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venerdì 26 ottobre 2018

«CI VUOLE UMILTÀ PER CHIEDERE LA VERITÀ






«CI VUOLE UMILTÀ PER CHIEDERE LA VERITÀ

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Benedetta Bianchi Porro è morta una mattina di cinquant'anni fa. Attraverso la malattia, una vita dedicata a «Gesù che mi aspetta». Durante l'università, l'incontro con alcuni ragazzi di GS. E un popolo che continua a guardarla «per aprire il cuore»
Paola Ronconi
La mattina del 23 gennaio 1964, in pieno inverno, fiorisce una rosa bianca nel giardino di casa Bianchi Porro, a Sirmione. Quella rosa è un dolce segno, dice Benedetta quando viene a saperlo. Ricorda un sogno fatto qualche mese prima. Dopo poche ore, quella stessa mattina si conclude la sua esistenza terrena.

Sono passati cinquant’anni da quel giorno, ma la breve esistenza di Benedetta Bianchi Porro è ancora oggi «un archivio di esperienze, dove è possibile fare continue scoperte», come scrive il cardinale Angelo Comastri nella prefazione alla sua biografia. Nata l’8 agosto 1936 a Dovadola, Forlì, seconda di sei figli, Benedetta vive la sua infanzia e l’adolescenza tra Romagna e Lombardia a causa della guerra e del lavoro del padre. Una rara intelligenza e sensibilità la porta ad iscriversi alla facoltà di Medicina, a Milano, a soli 17 anni. Già negli anni del liceo iniziano a mostrarsi i sintomi della malattia ma sarà lei, inascoltata dai dottori, nel 1957, a diagnosticarsi una neurofibromatosi diffusa, o morbo di Recklinghausen, rara patologia degenerativa. Due anni dopo è costretta a lasciare l’università: non può più usare gli arti inferiori a seguito di un intervento al midollo e in breve tempo diventerà sorda e cieca, e perderà l’odorato e il gusto. L’unico modo per comunicare sarà un alfabeto tracciato sul palmo della mano. «Nel mio calvario non sono disperata. Io so, che in fondo alla via, Gesù mi aspetta... Le mie giornate non sono facili: sono dure, ma dolci, perché Gesù è con me, col mio patire, e mi dà soavità nella solitudine e luce nel buio», scrive l’1 giugno 1963 in risposta a un lettore di Epoca. Il disfacimento fisico non impedisce a Benedetta, fino a un certo punto, di scrivere lettere e diari che ci ridanno il mosaico di un’anima «straordinariamente semplice e semplicemente straordinaria», scrive sempre Comastri, perché innamorata di Cristo. 
Giovanni Paolo II l’ha dichiarata venerabile nel 1993.

Un aspetto poco noto della vita di Benedetta Bianchi Porro è il rapporto che instaurò con alcuni ragazzi di Gioventù Studentesca. A tal proposito riportiamo brani dalla sua biografia autorizzata scritta da Andrea Vena (San Paolo, 2012).
«Durante il primo anno universitario, Benedetta non instaura particolari amicizie. Sarà solo nel 1955 che conoscerà Maria Grazia, durante una lezione di biochimica... Nel 1957 Maria Grazia decise di trasferirsi a Pavia. Prima di lasciare Milano, Maria Grazia pensò di farle conoscere una sua amica, Nicoletta Padovani, alla quale era legata da rapporti di amicizia fin dalla quarta ginnasio... All’inizio il rapporto fu scolastico, nel senso che Nicoletta prendeva gli appunti per Benedetta durante le lezioni; successivamente cominciarono a scambiarsi idee su vari argomenti, finché maturò un’amicizia religiosa. Il progredire dell’amicizia spirituale si realizzò anche grazie alla formazione che Nicoletta riceveva in uno dei gruppi di Gioventù Studentesca, dove prese la decisione di partire come missionaria laica. Nicoletta fu la “madre spirituale” di Benedetta; l’aiuto a chiarire, approfondire e rendersi consapevole della fede già viva in lei, aiutandola a confermare la sua vocazione nel dolore. Nel novembre 1962 anche Nicoletta è costretta a lasciare Benedetta perché decisa a partire per il Brasile, tra le prime studentesse di Gioventù Studentesca. Prima di partire, però, Nicoletta volle presentare a Benedetta una sua amica, Francesca Romolotti, anch’ella appartenente al gruppo di Gioventù Studentesca. Nell’ottobre 1962 Franci conobbe Benedetta all’ospedale di Desenzano, in occasione dell’asportazione di tutti i denti. Con Franci arriveranno altri amici di Gioventù Studentesca: Giuseppe Zola, Giovanni Giorni, Roberto Corso e Paola Vitali, studentessa di Milano. Quest’ultima farà spesso visita a Benedetta anche a Sirmione, trascorrendovi i fine settimana. Roberto Corso, diciassettenne, conoscerà Benedetta ai primi di marzo del 1963. Lui stesso ricorda di aver trovato in lei un’amica alla quale apriva il cuore con particolare facilità». 

Di seguito alcune lettere di Benedetta a giessini tratte dal libro edito dalla Fondazione Benedetta Bianchi Porro, Scritti completi.

128. A Nicoletta Padovani
20 giugno 1962

Cara Nicoletta, le tue lettere mi danno sempre preziosi consigli sulla mia situazione spirituale: è il Signore che te le ispira.
A Lourdes avevo una forte aridità, ma ne sono tornata con tanta fede e umiltà. Ci vuole umiltà, cioè riconoscersi poveri, per chiedere e per riconoscere la Verità. Non ho letto il libro di Carrel, ne ho letto uno molto bello, con la descrizione delle apparizioni. In seguito a quello ho fatto una novena per andare grazie dell’elenco dei libri (mi serve proprio ora!). Prego al pomeriggio sullo Psallite e il messale, al mattino dico giaculatorie.
(Sai, tempo fa cercavo Dio, ma mi agitavo come in un vestito troppo stretto, ora va liscio «Se il Signore non fabbrica la casa...»). Come va a Desio? Quando verrà il momento ti prego di partire: Lui te ne darà la forza, non ci pensare ora.

145. A Gabriella Girelli
marzo 1965

Cara Gabriella
Scusa il ritardo, ma non ero sicura tu fossi ritornata da Forlì. Come stai? Ài fatto buon viaggio? Com’è riuscito il vostro convegno sulle missioni? Grazie dei saluti dei ragazzi del mio e del tuo paese.
Quando mi scriverai ancora, se potrai farlo, mandami il tuo indirizzo, perché io eviti di disturbare la segretaria del G. S. 
Io sto bene, ma non vedo più nulla: a volte le mie giornate suono lunghe e faticose, a volte nel silenzio più profondo, mi pare che Dio sappia dirmi delle cose meravigliose. A volte canto, - male - perché la mamma non capisce neppure la mia musica. Mi sono venuti a trovare alcuni amici del G. S. e ne sono stata felice. Grazie che ti sei ricordata di me. Ti saluto con affetto e vi ricordo ognuno.

146. A Roberto Corso
Caro Roberto.
Grazie dell’acqua di Lourdes e del tuo scritto. La tua attenzione mi commuove e mi fa piacere tanto. Dimmi come sta tua mamma e se è guarita, come spero.
Grazie anche di essere venuto a trovarmi. Padre Michele mi à telefonato.
Cerca di essere sereno, leggero, e con la lampada dello spirito accesa.
Tutti abbiamo ore di stanchezza e abbandono, ma scuotiamoci e offriamo a Dio la nostra volontà così com’è, a volte più tiepida a volte stanca, ma non schiacciata - mai - «Non premeditate... e se avrai paura dirai senza vergogna: ho paura e Dio mi fortificherà». Per tutti c’è dolore speranza e lagrime, ma una superiore certezza vale a illuminarci e renderci sereni nella strada che ci conduce al Signore. Ti saluto caramente e parlo di te a Lui.

148. A Roberto Corso 
(...)
Mi racconti della tua passeggiata serale, dici che io amo più di te le cose, che vedevi... Ma non è così. Anche tu le ami, come me. Solo non lo sai. Molte cose non si sentono finché non sono perdute. Mi viene in mente le parole di una pagina di letteratura che dice: «È bello il mondo di Dio in primavera!». Accorgitene, Roberto, e non contemplare solo te stesso. C’è tanto bello intorno e tanto bene da fare! Mi scrivi che molti pregano per me, ed io ne trasalisco di gioia. Ma non dimenticare di farlo anche tu, perché è alla tua preghiera che io tengo più che a tutti. Io so che la tua avrà più effetto. Io non dimentico te, e di te parlo alla Madonna. Salutami tutti gli amici del G. S. che conosco o non conosco. E a te buon lavoro e buon studio.
tua sorella in Cristo.

181. A Paola Vitali
20 giugno 1963

Il 24 parto per Lourdes; la Madonna mi aiuterà ad arrivare fino a Lei. Io no ho più alcuna forza: è Lei che mi sostiene e mi dà tutta la serenità che gli estranei sentono in me. È il Signore, che si compiace di servirsi della mi nullità perché gli altri si fortifichino. Del resto, dice S. Paolo, che è attraverso la nostra debolezza che si rivela la Sua forza.
Lavori per il G. S.? Fallo, se puoi. Scusami il ritardo, e se attraverso la tua giornata ti ricordi di me col Signore, grazie, perché ne ho molto bisogno. Buone vacanze. 
Ti abbraccio e ti saluto


237. A Nicoletta Padovani
2 dicembre 1963

Cara Nicoletta
Mi è giunta con infinito piacere la tua bella lettera. L’ò letta con grande gioia perché dice cose magnifiche. Però devi anche dirmi cosa fai tu: come ti trovi: desidero molto saperlo. Guarda, Nicoletta, che «l’amore si misura dalla pazienza» e «il Signore corregge chi ama e adopera la sferza con ogni figlio che riconosce per suo» (S. Paolo).
Ò visto dei ragazzi di G. S. e mi sono molto trovata con loro! Anche la Maria Grazia è molto buona con me. Ricorda anche che «Io ti sono vicina e ti aiuto» (dalla passione di S. Perpetua). Ogni giorno ti ricordo nelle mie preghiere alla Madonna: la Madonna è buona con noi e ci ottiene la grazia. Dammi tue notizie. Coraggio, coraggio. «Tu sei un Dio che operi meraviglie: Tu solo sei Dio». 
Ciao, ciao Nicoletta ti abbraccio 
tua sorella in Cristo
Benedetta Bianchi Porro.Benedetta Bianchi Porro

sabato 25 gennaio 2014

«La mia amica Benedetta Bianchi Porro, che perse tutto per trovare Tutto»

«La mia amica Benedetta Bianchi Porro, che perse tutto per trovare Tutto»




gennaio 24, 2014 Benedetta Frigerio

La figura della venerabile di cui ricorre il cinquantenario della morte. Malata e sofferente catalizzò intorno a sé l’ammirazione e l’amicizia di molti giovani


benedetta bianchi porro 2È difficile trovare persone che abbiano sofferto come Benedetta, ma è quasi impossibile conoscerne di così serene, accoglienti, in pace. Benedetta Bianchi Porro, morta cinquant’anni fa, fu dichiarata venerabile nel 1993 e domani sarà celebrata una Messa solenne nella sua città natale, Dovadola (Forlì), dal cardinal Angelo Comastri, membro per la Congregazione per la causa dei santi.
Nata l’8 agosto del 1936, morì il 23 gennaio del 1964 lasciando numerosi scritti e lettere che testimoniano una vita interiore profonda e una forza d’animo che fanno a pugni con una fragilità fisica estrema e con una vita piena di sconfitte e umiliazioni. Benedetta rischiò di morire alla nascita, poi si ammalò di poliomelite e, mentre studiava medicina, si autodiagnosticò una malattia gravissima, la neurofibromatosi, o morbo di Recklinghausen, che lentamente la privò dell’udito, poi della vista, dell’olfatto e del tatto. Eppure Benedetta passò gli ultimi anni a letto circondata dagli amici che facevano la fila per entrare nella sua stanza e passare del tempo con lei: «Ancora adesso mi domando come si facesse a stare così bene in una situazione che ora mi rendo conto essere la più drammatica che abbia mai visto», spiega Francesca Romolotti Crema, fra le amiche più care della ragazza.

Benedetta era bella, intelligente, piena di risorse. Lentamente venne meno tutto. Come poté non ribellarsi a questa situazione?
Era sensibile, sveglia, con una cultura profonda, tanto che andò all’università prima del tempo. Eppure, dopo diverse umiliazioni, subì sconfitte anche negli studi: fu frenata da un professore che la cacciò dall’esame a causa della sua malattia. Ricordo commentò così: «Non mi ha rovinato il libretto con un brutto voto». Ma non mollava, era tenace e dopo ogni sconfitta rialzava la testa e ci riprovava. Scrisse che, se non fosse stato per Dio, avrebbe subito mollato tutto.

benedetta bianchi porro 1Non riuscì a diventare medico né a realizzare nessuna delle sue aspirazioni.
«Non ebbi nulla di tutto quello che avevo chiesto, ma ebbi tutto quello che avevo sperato», scrisse. Arrivò a vivere come imprigionata in un muro: praticamente aveva contatti con il mondo solo attraverso la mano destra, che miracolosamente avevano conservato un po’ di sensibilità, e con questa comunicava attraverso l’alfabeto muto. Eppure era in pace. Scrisse alla madre che la sua disperazione si era acquietata solo con la scoperta di Dio. Parlava delle sue fatiche, ma anche della dolcezza dell’amore di Dio. Ed è questo secondo aspetto che a noi ragazzi balzava all’occhio.

Come nacque la sua amicizia con Benedetta?
Avevamo un’amica in comune che partì missionaria e che desiderava non lasciare Benedetta senza un rapporto intenso come il loro. Così, questa ragazza decise di affidarmela. Nacque un grande affetto. Mi chiamava “Francin d’oro”, mi commuovo ancora a pensarci. Ecco, dopo che la incontrai, portai tutti i miei amici di Gioventù Studentesca da lei.

Cosa accadeva nella sua stanza?
Si traeva conforto e speranza da una malata. Benedetta aveva delle doti che non ho visto più tutte insieme. Giudicava ogni fatto, ma mai le persone. Su ciascuna aveva uno sguardo di amore e accoglienza. Invece che lamentarsi, come fa chi soffre, riusciva a uscire da sé. Ricordo una ragazza con le mani fredde e Benedetta che le scaldava fra le sue. Eravamo tutti attratti dalla sua capacita di donarsi. Ci sentivamo accolti e privilegiati. Capita raramente di vedere una persona annullarsi per mettere al centro solo te. Lei lo faceva con tutti. Intuiva i crucci e i dispiaceri delle persone che incontrava. E se le perdeva di vista, chiedeva notizie per sapere come andava. Abitava veramente negli altri.

Mai un cedimento?
Era umana, non nascondeva le sue fragilità, lo sconforto, la paura a chi le era in stretta confidenza. Non faceva la stoica, non si atteggiava. Era trasparente, era quella che vedevi. Però non recriminava mai. Anzi, era autoironica, sui sogni non realizzati ci rideva su: «Che sogni che fai Benedettina!», si diceva.

Benedetta Bianchi Porro 2Di lei si è scritto che aveva anche un carattere forte.
Aveva ricevuto un’educazione cristiana seria, nel senso che su quello fondava la vita e quella seguiva. Perciò obbediva a sua madre, ed era di ferro se si trattava di fare obbedire i fratelli più piccoli. Nello stesso tempo, in quella casa si respirava una grande allegria. Erano romagnoli chiassosi, tutti diversi: una sorella faceva la ballerina alla Scala, un fratello diventò giornalista, uno primario. Più si ammalava più si addolciva. Ripeteva che il Signore le aveva dato moltissimo, che la amava. «Ma come?», ti chiedevi. Ed era pure piena di voglia di vivere.

Si dice che, grazie a lei, è avvenuta una guarigione miracolosa.
Ha fatto il miracolo di testimoniarci l’amore di Dio e la speranza. Ma forse si riferisce a quello che accadde a Lourdes. Partì per chiedere la guarigione, ma con lei c’era una ragazza gravissima e disperata. Benedetta la esortò a non smettere di pregare, perché i miracoli avvengono. Così fu e la ragazza si alzò in piedi. Benedetta era felicissima anche se lei non era guarita.

Sembra ricordarla come fosse passato un giorno e non 50 anni. Benedetta le ha cambiato la vita?
Direi che me la segna tuttora. Io a Benedetta ho voluto e voglio molto bene. Mi accorgo che allora ero una ragazzina decisa e radicale, forse un po’ spigolosa, ma capace, con Benedetta, di un’amicizia grande. Dopo 9 anni di sterilità nel matrimonio ebbi la grazia di concepire un figlio: la mia bambina nacque l’8 di agosto, lo stesso giorno in cui nacque la mia amica Benedetta. Ma non posso dire che mi ha cambiato la vita in una volta sola, perché mi ha accompagnata e guidata in ogni passo e mi accompagna ancora. È così presente che sono ancora gelosa di lei. E quando prego il Signore e la Madonna con loro, in cima a tutti i Santi e defunti che mi sono più cari, c’è Benedetta
 50 anni dalla morte della venerabile Benedetta Bianchi Porro | Tempi.it

sabato 18 gennaio 2014

La vita di Benedetta Bianchi Porro

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La vita


Benedetta nasce a Dovadola (foto di Dovadola 395Kb e della casa natale 374Kb), piccolo paese in provincia di Forlì, dall'ingegner Guido Bianchi Porro e da Elsa Giammarchi, l'8 agosto 1936. E' la seconda di sei figli. Colpita a pochi mesi da poliomielite, resta con una gambina menomata. I ragazzetti del paese la chiamano "la zoppetta", ma lei non se ne offende: "dicono la verita' ".
(foto di Benedetta a 2 anni, 268 Kb; da piccola, 365Kb; con la mamma, 281 Kb; a 4 anni, 291 Kb)
Allo scoppio della II guerra mondiale la sua famiglia sfolla a Casticciano (foto 412Kb), presso Bertinoro.
(foto di Benedetta con la famiglia nel 1941, 278 Kb; alle elementari, 374 Kb)
Nel 1944, quando la linea gotica viene travolta dall'avanzata anglo-americana, la Romagna e' percorsa dalle truppe tedesche in ritirata. Ma della guerra vi e' solo un bagliore riflesso nei diari che la bimba tiene diligentemente aggiornati, fin dai cinque anni, per volonta' materna. Si tratta di notazioni rapide, naturalmente rapportate alla sua eta', che riguardano piu' spesso la famiglia, la natura, i giochi, il primo confuso sbocciare dei sentimenti.
(foto di Benedetta a 7 anni, 375 Kb)
Benedetta e' una bimba sensibile e delicata, intelligente e volitiva. Gioca festosamente coi fratellini e con gli altri bambini, ma talora si ritrae in pensosi silenzi: sono i momenti in cui Benedetta guarda stupita il miracolo della vita che trionfa in tutte le cose, nei fiori, nei prati pieni di sole, nella sua piantina di ciliegio che innaffia quotidianamente, nell'aurora meravigliosa. Allora confida al suo diario la gioia delle sue scoperte. "C'e' l'universo incantevole. Che bello vivere!" Corre a vedere la mietitura del grano, si ferma incantata ad ascoltare il canto degli agricoltori, si confonde nelle aie dei contadini con gli altri bimbi, poi sale sul cipresso: "lassu' fra i suoi rami ho formato la mia casina".
Il ritorno alla pace rappresenta per la bimba di nove anni solo un'allegra avventura in piu': il trasloco a Forlì dove, eccettuato un breve soggiorno a Brescia, ospite della famiglia Rabotti, Benedetta rimarra' fino al '51.
La vita riprende tranquilla, in compagnia dei genitori e dei fratellini. Ha saltato una classe e studia dalle suore Dorotee. Sono anni sereni quelli trascorsi in Romagna; vita di provincia: le festicciole di compleanno, un po' di catechismo, le lezioni di pianoforte, il vestito bello la domenica.(foto di Benedetta alle medie, 447 Kb) 
"Ti ricordi, Manuela, come eravamo felici quando alla domenica la mamma ci portava a San Mercuriale e tutti volevamo stare attaccati a lei, come eravamo felici allora! E non sapevamo di esserlo".
Frequenta a Forlì la scuola media "Biondo Flavio" e il ginnasio.
Nel '51 la famiglia Bianchi Porro si trasferisce a
Sirmione del Garda. Benedetta parla con entusiasmo della sua villa affacciata sul lago: "bianca, dalle persiane verdi, un terrazzo di legno sul davanti, cancello piccolo a lato  le camere ampie e spaziose danno un senso di liberta'...". Sirmione e' bella, e alla ragazzina piace vivere nella sua villa tra gli ulivi, così come le piacciono le discussioni coi fratelli, la politica, lo sport, le lunghe nuotate nel lago, le voci, le risa, le barche, la gente, le cose. (Benedetta a 14 anni, 407 Kb)
Benedetta si appassiona a tutto; le piace molto studiare e trascorre ore al piano. Ma la sua ardente gioia di vivere ha un'ombra di tristezza, un presagio ineffabile, un nascosto tremore:
"guardando questo spettacolo il mio animo e' preso da ricordi, e da un terribile bisogno di indefinito, di lontano, di silenzio. Un bisogno di essere fuori dal mondo, lontana da tutti, e un bisogno di qualcuno cui confidare i dolori della mia vita; di uno, insomma, che mi consoli. Basta, per confortarmi, alzare il pensiero a Dio".
Per evitare la malformazione alla schiena deve portare un busto che l’opprime e la condiziona.
Comincia inoltre ad accusare una perdita dell’udito. Di giorno in giorno cresce l’inquietudine del suo spirito. Assetata d’amore, comunica ad Anna, la più cara amica dell’adolescenza, i suoi più profondi e delicati sentimenti. "Tu sei la mia prima amica e amica per me vuol dire qualcosa di piu' di quel che gli altri intendono. L’amica deve essere qualcosa di noi stessi e tu sei per me la meta' dell’anima mia, l’acqua in cui io mi specchio".
Quando per la lontananza non puo' godere della sua rasserenante presenza, Benedetta avverte ancora di piu' la solitudine interiore. La sordita' avanza. Si spegne il sussurro delle cose, la festa della vita: "... il cielo è grigio e nebbioso e le cose sono annoiate e piangono invece di ridere per la mia anima".
Le si apre una vita nuda d’amore: quanti desideri e speranze destinati a morire!
Rimpianto, smarrimento, angoscia. La prova si fa sempre più dura. Benedetta trema: "... temo che tutto sia illusione e l’illusione mi fa tremare piu' della disperazione".
Ad Anna, ancor piu' che alle pagine del suo diario, confida il tumulto del suo spirito. "Anch’io sono assetata di pace e desidero abbandonare le onde del mare e rifugiarmi nella quiete di un porto. Ma la mia barca e' fragile, le mie vele sono squarciate dal fulmine, i remi spezzati e la corrente mi trascina lontano".
Benedetta conosce il gelo dello scetticismo, l’allucinante paura del vuoto e invoca aiuto: "Sapessi, Anna, come ho bisogno del tuo aiuto. Desidero la verita', non desidero che questo, ma nessuno ne sa nulla".
Ma quella Verita' che lei cercava comincia a farsi sentire nella voce della sua anima. La tempesta a poco a poco si placa. In questa drammatica esperienza umana si prepara la sua risurrezione. Benedetta scopre dentro di se' la ricchezza della vita interiore.
E’ in seconda liceo, al "Bagatta" di Desenzano quando annota nel diario: "Sono stata interrogata in latino; ogni tanto non capivo quello che il professore mi chiedeva. Che figura devo fare ogni tanto, ma cosa importa? Un giorno forse non capiro' niente di quello che gli altri dicono, ma sentiro' sempre la voce dell’anima mia: e questa e' la vera via che devo seguire".
Benedetta opera la scelta di una vita che trova il suo senso e la sua giustificazione nei valori dello spirito.
Autunno 1953. Dopo aver saltato la III liceo si iscrive all'Università di Milano; ha 17 anni. Il padre le suggerisce l'idea di laurearsi in Fisica e Benedetta, per compiacerlo, acconsente. Ma ben presto s'avvede di non essere fatta per quel genere di studi e passa a Medicina. "Affrontai il nuovo studio con ardore. Avevo sempre sognato di diventare medico. Voglio vivere, lottare, sacrificarmi per tutti gli uomini". La sordita' e' quasi totale. (Tesserino universitario, 476 Kb)
Benedetta e' costretta a farsi accompagnare dalla giovane amica Anna perche' risponda in sua vece all'appello.
Completamente sorda e costretta a far uso del bastone per una insorta difficolta' motoria, si appresta a diventare medico. Le difficolta' sono enormi ma e' decisa a resistere con tutte le sue forze per guarire e per riuscire: "Mi basterebbe di arrivare ad esercitare, anche come l’ultimo dei medici..."
1955: esame fondamentale del primo biennio. Benedetta attende trepidante che il professore le rivolga per iscritto le domande che non puo' piu' udire, ma il libretto universitario vola contro la porta. Nell’aula c'e' chi ride.
Il professore grida: "Non si e' mai visto un medico sordo!"
Benedetta, in silenzio, con le lacrime agli occhi, si alza, raccoglie il libretto e avvicinandosi al docente gli dice in tono pacato: "Scusi, professore, non volevo offenderLa". Alla mamma che le chiede l'esito dell'esame, Benedetta risponde: "Il professore e' stato buono perche' non mi ha rovinato il libretto". Per intervento del Rettore l'esame viene ridato; l'esito e' positivo e provvisoriamente le e' concesso di proseguire gli studi.
(Benedetta nel 1955, 278 Kb)
Natale 1956: si manifestano i primi, chiari, gravi sintomi di una malattia di cui, evidentemente, la sordita' e' solo una manifestazione.
Dopo numerosi consulti, risultati peraltro vani a definire il genere della malattia, Benedetta riesce da sola a diagnosticare il suo terribile male:
neurofibromatosi diffusa.
(Benedetta a 20 anni, 496 Kb; a Sirmione, 476 Kb)
27 giugno 1957: viene operata, per la prima volta, alla testa. Le radono il capo. Forse Benedetta, in quel momento, rivide uno scorcio della sua infanzia: il contadino, chiamato Natale, che in un piovoso giorno di settembre tagliava la lana ad una pecora mentre la nebbia saliva fino a ricoprire il piccolo paese di Bertinoro: "Mentre mi tagliavano i capelli, mi sentivo come un agnello cui tagliano la lana e pregavo il Signore che mi facesse forte e piccola. Il Signore, mamma, vuole da noi grandi cose. Ho sofferto tanto e ho domandato al Signore di essere una pecorella nelle sue mani".
Accenna a questa operazione in una lettera a Maria Grazia, amica carissima: "In occasione dell’operazione mi tagliarono i capelli a zero ed ora la mia testa assomiglia molto ad una spazzola per abiti... Ti confesso che a volte mi sento terribilmente depressa... Inoltre in seguito all'intervento, mi si e' paralizzato il facciale sinistro, sono semiparalizzata al viso; devo fare una plastica, ahime'! In tanto in attesa di tempi migliori (ma verranno?) sono costretta a interrompere gli studi: cosa mi costi, lo sa il cielo! Beh, pazienza, l’importante e' conservare la serenita' ".
E' tale la sua forza di volonta' che l’anno successivo, in autunno, riesce a sostenere con esito positivo gli esami di patologia medica e patologia chirurgica. Eppure "sapeva", tanto che un giorno, tornando vittoriosa ma disfatta da un esame, confida alla madre: "Si, mamma, anche questo e' andato bene, ma a che serve?... tra poco...". Dopo breve, infatti, la neurofibromatosi si sarebbe manifestata in tutta la tragicita' del suo rarissimo quadro.
(Benedetta a 21 anni, 412 Kb)
29 giugno 1959: Benedetta sostiene, con esito negativo, l'ultimo esame (Igiene). Non drammatizza neppure questo: "...il professore e' un pignolo che parte in curva per niente... beh, lo ridaro' !".
7 agosto: viene operata al midollo spinale. Da questo momento rimarra' totalmente paralizzata agli arti inferiori, costretta dapprima su di una poltrona, poi a letto per oltre quattro anni. A poco a poco perde il gusto, il tatto, l’odorato.
In questi anni dolorosi Maria Grazia le e' accanto, sempre; silenziosamente l'aiuta. Benedetta le confida le sue fatiche di ogni giorno e la gioia segreta di certi istanti: "ho molte tentazioni sempre e tu prega per me. Se diro' delle cose a vuoto, domandaGli per me di farmi tacere. Mi accade di trovarmi a volte a terra, sotto il peso di una croce pesante. Allora Lo chiamo con amore, ai suoi piedi e Lui dolcemente mi fa posare la testa sul suo grembo. Capisci, Maria Grazia? Conosci tu la dolcezza di questi istanti?"
Tramite Maria Grazia, Nicoletta entra nella sfera degli amici di Benedetta e le sara' di grande aiuto spirituale.
Tanti altri amici approderanno a questa riva in una pienezza di comunione che fara' della sua stanza un "crocevia di vite". "Si andava in compagnia a trovarla. Il suo non era piu' un letto; al di la' di ogni evidenza Benedetta ci faceva dimenticare di essere presso una persona ammalata. Tutto il giorno, a turno, comunicavamo con lei; c'erano momenti in cui si rideva, sì, si cantava insieme, si recitava nona e vespro". (Dalla testimonianza di Paola). Gli amici le sono accanto nella sua grande spirituale avventura. Benedetta li ama tutti teneramente, profondamente, e insieme formano una cosa sola. Quando non possono andare a trovarla, giungono a lei, come un dono divino, le loro lettere.
"Cara Nicoletta, grazie della tua lettera. Mentre me la leggevano io pensavo mi fosse giunta una grazia e che tale gioia mi fosse scesa dal cielo... Dice S. Agostino. Ti ho gustato ed ora ho fame e sete di te; mi hai toccato ed ora ardo dal desiderio della tua pace".
Di questa sete e di questa fame sono brucianti le lettere che faticosamente Benedetta scrive agli amici e ai familiari:
"... quanto a me, faccio la vita di sempre, pure a me sembra così completa... e' pero' vero che la vita in se' e per se' mi sembra un miracolo, e vorrei poter innalzare un inno di lode a Chi me l’ha data ... Certe volte mi chiedo se non sia io una di quelle cui molto e' stato dato e molto sara' chiesto..." 
(A Pasqua con la famiglia, 494 Kb)
Nel maggio del '62 Benedetta parte, la prima volta, per Lourdes, col treno-ospedale dell’Unitalsi. E' grande il suo abbandono in Dio, anche se ha ancora un progetto tutto suo: "Desidero guarire per farmi suora. Ho fatto voto".. Al ritorno scrive: "Sono andata a chiedere la guarigione, ma il criterio di Dio supera il nostro ed Egli agisce sempre per il nostro bene". (foto, 487 Kb)
Accanto a lei, davanti alla Grotta, una giovane donna paralizzata giace in barella: e' Maria D.B. Si dispera e piange. Benedetta la consola, poi le prende una mano e la stringe fra le sue, congiunte come in un’unica preghiera: "La Madonnina e' lì, la Madonna ti guarda. Maria! Diglielo alla Madonnina che ti aiuti", e si raccoglie in un profondo silenzio. Di lì a poco si vede Maria scendere dalla barella e camminare. Al ritorno Benedetta scrive:
"Nel nostro pellegrinaggio abbiamo avuto una miracolata: che emozione e che gioia! La misericordia di Dio è senza limiti".
Benedetta riprende il suo faticoso salire, nella spoliazione sempre più grande di se': "...a Lourdes avevo una forte aridita', ma ne sono tornata con tanta fede e umilta'. Ci vuole umilta', cioe' riconoscersi poveri, per chiedere e per riconoscere la verita'..."
27 febbraio 1963. Clinica Citta' di Milano. Benedetta viene operata alla testa, per l’ultima volta. Ha paura. Maria Grazia le scrive le parole di Bernanos dal Diario di un curato di campagna, modificando lievemente il testo perche' non comprenda che il curato allude alla propria morte: "Se avro' paura, diro' senza vergogna - Ho paura - e il Signore sapra' rassicurarmi". Benedetta legge, e ripete queste parole a mezza voce, in completo abbandono, e ringrazia l’amica con straordinaria dolcezza.
28 febbraio 1963. E' il giorno più tragico e forse il piu' grande nella vita di Benedetta. Diventa cieca. Il viaggio nel mistero di Dio e' ormai compiuto. Seguono ore disperate: "...stava molto male; respirare le era penoso. Si agitava mentre le applicavano le fleboclisi, dolorose, nelle vene del dorso della mano sinistra. Usando l'altra sua mano, che le avevano lasciata libera, si cercava di "parlarle" per spiegarle di stare ferma. Con disperazione tentavamo, per la prima volta, di provare a "parlare" a lei, sorda e cieca, con l’alfabeto muto che conosceva, atteggiando le dita della sua mano a formare le singole lettere convenzionali. Ma non era ancora abituata a questo esercizio di eroica pazienza. Era disperata e ci respinse. Poi, quasi d’improvviso, l'invade una gran pace. La cecita', che fino al giorno prima era per lei un’ipotesi terrorizzante, ora e' una realta', un fatto, e Benedetta l’accetta, come espressione della volontà di Dio".. (dalla testimonianza di M. Grazia)
Sorda, totalmente paralizzata, cieca, Benedetta comunica con gli altri attraverso quel fil di voce che le e' rimasto e gli altri le "parlano" piegando le dita della sua mano destra e premendogliele sul corpo e sul volto secondo un alfabeto muto convenzionale. In questo modo le vengono trasmesse le lettere degli amici, le pagine dei libri, le notizie del mondo, i pensieri di tutti. Una mano e un fil di voce, unici ponti col mondo.
Una difficile serenità si riflette nelle lettere che Benedetta detta alla mamma per gli amici:
A Franci: "... Nella tristezza della mia sordita', e nella piu' buia delle mie solitudini, ho cercato con la volonta' di essere serena per far fiorire il mio dolore; e cerco con la volonta' umile di riuscire ad essere come Lui vuole: piccola, piccola, come mi sento sinceramente quando riesco a vedere la Sua interminabile grandezza nella notte buia dei miei faticosi giorni".
Intanto, sopraggiunta l'estate, Benedetta viene trasportata a Lourdes, per il suo secondo ed estremo pellegrinaggio: "...vado ad attingere forza dalla Mamma celeste, poiche' non so abituarmi come vorrei a vivere felicemente nel buio, nell’attesa di una luce piu' viva e piu' calda del sole".
Il miracolo di Lourdes, e' la scoperta della sua autentica vocazione alla croce: "...ed io mi sono accorta piu' che mai della ricchezza del mio stato e non desidero altro che conservarlo. E' stato questo per me il miracolo di Lourdes, quest’anno".
Chiusa in un deserto sconfinato, Benedetta canta la gioia di vivere e ringrazia senza fine il Signore per il meraviglioso dono della vita.
Spesso ripete questo canto negro:
    A volte mi sento come un bimbo senza mamma
    a volte mi sento come un’aquila nell'aria.
    Una mattina luminosa e bella
    deporro' il mio fardello, distendero' le ali e fendero' l’aria,
    potrete seppellirmi all’est
    potrete seppellirmi all’ovest
    ma quella mattina
    gli angeli apriranno le grandi ali
    e io udro' le sante trombe suonare.
Poi venne l’ultima estate.
Le voci del lago, lo splendore e il profumo dei fiori sono ormai l'eco d'un sogno. Nel paesaggio di tenebra, Benedetta ricerca il suo Dio: "...i giorni passano nell'attesa di Lui che io amo nell'aria, nel sole che non vedo piu', ma che sento ugualmente nel suo calore quando entra attraverso la finestra a scaldarmi le mani, nella pioggia che scende dal cielo a lavare la terra..."
Il 1 Novembre ‘63 l’amica Giuliana, di ritorno dalla processione al cimitero, sente di dover passare da Benedetta che, appena sa della sua presenza, si mostra ansiosa di comunicare: "Ti devo dire una cosa importante:... sono entrata in un cimitero di Romagna, c'era una sola tomba aperta, illuminata da una luce tanto forte che la mia vista non riusciva a sostenerla e in mezzo a questa luce ho visto una rosa bianca. Tu cosa ne dici?" A Giuliana che esitava a rispondere, Benedetta soggiunse: "Non parlarne con nessuno."
Il racconto e' seguito anche dalla sorellina Carmen, presente a insaputa di Benedetta.
Si avvicina l'ultimo suo Natale, "e Benedetta diceva di pregare perche' in quella notte la pace scendesse sul mondo e diceva che lei aveva chiesto una grande grazia al Signore, di farla rinascere in quella notte con Lui. Io le portai un crocifisso. Benedetta volle toccarlo, poi disse - Anch'io così, ma sempre in letizia" (dalla testimonianza di Giuliana).
Già da tempo Benedetta si preparava al suo mistico Natale:
"Adesso io cammino per la strada che conduce a Betlemme: alla stalla dove il Bimbo nasce, mistero di amore e di dolore."
A fine anno i suoi la trasportano a Milano, e' l’ultimo addio agli amici che l’attendono: "Mi sembra di essere desiderata e contesa: che ridere, Maria Grazia!"
(Benedetta 20 giorni prima della morte, 418Kb)
La realta' di questo avvento, della nascita di Cristo in lei, era anticipata nella lettera a padre Gabriele del luglio '63: " Nelle prove mi raccomando alla Madre che ha vissuto prove e durezze le piu' forti, perche' riesca a scuotermi e a generare dentro il mio cuore il suo figlio così vivo e vero come lo e' stato per Lei."
A Capodanno Benedetta deve lasciare Milano: di ritorno a Sirmione trova il telegramma di Roberto. La mamma glielo "trasmette" come al solito, attraverso la mano: "Congregavit nos in unum Christi amor. Exultemus"
Queste parole la fanno trasalire di gioia e volgendosi alla mamma: "...Leggi adagio, mamma, la gioia e' troppo grande, e' la Chiesa che mi parla."
Poi sembra che perfino la Chiesa taccia, mentre Benedetta si avvia al suo Getsemani di solitudine: "Sai, mamma, per molti Benedetta e' gia' morta. Eppure molti mi ricorderanno; rimpiangeranno di non essermi stati accanto in quest’ora. La fine e' vicina, ma non dovrai mai sentirti sola, mamma; ti lascio tanti figli, tanti figli da guardare".
Benedetta sente avvicinarsi il momento dell'Incontro.
"In questi ultimissimi giorni sono peggiorata di salute; spero, percio', che la "chiamata" non si faccia attendere troppo... ti diro' che ho gia' sentito la voce dello Sposo. Sono lenta nelle preghiere, ma offro tutto, così come sono: Lui, che e' generato in me, voglia guidarmi fino in fondo".
"Ti diro' anche che in questi giorni mi sento spesso piena di Spirito Santo".
Sirmione (foto, 418Kb), mattino 23 gennaio 1964, giorno dello sposalizio della Vergine. Benedetta chiede alla madre di "leggerle" la pagina conclusiva, ove e' l’atto di offerta, de La storia di un’anima.di S.Teresa di Lisieux. La madre le e' accanto e per parlarle le muove lentamente la mano perche' Benedetta appare molto stanca. Un uccellino si posa sulla finestra; la mamma lo comunica a Benedetta che, priva da vari mesi anche della voce ridotta a penoso balbettio, intona una vecchia canzone: "Rondinella pellegrina". La sua voce limpida e nuova stupisce i presenti. Emilia, l’infermiera, piena di commozione esclama: "Signora, non sente, questa e' una voce che viene dal cielo. Benedetta muore!".
Sono gli ultimi istanti della sua vita terrena.
Una rosa bianca fiorisce fuori stagione nel giardino. Nell'apprenderlo dalla madre, Benedetta le dice, forse ricordando la visione comunicata all'amica Giuliana: "E' un dolce segno"..Aveva tante volte ripetuto: "Per coloro che credono, tutto e' segno".
Poi chiede alla mamma di "trasmetterle" l'ultima lettera di Lucio che, citando S.Paolo, le parla del trionfo della croce. Ricorda anche lo studente di medicina che in un'amara lettera pubblicata su "Epoca" si professava incapace di amare e percio' di credere: "Mamma,...Epoca ...  muoio ... digli ... gli voglio bene".
E in un sussurro appena percettibile: "... Mamma... ricordi la leggenda?...".La madre non capisce e tace pensosa. Solo alcuni giorni dopo le tornera' alla mente la leggenda di Tagore: " Il mendicante e il re".
"Ero andato mendicando di uscio in uscio lungo il sentiero del villaggio, quando, nella lontananza, apparve il tuo aureo cocchio come un segno meraviglioso; io mi domandai: Chi sara' questo Re di tutti i re?
Crebbero le mie speranze e pensai che i miei giorni tristi sarebbero finiti; stetti ad attendere che l’elemosina mi fosse data senza che la chiedessi, e che le ricchezze venissero sparse ovunque nella polvere.
Il cocchio mi si fermo' accanto. Il tuo sguardo cadde su di me e scendesti con un sorriso. Sentivo che era giunto alfine il momento supremo della mia vita. Ma Tu, ad un tratto, mi stendesti la mano dritta dicendomi: -  Cosa hai da darmi?- Ah!, qual gesto regale fu quello di stendere la tua palma per chiedere a un povero! Confuso ed esitante tirai fuori lentamente dalla mia bisaccia un acino di grano e te lo diedi.
Ma qual non fu la mia sorpresa quando, sul finir del giorno, vuotai per terra la mia bisaccia e trovai nello scarso mucchietto un granellino d’oro!
Piansi amaramente di non aver avuto il cuore di darti tutto quello che possedevo".
(Rabindranath Tagore)
Benedetta aveva dato tutto.
L'ultima sua parola fu "Grazie"

domenica 12 gennaio 2014

BIOGRAFIA
di Benedetta Bianchi Porro

di Walter Amaducci

 



***

Sabato 8 agosto 1936, alle ore 15,30, nasceva a Dovadola Benedetta Bianchi Porro, figlia di Guido, ingegnere idraulico, (1899-1985) e di Elsa Giammarchi (1912-2004). Guido aveva già un figlio di sei anni, di nome Leonida. Dopo Benedetta la coppia ebbe altri quattro figli: Gabriele (1938), Emanuela (1941), Corrado (1946) e Carmen (1953).

A causa di un’emorragia la neonata apparve in grave pericolo, per cui la mamma le conferì d’urgenza il Battesimo in casa con acqua di Lourdes, rito che venne ripetuto sub conditione il 13 agosto nella chiesa della SS. Annunziata di Dovadola.

In novembre Benedetta fu colpita da poliomielite: la gamba destra restò più corta e più sottile costringendola all’uso di scarpe ortopediche. Rimase zoppa per tutta la vita. «Porto i calzoni lunghi da uomo e tutti mi guardano» scriveva a nove anni.

Fin da piccola era più riflessiva e molto più equilibrata rispetto ai suoi coetanei, capace di considerazioni profonde, anche se perfettamente compatibili con altri lati vivaci. Testimonia sua mamma che anche la sua concentrazione nello studio era così: «Appena tornava da scuola apriva la cartella e tirava fuori i libri. Poi si stendeva a bocconi sul pavimento e si metteva a studiare. Leggeva con la faccina seria, corrugando un poco la fronte, senza mai distogliere lo sguardo dai libri. Ma quando finiva di studiare ridiventava bambina e si scatenava a giocare con i fratelli».

Aveva una sensibilità fortissima, e tuttavia non si ripiegava a commiserarsi. Se la chiamavano la zoppetta replicava che era la pura verità. Ma quella menomazione, le pesava sempre più man mano che cresceva. Ai suoi genitori faceva una grande pena e una compassione analoga suscitava in tutti quelli che le volevano bene. Un handicap che motivava il suo esonero da educazione fisica a scuola, che la rendeva impacciata negli spostamenti, che sul piano estetico da grande l’avrebbe marchiata irrimediabilmente, non poteva limitarsi a un puro fatto fisico. I tentativi fatti di pareggiare le gambe non ebbero, in un primo tempo, possibilità di attuazione. Dovette anzi rassegnarsi a mettere il busto, necessario, umiliante e doloroso.

Il 9 luglio 1949 la tredicenne Benedetta scrive nel suo diario:
«Stamattina ho messo per la prima volta il busto, che pianti! Mi stringe forte forte sotto le ascelle e quasi mi leva il fiato costringendomi a stare con le spalle indietro. Mi pare ora quasi di constatare di più le cause della mia disgrazia: prima ero sempre spensierata e mi credevo quasi uguale agli altri ma ora… che precipizio ci separa… non potrò mai avere le gambe uguali e se non portavo il busto sarei diventata gobba! Ma nella vita voglio essere come gli altri forse più… vorrei poter diventare qualche cosa di grande… quanti sogni, quante lacrime, quanta nostalgia e malinconia povera Benedetta!»
Questa ragazzina di tredici anni… vorrebbe poter diventare qualche cosa di grande. È una ragazza vera, che si vuole bene. Non è mica facile volersi bene. È facile essere egoisti, ma l’egoista non sta facendo il proprio bene, anzi: quando siamo egoisti ci stiamo demolendo con le nostre mani.

Benedetta era una bella ragazza, fine, molto attenta anche alla cura della sua immagine. Anche i suoi celebri orecchini rientravano in questa volontà di perfezione. I suoi fratelli la chiamavano Ava Gardner! Ma proprio per questo risaltava ancora maggiormente lo sgorbio della sua gamba. Quando le regalarono la bicicletta assaporò una gioia incontenibile, la stessa che provava nuotando. La gioia di essere uguale gli altri.

Nel 1951, mentre era a lezione di pianoforte, avvertì capogiri e tremiti alle mani e in seconda liceo, due anni dopo, i primi sintomi della sordità.

La sordità fu una sorpresa molto amara. Più di una volta fu oggetto di reazioni divertite da parte dei suoi compagni. Fu terribile. Poteva significare l’emarginazione progressiva dalle relazioni coi suoi simili, l’isolamento. Cominciò a veder vacillare la possibilità di progetti per il futuro, sentì ancora più acutamente la corsa del tempo accanto a lei e il bisogno di sfidare quel tempo implacabile.

Scelse il campo di battaglia a lei più congeniale, quello degli studi. Il suo ambiente familiare aveva favorito la sua predisposizione alla lettura e allo studio, come ogni suo interesse verso le svariate forme della bellezza e dell’arte. Ingaggiò una corsa contro il tempo: durante l’estate del 1953, saltando la terza liceo, preparò l’esame di maturità classica e il 6 ottobre ottenne il diploma con la media del sette e mezzo. Era pronta ad iscriversi all’università. Aveva appena diciassette anni.

Avrebbe desiderato fare Medicina, ma suo padre riteneva quella facoltà troppo impegnativa e la convinse a scegliere Fisica. Lo spettro della matematica, che già in passato l’aveva perseguitata, incombeva di nuovo su di lei. Non aveva alcun senso sottoporsi a una simile penitenza e decise di cambiare. Tornò al suo primo sogno di Medicina e i suoi genitori si mostrarono molto più accondiscendenti di quello che si sarebbe immaginato. Si buttò nello studio con entusiasmo.

Ma il suo corpo doveva fare i conti con la sordità e con stati di spossatezza crescenti. La convinsero ad andare da uno psicanalista, nella convinzione che i suoi disturbi di udito potessero avere spiegazioni a quel livello, anche se nel frattempo risultava assai più utile il corso che frequentava alla scuola per sordomuti.

Ma i suoi fastidi non erano provocati soltanto dalla sordità. Faceva sempre più fatica a camminare e non aveva definitivamente rinunciato all’idea di farsi pareggiare le gambe. Il progetto andò in porto il 12 luglio 1955 quando fu ricoverata nella Casa di Cura “Villa Igea” di Forlì per l’accorciamento del femore sinistro di tre quattro centimetri. Ad operarla fu il professor Gui.

Tutto questo non le impediva di studiare e dare esami. Con avventure e disavventure tutte da raccontare. Un giorno la mamma trovò sul comodino dell’ospedale un biglietto nel quale Benedetta si scusava per l’assenza: era andata a dare un esame all’università!

Il 25 giugno del 1955, proprio prima dell’intervento alla gamba, le capitò l’incidente dell’esame di Anatomia umana: era l’esame più impegnativo del primo biennio e l’aveva preparato con lunghi mesi di studio. Scese tremando le gradinate della grande aula ad anfiteatro che era gremita di studenti e si avvicinò al microscopio; mise a fuoco e identificò immediatamente il preparato istologico del vetrino.
L’assistente, che la conosceva, le rivolse alcune domande per iscritto e lei rispose con sicurezza. Poi le fecero cenno di presentarsi al professore per la parte teorica dell’esame, già di per sé difficile e impegnativa. Quando il professore le rivolse la parola Benedetta non riuscì a capire niente. Rossa di vergogna e di confusione cercò di spiegargli la sua situazione di sordità; lo pregò di avere pazienza e di rivolgerle le domande per iscritto. «Che pazienza e pazienza! Chi ha mai visto un medico sordo?» sbottò il docente. E scagliò con violenza il suo libretto universitario contro la porta.
Mentre avveniva questo i suoi compagni stavano reagendo con grandi risate. Anna, la sua domestica e amica che la accompagnava, raccolse il libretto, umiliata e addolorata quasi più di lei. Benedetta decise di informare la mamma solo la mattina dopo. Com’era da aspettarsi mamma Elsa si indignò come una belva e ottenne di farle ripetere l’esame. Lo ridiede l’undici novembre superandolo con 23/30. Il professore si era rifiutato di interrogarla, ma alla fine le strinse la mano.

Ma per la salute stava arrivando il peggio…un peggio che era già all’opera da anni, solo che i medici non l’avevano identificato. Quando cominciò a percepire dei disturbi alla vista che finirono per concretizzarsi in una piccola ulcera corneale, Benedetta riuscì da sola a diagnosticare il suo male. Naturalmente nessuno le voleva credere. Era una malattia molto rara, terribile e inesorabile: il morbo di Recklinghausen chiamato anche Neurofibromatosi diffusa.
Si tratta di tumori che colpiscono i centri nervosi e progressivamente spengono la capacità ricettiva dei sensi. Il risultato finale è la paralisi dell’organismo e la sua totale insensibilità. Senza alcuna possibilità di poterli contrastare in maniera risolutiva. Si possono rimuovere certi noduli, ma sempre e solo per rimandare la disfatta. Dovette effettuare molti ricoveri, interventi complessi e dolorosi. Talora anziché migliorativi risultarono controproducenti o ebbero effetti collaterali devastanti.

Il 27 giugno del 1957, ad esempio, la operarono per la prima volta alla testa per asportare un nodulo dal nervo acustico. Quando si risvegliò dall’anestesia avvertì al viso qualcosa di strano; se lo toccò e si rese conto che per sbaglio il chirurgo, prof. Augusto Beduschi, le aveva leso il nervo facciale: aveva la metà sinistra del volto paralizzata.
Potete immaginare l’imbarazzo del chirurgo, il giorno dopo, quando andò a scusarsi. Ma Benedetta cercò di sdrammatizzare: «Mi dia la mano e stia sereno! È una cosa che può succedere: non è mica il Padre eterno lei!»

Quegli interventi non potevano essere risolutivi, ma andavano fatti. I parziali recuperi venivano presto sommersi da nuovi episodi o manifestazioni del male. Comparvero ad esempio dei disturbi atassici, cioè di mancanza di coordinazione dei movimenti muscolari. Faticava a mantenere l’equilibrio, provava la sensazione di vertigini; fatto sta che per poter camminare doveva appoggiarsi al bastone. E anche a questo si accompagnò una buona dose di vergogna.

Ma la peggiore di tutte le prospettive, per lei, era l’eventualità di diventare pazza. Se c’era un pensiero capace di angosciarla era quello. In ogni caso, giorno dopo giorno, mese dopo mese, proseguiva la sua demolizione. Dopo l’udito perdette anche il tatto, l’olfatto, il gusto. Divenne cieca. Le furono asportati tutti i denti. Non poteva neppure piangere. Il suo corpo rimase completamente paralizzato. Ma con un’eccezione: la mano destra le fu risparmiata e così pure la voce. Così in quello che avrebbe potuto diventare un castello inaccessibile, rimase un pertugio sufficiente per entrare ed uscire.

Mentre si avvicinava l’appuntamento con quella cecità inevitabile si chiedeva come avrebbe potuto fare a comunicare con gli altri una volta rimasta completamente cieca e sorda. E pensò all’alfabeto muto. Non poteva vedere, poteva solo sentire la sua mano e il suo braccio che opportunamente manovrati o disposti secondo le posizioni dell’alfabeto muto trasmettevano alla sua mente le varie lettere. Si trattava di unirle in parole e frasi e il gioco era fatto. Col suo filo di voce, debole e roca, poi rispondeva.

Perdette completamente la vista nel 1963. Quel fatto segnò il compimento della svolta iniziata alcuni anni prima, nel febbraio del 1959 quando aveva conosciuto Nicoletta Padovani. Quattro anni dopo le avrebbe scritto rammentando il primo giorno che si erano parlate: «Per uno strano presentimento, capii che tu mi avresti aiutata, non solo all’università, ma nell’altra Università: quella vera: quella di Dio».

Si sentì debitrice a Nicoletta di quel passaggio radicale dalla sua religiosità rigorosa accompagnata da una morale altrettanto intransigente ad una fede come incontro vivo, reale, con Gesù Cristo che le consentiva l’accesso al Padre e glielo faceva sperimentare in ogni istante della vita. Non ebbe bisogno di rinnegare i suoi grandi autori preferiti da Pascal a Dostoevskij e agli altri grandi scrittori russi, da Shakespeare a Leopardi: con i suoi amici era bello e fecondo confrontarsi sui loro scritti. Essi dilatarono le sue domande di senso e di verità, le fecero intravedere barlumi di risposta. Ma questa fontana dissetante l’aveva già a disposizione da anni ed era la Sacra Scrittura, erano i grandi santi come Agostino, Francesco, Teresa di Lisieux, Francesco di Sales. Nicoletta le fece da guida in questa riscoperta. Le lettere di San Paolo diventarono una miniera d’oro, e così S. Agostino. Fu una riscoperta.

Quando ad esempio rilesse le Confessioni di S. Agostino si accorse nettamente di questo salto di qualità che la sua percezione registrava. Scrisse a Maria Grazia, il 1° ottobre del 1960: «Mi sono messa a rileggere un libretto (“Le confessioni” di S. Agostino) che lessi a scuola in 2° liceo durante filosofia e che a quel tempo non mi aveva fatto molta impressione (tra l’altro mi ha colpito l’insulsaggine delle mie noterelle di allora). È stata un’idea luminosa perché è un libretto pieno di cose sublimi; lo conosci?».

Grazie a Nicoletta si verificò in lei questa presa di coscienza che un po’ alla volta riuscì a fare coincidere fede e vita. In seguito, grazie ai suoi amici di Gioventù Studentesca, anche la sua esperienza della Chiesa assunse una concretezza e una bellezza straordinarie.

«Dio ci fa capire man mano quello che vuole da noi e quello che dobbiamo fare» scrisse una volta. E furono le altre persone che l’aiutarono a decifrare i fatti della vita.

È lo stile di Dio, è il suo metodo. Come accadeva a Maria di cui Benedetta era devotissima. Non c’era Gabriele come consulente fisso accanto a Maria. Di solito anche lei apprendeva da altri: dalla cugina Elisabetta, dai pastori di Betlemme, dai vecchi Simeone e Anna… dai fatti stessi che le capitavano e che magari la costringevano a riflettere per trovare il bandolo della matassa, come annota Luca: «Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore».

«Ho tanto desiderio di salire, ma la montagna verso l’alto è faticosa, e se Lui non mi prende la mano per aiutarmi, io non riuscirò più a fare passi, e la sosta non la voglio, perché è sempre pericoloso infiacchirsi». Queste parole le scrisse a Roberto il 13 maggio del 1963. Poco più di un mese prima, il 4 aprile, gli aveva fatto una raccomandazione precisa: «Scegli un confessore stabile, maturo e poi cerca di andare sempre da lui a consigliarti. Non cambiare: conoscendoti saprà meglio guidarti».

Benedetta desiderava guarire. Se la medicina appariva impotente poteva riuscirci il miracolo. Per questo si recò a Lourdes. Il primo impegno è togliere o alleviare la sofferenza e il dolore. È il primo impegno verso gli altri e verso se stessi.
Gesù era un guaritore e chiese ai suoi discepoli di fare lo stesso: «Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità» (Matteo 10,1).

Dal 24 al 31 maggio 1962 dunque fu a Lourdes in pellegrinaggio con l’Unitalsi. L’ultimo giorno guarì miracolosamente Maria Della Bosca, una ragazza di ventidue anni di Tirano. Guarì perché proprio Benedetta l’aveva incoraggiata ad avere fede, quando si era trovata accanto a lei a pregare davanti alla grotta dell’Apparizione.
Benedetta rimase molto turbata, scossa. Anche lei era andata a chiedere la guarigione: perché le era stata rifiutata? Fu proprio la fede a farle riconoscere il criterio di Dio che supera il nostro. «Egli agisce sempre per il nostro bene» scrisse con rinnovata certezza a Nicoletta dopo quei fatti. E nella lettera successiva le confermò questa sintonia con la volontà di Dio che stava maturando in lei: «Sai, tempo fa cercavo Dio, ma mi agitavo come in un vestito troppo stretto, ora va liscio».
Ebbe certamente dei momenti di avvilimento con la sensazione di essere inutile. Li aveva avuti nella sua adolescenza, come tanti suoi coetanei, e anche da più grande man mano che i suoi progetti si infilavano in un vicolo cieco. Arrivarono anche i momenti terribili della disperazione accompagnati dal pensiero del suicidio: gettarsi dalla finestra del suo appartamento, a Milano. Ma poi quel vicolo fu invaso da una luce splendida e vide che non era affatto cieco. Quando capì che era veramente importante per Dio, e che tutto quello che donava a Lui – con gioia o con fatica – diventava oro, la paura si dileguò. Poté tornare qualche volta, come tentazione, come prova, solo per essere superata prontamente.

Come prova.
Clive Staples Lewis nel suo libricino dal titolo Diario di un dolore afferma che le prove non servono a Dio, perché lui ci conosce bene, sa già come siamo. La prova serve a chi dice di amarlo per verificare se è proprio vero e fino a che punto.
Ma serve anche a chi vive accanto al ‘provato’ perché gli offre un’occasione di schierarsi e di scommettere sulla bontà di Dio. Quando Maria Grazia le scriveva «Sei il volto stesso della speranza» non faceva solo l’elogio di Benedetta, ma rivelava qualcosa di sé, della propria speranza che si specchiava in quella dell’amica e ne traeva forza.

Sofferenze tuttavia non solo rivelatrici, ma in sé utili e vantaggiose. A lei come purificazione, a tutti come redenzione.
Nicoletta conosceva bene l’esistenza delle sue turbolenze e le scrisse delle parole indimenticabili: «Non ti angustiare se ti sembra di ribellarti: a Dio non importa! Lui sa. Ricorda che quando sembra di non credere più abbastanza, è allora che siamo con Cristo in Croce per riscattare il mondo. “Padre, perché mi hai abbandonato?”. Vorrei soffrire un poco al tuo posto. Ma davanti a questo mistero enorme Lui vuole solo il nostro “sì”. Non importa se lo diciamo male».

Siamo con Cristo in Croce per riscattare il mondo. La teologia paolina illumina Benedetta: «Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa». (Colossesi 1,24)
Il significato è chiaro: Cristo ha portato con sé sulla croce i dolori e le sofferenze di ogni uomo dando ad esse un valore redentivo, di “corredenzione”: offerte insieme alle sue al Padre, esse sono “salvifiche” per l’offerente e per tutti coloro a beneficio dei quali sono offerte.
Come le preghiere. Chi crede sa che l’intercessione continua di chi vive in clausura va a beneficio reale di tante persone, vive e defunte. Questo vale per ogni preghiera di intercessione. S. Teresa di Gesù Bambino divenne patrona delle Missioni per questa duplice offerta, di preghiera e di sacrificio, a beneficio dei missionari.

Le parole di Benedetta al ritorno dal secondo viaggio a Lourdes furono: «Ed io mi sono accorta, più che mai, della ricchezza del mio stato, e non desidero altro che conservarlo. È stato questo il miracolo di Lourdes, quest’anno».
Non desiderava star male. Benedetta voleva stare con Dio, stare bene con Lui, senza che niente diventasse talmente importante o talmente terribile da interporsi tra lei e Lui. Perché la gioia di star bene con Lui non era e non è paragonabile ad altre!

Don Elios Giuseppe Mori, il 12 settembre del 1960 le scriveva: «Non misurare la tua vita col metro della sofferenza, pensando che abbia valore solo quello che ti costa. Il valore di ogni cosa è l’amore. Cerca di amare Dio coi sentimenti di una figlia. Quando stai bene, gli sei vicina come quando stai male; cerca in un caso come nell’altro di volere bene al tuo Padre celeste».
Infatti Benedetta non riteneva che quella fosse l’unica via di santificazione. Sua sorella Manuela, era ballerina del teatro alla Scala di Milano. Tutta la famiglia ne andava fiera fin dai suoi primi anni. Bimba bellissima, bionda con gli occhi verdi, era abile nella danza, tanto da meritarsi a otto anni, per la sua performance nell’operetta Fior di loto, non solo gli applausi dal pubblico del teatro di Ravenna ma tutto l’entusiastico apprezzamento di Benedetta e dei familiari; era il fiore all’occhiello della famiglia Bianchi Porro. La sua bellezza e la sua bravura erano attributi così evidenti che nessuno poteva metterli in discussione e Benedetta per prima era felice di avere una sorella come lei.

Quando alla fine di febbraio 1963 fu operata e perse completamente la vista, Benedetta stette molto male e padre Graziano dei Camilliani celebrò la S. Messa nella sua stanza all’ospedale. Terminata la celebrazione congedò gli amici che si erano radunati intorno al suo letto, ma volle che si trattenesse per un attimo proprio una delle ballerine della Scala, la Lilli, cioè Liliana Cosi. Le premeva comunicarle un messaggio a cui teneva molto, un messaggio valido per lei e per tutte le sue colleghe, Manuela compresa: «Ricordati Lilli, che si può essere santi ovunque ci si trovi».

I primi sei mesi del 1963 furono mesi di passi ardui, ma decisivi. 27 febbraio: importante intervento chirurgico. 28 febbraio: definitiva perdita della vista. 1 marzo: per l’aggravamento delle sue condizione di salute Benedetta riceve il sacramento dell’Unzione degli infermi. 15 aprile, lunedì dell’angelo: si sposa la sorella Manuela. Sperimentando un momento di abbandono, anche se di pochi attimi, Benedetta assapora l’amaro contrasto tra la sua vita imprigionata e quella di chi sta coronando i suoi sogni. 24-30 giugno: compie il secondo pellegrinaggio a Lourdes con l’Oftal. «Mi sono accorta, più che mai, della ricchezza del mio stato e non desidero altro che conservarlo» fu il risultato finale di quel percorso serrato.

La sofferenza non le aveva spento l’amore per la vita, la capacità di gustare le bellezze del creato. Indimenticabile quella scena della mano che sente il calore del sole e ne gusta tutta la magnificenza. «I giorni passano nell’attesa di Lui, che io amo nell’aria, nel sole che non vedo più, ma che sento, ugualmente, nel suo calore, quando entra attraverso la finestra a scaldarmi le mani; nella pioggia che scende dal cielo per lavare la terra».
Stava dettando quelle parole con un filo di voce perché tutto il suo corpo era paralizzato e insensibile, tranne che in quella mano risparmiata dalla paralisi, con la quale riusciva a comunicare con l’esterno.
«Io penso: che cosa meravigliosa è la vita (anche nei suoi aspetti più terribili); come la mia anima è piena di gratitudine e amore verso Dio per questo!». Riuscire a vedere le meraviglie di Dio dietro la scorza provocatoria del male e del dolore è un’abilità che solo Lui può dare.

È il caso di ribadire la sua sensibilità straordinaria, che la rendeva capace di assaporare in maniera elevata tutte le bellezze e le gioie ma anche di percepire il dolore in forme altrettanto acute. A tale proposito scrisse a Maria Grazia:
«Chissà perché spesso si sente dire che più si è intelligenti e più si apprende, meno si è felici. Non è vero, invece; non c’è felicità senza la coscienza di essa; anzi, la coscienza della mia propria felicità mi inebria e mi dà attimi di vera estasi spirituale». A Manuela, qualche anno dopo, avrebbe scritto con toni di struggente nostalgia, ripensando alla sua infanzia quando alla domenica la mamma portava i suoi bimbi a San Mercuriale: «Come eravamo felici, allora!! E non sapevamo di esserlo».

I suoi ultimi mesi furono intensissimi di relazioni e di corrispondenza. Le sue lettere dettate alla mamma e quelle che riceveva ‘tradotte’ da lei si susseguivano ad un ritmo incalzante.
Sentiva in maniera acutissima la responsabilità del tempo che le era stato assegnato: doveva sfruttarlo fino in fondo.
Ancora in prima media, aveva composto un tema dal titolo L’orologio, che l’insegnante aveva giudicato così: “non si può dare un voto perché è un’opera sublime”. La morale era limpida: «dovremo rendere conto a Dio del tempo che lui ci ha dato come un dono prezioso. Se ogni sera pensassimo a questo, faremmo un uso migliore delle nostre giornate, e forse non sciuperemmo neppure i minuti».

Poche ore prima di morire le fu letto l’atto di offerta di S. Teresa con espressioni come «… Vi ringrazio, mio Dio, di tutte le grazie che mi avete concesse, in particolare di avermi fatto passare per il crogiolo della sofferenza…»
Da più giovane aveva scritto: «sono triste e vuota perché tutti i miei ideali sono ancora così lontani ma io ho bisogno di una meta più vicina da raggiungere». E invece il desiderio riuscì a dilatarsi e la meta poté innalzarsi grazie alla preghiera, come esercizio del desiderio! Non c’era niente di più urgente, di più importante per lei. La sorellina Carmen sapeva che su tutto poteva cedere con lei, ma non sul tempo dedicato alla preghiera. E mentre pregava diventava ostensorio inequivocabile della presenza di Dio: «Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui».

Benedetta ci ha confermato come «l’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stessa, non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé» come dice la Gaudium et spes e riprende la Salvifici doloris. Benedetta aveva ripetutamente contemplato questa verità centrale nell’immagine evangelica del chicco di frumento che per portare molto frutto deve morire, e soprattutto nello svuotamento di Gesù stesso, il Figlio di Dio che muore sulla croce. L’esempio evangelico del chicco di grano era stato riespresso in modo efficace dal poeta indiano Tagore nella leggenda del mendicante e del re, riferita il 18 ottobre 1963, giornata missionaria, da Carmen che l’aveva sentita da un frate in chiesa, durante la predica. Pochi attimi prima di morire a Benedetta tornò in mente quella leggenda e sussurrò alla mamma: «Ricordi... la leggenda? La leggenda, ricordati…». Seguirono poche altre parole. L’ultima fu: «Grazie».

Era il 23 gennaio 1964, alle 10,40. La morte l’aveva raggiunta nella sua casa bianca dalle persiane verdi, a Sirmione sul lago di Garda. Una rosa bianca, fiorita proprio quella mattina nel giardino di casa, venne interpretata da Benedetta come un “dolce segno”, come la conferma dell’incontro ormai imminente con il suo Signore.

Il 24 gennaio, alle ore 16 ebbero luogo i solenni funerali a Sirmione, con un lungo corteo che accompagnò la bara, portata a spalle per tre chilometri, fino al cimitero delle Colombare. Il giorno seguente la salma di Benedetta venne trasferita a Dovadola e tumulata nella tomba dei nonni materni nel locale cimitero. Cinque anni dopo, il 22 marzo 1969 ci fu la traslazione della salma di Benedetta alla Badia di S. Andrea in Dovadola e la collocazione dentro un sarcofago sormontato da un altorilievo in bronzo di Angelo Biancini. Sul sarcofago sono incise le parole di S. Teresa di Lisieux: «Non muoio, ma entro nella vita».

I primi contatti con la Congregazione dei Santi per aprire la Causa di beatificazione di Benedetta furono presi dal postulatore incaricato, padre Bernardino da Siena, nel 1971. La professoressa Anna Cappelli, anima del gruppo degli Amici di Benedetta sorto di recente, seguì da quel momento ogni passo dell’iter che approdò il 12 dicembre 1971 all’apertura della Causa nella cattedrale di Forlì.

Dovettero però trascorrere cinque anni prima che potesse aver luogo la solenne apertura del “Processo cognizionale per la causa di canonizzazione” della Serva di Dio Benedetta Bianchi Porro, evento che si svolse il 25 gennaio 1976 nel duomo di Forlì, sotto la presidenza del vescovo Giovanni Proni. La chiusura del processo fu celebrata l’anno seguente, il 19 giugno 1977, sempre nella cattedrale di Forlì.

Il 23 dicembre 1993 Giovanni Paolo II promulgò il Decreto sulla eroicità delle virtù di Benedetta Bianchi Porro, confermando il parere unanime e positivo della Congregazione per le cause dei Santi. Benedetta venne così dichiarata Venerabile.

Rileggiamo e meditiamo la poesia di Rabindranath Tagore che tornò alla mente di Benedetta nei suoi ultimi istanti di vita. Il contenuto è squisitamente evangelico. Se l’uomo si ritrova nel dono di sé, quando Dio gli offre la possibilità di farlo in forma fecondissima e perfetta, gli sta offrendo il più prezioso dei regali.

Ero andato mendicando d’uscio in uscio
lungo il sentiero del villaggio,
quando il tuo cocchio dorato
apparve in lontananza
come un magnifico sogno
e mi chiesi chi fosse
questo Re di tutti i re!
Le mie speranze crebbero, e pensai
che i brutti giorni fossero passati,
e rimasi in attesa di doni non richiesti,
di ricchezze profuse da ogni parte.
Il tuo cocchio si fermò vicino a me.
Mi guardasti e scendesti sorridendo.
Sentivo che alfine era arrivata
la fortuna della mia vita.
Poi, all’improvviso,
mi stendesti la mano
chiedendo: « Che cos’hai da darmi? »
Quale gesto regale fu il tuo!
stendere la mano a un mendicante
per mendicare!
Rimasi indeciso e confuso.
Poi estrassi dalla mia bisaccia
il più piccolo chicco di grano
e te lo offersi.
Ma quale non fu la mia sorpresa
quando, finito il giorno, vuotai
la mia bisaccia per terra e trovai
un granellino d’oro
nel mio povero mucchio!
Piansi amaramente e desiderai
di aver avuto il coraggio
di donarti tutto quello che avevo.


«In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Giovanni 12,24). Questa parola di Gesù si è realizzata pienamente in Benedetta, desiderosa di diventare qualche cosa di grande, e pervenuta a tale meta per una strada non prevista, non cercata ma riconosciuta, accettata e percorsa fino in fondo.

«Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Giovanni 15,16).