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sabato 18 marzo 2023

 "Questa gloriosa indifferenza che ci circonda 

e che mio padre aborriva. 

Era l’opposto di quello che mi insegnava, l’altruismo. 

Una gloriosa indifferenza che è così comoda, un egoismo ricco, per il quale va tutto bene, anche ribaltare i clandestini in mare: invece, come ho detto nel caso di Eluana, una vita 

va salvata sempre, prima la si accoglie e 

la si rianima e poi magari si gioca con il 

diritto internazionale per il rimpatrio. 

Come medico, io dico che la vita – passatemi l’espressione – è una condanna a morte: 

è inevitabile, sono stato per anni intorno ai 

letti della terapia intensiva e dei reparti di rianimazione per averne un’idea diversa, ma sempre come medico e come uomo dico anche che salvare una vita è come salvare il mondo. 

E allora prima viene la vita, prima si corre, si salva l’esistenza della gente poi si analizzano 

i meccanismi dell’asilo politico, dell’immigrazione, ecc. 

Prima si fa ribattere il cuore, tirandoli fuori dall’acqua. 

Certo, è difficile amare il prossimo, ancor più difficile amarlo come se stessi. 

Ma è la via per arrivare a Dio".


Enzo Jannacci

venerdì 25 marzo 2022

 «Alla fine degli anni Sessanta andai a specializzarmi in cardiochirurgia negli Stati Uniti. In reparto mi rimproveravano: "Lei si innamora dei pazienti, li va a trovare troppo di frequente e si interessa di cose che non c'entrano con la terapia: i dottori sono tecnici, per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti". Decisero di mandarmi a lavorare in rianimazione, "così può attaccarsi a loro finché vuole"... ecco, stare dove la vita è ridotta a un filo sottile è traumatico ma può insegnare parecchie cose a un dottore. C'è anche dell'altro, però».


Che cosa?

«In questi ultimi anni la figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l'idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza».


Enzo Jannacci, 6 febbraio 2009

sabato 26 maggio 2018

Quella carezza 
del Nazareno
*** 

"La "carezza del Nazareno" è quella che si augura chiunque consideri la vita importante, sempre. 
Può sembrare retorica ma non lo è. Voglio che sia chiaro: quando ho parlato di Cristo e di Eluana non era una battuta, ma esprimevo convinzioni veramente intime, come faccio di rado e come sto facendo ora. 
Ho cercato di descrivere quello che penso e che provo di fronte alla sofferenza e alla morte. Perché io non sono mai stato ateo". 

"Quando diciamo al Signore: «Se sapevi che sarei finito così, limitato e sofferente, non mi dovevi creare», stiamo rivolgendoci a Lui. Del resto, qualcuno disse che non c'è persona più credente di chi insiste di non capire il significato della fede" .

Enzo Jannacci lo ha  capito?
"Sì, leggendo la Bibbia e i Vangeli; ovviamente, è una ricerca che continua. Dopo il caso Eluana sono stato alla Biblioteca Vaticana. Volevo approfondire la conoscenza di fatti sui quali subisco una costante dialettica interna. Ho un gran bisogno di proseguire questa ricerca e non perché prima fossi ateo; semmai, da giovane ero stupito di queste cose, un po' come Einstein era stupito di fronte alle sue stesse scoperte: dentro di me c'era il seme di questa fede ma come per il talento musicale quel seme bisogna alimentarlo. 
Uno non nasce con la fede dentro, in qualche interstizio della propria anima o dell'ipotalamo. Quando ha la fortuna di riconoscerla e di alimentarla, prova le stesse situazioni emotive dell'amore, vede la luce attraverso uno spettro diverso, ha voglia di parlare con gli altri, di cantare; sì, di cantare come ho fatto io la scorsa settimana, in auto, a squarciagola. Quando parlo con un prete, o con i miei familiari, che sono molto attenti a queste problematiche, sento dentro di me qualcosa di molto speciale".

Come definirebbe quello che le sta capitando?
"Sto vivendo una maturazione del mio credo religioso. Vado avanti con i piedi di piombo, anche se non potrei permettermelo perché non ho tanti anni davanti. Sento di non avere più il tempo per occuparmi di cose troppo terrene; ora guardo al cielo, all'interscambiabilità degli spazi, dove andiamo a picchiare tutti prima o poi. Anche se ho scoperto di avere meno paura dell'eterno".

Cosa fa paura oggi al medico, all'artista, insomma all'uomo Jannacci?
"Questa gloriosa indifferenza che ci circonda e che mio padre aborriva. Era l'opposto di quello che mi insegnava, l'altruismo. Una gloriosa indifferenza che è così comoda, un egoismo ricco, per il quale va tutto bene, anche ribaltare i clandestini in mare: invece, come ho detto nel caso di Eluana, una vita va salvata sempre, prima la si accoglie e la si rianima e poi magari si gioca con il diritto internazionale per il rimpatrio. 
Come medico, io dico che la vita - passatemi l'espressione - è una condanna a morte: è inevitabile, sono stato per anni intorno ai letti della terapia intensiva e dei reparti di rianimazione per averne un'idea diversa, ma sempre come medico e come uomo dico anche che salvare una vita è come salvare il mondo. E allora prima viene la vita, prima si corre, si salva l'esistenza della gente poi si analizzano i meccanismi dell'asilo politico, dell'immigrazione, ecc. Prima si fa ribattere il cuore, tirandoli fuori dall'acqua. Certo, è difficile amare il prossimo, ancor più difficile amarlo come se stessi. Ma è la via per arrivare a Dio". 

Al Meeting qualcuno potrebbe parlarle dell'incontro con Cristo. L'ha mai provato?
"Ho visto la sua carezza e, per quanto mi riguarda, ho visto Gesù. 
Ero piccolo, mi trovavo su un tram, c'era un signore che era talmente stanco che il braccio gli cadeva, una, due, tre volte. Portava gli occhiali, di quelli da vista, ma da povero, di quelli che non sono stati valutati da un oculista e neanche un ottico. Un povero operaio stanco. Gli caddero quegli occhiali e non sapevo se raccoglierglieli o meno, così nell'esitazione sono andato oltre, attratto dal tranviere che era alla guida. Quando mi sono girato quell'uomo aveva di nuovo gli occhiali ed era sveglio. Insomma, aveva un'altra faccia, come se avesse ricevuto una carezza, rincuorato. Amo credere che sia stato Lui. Altri penseranno diversamente, ma io ci credo molto. Lo cerco, parlo con Dio e non ho bisogno di dirgli nulla perché sa già cosa faccio e cosa farò, dove finirò... sa già tutto". 

"Anche nella mia ricerca religiosa vedo il dolore del Nazareno, la tremenda sofferenza e la sua fatica prima della crocifissione, sotto quella croce enorme che viene messa addosso a uno scheletro, perché quando va verso il Golgota è ridotto così, il Nazareno. Mi sembra quasi che la crocifissione divenga una liberazione dal male, da tutti i mali". 

"Jannacci: così ho visto la carezza del Nazareno", 
Paolo Viana, "Avvenire", mercoledì 26 agosto 2009

giovedì 31 marzo 2016

Caso Eluana, parla l'ateo Jannacci: allucinante fermare le cure



Caso Eluana, parla l'ateo Jannacci: allucinante fermare le cure
***
«La vita è importante anche quando è inerme e indifesa. Fosse mio figlio mi basterebbe un battito di ciglio»

Enzo Jannacci (Foto Rai)
MILANO - Ci vorrebbe una carezza del Nazareno» dice a un certo punto, e non è per niente una frase buttata lì, nella sua voce non c'è nemmeno un filo dell'ironia che da cinquant'anni rende inconfondibili le sue canzoni. Di fronte a Eluana e a chi è nelle sue condizioni — «persone vive solo in apparenza, ma vive » — Enzo Jannacci, «ateo laico molto imprudente», invoca il Cristo perché lui, come medico, si sente soltanto di alzare le braccia: «Non staccherei mai una spina e mai sospenderei l'alimentazione a un paziente: interrompere una vita è allucinante e bestiale».

È un discorso che vale anche nei confronti di chi ha trascorso diciassette anni in stato vegetativo?
«Sono tanti, lo so, ma valgono per noi, e non sappiamo nulla di come sono vissuti da una persona in coma vigile. Nessuno può entrare nel loro sonno misterioso e dirci cosa sia davvero, perciò non è giusto misurarlo con il tempo dei nostri orologi. Ecco perché vale sempre la pena di aspettare: quando e se sarà il momento, le cellule del paziente moriranno da sole. E poi non dobbiamo dimenticarci che la medicina è una cosa meravigliosa, in grado di fare progressi straordinari e inattesi».

Ma una volta che il cervello non reagisce più, l'attesa non rischia di essere inutile?
«Piano, piano... inutile? Cervello morto? Si usano queste espressioni troppo alla leggera. Se si trattasse di mio figlio basterebbe un solo battito delle ciglia a farmelo sentire vivo. Non sopporterei l'idea di non potergli più stare accanto».

Sono considerazioni di un genitore o di un medico?
«Io da medico ragiono esattamente così: la vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa. L'esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque. Decidere di interromperla in un ospedale non è come fare una tracheotomia...».

Cosa si sentirebbe di dire a Beppino Englaro?
«Bisogna stare molto vicini a questo padre».

Non pensa che ci possano essere delle situazioni in cui una persona abbia il diritto di anticipare la propria morte?
«Sì, quando il paziente soffre terribilmente e la medicina non riesce più ad alleviare il dolore. Ma anche in quel caso non vorrei mai essere io a dover "staccare una spina": sono un vigliacco e confido nel fatto che ci siano medici più coraggiosi di me».

Come affronterebbe un paziente infermo che non ritiene più dignitosa la sua esistenza?
«Cercherei di convincerlo che la dignità non dipende dal proprio stato di salute ma sta nel coraggio con cui si affronta il destino. E poi direi alla sua famiglia e ai suoi amici che chi percepisce solitudine intorno a sé si arrende prima. Parlo per esperienza: conosco decide di ragazzi meravigliosi che riescono a vivere, ad amare e a farsi amare anche se devono invecchiare su un letto o una carrozzina».

Quarant'anni fa la pensava allo stesso modo?
«Alla fine degli anni Sessanta andai a specializzarmi in cardiochirurgia negli Stati Uniti. In reparto mi rimproveravano: "Lei si innamora dei pazienti, li va a trovare troppo di frequente e si interessa di cose che non c'entrano con la terapia: i dottori sono tecnici, per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti". Decisero di mandarmi a lavorare in rianimazione, "così può attaccarsi a loro finché vuole"... ecco, stare dove la vita è ridotta a un filo sottile è traumatico ma può insegnare parecchie cose a un dottore. C'è anche dell'altro, però».

Che cosa?
«In questi ultimi anni la figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l'idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza».

Fabio Cutri
06 febbraio 2009

mercoledì 3 aprile 2013

Natalia


Natalia
***

Natalia Video: Fotoricordo Paroles
Parole de Natalia:
Natalia, la faccia quasi color della cera
Natalia non vedi le flebo che ti sparano dentro
e vederti non sembri neanche vera
e siamo qui davanti a te coi bei vestiti verdi dei chirurghi americani
Natalia, far finta di essere perplessi
come fa ogni professionista che si rispetta
ma la cera ricorda qualcuno dei tasti bianchi del mio pianoforte
Natalia, tu non sai che bisogna riaprirti il torace
che è una cosa che rompe sempre i coglioni
Natlia, Natalia, Natalia
Natalia che hai solo sette anni e fai la figlia di ferroviere
proprio quello al quale il professore di Torino
ha chiesto venti milioni
ben sapendo che male che vada c'è sempre la colletta
e siamo bei freschi di tasse
è tutto Natalia
Natalia che hai capito che all'ospedale di Milano
sei la numero trentotto giù in lista di attesa
Natalia con la valvola nel cuore messa dalla parte sbagliata
già ma queste son cose che la canzone non dice mai, mah
Natalia che mi hai telefonato con la cadenza della donna d'affari
la mia amica mentre si giocava in corridoio è deceduta
- Come hai detto? - Si dice deceduta ma tu sei un dottore?
Dimodoché siccome adesso io c'ho paura mollo sti due deficienti
padre e assistente sociale
sai gli han già tirato venti milioni a Torino
non vorrei, non vorrei ci fosse qualche altro casino
e anche queste son cose che la canzone non dice
Natalia coi fumetti, la sorella di tua madre,
il gelato, gli occhi fuori dal finestrino
Natalia, chi lavora magari anche sbaglia
ma lui mi ha combinato proprio un casino, troppo casino
Natalia che non puoi sapere cos'è bradicardia
cioè che tutto sta andando a puttane e così sia
Natalia che l'hai fatto smettere di bestemmiare
perché si potesse chiedere aiuto a qualcuno
magari anche alla Vergine Maria, eh magari
Natalia che domani vai via, grazie di tutto e così sia.



(Grazie a Lele per questo testo)

martedì 14 febbraio 2012

Jannacci


Enzo Jannacci:
una carezza ci salverà
 ***
«Amo Gesù, quel signore biondo è la più grande figura storica di sempre. Lui ha detto “Dio è amore” e avremmo tanto bisogno delle sue carezze.... Basta guardarsi in giro, nella politica come nello sport e nella vita quotidiana, per capire che se scendesse dalla croce ci prenderebbe tutti a calci nel sedere col piede meno rovinato dai chiodi».
Enzo Jannacci


Postato da: giacabi a 20:41 | link | commenti
jannacci


Enzo Jannacci:
una carezza ci salverà
 ***
INT.
mercoledì 26 agosto 2009
Enzo Jannacci è in viaggio verso il Meeting di Rimini. Ci risponde al telefono dalla sua macchina, lamentandosi dei dolori alla schiena e degli acciacchi della sua età, ipotizzando improbabili fanghi a Ischia. Enzo è così, inizia a parlare della sua nipotina e i dolori sembrano già svanire.


Caro Enzo, in una tua intervista di qualche tempo fa al Corriere sul caso Eluana invocasti “la carezza del Nazareno”. Volevo chiederti: ti sei reso conto che con quella espressione così umana, mentre gli schieramenti si fronteggiavano, hai commosso tutti? Perché hai potuto dire una cosa del genere?


L’ho detto perché “la carezza del Nazareno” la vedo, su tante persone e su di me. Non pensavo che quell’intervista avesse tanto risalto, però, per uno schivo come me, vedere i cenni di approvazione della gente quando si va in edicola, colpisce. Sai che non vivo per piacere alla gente, anche se mi rende contento. Mi chiedevo: cos’ho detto? cosa è successo?
C’ho pensato, probabilmente ha colpito perché adesso è diffuso l’orgoglio dell’indifferenza, della vergogna. Hai voglia a dire oggi “Ama il prossimo tuo come te stesso”, già se dici “Ama il prossimo tuo” si arriva al panico.


Tu sei un artista, ma non solo un artista, sei un medico che ha passato metà della sua vita a contatto con i malati. Da un medico però non ti aspetti che parli di “carezza”, ti aspetti altre cose…

Sai quante volte si dà una carezza a un malato in coma sperando che esca. Sai come si dice in mare: prima di tutto salvare la vita. Quando salvi una vita è come se avessi salvato il mondo, vale più di tutte le emozioni possibili e immaginabili e questo è quello che ha fatto il Nazareno. La carezza è la cosa più corporale, più vicina.


Come mai, secondo te, oggi si alzano gli scudi ed è così difficile parlare del malato come persona carica di mistero e del suo desiderio di questa carezza?

Il fatto è che molta gente ha sbagliato mestiere e ha sbagliato vita. Alzare le barriere significa guardare, ma poi girarsi dall’altra parte. Combattere chi è uguale a te quando non sai più chi sei tu e diventare ciò che fa più comodo. Ha sbagliato la genetica (se mi sente Veronesi…) secondo cui se mi schianto contro un muro era scritto nel codice genetico. Forse c’è un disegno, senza dubbio positivo, da millenni, da prima che arrivasse Lui. E il Padre Suo li lascia fare, anzi… ci lascia fare, parlo anche di me.
A mio figlio chiedo sempre: come mi trovi? Lui mi dice che mi vede più lento (grazie tante ho 70 anni), ma dice anche che ora sono diverso. Forse anche perché è arrivata quella matta della mia nipotina: ha già un tale temperamento artistico… sfido, è figlia e nipote di comici e musicisti.


Con che sentimento stai arrivando al Meeting? Mi ricordo quando venne il tuo amico Giorgio Gaber e la sua curiosità verso questo mondo, che qualcuno inscatola frettolosamente. Anche tu sei curioso? Con che sentimento vieni?

Certo che sono curioso, sono interessato a vedere il tipo di reazione, ma le cose che dico sono le stesse da più di 40 anni. Ma com’è che funziona? Guarda che vengo a cantare, non son capace di parlare.


Ti preoccupa quello che diranno poi di te?

Non me ne frega niente. Fin dall’inizio ero vicino a Dio, al Nazareno e a quella carezza che è venuto fuori un po’ per volta. Il resto mi interessa relativamente.


Tra l’altro le tue canzoni sono piene di queste cose...

Dico le stesse cose da quarant’anni. Se serve ho qui l’archivio: El portava i scarp del tennis, Vincenzina e la fabbrica, Faceva il palo, El me indiriss…

(Massimo Bernardini)


Postato da: giacabi a 20:35 | link | commenti
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Jannacci:
così ho visto la carezza del Nazareno
***

«Sì, ho visto la carezza del Nazareno. È successo su un tram di Milano, tanti anni fa». Enzo Jannacci oggi arriva al Meeting a presentare con un grande concerto il suo ultimo cd The Best. A settantaquattro anni, è un uomo che parla con Cristo, che lo cerca ogni giorno, perché – ci dice – ne ha «un gran bisogno». L’amico fraterno di Giorgio Gaber, il "saltimbanco" che ai tempi del Derby cantava le storie di peccatrici e peccatori, della sofferenza di Milano operaia e di poveracci che si suicidano, non ha smesso di credere in un mondo migliore e soprattutto non ha ritrovato la fede, semplicemente perché non l’ha mai perduta: «Credo molto in Dio, ci parlo – rivela in quest’intervista – e non sono mai stato ateo».

Allora Jannacci, da quando ha invocato «una carezza del Nazareno» per chi è nelle condizioni di Eluana tutti si chiedono dove sia finito l’ateo, il laico, l’artista di sinistra. Quella carezza era solo un’immagine particolarmente efficace dell’autore di «La Fotografia» e di «La disperazione della pietà», oppure c’è dell’altro?
La "carezza del Nazareno" è quella che si augura chiunque consideri la vita importante, sempre.
Può sembrare retorica ma non lo è. Voglio che sia chiaro: quando ho parlato di Cristo e di Eluana non era una battuta, ma esprimevo convinzioni veramente intime, come faccio di rado e come sto facendo ora. Ho cercato di descrivere quello che penso e che provo di fronte alla sofferenza e alla morte. Perché io non sono mai stato ateo, ho una concezione della vita peculiare, mi ispiro a una concezione filosofica – ad esempio a Umberto Eco – che può sembrare opposta alla religione ma non lo è. E io rifletto molto, da molto tempo, sulla fede.

Che direbbe, ascoltandola, il suo amico Dario Fo?
In verità, lui è stato uno dei primi a farmi interrogare su queste cose, inducendomi a studiare Jacopone da Todi, con Mistero Buffo; con Dario ho parlato a lungo del cristianesimo, lui è molto interessato al tema della Croce. Le stesse opere prodotte in quegli anni, inoltre, hanno un risvolto di fede. Quando diciamo al Signore: «Se sapevi che sarei finito così, limitato e sofferente, non mi dovevi creare», stiamo rivolgendoci a Lui. Del resto, qualcuno disse che non c’è persona più credente di chi insiste di non capire il significato della fede.

Enzo Jannacci lo ha capito?
Sì, leggendo la Bibbia e i Vangeli; ovviamente, è una ricerca che continua. Dopo il caso Eluana sono stato alla Biblioteca Vaticana. Volevo approfondire la conoscenza di fatti sui quali subisco una costante dialettica interna. Ho un gran bisogno di proseguire questa ricerca e non perché prima fossi ateo; semmai, da giovane ero stupito di queste cose, un po’ come Einstein era stupito di fronte alle sue stesse scoperte: dentro di me c’era il seme di questa fede ma come per il talento musicale quel seme bisogna alimentarlo. Uno non nasce con la fede dentro, in qualche interstizio della propria anima o dell’ipotalamo. Quando ha la fortuna di riconoscerla e di alimentarla, prova le stesse situazioni emotive dell’amore, vede la luce attraverso uno spettro diverso, ha voglia di parlare con gli altri, di cantare; sì, di cantare come ho fatto io la scorsa settimana, in auto, a squarciagola. Quando parlo con un prete, o con i miei familiari, che sono molto attenti a queste problematiche, sento dentro di me qualcosa di molto speciale.

Come definirebbe quello che le sta capitando?
Sto vivendo una maturazione del mio credo religioso. Vado avanti con i piedi di piombo, anche se non potrei permettermelo perché non ho tanti anni davanti. Sento di non avere più il tempo per occuparmi di cose troppo terrene; ora guardo al cielo, all’interscambiabilità degli spazi, dove andiamo a picchiare tutti prima o poi. Anche se ho scoperto di avere meno paura dell’eterno.

Cosa fa paura oggi al medico, all’artista, insomma all’uomo Jannacci?
Questa gloriosa indifferenza che ci circonda e che mio padre aborriva. Era l’opposto di quello che mi insegnava, l’altruismo. Una gloriosa indifferenza che è così comoda, un egoismo ricco, per il quale va tutto bene, anche ribaltare i clandestini in mare: invece, come ho detto nel caso di Eluana, una vita va salvata sempre, prima la si accoglie e la si rianima e poi magari si gioca con il diritto internazionale per il rimpatrio. Come medico, io dico che la vita – passatemi l’espressione – è una condanna a morte: è inevitabile, sono stato per anni intorno ai letti della terapia intensiva e dei reparti di rianimazione per averne un’idea diversa, ma sempre come medico e come uomo dico anche che salvare una vita è come salvare il mondo. E allora prima viene la vita, prima si corre, si salva l’esistenza della gente poi si analizzano i meccanismi dell’asilo politico, dell’immigrazione, ecc. Prima si fa ribattere il cuore, tirandoli fuori dall’acqua. Certo, è difficile amare il prossimo, ancor più difficile amarlo come se stessi. Ma è la via per arrivare a Dio.

Al Meeting qualcuno potrebbe parlarle dell’incontro con Cristo. L’ha mai provato?
Ho visto la sua carezza e, per quanto mi riguarda, ho visto Gesù. Ero piccolo, mi trovavo su un tram, c’era un signore che era talmente stanco che il braccio gli cadeva, una, due, tre volte. Portava gli occhiali, di quelli da vista, ma da povero, di quelli che non sono stati valutati da un oculista e neanche un ottico. Un povero operaio stanco. Gli caddero quegli occhiali e non sapevo se raccoglierglieli o meno, così nell’esitazione sono andato oltre, attratto dal tranviere che era alla guida. Quando mi sono girato quell’uomo aveva di nuovo gli occhiali ed era sveglio. Insomma, aveva un’altra faccia, come se avesse ricevuto una carezza, rincuorato. Amo credere che sia stato Lui. Altri penseranno diversamente, ma io ci credo molto. Lo cerco, parlo con Dio e non ho bisogno di dirgli nulla perché sa già cosa faccio e cosa farò, dove finirò... sa già tutto.


Stasera a Rimini incontrerà migliaia di ragazzi entusiasti della bellezza di Cristo. Perché Jannacci lo vede solo attraverso il dolore, la Croce?
È vero, le mie canzoni parlano di persone stanche sul tram, di operai che si buttano giù dalle costruzioni che hanno realizzato e disturbano il traffico, ma vedo la croce anche nei ragazzi presi a coltellate nelle strade di oggi, non vedo molta gioia anche se cerco di osservare questi fatti compenetrando amore e fede. Anche nella mia ricerca religiosa vedo il dolore del Nazareno, la tremenda sofferenza e la sua fatica prima della crocifissione, sotto quella croce enorme che viene messa addosso a uno scheletro, perché quando va verso il Golgota è ridotto così, il Nazareno. Mi sembra quasi che la crocifissione divenga una liberazione dal male, da tutti i mali.
dal nostro inviato a Rimini Paolo Viana