte di Natale del 1936


Postato da: giacabi a 22:11 | link | commenti
stein

martedì, 29 dicembre 2009

Il mistero del Natale ***
"Dove il Bambino divino intenda condurci sulla terra è cosa che non sappiamo e a proposito della quale non dobbiamo fare domande prima del tempo. Una cosa sola sappiamo, e cioè che a quanti amano il Signore tutte le cose ridondano in bene. E inoltre che le vie, per le quali il Salvatore conduce, vanno al di là di questa terra. O scambio mirabile! Il Creatore del genere umano ci conferisce, assumendo un corpo, la sua divinità. Per quest'opera mirabile il Redentore è infatti venuto nel mondo. Dio è diventato figlio degli uomini, affinché gli uomini potessero diventare figli di Dio."

di Edith Stein


Postato da: giacabi a 14:53 | link | commenti
natale, stein

giovedì, 21 maggio 2009

  Preghiera d'abbandono
***
Lasciami, Signore,
Seguire ciecamente i tuoi sentieri,
non voglio cercare di capire le tue vie:
sono figlia tua
.
Tu sei il Padre della Sapienza
E sei anche mio Padre,
e mi guidi nella notte:
portami fino a te.
Signore, sia fatta la tua volontà:
"Sono pronta",
anche se in questo mondo
non appaghi nessuno dei miei desideri
.
Tu sei il Signore del tempo,
il momento ti appartiene,
il tuo eterno presente lo voglio fare mio,

realizza ciò che
nella tua sapienza prevedi:
se mi chiami all'offerta nel silenzio,
aiutami a rispondere,
fa che chiuda gli occhi
su tutto ciò che sono,
perchè morta a me stessa,
non viva che per te
.

Edith Stein,


Postato da: giacabi a 14:51 | link | commenti (3)
stein


  Secondo Dio
***
Chi sei, Luce,
che ricolmi il mio essere
e rischiari
l’oscurità del mio cuore?

Mi conduci per mano
come madre
e non mi abbandoni,
altrimenti non saprei muovere
più nemmeno un passo.
Tu sei lo spazio
che circonda
il mio essere
e lo prende con sé.
Se si allontanasse da te,
precipiterebbe nell’abisso
del nulla,
dal quale tu
lo elevi all’essere.
Tu, più vicino a me
di me stessa
e più intimo
del mio stesso intimo
eppure inafferrabile
e inconcepibile,
incontenibile in un nome:
Spirito Santo-Amore Eterno

Edith Stein


Postato da: giacabi a 14:44 | link | commenti
dio, stein

mercoledì, 21 maggio 2008

Buio e luce
 ***

Più si fa buio attorno a noi e più dobbiamo aprire il cuore alla luce che viene dall'alto.
Edith Stein

Postato da: giacabi a 18:30 | link | commenti
stein

sabato, 13 gennaio 2007

Essere una cosa sola in Dio
Essere una cosa sola con Dio: questa è la prima cosa. Ma una seconda ne segue immediatamente. Se nel corpo mistico Cristo è il capo e noi le membra, allora noi siamo membra gli uni degli altri e tutti insieme siamo una cosa sola in Dio, una vita divina. Se Dio è in noi e se egli è amore, allora non possiamo che amare i fratelli. Per questo il nostro amore del prossimo è la misura del nostro amore di Dio.
Ma si tratta di un amore diverso dall’amore naturale per gli uomini. L’amore naturale si dirige verso questo o verso quello, verso chi è a noi legato da vincoli di sangue, da affinità di carattere o da interessi comuni. Gli altri sono "estranei", di essi "non ci importa alcunché", anzi possiamo addirittura provare avversione nei loro riguardi a motivo della loro indole, per cui ci guardiamo bene dall’amarli.
Per il cristiano non esiste alcun "estraneo". Nostro "prossimo" è chi sta via via davanti a noi e ha più bisogno di noi, sia egli o meno nostro parente, ci "piaccia" o no, sia "moralmente degno" o meno del nostro aiuto. L’amore di Cristo non conosce confini, non viene mai meno, non si ritrae di fronte all’abiezione morale e fisica. Cristo è venuto per i peccatori e non per i giusti. E se il suo amore vive in noi, allora agiamo come lui e andiamo dietro alla pecorella smarrita.
L’amore naturale tende ad avere per sé la persona amata e a possederla nella maniera più indivisa possibile. Cristo è venuto per riportare al Padre l’umanità perduta; e chi ama col suo amore vuole gli uomini per Dio e non per sé.
Questa è naturalmente nello stesso tempo la via più sicura per possederli eternamente: quando infatti abbiamo posto in salvo una persona in Dio, siamo con lei in Dio una cosa sola, mentre il desiderio di conquistarla conduce spesso - anzi prima o poi sempre - alla sua perdita. Ciò vale per l’altrui anima come per la propria e per ogni bene esteriore: chi si dedica alle cose esteriori per conquistarle e conservarle, le perde. Chi ne fa dono a Dio, le guadagna.
Edith Stein[Testo tratto da: La mistica della croce - Scritti spirituali sul senso della vita, Città Nuova 1985, p.64