CONSULTA L'INDICE PUOI TROVARE OLTRE 4000 ARTICOLI

su santi,filosofi,poeti,scrittori,scienziati etc. che ti aiutano a comprendere la bellezza e la ragionevolezza del cristianesimo


Visualizzazione post con etichetta aborto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta aborto. Mostra tutti i post

sabato 30 agosto 2025

Stojan Adasevic medico abortista

 

Da recordman di aborti a primo obiettore di coscienza serbo. La parabola di Stojan Adasevic

di Lorenzo Fazzini
 
Bimbo scampato ad un aborto chirurgico; medico conosciuto in tutto il paese come +recordman; di interruzioni di gravidanza (anche 35 operazioni al giorno, 9 ore quotidiane di +mortifera; sala operatoria); quindi cristiano ortodosso e attivista pro life convertito da San Tommaso dAquino. Se non fosse vera, la vicenda di Stojan Adasevic parrebbe uscita dalla fervida mente di uno sceneggiatore ipercattolico abituato a copioni strappalacrime. E invece la storia di questo medico serbo di Belgrado h tuttaltro che cinematografica. +Non voglio discutere i miei convincimenti teologici o quello che ho sognato, ma solo parlare dei fatti puramente materiali, come i metodi tecnici usati nelle interruzioni di gravidanza; ha scritto Adasevic su Saint Lazarus, pubblicazione della Chiesa ortodossa serba. Adasevic h cresciuto alla scuola marxista per cui laborto era solo +lasportazione di una massa indistinta di tessuti;, come recitavano i libri di medicina nella Jugoslavia comunista sui quali si formr lex dottor Morte. Dopo 26 anni da grande fautore di aborti  ne ha conteggiati tra i 48 e i 62 mila  Adasevic ha detto basta. E si h tramutato in un alfiere della difesa della vita fin dal suo concepimento.

La sua storia professionale visse uno snodo importante nel giorno in cui, giovane universitario, sentl alcuni ginecologi parlare di uninterruzione di gravidanza riuscita male, operazione che aveva riguardato una donna, dentista in una clinica vicino allateneo: in lei Stojan riconobbe la propria madre e nellaborto +malriuscito; nientemeno che se stesso. +Lei h morta, ma chiss` cosa sar` stato di quel bambino?; si chiesero i medici tra un caffh e una sigaretta. +Sono io quel bambino!; gridr Adasevic. Nonostante, o forse proprio per via di quellepisodio, il giovane dottore decise di dedicarsi quasi esclusivamente allinterruzione di gravidanza, nella convinzione  maturata grazie alleducazione di stretta osservanza comunista  che si trattasse +solo di una procedura medica, non diversa dal rimuovere unappendice. La sola differenza era il tipo di organo asportato: un pezzo di intestino nel primo caso, un tessuto embrionale nel secondo;.
I primi dubbi sorsero in Adasevic con lavvento delle tecniche di diagnosi ad ultrasuoni, approdate nellallora Jugoslavia negli anni Ottanta: per la prima volta gli fu visibile quello che non aveva mai visto, il feto adagiato nel grembo della madre, che succhiava il dito e si muoveva. La svolta vera, tuttavia, arrivr una notte di 26 anni fa, quando Stojan sognr un campo +pieno di bambini e di giovani che giocavano e ridevano; avevano dai 4 ai 24 anni, scappavano da me con tanta paura; ha raccontato il medico al quotidiano spagnolo La Razon. Fino a quando  sempre nel sogno  Adasevic riuscl ad afferrare un bimbetto, che perr gridr: +Aiuto! Un assassino! Salvatemi da questo assassino!;. Fu allora che, sempre durante il sonno, comparve al medico di Belgrado +un uomo vestito di nero e di bianco;, che si presentr come Tommaso dAquino. Ad Adasevic, cresciuto sui libri del regime ateo di Tito, il nome del Dottore Angelico non disse nulla: +Perchi non chiedi a questi bambini chi sono?; gli chiese il santo, senza dargli il tempo di rispondere. +Sono quelli che tu hai ucciso quando facevi gli aborti. Vedi questo ragazzo di 22 anni? Lhai ammazzato quando aveva 3 mesi nel grembo di sua madre;.
Dopo questi sogni Adasevic continuò per qualche tempo a portare avanti la sua attivit` abortiva. Fino ad un giorno cruciale, quando durante un intervento di questo tipo estrasse dallutero di una donna i pezzi di un feto: +La mano si muoveva ancora, il cuore pulsava;. La donna in questione inizir ad avere perdite di sangue di notevoli proporzioni e la sua vita era in pericolo: fu allora che, per la prima volta dopo decenni  Adasevic era stato battezzato da bambino, ma era cresciuto come un ateo doc  si ritrovr a pregare: +Signore, salva questa donna, non me!;. Quello divenne il suo ultimo aborto.
Dagli anni Novanta Adasevic inizia a viaggiare in tutto il paese, tenendo conferenze e scrivendo articoli pro life. Per due volte riesce addirittura a far trasmettere sulle televisioni nazionali il celebre video del ginecologo americano Bernard Nathanson, Il grido silenzioso, che a met` degli anni Ottanta denunciava latrocit` delle vite umane stroncate nel grembo materno. Addirittura lattivismo dellex medico abortista portr il parlamento della Jugoslavia post-Tito ad approvare un decreto a favore dei diritti del concepito: solo il veto dellallora presidente Slobodan Milosevic bloccr questa decisione a tutti gli effetti pionieristica.

Vicino alle donne
In Serbia, afferma Adasevic, le statistiche dellaborto fanno paura: +Non abbiamo nessuna cifra ufficiale, ma dai calcoli e le osservazioni che ho potuto fare in base alla mia esperienza, posso affermare che a met` anni Novanta ci sono stati 6 aborti per ogni nato nel paese. Negli anni Duemila la situazione h addirittura peggiorata: i reparti di maternit` sono vuoti, le cliniche per aborti strapiene. Praticamente non esiste nessuna famiglia serba che non sia stata toccata da almeno uninterruzione di gravidanza. Questa h una guerra vera, dichiarata da chi h nato contro chi non h ancora nato. In questa guerra io ho passato la linea del fronte piy volte: prima come bimbo non ancora nato condannato a morte, quindi come abortista, e ora come attivista pro-life;. La scelta di schierarsi dalla parte della vita h costata vari sacrifici ad Adasevic: quando comunicr al suo ospedale di Belgrado che non avrebbe piy fatto operazioni di questo tipo, i funzionari lo guardarono straniti: in Serbia nessun ginecologo si era mai rifiutato di compiere un aborto. Dopo la scelta, lo stipendio gli venne decurtato della met`, la figlia venne licenziata dal lavoro, il figlio non fu ammesso alluniversit`.
Per il medico +convertito; alla vita h Madre Teresa di Calcutta ad aver ragione quando diceva: +Se una madre pur uccidere il proprio figlio, cosa ci impedir` di ucciderci gli uni gli altri?;. +La diffusione dellaborto in Serbia h determinata anche dalla mancanza di educazione religiosa;, annota. E Adasevic, da vero pro-life e sostenitore delle donne punta il dito contro gli uomini, responsabili anchessi delle vite stroncate prima di nascere: +Troppo spesso hanno stili di vita da playboy. Seducono il maggior numero di donne possibile e dopo, proprio quando la paternit` sarebbe la cosa piy necessaria per loro e i loro figli, le abbandonano a se stesse;.

© Tempi

lunedì 2 giugno 2025

Lejune Beethoven aborto

 Un giorno, durante un dibattito alla televisione francese sull'aborto tra Lejeune e Monod, due grandi personalità; Uno biologo e l'altro pediatra, Lejeune chiese a Monod: "Di un padre sifilitico e di una madre tubercolare che hanno avuto quattro figli, il primo nato cieco, il secondo morto alla nascita, il terzo nato sordo e muto e il quarto tubercolare; la madre rimane incinta di un quinto figlio. Cosa fareste?" "Interromperei quella gravidanza", rispose Monod con sicurezza. Al che il suo avversario rispose: "Facciamo un minuto di silenzio, perché ciò avrebbe ucciso Beethoven".

lunedì 17 giugno 2024

Aborto

 


Aborto, la sinistra tradisce pure Berlinguer

Il presidente francese Macron ha sollevato la questione dell’aborto al G7 (uscendone sconfitto) per propaganda personale. Ma ne è scaturito un assalto politico del Pd e dei giornaloni a Giorgia Meloni. Perché? La legge sull’aborto c’è già, dunque su cosa nasce lo scontro? La polemica iniziò alla nascita dello stesso governo Meloni, quando la premier affermò di non voler toccare la legge 194, ma di volerla (...) applicare integralmente, anche nelle parti che possono aiutare la donna a decidere di non abortire.

Da allora, incredibilmente, i partiti di sinistra attaccano la premier che – a loro avviso – attenterebbe al “diritto di abortire”. In realtà lei fa riferimento proprio alla filosofia della legge 194, votata dal Pci, filosofia che dal partito guidato da Enrico Berlinguer fu particolarmente enfatizzata. Ma che oggi il Pd e la sinistra hanno rinnegato. Così, paradossalmente – oggi è la Meloni – non la Schlein- che può citare le parole di Berlinguer, molto imbarazzanti per il Pd. Se la Meloni indicesse una manifestazione con il titolo “Perché nel futuro dei giovani non ci sia più l’aborto”, cosa accadrebbe? La sinistra si solleverebbe immediatamente. Eppure era proprio questo il titolo della manifestazione del Pci, a Firenze, il 26 aprile 1981, con Berlinguer, che definì tale parola d’ordine «bella e giusta».

Si era nella campagna referendaria sull’abrogazione di alcune parti della legge 194 e il Pci difendeva energicamente quella legge. Berlinguer, in quel comizio, disse parole che – se fossero pronunciate oggi dalla Meloni - scatenerebbero il finimondo: «Anzitutto deve essere chiaro a noi stessi e agli altri» disse il Segretario del Pci «che noi, in quanto fautori della legge 194 e anche in quanto comunisti, non difendiamo l’aborto, non lottiamo per la libertà di abortire, non riteniamo l’aborto una conquista civile, né tantomeno un fatto positivo. Così come la legge non approva, né favorisce in alcun modo l’aborto, così come le donne che hanno lottato per la fondazione di questa legge, e la società, lo Stato che tale legge hanno promulgato, non promuovono, né accettano, né approvano l’aborto».

Dopo tale premessa – che oggi sarebbe esplosiva – Berlinguer spiegò che la legge riconosce l’esistenza della piaga dell’aborto e, pur rendendolo legale e assistito, cerca «con opportuni strumenti legislativi di contenerne i guasti e di avviare mutamenti culturali e mutamenti sociali che tendano gradualmente a farlo scomparire come atteggiamento culturale e come fatto sociale. Noi non siamo dunque abortisti, l’aborto resta per noi un male».

Poi il leader del Pci rivendicò la parte positiva della 194: «Con la legge si dà inizio per la prima volta all’opera fondamentale della prevenzione. La legge ha avviato così l’unico modo possibile per ridurre l’aborto e giungere, gradualmente certo, alla sua scomparsa». Perciò abolire la legge – disse – «vorrebbe dire rendere assolutamente inutile ogni opera di prevenzione o di dissuasione dall’aborto». Berlinguer tornò a riprendere, enfatizzandolo, questo tema – che è esattamente ciò che oggi la sinistra contesta alla Meloni – e disse: «La legge per la prima volta mette in essere un’opera di prevenzione rivolta al superamento dell’aborto. Naturalmente è un’opera di lunga lena e richiede che si lavori in molte direzioni. Anzitutto bisogna creare strutture adeguate in tutto il Paese».

Infine aggiunse: «La legge è solo un primo passo sulla via della prevenzione e quindi del superamento dell’aborto. (...) La vita sia della donna che del nascituro sarà tutelata solo quando verrà posto in atto tutto un complesso di leggi e di strutture nuove in tutti i settori della vita sociale. Solo una radicale e nuova scelta politica e culturale potrà liberare progressivamente la donna dal bisogno di abortire e quindi tutelare sufficientemente la vita sia della madre che del concepito».
Naturalmente anche in campo laico si levarono diverse voci contro questa impostazione, cioè contro la legge 194.

Per esempio Norberto Bobbio fu critico con la legge, contestandola da filosofo del diritto, e si espresse in difesa della vita del nascituro in base alla morale laica e umanista. Ma quello che tutti condividevano con i cattolici – sia Berlinguer, che Bobbio, che Pasolini – era il giudizio sull’aborto in sé ritenuto un male, una tragedia sia per la donna che per il concepito. La legge 194 fu confermata dal referendum con la convinzione – illustrata da Berlinguer – che fosse un mezzo per limitare un male, per renderlo meno traumatico e per avviarsi alla sua prevenzione fino alla sua scomparsa.

Ma di recente è accaduto qualcosa di segno opposto. Decidere – come ha fatto Macron in Francia – di inserire addirittura l’aborto nella Costituzione francese significa trasformarlo in un valore positivo da promuovere. Macron, con la velleità napoleonica di guidare il mondo, ha poi ottenuto che pure il Parlamento europeo si esprimesse in tal senso e hanno votato con lui i partiti italiani del centrosinistra. Con questa ideologia l’aborto non è più un male da contenere e prevenire, ma diventa un valore positivo. Ciò contraddice Berlinguer, la storia della sinistra e le leggi che negli anni Settanta legalizzarono l’aborto.

Anche in Francia. Giuseppe Anzani ha ricordato che «la legge ottenuta nel 1975 da Simone Veil», quella ancora in vigore, «fu accompagnata da queste sue parole: “Nessuno può provare soddisfazione profonda nel difendere un testo simile su questo tema: nessuno ha mai contestato che l’aborto sia un fallimento e un dramma”». Contro l’aborto si sono espressi i Papi, da Giovanni Paolo II a papa Francesco, e autorevoli laici come Norberto Bobbio (padre del pensiero progressista). Ma, quanto alla legge, la Meloni, per la sua battaglia di oggi, può rifarsi a Simone Veil e, nel concreto dell’applicazione della 194, addirittura a quel Berlinguer che la Schlein ha rappresentato sulla tessera 2024 del Pd, ma che, di fatto, ha rinnegato preferendogli Macron, portando così il Pd e la sinistra nel baratro nichilista

Antonio Socci

Da :Libero 17-06-2024

sabato 18 maggio 2024

San Giovanni Paolo I

 San Giovanni Paolo II ❤️


“Lei deve abortire signora. Non ha nessuna alternativa purtroppo. È malata ai reni e il suo cuore è appeso a un filo. Rischiate di morire entrambi. Nelle sue condizioni non riuscirà a portare a termine la gravidanza, il suo bambino, per il quale vuole sacrificare la vita, morirà."


Ma quella giovane mamma non cedette e il suo bimbo nacque il 18 Maggio 1920.

Quel bambino era Karol, Karol Wojtyla, un gigante che cambiò la storia del mondo.

venerdì 7 ottobre 2022

 A Sparta il figlio se era deforme e poco prestante veniva gettato dal baratro del monte Taigeto, poiché né per se stesso né per la città era meglio che vivesse. Di tutte le città della Grecia, Sparta è l’unica a non aver lasciato all’Umanità né uno scienziato, né un artista e nemmeno un segno della sua grande potenza. Forse gli spartani, senza saperlo, eliminando i loro neonati malati o troppo fragili, hanno ucciso i loro musici, i loro poeti, i loro filosofi.


Jerome Lejeune

lunedì 27 giugno 2022

VITTORIO FELTRI  CHE NON TI ASPETTI


“Quella volta che anch’io volevo fermare una vita”


"Anche io quando ero un giovane padre mi trovai di fronte al dilemma. Io e mia moglie, persona mite, avevamo già tre figli. Ella a un certo punto scoprì di essere incinta (…) Se avesse portato a termine la gravidanza, con il quarto pargolo, non avrebbe più potuto continuare la sua attività importante presso un ente pubblico, l’Amministrazione provinciale. Sorse in me ed anche in lei l’idea dell’aborto, il quale però non era ancora stato reso lecito. (…) Presi contatto con una struttura (in Svizzera). (…) Avvicinandosi la data dell’intervento io e la mia consorte cominciammo ad avere titubanze che crebbero quotidianamente. Non discutevamo d’altro in casa mia (…) Una sera si mise a singhiozzare. Non riusciva a digerire la situazione che si andava profilando. Le presi la mano e gliela accarezzai, poi le sussurrai mentre il mio cuore sobbalzava (…) Teniamoci anche questo quarto rompicoglioni e che sia finita ogni tribolazione. Ci abbracciammo come due sposini (…) Basta col tormento che mi procurava l’ipotesi di stroncare una creaturina che non era neanche in grado di opporsi e protestare. (…) Quando risalii nel reparto mi venne incontro una giovane infermiera che teneva tra le braccia un fagottino: con entusiasmo mi disse: ‘Ecco, è nata la Sua bambina’. Guardai la piccola come si osserva un gioiello. Mi sembrava un miracolo. E pensare che aveva rischiato di finire in un bidone della spazzatura. (…) Allorché leggo sui giornali che la gente si lamenta perché in Italia le culle sono vuote, penso che l’aborto abbia contribuito a svuotarle”.


Vittorio Feltri, Libero - 26 giugno 2022

lunedì 24 febbraio 2020

Pasolini Aborto

"Sono .. traumatizzato dalla legalizzazione dell'aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell'omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano - cosa comune a tutti gli uomini - io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Mi limito a dir questo, perché, a proposito dell'aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita sia sacra è ovvio: è un principio piú forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo.

La prima cosa che vorrei invece dire è questa: a proposito dell'aborto, è il primo, e l'unico, caso in cui i radicali e tutti gli abortisti democratici più puri e rigorosi, si appellano alla "Realpolitik" e quindi ricorrono alla prevaricazione "cinica" dei dati di fatto e del buon senso".

Pier Paolo Pasolini, Corriere della Sera, 19 gennaio 1975

domenica 22 novembre 2015

Bambino Speciale: Superare la Disabilità è Possibile (Video)



Bambino Speciale: Superare la Disabilità è Possibile (Video)

***



La forza di volontà compensa ogni difficoltà.

Quando Patrick è nato nel 1988, i suoi genitori sapevano che sarebbe stato un bambino speciale ma non immaginavano fino a che punto avrebbe reso la loro vita stupenda e altrettanto speciale.


Non potevano immaginare l’enorme potenziale che Patrick poteva avere malgrado le sue disabilità.

bambino speciale ci insegna il potenziale

Al bambino fu subito diagnosticata un’anoftalmia bilaterale congenita, problemi alle gambe che non gli avrebbero mai consentito di camminare anche a causa di una displasia bilaterale all’anca.

Inutile dire che la nascita di questo bambino speciale è stata accolta con infinito amore dai genitori ma anche con enorme preoccupazione sulla qualità di vita che avrebbe aspettato Patrick.


I primi tempi sono stati cupi e accompagnati dalla devastazione e disperazione per l’accaduto, ricorda il papà.

Lo accudiscono con tutte le cure necessarie e assecondano le sue predisposizioni, piano, piano, viene elaborata la condizione di Patrick e si impara a conviverci, tanto che a soli nove mesi, vedendolo particolarmente amante della musica, decidono di insegnargli a suonare il pianoforte.

I risultati sono sorprendenti, e già a soli due anni questo bambino speciale riesce ad interpretare e suonare piccoli brani a richiesta. Lui è felice e i suoi genitori altrettanto, nel vederlo realizzato e soddisfatto.

La musicalità ha forse compensato la mancanza della vista ma il piccolo bambino speciale riesce in modo semplice ed immediato a muovere le sue manine sulla tastiera come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Il papà pensa allora che forse non avrebbero giocato a baseball insieme ma avrebbero potuto suonare e cantare insieme!


Occhi artificiali e una sedia a rotelle non gli impediscono di approfondire i suoi studi musicali, di frequentare la scuola e partecipare alle numerose feste come intrattenitore apprezzato e ben voluto.

Il papà di questo bimbo speciale lavora di notte, facendo la guardia e una volta tornato a casa al mattino, dorme poche ore per poter poi essere attivo ed efficiente ed aiutare Patrick nelle sue necessità.

Quando inizia a frequentare, nel 2006, l’università di Louisville, la sua città nel Kentucky, le sue abilità di musicista sono conosciute da tutti.

bambino speciale patrick henry hughes

Patrick non si accontenta e questo bambino speciale, ormai diventato grande, inizia a prendere lezioni di tromba e si rivela un vero fenomeno del blues. Affascinato dalla banda universitaria, incentivato dallo stesso direttore della banda, decide che avrebbe partecipato alla marcia coreografica del suo ateneo.

Ma come rendere possibile una cosa del genere ad un ragazzo cieco sulla sedia a rotelle?


La collaborazione del padre diventa indispensabile e, ancora una volta, è il gioco di squadra a vincere, il binomio padre e figlio uniti e assolutamente in sintonia l’uno con l’altro.

Il padre accompagna Patrick nell’esibizione, dopo tanto allenamento fatto insieme, Patrick suona la tromba e il padre lo guida nell’esecuzione di tutte le figure coreografiche necessarie.

La loro performance incanta tutti ed è perfetta, perfettamente integrata nella rappresentazione dei 240 elementi della banda che si svolge in un enorme stadio di fronte a migliaia di spettatori.

bambino speciale suona nella banda

Il padre spinge, ruota e fa girare la sedia a rotelle sul campo; Patrick suona, canta e segue i gesti dell’esecuzione in modo impeccabile. E’ Patrick addirittura, durante le prove, che a volte guida il padre e gli dà i tempi giusti per raggiungere il punto giusto del campo, nel momento giusto!

“Insieme” questa è la parola chiave che ritorna immancabile nei ricordi di Patrick e di suo papà.


Per il padre Patrick è un eroe per tutto ciò che ha dovuto superare:

“Mi ha insegnato che non ho nulla di cui lamentarmi, la nostra relazione è stupenda e potrebbe essere invidiata da qualunque padre.”
“Sentire suonare Patrick ti fa sentire non solo la musica ma anche possibilità che forse neppure si considerano vedendo un ragazzo così!”

Patrick a sua volta dice:

“Dio mi ha fatto nascere cieco e incapace di camminare ma mi ha dato il dono della musica e l’opportunità di incontrare tante persone.”

Quando gli si chiede di descrivere le sue disabilità di bambino speciale, Patrick risponde: “Non sono affatto disabilità ma abilità!”


Al contrario, sono state il mezzo che lo hanno reso capace di raggiungere i suoi obiettivi.

La sua musica è diventata la musica dell’opportunità, della possibilità, è il suono del potenziale che ognuno di noi ha e può tirare fuori malgrado le difficoltà.


Patrick, da bambino speciale, considerato svantaggiato da molti, si è laureato magna cum laude in lingua spagnola che parla fluentemente, ha inciso due dischi ed è un ragazzo felice e realizzato. Ha anche scritto un libro motivazionale ,“I am potential”, per raccontare la sua storia esemplare di bambino speciale e motivare chi si sente limitato dalle proprie disabilità o difficoltà di ogni tipo, vere o immaginarie.

bambino speciale cieco e storpio

La storia di Patrick è quella di un bambino speciale che ci può insegnare che l’incredibile può essere realizzato se si vuole, ci si crede fermamente e l’amore di due genitori e la loro devozione non ha ostacoli.
Video: 

martedì 16 dicembre 2014

Alda Merini: «il femminismo è contro la donna, una bestemmia»

Alda Merini: «il femminismo è contro la donna, una bestemmia»

***

Alda MeriniLa poetessa italiana Alda Merini (1931-2009) è stata per anni arruolata dal mondo femminista nelle sue guerre di liberazione femminile e al sostegno all’interruzione di gravidanza. L’associazione “Iniziativa femminista Europea”” ad esempio,  ritiene i suoi versi un «portafortuna», la femminista Dacia Maraini parla di lei in continuazione, elogiandola ed ammirandola.
Curioso che in questi giorni sia emersa un’intervista inedita della Merini del giugno 1995, che aiuta a sgombrare il campo dai vecchi cliché e a restituire la grande poetessa alla sua autenticità. Parla del suo «fortissimo istinto materno», così come rivela un profondo senso del sacro: «Se perdo la religione, perdo l’arte. La fede è la moneta più valida nella vita di un uomo, la chiave di volta. Senza di quella, l’uomo non riuscirebbe né a creare né a demolire se stesso».
Alla faccia di chi ha voluto arruolarla tra le “femministe”, ha invece spiegato di ritenere assurdo tentare di modificare la natura del genere femminile, sottraendole dignità e bellezza: «Non capisco proprio il femminismo. La donna che vuole diventare uomo sovverte tutta la cultura passata. La donna deve essere se stessa».
Nel 2008 la rivista “MicroMega” ha promosso un appello contro “l’offensiva clericale contro le donne”, arruolando la Merini tra le prime firmatarie (assieme alle solite femministe-comuniste firmaiole, come Cristina Comencini, Rossana Rossanda, Isabella Ferrari, Sabina Guzzanti, Margherita Hack, Fiorella Mannoia, Dacia Maraini e Lidia Ravera). Ma la poetessa volle intervenire prendendo le distanze da tale iniziativa: «Mi ha telefonato una voce femminile e mi ha chiesto se sarei stata d’accordo con un appello a favore delle donne e dei loro diritti fondamentali. Ho risposto che ovviamente i diritti vanno salvaguardati, ma non ho firmato alcunché e d’altra parte mai mi sognerei di annoverare l’aborto tra i diritti. Semmai posso arrivare ad accettare che sia una dolorosa necessità in casi davvero estremi, ma figuriamoci se Alda Merini, la cui biografia è tutto un inno alla maternità, chiede la pillola abortiva libera alla portata delle ragazzine». I casi estremi, dice possono essere un figlio gravemente deforme e la disperazione della madre, «non giudico perché posso capire la debolezza umana. Ma il vero diritto di una donna è quello alla maternità: il figlio è il più grande atto d’amore e il suo mistero resta intatto. L’occasione che la madre dà al suo bambino è ogni volta un miracolo, ed è una bestemmia negare tutto questo in nome di un femminismo che è l’opposto dell’essere femmina, nel senso più alto del termine».
Non risparmia certo critiche agli uomini di Chiesa del passato per il giudizio sulle donne (ma «questi sono gli errori degli uomini»), ma «il bambino non si può annientare, nasce da un atto di poesia. Davide Maria Turoldo, quando prese in braccio la mia prima figlia Manuela, mi disse “è la tua poesia più bella”. Queste donne se la prendono con la Chiesa, ma io dico che certi rigori invernali sono caduti o stanno cadendo, ora è primavera, tempo di mandorli in fiore. Della Chiesa si può rifiutare l’autoritarismo, non l’autorevolezza. Queste controversie su vita o morte di un figlio mi lasciano senza parole. Noi un tempo ci donavamo al nostro compagno con tutta la dedizione corpo-spirito e il bambino era una benedizione. Non so niente di pillola abortiva o del giorno dopo: non erano di moda. Le donne giovani che mettono in bocca all’anziano certe parole sbagliano, perché noi eravamo ben lontani da questo “utilizzo” del bambino. Posso soltanto dire che dopo i dolori del parto subito dimenticavo quella crocifissione per gioire della vita nuova. Non sono in grado di dare altri giudizi e sono ben lontana dal fare politica o dall’essere femminista, solo vorrei che tra uomo e donna si stabilisse quell’intesa meravigliosa che si chiama amore, in cui il figlio rappresenta la chiave della verità».
La redazione

martedì 15 aprile 2014

Quando uno più uno fa infinito. Tatiana e Krista, le gemelle siamesi che condividono tutto

Quando uno più uno fa infinito. Tatiana e Krista, le gemelle siamesi che condividono tutto

*** 



Invia per Email Stampa

aprile 14, 2014 Benedetta Frigerio

Se una beve, l’altra si disseta; se una guarda un cartone comico in tv l’altra ride anche se è girata dall’altra parte. Un caso unico, non solo perché studiato dalla scienza, ma anche perché condiviso da una famiglia straordinaria


«Le prima volta che le ho incontrate sorridevano. Si sono fermate, mi hanno guardato e mi hanno detto: “Si vede che hai bisogno di un abbraccio!”. Con tutte le sfide che quelle due bambine devono affrontare l’unica cosa che gli importava era come stavo io». Sono le parole che accompagnano il video più recente su due gemelle siamesi di 7 anni, residenti a Vernon in Canada, che fanno parlare di loro da quando sono nate. Tatiana e Krista Hogan condividono parte del tessuto cerebrale e, poiché Krista ha bisogno del cuore di Tatiana per ricevere un adeguato apporto di sangue, le due non possono essere separate chirurgicamente senza correre seri rischi.
VEDERE CON OCCHI ALTRUI. La madre delle bambine, Felicia Simms, intervistata dal Daily Mail nel 2010, raccontò di essere stata insultata per aver deciso di non abortire quando, a cinque mesi di gravidanza, ricevette la diagnosi: «Risposi ai medici che non era un’opzione». Le gemelle sono sotto osservazione della comunità scientifica, perché dipendono letteralmente l’una dall’altra, non solo fisicamente. Pur avendo personalità completamente diverse e autonome, Krista e Tatiana condividono sensazioni e riescono a vedere l’una con gli occhi dell’altra. Susan Dominus, giornalista del New York Times, nel 2011 visitò le piccole per cinque giorni realizzando un articolo di dieci pagine, in cui furono riportate le parole di un professore di neurologia dell’istituto di ricerca newyorchese Albert Einstein: «Incredibile. Senza precedenti fino ad ora».
SONO «IO» MA «NOI». Se Tatiana beve Krista si disseta, se Krista guarda un cartone comico in tv Tatiana ride anche se è girata dall’altra parte. Ma le due bambine hanno gusti diversi: quando una mangia il ketchup l’altra, che non lo sopporta, si tocca la lingua come per tirarselo via. Se la prima è allergica alla polvere, l’altra non lo è. Quando disegnano, scrivono e guardano, lo fanno come due persone separate. Se viene loro consegnato un foglio per disegnare, entrambe reagiscono dicendo che «“io ho in mano due pezzi di carta”, ma le gemelle in questi giorni non hanno mai usato la parola noi», ha raccontato Dominus. «È come se fossero una sola persona e due persone diverse nello stesso tempo», ha dichiarato un altro professore all’Albert Einstein. «Hanno esperienze parallele, ma nulla di quello che sperimentano confonde le loro coscienze», continua Dominus.
LA FORZA DI ESSERE DUE. La vita delle piccole è diversa, ma non tragica: «Sono solo due bambine piccole normali a cui è capitato di dover condividere una lunga pausa. Mi basta vederle vive ogni mattina che diventa una buona giornata», ha raccontato la nonna delle bimbe, mentre il nonno ha spiegato che «c’è chi si dispiace, ma noi ci sentiamo scelti fra milioni di persone. È meglio che aver vinto alla lotteria».
Susan Dominus ha raccontato che una volta, quando un pastello cadde dal tavolo e lei si piegò pensando alla fatica che avrebbero fatto le bimbe a raccoglierlo, «il pastello non c’è più. È nelle mani di Krista, come per magia. “È stato il mio piede”, mi risponde. (…) se ci fosse un test sulla capacità di afferrare con le dita dei piedi le gemelle risulterebbero al novantanovesimo percentile».
Concludendo il suo lungo reportage, la giornalista del New York Times scrisse che se «all’inizio lo spettacolo della sorella minore, Shaylee, che cammina libera di fianco alle bambine, mi ha colpito dolorosamente, come un continuo promemoria del loro limite (…), con il passare del tempo la mia simpatia è passata dall’altra parte: l’unità delle gemelle è così forte che mi sono chiesta se Shaylee non si sentisse come se le mancasse una parte essenziale di sé».

VOLUTE PRIMA DI NASCERE. La madre oggi racconta che, quando disse alle figlie che sarebbero rimaste unite, « “Mi piace essere unita”, rispose una. “Amo la mia amata donnina”, continuò l’altra». «Dopo pochi minuti con loro – continua la voce dell’ultimo video girato sulle gemelle – me ne uscii così: “Voi due siete bellissime”. E sapete qual è stata la loro reazione? Hanno riso e subito hanno risposto: “Lo sappiamo!”. E mia figlia che stava dietro di me mi ha detto: “Papà, perché io non riesco a esserne sicura come loro?” Perché queste ragazze sono così certe? Forse perché sono state volute prima ancora di nascere».

venerdì 7 marzo 2014

Testart: l'utopia dei figli perfetti

Testart: l'utopia dei figli perfetti 
***
Biologo specializzato nella riproduzione umana e animale, già direttore di ricerca del noto laboratorio transalpino Inserm, nonché ex presidente della Commissione francese per lo sviluppo sostenibile, «ateo e di sinistra», Jacques Testart divenne celebre nel 1982 come padre scientifico del primo «bambino in provetta» d’Oltralpe. Da allora, pur non rinnegando quell’atto tecnico che al contempo non considera come «una grande prodezza scientifica», Testart ha dedicato molti libri alla denuncia delle crescenti derive della tecnoscienza nel campo della salute e della riproduzione umana. Se per lui la maternità surrogata è una semplice pratica sociale equivalente né più né meno alla «schiavitù», le sue critiche della tecnoscienza in senso stretto sono state appena precisate e riassunte in Faire des enfants demain («Far bambini domani», Seuil), saggio di grande chiarezza concepito per svegliare dal sonno dogmatico scientista una Francia ancora profondamente influenzata dall’ideologia positivista.

Lei denuncia la diffusione di un «eugenismo democratico». Cosa intende?

«Rispetto all’eugenismo storico, doloroso e autoritario, si estende oggi un eugenismo consensuale, nel senso che sono le stesse persone a chiedere di avere un bambino normale, eliminando presunti embrioni anormali. In Europa, il fenomeno è cominciato con la fecondazione in vitro e la scelta del donatore di gameti maschili da parte del medico. Ciò era presentato come un atto generoso, dato che la scelta era di concepire bambini non malati e simili al padre. Ma si trattava già della scelta di un padre senza che i genitori potessero intervenire e senza che il bambino potesse incontrare un giorno il padre biologico. Nel dopoguerra si erano viste forme di eugenismo pure in Estremo Oriente, in Giappone e a Singapore, ad esempio con l’offerta di una casa o di un’auto in caso di matrimonio fra laureati, secondo l’idea stupida che l’università prova l’intelligenza e che far sposare i laureati fra loro giova alla crescita del Paese. Oggi, dappertutto, il fenomeno esplode con le banche di gameti e la selezione degli embrioni».

C’è a suo avviso il rischio di «modellare un’altra umanità». Non è una previsione troppo pessimista?

«Per il momento, la fecondazione in vitro è un processo doloroso per le donne. Ma se queste tecniche dovessero semplificarsi e generalizzarsi in futuro, come mi pare probabile, le coppie chiederanno tutte la stessa cosa, ovvero una sorta di bambino perfetto secondo i canoni dell’epoca che tenderanno a imporsi su scala internazionale. Si scivolerà così in una sorta di clonazione sociale, senza passare per la clonazione in senso tecnico. Si elimineranno alcuni caratteri dell’umanità di oggi, con l’idea che i nuovi caratteri sono superiori e vantaggiosi».

Accanto a enormi dilemmi etici, questa normalizzazione dei genomi presenta già zone d’ombra strettamente scientifiche?

«La maggioranza dei geni che inducono gravi patologie proteggono pure da altre patologie. In genere, non c’è un gene buono o cattivo in assoluto. Ci sono geni che hanno azioni varie e ancora in gran parte sconosciute. Non conosciamo le interazioni fra i geni. Dunque, facciamo gli apprendisti stregoni facendo finta di sapere tutto. La maggioranza dei geni influenzano centinaia di caratteri, patologici o meno, in un modo che non conosciamo. In più, sono influenzati dall’ambiente, con i fattori epigenetici. Non sappiamo affatto dove stiamo andando. Evoco Darwin per ricordare che, secondo le leggi dell’evoluzione, sappiamo che una specie sopravvive, nei periodi di crisi e di catastrofe, solo grazie a genomi vari. In una popolazione, ci sono così individui capaci di resistere. L’esempio più noto è quello della peste nel Medioevo. Nei villaggi il 30% degli individui riuscì a sopravvivere, certamente per ragioni genetiche che del resto non conosciamo ancora. Con il cambiamento climatico, potrebbero presto propagarsi nuove malattie che ci troveranno impreparati o impotenti. E in questo contesto fabbricare individui geneticamente simili rischia di firmare la morte della specie nel volgere di due o tre secoli».

Lei critica certe tendenze della medicina. In campo procreativo, sta uscendo dal proprio perimetro di legittimità?

«In modo molto netto. Quando ad esempio i ginecologi francesi chiedono di congelare gli ovociti di donne che non hanno alcun problema ma che per ragioni di carriera o altro non vogliono far bambini da giovani, è evidente che non si tratta di un problema medico. È una questione sociale. Si può ad esempio imporre al datore di lavoro di non impedire l’ascensione professionale delle donne con bambini. Non spetta ai medici risolvere la situazione con simili artifici. In parallelo, è anche vero che in Francia oggi il 25% delle coppie che chiedono una fecondazione in vitro non ne ha davvero bisogno. Basterebbe attendere un po’».

Questi abusi si fondano talora su una visione discutibile o distorta dell’uguaglianza?

«Certo, ad esempio proprio nel caso delle donne che chiedono di congelare i propri ovociti. Si invoca una presunta disuguaglianza rispetto agli uomini, che restano teoricamente fertili durante tutta la vita. I ginecologi pretendono di compensare questa disuguaglianza con la tecnica».

Le vecchie tentazioni prometeiche umane si associano oggi a logiche mercantiliste su grande scala?

«Esattamente. C’è una convergenza e ben pochi politici se ne rendono conto. Fra questi, i soli che capiscono quanto dico e resistono un po’ sono i cattolici. Personalmente, ciò mi affligge. Sono un uomo di sinistra e mi espongo agli sberleffi dei miei amici quando racconto ciò. Non vogliono neppure parlarne».

Anche fra i pensatori che lei cita molti sono cristiani, come Ivan Illich o Jacques Ellul...

«In proposito, mi dico che non si sfugge alla propria cultura. Non ho affatto ricevuto un’educazione religiosa, ma appartengo alla cultura giudeo-cristiana, senza essere direttamente un giudeo-cristiano. E poi, constato che le grandi religioni non hanno concepito per caso certe proposte comuni per il bene dell’umanità. È in questo modo che si può riuscire a vivere in società, anche se storicamente vi è stato forse in ciò pure dell’opportunismo».

Daniele Zappalà
© riproduzione riservata

sabato 9 novembre 2013

Andrew non doveva nascere perché per i medici era «deformato».

Andrew non doveva nascere perché per i medici era «deformato». La mamma non ha abortito e lui oggi è vescovo 

***

novembre 9, 2013 Benedetta Frigerio
Definito uno scherzo della natura, Andrew Cozzens, 39 anni, è stato nominato lo scorso 11 ottobre vescovo ausiliario di St. Paul. La sua storia
andrew-cozzens«È un uomo umile, un soldato forte». Andrew Cozzens, 39 anni, è stato nominato vescovo ausiliario di St. Paul in Minnesota lo scorso 11 ottobre. A parlare della sua storia è la madre Judy, che in un’intervista al Catholic Spirit racconta di quando cercarono di farla abortire e di come Andrew sentì la vocazione al sacerdozio fin dalla prima infanzia.
«SCHERZO DELLA NATURA». Sposata con Jack a 30 anni Judy resta presto incinta del suo secondogenito Andrew. Al quinto mese di gravidanza viene però ricoverata in ospedale: «Stavo per perdere mio figlio, ma i medici fermarono le contrazioni». Il giorno dopo, però, i medici le chiedono di abortire: «Sei incinta di un feto deformato, hai in pancia uno scherzo della natura e non dovresti proseguire con la gravidanza». Judy si rifiuta in modo categorico: «È mio figlio. E quello che Dio ci manda noi lo accogliamo».
A quel punto la donna decide di andare da un secondo medico, che è così convinto che Andrew nascerà sano che scommette col collega 1.200 dollari. Quando il bambino nasce, il 3 agosto 1968, ha solo un eczema sul corpo, l’asma e un’allergia che costringe i genitori a nutrire fino a due anni il bambino con un latte in polvere speciale.

«LAVORERÒ PER DIO». Già dai primi anni di vita, nonostante le condizioni precarie di salute, Andrew manifesta una fede fuori dal comune. A soli 4 anni, risvegliatosi una notte dopo un’operazione al polmone nell’ospedale di Denver, dice al dottore che lo assiste: «Puoi andare a letto. Io starò bene, crescerò e lavorerò per Dio». Il dottore rimane molto colpito e dirà poi a Judy e al marito che quell’incontro l’ha fatto convertire. Andrew intanto cresce a Denver, spende molto del suo tempo con un monsignore, Thomas Barry, con cui va spesso a pesca: «Ha fatto il catechismo così continua Judy – sulla barca».
Entrato poi in seminario, il ragazzo si distingue anche per le sue doti intellettuali, per cui viene mandato a Roma a studiare e dopo il conseguimento del sacerdozio a insegnare presso il seminario di St. Paul. Infine l’ennesima sorpresa, la nomina da vescovo: «Potevo immaginarlo, ma non così presto», conclude Judy commossa e certa che Andrew sia già «pronto».

Leggi di Più: Mamma di un giovane vescovo: «Volevano farmi abortire» | Tempi.it

martedì 15 ottobre 2013

Malata di leucemia, rifiuta di abortire il figlio, rischiando la vita.

Malata di leucemia, rifiuta di abortire il figlio, rischiando la vita. Storia di Rosanna (e Tommaso) 

***


ottobre 15, 2013 Redazione
«Aborto? per me sarebbe stato come morire». Così una donna sarda ha rifiutato il consiglio dei medici, sebbene il suo sangue avesse il cancro. Un «miracolo» sostenuto da una grande fede
feto-bambino«Quando l’ho sentito piangere per la prima volta è stato il momento più bello della mia vita». Ha usato queste parole Rosanna Zedda, una mamma sarda che ha lottato contro il parere dei medici che le consigliavano l’aborto per salvare se stessa e lasciar morire quel bimbo che teneva in grembo.
È la storia di un «miracolo» quella che giunge oggi da Cagliari dove sette mesi fa, nella clinica di Ostetricia e ginecologia del San Giovanni di Dio, è nato un bambino che, secondo ogni canone medico, non sarebbe dovuto nascere, a meno di una tragedia che avrebbe coinvolto o lui o la madre, o entrambi.
È stato solo grazie alla determinazione di Rosanna e al sostegno del marito Stefano Ortu, se oggi Tommaso vive, gioca e respira. Ed è sano come un pesce.

SIGNORA, ABORTISCA. Tutto iniziò quando Rosanna, 38 anni, alla ventiseiesima settimana di gravidanza, scoprì di essere affetta da leucemia mieloide acuta (una forma assai grave del male). «Il tuo sangue ha il cancro», le dissero. Il verdetto non lasciava scampo: la donna avrebbe dovuto sottoporsi a chemioterapia e trapianto di midollo. Una situazione complicata ancor più dal fatto che la giovane soffriva di dolori e febbre e dal fatto che i medici avevano riscontrato un’anomalia cromosomica e un incremento di globuli bianchi. Il vicolo era cieco: o si sottopone alla terapia o rischia la vita. Tra l’altro, quel bambino rischiava seriamente di morire in pancia e, quand’anche fosse venuto alla luce, molto probabilmente sarebbe nato con gravi malformazioni. Il consiglio dei medici fu uno: signora, abortisca.
CON LA SUA MORTE MORIREI. «Aborto? per me sarebbe stato come morire». Rosanna dice oggi così, tenendo fra le braccia Tommaso. Ha messo a rischio la sua esistenza per quel figlio: «Questo bambino è tutta la mia vita. È con la sua morte che morirei. Di aborto non si parla nemmeno». Determinata nella sua scelta, fino al sacrifico, oggi racconta: «Sono una miracolta. Tommaso è un miracolo». I medici hanno fatto l’impossibile, sono riusciti a curarla in modo tale che anche il piccolo non subisse traumi. L’ospedale è diventato una grande famiglia, che si è stretta intorno a quella donna coraggiosa.
Non è stato tutto facile, né rosa e fiori. Subito il trapianto di midollo, un mese dopo il parto, Rosanna è stata un mese a letto in ospedale, sbirciando di tanto in tanto «il mio bambino dietro un vetro».
Come ha potuto sopportare tutto ciò? La sua risposta è breve, essenziale, senza fronzoli: «Pregavo, mi affidavo alla fede. E poi pregavo ancora»

lunedì 14 ottobre 2013

A 16 anni, parla quattro lingue, suona il violino, tiene conferenze, va a Messa: ‘doveva’ essere abortito perché Down

A 16 anni, parla quattro lingue, suona il violino, tiene conferenze, va a Messa: ‘doveva’ essere abortito perché Down

***

Pubblicato da fermenticattolicivivi@gmail.com su 14/10/2013
Ha 16 anni, parla inglese e spagnolo alla perfezione ma se la cava anche col francese e il latino. E’ un adolescente con un’incredibile capacità di suonare bene il violino e si è già esibito in concerti con orchestre sinfoniche. Tiene anche conferenze per gli Stati Uniti e nel resto del mondo.
Emmanuel01Si chiama Emmaunel Joseph Bishop e guardando alla sua storia si può dire senza esagerare che è alcune spanne al di sopra degli adolescenti della sua età. Questo giovanotto talentuoso ha la sindrome di Down; in alcuni paesi la legge permette di abortirlo prima della nascita, solo perché Down.
La sua storia è così impressionante che sta girando il mondo attraverso i social network.
E’ difficile trovare un talento come quello di Emmanuel in giro per il mondo magari perché non li hanno lasciati nascere per il solo fatto di essere affetti dalla sindrome di Down; questo per il fatto di non avere i requisiti che la società occidentale afferma che si debbano avere, per essere degni di questa vita. E tutto questo protetti dalla legge.
Tuttavia, la storia di Emmanuel appare come una tempesta che distrugge tutti questi sofismi per giustificare l’aborto di decine di migliaia di bambini che non sono considerati adatti. Questo adolescente statunitense ha smontato tutti gli argomenti a favore dell’aborto dei Down, mostrando al mondo di cosa sia capace.
Un cattolico devoto.
Emmanuel è anche un cattolico molto devoto, lo afferma orgoglioso, facendo le sue preghiere anche in latino, dirigendo la preghiera del Rosario e altre preghiere comunitarie in molte occasioni.
Emmanuel02In questo senso, questo ragazzo, intende usare il dono che Dio gli ha fatto, per un fine più grande. I suoi sforzi sono per mostrare che i disabili sono uguali agli altri, che hanno i propri doni e abilità da mostrare al mondo. I definitiva, convincere il mondo che sono utili, proprio il contrario che quotidianamente il mondo insegna.
Un talento precoce.
Emmanuel è nato il 21 Dicembre del 1996 nella città statunitense di Grafton. Coominciò subito a sorprendere tutti: a due anni già cominciava a leggere e a tre era capace di leggere parole in francese.
A soli sei anni lesse il discorso di benvenuto dell’Associazione Nazionale Sindrome di Down, e lo fece in tre lingue per una platea di più di seicento persone. A questa età cominciò ad apprendere a suonare il violino, uno dei suoi maggiori interessi.
La vita di Emmanuel prosegue a questa velocità vertiginosa. A otto anni andava in bicicletta e vinceva medaglie alle paralimpiadi degli USA, gareggiando anche nel golf e nel nuoto in cui vinse medaglie nei 200 e 400 metri in stile libero.
Il violino, la sua arma, il suo scudo.
Un anno dopo faceva il chierichetto in parrocchia e l’anno successivo riceveva il sacramento della Cresima. Nel 2010 corona un altro suo sogno, suonando alla Giornata Mondiale per la Sindrome di Down in Turchia, insieme a un’orchestra sinfonicaA 12 anni suona il violino inun recital inIrlanda in occasione del Decimo Congresso Mondiale della Sindrome di Down.
Emmanuel03
Il suo obbiettivo: aiutare altri bambini.
Emmanuel è stato educato da genitori che non hanno mai dubitato delle sue capacità. Con sforzo e perseveranza questo ragazzo ha potuto superare la sua disabilità.
Nelle sue presentazioni parla della sua vita di adolescente con Sindrome di Down, che ha interesi, che ama gli sport, la musica, che nuota, che va in bicicletta.
I suoi obbiettivi si riassumono in quattro punti:
  1. Evidenziare le competenze, talenti, doni e le potenzialità dei bambini con questa disabilità.
  2. Contrastare le basse aspettative nella sindrome di Down.
  3. Dimostrare che la gioia di vivere non si oppone a queste persone.
  4. Attenuare la prevalenza di tutto ciò detto o scritto sulla sindrome di Down proviene principalmente da persone senza questa disabilità.
Un esempio per tutti.
A Dicembre 2012, a Houston, in occasione della riunione annuale della trisomia 21, Emmanuel sorprende tutti raccontando le sue avventure e viaggi intorno al mondo, i loro studi e anche del suo violino. Parla anche un po’ in francese e delle opere d’arte che aveva visitato durante il suo soggiorno a Parigi. Risponde alle domande sulla sua vita e di dubbi che altre persone possono avere.
La sua formazione in casa ha dimostrato l’importanza dell’alfabetizzazione precoce.
La sua testimonianza, più per la sua capacità di superamento che per le sue abilità concrete, è uno stimolo e un impulso per molti bambini con Sindrome di Down e le loro famiglie. Non sono sole e sono utili molto più di quanto possano immaginare.
[Tradotto da: http://www.religionenlibertad.com/articulo.asp?idarticulo=31458%5D

domenica 15 settembre 2013

LA TIGRE

LA TIGRE
Trilussa (Carlo Alberto Salustri)
***
È mezzanotte e c'è la luna piena.
Una Tigre e una Jena
escheno da la tana e vanno in giro
co' la speranza de trova da cena.
Ma se guardeno intorno
e nun vedeno gnente.
— Aspetteremo che se faccia giorno; —
pensa la Tigre rassegnatamente
— però — dice — se sente —
un fru-fru tra le piante...
— Chi c'è? una donna? e che farà a quest'ora?
— Aspetterà un amante...
— Cammina con un'aria sospettosa...
— Quarche cosa c'è sotto... — Certamente
c'è sotto quarche cosa.
Cià un fagotto... lo posa... — È una pupazza...
— Ma che pupazza! È 'na cratura viva!
Pare che chiami mamma! E mó? L'ammazza!
È la madre!... Hai capito?
— Come? la madre?! Verginemmaria! —
La Tigre spaventata scappa via
e la Jena cià un occhio innummidito.
..

mercoledì 29 maggio 2013

TESTIMONIANZA: IO, GIANNA JESSEN, SOPRAVVISSUTA ALL'ABORTO

TESTIMONIANZA: IO, GIANNA JESSEN, SOPRAVVISSUTA ALL'ABORTO

***


Post n°4232 pubblicato il 05 Settembre 2010 da diglilaverita

Foto di diglilaverita 

 Mi chiamo Gianna Jessen. Vorrei dirvi grazie per la possibilità di parlare oggi. Non è una piccola cosa dire la verità. Dipende unicamente dalla grazia di Dio il poterlo fare. Ho 23 anni. Sono stata abortita e non sono morta. La mia madre biologica era incinta di sette mesi quando andò da Planned Parenthood nella California del sud e le consigliarono di effettuare un aborto salino tardivo. Un aborto salino consiste nell’iniezione di una soluzione di sale nell’utero della madre. Il bambino inghiottisce la soluzione, che brucia il bambino dentro e fuori, e poi la madre partorisce un bambino morto entro 24 ore. Questo è capitato a me! Sono rimasta nella soluzione per circa 18 ore e sono stata partorita VIVA il 6 aprile 1977 alle 6 del mattino in una clinica per aborti della California. C’erano giovani donne nella stanza che avevano appena ricevuto le loro iniezioni ed aspettavano di partorire bambini morti. Quando mi videro, provarono l’orrore dell’omicidio. Un’infermiera chiamò un’ambulanza e mi fece trasferire all’ospedale. Fortunatamente per me il medico abortista non era alla clinica. Ero arrivata in anticipo, non si aspettavano la mia morte fino alle 9 del mattino, quando sarebbe probabilmente arrivato per il turno d’ufficio. Sono sicura che non sarei qui oggi se il medico abortista fosse stato alla clinica dato che il suo lavoro è togliere la vita, non sostenerla. Qualcuno ha detto che sono un “aborto mal riuscito”, il risultato di un lavoro non ben fatto. Fui salvata dal puro potere di Gesù Cristo.  
Signore e Signori, dovrei essere cieca, bruciata… dovrei essere morta! E tuttavia, io vivo! Rimasi all’ospedale per circa tre mesi. Non c’era molta speranza per me all’inizio. Pesavo solo nove etti. Oggi, sono sopravvissuti bambini più piccoli di quanto lo ero io. Un medico una volta mi disse che avevo una gran voglia di vivere e che lottavo per la mia vita. Alla fine potei lasciare l’ospedale ed essere data in adozione. Per via di una mancanza di ossigeno durante l’aborto vivo con la paralisi cerebrale. Quando mi fu diagnosticata, tutto quello che potevo fare era stare sdraiata. Dissero alla mia madre adottiva che difficilmente avrei mai potuto gattonare o camminare. Non riuscivo a tirarmi su e mettermi a sedere da sola. Attraverso le preghiere e l’impegno della mia madre adottiva, e poi di tanta altra gente, alla fine ho imparato a sedere, a gattonare e stare in piedi. Camminavo con un girello e un apparecchio ortopedico alle gambe poco prima di compiere quattro anni. Fui adottata legalmente dalla figlia della mia madre adottiva, Diana De Paul, pochi mesi dopo che cominciai a camminare. Il Dipartimento dei Servizi Sociali non mi avrebbe rilasciato prima per essere adottata. Ho continuato la fisioterapia per la mia disabilità e, dopo in tutto quattro interventi chirurgici, ora posso camminare senza assistenza. Non è sempre facile. A volte cado, ma ho imparato a cadere con grazia dopo essere caduta per 19 anni. Sono così grata per la mia paralisi cerebrale. Mi permette di dipendere veramente solo da Gesù per ogni cosa. Sono felice di essere viva. Sono quasi morta. Ogni giorno ringrazio Dio per la vita. Non mi considero un sottoprodotto del concepimento, un pezzo di tessuto, o un altro dei titoli dati ad un bambino nell’utero. Non penso che nessuna persona concepita sia una di quelle cose. Ho incontrato altri sopravvissuti all’aborto. Sono tutti grati per la vita. Solo alcuni mesi fa ho incontrato un’altra sopravvissuta all’aborto. Si chiama Sarah. Ha due anni. Anche Sarah ha la paralisi cerebrale, ma la sua diagnosi non è buona. È cieca ed ha delle gravi crisi . L’abortista, oltre ad iniettare nella madre la soluzione salina, la inietta anche nelle piccole vittime. A Sarah l’ha iniettata nella testa. Ho visto il punto della sua testa dove l’ha fatto. Quando parlo, non parlo solo per me stessa, ma per gli altri
sopravvissuti, come Sarah, ed anche per quelli che non possono parlare… Oggi, un bambino è un bambino, quando fa comodo. È un tessuto o qualcos’altro quando non è il momento giusto. Un bambino è un bambino quando c’è un aborto spontaneo a due, tre, quattro mesi. Un bambino è chiamato tessuto o massa di cellule quando l’aborto volontario avviene a due, tre, quattro mesi. Perché? Non vedo differenza. Che cosa vedete? Molti chiudono gli occhi…La cosa migliore che posso farvi vedere per difendere la vita è la mia vita. È stata un grande dono. Uccidere non è la risposta a nessuna domanda o situazione. Fatemi vedere come possa essere la risposta. C’è una frase incisa negli alti soffitti di uno degli edifici del parlamento del nostro stato [la California]. La frase dice: “Ciò che è moralmente sbagliato, non è corretto politicamente”. L’aborto è moralmente sbagliato. Il nostro paese sta spargendo il sangue degli innocenti. L’America sta uccidento il suo futuro. Tutta la vita ha valore. Tutta la vita è un dono del nostro Creatore. Dobbiamo ricevere e conservare i doni che ci sono dati. Dobbiamo onorare il diritto alla vita. Quando le libertà di un gruppo di cittadini indifesi sono violate, come per i nascituri, i neonati, i disabili e i cosiddetti “imperfetti”, capiamo che le nostre libertà come NAZIONE e Individui sono in grande pericolo. Vengo oggi a parlare in favore di questa legge a favore della protezione della vita. Vengo a parlare per conto dei bimbi che sono morti e per quelli condannati a morte. Learned Hand, un giurista americano rispettato (del nostro secolo) disse: “Lo spirito della libertà è lo spirito che non è troppo sicuro di essere giusto; lo spirito della libertà è lo spirito che cerca di capire le opinioni degli altri uomini e donne; lo spirito della libertà è lo spirito che pesa i loro interessi insieme ai propri, senza pregiudizi; lo spirito della libertà ci ricorda che neanche un passero cade a terra inosservato; lo spirito della libertà è lo spirito di Colui che, circa 2000 anni fa, ha insegnato all’umanità la lezione che non ha mai imparato, ma non ha mai dimenticato; che c’è un regno dove gli ultimi saranno ascoltati e considerati accanto ai più grandi.” Dov’è l’anima dell’America?! Voi membri di questo comitato: dov’è il VOSTRO cuore? Come potete trattare le questioni di una nazione senza esaminare la sua anima? Uno spirito omicida non si fermerà davanti a nulla finché non avrà divorato una nazione. Il Salmo 52,2-4 dice: “Lo stolto pensa: «Dio non esiste». Sono corrotti, fanno cose abominevoli, nessuno fa il bene. Dio dal cielo si china sui figli dell’uomo per vedere se c'è un uomo saggio che cerca Dio. Tutti hanno traviato, tutti sono corrotti; nessuno fa il bene; neppure uno.” Adolf Hitler una volta disse: “L’abilità ricettiva delle grandi masse è solo molto limitata, la loro comprensione è piccola; d’altro lato la loro smemoratezza è grande. Essendo così, tutta la propaganda efficace deve essere limitata a pochissimi punti che a loro volta dovrebbero essere usati come slogan finché l’ultimo uomo sia capace di immaginare che cosa significhino tali parole”. Gli slogan di oggi sono: “Il diritto di una donna di scegliere”, “Libertà di scelta”, eccetera. C’era una volta un uomo che parlava dall’inferno (ne parla il capitolo 16 di Luca) che disse: “Sono tormentato da questa fiamma”. L’inferno è reale. Così lo è Satana, e lo stesso odio che crocifisse Gesù 2000 anni fa, ancora si trova nei cuori dei peccatori oggi. Perché pensate che questa intera aula tremi quando menziono il nome di Gesù Cristo? È così perché Egli è REALE! Egli può dare grazia per il pentimento e perdono a voi ed all’America. Noi siamo
sotto il giudizio di Dio – ma possiamo essere salvati attraverso Cristo. Dice la Lettera ai Romani: 5,8-10: “Ma Dio dimostra il suo amore
verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo NEMICI, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.”La morte non ha prevalso su di me… ed io sono così grata!!! -
 Testimonianze di Gianna Jessen rilasciate il 22 aprile 1996 ed il 20 luglio 2000 davanti al Sottocomitato Giudiziario del Congresso sulla Costituzione
. http://www.godandscience.org/doctrine/jessen.html - GiannaJessen.com - www.postaborto -




venerdì 22 marzo 2013

«Curate la vita, dal principio alla fine.

«Curate la vita, dal principio alla fine. Il cristiano non può permettersi il lusso di essere un idiota» 

***

Invia per Email Stampa
marzo 22, 2013 Jorge Mario Bergoglio
Traduzione dell’omelia dell’allora cardinale Bergoglio per la Messa in onore di san Raimondo Nonnato protettore delle donne in gravidanza (31 agosto 2005).
Messa inaugurale del pontificatoPubblichiamo l’omelia dell’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires e primate dell’Argentina, durante la Messa in onore del santo protettore delle donne in gravidanza, san Raimondo Nonnato (31 agosto 2005).
Quando si ascolta ciò che Gesù dice: Guarda, «Io mando voi, io vi mando come pecore tra i lupi», si vorrebbe chiedere: «Signore, stai scherzando, o non hai un posto migliore dove mandarci?». Perché ciò che Gesù dice fa un po’ paura: «Se annunzierete la mia parola, vi perseguiteranno, vi calunnieranno, vi tenderanno trappole per portarvi davanti ai tribunali e farvi uccidere». Ma voi dovete andare avanti. Per questo motivo, fate attenzione, dice Gesù, siate astuti come i serpenti ma molto semplici come colombe, unendo i due aspetti. Il cristiano non può permettersi il lusso di essere un idiota, questo è chiaro. Noi non possiamo permetterci di essere sciocchi perché abbiamo un messaggio di vita molto bello e quindi non possiamo essere frivoli. Per questo motivo Gesù dice: «Siate astuti, state attenti». Qual è l’astuzia del cristiano? Il saper distinguere fra un lupo e una pecora. E quando, in questo celebrare la vita, un lupo si traveste da pecora, è saper riconoscere quale sia il suo odore. «Guarda, hai la pelle di una pecora, ma l’odore di un lupo». E questo, questo compito che Gesù ci dà è molto importante. È qualcosa di davvero grande. Gesù ci dice qualcosa che attira la nostra attenzione, quando qualcuno gli domanda: «Bene, come mai sei venuto nel mondo?». «Guarda, io sono venuto a portare la vita e perché l’abbiate in abbondanza, e io vi mando nel modo affinché accresciate la vita, in modo che sia abbondante».
Gesù non è venuto a portare la morte, piuttosto [a portare] la morte dell’odio, la morte delle guerre, la morte della calunnia, cioè a uccidere con la lingua. Gesù non è venuto a portare la morte, la morte che ha patito per difendere la vita. Gesù è venuto a portare la vita per dare la vita in abbondanza, e ci invia a portare la vita, ma ci dice anche: «Preditene cura!» Perché ci sono persone che vivono quello di cui sentiamo parlare oggi, che non sono coinvolte con il Vangelo: la cultura della morte. A loro la vita interessa nella misura in cui è utile, se no non gli interessa. In tutto il mondo, questa erba è stata piantata, quella della cultura della morte.
Stavo leggendo un libro un po’ di tempo fa, in cui ho trovato questa frase inquietante: «Nel mondo di oggi la cosa che vale meno è la vita, quello che vale meno è la vita», che è quindi la cosa più trascurata, la più superflua. Questo uomo anziano, questa donna anziana, sono inutili; scarichiamoli, cerchiamo di mandarli nelle case di cura, come si fa con l’impermeabile d’estate con tre naftaline in tasca, negli ospizi perché pensiamo che ora sono da scartare, perché sono inutili. Questo bambino che è in arrivo è un peso per la famiglia: «Oh no, a cosa serve? Non ho idea. Scartiamolo e rimandiamolo al mittente». Questo è ciò che la cultura della morte ci predica. Questo bambino che ho a casa? Beh, non ho il tempo di educarlo. Lasciamolo crescere come un’erbaccia nel campo, e questo altro bambino che non ha niente da mangiare, nemmeno le scarpette per andare a scuola, e bene, mi dispiace molto, ma non sono il redentore del mondo intero. Questo è ciò che la cultura della morte predica. Non è interessata alla vita. Che cosa interessa? L’egoismo. Uno è interessato a sopravvivere, ma non a dare la vita, ad avere cura della vita, ad offrire la vita.

Oggi, in questo santuario dedicato alla vita, in questo giorno del santo patrono della vita, Gesù dice anche a noi: «Prenditene cura! Io sono venuto a portare la vita, e la vita in abbondanza, ma tu curala! Stai per essere circondato dai lupi, tu sei quello che difende la vita, che se ne prende cura. Cura la vita! Che belle cose così si possono vedere – le conosco! – Che un nonno, una nonna, che forse non può più parlare, che è paralizzato, e il nipote o il figlio arriva e gli prende la mano, e in silenzio la accarezza, niente di più. Questa è la cura della vita. Quando si vedono persone che si preoccupano affinché un bambino possa andare a scuola, perché a un altro non manchi il cibo a sufficienza, questo è prendersi cura della vita. Apri il tuo cuore alla vita! Poiché l’egoismo della morte, la cultura egoistica della morte, è come l’erba nel campo, questa erbaccia, questa erba o erbaccia nera, o questa cicuta, è in crescita, sta invadendo e uccide gli alberi, uccide i frutti, uccide il fiori, uccide la vita. Le erbacce. Ricordate che una volta che Gesù parlò di questo. Egli ha detto: «Quando il seme è vita, cade in mezzo alle erbacce e le spine lo soffocano», le spine dell’egoismo, delle passioni, di volere tutto per se stessi. La vita è sempre dare, si dà, ed è costoso prendersi cura della vita. Oh quanto costa! Costa lacrime. Ma come è bella la cura per la vita, permettere che la vita cresca, dare la vita come Gesù, e dare in abbondanza, per non permettere che anche uno solo di questi più piccoli vada perso. Questo è ciò che Gesù ha chiesto al Padre: «Che nessuno di quelli che tu mi hai dato si perda, che tutta la vita che mi hai dato da curare possa essere curata, che non vada persa». E noi ci preoccupiamo della vita, perché Egli ha cura della nostra vita fin da quando era nel seno materno. È presente nel motto di quest’anno: «Fin dal grembo eri il nostro protettore». Egli si prende cura di noi e ci insegna lo stesso (…). Non possiamo annunciare altro che la vita, dal principio alla fine. Tutti noi dobbiamo curare la vita, amare la vita, con tenerezza, calore.
Ma è una strada piena di lupi e, forse per questo motivo, potranno condurci davanti ai tribunali, forse per questo motivo, per la cura della vita, ci potranno uccidere. Dovremmo pensare ai martiri cristiani. Li hanno uccisi perché predicavano questo Vangelo della vita, questo Vangelo che Gesù ha portato. Ma Gesù ci dà la forza. Andate avanti! Non siate sciocchi, ricordate, un cristiano non può permettersi il lusso di essere sciocco (…). Deve essere intelligente, deve essere astuto, per fare questo. Quando si parla di queste cose della cultura della vita, a cui siamo chiamati, si sente la tristezza per questi cuori in cui, anche fin dall’infanzia, la cultura della morte ha seminato. L’egoismo è stato seminato in loro: «Bene, e che mi importa di quello che succede agli altri», questo è stato seminato in loro. Chi sono io per prendermi cura degli altri? Questa affermazione, vi ricordate, chi l’ha fatta per primo? Caino. «Sono forse io colui che deve nutrire suo fratello?» Questa affermazione criminale, questa frase di morte è un peccato che viene dall’infanzia delle persone che crescono in questo modo di pensare egoistico inculcato in loro, sono uomini e donne educati in questo modo. L’ho detto e lo ripeto – potremmo usarli come soprannomi – io, me, mio, con me, per me, tutto per uno solo, nulla per gli altri, mentre dare la vita è aprire il cuore, e prendersi cura della vita è spendersi con tenerezza e calore per gli altri, portare nel mio cuore l’interesse per gli altri. (…) Non ci dovrebbe essere nessun bambino che non cresce, che non vive la sua adolescenza aperto alla vita. Non ci dovrebbe essere alcun adulto che non si preoccupa di ciò in cui gli altri sono carenti, di ciò di cui altri hanno bisogno per avere più vita e di garantire che non ci sia neanche una sola persona anziana messa da parte, da sola, scartata.
Prendersi cura della vita, dal suo principio fino alla fine. Che cosa semplice, che bella cosa. Padre, perché ci sono così tanti lupi che vogliono sbranarci? Perché, dimmi? Gesù ha forse ucciso qualcuno? Nessuno. Ha fatto cose buone. E che fine gli hanno fatto fare? Se andiamo in fondo alla strada della vita ci possono accadere cose brutte, ma non importa. Ne vale la pena. Lui per primo ci ha aperto la strada. Quindi, andate avanti e non scoraggiatevi. Prendetevi cura della la vita. Ne vale la pena! Così sia.
Traduzione di Benedetta Frigerio dal testo originale pubblicato dall’agenzia di informazione cattolica dell’Argentina (Aica)