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sabato 22 settembre 2018

Francesco Severi: un matematico verso la Conoscenza






Francesco Severi: un matematico verso la Conoscenza

AutoreAdminPubblicato il22 settembre 2018CategorieMatematica
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Francesco Severi, nato ad Arezzo il 13 aprile 1879, rimasto presto orfano di padre, giunge come docente nella prestigiosa università di Padova nel 1905. Vi rimane per diversi anni, sino al 1921, svolgendo anche la carica di assessore socialista alla Pubblica Istruzione e di presidente delle Aziende municipalizzate del gas e dell’acquedotto.
Tra i suoi colleghi, che non dimenticherà mai, ci sono il matematico cattolico Gregorio Ricci Curbastro e Roberto Ardigò, massimo rappresentante del positivismo sensista e scientista italiano, dopo essere stato sacerdote ed aver deposto prima l’abito talare, poi la fede in Dio, ed infine la vita stessa (morirà suicida).
Come molti socialisti e come lo stesso Ardigò, anche Severi nel 1915 si schiera con gli interventisti, e parte per la guerra. E’ nel 1921 che approda all’Università di Roma per divenirne presto rettore. Di fronte al fascismo, prima lo avversa, con coraggio (sino a dimettersi dopo l’omicidio Matteotti e a firmare il Manifesto degli intellettuali antifascisti nel 1925), poi aderisce al regime, dimostrando, come farà anche in altre occasioni, un certo desiderio di potere mondano e di riconoscimenti. Si schiera, però, contro le idee che provengono dalla Germania, secondo cui i libri di Matematica dovrebbero essere classificati e valorizzati in base alla razza degli autori.
Nel campo matematico la sua autorità è indiscutibile a livello mondiale nella geometria algebrica, tanto che nel 1908 ottiene la medaglia d’oro conferita dal IV Congresso Internazionale dei Matematici.
Scrive Piergiorgio Odifreddi: «Emma era figlia di Guido Castelnuovo, che fu uno dei personaggi chiave della matematica italiana della prima metà del Novecento, e insieme a Francesco Severi e Federigo Enriques costituì il terzetto di punta della nostra grande scuola di geometria algebrica. Questa scuola gettò tra il 1891 e il 1949 le basi per lo studio delle superfici algebriche complesse, o degli spazi a quattro dimensioni reali, ed è ancor oggi fiorente in Italia. Anche se l’eredità del nostro terzetto è stata in seguito raccolta da un terzetto di geometri algebrici giapponesi (Kunihiko Kodaira, Heisuki Hironaka e Shigefumi Mori), vincitori tutti e tre della medaglia Fields (nel 1954, 1970 e 1990)»1.
Il nome di Severi compare in tutte le Accademie e Società scientifiche dell’epoca: è uno dei quaranta della Società italiana delle scienze; socio nazionale della Reale Accademia dei Lincei; socio della Reale Accademia delle Scienze di Torino, del Reale Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti; della Reale Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna; dell’Accademia Prussiana delle Scienze (Berlino); dell’Accademia delle Scienze di Halle (Germania); dell’Accademia delle Scienze della U.R.S.S (Leningrado); della Società Reale delle Scienze di Liegi (Belgio); dell’Accademia delle Scienze di Madrid (Spagna); dell’Accademia di Scienze ed Arti di Barcellona (Spagna); della Società Matematica Spagnola (Madrid); laureato dall’Istituto di Francia (Accademia delle Scienze); dottore in filosofia honoris causa dell’Università di Gottinga (Germania); dottore in scienze honoris causa dell’Università di Toronto (Canadà); professore honoris causa dell’Università di Buenos Aires (Argentina)…
Nel 1939 fonda l’Istituto Nazionale di Alta Matematica che gli è ancora oggi dedicato.
Un episodio chiave nella sua vita, una vera cesura, è la morte dell’amatissima moglie, l’8 agosto 1952.
A questo “lacerante dolore di una irreparabile perdita“, seguono la propria personale sofferenza spirituale2, le meditazioni presso l’eremo di Camaldoli e il ritorno alla fede cattolica, da cui, come scriverà, “mi ero sciaguratamente allontanato da bambino”.
Il dolore non è però l’unico movente del cambiamento, perchè la conversione di vita si accompagna ad un graduale mutamento di visione del mondoe della stessa scienza: “una paziente elevazione e macerazione del pensiero scientifico m’aveva condotto a poco a poco alle soglie del Mistero, oltre le quali non si può andare che nella luce della Rivelazione”3.
Come se ragione e cuore- quanto gli piace Pascal!- avessero condotto, entrambi per vie diverse, o forse per la medesima via, allo stesso obiettivo.
Nelle parole citate c’è la chiave di volta: Severi ha vissuto il clima del positivismo, la fede cieca ed “orgogliosa” nella scienza come fonte di conoscenza unica e completa. Ha abbracciato anche lui, per anni, questa ideologia, nel clima di ottimismo ottocentesco, nel quale “tutto cospirava a dare all’uomo la sicurezza orgogliosa di possedere ormai la chiave per penetrare tutti i segreti dell’universo e l’illusione che nulla avrebbe potuto ascriversi da allora a interventi soprannaturali”4.
Ma sono i fatti, sono le nuove scoperte, è la nuova fisica, con la prova della mutabilità e contingenza delle cose materiali, la scoperta della quantistica e con la “dottrina profondamente rivoluzionaria della relatività” di Einstein, con il conseguente “abbandono delle spiegazioni meccanicistiche” e del “cadente edificio del determinismo materialista”, che lo costringono a cambiare idea, a riconoscere che “la scienza non è mai stata così profondamente permeata di metafisica come nel secolo presente”, e a rivivere quella consapevolezza che era già stata, ad esempio, di Blaise Pascal, allorchè aveva spiegato che tutte le scienze “sono infinite nell’estensione delle loro ricerche”, e che la peculiare natura dell’uomo “ci impedisce di sapere con certezza e di ignorare in modo assoluto”, essendo impossibile che “una parte”, l’uomo, conosca “il tutto” (Pensieri, 43).
Vediamo, capiamo, afferriamo, con la nostra mente, qualcosa della verità, quasi a dimostrazione della nostra possibilità di sintonizzarci con la Mente creatrice di Dio, ma il nostro vedere è purtuttavia circoscritto, e questo ci insegna anche il nostro limite.
Noi uomini siamo grandi, dunque, perchè creature di Dio: “E’ verosimile, mi dico, che questa medesima possibilità di porre a me stesso il problema dell’infinito e dell’eterno non sia indice dell’impronta divina nella piccola creatura, che, atomo trascurabile del creato, è capace di racchiudere nel proprio spirito in un attimo di intuizione, la immane grandezza, molteplicità e unità dell’universo?”5. E ancora: “Perchè dunque il mondo è comprensibile? Non lo è forse soltanto per la luce che il Signore ha largito alla nostra intelligenza? Non lo è forse soltanto per l’armonia tra la ragione umana e la realtà esterna?”6
Ma noi uomini, oltre che grandi, siamo anche piccoli, limitati, perchè “soltanto” creature, e non Creatori: “un mistero in qualche misura impenetrabile resta e resterà sempre nell’esame delle questioni fondamentali dell’universo fisico… vediamo cioè le ombre e non le cose…”, ed anche per questo “le verità scientifiche non sono che pallidi e incompiuti riflessi” del “Vero uno ed eterno”, “non appaganti appieno l’intelletto, nè confortanti il cuore”.
La scienza, scrive Severi, è un progressivo e mai pieno “adeguamento della ragione alla realtà delle cose”, come voleva san Tommaso; essa “ci fa avvicinare progressivamente alla divina Verità”, senza mai potercela mostrare davvero; essa “muove dal mistero e in ogni sua tappa alle soglie di questo ritorna”, dal momento che è impossibile “conseguire scientificamente qualche verità assoluta”: è la fede, quindi, che dà “pace completa all’anima e gli fa vedere dove non ha peranco chiaramente veduto, ma solo intravveduto”7.
“Io nego – scrive l’aretino in un articolo del 1953 – qualunque possibilità alla scienza di conseguire qualcosa di veramente assoluto. L’assoluto è soltanto il dominio della Fede e della Rivelazione e non della scienza. Noi possiamo intravere soltanto lembi di assoluto. Ogni tanto un ardimento della nostra intelligenza ci apre uno squarcio e ci mostra qualcosa dell’eterna Verità, ma il destino dell’uomo nella vita naturale, non in quella soprannaturale, è soltanto di approssimarsi indefinitamente alla verità, senza raggiungerla mai… Se un uomo con la scienza riuscisse a possedere tutte le leggi dell’universo, diverrebbe Dio, capace di creazione e annichilimento. Chi può pensare sennatamente questo? Personalmente lo sforzo che ho fatto da molti anni è stato di sottrarmi a questo insano orgoglio di un sapere definitivo, che la scienza crea in noi; di svelenirmi di quel che il pensiero positivistico aveva sedimentato nel mio spirito e di persuadermi della fatale relatività delle conoscenze scientifiche, senza che questo mi conducesse allo scetticismo verso l’assoluto, ma dandomi anzi la sicurezza dell’assoluto”8.
Il concetto chiave cui Severi arriva alla fine delle sue meditazioni, assomiglia molto a quello espresso più volte dal suo amato Albert Einstein, il quale aveva messo in luce da un lato il “miracolo” della “comprensibilità” dell’universo (è incredibile che l’uomo possa capire così tanto), dall’altro l’impossibilità che “i nostri limitati pensieri” possano comprendere interamente “la forza misteriosa che muove le costellazioni”, e può essere riassunto così: se questa vita, pensa Severi, fosse assenza totale di verità, non avrebbe senso questa vita, ma se questa vita fosse possesso pieno della Verità, non avrebbe senso l’altra Vita; dunque la vita è ricerca di una Verità intravista di qua, e posseduta di là. In altre parole ancora: se l’uomo non fosse capace di verità, sarebbe come le bestie; se ne fosse capace in modo pieno, sarebbe Dio.
Quanto all’Incarnazione di Cristo, anch’essa trova giustificazione, per Severi, nella ricerca che l’uomo fa della Verità, e nell’impossibilità dell’uomo di raggiungerla: Cristo-Verità viene incontro all’uomo che lo cerca, ma che, con le sue sole forze, non potrebbe trovarlo.
1Piergiorgio Odifreddi, Repubblica, 17 /4/ 2014. Si aggiunga che Severi andò spesso in Giappone ad insegnare ed ebbe proprio Kodaira come allievo
2Scrive: “Il dolore che l’uomo paventa e fugge è quasi sempre salvezza! E’ la prova suprema della nostra spiritualità: fuggirlo o soffocarlo nella distrazione o nel piacere o nella negazione della vita è peccaminoso; dominarlo e trarne nuova energia è porrre l’anima al suo giusto posto, sopra la carne sofferente” (Francesco Severi,Dalla scienza alla fede, Edizioni Pro Civitate, Assisi, 1960, p. 305)
3Francesco Severi, idem, p. 7.
4Idem, p. 107.
5Idem, p.118
6Idem, p. 328.
7Idem, p. 45,102, 98, 101. A pag. 102-103: “Le più vaste cognizioni dello scibile… non soddisfano la sete del mistero e l’anelito dell’infinito e ci persuadono piuttosto dell’inadeguatezza di ogni mezzo conoscitivo onde raggiungere la quiete spirituale”. Si sente in queste espressioni l’eco di un passo di san Paolo che ha colpito, nei secoli, molti filosofi e scienziati: “… Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro (in enigmate, per enigmi); ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto…” (I Cor, 9-12).
8Francesco Severi, idem, p. 161-162. Scrive ancora: “La persuasione dell’impossibilità di conseguire sceintificamente qualche verità assoluta, tende piuttosto a piegare la mente umana, riverente e umile, di fronte all’infinito ignoto, al mistero che circonda le nostre scarse conoscenze, le quali possono essere integrate soltanto dalla Rivelazione” (F. Severi, idem, p. 322).
     





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Il misticismo dei matematici. Da Pitagora al computer

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martedì 4 febbraio 2014

Riflessioni su alcuni personaggi di scienza

Riflessioni su alcuni personaggi di scienza

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Da Francesco Agnoli

In questi giorni di mare ho ritagliato alcuni articoli di giornale sulla storia della scienza. Li metto in fila.
Il più notevole è sicuramente la paginata di Giulio Meotti, su Il Foglio del 24 agosto. Si ricorda che Orwell scrisse “1984” dopo aver appreso “la degradazione della scienza sotto un regime totalitario”. Lo scrittore inglese era stato colpito dalla sorte toccata a eminenti scienziati russi: al genetista Vavilov, sottoposto a duemila ore di interrogatori, torturato e lasciato morire di fame nel gulag di Saratov; a Tulaikov e Karpechenko, altri due biologi sostenitori, come Vavilov, della genetica mendeliana, e per questo fucilati.
Perché i sostenitori di Mendel, nella Russia atea, venivano privati delle cattedre, emarginati e persino, talora, condannati a morte? L’accusa a Mendel era duplice: essere stato un prete cattolico e aver proposto, con le sue leggi, una “superstizione metafisica”.
L’espressione “superstizione metafisica” ci fa capire quanto i sovietici fossero “buoni filosofi”. L’atto di nascita della genetica, come di tutta la scienza moderna, infatti, era stato proprio un atto di fede metafisico non nel caos, ma nell’ordine del creato; in un ordine di derivazione trascendente, evidente nelle leggi che regolano la realtà data. Mendel prima credette che esistessero delle leggi, qualcosa di invisibile che regola e guida ciò che è visibile; qualcosa di “intelligente” che rimanda a Legislatore, ad Intelligenza. Poi le cercò, pazientemente, per anni, sino a trovarle. Gli atei sovietici lo sapevano, e condannarono Mendel per decenni; così come condannarono l’astronomia del sacerdote cattolico Lemaitre, primo teorico dell’espansione delle galassie e del Big bang: suonavano, anche le sue scoperte, poco confacenti al dogma dell’eternità della materia.
Ma Mendel non piace neppure oggi: o lo si prende solo in parte, per dire che l’uomo è determinato dai suoi genti (cosa che lui mai avrebbe pensato neppure dei suoi piselli), oppure, implicitamente, lo si nega quando si sostiene, per esempio, che non esiste una identità sessuale naturale. Tutta le teoria del gender ha radici marxiste, e di fatto non fa altro che negare il dato genetico: la XX delle femmine e l’ XY dei maschi.
E’ anche per questo che a febbraio e marzo dell’anno prossimo si celebreranno, in 30 città italiane, i Mendel day. Per ricordare fatti storici, idee metafisiche, realismo filosofico.
Forse sarà anche l’occasione per rammentare che le uniche grandi persecuzioni di uomini di scienza sono state realizzate dai giacobini: quelli bolscevichi, e, prima, quelli della Rivoluzione francese che tagliarono la testa a Lavoisier e a diversi altri scienziati francesi, prima di togliere la cattedra ai troppo devoti Ruffini, Galvani…

Il secondo ritaglio è dal Corriere del 18 agosto: vi si racconta la storia di un grande fisico del Novecento, Gillo Pontecorvo che “scelse l’Urss e finì leggendo la Bibbia”. Pontecorvo fu un fervente comunista, tanto da dichiarare: “Per me il comunismo era come una religione. Ma ho commesso tanti errori”. Prima di assistere alla caduta terrificante di una religione durata pochi decenni, aveva scelto di leggere, ogni giorno, la Bibbia. Passando dal messianismo marxista, che salva l’Umanità tramite gli uomini, all’interesse per il Dio “fons pietatis”, “qui salvando salvas gratis”.
Il terzo ritaglio è sempre dal Corriere (25 agosto): Anna Meldolesi ricorda che il “co-scopritore” della selezione naturale, Alfred Russell Wallace, è stato dimenticato a vantaggio di Darwin, senza un vero motivo scientifico. Meldolesi lo definisce “vittima di una ‘selezione naturale’”. In verità fu tutto assai artificiale: Darwin fu scelto dal pensiero socialista e marxista che lo piegò ai suoi fini: fare dell’evoluzionismo la “prova” del materialismo. Wallace non poteva servire al fine: credeva in Dio e nell’unicità spirituale dell’uomo. Così fu accantonato…
Infine, sempre dal Corriere del 18 agosto: si pubblicizzano i “corsivi” di Umberto Veronesi. Medico, ma soprattutto, così ama presentarsi da tempo, storico, filosofo, teologo… Questo il succo: “Credo nell’uomo, non in Dio. Io non sono credente, e rispetto al problema di Dio mi considero agnostico. Sono però profondamente convinto che esiste una morale laica altrettanto valida della fede in Dio”.
Veronesi, lo ha ricordato più volte, è anche lui un figlio del materialismo comunista. Qui ci sono diverse visioni della storia: Veronesi crede nell’uomo, nonostante i gulag e i lager, e forse, anche a ragione di essi, non crede in Dio; io non credo nell’uomo, che per dare a tutti la felicità, senza Dio, ha creato i gulag, e credo in Dio, grazie ad uomini (che mi fanno credere anche nell’uomo) come i ragazzi della rosa bianca, san Massimiliano Kolbe o Solgenitsyn (secondo il quale: “Gli uomini hanno dimenticato Dio, ecco perché tutto questo è accaduto”)…
Veronesi è a favore dell’aborto (uccisione di un uomo piccolo da parte di un uomo grande); crede nella bontà della clonazione (uomo grande che fotocopia uomo piccolo); crede nella bontà dell’utero in affitto (persone ricche affittano l’utero di povere)… Cosa intenda, in concreto, per “credere nell’uomo”, mi sfugge…
Il Foglio, 28 agosto 2013
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Max Planck: “in alto, verso Dio”

Max Planck: “in alto, verso Dio”

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Da Francesco Agnoli

Tra i nomi dei grandi fisici della storia, campeggia quello di Max Planck, il padre della fisica quantistica che nel 1900 “avanzò l’ipotesi che l’energia venisse irradiata in quantità discrete che chiamò quanti e formulò la legge che collega proporzionalmente l’energia di un singolo quanto alla frequenza della radiazione, secondo una costante universale nota come costante di Planck” (Bersanelli-Gargantini, Solo lo stupore conosce). Non è dei quanti che vorrei né saprei parlare, quanto della persona e della filosofia di Planck. Mi servirò soprattutto della sua “Autobiografia scientifica”, una raccolta di brevi saggi che comincia così: “La decisione di dedicarmi alla scienza fu conseguenza diretta di una scoperta che non ha mai cessato di riempirmi di entusiasmo fin dalla giovinezza: le leggi del pensiero umano coincidono con le leggi che regolano la successione delle impressioni che riceviamo dal mondo intorno a noi, sì che la logica pura può permetterci di entrare nel meccanismo di quest’ultimo. A questo proposito è di fondamentale importanza che il mondo esterno sia qualcosa di indipendente dall’uomo…”.
Siamo, mi sembra, di fronte ad un atto di fede di tipo tomista, realista, nella realtà. Planck, che fu anche accademico pontificio, procede sostenendo che le conoscenze scientifiche mostrano che “l’assoluto” è “molto più radicato nell’ordine delle leggi naturali di quanto si fosse creduto per molto tempo”, “poiché tutto ciò che è relativo presuppone qualcosa di assoluto, e ha un significato solo quando è confrontato con l’assoluto”. Se non ho frainteso, in questa introduzione Planck esprime una concezione filosofica che potremmo riassumere così: la scienza, lungi dall’essere una conferma del relativismo gnoseologico ed etico, è, come scrive Paolo Musso, “uno dei pochissimi luoghi in cui viene ancora preservato un pensiero che afferma una pretesa di verità, una esigenza di rigore e una apertura alla realtà a cui la nostra cultura ha ormai quasi completamente abdicato”. “Pretesa di verità” che, nei grandi ingegni, non è mai né riduzionismo né illusione di comprensione totale. Ce lo spiega sempre Planck nel momento in cui da una parte condanna lo scetticismo, e dall’altra stigmatizza chi non è più capace “di meravigliarsi più di nulla”; chi, abituato alle leggi che “regolano la sua immagine del mondo”, ignora che “il problema del perché queste e non altre leggi valgano, resta stupefacente e inesplicabile come per il bambino”.
Ancora più chiaramente: “come vi è un oggetto materiale dietro ad ogni sensazione, così vi è una realtà metafisica dietro tutto ciò che l’esperienza umana dimostra essere reale”. Per Planck ci sono due vie per arrivare al “reale metafisico”, cioè a Dio: la “vita pratica”, cioè la vita morale, i “valori assoluti dell’etica”, che dimostrano in noi l’esigenza di Bene, e la via della conoscenza, che è tensione verso il vero assoluto, attraverso il reale relativo. Puntualizza il grande fisico: “per quanto vicina sembri la meta sospirata, rimane sempre un abisso, incolmabile dal punto di vista della scienza esatta, fra il mondo reale della fenomenologia e il mondo reale della metafisica. Questo abisso è la sorgente di una tensione costante, che…è la fonte inesauribile dell’insaziabile sete di conoscenza del vero scienziato. Ma al tempo stesso noi possiamo dare un rapido sguardo ai confini che la scienza esatta è incapace di valicare. Per quanto i suoi risultati possano essere profondi e ricchi di conseguenze, essa non può riuscire a fare l’ultimo passo che la porterebbe nel regno della metafisica”. Così, in ultima analisi, “la scienza esatta non può fare a meno della realtà nel senso metafisico della parola”, “ma il mondo reale della metafisica non è il punto di partenza, ma lo scopo di tutte le ricerche scientifiche, un faro che brilla e indica la via da una distanza inaccessibile”.
Detto tutto ciò, è chiaro che Planck ragiona come un teologo cattolico medioevale: fonda la realtà dell’essere sull’esistenza dell’Essere, la verità del reale, sull’esistenza della Verità. Proponendosi di esplorare l’esplorabile e di “venerare silenziosamente l’inesplorabile”. Si capisce allora perché analizzando alcuni “pseudoproblemi”, affermi che “la scienza e la religione mirano, dopotutto, allo stesso scopo, il riconoscimento di un intelletto onnipotente che regola l’universo” (benchè lo facciano con metodi diversi).
Per Planck, insomma, se Dio è all’inizio, per la religione, Egli è “alla fine del pensiero”, per la scienza. Ed entrambe sono chiamate a combattere insieme “scetticismo” e “miscredenza”, da una parte, e “superstizione” dall’altra (netta la condanna di Planck verso monismo, teosofia e le “nuove religioni” vagamente new age di inizio Novecento). “In alto, verso Dio”: questa celebre espressione, contenuta in una conferenza del 1937, riassume dunque lo sforzo conoscitivo e morale di un grande uomo di scienza, che -secondo la ricostruzione di J. Heilbron- patì per anni l’opposizione del regime e di due premi Nobel tedeschi, Lenard e Stark, che non comprendevano “perché un così buon tedesco, un ariano così puro” si rifiutasse “di usare la sua enorme influenza a favore della nuova Germania” nazista. Il Foglio, 13 febbraio 2013
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I padri dell’elettricità

I padri dell’elettricità

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Da Francesco Agnoli

Capitolo VIII
UNA PAGINA DI STORIA DELLA SCIENZA:
GLI STUDI SULL’ELETTRICITÀ
Nella storia della cultura, l’Italia non è solo la patria dell’arte, delle cattedrali, la terra di Giotto, Leonardo, Raffaello, Michelangelo, Bernini eccetera, ma anche la culla della scienza.Le università italiane infatti hanno un ruolo fondamentale, sin dal basso medioevo, nella creazione di una cultura scientifica in campo anatomico, astronomico, medico… Italiane sono anche le due prime accademie scientifiche, l’Accademia del Cimento di Firenze e l’Accademia dei Lincei di Roma. Nel nostro paese si formano personalità di spicco, sia italiane, che straniere. Sino al grande Galilei. La vulgata vorrebbe che proprio il processo allo scienziato pisano segni una frattura tra mondo della scienza e Italia cattolica e papalina. Non è così.
Per altri centocinquant’anni circa, infatti, cioè sino alla grande crisi dovuta alle invasioni napoleoniche ed al cosiddetto Risorgimento (gli anni in cui perdiamo ogni primato culturale, medico, scientifico…), il nostro paese rimane al centro di grandi progressi e di grandi scoperte. Ad esempio nel campo dell’elettricità, in cui si segnalano gli immensi e imprescindibili contributi di Luigi Galvani ed Alessandro Volta.
La loro storia, poi, insieme a quella di molti altri pionieri nel campo dell’elettromagnetismo, ci riconduce ancora una volta al rapporto fecondo, e per nulla conflittuale, tra scienza e fede.
«Secondo quanto riferisce Aristotele, già ai tempi di Talete (VI sec. a.C.) era nota la singolare proprietà dell’ambra gialla, che strofinata, anche con la sola mano asciutta, è in grado di attrarre a sé pagliuzze, foglie secche e altri leggeri corpuscoli. Tale attrazione rimase una proprietà della sola ambra, almeno fino alla fine del XVII sec. quando William Gilbert (1540-1603) osservò, in modo sistematico, che circa una ventina di altri corpi, oltre l’ambra, sono in grado di attrarre a se leggeri corpuscoli; tra questi, lo zolfo, il vetro, la gommalacca, le resine solide e molte pietre dure. Egli chiamò questi fenomeni elettrici dal nome greco dell’ambra (electron) e per misurare l’intensità delle forze attrattive utilizzò uno strumento, precedentemente descritto da Girolamo Fracastoro (1483-1553), costituito da un piccolissimo e leggerissimo ago (versorium non magneticum), girevole sopra un sostegno a punta. Come fa notare lo stesso Gilbert, con questo strumento è possibile mettere in evidenza l’attrazione anche per quei corpi, nei quali la virtù elettrica è cosi debole da non essere in grado di sollevare anche leggerissime pagliuzze. Successivamente Francesco Lana rese lo strumento più sensibile sospendendolo mediante un filo: avvicinando ad esso il corpo elettrizzato “statim ad se trahebat eam […] extremitatem, cui erat approximatum”. La torsione del filo si opponeva all’effetto della forza elettrica: l’angolo di rotazione risultava quindi legato all’intensità della forza elettrica. Nel 1629 Nicola Cabeo (1585-1650) osservava il fenomeno della repulsione elettrica, notando come le pagliuzze, attratte dal corpo elettrizzato, vengono successivamente da questo respinte, dopo averlo toccato».
Inizia così una breve storia degli studi sull’elettromagnetismo a cura del fisico G. Bonera, dell’Università di Pavia.
A queste poche righe, visti gli interessi specifici di questa nostra ricerca si potrebbero fare alcune postille: prima di Gilbert, l’unico studio di un certo valore, anche sperimentale, sul magnetismo, era stato condotto nel XIII secolo da Petrus Peregrinus e dal gesuita Garzoni; quanto a Francesco Lana, era un sacerdote gesuita; così pure Nicolò Cabeo. Come inizio, ai fini del presente capitolo, non è male…
Ma facciamo un salto in avanti, arriviamo ai due giganti in materia: Luigi Galvani (1737-1798) ed Alessandro Volta (1745-1827).
Il primo, bolognese, medico, fisico, anatomista, professore universitario, è ricordato come lo scopritore dell’elettricità animale e per le svariate applicazioni dell’elettricità, come la cella elettrochimica, il galvanometro e la galvanizzazione
Celeberrimo il suo esperimento pionieristico nel campo, da lui così descritto: «Dissecai una rana, la preparai e la collocai sopra una tavola sulla quale c’era una macchina elettrica, dal cui conduttore era completamente separata e collocata a non breve distanza; mentre uno dei miei assistenti toccava per caso leggermente con la punta di uno scalpello gli interni nervi crurali di questa rana, a un tratto furono visti contrarsi tutti i muscoli degli arti come se fossero stati presi dalle più veementi convulsioni tossiche. A un altro dei miei assistenti che mi era più vicino, mentre stavo tentando altre nuove esperienze elettriche, parve dì avvertire che il fenomeno succedesse proprio quando si faceva scoccare una scintilla dal conduttore della macchina. Ammirato dalle novità della cosa, subito avvertì me che ero completamente assorto e meco stesso d’altre cose ragionavo. Mi accese subito un incredibile desiderio di ripetere l’esperienza e di portare in luce ciò che di occulto c’era ancora nel fenomeno».
Ebbene, Luigi Galvani era uomo di profonda fede cattolica, terziario francescano, che non ometteva mai di collegare la sua attività di scienziato, curioso e amante della realtà, con la sua religiosità e la sua convinzione che nella natura sia visibile il suo Creatore[1].
Contemporaneo del Galvani fu Alessandro Volta, l’altro gigante degli studi sull’elettricità. Il conte Volta, vita dimessa, animo sereno e amichevole, carattere amabile, a dire di tutti, fu un grande scienziato sperimentale ed inventore. Fu ingegno così versatile da offrire contributi nel campo dell’elettrostatica, elettrometria, meteorologia, chimica, pneumatica e geologia, termologia… a lui dobbiamo l’invenzione dell’elettroforo perpetuo, la prima macchina elettrostatica ad induzione, l’elettroscopio condensatore, l’elettrometro assoluto, e, soprattutto, la pila, il primo generatore di corrente continua nella storia dell’umanità, con cui ebbe inizio la moderna era dell’elettricità e che Einstein definì “la base fondamentale di tutte le invenzioni moderne” (da Volta prende nome il “volt”, l’unità di misura della differenza di potenziale che Volta definiva come “tensione”). Oltre a tutto ciò, Volta portò avanti studi fondamentali sui gas, scoprendo il metano.
Ebbene, leggendo una biografia di Volta, si può scoprire che i suoi interessi nel campo dell’elettricità, nati senza dubbio anche grazie all’eccellenza della scuola dei Gesuiti in cui studiò, e al gabinetto privato di storia naturale che un amico, il sacerdote Giulio Cesare Gattoni, fisico per passione, gli mise a disposizione, sorsero già a diciassette anni, allorché «si diede a meditar profondamente le opere del padre Beccaria sull’elettricità naturale ed artificiale, l’opera di Nollet ed altre»[2].
Chi erano questi due personaggi, con cui Volta si sarebbe a lungo confrontato, con apprezzamenti e critiche (in particolare col primo, cui indirizzò persino la sua prima memoria, pubblicata nel 1769, De vi attractiva ignis electrici ac phoenomenis inde pendentibus)?
Beccaria (1716-1781) era un sacerdote scolopio, allora celebre professore di matematica nella Regia Università di Torino, membro della Royal Society di Londra, definito “il più insigne fisico elettrizzante italiano dell’epoca”, inventore del “pozzetto di Beccaria”, anticipazione della “gabbia da Faraday”, e la cui opera principale fu fatta tradurre in inglese da Benjamin Franklin. Padre Beccaria viene ricordato come colui che «seppe comprendere le nuove interpretazioni sull’elettricità ideate da Beniamino Franklin (1706-1790) arrivate dall’America, allora colonia dell’Inghilterra. Tra i due nacque un’intensa sintonia, sebbene Beniamino e Giovanbattista mai si conobbero di persona. Una sintonia che durò trent’anni, con un fitto scambio di corrispondenza, anche di carattere personale. Beccaria fu l’interprete delle idee di Franklin, arricchendole di nuovi significati ed inquadrandole in maniera coerente. Non fu tuttavia un mero traduttore: egli dette dignità di scienza a una congerie d’osservazioni e d’ipotesi. La prima grande opera di Beccaria è Dell’elettricismo naturale e artificiale (1753), che si gli valse l’ammirazione e le lodi di Franklin e Joseph Priestley. Importanti sono poi Dell’elettricismo (1758), Experimenta atque observationes quibus electricitatis vindex late constituitur atque explicatur (1769), Elettricismo artificiale di G. B. Beccaria (1772), che nel 1774 fu tradotto in inglese, e Dell’elettricità terrestre atmosferica (1775). Grazie alla diffusione di questi testi Beccaria fu considerato in Europa come l’uomo che seppe abbinare teoria e pratica. In particolare nel progetto e realizzazione della prima macchina basata sul nuovo fenomeno: il parafulmine. Protesse così San Marco a Venezia, il Palazzo del Quirinale a Roma, il duomo di Milano, polveriere e navi della repubblica di San Marco. Beccaria può essere a ragione considerato come il padre dell’Elettricismo italiano perché stimolò numerosi validi ricercatori, da Volta a Cigna, a operare nella nuova disciplina, con il consenso e molte volte con un dissenso che sapeva essere aspro – aveva infatti un carattere alquanto difficile-, ma sempre dando esempio di rigore e di un vero metodo galileiano»[3].
Chi era invece Jean Antonie Nollet (1700-1770)? Sacerdote, professore di fisica a Parigi, Torino, Bordeaux, Bologna… Fu autore della scoperta del fenomeno dell’endosmosi, e di notevoli ricerche di elettrologia, che lo portarono, fra l’altro, a enunciare una teoria del “fluido elettrico”. Inventò il primo elettroscopio, poi messo a punto da Volta, nel 1747. Fu uno dei primi cultori sistematici della fisica sperimentale in Francia, membro dell’Académie des sciences di Parigi e della Royal Society di Londra. Soprattutto fu uno dei maestri che orientarono verso la chimica il grande Lavoisier.
E gli altri amici e corrispondenti di Volta? La seconda memoria del fisico comasco fu dedicata al sacerdote don Lazzaro Spallanzani, professore a Pavia (che tra le altre cose, per il suo studio del 1793 sul volo dei pipistrelli, grazie al “sesto senso” degli ultrasuoni, è il padre più remoto del radar e dell’ecografia), mentre il primo a venir informato dei suoi studi sull’ “aria infiammabile nativa delle paludi”, cioè il metano, nel 1777, in ben sette lettere, fu il sacerdote Giuseppe Campi, suo amico, un tempo suo insegnante, che aveva tradotto in italiano e pubblicato gli scritti di Benjamin Franklin nel 1774 e che, soprattutto, aveva notato per primo il fenomeno nei canneti sul Lago Maggiore, allertando il Volta stesso. Sempre nel 1777 Volta “riuscì ad effettuare lo sparo della sua pistola comandandolo a distanza, e su questa esperienza progettò una sorta di telegrafo tra Como e Milano”, descritto in una lettera al sacerdote Carlo Barletti, autore di pregevoli studi sull’elettricità, amico del Volta e come lui docente di fisica nell’ateneo di Pavia.
Fu invece a Joseph Priestly, nel 1775, che Volta annunciò la sua prima invenzione, l’elettroforo perpetuo. Priestly era un teologo e pastore protestante, che oltre ad aver isolato l’acido cloridrico e l’ammoniaca, ad aver scoperto un nuovo gas infiammabile, l’ossido di carbonio, e ad aver semplificato le tecniche per la preparazione e conservazione dei gas, aveva pubblicato, nel 1767, un importantissimo trattato sull’elettricità, The history and present state of Electricity.
Chi fu, per concludere, il successore di Volta sulla cattedra di Fisica di Pavia, nel 1804? L’abate barnabita Pietro Configliachi, destinato a divenire rettore dell’intera università nel 1811. L’enciclopedia Treccani ricorda che “il Volta dimostrò la sua amicizia al Configliachi con incoraggiamenti e consigli, collaborando con lui in alcune esperienze e stimandolo tanto da indirizzargli la lettera sulle esperienze da intraprendersi sulle torpedini (Como, 15 luglio 1805), e da permettere che pubblicasse la sua memoria sull’identità del fluido elettrico col fluido galvanico”.
Sarà un altro religioso, questa volta non più operativo a Pavia, l’abate veronese Giuseppe Zamboni, ad inventare, nel 1812, l’elettromotore perpetuo e la pila elettrica a secco (di lunga durata, risolve alcuni difetti delle pile voltiane-nella foto l’elettromotore perpetuo di Zamboni), scoperta che l’autore comunicò per lettera ad Alessandro Volta, e che gli valse la fama in Europa, e la collaborazione con Ampère, Wollaston, Faraday, e Dalton.
Ma cosa pensava Volta in relazione alla fede? Sappiamo con certezza che era un credente esemplare: andava a messa tutti i giorni, recitava il Rosario quotidiano e nei pomeriggi festivi spesso spiegava il catechismo ai fanciulli nella sua chiesa parrocchiale di san Donnino di Como (vi è ancora oggi, nella chiesa, una lapide a ricordarlo).
Il Vanzan ricorda due episodi significativi, entrambi del 1815, «che meglio illustrano non solo la coniugazione di fede e scienza in Volta, ma anche il suo zelo nell’aiutare quanti si trovavano in crisi di fede. Anzitutto c’è l’incontro con Silvio Pellico nella dimora estiva dei conti Porro – Silvio era istitutore dei loro figli –, testimoniato nella lettera del Pellico al Porro (22 settembre 1815), e forse ne seguirono altri (però non documentabili). Da una successiva lirica del Pellico (il carme “Alessandro Volta”, ndr) sappiamo che egli allora era praticamente ateo e che il Volta rispose con tali argomentazioni da mettergli in cuore quel germe di fede che poi maturerà nel carcere dello Spielberg. L’altro episodio riguarda la “professione di fede”, inviata al canonico G. Ciceri di Como (lettera n. 1.703), in cui testualmente scrive: “Ho mancato è vero nelle buone opere di Cristiano Cattolico e mi son fatto reo di molte colpe, ma per grazia speciale di Dio non mi pare d’aver mancato gravemente di fede, e certo sono di non averla mai abbandonata. Se quelle colpe e disordini miei han dato luogo a taluno di sospettare in me anche l’incredulità dichiaro apertamente a lui, e ad ogni altra persona, e son pronto a dichiarare in ogni incontro, ed a qualunque costo, che ho sempre tenuta e tengo per unica vera ed infallibile questa Santa Religione, ringraziando senza fine il buon Dio d’avermi infusa tal fede in cui mi propongo di vivere e morire con ferma speranza di conseguire la vita eterna»[4].
Per concludere non si può non ricordare, almeno en passant, altri tre grandissimi protagonisti di questa storia, dell’elettricità e del magnetismo: Michael Faraday (1791-1867), membro della Sandemanian church (cristiana-protestante), cui si devono le “leggi di Faraday”, l’“effetto di Farady”, la “gabbia di Faraday” ecc.; il francese Andrè Marie Ampère (1775-1836), mentore ed amico di Cauchy, cui è dedicata l’unità di misura “ampére” e Guglielmo Marconi (1874-1937), inventore della radio e premio Nobel per la Fisica nel 1909. Tutti e tre professarono apertamente la loro fede in Dio e in Cristo.
Riguardo al primo, un suo biografo racconta che Faraday era «continuamente invitato ad essere ospite di potenti e nobili, ma egli avrebbe voluto, se possibile, declinare, preferendo visitare la sua povera sorella, assisterla, bere il the con lei e leggere la Bibbia e pregare»[5].
Andrè Marie Ampère, di nobile famiglia francese, ricevette dai genitori una fede cattolica molto solida, che fu messa certamente alla prova, in svariate circostanze, sia dallo spirito dei tempi che da alcuni avvenimenti dolorosi della sua vita, quali la morte della moglie. Tra alti e bassi, però, Ampére si circondò sempre di persone con cui condivideva una prospettiva di fede: rimase infatti per tutta la vita amico e confidente di Claude-Julien Bredin (anatomista, dal 1813 direttore della scuola di veterinaria di Lione), di Pierre-Simon Ballanche (scrittore e filosofo fortemente cristiano e antirivoluzionario, “rivale” di Chateubriand), di Joseph Marie Degérando (o de Gérando, giurista e filosofo di famiglia italiana), e di Jacques Roux-Bordier (botanico).
Il pensiero delle “cose eterne” e la preghiera rimasero elementi costanti della sua vita intellettuale, come testimonia questa lettera da Bourg alla moglie malata (1803): «Le idee su Dio e sull’eternità sono dominanti tra tutte quelle che eccitano la mia immaginazione, ed a seguito di alcuni pensieri e riflessioni assai singolari, i dettagli dei quali sarebbero troppo lunghi da esporre, ho deciso di chiederti i Salmi di François de la Harpe[6] che dovrebbe trovarsi in casa, rilegati – mi sembra – in verde, e un libro delle Ore a tua scelta».
Nel 1804, a Lione, Ampère divenne uno degli animatori della Société Chretiénne, un cenacolo di intellettuali e nobili di cui André-Marie era presidente, l’amico Bredin il segretario e Ballanche uno dei principali animatori. Ciascun membro avrebbe dovuto produrre una relazione sulla vita e sulla dottrina cristiana ed esporla alla discussione degli altri soci: ad Ampère fu assegnato il tema “esposizione sulle prove storiche del Cristianesimo”, argomento che egli affrontò in una lunga perorazione scritta, perduta nel 1884, ma di cui conosciamo il contenuto grazie al riassunto di Valson nel 1886. Lo scritto è diviso in tre parti, aventi lo scopo di dimostrare come la religione cristiana abbia un’effettiva ispirazione divina: prove tratte dall’Antico Testamento, prove tratte dai nemici del Cristianesimo (queste, particolarmente significative secondo l’autore) e prove evidenziate da scrittori e pensatori cristiani. L’operato di questa società, per quanto di breve durata, testimonia dunque uno dei periodi apicali della vicinanza di Ampère alla religione cattolica, corrispondente all’incirca alla sua vita a Lione, vicino agli amici di gioventù e all’ambiente familiare, nonché nel primo periodo dell’impero napoleonico.
Trasferitosi a Parigi nel 1804 Ampére assunse un modo assai meno umile di concepire il proprio ruolo di intellettuale, dando molta più importanza al valore ed alla potenza della mente umana. Così, per lo meno, fu come lo descrisse l’amico lionese Bredin dopo un loro incontro: «è più cambiato di quanto pensassi. L’anno scorso era un cristiano; oggi è solo un uomo di genio, un grande uomo! Cosa può avere disturbato la sua ragione?… Che ne è stato dei sublimi sentimenti che riempivano la sua anima? Vede solo la gloria; è un idolatra della gloria! È pieno di orgoglio, mentre vaglia i misteriosi abissi dell’intelligenza umana». In un’altra lettera, gli scriverà: «Il tuo peggior nemico è la metafisica… Reputo alcune delle idee che hai sul potere di certe capacità mentali assolutamente contrarie alla tua stessa felicità… Credevo che avrei dovuto farti notare in particolar modo che tendi a vedere l’uomo come invincibilmente spinto a questa o quella decisione dalla sua organizzazione, dal suo temperamento etc. Mi sembra che tu prenda per natura originale dell’uomo ciò che è solo una sua dannosa abitudine». Bredin attribuiva alla nuova metafisica secolare di Ampère il suo abbandono del cristianesimo, e lo ammoniva frequentemente nelle sue lettere: da parte sua, lo scienziato gli rispondeva di essere ormai troppo abituato all’uso dell’intelletto per ritornare alla spensierata fede della gioventù. Cionondimeno, questo abbandono della fede provocò molta più disperazione e malinconia che vittoria e liberazione.
Il ritorno alla fede di Ampère fu paradossalmente negli stessi anni (1816/20) in cui l’amico Bredin iniziò a seguire la religiosità mistica di Jacob Böhme (cui fu avvicinato proprio dallo stesso Ampère). Apparentemente, i motivi che lo riportarono alla Chiesa furono gli stessi della relazione scritta nel 1804 a Lione, ossia il prestigio e la vitalità della religione cristiana che, nonostante sia stata per 2000 anni di volta in volta sfidata da infinite sette, permaneva viva e vitale a dimostrazione della sua perfetta comprensione dell’animo umano. Per qualche tempo, a partire dal 1832, Ampère accolse sotto il suo tetto il futuro beato Antoine-Frédéric Ozanam, fondatore delle associazioni di carità cristiana dette Società di san Vincenzo de’ Paoli, mettendogli a disposizione la camera del figlio Jean-Jacques, e introducendolo alla conoscenza di altri intellettuali cattolici parigini, tra i quali Chateaubriand. Secondo quanto narrato nell’Elogio funebre pronunciato da François Arago, celebre astronomo e politico, le ultime parole di Ampère furono mormorate quando, sul letto di morte, s’iniziò a leggere ad alta voce il De imitatione Christi per confortare l’infermo: Ampère confidò agli amici attorno a lui di conoscerne il testo a memoria. Glielo aveva insegnato sin da bambino suo padre. Altri brevi elogi furono pronunciati dall’amico Ballanche e dallo stesso Antoine Ozanam[7].
Quanto infine a Guglielmo Marconi, basti questa testimonianza postuma della figlia Maria Elettra, apparsa su «La Repubblica» del 10 febbraio 2011. Ella ricorda così l’amicizia tra suo padre a il papa Pio XI: «Fu Pio XI in persona a chiedere a mio padre di progettare la radio Vaticana verso la fine degli anni Venti. E mai invito fu accettato con più grande entusiasmo. Mio padre aderì sia come scienziato che come credente». Pio XI, continua la figlia di Marconi, «oltre ad essere un grande pontefice era un uomo di scienza, legato a mio padre da una profonda amicizia. Un Papa moderno che vedeva nella ricerca scientifica e nel progresso doni di Dio che ogni persona illuminata deve mettere a disposizione dell’umanità. Con questi sentimenti il Papa si rivolse a mio padre». Il quale lavorò alla radio Vaticana «per circa due anni con grande emozione, perché anche lui era affascinato dall’idea che la sua radio sarebbe stata un potente mezzo per far arrivare la voce del Papa in tutto il mondo. Una voce, mi ricordò spesso, che parlava di pace, amore e fratellanza». Quando terminò il progetto, Marconi era “emozionatissimo”, «specialmente quando invitò Pio XI a parlare al primo storico microfono da lui ideato e che ora è esposto nella sala di ingresso della Radio Vaticana. Mio padre era veramente felice per la riuscita di quell’impresa. Come pure papa Ratti che ci ha sempre invitato in Vaticano in lunghissime amichevoli udienze che duravano anche 2-3 ore. Io, pur essendo piccolina, ero sempre presente…».
Da:  Scienziati dunque credenti, Cantagalli, II edizione, 2013
http://www.edizionicantagalli.com/cgi-bin/catalogo/index_catalogue.pl


[1] C. Mesini, Luigi Galvani, terziario francescano, Vallecchi, Firenze 1938. Si può qui ricordare parte del sonetto scritto dal Galvani in occasione della morte della sua amatissima moglie: «Poiché tu mi lasciasti a pianger solo/Dolce Consorte, e del tuo fral disciolta/ alla Magion del Ciel ten gisti a volo/quai sien miei giorni per pietade ascolta./ Gemo e per volger d’ore non consolo/l’alma, che ho sempre al tuo partir rivolta/e pace ho sol allorchè sfogo il duolo/ quella tomba in baciar, che t’ha raccolta./Non però chieggio al mio penar s’accordi/ fine, ma sol che tu pietosa a Dio/l’offra, onde i falli miei più non ricordi/…».
[2] G. Dioguardi, La scienza come invenzione. Alessandro Volta, Sellerio, Palermo 2000, pp. 36 ss.
[3] http://www.torinoscienza.it/accademia/personaggi/giovanni_
battista_beccaria_19981.
Riguardo all’invenzione del parafulmine, se è vero che alle scoperte di Franklin giovò anche il contributo di padre Beccaria, tanto che spesso si parla di “parafulmine di Franklin e Beccaria”, non mancano i misteri: alcuni storici sostengono infatti che Vàclav Prokop Diviš (1698-1765), sacerdote premostratense ceco, abbia preceduto di sei anni Franklin nell’invenzione del parafulmine, ma che ciò sia rimasto sconosciuto ai più, per il fatto che Diviš era un semplice prete di campagna di un piccolo villaggio della Boemia, e non un uomo pubblico e con molti contatti come Franklin. Altri storici si limitano a scrivere invece, che Franklin e Diviš condividono l’invenzione. Altri ancora invece non concordano sulla precedenza del sacerdote ceco a cui è anche attribuita però l’invenzione del primo strumento musicale elettrico della storia, il così detto Denis d’or.
[4] Enciclopedia cattolica, voce: “Alessandro Volta”; S. Bergia at al., Dizionario Biografico degli Scienziati, Zanichelli, Bologna 1999, pp. 1496-1498; K. A. Kneller, Christianity and the Leaders of Modern Science, A Contribution to the History of Culture during the Nineteenth Century, American Council on Economics and Society, Fraser (Michigan) 1995, pp. 114-118; P. Vanzan, Alessandro Volta: l’uomo, lo scienziato, il credente, in «Civiltà Cattolica», 150 (1999), q. 3577, 13-26. Nel carme Alessandro Volta, Pellico fa dire al grande scienziato: «Sento che puote l’ingegno esser adorno/ di ricco intendimento e di scienza/ della Croce adorando il santo scorno»; ed ancora: «sì che a Natura io lacerassi il velo, sempre d’Iddio vidi innegabil segno», così che «nel Vangel lo sguardo figgo come ne’ cieli ed in lui sento tutto il poter di verità gagliardo».
[5] J. Kendall, Michael Faraday: Man of Simplicity, Faber and Faber, London 1955, p. 171.

[6]  Per tutta la vita un fervente rivoluzionario e amico personale di Voltaire, a seguito di 4 mesi di prigionia nelle prigioni del Luxembourg (1894) Jean-François de la Harpe (1739-1803) mutò completamente campo, diventando fervente conservatore e attaccando violentemente gli enciclopedisti e i rivoluzionari (tanto che, quando la Rivoluzione ebbe vinto, la cosa gli costò la pubblica proscrizione). La sua versione dei Salmi (1797) fu la prima opera data alle stampe dopo il periodo di prigionia.
[7] J. R. Hoffmann, Andre-Marie Ampère, Cambridge University Press, Cambridge 1996.
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chi sono *** Sono un ex vagabondo che ha avuto la grazia, durante il suo vagabondare di incontrare degli amici di Gesù che gli hanno mostrato la Bellezza della vita, quello che il suo cuore da sempre cercava. Ora sono diventato un pellegrino con lo sguardo rivolto alla “Roccia splendente” anche se spesse volte riabbasso lo sguardo verso terra col rischio di perdermi in vicoli ciechi; ma appena rialzo la testa vedo gli amici e la meta, di nuovo la realtà riprende forma e colore. ************************************ Questo blog e' un prodotto amatoriale e non editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7 marzo 2001. Premesso che tutto il materiale pubblicato su Internet e' di dominio pubblico, se qualcuno riconoscesse proprio materiale con copyright e non volesse vederlo pubblicato sul blog, non ha che da darne avviso agli autori del blog , e sara' immediatamente eliminato. Si sottolinea inoltre che cio' che e' pubblicato sul blog e' a scopo di approfondimento, di studio e comunque non di lucro.
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