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giovedì 28 settembre 2023

Atto d'Amore, di Ada Negri.

 Atto d'Amore, di Ada Negri.


Non seppi dirti quant'io t'amo, Dio

nel quale credo, Dio che sei la vita

vivente, e quella già vissuta e quella

ch'è da viver più oltre: oltre i confini

dei mondi, e dove non esiste il tempo.

Non seppi; - ma a Te nulla occulto resta

di ciò che tace nel profondo. Ogni atto

di vita, in me, fu amore. Ed io credetti

fosse per l'uomo, o l'opera, o la patria

terrena, o i nati dal mio saldo ceppo,

o i fior, le piante, i frutti che dal sole

hanno sostanza, nutrimento e luce;

ma fu amore di Te, che in ogni cosa

e creatura sei presente. Ed ora

che ad uno ad uno caddero al mio fianco

i compagni di strada, e più sommesse

si fan le voci della terra, il tuo

Volto rifulge di splendor più forte

e la tua voce è cantico di gloria.

Or - Dio che sempre amai - t'amo sapendo

d'amarti; e l'ineffabile certezza

che tutto fu giustizia, anche il dolore,

tutto fu bene, anche il mio male, tutto

per me Tu fosti e sei, mi fa tremante

d'una gioia più grande della morte.

Resta con me, poiché la sera scende

sulla mia casa, con misericordia

d'ombre e di stelle. Ch'io ti porga, al desco

umile, il poco pane e l'acqua pura

della mia povertà. Resta Tu solo

accanto a me tua serva; e nel silenzio

degli esseri, il mio cuore oda Te solo

mercoledì 15 giugno 2022

 Un bimbo abbandonato 


Se nel crocicchio d’una via deserta

o in mezzo al mondo gaio e spensierato

incontraste un bambino abbandonato,

pallido il viso e la pupilla incerta,

che d’una madre il bacio ed il consiglio

abbia perduto, e pianga su una bara

la memoria più santa e la più cara.

oh, portatelo a me!… Sarà mio figlio.

Io lo terrò con me, per sempre. A sera

gli metterò le sue manine in croce,

con lui, per lui dicendo a bassa voce

de’ miei anni più belli la preghiera.

La parola che eleva e che conforta

io gli dirò con placida fermezza;

la gelosa e veggente tenerezza

avrò per lui de la sua mamma morta.

Io gli dirò che la vita è lavoro,

gli dirò che la pace è nel perdono;

di tutto ciò vhe è giusto e grande e buono

farò nella sua mite alma un tesoro.

Mentr’io declinerò verso l’oblìo,

e avrò la cuffia e metterò gli occhiali,

ei salirà, lo spirito agl’ideali,

le braccia alla fatica e il cuore a Dio. 


Ada Negri // Trent Gudmundsen

mercoledì 22 agosto 2018

Atto d'amore

 Atto d'amore
*** 

Autore:
Peraboni, sr. MaristellaCuratore:
Riva, Sr. Maria Gloria    Fonte:
CulturaCattolica.it


Non seppi dirti quant'io t'amo, Dio
nel quale credo, Dio che sei la vita
vivente, e quella già vissuta e quella
ch'è da viver più oltre: oltre i confini
dei mondi, e dove non esiste il tempo.

Non seppi; - ma a Te nulla occulto resta
di ciò che tace nel profondo.
Ogni atto
di vita, in me, fu amore. Ed io credetti
fosse per l'uomo, o l'opera, o la patria
terrena, o i nati dal mio saldo ceppo,
o i fior, le piante, i frutti che dal sole
hanno sostanza, nutrimento e luce;
ma fu amore di Te, che in ogni cosa
e creatura sei presente.
Ed ora
che ad uno ad uno caddero al mio fianco
i compagni di strada, e più sommesse
si fan le voci della terra, il tuo
Volto rifulge di splendor più forte
e la tua voce è cantico di gloria.

Or - Dio che sempre amai - t'amo sapendo
d'amarti; e l'ineffabile certezza
che tutto fu giustizia, anche il dolore,
tutto fu bene, anche il mio male, tutto
per me Tu fosti e sei, mi fa tremante
d'una gioia più grande della morte.

Resta con me, poiché la sera scende
sulla mia casa, con misericordia
d'ombre e di stelle. Ch'io ti porga, al desco
umile, il poco pane e l'acqua pura
della mia povertà. Resta Tu solo
accanto a me tua serva; e nel silenzio
degli esseri, il mio cuore oda Te solo.
                                                           ADA NEGRI



da : Cultura Cattolica


Ada Negri scrive questa poesia nell'ultima parte della sua esistenza. È il canto d'approdo alla Verità di una vita, travagliata ma vissuta intensamente, passata alla ricerca della Verità stessa.
Tutta la sua esperienza, umana e artistica, può, infatti, essere letta sotto il segno della ricerca, della giustizia prima e del vero bene poi: ricerca di quell'unicum che, solo, può appagare e riempire l'esistenza, dandole senso e significato.
Molto assomiglia, la vicenda di Ada Negri, a quella della Samaritana che la Liturgia ci presenta in questa terza domenica di Quaresima.
Il passo evangelico di Giovanni 4, 5-42 "è - come ebbe ad evidenziare il Card. Martini - la storia di un cammino, la storia di un incontro con Gesù. È l'incontro di questa donna, che però non comprende d'un colpo solo, in un momento il Mistero di Gesù, ma attraverso un lungo processo che viene espresso molto chiaramente da questa pagina evangelica composta di sette battute di dialogo. Partono, queste parole, da un primo accenno alle necessità materiali - l'acqua da bere - per andare, a poco a poco, al Mistero del Messia, al Mistero stesso di Gesù. Questa donna viene sciolta poco a poco dai suoi blocchi, dalle sue paure, dalle sue resistenze e viene a riconoscere il Mistero del Signore".
Nella immagine di un cammino di ricerca terminante nell'incontro con le realtà profonde tanto cercate, può essere sintetizzata anche la vita di Ada Negri. Un'ininterrotta ricerca delle risposte autentiche alle domande radicali che in lei albergavano e la portavano a vivere in perenne tensione interiore, mai paga di quanto raggiunto finché, nella sua esistenza, non avvenne l'incontro con il Signore della vita, il Dio della "sua" vita.
Questo bruciante anelito, verso un "oltre" che raggiungerà solo al termine della sua esperienza umana, appare particolarmente evidente se si scorrono, anche solo di sfuggita, le fasi principali che hanno scandito la sua esistenza.
Dopo un'infanzia passata nella miseria sognando il proprio riscatto sociale, Ada Negri assapora il successo letterario e, sposando un medio industriale, giunge all'agiatezza economica desiderata. 
Né l'insegnamento, cui si era dedicata, né il matrimonio, da cui nacque l'amata figlia Bianca riuscirono però a soddisfare l'animo inquieto di Ada.
Abbandonati entrambi, la Negri intraprese una serie di viaggi che, se da un lato l'arricchirono culturalmente, permettendole di conoscere genti e Paesi diversi, dall'altro non la portarono a raggiungere la sospirata felicità.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, anche per tentare di colmare il senso di vuoto e solitudine che in lei si era fatto sempre più acuto, torna in Italia per prestare servizio in un ospedale milanese ed inizia, in questo periodo, una nuova esperienza sentimentale. Anche questa intensa relazione finisce tragicamente con l'improvvisa morte dell'amato, lasciando Ada Negri nell'amarezza e nello sconforto.
Dopo alcuni anni trascorsi a Capri, dove, maturata umanamente, artisticamente e spiritualmente, guarda alla sua esistenza, rievocandola anche nello splendido racconto autobiografico Stella mattutina (1921), torna a Milano e qui trascorre i suoi ultimi anni in una vita ritiratissima e con un programma di vita quasi monacale. Dio riempie ed appaga, infine, la sua esistenza, apportandole la serenità da lei sempre agognata.
L'intera esistenza della Negri fu una vita pienamente vissuta e pienamente umana poiché, come ha ricordato anche il S. Padre, "l'uomo non smette mai di cercare: quando è segnato dal dramma della violenza, della solitudine e dell'insignificanza, come quando vive nella serenità e nella gioia, egli continua a cercare. L'unica risposta che può appagarlo acquietando questa sua ricerca gli viene dall'incontro con Colui che è alla sorgente del suo essere e del suo operare"… e Ada Negri fa quest'incontro. La fede, che fondamentalmente l'aveva sempre accompagnata ma era inizialmente rimasta in lei come "assopita", dopo il cammino purificazione da ogni illusione terrena che ha caratterizzato anche tutto il suo percorso di maturazione umana e artistica, fiorisce nell'incontro intimo e personale con Cristo, sentito ora, dalla poetessa, come compagno e unico approdo dell'intera esistenza.
Questa poesia rispecchia e rievoca dunque tutto l'itinerario di ricerca e di fede vissuto da Ada e, in un sublime sentimento di interiore spiritualità, diviene preghiera, colloquio con quel Dio che fin dalla fanciullezza l'aveva accompagnata e che ora la Negri riconosce come autentico centro del suo amare: diviene "atto d'amore".
"Non seppi dirti - dice - quant'io t'amo, Dio".Inizia così la sua "professione d'affetto e d'amore", espressione del legame, forte e profondo, che la lega alla sua fede e al suo Dio.
Si sente l'eco delle 
Confessioni di S. Agostino: "Ciò che sento in modo non dubbio, anzi certo,Signore, è che ti amo".
"Non seppi - ripete - ma a Te nulla occulto resta": Ada esprime l'abbandono fiducioso, la consolante consapevolezza che Dio sa leggere oltre le apparenze effimere e giungere amorevolmente al cuore, nell'intimo profondo della sua creatura. Vi si intravede la certezza che ella ha di essere pienamente compresa dal suo Dio. Ada, dopo tutte le vicende burrascose della sua vita, sa che non verrà giudicata ma accolta e capita da un Dio che, conoscendola nella sua realtà più intima, l'avvolge nel Suo Mistero d'amore.
"Ogni atto di vita, - prosegue infatti la Negri - in me, fu amore". È la sintesi della tensione d'amore che animò tutta la sua esistenza portandola a scrivere, in un'altra sua poesia: "Tutto vale. A ciascun la sua fatica è sacra e Dio l'accoglie; non v'è colpo di zappa o colpo d'ala che non sia atto di fede".La fede diviene, in quest'opera, sinonimo di amore. Non si può credere autenticamente se non si ama Colui in cui si crede e se non si è sperimentato il Suo amore.
"Ed io credetti - ammette - fosse per… ma fu amore di Te… Ed ora che più sommesse si fan le voci della terra, il tuo Volto rifulge di splendor più forte e la tua voce è cantico di gloria". La Negri non nega le difficoltà, le sofferenze e le illusioni che hanno caratterizzato la sua vita, Il suo non è un "poetico idillio", il canto di una "realtà utopica". Tutta la sua poetica esprime la vita reale ma la reinterpreta e la legge con gli occhi della fede che, al di là di ogni esperienza umana, sanno intravedere "il mistero e l'agire di Dio". "Il Signore - come ebbe a scrivere un'altra grande poetessa del '900, Gabriela Mistral - dorme nelle cose". Anche la sofferenza, riconosce la Negri, è feconda poiché, "ora che più sommesse si fan le voci della terra, il tuo Volto rifulge di splendor più forte… Or t'amo sapendo d'amarti".Perciò nulla va perduto, nulla è senza significato, nessun accadimento, per quanto negativo, è totalmente tale se guardato con uno sguardo di fede poiché, come direbbe la Mistral, la poetessa sopra citata, "Chi ti lascia una spina nella mano tremante, ti offre nell'altra un motivo di sorriso. Non dire ch'è un gioco crudele. Tu non sai (nella chimica di Dio), perché è necessaria l'acqua delle lacrime"."Or t'amo - esclama in un moto di intima gioia -sapendo d'amarti; e l'ineffabile certezza che tutto fu giustizia, …, tutto fu bene, … tutto per me Tu fosti e sei, mi fa tremante d'una gioia più grande della morte" continuano i possibili paralleli con S. Agostino che, in un altro passo delle sue Confessioni esclama: "O eterna verità e vera carità e cara eternità, tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte. Tu mi hai sollevato verso di te per farmi vedere, mentre io non potevo ancora vedere; respingesti il mio sguardo malfermo col tuo raggio folgorante, e io tutto tremai d'amore".
È l'intima certezza finale. La Negri, conscia del suo amore per Dio e, ancor più, dell'amore di Dio per lei, freme interiormente, esulta - si potrebbe dire - nello spirito. Il Mistero di Dio, da sempre presente, ora si rende manifesto nella consapevolezza raggiunta da Ada Negri che "tutto fu giustizia, anche il dolore, tutto fu bene, anche il mio male, tutto per me Tu fosti e sei". Tutto fu, ed è, avvolto dall'amore previdente e provvidente di quel Dio che, nel Suo infinito Mistero di Grazia, tutto riassume e comprende. Dio, dice il Manzoni nei Promessi Sposi "non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande".La reazione finale di Ada Negri, come di ogni altra creatura che si scopre circondata dall'abbraccio amoroso del Padre, non può che essere l'offerta di tutto il proprio essere: "Ch'io ti porga, - conclude - al desco umile, il poco pane e l'acqua pura della mia povertà. Resta Tu solo accanto a me tua serva; e nel silenzio degli esseri, il mio cuore oda Te solo."
Rappacificata col mondo e, soprattutto, con se stessa, sorretta da una fede forte che tutta la abita e la permea, la poetica di Ada diviene preghiera, un'implorazione umile e fiduciosa, un'amorevole ed appassionata richiesta rivolta al Dio che tanto ama affinché le conceda l'unica cosa che realmente conta e dà senso all'esistenza: la comunione con Lui.
 


da: https://www.culturacattolica.it/cultura/arte-e-catechesi/poesia-e-liturgia/la-domenica-della-samaritana

domenica 19 aprile 2015

Soltanto religione-emozione – di Mons. L. Negri

Soltanto religione-emozione – di Mons. L. Negri

***

Quanto più cerco di leggere la situazione complessa della vita sociale e addirittura della vita delle cosiddette cristianità, mi sorprende il coagularsi delle mie consapevolezze intorno a due punti che mi sembrano assolutamente oggettivi.
prima osservazione
La prima osservazione è che quello che è stato chiamato più volte da Papa Francesco il «pensiero unico dominante» non è soltanto un pensiero unico ma è, in realtà, un sistema di vita, di cultura, di forze che sono in campo; di potere ideologico, economico, politico, sociale, particolarmente forte quanto più sembra difficilmente definibile nei suoi contorni e nella sua soggettività.
Il politicamente corretto preme sulla coscienza e sul cuore delle persone, delle famiglie, dei popoli, in maniera martellante e su tutte le grandi questioni antropologiche la discussione è impossibile: basti pensare alla teoria del gender, al problema della vita e della sua manipolazione, al problema dei processieutanasici, al problema delle inseminazioni ormai perpetrate nei Paesi civili della vecchia Europa e non soltanto.
Ciò che viene blindato da questo potere massmediatico mondiale è indiscutibile, e chi dissente – anche nel modo più corretto – viene immediatamente indicato al pubblico ludibrio. In questo nostro Paese nato dalla grande e sacrosanta lotta per la libertà, che ha segnato una delle caratteristiche fondamentali della Resistenza italiana, i margini della libertà, ci piaccia o no, sono progressivamente in diminuzione.
Oggi non si può pensare che un’affermazione fatta pubblicamente e in dissenso dall’ideologia dominante – per esempio che la vita è mistero indisponibile e non oggetto sostanzialmente manipolabile – può compromettere la libertà fisica, oltre che di espressione. Oggi quella forma larvatissima e dignitosissima di dissenso dall’ideologia dominante che sono «Le sentinelle in piedi» viene osteggiata come se fosse una presenza violenta. La sola esistenza di colui che dissente è giudicata violenta dall’ideologia dominante.
Più volte in questi anni mi sono chiesto come facciano le generazioni che si sono susseguite in un clima di sostanziale libertà di espressione ad accettare, senza colpo ferire e senza discussione, questa sostanziale riduzione che va verso l’annullamento della libertà. Un dissidente sovietico diceva, più di trent’anni fa: «Chi si occupa della vita politica avrà la mano mozzata»; anche chi si occupa del bene comune avrà la mano mozzata, perché il bene comune è compito dell’oligarchia che regge il mondo e in questa oligarchia non si entra se non si è chiamati o cooptati.
E una delle ragioni per essere cooptato dall’oligarchia è di essere avverso a quella «lebbra cattolica» che il romanzo di R. H. Benson Il Padrone del mondo – costantemente citato e consigliato da Papa Francesco per la sua portata profetica – ripropone in modo efficace e commovente.
seconda osservazione
Seconda osservazione: qual è, allora, il posto riservato alla religione in questo mondo dove l’anticattolicesimo è condizione dell’umanesimo, come ben indicato nel romanzo di Benson? La posizione permessa dall’ideologia è quella di essere spunto per una serie di emozioni di carattere psicologico, affettivo, sentimentale.
Le varie religioni sono accettate perché sono fonte di emozioni per coloro che vi partecipano, e sono tanto più tollerate se quelli che vi partecipano ne traggono un benessere di carattere psicologico-affettivo. La religione-emozione è una religione che alla fine è funzionale al potere perché predispone anche gli uomini religiosi ad accettare come indiscutibile il potere degli altri.
Divertitevi pure, pregate, cantate, ballate, fate delle vostre convinzioni religiose esperienze sempre più sofisticate di carattere psicologico e affettivo, uscite pure anche dallo spazio di questo mondo individualistico e soggettivo per fare qualche iniziativa caritativa e sociale, però fatelo senza mettere in discussione il ferreo ordine di chi vi guida; e magari togliendogli le castagne dal fuoco di troppe ingiustizie, di troppe difficoltà, di troppe violenze.
Non si può accettare la riduzione sentimentale, psicologica e affettiva della fede, almeno non lo possono i cattolici che nella fede in Gesù Cristo trovano l’unica possibilità di espressione piena della propria umanità.
Pensare che la fede possa avere come pertinenza il campo psico-affettivo e che, di fronte alle grandi questioni che l’ideologia pretende di risolvere in modo univoco e indiscutibile, la fede debba stare silenziosa è snaturare la fede stessa o, per dirla con il Papa emerito Benedetto XVI, è assumere una posizione letale per la fede.
Forse bisogna riprendere l’essenza della tradizione cattolica che ha visto sempre in una corrispondenza o, meglio, in una sintesi positiva di ragione e di fede la caratteristica fondamentale del cattolicesimo. Forse bisognerebbe ricordare l’Instrumentum laboris del primo Sinodo generale sull’Evangelizzazione, scritto dal Beato Paolo VI, che incominciava così: «La fede è la salvezza dell’uomo, di tutto l’uomo, di tutti gli uomini».
25 marzo 2015 – Mons. Luigi Negri

giovedì 22 gennaio 2015

Mons. Negri: «I cristiani che si vergognano delle Crociate sono succubi del laicismo dominante»

Mons. Negri: «I cristiani che si vergognano delle Crociate sono succubi del laicismo dominante»

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Recentemente su IlSussidiario.net è apparso un articolo di don Federico Pichetto che condanna le Crociate, di cui i cristiani – dice sostanzialmente Pichetto – dovrebbero vergognarsi perché sono un tradimento del cristianesimo. Il giudizio non riguarda solo l’evento storico in sé ma più in generale la posizione che un cristiano deve avere di fronte alle vicende del mondo, anche oggi. Giudizi gravi che meritano, seppure a distanza di tempo, una replica puntuale e autorevole.

Caro don Pichetto,
ti scrivo queste righe cercando di rispondere al tuo intervento sulle Crociate. 
In effetti tu parli di Crociate che non sono mai esistite: Crociate sostenute dalla nascente borghesia, che come ognun sa, alla fine dell’XI secolo – quando la prima Crociata fu bandita – non c’era nella società europea, o comunque era una minoranza con un potere limitatissimo.
E poi riprendi le Crociate come progetto di imposizione violenta del Cristianesimo a popolazioni straniere. 
Non tocca a me rifare il punto su questa vicenda secolare su cui la migliore storiografia, e non solo quella cattolica, ha dato un contributo decisivo.
Per dirla con il mio grande amico Franco Cardini, le Crociate sono state un grande «pellegrinaggio armato», protagonista del quale fu, nei secoli, il popolo cristiano nel suo complesso.
Una avanguardia di santi, una massa di cristiani comuni e, nella retroguardia, qualche delinquente.
Non so quale avvenimento della Chiesa possa sfuggire a una lettura come questa.
Sta di fatto che noi – cristiani del Terzo millennio – alle Crociate dobbiamo molto.
Dobbiamo che non si sia perduta la possibilità dei grandi pellegrinaggi in Terrasanta: nei luoghi della vita storica di Gesù Cristo e della nascita della Chiesa.

Alle Crociate dobbiamo che si sia ritardata la fine della grande epopea della civiltà bizantina di almeno due secoli, e si sono soprattutto salvate dalla dominazione turca le regioni della nostra bella Italia, che si affacciano sul mare Adriatico, Tirreno e Ionio, falcidiate da quelle sistematiche incursioni di corsari e di turchi che hanno depauperato nei secoli le nostre popolazioni. 
Anche la tua bella Liguria ha dovuto costruire parte dei suoi paesi e delle sue piccole città a due livelli – il livello del mare e il livello della montagna – per poter sfuggire a queste invasioni che hanno fatto morire nel buio della cosiddetta civiltà araba e islamica centinaia e migliaia di nostri fratelli cristiani, a cui era stata tolta anche la dignità umana e di cui noi facciamo così fatica a fare memoria.
Nessuna realtà cristiana esprime la perfezione della fede che è solo in Gesù Cristo, ma nessuna esperienza cristiana è invincibilmente diabolica. Passare dalla fede alle opere è compito fondamentale del cristiano di ogni tempo. 
Ora, per recuperare questa bellezza della storia cristiana bisogna guardare la realtà secondo tutta l’ampiezza cattolica. La mia generazione e quella di molti amici dopo di me – che per l’intelligenza e l’apertura di monsignor Luigi Giussani hanno potuto dialogare personalmente per esempio con Regine Pernoud, con Leo Moulin, con Henri de Lubac,  con Hans Urs von Balthasar, con Joseph Ratzinger, con Jean Guitton e molti altri – hanno un sano orgoglio della nostra tradizione cattolica.
Per questo sentono in modo assolutamente negativo desumere acriticamente l’immagine della Chiesa dalla mentalità laicista che cerca di dominare la nostra coscienza e il nostro cuore. 
Certo, l’essenza di questa tradizione cattolica – e che, quindi, comprende anche le Crociate – è il desiderio di vivere il rapporto con Cristo e di annunziarlo nella concretezza del suo popolo che è la Chiesa, nelle grandi dimensioni che rendono il cristiano autenticamente uomo: la dimensione della cultura, della carità e della missione. È questo il Cristo che sta all’origine di tante iniziative del passato e del presente. Nessuna iniziativa lo esprime adeguatamente, ma l’assenza di qualsiasi capacità di presenza nel mondo e di giudizio sulla vita degli uomini e sui problemi degli uomini fa dubitare che esista una fede autenticamente cattolica.
La fede in Cristo può rischiare di ridursi a essere spunto per mozioni soggettive e spiritualistiche da cui metteva in guardia il santo padre Benedetto XVI all’inizio della sua splendida enciclica Deus Caritas Est: un Cristo che rischia di stare acquattato nel silenzio della coscienza personale, che non diventa fattore di vita e di cultura, che non tende a creare una civiltà della verità e dell’amore. Ricordo ancora con commozione quando facevo la terza liceo una lezione di Giussani in cui disse letteralmente: «La comunità cristiana tende a generare inesorabilmente una civiltà». 
Nella mia esperienza pastorale e culturale ho sempre sentito come  punto di riferimento sostanziale la grande certezza di Giovanni di Salisbury che diceva: «Noi siamo come nani sulle spalle di giganti». È perché siamo sulle spalle di giganti che vediamo bene il presente e intuiamo le linee del futuro. È questo che rende così appassionata la nostra responsabilità, senza nessuna dipendenza dagli esiti, con la certezza di portare il nostro contributo, piccolo o grande che sia, alla grande impresa del farsi del Regno di Dio nel mondo, che come dice il Concilio Vaticano II coincide con la Chiesa e la sua missione. 
Un cordiale saluto
Monsignor Luigi Negri
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Abate di Pomposa

sabato 17 gennaio 2015

Negri: “Islam, unica religione che teorizza la violenza”

Negri: “Islam, unica religione che teorizza la violenza”

***

Il vescovo di Ferrara in un'intervista a Il Giornale interviene sui tragici fatti di Parigi

negri 2Dio non è Allah, non predica morte”. Il titolo sulla prima pagina de Il Giornale sintetizza in maniera fin troppo eccessiva le parole del vescovo di Ferrara Luigi Negri, che in un’intervista pubblicata dal quotidiano di Alessandro Sallusti esprime le proprie riflessioni sui tragici fatti di Parigi. Una sintesi giornalistica che spinge alle estreme conseguenze un pensiero in cui, in ogni caso, le differenze tra Cristianesimo e Islam appaiono nette, soprattutto per quanto riguarda il rapporto con la libertà di espressione e la legittimazione della violenza. E il giudizio complessivo del vescovo non fa alcuno sconto alla dottrina del Corano: “Alle religioni nelle quali la violenza è teorizzata e indicata come atto pratico – afferma Negri – ci si deve opporre con nettezza”.
Lo scopo dell’intervista sembra quello di rispondere a una domanda che anima i dibattiti almeno dall’11 settembre 2001: ovvero se la violenza del fondamentalismo sia intrinseca alla religione islamica o se non derivi da fatti storici e politici, con la religione a fungere da pretesto e strumento di propaganda. Il pensiero di Negri punta alla prima ipotesi, anche se alcuni distinguo sono opportuni: “Per la conoscenza che ho delle grandi religioni occidentali e asiatiche – afferma il vescovo -, la violenza non è nelle teorie ma è un fatto comportamentale. Più facilmente, come ha mostrato il ‘900, è l’ideologia condita da ateismo a produrre violenza. Fatta questa precisazione, l’unica religione che tematizza la violenza come direttiva teorica e pratica è l’Islam. Ma qui si apre un’altra riflessione. Nella sua essenza l’Islam è un’ideologia di origine teocratica, che rende quindi la religione strumento del regno”.
Proprio su questa violenza “come direttiva teorica” si potrebbe discutere a lungo, dato che anche il tristemente noto termine ‘Jihad’ può indicare, secondo gran parte dei teologi ‘moderati’ dell’Islam, semplici impegni civili come l’autodifesa o l’assistenza agli indigenti. Ma Negri non riconosce alla religione coranica gli stessi ‘alibi’ storici che portarono anche la cristianità a commettere atti di violenza: “I cristiani hanno potuto essere violenti – afferma il vescovo -, anche se non credo nelle dimensioni nelle quali spesso questo viene narrato, perchè hanno assunto le modalità di espressione e di comportamento del loro tempo. Di suo, il cristianesimo non è violento”. Diverso il discorso per l’Islam, in cui la violenza “ha tutt’altra natura perchè è intollerante verso chi non aderisce al credo musulmano. Noi cristiani siamo esortati dalla tradizione della Chiesa e dal magistero papale a non far prevalere i nostri istinti sulla dottrina”.
L’intervista si conclude con una parentesi sulla satira e sull’autoironia che, secondo Negri, sarebbe negata ai musulmani. Un argomento sul quale lo stesso vescovo ha ricevuto non poche critiche proprio lo stesso giorno dell’attentato di Parigi, quando il circolo Arci Bolognesi ha ritirato la locandina di un concerto punk dove compariva il prelato milanese con una bambola in mano. Quasi una ‘autocensura’ in questo caso, dal momento che Negri non intervenne pubblicamente per condannare l’immagine, ma non sono comunque mancati articoli e post in rete critici contro il vescovo, per non aver dimostrato esplicitamente la propria tolleranza all’iniziativa. “Se per ironia si intende la consapevolezza della differenza tra dottrina e modalità con cui viene riconosciuta, ben venga – conclude il vescovo -. Senza ironia la vita diventa insopportabile. Se invece significa disprezzo per i contenuti della fede, allora non ci sto. Nella cultura islamica non esiste la possibilità di ironizzare su certi eccessi dei credenti. Invece, nel mondo cattolico, l’autoironia dei cristiani è segno di adesione matura”.
Aggiornamento: per completezza di informazione, questo è il link al testo completo dell’intervista a Il Giornale, disponibile sul sito web del vescovo Luigi Negri.

lunedì 17 novembre 2014

ATTO D'AMORE i

ATTO D'AMORE 
***
di Ada Negri

Non seppi dirti quant'io t'amo,
Dio nel quale credo,
Dio che sei la vita
vivente, e quella già vissuta e quella ch'è da viver più oltre: oltre i confini
dei mondi, e dove non esiste il tempo.
Non seppi; - ma a Te nulla occulto resta
di ciò che tace nel profondo. Ogni atto
di vita, in me, fu amore. Ed io credetti
fosse per l'uomo, o l'opera, o la patria
terrena, o i nati dal mio saldo ceppo,
o i fior, le piante, i frutti che dal sole
hanno sostanza, nutrimento e luce;
ma fu amore di Te, che in ogni cosa
e creatura sei presente. 
Ed ora
che ad uno ad uno caddero al mio fianco
i compagni di strada, e più sommesse
si fan le voci della terra,
il tuo Volto rifulge di splendor più forte
e la tua voce è cantico di gloria.
Or - Dio che sempre amai - t'amo sapendo
d'amarti; e l'ineffabile certezza
che tutto fu giustizia, anche il dolore,
tutto fu bene, anche il mio male, tutto
per me Tu fosti e sei, mi fa tremante
d'una gioia più grande della morte.
Resta con me, poiché la sera scende
sulla mia casa, con misericordia
d'ombre e di stelle. Ch'io ti porga, al desco
umile, il poco pane e l'acqua pura
della mia povertà. Resta Tu solo
accanto a me tua serva; e nel silenzio
degli esseri, il mio cuore oda Te solo.

venerdì 9 maggio 2014

 le Crociate
***
 
Riportiamo da «La Nuova Bussola Quotidiana» questo lucido intervento di Mons. Luigi Negri.

Recentemente su IlSussidiario.net è apparso un articolo di don Federico Pichetto che condanna le Crociate, di cui i cristiani - dice sostanzialmente Pichetto - dovrebbero vergognarsi perché sono un tradimento del cristianesimo. Il giudizio non riguarda solo l’evento storico in sé ma più in generale la posizione che un cristiano deve avere di fronte alle vicende del mondo, anche oggi. Giudizi gravi che meritano, seppure a distanza di tempo, una replica puntuale e autorevole.
Caro don Pichetto,
ti scrivo queste righe cercando di rispondere al tuo intervento sulle Crociate.
In effetti tu parli di Crociate che non sono mai esistite: Crociate sostenute dalla nascente borghesia, che come ognun sa, alla fine dell’XI secolo - quando la prima Crociata fu bandita – non c’era nella società europea, o comunque era una minoranza con un potere limitatissimo.
E poi riprendi le Crociate come progetto di imposizione violenta del Cristianesimo a popolazioni straniere.
Non tocca a me rifare il punto su questa vicenda secolare su cui la migliore storiografia, e non solo quella cattolica, ha dato un contributo decisivo.
Per dirla con il mio grande amico Franco Cardini, le Crociate sono state un grande «pellegrinaggio armato», protagonista del quale fu, nei secoli, il popolo cristiano nel suo complesso.
Una avanguardia di santi, una massa di cristiani comuni e, nella retroguardia, qualche delinquente.

Non so quale avvenimento della Chiesa possa sfuggire a una lettura come questa.
Sta di fatto che noi – cristiani del Terzo millennio – alle Crociate dobbiamo molto.
Dobbiamo che non si sia perduta la possibilità dei grandi pellegrinaggi in Terrasanta: nei luoghi della vita storica di Gesù Cristo e della nascita della Chiesa.
Alle Crociate dobbiamo che si sia ritardata la fine della grande epopea della civiltà bizantina di almeno due secoli, e si sono soprattutto salvate dalla dominazione turca le regioni della nostra bella Italia, che si affacciano sul mare Adriatico, Tirreno e Ionio, falcidiate da quelle sistematiche incursioni di corsari e di turchi che hanno depauperato nei secoli le nostre popolazioni.
Anche la tua bella Liguria ha dovuto costruire parte dei suoi paesi e delle sue piccole città a due livelli - il livello del mare e il livello della montagna – per poter sfuggire a queste invasioni che hanno fatto morire nel buio della cosiddetta civiltà araba e islamica centinaia e migliaia di nostri fratelli cristiani, a cui era stata tolta anche la dignità umana e di cui noi facciamo così fatica a fare memoria.

Nessuna realtà cristiana esprime la perfezione della fede che è solo in Gesù Cristo, ma nessuna esperienza cristiana è invincibilmente diabolica. Passare dalla fede alle opere è compito fondamentale del cristiano di ogni tempo.
Ora, per recuperare questa bellezza della storia cristiana bisogna guardare la realtà secondo tutta l’ampiezza cattolica. La mia generazione e quella di molti amici dopo di me - che per l’intelligenza e l’apertura di monsignor Luigi Giussani hanno potuto dialogare personalmente per esempio con Regine Pernoud, con Leo Moulin, con Henri de Lubac, con Hans Urs von Balthasar, con Joseph Ratzinger, con Jean Guitton e molti altri - hanno un sano orgoglio della nostra tradizione cattolica.
Per questo sentono in modo assolutamente negativo desumere acriticamente l’immagine della Chiesa dalla mentalità laicista che cerca di dominare la nostra coscienza e il nostro cuore.

Certo, l’essenza di questa tradizione cattolica - e che, quindi, comprende anche le Crociate - è il desiderio di vivere il rapporto con Cristo e di annunziarlo nella concretezza del suo popolo che è la Chiesa, nelle grandi dimensioni che rendono il cristiano autenticamente uomo: la dimensione della cultura, della carità e della missione. È questo il Cristo che sta all’origine di tante iniziative del passato e del presente. Nessuna iniziativa lo esprime adeguatamente, ma l’assenza di qualsiasi capacità di presenza nel mondo e di giudizio sulla vita degli uomini e sui problemi degli uomini fa dubitare che esista una fede autenticamente cattolica.
La fede in Cristo può rischiare di ridursi a essere spunto per mozioni soggettive e spiritualistiche da cui metteva in guardia il santo padre Benedetto XVI all’inizio della sua splendida enciclica Deus Caritas Est: un Cristo che rischia di stare acquattato nel silenzio della coscienza personale, che non diventa fattore di vita e di cultura, che non tende a creare una civiltà della verità e dell’amore. Ricordo ancora con commozione quando facevo la terza liceo una lezione di Giussani in cui disse letteralmente: «La comunità cristiana tende a generare inesorabilmente una civiltà».
Nella mia esperienza pastorale e culturale ho sempre sentito come punto di riferimento sostanziale la grande certezza di Giovanni di Salisbury che diceva: «Noi siamo come nani sulle spalle di giganti». È perché siamo sulle spalle di giganti che vediamo bene il presente e intuiamo le linee del futuro. È questo che rende così appassionata la nostra responsabilità, senza nessuna dipendenza dagli esiti, con la certezza di portare il nostro contributo, piccolo o grande che sia, alla grande impresa del farsi del Regno di Dio nel mondo, che come dice il Concilio Vaticano II coincide con la Chiesa e la sua missione.
Un cordiale saluto

Monsignor Luigi Negri

domenica 20 aprile 2014

RISURREZIONE: RADICE DI VITA NUOVA di mons. Luigi Negri

RISURREZIONE: RADICE DI VITA NUOVA di mons. Luigi Negri


Messaggio dell’Arcivescovo  Mons. Luigi Negri per la Santa Pasqua 2014


Carissimi figlie e figlie, uomini e donne di buona volontà, 
ci sorprende ancora una volta l’annunzio incredibile e pur realissimo, come ebbe a definirlo in un suo intervento il Papa Emerito Benedetto XVI, della Pasqua di Gesù Cristo. Nell’evento della sua umiliazione fisica, psicologica, affettiva e morale è contenuta la grande ed unica novità per l’uomo, la storia e il cosmo: l’Uomo risorge con Cristo. Nell’incontro con Lui, crocifisso e risorto, ci viene rivelata la nostra identità profonda e ci viene aperta l’unica reale possibilità di attuare pienamente questa identità, secondo le misure definitive di Dio. L’uomo rimane per se stesso un essere incomprensibile. La sua vita è priva di senso se non incontra l’amore e questo è un passo fondamentale del n. 10 della Redemptor Hominis. La prima confidenza del Vescovo con i suoi figli e figlie, e con tutti gli uomini di buona volontà, è dunque la confidenza nella grande certezza pacificante e gioiosa che la nostra vita in Cristo ritrova il suo senso profondo e il suo dinamismo essenziale. Seguire Cristo quotidianamente può significare sempre di più essere vicini alla sua risurrezione in modo che, già nel corso della nostra vita storica, la dimensione del quotidiano non sia più la nostra individualità, con tutte le sue grandezze e i suoi limiti, ma sia la certezza che, in Cristo, ogni uomo è chiamato a risorgere. 
Questo annunzio pieno di pace e di gioia che incontra oggi ciascuno di noi, e gli uomini che ci vivono accanto in questa così complessa e lacerata realtà sociale, ci trova in un momento di crisi che sembra addirittura inutile evocare per l’evidenza macroscopica che essa ha nella nostra vita sociale. È una crisi che ormai si afferma in tutti gli spazi, in tutte le dimensioni, in tutti i rapporti, nelle problematiche della vita quotidiana, personale e sociale, e nelle dimensioni anche più ampie della vita economico – politica a livello globale: è possibile che l’uomo muoia.
In un mondo come questo tornano profondamente inquietanti le grandi trepidazioni di Sant’Ireneo di Lione che nel suo secolo richiamava, cristiani e non, a questa possibilità reale, ossia che l’uomo scompaia come avvenimento di vita, di libertà, di coscienza, di impegno morale e di attenzione alla vita familiare e sociale. L’uomo può scomparire mortificato e immiserito da una concezione e da una prassi di vita personale e sociale che sembra costruita sul nulla e non sulla domanda di verità, di bellezza, di bene e di giustizia che caratterizzano l’uomo di ogni tempo e in ogni tempo, e che costituiscono la radice ultima della sua identità e della sua dignità. Poche generazioni come la nostra possono misurare tutta la grazia della Pasqua di Cristo. 
Fuori dalla Pasqua di Cristo sembra inevitabile ed inesorabile il dominio del nulla, e della negazione pervicace, pervasiva ed empia, dell’essere a tutto vantaggio di colui che del nulla è il custode e il protagonista attivo nella storia della Chiesa e della società: il demonio. Solo Gesù Cristo, morto e risorto, ha sconfitto il demonio e i suoi progetti e i suoi piani empi e perversi. Per questo dal profondo di questa società, spesso più dominata dal nulla che dal desiderio della verità e del bene, che potrebbe essere la tomba della nostra vita, noi oggi apriamo il nostro cuore e la nostra esistenza all’uomo-Dio Gesù Cristo che, portando i segni della sua umiliazione, mostra a tutti il volto radioso di chi, risorto per Dio e con Dio, si pone sulla strada di ogni uomo come unica possibilità di vita, di verità, di bellezza e di giustizia. Lasciatemi dunque chiedervi di aprire un’altra volta, come la prima volta, il vostro cuore, la vostra intelligenza, la vostra affezione, la vostra umanità pur segnata da tanti limiti, all’annunzio della Pasqua di Cristo per ritrovare in essa, e solo in essa, la radice della vita nuova e il movimento di fede che fa diventare questa vita nuova esperienza, sacrificio e letizia quotidiana. Rivolgo il mio augurio a coloro che nella vita della comunità e nella società sono i più deboli: i poveri. I poveri che hanno fame di pane, di fede, di verità e di cultura. Questo tremendo dilagare di povertà nella vita del nostro popolo, in forme inedite e gravissime, tende a spegnere in molti la stessa capacità di rischiare e di osare. 
Rivolgo il mio augurio ai malati, e soprattutto a quelli che sono nella fase conclusiva della loro vita, perché l’imminente passaggio alla beatitudine, attraverso la morte e il definitivo incontro con Cristo, li introduca in una situazione di perfezione, nella quale possano contribuire efficacemente alla nostra vita quotidiana di Chiesa, ai suoi sacrifici, alle sue fatiche.
Ai bambini che nel mondo di oggi finiscono per essere un grande popolo di umiliati in quelle esigenze che difficilmente la società sarà in grado di accogliere e di svolgere in maniera positiva, ma soprattutto violati, troppo violati, anche nel contesto della vita della nostra società, nella loro innocenza e quindi nella loro dignità, perché si realizzi il desiderio di una bellezza di vita e di una positività in tutti gli aspetti della loro esistenza. Agli anziani, soprattutto a quelli che sono ancora in grado di contribuire in maniera vera e viva alla vita delle famiglie e della società. Per loro il mio augurio diventa anche un ringraziamento per tutto quello che sanno rappresentare nella vita delle giovani generazioni ovvero la memoria storica di una tradizione, umana e cristiana, che ha reso grande il nostro popolo e la nostra civiltà nel corso dei secoli. Essi ce la testimoniano nella semplicità e molte volte nella silenziosa ed umile vita di ogni giorno. Noi, accogliendo questa loro testimonianza, questo loro insegnamento, ci impegniamo a rivivere la tradizione del nostro popolo nell’attualità della nostra esistenza per un futuro che porti di più i segni della fede e quindi i segni di un’autentica umanità. Ai giovani, perché siano veri collaboratori della gioia del Risorto. Alle famiglie, perché trovino in Cristo la forza per accogliere le gravi sfide lanciate dalla Modernità, superandole nella verità di quell’Amore che il Signore ci ha offerto fin dagli inizi con la creazione e, negli “ultimi tempi”, con la Redenzione. Infine permettetemi di rivolgere un particolare augurio a tutti i miei sacerdoti e ai miei seminaristi che in quest’anno di ministero episcopale tra di voi ho conosciuto, apprezzato e cercato di guidare con amorevole fermezza. Andate fino in fondo nel vostro rapporto d’amore con Cristo, nella Chiesa e con il Vescovo, e non permettete che nulla vi distolga dal cuore della vostra esistenza: Cristo morto e risorto. 
A tutti voi chiedo di pregare intensamente per me e per il non facile servizio episcopale che ormai da più di un anno vivo per il bene di questa Arcidiocesi. 
Vi auguro una Santa Pasqua e vi benedico tutti di cuore.


+ Luigi Negri
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa

martedì 11 febbraio 2014

Negri: «Eugenio Corti è un uomo che ha combattuto per il Regno»

Negri: «Eugenio Corti è un uomo che ha combattuto per il Regno»


 Eugenio Corti si racconta: Io, il voto a Maria e il Corriere della Sera
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Radio Vaticana e l’Osservatore Romano rendono omaggio alla figura di Eugenio Corti, il grande scrittore brianzolo scomparso il 4 febbraio. La Radio della Santa Sede ha intervistato monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio. «Corti – ha spiegato Negri – è stato un laico, un evangelizzatore ed un educatore. Ci conosciamo da più di 40 anni, dai tempi del referendum sul divorzio: quando un piccolo manipolo di cattolici e uomini di cultura si è dato da fare per sostenere quella che era certamente una battaglia di civiltà, anche se poi si è conclusa negativamente. Io lo ho sempre considerato un punto di riferimento sostanziale nel mio cammino culturale e anche pastorale». L’arcivescovo si è soffermato anche sul capolavoro di Corti, Il cavallo rosso: «È la grande epopea del popolo cristiano della Brianza: qui non si vedono soltanto i protagonisti positivi, ma Corti ha saputo scrivere con molta pietas anche i fenomeni di smarrimento e di tradimento soprattutto a livello intellettuale, che hanno favorito la lenta ed inevitabile crisi di tanta cattolicità italiana. Le pagine sull’ambiente dell’Università Cattolica, dei suoi anni di studente, sarebbero da rileggere oggi per ritrovare, al di là degli pseudonimi, i volti e i nomi di coloro che hanno avuto la gravissima responsabilità di attivare quel dualismo fra fede e cultura, fede ed impegno umano che è poi stato l’origine di tante crisi».
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SENZA BATTAGLIA NON C’E’ CRISTIANESIMO. È stato un uomo «che ha combattuto per il Regno», ha spiegato Corti. «Benedetto XVI diceva che “se non c’è battaglia, non c’è cristianesimo”. Ma la battaglia è da intendere in positivo e il positivo è il Regno. Lo scontro avviene dove siamo contestati e non è il nostro obiettivo: è una condizione del nostro cammino di cristiani nel mondo». Una condizione che lo stesso romanziere si trovò a subire: «Ha subito l’emarginazione tipica del cristiano presente attivamente. Quando cominciò tutto il lavoro – cui io detti la mia approvazione e il mio aiuto – per il Premio Nobel gli dissi: “Non te lo daranno mai, Eugenio, perché sei una presenza scomoda!”». Una scomodità rintracciabile in tutta la sua produzione, non solo nel suo capolavoro. Infatti Negri ricorda un’altra opera meravigliosa: «Il suo Processo e morte di Stalin: rimane una lettura di una profondità assoluta del fenomeno ideologico marx-leninista», così come la sua produzione saggistica: «Quella sul marxismo e sul leninismo e quell’altra sulla crisi della cattolicità, Il fumo nel tempio. La fede vera giudica la realtà: non nel senso di condannarla, giudica nel senso di farla comprendere». Corti, conclude Negri, «lascia come messaggio l’assoluta eccezionalità, irriducibilità al contesto mondano dell’avvenimento di Cristo: “Sono venuto, perché abbiano la vita e l’abbiano piena”. Eugenio Corti lo ha testimoniato tutti i giorni della sua vita, nel suo lavoro per la difesa e la comunicazione della fede, come condizione autentica di una vita autenticamente umana».
COME MASACCIO. Anche l’Osservatore romano ha dedicato al grande scrittore un articolo di Claudio Toscani, intitolato “Incisivo come Masaccio”. Eccolo di seguito.
Quando, nel 2000, a Eugenio Corti fu dedicata l’edizione tenutasi quell’anno del Premio internazionale di cultura cattolica, per lui, al suo nome — che nella sequela di quel riconoscimento veniva dopo Adriano Bausola, Augusto Del Noce, l’editore Bompiani, il cardinale Ratzinger, per non dire d’altri — venne evocato un altro grande alloro: il Nobel. A Corti (morto il 4 febbraio all’alba dei 93 anni), alla sua figura morale, alla sua carriera di scrittore e di saggista, a quelli che nel lontano frangente erano i suoi imminenti ma non proprio incombenti ottant’anni, il mondo dell’intelligenza cattolica, ma non solo, si inchinava, riconoscendone il magistero assieme all’esito di avere quanto a sé restituito alla letteratura italiana del secondo Novecento la sua funzione e il suo ruolo di scandaglio del cuore umano per giungere, attraverso l’analisi e la rappresentazione di caratteri, idee e sentimenti, alla comprensione e alla valutazione delle vicende storiche.

Celebrato per la sua lotta al neopaganesimo moderno, e in particolare all’ateismo armato delle ideologie di morte del secolo breve, con il filo conduttore del Vangelo e per traguardo il regno di Dio, Corti non era né un utopista né un conservatore, ma un saldo e nobile intellettuale, narratore, saggista, drammaturgo.
Predomina, nella sua biografia creativa, il romanzo-poema Il cavallo rosso (del 1983), tenuto a battesimo dalla Ares, l’audace editoria cattolica che lo proponeva al mondo dei lettori contemporanei e futuri (una ventina di edizioni con traduzioni in otto lingue) come cospicua sintesi storico-etica, civile e morale, culturale, umana e psicologica di quasi quarant’anni di vicende nazionali e continentali. Uno dei pochi casi letterari dei nostri tempi capaci di rovesciare la cronaca in evento da memoria.
Impegnando se stesso e i suoi giorni, giocando la propria creatività al tavolo del testo oltre che della vita e al rischio della storia, Corti ha guardato soprattutto ai momenti di guerra, coinvolgendo il suo personale impegno nella trincea dei tanti, in quella plurima calligrafia di sangue, di miseria e di stenti che ogni conflitto porta con sé. Ma prima del Cavallo rosso, lo scrittore brianzolo aveva iniziato a costruire la sua bibliografia con I più non ritornano (1947), diario di guerra sul fronte russo, libro dalla cruda intensità drammatica e dalla spoglia severità della prosa: racconto bellico in cui, tuttavia, fioriscono bontà e nobiltà umane, e fede nell’eterna provvidenza.
Accanto a questi due poderosi titoli, non mancano prove altrettanto in grado di tenerne il livello. L’esperimento comunista, ad esempio (libro composito e nato da scritti diversamente datati), che espone con chiarezza e senza luoghi comuni, le ragioni per le quali nei regimi dell’est (Russia, Cina e Indocina) non è stata realizzata la società marxista, anzi, nessuna società, a partire dalla pratica del cosiddetto socialismo reale, allo sterminio dei contadini kulaki. Così come il Processo e morte di Stalin, testo che circolò clandestinamente in Russia mentre da noi veniva denigrato dalla stampa rossa.
Il 1994, poi, è l’anno di Gli ultimi soldati del re, storia di uomini che pur inquadrati nell’esercito regolare combatterono con gli Alleati contro i tedeschi, vicenda di guerra nient’affatto conosciuta come meritava, tanto importante in quanto si trattava di rischiare, oltre la patria la coscienza, oltre la vita la dignità.
Pochi ricordano che Eugenio Corti ebbe a suo tempo il consenso critico di Benedetto Croce, ma molti si rammaricano che non riscosse la rispondenza dell’editoria di parte, pur avendo per sé un numero ingente di lettori. Come accadde con la sua nuova interpretazione dell’ammutinamento del Bounty in L’isola del Paradiso (2000), non un libro d’avventure o di esotico folklore, ma una sorta di contre-Rousseau contro l’idea dell’uomo come essere fondamentalmente buono (vero è che nasce all’ombra del peccato originale). Come infine accadde nel 2005 con Catone l’antico, dove dei grandi del passato Corti traduce eventi e sentimenti in una letteraria rianimazione quasi visiva, per immagini, come lui stesso diceva.
Con la padronanza strutturale e tematica che si direbbe di un Tolstoj e, per converso, la rupestre incisività di segno che ci ricorda un Masaccio, Eugenio Corti sarà sempre presente per il complesso della sua intensa dedizione alla scrittura, per il suo specchiato umanesimo, per la sua fede religiosa («che non è un merito — disse — ma un dono»). Testimone di una “cattedrale” di libri, la sua personalità si afferma nel panorama assai evasivo della produzione corrente, dei tanti sterili esperimenti dell’editoria d’oggi.


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