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venerdì 18 dicembre 2015

Inedito di Berdjaev: vedi alla voce FANATISMO

Riflessione

Inedito di Berdjaev: vedi alla voce FANATISMO 

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NIKOLAJ BERDJAEV

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 È tratto dall’ultimo numero della rivista «La nuova Europa» il testo inedito che qui proponiamo del filosofo russo Nikolaj Berdjaev (1874-1948), uscito nel 1937 su «Russkie zapiski» (si ringrazia la rivista per il consenso all’anticipazione e Sofia Fumagalli per la gentile concessione della traduzione). «La nuova Europa», bimestrale della Fondazione Russia Cristiana, dopo 55 anni cambia radicalmente veste a partire dal 2016. Nasce infatti il portale digitale www.lanuovaeuropa.org, uno strumento aggiornato su tutto ciò che è accaduto o accade in Russia e nell’Est europeo. Ma anche un portale che attinge al grande patrimonio della letteratura, dell’arte e del pensiero russo di tutti i tempi. Avrà blog, percorsi della memoria, videoteca, materiali per la didattica. Al portale digitale si aggiungeranno ogni anno due fascicoli cartacei dedicati ad approfondimenti. Per informazioni si può anche telefonare al numero 035-294021

Il tema del fanatismo, che c’entra con la fedeltà all’ortodossia della dottrina, è molto attuale. La storia ha un suo ritmo, vi gioca un ruolo enorme l’alternarsi delle reazioni psichiche. Noi entriamo in questo ritmo quando prevale la spinta verso l’unità coercitiva, verso un’ortodossia imposta a tutti, verso l’ordine che sopprime la libertà. Si tratta di una reazione al XIX secolo, al suo amore per la libertà e alla sua umanità. Così si produce una psicologia di massa intollerante e fanatica. E al tempo stesso si rompe l’equilibrio e l’uomo si lascia andare fino all’ossessione maniacale. L’individuo diventa vittima di una psicosi collettiva. Si verifica una terribile costrizione della coscienza, vengono soppressi ed espulsi molti tratti umani sostanziali, tutta la complessità emotiva e intellettuale della vita della persona. L’unità si ottiene non attraverso la pienezza, ma attraverso un crescente depauperamento. 

L’intolleranza ha una certa parentela con la gelosia. La gelosia è una psicosi per cui si perde il senso della realtà. La vita psichica viene capovolta e si fissa su un punto, ma il punto sul quale si fissa non viene percepito in modo reale. La persona in cui l’intolleranza ha raggiunto il livello del fanatismo, come l’uomo geloso, vede ovunque soltanto tradimento, solo infedeltà, solo violazione del patto di unità; è sospettoso e paranoico, scopre ovunque complotti contro la sua idea prediletta, contro l’oggetto della sua fede e del suo amore. L’uomo intollerante e fanatico, così come l’uomo geloso, è molto difficile da riportare alla realtà. Il fanatico, ossessionato da mania di persecuzione, vede intorno a sé le macchinazioni del diavolo, ma è sempre lui, viceversa, che perseguita, tortura, giustizia. 

L’uomo posseduto da mania di persecuzione, che si sente circondato dai nemici, è una creatura molto pericolosa, diventa sempre un persecutore: è lui che perseguita, non gli altri che perseguitano lui. I fanatici che compiono i più grandi crimini, violenze e crudeltà si sentono sempre circondati da pericoli, vivono sempre nella paura. L’uomo commette sempre la violenza per paura. Lo stato di paura è intimamente legato al fanatismo e all’intolleranza. Guarire dalla paura vorrebbe dire anche guarire dal fanatismo e dall’intolleranza. Al fanatico il diavolo sembra sempre più forte e terribile, crede più in lui che in Dio. Il fanatismo ha origini religiose, ma passa facilmente all’ambito nazionale e politico. 

Pure il fanatico nazionalista o politico crede nel diavolo e nei suoi intrighi, anche se la categoria religiosa del diavolo gli è completamente estranea. È sempre contro le forze del diavolo che sono stati creati l’inquisizione, il Comitato di salute pubblica, l’onnipotente polizia segreta, la Ceka. Queste terribili istituzioni sono sempre state create dalla paura del diavolo. Ma il diavolo è sempre stato più forte, è penetrato in queste istituzioni e ne ha preso le redini. Non c’è niente di peggio della paura. La guarigione spirituale dalla paura è la cosa di cui l’uomo ha più bisogno. L’intollerante fanatico commette violenza, scomunica, mette in galera e giustizia, ma egli, in sostanza, è debole e non forte, è oppresso dalla paura e la sua coscienza è terribilmente ristretta, la sua fede in Dio è ancor più piccola della sua tolleranza. In un certo senso, si potrebbe dire che la fede fanatica è indice di debolezza della fede, è mancanza di fede. È una fede negativa. 

L’archimandrita Fozio, all’epoca di Alessandro I, credeva soprattutto nel diavolo e nell’Anticristo. La forza di Dio gli pareva insignificante rispetto al potere del diavolo. L’Inquisizione crede nella forza della verità cristiana tanto quanto la Gpu crede nella forza della verità comunista. Il fanatismo intollerante rappresenta sempre una profonda mancanza di fede nell’uomo, nell’immagine di Dio nell’uomo, nella forza della verità, cioè, alla fine, una mancanza di fede in Dio. Lenin stesso non credeva nell’uomo e nella forza della verità, esattamente come Pobedonoscev, erano uomini della stessa razza. L’uomo che arriva a lasciarsi ossessionare dall’idea della minaccia e della cospirazione mondiale di massoni, ebrei, gesuiti, bolscevi-chi o della società segreta degli assassini, smette di credere nella forza di Dio, nella forza della verità e fa affidamento soltanto sulla propria violenza, crudeltà e omicidi. 

Questo tipo di persona in sostanza sarebbe un caso da psicopatologia e psicoanalisi. Per il fanatico non esiste il mondo multiforme. Quest’uomo è ossessionato dall’unico. Ha un atteggiamento spietato e rabbioso nei confronti di tutto ciò che non sia l’unico. Psicologicamente, il fanatismo è collegato all’idea di salvezza o di perdizione. È proprio questa l’idea che rende l’anima fanatica. C’è l’unico che salva, tutto il resto uccide. Quindi, dobbiamo consegnarci totalmente a questo unico e distruggere senza pietà tutto il resto, tutto il mondo molteplice che minaccia di distruggerci. Alla morte, legata alla molteplicità del mondo, si ricollega anche il sentimento di paura, che è sempre nel sottosuolo del fanatismo. 

Gli inquisitori erano fermamente convinti che le violenze, le torture, i roghi e tutto il resto che compivano fossero manifestazioni di umanità. Lottavano contro la morte per la salvezza, difendevano le anime dalla tentazione delle eresie che le minacciavano di morte. È meglio causare brevi sofferenze nella vita terrena che la morte di molti nell’eternità. Torquemada era un uomo altruista, disinteressato, non desiderava nulla per sé, faceva tutto esclusivamente per la gloria di Dio, in lui c’era persino una certa mitezza, non nutriva rabbia né odio per nessuno, era una 'brava' persona nel suo genere. 

Sono convinto che allo stesso modo sia stato una 'brava' persona, un altruista e un credente anche Dzeržinskij, il quale in gioventù era stato infatti un fervente cattolico e voleva diventare monaco. Si tratta di un interessante problema psicologico. L’uomo credente, disinteressato, idealista può essere spietato, può compiere le più grandi atrocità. Dare se stesso senza riserve a Dio o a un’idea che prenda il posto di Dio, trascurando la persona, trasformare l’uomo in mezzo e strumento per la gloria di Dio o per la realizzazione di un’idea significa diventare fanatico, spietato, persino un mostro. Proprio il Vangelo ha mostrato agli uomini che non è possibile costruire il proprio rapporto con Dio senza entrare in rapporto con la persona. Se i farisei mettevano il sabato al di sopra dell’uomo e sono stati svergognati da Cristo, allora ogni uomo che abbia messo l’idea astratta al di sopra dell’uomo, professa la religione del sabato respinta da Cristo. Che si tratti dell’ortodossia ecclesiastica, dello Stato, del nazionalismo o dell’idea della rivoluzione e del socialismo. 

L’uomo ossessionato dalla ricerca e dalla denuncia delle eresie, dalla scomunica e dalla persecuzione degli eretici, è un uomo da tempo smascherato e condannato da Cristo, anche se non se ne rende conto. L’odio patologico per l’eresia è l’ossessione dell’'idea', messa al di sopra dell’uomo. Robespierre amava senza riserve la virtù repubblicana, era l’uomo più virtuoso della Francia rivoluzionaria, e fors’anche l’unico virtuoso. Egli si identificava con la virtù repubblicana, con l’idea della rivoluzione. Era il tipo classico di egocentrico. E la cosa più ripugnante in lui era questa mania della virtù, questa identificazione con la virtù stessa. Il depravato Danton era mille volte migliore e più umano

lunedì 16 marzo 2015

Berdjaev inedito: Vangelo e comunismo inconciliabili

Berdjaev inedito: Vangelo e comunismo inconciliabili
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Nikolaj Berdjaev

Cristo ha detto che è più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago, piuttosto che un ricco entri nel Regno dei cieli. A molti che hanno un rapporto superficiale col cristianesimo, e non sono partecipi dei suoi misteri, questa frase suona quasi socialista. Voi socialisti amate fare un cattivo uso del Vangelo, e ve ne ricordate solo quando serve ai vostri scopi religiosi e antireligiosi. In queste citazioni dei testi evangelici, in queste interpretazioni non religiose dei testi c’è un che di abominevole e sacrilego.

Le parole di Cristo nei confronti dei ricchi hanno un significato diametralmente opposto a quello che vorreste conferire loro. A chiunque si accosti interiormente al mistero della vita e non in modo superficiale, dev’esser chiaro che Cristo si preoccupava del destino dei ricchi, della loro anima, quando diceva che è difficile, molto difficile per loro entrare nel Regno dei cieli. Voleva dire che per i ricchi è facile diventare schiavi del mondo materiale e dei beni materiali, che essi sono privi della libertà di spirito e perciò per loro è più complicato entrare nel Regno dei cieli, nel Regno delle anime libere, che amano Dio più di tutto il mondo e di tutto ciò che il mondo può dare.
Cristo voleva liberare spiritualmente i ricchi, aveva a cuore la loro salvezza eterna, così così come aveva a cuore la salvezza di tutte le anime degli uomini. Egli è venuto nel mondo per tutti, per i ricchi come per i poveri. E quando parlava della difficoltà che i ricchi hanno ad entrare nel Regno dei cieli, non pensava agli interessi materiali dei poveri, ma agli interessi spirituali dei ricchi. Cristo ha infatti rivelato il valore assoluto dell’anima di ogni uomo, indipendentemente dalla sua condizione sociale. Per Lui non potevano esserci eletti e reietti in base alla condizione sociale.

La retorica socialista riguardo ai ricchi, invece, sta al polo opposto rispetto al cristianesimo, è intrisa d’odio per i ricchi e di invidia verso di loro. I socialisti vogliono rendere difficile entrare nel Regno dei cieli anche ai poveri. Le parole di Cristo sono rivolte all’uomo interiore, alla sua anima; le parole dei socialisti sono rivolte all’uomo esteriore, all’involucro materiale dell’uomo, in esse si percepisce sempre la non conoscenza dell’uomo interiore. Cristo parlava di una povertà piena di grazia, gioiosa, divina che costituisce la suprema libertà e bellezza dello spirito. Essa è accessibile solo a pochi. San Francesco d’Assisi, “il Poverello di Cristo”, ha realizzato alla perfezione la bellezza della povertà.

Ma cosa ha a che fare questa povertà con il socialismo? Cristo insegnava che i poveri hanno un privilegio spirituale rispetto ai ricchi, che per loro è più facile entrare nel Regno di Dio. I socialisti invece parlano sempre dei grandi privilegi dei ricchi, invidiano questi privilegi e vogliono toglierli ai ricchi per darli ai poveri. Cristo insegnava a donare le proprie ricchezze, i socialisti insegnano ad appropriarsi delle ricchezze altrui. Cristo esortava a nutrire l’affamato e a donare fino all’ultima camicia. Questo doveva essere un gesto di un amore gratuito, lo stesso amore con cui Cristo si rivolgeva all’uomo interiore, alla profondità dell’anima umana. Non era la ricetta di un’organizzazione sociale esteriore, su cui il Vangelo non dice una parola.

I socialisti non esortano a nutrire l’affamato e a donare l’ultima camicia al prossimo. Loro si rivolgono all’uomo esteriore. Esortano l’affamato a togliere agli altri con la forza. Inculcano nel povero l’idea che la ricchezza sia una cosa bellissima, che il destino del ricco sia un destino invidiabile, e così avvelenano il suo povero cuore. Cristo voleva che non ci fossero più affamati, che tutti avessero da mangiare, che tutti avessero una camicia. E l’atteggiamento cristiano verso la vita esige che ci si occupi degli affamati, dei miseri, dei diseredati.

Nel Giudizio universale Cristo chiederà conto ad ognuno di noi del destino di affamati, miseri e diseredati. E per i ricchi sarà difficile giustificarsi. Ma come è contrario lo spirito di Cristo allo spirito del socialismo! Cristo ha rivelato la verità eterna sulla costituzione spirituale dell’uomo e non la verità transitoria sulla costituzione della società terrena. Tutta la predicazione evangelica di Cristo presuppone perfino l’esistenza della proprietà e della disuguaglianza sociale, e, senza toccare l’ordinamento sociale, sempre determinato da condizioni storiche e naturali complesse, insegna la verità eterna dell’amore e del sacrificio di sé. I socialisti vogliono rendere impossibili e superflue le virtù cristiane dell’amore, del sacrificio e della carità. È grande la saggezza del cristianesimo, per il quale il valore assoluto dell’anima umana non dipende dalla condizione sociale e si afferma in ogni contingenza storica. Il padrone e lo schiavo possono essere fratelli in Cristo, pur rimanendo nelle rispettive condizioni sociali. Il cristianesimo esige che l’anima del padrone e quella dello schiavo, siano considerate un valore assoluto e siano di uguale valore davanti al Signore: esige che il padrone veneri nello schiavo l’immagine e la somiglianza di Dio. Esso però non esorta alla rivoluzione sociale, insegna che qualunque ordinamento sociale in qualunque epoca storica è comunque vincolante. San Paolo insegnava che lo schiavo, anche rimanendo nelle condizioni sociali a lui toccate in sorte, può essere perfetto
e percorrere la via di Cristo.

Al cristianesimo della Chiesa sono totalmente estranei gli elementi del rivoluzionarismo sociale, essi appartenevano solo ai movimenti eretici, settari. Il cristianesimo ha avuto un’enorme importanza nell’eliminazione della schiavitù nel mondo, ma la sua azione in questo senso è stata esclusivamente spirituale e non sociale, è stata interiore e non esteriore. Il cristianesimo riconosce che tutti i mutamenti sociali sono determinati da una legge specifica, che la continuità storica sul piano esteriore dell’esistenza non può essere eliminata e distrutta. La questione sociale ha i suoi aspetti tecnici, i suoi metodi scientifici, i suoi condizionamenti materiali.

La saggezza del cristianesimo universale, a differenza del settarismo, riconosce tutto ciò. La guarigione definitiva dai mali sociali e dalle sofferenze è possibile solo nell’armonia cosmica, solo nel Regno di Dio. Fino al suo raggiungimento, sono possibili solo gradi relativi. La questione sociale non è risolvibile, sono risolvibili solo i problemi sociali. Il bene cristiano è un bene libero, e perciò presuppone una certa libertà del male.

(Traduzione di Giacomo Foni)

domenica 13 ottobre 2013

Chi può salvare l'uomo quando è stanco di se stesso?

RUSSIA/
Chi può salvare l'uomo quando è stanco di se stesso?
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Adriano Dell'Asta giovedì 18 ottobre 2012
In occasione del Convegno annuale, promosso da Russia Cristiana, Est-Ovest: La crisi come prova e provocazione. Al bivio tra negazione e riscoperta dell’io, che si svolge a Milano il 19-20 ottobre, presentiamo una sintesi dell’intervento di Adriano Dell’Asta, Direttore dell’Istituto italiano di cultura a Mosca.
Siamo in un campo di concentramento sovietico, un gruppo di prigionieri mutilati sta consegnando gli oggetti personali; tra questi ci sono le loro protesi; ad un certo punto viene il turno di un detenuto che ha questo scambio di battute con l’addetto all’operazione: «“Sicché, quello il braccio, quest’altro la gamba, poi un orecchio, una schiena, e questo qui l’occhio. Finiremo per mettere assieme un corpo intero. E tu cos’hai da darci?”. Ero nudo e mi esaminò attentamente. “Che cosa consegni? L’anima?”. “No” gli dissi. “L’anima non ve la do”». L’attualità del concetto di persona che caratterizza il pensiero russo del XX secolo sta tutta in questo passo dei Racconti di Kolyma di Varlam Šalamov: l’uomo è un essere irriducibile. Non che abbia qualcosa di irriducibile, è lui stesso irriducibile; non è una cosa o una somma di cose, non vale per qualche virtù particolare o per la somma di tutte le virtù, ma proprio in quanto persona. La sconvolgente esperienza di uomini passati attraverso la violenza del totalitarismo è la scoperta, nel proprio intimo, di una «sorta di nucleo che nulla riesce a toccare», per usare un’espressione del filosofo Nikolaj Berdjaev, che pure visse nel 1922 l’esperienza del «Terrore rosso», fu sottoposto a interrogatori da Dzeržinskij («l’uomo che aveva creato la Ceka, era un nome insanguinato che terrorizzava tutta la Russia»), e d’altro canto attestava lui stesso di avere un’«anima malata», parlando di «turbamenti emotivi»; ebbene, se fra simili contraddizioni Berdjaev seppe dar prova di tanta fermezza il motivo va evidentemente cercato in qualcosa di diverso rispetto alle virtù o ai difetti personali. È il paradosso più volte ricordato da Solženicyn; uno dei suoi personaggi, rivolgendosi a un alto esponente del regime, osserva: «Voi siete forti soltanto nella misura in cui non togliete agli uomini tutto. Ma un uomo a cui avete tolto tutto non è più in vostro potere, è di nuovo libero». In contrapposizione all’uomo sovietico, che «suona con orgoglio» (come diceva una canzone propagandistica di regime), queste persone sono degli «scossi» (secondo un’espressione di un altro autore dell’Europa orientale, il filosofo ceco Jan Patocka): uomini toccati e profondamente mutati dalla scoperta che l’uomo non è solo, non è padrone e creatore della propria vita e del mondo, ma ha un «fondamento primo» che è altro da lui e di cui ha «nostalgia»; uomini che, proprio grazie a questa scoperta, hanno capito che non possono essere schiavi di niente e di nessuno che sia di questo mondo, né delle proprie voglie, né delle voglie del potere, e quindi resistono; proprio questo scotimento dà alla loro persona un «io» stabile attraverso tutti i mutamenti. Madre Marija Skobcova, ortodossa russa emigrata a Parigi che avrebbe dato la vita scambiandosi in un lager nazista con un’altra prigioniera, coglieva la vera vertigine della libertà, dicendo: «A cosa ci impegna il dono della libertà che ci siamo trovati addosso?.. Nel campo della vita spirituale non c’è posto per il caso, né ci sono epoche più o meno fortunate, ci sono invece dei segni che bisogna capire e delle vie che bisogna seguire. E noi siamo chiamati a grandi cose, perché siamo chiamati alla libertà». A uomini simili può essere tolta persino la vita, ma loro possono disarmare il carnefice facendogli dono del proprio essere. Al suo vertice massimo è l’esperienza del martire, da Massimiliano Kolbe a madre Marija; come avrebbe detto più tardi Patočka, «esistono cose per cui val la pena soffrire, e che le cose per cui eventualmente si soffre sono quelle per cui val la pena vivere», in un’assoluta disponibilità al sacrificio di sé e, continua Patočka, del proprio «giorno». Dove l’uso di questa espressione, il parlare della rinuncia a una dimensione diurna deve farci capire che il sacrificio di cui si sta parlando ha un’estensione molto ampia: va dal sacrificio della vita e della libertà per un detenuto in un campo di concentramento al sacrificio del benessere e del prestigio sociale per un libero, al sacrificio dei propri progetti per ciascuno di noi; un sacrificio che, precipitandoci nella notte, ci spinge alla ricerca delle stelle. Una delle tragedie del mondo contemporaneo, invece, ciò che rende la sua vita insopportabile e piena di angoscia – ciò che genera, in definitiva, la crisi − è il fatto che «l’uomo si è stancato di se stesso»; ha sì creduto di potersi affermare meglio e più pienamente liberandosi di Dio, ma in realtà ciò che ha ottenuto è esattamente il contrario. «Il problema fondamentale dei nostri giorni non è il problema di Dio – come pensano molti, come pensano spesso anche i cristiani che esortano alla rinascita cristiana, – il problema fondamentale dei nostri giorni è innanzitutto il problema dell’uomo», dice Berdjaev, e quindi precisa: «gli uomini hanno rinnegato Dio, ma così facendo non hanno messo in dubbio la dignità di Dio, bensì la dignità dell’uomo. L’uomo non può tenersi in piedi senza Dio. Per l’uomo Dio è appunto l’idea suprema, − la realtà che edifica l’uomo». Gli uomini rinnegando Dio non hanno soltanto rinnegato l’uomo, ma hanno finito col distruggere il mondo stesso e la vita. Senza un Dio davanti al quale riconoscere il proprio peccato e dal quale attendere la salvezza, l’uomo non solo è ridotto a un essere inevitabilmente senza speranza, ma i suoi mali e le sue disgrazie restano appese al nulla. Questa prospettiva cristiana di apertura a un percorso di rinascita e di superamento dei vicoli ciechi in cui sembra precipitarci ogni crisi è una prospettiva propriamente umanistica, nella quale cioè il riferimento a Cristo è tale da superare ogni vecchia contrapposizione tra umano e divino, laico e religioso, medioevo e rinascimento, ragione e fede. La persona irriducibile è tale perché è modellata sulla Persona di Cristo, unità perfetta del divino e dell’umano.  
Il convegno dal titolo 'Est-Ovest: La crisi come prova e provocazione. Al bivio tra negazione e riscoperta dell’io', attraverso due sessioni che avranno luogo rispettivamente a Milano e a Mosca, intende interrogare da vicino due poli culturali e politici europei su tematiche collegate fra loro ma anche specificamente inerenti al contesto locale. La prima sessione, milanese, tratterà più globalmente problematiche russe ed europee, lasciando spazio ai tentativi di individuare la natura della crisi, le sue componenti e prospettive di soluzioni. Nella seconda sessione, a Mosca, sarà invece in primo piano il rapporto Chiesa-società, attraverso pagine di storia e di attualità tratte dalla storia occidentale e, in particolare, italiana. Qui il programma del convegno

giovedì 22 agosto 2013

La cultura che anestetizza l’umano

La cultura che anestetizza l’umano  
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di Giovanni Fighera22-08-2013
equivalenza_morale 
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Qualche tempo fa, in una lezione in un’università italiana, un professore di filosofia sosteneva di fronte agli studenti che un atteggiamento serio avrebbe dovuto indurli a dubitare che lui stesso stesse parlando e che quella fosse una cattedra. Una studentessa ha allora alzato la mano per controbattere tali disquisizioni, sostenendo che la conseguenza più ragionevole di tale impostazione del problema sarebbe stata uscire dall’aula, dal momento che nessuno era certo che in quel momento si stesse tenendo una lezione di filosofia. Una tale impostazione negava anche l’evidenza stessa della realtà.

Siamo nell’epoca in cui ogni affermazione sull’esistenza della verità viene tacciata di “fondamentalismo religioso” o di “conservatorismo culturale”, di “anacronistico atteggiamento” non al passo con i tempi. Ebbene, in quest’epoca in cui le persone cercano le risposte alle loro domande solo dagli esperti, che possano infondere serenità per le loro inquietudini, tutti si improvvisano esperti, tutti pensano di poter giudicare tutto e di poter dire la propria verità su tutto. Ciò che è importante è che nessuno osi parlare di verità. Ognuno può esprimere la sua opinione. Tutte le opinioni sono importanti allo stesso modo secondo l’espressione che, spesso, ricorre nei discorsi “io sono del mio parere, tu del tuo”.


Bene, in questo modo, il dialogo non può avvenire. Paradossalmente, il presupposto che la verità non ci sia oppure che ci siano tante verità (che è come dire che la verità non esista) annienta all’origine ogni possibilità di reale comunicazione, di dialogo interculturale,  ogni tentativo di educazione, ogni possibile e reale crescita culturale.


Non ci può essere comunicazione, perché non si può pensare di arrivare a mettere in compartecipazione una verità che sia portata da uno dei due interlocutori o che sia derivata da altri. Quando la verità è negata alle radici, ognuno continua a camminare nel proprio tunnel di vetro trasparente in cui potrà vedere gli altri, senza, però, entrare realmente in contatto con loro. Manca, infatti, anche solo il presupposto iniziale che si faccia un tentativo per trovare un percorso insieme. L’aprioristica negazione dell’esistenza della verità nega ogni possibilità di cammino, di dialogo, di ricerca; mina alle radici ogni possibile sviluppo umano, crea le basi di uno scetticismo che, nel tempo, diventerà motivo di sconforto, di aridità, di poca volontà di costruire e di realizzare per il bene di sé e degli altri.


Non ci può essere vero dialogo interculturale tra popoli diversi, perché nel dialogo bisogna avere piena consapevolezza della propria posizione e della propria identità. Per poter dire “tu”, bisogna prima saper dire “io”. Devo sapere chi sono io, per chiedere all’altro chi sia lui.


Non può esistere una reale educazione, perché si educa introducendo qualcuno nella realtà secondo una ipotesi esplicativa della stessa, ipotesi che deve essere, quindi, considerata come buona, reale, attendibile. Non ci si può addentrare in una stanza completamente al buio senza alcuno strumento di illuminazione, occorre l’uso di una luce che in qualche modo illumini qualche particolare della stanza.


Non ci può essere cultura, perché tutto il sapere, la crescita e l’evoluzione nel campo della cultura e della tecnologia partono dal presupposto di tributare fiducia, fede alla tradizione che ti è stata consegnata fino a quel momento: se l’uomo dovesse rifare tutti i passi dello sviluppo scientifico dalla ruota e dal fuoco, ogni volta per verificarli, non procederebbe più lo sviluppo umano. Tutti coloro che negano ideologicamente e aprioristicamente l’esistenza della verità sono costretti in maniera surrettizia a reintrodurla e a considerarla valida nei loro discorsi. Non può darsi, infatti, discorso umano senza il presupposto dell’esistenza di una verità, non può darsi cultura, non esiste sviluppo, saremmo tutti ancora all’età della pietra.


Certo, la modernità è proprio ben rappresentata da questo dubbio applicato a tutto, quel dubbio metodico che Cartesio ha introdotto come unico possibile punto di partenza nella conoscibilità del reale. In Cartesio il dubbio sostituisce la meraviglia, che nella filosofia antica ha sempre rappresentato il punto di partenza di ogni riflessione. Tutta la filosofia moderna si presenta come articolazione e ramificazione del dubbio. Ce lo testimonia Nietzsche. Il dubbio cartesiano investe i sensi, la ragione e la fede. L’unica certezza risiede nella coscienza e la forma conoscitiva più alta sarà allora quella matematica, ovvero quella che si raggiunge attraverso uno strumento che è prodotto della propria mente.


La verità, così, non è più qualcosa di oggettivo che si rivela, ma è un prodotto soggettivo della mente umana. Quindi, alla contemplazione (posizione umana che rappresenta il vertice supremo di fronte alla realtà) è sostituita l’azione. In maniera conseguente, la modernità si è sempre più interessata al come, cioè al processo di realizzazione di un oggetto o di accadimento di un fenomeno, e si è disinteressata alle domande sul perché e sull’Essere. L’uomo moderno, l’homo faber, è, così, esposto al rischio di percepirsi come nuovo Dio che si sostituisce al Creatore.


Dunque, la storia non sarà più racconto delle vicende umane e delle sofferenze, ma sarà considerata prodotta dalle mani dell’uomo. Da qui consegue l’idea della storia umana come progresso inesauribile, da cui Dio è definitivamente esiliato.


Chiedendosi che cosa influisca maggiormente nell’affermazione del relativismo nella contemporaneità, lo storico dell’arte austriaco Hans Sedlmayr (1896-1984) risponde la perdita del centro, ovvero la perdita della centralità dell’io.


Solo in un autentico rapporto di riconoscimento della dipendenza dal Mistero, dal significato del Tutto, da Dio, possono persistere la consapevolezza di sé dell’uomo, un  vero umanesimo e una proficua fecondità. Così, il grande filosofo russo contemporaneo N. A. Berdjaev (1874-1948) si è espresso al riguardo: «La persona umana cerca per sé qualcosa di sacro, agogna sottomettersi liberamente per ritrovare se stessa. Si ripete così la verità paradossale che l’uomo acquista e afferma se stesso se si sottomette a un principio supremo sovrumano e trova in un sacro sovrumano il contenuto della propria vita; al contrario l’uomo perde se stesso se si sbarazza del contenuto sovrumano supremo e non ritrova in sé che il suo piccolo mondo umano chiuso. L’affermazione dell’individualità umana presuppone l’universalismo; lo dimostrano tutti i risultati della cultura e della storia moderna nella scienza, nella filosofia, nell’arte, nella morale, nello stato, nella vita economica, nella tecnica, lo dimostrano e lo provano con l’esperienza. È provato e dimostrato che l’ateismo umanistico porta all’autonegazione dell’umanesimo, alla degenerazione dell’umanesimo in antiumanesimo, al passaggio della libertà in costrizione. Così finisce la storia moderna e incomincia una storia diversa che io per analogia ho chiamato nuovo medioevo. In essa l’uomo deve di nuovo legarsi per raccogliersi, deve sottomettersi al supremo per non perdersi definitivamente».


Quando l’uomo non ha più la consapevolezza del proprio io, potremmo anche dire della natura del proprio cuore, fatto per l’amore, per il bene, per la bellezza, allora emergono il brutto, la negatività, la perdita di senso delle cose. Morte, oscenità, bruttezza, abnorme uso della sessualità sostituiscono desiderio di vita, sacralità, bellezza e tenerezza amorosa: ecco in parte chiariti alcuni scenari artistici, pseudoartistici e cinematografici della contemporaneità. La contemporaneità ha perso il senso della morte (completamente esorcizzata o massificata, perciò resa estranea a noi). La morte pubblica, collettiva, infatti, è presentata in forma impersonale e cinematografica, non ci tocca, perché pensiamo che non ci riguardi. La morte privata è, invece, rivendicata come diritto personale di scelta, da difendere contro ogni tentativo di tutela della vita debole e fragile. Sta trionfando la cultura della morte contro la cultura della vita.


Proprio per questo motivo, a detta di Berdjaev, la contemporaneità si caratterizza per il grande spreco di energie spirituali, che induce ad un impoverimento dell’uomo, della sua capacità produttiva e della sua fecondità artistica.

lunedì 4 febbraio 2013

Il primo capitolo di La bellezza salverà il mondo PDF Stampa E-mail
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LA DITTATURA DI UN NUOVO PARADIGMA CULTURALE: IL RELATIVISMO
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Il relativismo, cioè il lasciarsi portare «qua e là da qualsiasi vento di dottrina», appare l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie.
(Joseph Ratzinger, «Omelia per il funerale del Santo Padre Giovanni Paolo II»)


Tutti a spasso con i lanternini
A noi uomini [...], nascendo, è toccato un tristo privilegio: quello di sentirci vivere, con la bella illusione che ne risulta: di prendere cioè come una realtà fuori di noi questo nostro interno sentimento della vita, mutabile e vario, secondo i tempi, i casi e la fortuna. E questo sentimento della vita [...] era appunto come un lanternino che ciascuno di noi porta in sé acceso; un lanternino che ci fa vedere sperduti sulla terra, e ci fa vedere il male e il bene; un lanternino che projetta tutt’intorno a noi un cerchio più o meno ampio di luce.

Nel celeberrimo romanzo di Pirandello, Il fu Mattia Pascal, durante il soggiorno romano, il protagonista, assunta la nuova identità di Adriano Meis, conversa con l’affittuario dell’appartamento di nome Anselmo Paleari. In realtà, il logorroico appassionato di filosofia racconta allo stupito Adriano la propria visione della modernità attraverso alcune immagini mutuate dal mondo del teatro.

L’immagine del lanternino è utilizzata da lui per rappresentare il concetto di visione del mondo, della vita o ancora, con termine tedesco, Welthanschauung. Ebbene, a detta di Pirandello, in alcune epoche storiche, questi lanternini individuali, connotati da colori differenti, assumono, invece,  lo stesso colore. Afferma, infatti, Anselmo Paleari:

A me sembra [...] che in certe età della storia, come in certe stagioni della vita individuale, si potrebbe determinare il predominio d’un dato colore, eh? In ogni età, infatti, si suole stabilire tra gli uomini un certo accordo di sentimenti che dà lume e colore a quei lanternoni che sono i termini astratti: Verità, Virtù, Bellezza, Onore, e che so io... E non le pare che fosse rosso, ad esempio, il lanternone della Virtù pagana?[...] Il lume d’una idea comune è alimentato dal sentimento collettivo; se questo sentimento però si scinde, rimane sì in piedi la lanterna del termine astratto, ma la fiamma dell’idea vi crepita dentro e vi guizza e vi singhiozza, come suole avvenire in tutti i periodi che sono detti di transizione. Non sono poi rare nella storia certe ventate che spengono d’un tratto tutti quei lanternini.
A questo punto i lanternini si muovono nel buio, si scontrano, tornano indietro in mezzo ad una grande confusione. Tutti i lanternoni sono spenti e gli uomini non sanno più a chi rivolgersi! Questa è la descrizione della modernità. Non più un lanternone comune che permetta di inoltrarsi  nel reale illuminando con  una luce comune, ma tante piccole luci che vagano come lucciole nella campagna estiva, troppo piccole per produrre un’illuminazione più vasta.
L’immagine di Pirandello traduce in chiave poetica l’espressione paradigma culturale coniata dal filosofo statunitense T. Kuhn:

Il paradigma è una costellazione di credenze, valori e tecniche condivise dai membri di una comunità scientifica.
In altre parole potremmo dire che un paradigma culturale include in sé un modo di guardare, di concepire e analizzare la realtà, che contraddistingue una particolare epoca storico-culturale e che è connotato dall’uso di particolari strumenti gnoseologici da applicare in ogni disciplina.
Così, in età moderna, si è diffuso nel Settecento il paradigma illuministico incentrato sulla ragione come ratio sui et universi, misura della realtà e possibilità di conoscibilità di tutto il reale. L’Illuminismo ha inteso rifondare tutto il sapere e le discipline attraverso quello che è considerato l’unico strumento che permette di conoscere il reale: la ragione, per l’appunto. Anche le discipline artistiche e la metafisica avrebbero acquisito un loro statuto ontologico solo attraverso la loro ricostituzione e ridefinizione a partire dall’uso della ragione. Celebre è, ad esempio, il conio dell’espressione della poesia come «sogno in presenza della ragione».


I lanternoni del passato prossimo
Un paradigma culturale, è bene dirlo, non tramonta mai del tutto; spesso, le sue apofisi, le sue appendici, approdano in altre epoche e germogliano in nuovi paradigmi. É per l’appunto questo il caso del paradigma illuministico che, a metà dell’Ottocento, porterà alla nascita di quello positivista.
Il termine «Positivismo» deriva dall’espressione «scienze positive», ovvero le discipline sperimentabili, basate su «fatti» che si possono riprodurre e studiare, quindi, nella loro meccanicità. I positivisti vogliono applicare questo criterio scientifico a tutte le discipline, anche a quelle filosofiche  e letterarie (anche al romanzo e al teatro). Gli ambiti e le discipline che non si prestano all’applicazione del metodo sperimentale perdono il loro statuto ontologico: così, i positivisti si convincono di poter sancire la fine della religione e della metafisica. Un giorno, infatti, tutto l’ignoto sarà conosciuto dalla scienza, secondo questi «padri della modernità».
La diffusione di questo nuovo approccio gnoseologico e culturale avviene negli anni in cui lo scienziato Charles Darwin (1809-1892) pubblica L’origine della specie (1859) e il filosofo Herbert Spencer (1820-1893) contribuisce alla nascita della psicologia moderna con l’ Introduzione alla psicologia sperimentale (1865). Il fisiologo francese Claude Bernard (1813-1878) influirà non poco sull’avvento della medicina sperimentale, così come il filosofo August Comte (1798-1857) sarà padre della sociologia moderna. Di nuovo, come nell’epoca illuministica, l’uomo si convince di avere rivoluzionato il mondo della cultura. Con una perfetta consonanza rispetto agli illuministi, anche i positivisti aprono la strada di una nuova religione, quella del Progresso e dell’Umanità.
I cardini di questo paradigma culturale si possono così sintetizzare:
-  un marcato materialismo, secondo il quale ha valore solo ciò che è concreto, visibile, materiale e può essere colto dai sensi umani;
- il conseguente determinismo, ovvero ogni effetto può essere fatto risalire ad una causa organica e, viceversa, ad ogni causa organica corrisponde una conseguenza necessaria, dunque ineluttabile. Quindi, una persona, se nasce in un certo ambiente, non ha per sé la possibilità di migliorare;
- lo scientismo consistente in una fiducia illimitata nella scienza, indicata profeticamente come «vera salvezza dell’umanità»;
- un ottimismo illimitato derivato dalle infinite possibilità di evoluzione della scienza.
Senza dilungarci anche in questo caso troppo nell’analisi, è bene sottolineare almeno un paio di aporie in questo tipo di approccio alla cultura.
In primo luogo, in ogni disciplina il metodo è suggerito dall’oggetto di studio proprio della disciplina stessa, non può essere imposto dal soggetto in maniera aprioristica a prescindere dalla materia presa in considerazione. Il metodo della letteratura sarà determinato dalle opere letterarie, quello della fisica dall’osservazione e dallo studio della natura, quello della storia dai fatti ricostruiti a partire dai documenti diretti e indiretti pervenuti. Il Positivismo vuole, invece, imporre un metodo unico a tutti gli ambiti dello scibile umano.
In secondo luogo, è evidente che, in una simile prospettiva culturale, nella considerazione della persona vengono sottovalutate o del tutto ignorate la libertà e la storia individuale (costituita da incontri, eventi,…); in poche parole, dati un ambiente sociale e dei cromosomi, l’uomo sarebbe, per i positivisti, stabilito in maniera deterministica.
Nella prima metà del Novecento si è, poi, diffuso il paradigma neopositivista di cui abbiamo traccia ancora oggi, quasi quotidianamente, quando leggiamo notizie relative a scoperte scientifiche che tendono ad interpretare le azioni umane come esclusiva conseguenza di componenti genetiche dell’uomo. Echi profondi di questa lettura scientista (positivista o neopositivista) della realtà si trovano un po’ in tutti gli ambiti. Per questo motivo una disciplina per essere considerata tale deve assurgere al ruolo di scienza, per cui si parla di scienza della comunicazione, di scienze storiche, di scienze politiche. Si arriverà, forse, a coniare la dicitura «scienze letterarie o umanistiche» disgregando la tradizionale distinzione tra discipline scientifiche e umanistiche.


Un nuovo «lanternone»: la dittatura del relativismo

Ebbene, negli ultimi decenni sembra imperversare  anche un altro paradigma, quello che potremmo definire relativismo culturale.
Il cardinale Joseph Ratzinger, allora decano del collegio cardinalizio,  nell’aprile 2005, nella omelia durante la Missa pro eligendo romano pontefice, parla di dittatura di un nuovo paradigma culturale:

il relativismo, cioè il lasciarsi portare «qua e là da qualsiasi vento di dottrina», appare l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie.
Siamo nell’epoca in cui ogni affermazione sull’esistenza della  verità viene tacciata di «fondamentalismo religioso» o di «conservatorismo culturale», di «anacronistico atteggiamento» non al passo con i tempi. Ebbene, in quest’epoca in cui le persone cercano le risposte alle loro domande solo dagli esperti, che possano infondere serenità per le loro inquietudini, tutti si improvvisano esperti, tutti pensano di poter giudicare tutto e di poter dire la propria verità su tutto. Ciò che è importante è che nessuno osi  parlare di verità. Ognuno può esprimere la sua opinione. Tutte le opinioni sono importanti allo stesso modo secondo l’espressione che, spesso, ricorre nei discorsi «io sono del mio parere, tu del tuo».
Bene, in questo modo, il dialogo non può avvenire. Paradossalmente, il presupposto che la verità non ci sia oppure che ci siano tante verità (che è come dire che la verità non esista) annienta all’origine ogni possibilità di reale comunicazione, di dialogo interculturale,  ogni tentativo di educazione, ogni possibile e reale crescita culturale.
Non ci può essere comunicazione, perché non si può pensare di arrivare a mettere in compartecipazione una verità che sia portata da uno dei due interlocutori o che sia derivata da altri. Quando la verità è negata alle radici, ognuno continua a camminare nel proprio tunnel di vetro trasparente in cui potrà vedere gli altri, senza, però, entrare realmente in contatto con loro. Manca, infatti, anche solo il presupposto iniziale che si faccia un tentativo per trovare un percorso insieme. L’aprioristica negazione dell’esistenza della verità nega ogni possibilità di cammino, di dialogo, di ricerca; mina alle radici ogni possibile sviluppo umano, crea le basi di uno scetticismo che, nel tempo, diventerà motivo di sconforto, di aridità, di poca volontà di costruire e di realizzare per il bene di sé e degli altri.
Non ci può essere vero dialogo interculturale tra popoli diversi, perché nel dialogo bisogna avere piena consapevolezza della propria posizione e della propria identità. Per poter dire «tu», bisogna prima saper dire «io». Devo sapere chi sono io, per chiedere all’altro chi sia lui.
Non può esistere una reale educazione, perché si educa introducendo qualcuno nella realtà secondo una ipotesi esplicativa della stessa, ipotesi che deve essere, quindi, considerata come buona, reale, attendibile. Non ci si può addentrare in una stanza completamente al buio senza alcuno strumento di illuminazione, occorre l’uso di una luce che in qualche modo illumini qualche particolare della stanza.
Non ci può essere cultura, perché tutto il sapere, la crescita e l’evoluzione nel campo della cultura e della tecnologia partono dal presupposto di tributare  fiducia,  fede alla tradizione che ti è stata consegnata fino a quel momento: se l’uomo dovesse rifare tutti i passi dello sviluppo scientifico dalla ruota e dal fuoco, ogni volta per verificarli, non procederebbe più lo sviluppo umano. Tutti coloro che negano ideologicamente e aprioristicamente l’esistenza della verità sono costretti in maniera surrettizia a reintrodurla e a considerarla valida nei loro discorsi. Non può darsi, infatti, discorso umano senza il presupposto dell’esistenza di una verità, non può darsi cultura, non esiste sviluppo, saremmo tutti ancora all’età della pietra.


Le radici della modernità

Ebbene, invece, qualche tempo fa, in una lezione in un’università italiana, un professore di filosofia sosteneva di fronte agli studenti che un atteggiamento serio avrebbe dovuto indurli a dubitare che lui stesso stesse parlando e che quella fosse una cattedra. Una studentessa ha allora alzato la mano per controbattere tali disquisizioni, sostenendo che la conseguenza più ragionevole di tale impostazione del problema sarebbe stata uscire dall’aula, dal momento che nessuno era certo che in quel momento si stesse tenendo una lezione di filosofia. Una tale impostazione negava anche l’evidenza stessa della realtà.
Certo, la modernità è proprio ben rappresentata da questo dubbio applicato a tutto, quel dubbio metodico che Cartesio ha introdotto come unico possibile punto di partenza nella conoscibilità del reale.

La modernità ha inizio con la filosofia cartesiana […].
Uno dei più grandi filosofi della politica contemporanei, Hannah Arendt, osserva che l’età moderna è stata determinata da tre grandi eventi storici: le grandi scoperte geografiche, e segnatamente la scoperta dell’America, la Riforma protestante, l’invenzione del telescopio e il conseguente rinnovamento e sviluppo dell’astronomia. Questi fenomeni, così disparati, hanno in realtà un punto in comune essenziale: sono tutte esperienze di quella che si potrebbe chiamare «l’alienazione dalla terra» da parte dell’uomo […]. L’esito dunque non fu che una radicale insecuritas, ossia la nascita di un radicale scetticismo […]. Il pensiero cartesiano sorge proprio da questo terreno di cultura.

Nel pensiero cartesiano

da una parte, il rifiuto di penetrare nei consigli di Dio, rifiuto dettato da un giusto rispetto della trascendenza divina, si associa a un ideale di vita umana puramente umana e «mondana»; dall’altra parte, l’idea che la certezza della conoscenza umana dipenda in ultima istanza dalla esistenza di Dio e dalla sua bontà, si associa all’idea di un Dio che è ridotto a semplice garanzia della nostra scienza e, tramite essa, della possibile restaurazione per la sola opera dell’uomo dell’originale e perduto stato paradisiaco. Dio è invocato e, nel contempo, del tutto allontanato dalla concreta vicenda umana.

In Cartesio il dubbio sostituisce la meraviglia, che nella filosofia antica ha sempre rappresentato il punto di partenza di ogni riflessione.

Da questo punto di vista, si può dire che  tutta la filosofia moderna si presenterà come articolazione e ramificazione del dubbio. Ce lo testimonia Nietzsche che la definì «una scuola del sospetto» e ben la descrive Bertrand Russel quando osserva che «solo sul fondamento di un’ostinata disperazione si può d’ora in avanti costruire una sicura abitazione dell’anima».
Il dubbio cartesiano investe i sensi, la ragione e la fede. Così, di fronte ad ogni certezza,

Cartesio trovò sopravvissuta un’unica ultima certezza, la certezza logica che nel dubitare io sono almeno certo di un processo che avviene nella mia coscienza.
L’unica certezza risiede nella coscienza e la forma conoscitiva più alta sarà allora quella matematica, ovvero quella che si raggiunge attraverso uno strumento che è prodotto della propria mente.
La verità, così, non è più qualcosa di oggettivo che si rivela, ma è un prodotto soggettivo della mente umana. Quindi, alla contemplazione (posizione umana che rappresenta il vertice supremo di fronte alla realtà) è sostituita l’azione e

il pensiero viene totalmente subordinato all’azione, e la filosofia viene del tutto svalutata […]. Da ricerca razionale della verità essa diventa un organo dello zeitgeist, dello spirito dell’epoca, e i filosofi vengono destinati a diventare i semplici portavoce degli umori generali del proprio tempo portati a chiarezza concettuale.
In maniera conseguente, la modernità si è sempre più interessata al come, cioè al processo di realizzazione di un oggetto o di accadimento di un fenomeno, e si è disinteressata alle domande sul perché e sull’Essere. L’uomo moderno, l’homo faber, è, così, esposto al rischio di percepirsi come nuovo Dio che si sostituisce al Creatore.
Dunque, la storia non sarà più racconto delle vicende umane e delle sofferenze, ma sarà considerata prodotta dalle mani dell’uomo. Da qui consegue l’idea della storia umana come progresso inesauribile, da cui Dio è definitivamente esiliato.

L’enfasi della verità come risultato della nostra azione ci ha condotti in una situazione in cui noi possiamo fondarci su qualsiasi ipotesi per agire verificando che essa funziona sempre, il che poi sta a significare che tutto è possibile, ma quest’ultimo principio altro non è che il principio guida di quel terribile fenomeno sperimentato nel nostro secolo e che identifichiamo con nome di totalitarismo, principio che giustamente già Dostoevskij, ne I fratelli Karamazov, poneva come il primo frutto dell’ateismo: se Dio non c’è tutto è permesso.
L’esito di questo processo è

la proiezione dell’uomo in se stesso, e per di più  in un se stesso che ha come unico contenuto oltre alla propria mente solo i propri appetiti e i propri desideri, in una parola gli incessanti bisogni del proprio corpo. Se a ciò si aggiunge che la perdita della prospettiva cristiana implica anche la perdita della prospettiva della immortalità individuale, noi ci troviamo di fronte a un uomo che a differenza dell’uomo cristiano è ritornato ad essere mortale così come lo erano stati gli uomini dell’antichità, ma che a differenza di questi ultimi non possiede più neanche un mondo nel quale, grazie alla propria virtù etica e politica, possa cercare di immortalarsi […]. L’unica cosa che allora rimane immortale è la vita stessa, ossia il processo vitale della specie umana, intesa nella sua più semplice accezione di processo biologico, e la regola etica fondamentale diventa allora una regola etologica  e ecologica.


L’uomo moderno: Amleto o Oreste?

Sono parole che sembrano drammaticamente descrivere quanto accade nel mondo odierno o quanto si discute negli incontri tra gli intellettuali più a la page.
Talvolta, le immagini poetiche sono, però, molto più efficaci di tante parole e di tante spiegazioni. Così, è ancora Pirandello che viene in nostro soccorso per spiegarci la modernità nel dubbio che caratterizza l’uomo e nella perdita dell’orizzonte ultimo della trascendenza.
Siamo nel capitolo XII de Il fu Mattia Pascal, il capitolo precedente rispetto  a quello dove è contenuto il discorso sulla lanterninosofia prima citato.
Ebbene, l’esperto di filosofia, Anselmo Paleari, descrive il dramma della modernità con un’immagine teatrale.

-La tragedia d’Oreste in un teatrino di marionette! [...] Già! D’après Sophocle, dice il manifestino. Sarà l’Elettra. Ora senta un po’ che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei.
- Non saprei - risposi, stringendomi ne le spalle.
- Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe sconcertato da quel buco nel cielo. [...] Oreste sentirebbe ancora gl’impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì, a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cadere le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.
Come non rammentare il celeberrimo monologo di Amleto «Essere o non essere»! Amleto non sa se il fantasma che gli è apparso vicino al castello e che si è rivelato come il fantasma di suo padre sia reale oppure no. Deve verificarlo, deve sospendere tutta la sua vita, inibire i legami affettivi (l’amicizia con Laerte, l’amore che prova per Ofelia), interrompere gli studi (il corso universitario di filosofia in Germania), rinunciare al suo futuro (la successione al trono del Regno di Danimarca). Il dubbio lo paralizza, gli impedisce di agire, di vivere, lo rende inerte, accidioso, nulla vale più davvero la pena.
L’emblema di questo dubbio che porta al relativismo gnoseologico è Anselmo Paleari che dubita addirittura del limite ontologico per eccellenza, la morte. Anche la morte, infatti, potrebbe essere frutto di una percezione nostra, del nostro lanternino che si spegne. Così, prosegue la sua disquisizione filosofica:

E se tutto questo bujo, quest’enorme mistero, nel quale indarno i filosofi dapprima specularono, e che ora, pur rinunziando all’indagine di esso, la scienza non esclude, non fosse in fondo che un inganno come un altro, un inganno della nostra mente, una fantasia che non ci colora? Se noi finalmente ci persuadessimo che tutto questo mistero non esiste fuori di noi, ma soltanto in noi, e necessariamente, per il famoso privilegio del sentimento che noi abbiamo della vita, del lanternino cioè, di cui le ho finora parlato? Se la morte, insomma, che ci fa tanta paura, non esistesse e fosse soltanto, non l’estinzione della vita, ma il soffio che spegne in noi questo lanternino, lo sciagurato sentimento che noi abbiamo di essa, penoso, pauroso, perché limitato, definito da questo cerchio d’ombra fittizia, oltre il breve àmbito dello scarso lume, che noi, povere lucciole sperdute, ci projettiamo attorno, e in cui la vita nostra rimane come imprigionata, come esclusa per alcun tempo della vita universale, eterna, nella quale ci sembra che dovremo un giorno rientrare, mentre già ci siamo e sempre vi rimarremo, ma senza più questo sentimento d’esilio che ci angoscia? Il limite è illusorio, è relativo al poco lume nostro, della nostra individualità: nella realtà della natura non esiste.
É qui doveroso riflettere sul fatto che Anselmo Paleari più che rappresentare la concezione della vita di Pirandello  sintetizzi nel suo pensiero la modernità e il suo approccio gnoseologico. Pirandello non vuole certo costruire un sistema filosofico fondato sul relativismo, né tantomeno dimostrare che la realtà non esiste, bensì proporre la difficoltà dell’uomo di arrivare a cogliere la realtà e, quindi, la verità. Basti a dimostrare tale affermazione la trilogia del mito scritta tra il 1928 e il 1936 (anno della morte del Drammaturgo) per evidenziare le verità nell’ambito socio-politico, artistico e religioso: La nuova colonia, Lazzaro e I giganti della montagna. Qui è evidente la necessità dell’Agrigentino di porre pochi cardini fissi.  A conforto della nostra affermazione ci soccorre anche l’intervista a Carlo Cavicchioli del 1936 in cui Pirandello afferma:

Nel Lazzaro do la risposta più netta al dissidio fondamentale del mio teatro: Cristo è carità, amore. Solo dall’amore che comprende, e sa tenere il giusto mezzo fra ordine e anarchia, fra forma e vita, è risolto il conflitto. Sono anche lieto che nessuna autorità religiosa abbia trovato da condannare. […] La “Civiltà Cattolica” ne ha parlato a fondo […] e conviene della sua perfetta ortodossia […] Perfetta ortodossia in quanto posizione di problemi. E tali problemi non comportano che una soluzione cristiana.


La frammentazione dell’io ...

Dal discorso fin qui tracciato emerge come la modernità abbia smarrito il metodo, cioè la giusta strada, per arrivare alla verità: se la Luna rappresenta la verità, è come se l’uomo moderno avesse smarrito il mezzo per arrivare sulla Luna.
Pensiamo che questo sia ben sottolineato nella produzione pirandelliana, ad esempio nel romanzo Suo marito. Nel testo una donna è scacciata dal marito perché accusata di tradimento  quando lei è, invece, innocente. A questo punto la presunta colpevole si fa ospitare in casa dall’uomo sospettato di essere il suo amante. Tra i due nasce davvero una relazione sentimentale. Il marito, riconosciuta, però, l’innocenza della donna, la riaccoglie in casa quando davvero si è macchiata della colpa. Per il lettore appare chiara l’oggettività della realtà. Sono i personaggi dell’opera che, come marionette sul palco,  risultano limitati e incapaci di coglierla. Così, la realtà si presenterà differente a seconda del punto di vista da cui si osserverà la scena.
La realtà sarà come uno specchio, frantumato in centinaia di pezzi: lo spettatore che vi sta di fronte vedrà immagini riflesse differenti, parziali e grottescamente deformate. Noi stessi appaiamo diversi a seconda dell’osservatore che ci sta davanti e del punto di osservazione in cui si trova.
Paradigmatico di questa frammentazione dell’io e della realtà è un altro romanzo pirandelliano, Uno, nessuno e centomila. Il protagonista Vitangelo Moscarda viene messo in crisi nelle sue certezze da una considerazione della moglie sul suo naso. Scosso dal fatto di non aver mai visto un difetto che aveva tutti i giorni sotto gli occhi, si immagina che su tanti aspetti della sua persona, magari meno visibili, ci possano essere grandi divergenze tra la sua percezione e quella altrui. Si rende conto che gli altri lo considerano usuraio ed egoista; così, per provare l’inconsistenza di questa posizione, sfratta una persona che vive in affitto in un appartamento di sua proprietà, in realtà, però, per offrirgliene una più grande. Le voci che circolano, però, al riguardo sono che è uno strozzino, insensibile. Lui che si credeva uno, unitario, non scisso appare agli occhi dei più dotato di centomila volti. L’esito di questo processo di distruzione delle tante forme e delle tante maschere adottate dal personaggio non è la scoperta di sé, bensì l’annichilimento del proprio io. Così, il personaggio conclude la propria storia nell’ultimo capitolo del romanzo:

Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di jeri; del nome d’oggi, domani. Se il nome è la cosa; se un nome è in noi il concetto d’ogni cosa posta fuori di noi; e senza nome non si ha il concetto, […] ebbene, questo che portai tra gli uomini ciascuno lo incida, epigrafe funeraria, sulla fronte di quella immagine con cui gli apparvi, e la lasci in pace e non ne parli più. Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro trèmulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento […]. Volto subito gli occhi per non vedere più nulla fermarsi nella sua apparenza e morire. Così soltanto io posso vivere, ormai.  Rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni.

Per poter vivere, o meglio sopravvivere, l’uomo deve annientare la propria consapevolezza di sé.
Tanta produzione pirandelliana documenta questa cultura che gradualmente, già all’inizio del secolo scorso, è diventata dominante, anche se i più non se ne sono resi conto.
La genialità di un autore riesce ad avvertire la cultura della propria epoca, attraverso segni che i contemporanei non sono in grado di cogliere.  Le opere di Pirandello, genio profetico del Novecento, non potevano essere comprese nei primi decenni in cui circolavano. Solo ora, a distanza di tanti anni, appare chiaro come descrivessero in maniera drammatica la perdita della bussola dell’uomo contemporaneo.


...e la perdita del centro nel Novecento
All’inizio del Novecento, tale relativismo dilaga nelle arti più che nel pensiero comune e popolare in cui si affermerà soltanto molti decenni dopo.
Si impone in campi apparentemente molto lontani tra loro. Nelle arti figurative la rivoluzione avviene nel 1907 quando Pablo Picasso realizza «Les damoiselles d’Avignon», opera nella quale vengono disegnate le differenti sfaccettature che, nella realtà, non sarebbero visibili dal punto di vista dello spettatore. In un certo senso, l’opera richiama in sé tante diverse immagini osservate da punti di vista variabili.
Nell’ambito psicologico non si deve dimenticare la portata straordinaria e, in un certo senso, eversiva dell’introduzione della psicanalisi che sgretola la tradizionale idea giudaico-cristiana dell’anima in nome della scomposizione dell’io in Es, Ego e Superego.
In ambito fisico, poi, la relatività einsteniana  integrerà e, talora, controverterà quella newtoniana presentando l’universo da un punto di vista del tutto nuovo.
É in crisi tutto un sistema di certezze. In qualche modo, anche l’atteggiamento scientista è fortemente messo in discussione da questi cambiamenti che inficiano analisi e considerazioni spesso trattate per assiomi o dogmi di fede, quando erano, in realtà, semplici ipotesi scientifiche.
Chiedendosi che cosa influisca maggiormente nell’affermazione del relativismo gnoseologico, lo storico dell’arte austriaco Hans Sedlmayr (1896-1984) risponde la perdita del centro, ovvero la perdita della centralità dell’io.
Solo in un autentico rapporto di riconoscimento della dipendenza dal Mistero, dal significato del Tutto, da Dio possono persistere la consapevolezza di sé dell’uomo, un  vero umanesimo e una proficua fecondità. Così, il grande filosofo russo contemporaneo N. A. Berdjaev (1874-1948) si è espresso al riguardo:

La persona umana cerca per sé qualcosa di sacro, agogna sottomettersi liberamente per ritrovare se stessa. Si ripete cosí la verità paradossale che l’uomo acquista e afferma se stesso se si sottomette a un principio supremo sovrumano e trova in un sacro sovrumano il contenuto della propria vita; al contrario l’uomo perde se stesso se si sbarazza del contenuto sovrumano supremo e non ritrova in sé che il suo piccolo mondo umano chiuso. L’affermazione dell’individualità umana presuppone l’universalismo; lo dimostrano tutti i risultati della cultura e della storia moderna nella scienza, nella filosofia, nell’arte, nella morale, nello stato, nella vita economica, nella tecnica, lo dimostrano e lo provano con l’esperienza. È provato e dimostrato che l’ateismo umanistico porta all’autonegazione dell’umanesimo, alla degenerazione dell’umanesimo in antiumanesimo, al passaggio della libertà in costrizione. Così finisce la storia moderna e incomincia una storia diversa che io per analogia ho chiamato nuovo medioevo. In essa l’uomo deve di nuovo legarsi per raccogliersi, deve sottomettersi al supremo per non perdersi definitivamente.

Quando l’uomo non ha più la consapevolezza del proprio io, potremmo anche dire della natura del proprio cuore, fatto per l’amore, per il bene, per la bellezza, allora emergono il brutto, la negatività, la perdita di senso delle cose. Morte, oscenità, bruttezza, abnorme uso della sessualità sostituiscono desiderio di vita, sacralità, bellezza e tenerezza amorosa: ecco in parte chiariti alcuni scenari artistici, pseudoartistici e cinematografici della contemporaneità. Su questo ci soffermeremo meglio, però, nel secondo e nel terzo capitolo.


Qualche breve conclusione sulla contemporaneità

La contemporaneità ha perso il senso della morte (completamente esorcizzata o massificata, perciò resa estranea a noi). La morte pubblica, collettiva, infatti, è presentata in forma impersonale e cinematografica, non ci tocca, perché pensiamo che non ci riguardi. La morte privata è, invece, rivendicata come diritto personale di scelta, da difendere contro ogni tentativo di tutela della vita debole e fragile. Sta trionfando la cultura della morte contro la cultura della vita.
La contemporaneità ha smarrito anche il senso della tradizione e dell’identità in nome del pluralismo e del multiculturalismo con la conseguenza che si rischia di far crescere le nuove generazioni senza un «padre», senza «una madre». Pensiamo che cosa significherebbe presentare ad un bimbo tante donne e fosse lui a dover scegliere tra queste la madre: impazzirebbe, probabilmente; certamente, crescerebbe nell’insicurezza e nell’instabilità affettiva.
Conseguenza di questo rifiuto del padre, della tradizione,  è l’odio per l’Occidente, per la nostra cultura, per il cristianesimo. La perdita del padre in senso figurato va di pari passo alla svalutazione della paternità nell’epoca contemporanea. Basti riflettere sulla confusione di ruoli, sull’assenza di distinzione tra figura paterna e materna diffusasi negli ultimi decenni, sulla perdita di riferimento dell’autorevolezza del padre, sempre più presentato come valida alternativa alla mamma nelle risposte biologiche da fornire al neonato: il padre è, spesso, diventato il «mammo». Perciò

c’è nostalgia di un padre più coraggioso, […] più coraggioso negli affetti, e in particolare, in quello verso i figli. Un padre, insomma, che non abbia paura di fare il suo mestiere. Questo padre però […] oggi è assente. Innanzitutto perché di solito non ha avuto, a sua volta, un padre che gli insegnasse ad essere tale. Poi perché, comunque, la società secolarizzata del divorzio facile, e dell’aborto praticabile senza neppure interpellare il padre, non gli lascia grandi spazi per esprimersi […]. Anzi in genere questo padre, già insicuro perché nessuno gli ha insegnato come si fa ad esserlo, viene caldamente pregato, dalla cultura sociale dominante, di tacere sui sentimenti e sulle decisioni che contano per i figli. Parli pure di soldi, organizzi senz’altro un buon livello di vita per la famiglia, ma quanto al resto, per cortesia, taccia.
La figura del padre è, perciò, la grande assente nella cultura contemporanea.
Quest’assenza, tuttavia, è inaccettabile. La figura del padre è, infatti, costitutiva della creazione, della vita, e del suo sviluppo. Senza una significativa presenza paterna l’organismo vitale tende a indebolirsi, e a perdere interesse alla stessa esistenza. Tutto l’umano assume una forma definita, e acquista il suo dinamismo, nel segno del padre, che lo genera. Così come acquista tranquillità e sicurezza affettiva nell’esperienza della madre positiva, che lo accoglie.

Proprio per questo motivo, a detta di Berdjaev, la contemporaneità si caratterizza per il grande spreco di energie spirituali, che induce ad un impoverimento dell’uomo, della sua capacità produttiva e della sua fecondità artistica.

domenica 3 febbraio 2013

Berdjaev

 Berdjaev pensieri
***
Il problema fondamentale dei nostri giorni non è il problema di Dio, ma è innanzitutto il problema dell’uomo, della salvezza della persona umana dallo sfacelo, della soluzione dei problemi fondamentali della società e della cultura alla luce dell’idea cristiana di uomo. Gli uomini hanno rinnegato Dio, ma così facendo non hanno messo in dubbio la dignità di Dio, bensì la dignità dell’uomo»

“L'uomo è un essere completamente dipendente dalla natura e dalla società, dal mondo e dallo stato se non c'è Dio. Se Dio c’è, l'uomo è allora un essere spiritualmente indipendente. E l'atteggiamento verso Dio non si
determina come dipendenza dell'uomo, ma come sua libertà. Dio è la mia libertà, la mia dignità di essere spirituale"

"Il libero vagabondaggio dell’uomoche non riconosce più alcuna autorità superiore, lungi dal consolidare la sua fede in se stesso, ha invece irrimediabilmente indebolito quella fede e compromesso la coscienza che egli aveva della propria identità. L’umanesimo
non ha rafforzato l’uomo, lo ha debilitato

la notte del mondo distende le sue tenebre. Ormai l’epoca è caratterizzata dall’assenza di Dio, dalla mancanza di Dio […] Il tempo della notte del mondo è il tempo della povertà perché diviene sempre più povero. E’ già diventato tanto povero da non poter riconoscere la mancanza di Dio come mancanza

«Il mio è il pensiero di un altro mondo, che sta cominciando e che sarà un nuovo Medioevo. I principi spirituali della modernità sono logorati, le sue forze spirituali
esaurite. La luce diurna e razionalista della storia moderna si va spegnendo, il suo astro declina, avanza il crepuscolo, ci avviciniamo alla notte. [
…]
Tutti i segnali ci mostrano che siamo usciti da un’era diurna per entrare in una notturna. […] È un male questo processo? È funesto? È pessimista tale visione?
Porre simili domande non ha alcun senso e deriva da un atteggiamento antistorico e troppo razionalista. Cadono i veli che coprono la menzogna, rivelando lanudità del bene e del male. La notte non è meno meravigliosa del giorno, non è
meno divina;
di notte risplendono luminose le stelle e si hanno rivelazioni che il giorno ignora. La notte è più prossima alle cose prime e agli elementi della natura di quanto lo sia il giorno»
17.
"se non c'è Dio, se non c'è Verità che lo innalzi al di sopra del mondo, l'uomo è totalmente subordinato alla necessità. L'esistenza di Dio è la carta delle libertà dell'uomo",

 se non c’è Dio, se non c’è la Verità che lo innalzi al di sopra del mondo, l’uomo è totalmente subordinato alla necessità, o alla natura, al cosmo o alla società o allo Stato l’esistenza di Dio è la carta della libertà dell’uomo [...]. Cristo ha insegnato che l'uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio, e con ciò ne ha confermato la dignità in quanto essere spirituale libero, non schiavo della necessità naturale”
 (...) Dostoevskij conduce l’uomo per le vie estreme dell’arbitrio e della rivolta, per rivelare che nell’arbitrio si uccide la libertà, che nella rivolta si nega l’uomo. La via della libertà conduce o all’uomo-Dio e su questa via l’uomo trova solo la sua fine e la sua rovina, o al Dio-uomo e su questa via trova la sua salvezza e la consolidazione definitiva della sua immagine. L’uomo è tale solo in quanto è immagine e somiglianza divina, in quanto è Dio. Se non c’è Dio, se lui stesso è Dio, non c’è neppure l’uomo, allora perisce anche la sua immagine. Solo in Cristo si risolve il problema dell’uomo (...)” 
"La realtà dello spirito è testimoniata dall’intera esperienza dell’umanità: rifiutarla significa essere ciechi e sordi di fronte alla realtà, significa essere incapaci di distinguere le qualità dell’essere o di descrivere ciò che si distingue. Il mondo spirituale è tanto reale quanto quello delle cose naturali. Questa realtà non si può dimostrare, ma è percepita da coloro che riescono a distinguerne le qualità. Lo spirito, perciò, mira quasi a sopraffare il mondo oggettivo: la sua battaglia contro il potere dell’oggettivazione è una sorta di “rivoluzione spirituale”

.“Questo è il personalismo del Vangelo. La liberazione spirituale è la vittoria sul potere dell’estraneità. Questo è il senso dell’amore. Ma l’uomo diviene facilmente schiavo, non accorgendosene. Si libera perché dentro di lui c’è un principio spirituale, la capacità di non essere determinato dall’esterno. Ma la natura umana è così complessa e la sua esistenza è così intricata che l’uomo può cadere da una schiavitù all’altra, cadere in una spiritualità astratta, nel potere deterministico dell’idea generale. Lo spirito è uno, integro, ed è presente a ogni atto proprio. Ma l’uomo non è spirito, soltanto possiede lo spirito, e per questo negli atti spirituali stessi dell’uomo è possibile la disgregazione, l’astrazione, la degenerazione dello spirito. Una liberazione definitiva è possibile soltanto attraverso il legame dello spirito umano con lo spirito di Dio. La liberazione spirituale è sempre un rivolgersi a una spiritualità maggiore che non il principio spirituale nell’uomo, un rivolgersi a Dio. Ma anche il rivolgersi a Dio può essere colpito dall’infermità e trasformarsi in idolatria. Per questo è necessario una purificazione costante” (pp. 627-628).
 Berdjaev

La persona è una categoria dello spirito, non della natura


La persona è una categoria dello spirito, non della natura
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«Se l’uomo fosse soltanto un individuo non si innalzerebbe al di sopra del mondo naturale. Quella di individuo è una categoria naturalistica, innanzitutto biologica. L’individuo è qualcosa di indivisibile, un atomo.  […]
L’individuo è anche una categoria sociologica e sotto questo aspetto dipende dalla società, è una parte della società, un atomo dell’intero sociale. […]
La persona è qualcosa di assolutamente diverso. La persona è una categoria dello spirito, non della natura, e non è soggetta né alla natura né alla società. La persona non è assolutamente una parte della natura e della società, e non può essere pensata come una parte in relazione a un tutto, quale che esso sia.  […]
Le persona, considerata come un tutto, non può essere soggetta a nessun altro intero, si trova al di fuori del rapporto tra genere e individuo. Si deve pensare la persona non come qualcosa che è sottomosso al genere, ma come una realtà che è in correlazione e in comunione con altre persone, con il mondo e con Dio.  […]
Per la filosofia esistenziale la persona umana ha un’esistenza sua propria extranaturale, pur avendo in sé degli elementi naturali. La persona si contrappone alla cosa, si contrappone al mondo degli oggetti, è un soggetto attivo, un centro esistenziale.  Ed è solo per questo che la persona umana è indipendente dal regno di Cesare. Essa ha un carattere assiologico, è un valore.  Il compito dell’uomo è appunto quello di diventare persona. Dire di qualcuno che è una persona significa dare una valutazione positiva di quell’uomo.  La persona non nasce dai genitori come l’individuo, è creata da Dio e si auto-crea, è l’idea che Dio ha di ogni uomo. […]
La persona è l’unità di un destino. E questa è un’altra delle sue definizioni fondamentali.  Essa è inoltre l’unità nella molteplicità.  Non si compone di parti. Ha una composizione complessa e multiforme, ma in essa il tutto precede le parti. L’insieme complesso dell’uomo, che è psico-fisico-spirituale, costituisce un unico soggetto. Ciò che è più essenziale per la persona è il fatto che essa presuppone l’esistenza di un principio sovra personale, di qualcosa che le è superiore e verso il quale essa si innalza nella propria realizzazione. Non si dà persona se non c’è un essere che stia più in alto di lei. Altrimenti c‘è solo l’individuo soggetto al genere e alla società, altrimenti la natura è più importante dell’uomo e quest’ultimo è soltanto una sua parte.  La persona può portare in sé un contenuto universale; anzi, solo la persona ha questa capacità. Nessuna realtà oggettiva può racchiudere un contenuto universale, ciò che è oggettivo è sempre particolare.  […]
La persona può essere concepita soltanto come un atto, è opposta alla passività, indica sempre una resistenza creativa. L’atto è sempre atto creatore, un atto non creatore, come abbiamo già detto, è una forma di passività. L’atto non può essere ripetizione, esso porta sempre con sé una novità. Nell’atto è sempre presente la libertà ed essa, appunto, porta la novità. L’atto creativo è sempre legato a ciò che nella persona c’è di più profondo. La persona è creatività. […]
La persona è resistenza, resistenza contro il determinismo che la società e la natura ci vorrebbero imporre, è una lotta eroica per l’autodeterminazione interiore. La persona ha un centro volitivo nel quale ogni movimento è determinato dall’interno e non dall’esterno, La persona si contrappone al determinismo. La persona è dolore. L’eroica lotta per la realizzazione della persona è dolorosa. Si può evitare il dolore rinunciando alla propria personalità. E l’uomo troppo spesso sceglie questa via. Essere una persona, essere liberi, non è facile, è anzi qualcosa di molto difficile, un peso che l’uomo deve portare. Dall’uomo si pretende in continuazione che rinunci alla sua personalità, che rinunci alla libertà, e sempre i cambio gli viene promesso che la sua vita sarà molto più facile. Si esige che si assoggetti al determinismo della società e della natura. È da ciò che dipende tutta la tragicità della vita. Non v’è un solo uomo che possa ritenersi una persona compiuta.[…]
La persona non è autosufficiente, non può mai essere soddisfatta di sé. Essa presuppone sempre l’esistenza di altre persone, l’uscita da sé verso l’altro. Il rapporto della persona con le altre persone è il contenuto qualitativo della vita umana. […]
L’uomo è un essere scontento di sé e insoddisfatto che negli atti più importanti della propria vita va al di là di se stesso. In questa autodeterminazione creativa la persona si forgia. Essa presuppone sempre una vocazione, l’unica e irripetibile vocazione di ognuno. Segue una voce interiore che la esorta a realizzare l’opera della sua vita. L’uomo è persona solo quando segue questa vocazione interiore e non le influenze esterne. La vocazione ha sempre un carattere individuale.  E il problema della vocazione di un determinato uomo non può essere risolto da nessun altro se  non da questo stesso uomo. La persona ha una vocazione perché è chiamata alla creazione. E la creazione è sempre individuale.  La realizzazione della persona presuppone l’ascesi. Ma l’ascesi non può essere intesa come un fine, come ostilità verso il mondo e la vita. L’ascesi è soltanto un mezzo, un esercizio, un modo per concentrare le forze interiori.  […]
La persona è diversità, unicità, irripetibilità, originalità, non somiglia ad altri. La persona è l’eccezione e non la regola. Siano di fronte a un paradossale accostamento di realtà contrapposte: personale e sovra-personale, finito e infinto, immutabile e mutevole, libertà e destino. E c’è, da ultimo, un’altra antinomia fondamentale connessa alla persona. La persona deve ancora realizzarsi e nessuno può considerarsi una persona già pienamente realizzata. Ma per potersi realizzare creativamente la persona deve già essere, deve già essere quel soggetto attivo che si realizza. […] è questo il più grande mistero dell’esistenza umana… »

Berdjaev non crede alla democrazia; meglio: non crede alla democrazia materialista, che nasce dalla demagogia, ossia dal vezzeggiamento dei più bassi istinti delle folle. Nega anche che esista un “popolo” come categoria ontologica, e accusa i democratici di nominalismo, poiché, riempiendosi la bocca del “popolo”, finiscono per non vedere la persona, la persona concreta che soffre, che spera, che lotta per una vita migliore. La demagogia, mediante la quale tutte le democrazie si affermano, è una fonte impura, dalla quale non può nascere qualcosa di buono.
Egli afferma che quando gli uomini hanno smesso di credere alla verità e alla giustizia, allora si sono affidati alla democrazia; facendo del “popolo” il giudice supremo in fatto di verità e di giustizia, a costo di negare, nei fatti, la verità e la giustizia: perché il “popolo” non è un buon giudice in tali questioni, meno ancora se agitato e travolto dalle passioni che la politica demagogica dei suoi “rappresentanti” attizza ed esaspera incessantemente.
Berdjaev, peraltro, afferma che la democrazia è una fase storica necessaria: serve, se non altro, a mostrare agli uomini la fallacia e l’illusorietà di un governo retto dal “popolo”, ma basato sulla menzogna che quanto dice il “popolo” sia, per ciò stesso, verità e giustizia. E tutto questo nasce essenzialmente dal’oblio della persona, dall’aver sostituito alla persona l’individuo, ossia una mera entità biologica e sociale.
Lo stesso concetto di società andrebbe rivisto: esso indica un insieme in cui la persona scompare, in cui la persona è passiva e subisce l’azione di forze esterne; ad esso, il filosofo russo preferisce sostituire il concetto di “collettività”, in cui ogni singola persona è spronata a porsi in relazione aperta e dinamica con il prossimo e con il mondo. Né si tratta solo di cambiare parole o concetti, ma, ovviamente, di modificare il nostro atteggiamento verso la vita e verso i problemi che essa pone: bisogna ritrovare il senso della persona e della relazionalità, contro i meccanismi spersonalizzanti e omologanti della società moderna.
Berdjaev auspica l’avvento di una democrazia spirituale, liberata dal pregiudizio razionalista su cui si fondano le democrazie moderne: perché l’uomo senza Dio è come una pianta senza radici, e una civiltà fondata sull’ateismo o sul rifiuto intenzionale del cristianesimo è destinata a inaridirsi e autodistruggersi fatalmente.
Quanto vi sarebbe bisogno di diffondere simili idee, facendo entrare un poco di aria e di luce nel chiuso e nel grigiore della filosofia contemporanea; restituendo un poco di speranza in una cultura che sembra capace di seminare soltanto dubbio, angoscia e turbamento…
 Adriano Dell’Asta, Milano, Edizioni La Casa di Matrjona, 2007, pp. 126-31):

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