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mercoledì 9 agosto 2023

Sultano e San Francesco

 “....Il Sultano d'Egitto sottopose a Francesco D'Assisi un'altra questione: "II vostro Signore insegna nei Vangeli che voi non dovete rendere male per male, e non dovete rifiutare neppure il mantello a chi vuol togliervi la tonaca,dunque voi cristiani non dovreste imbracciare armi e combattere i vostri nemici".

Rispose San Francesco: "Mi sembra che voi non abbiate letto tutto il Vangelo. Il perdono di cui Cristo parla non è un perdono folle, cieco, incondizionato, ma un perdono meritato. Gesù infatti ha detto: "Non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre perle ai porci, perché non le calpestino e, rivoltandosi, vi sbranino". Infatti il Signore ha voluto dirci che la misericordia va dispensata a tutti, anche a chi non la merita, ma che almeno sia capace di comprenderla e farne frutto, e non a chi è disposto ad errare con la stessa tenacia e convinzione di prima. Altrove, oltretutto, è detto: "Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo lontano da te”. E, con questo, Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell'occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall'amore del nostro Dio. Proprio per questo, i cristiani agiscono secondo massima giustizia quando vi combattono, perché voi avete invaso delle terre cristiane e conquistato Gerusalemme, progettate di invadere l’Europa intera, oltraggiate il Santo Sepolcro, distruggete chiese, uccidete tutti i cristiani che vi capitano tra le mani, bestemmiate il nome di Cristo e vi adoperate ad allontanare dalla sua religione quanti uomini potete. Se invece voi voleste conoscere, confessare, adorare, o magari solo rispettare il Creatore e Redentore del mondo e lasciare in pace i cristiani, allora essi vi amerebbero come se stessi". 


Numero 2691 delle Fonti Francescane


lunedì 3 luglio 2017

L’ultimo desiderio di San Francesco: mangiare i mostaccioli

L’ultimo desiderio di San Francesco: mangiare i mostaccioli


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Chiede ai frati di contattare la signora Jacopa a Roma. Ma cosa realmente significa questo gesto del "poverello"?

Presso la Porziuncola, prima di morire, san Francesco chiede a “frate” Jacopa di offrirgli dei mostaccioli. Uno degli ultimi desideri del Santo, quindi, è quello di mangiare i dolci preparati dalla nobildonna romana.
Questa richiesta, in un certo senso equivale a riaffermare senza polemiche la bontà del creato in un periodo in cui diversi filoni di pensiero disprezzavano la materia come una cosa vile.
L’aneddoto è raccontato ne “Il cibo di Francesco” di Giuseppe Cassio e Pietro Messa (edizioni Terrasanta)
“INFORMATE DONNA JACOPA…”
Un giorno, si legge nella “Compilazione di Assisi“, il beato Francesco fece chiamare i suoi compagni e disse: “Voi sapete come donna Jacopa dei Settesogli fu ed è molto fedele e affezionata a me e alla nostra Religione. Io credo che, se la informerete del mio stato di salute, lo riterrà come una grande grazia e consolazione. Fatele sapere, in particolare, che vi mandi, per confezionare una tonaca, del panno grezzo color cenere, del tipo di quello tessuto dai monaci cistercensi nei paesi d’oltremare. E mandi anche un po’ di quel dolce che era solita prepararmi quando soggiornavo a Roma”.
IL MOSTACCIOLO
Si tratta del dolce che i romani chiamano mostacciolo, ed è fatto con mandorle, zucchero o miele e altri ingredienti. […] Un giorno poi donna Jacopa preparò per il padre santo quel dolce, che egli aveva desiderato di mangiare. Ma egli lo assaggiò appena, poiché per la gravissima malattia il suo corpo veniva meno di giorno in giorno e si appressava alla morte.
REALISMO E GIOIA
Questo episodio avvenuto presso la Porziuncola negli ultimi giorni di vita di Francesco mostra che, come giustamente afferma il filosofo Massimo Borghesi, «l’attrattiva esercitata da Francesco dipende essenzialmente da due fattori: dal realismo e dalla gioia che caratterizzano il santo di Assisi».
IMMAGINE MATERIALE DI CRISTO
Citando Jacques Le Goff, lo stesso Borghesi sottolinea: «Questo amore al mondo creato, all’opus Dei colloca Francesco in una prospettiva diversa rispetto a quel filone della mistica medievale che pone al centro il contemptus mundi. […] La tenerezza verso le cose finite si esprime, innanzitutto, nel giudizio da portare sulla corporeità. “Francesco non ha cercato sistematicamente di umiliare il corpo”, quel corpo angustiato, negli ultimi anni, da una cecità quasi completa e da terribili mal di testa. L’atteggiamento nei suoi confronti è ambivalente. Il corpo è sì strumento di peccato “ma esso è anche l’immagine materiale di Dio e più in particolare di Cristo“».
IL CORPO E LO SPIRITO
Come è detto nelle “Ammonizioni”, prosegue Borghesi, “Considera, o uomo, a quanta eccellenza ti ha elevato il Signore perché ti ha creato e formato a immagine del Figlio suo diletto, secondo il corpo, e a somiglianza di se stesso, secondo lo spirito”.
Il corpo, modellato ad immagine del Figlio, «è il “frate corpo pieno di dolori” per il cui sollievo, durante il suo soggiorno a Rieti, affidato alle cure dei medici pontifici, Francesco chiede ad un compagno il suono di una cetra. È il corpo che, nell’imminenza della morte, chiede un’ultima consolazione, in una lettera a Giacomina dei Settesogli, “in quei dolci che mi solevi dare a Roma quando caddi ammalato“. Questo rispetto del corpo raggiunge il suo acme laddove l’oggetto è il “corpo di Cristo”, ovvero l’Eucaristia».

lunedì 26 settembre 2016

“Signore fa’ di me uno strumento della tua pace”: la preghiera che San Francesco non ha scritto

“Signore fa’ di me uno strumento della tua pace”: la preghiera che San Francesco non ha scritto

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da: http://it.aleteia.org/2016/09/22/signore-fa-di-me-uno-strumento-della-tua-pace-la-preghiera-che-san-francesco-non-ha-scritto/

Curiosità su una delle preghiere cattoliche più note

di fra’ Tomás Gálvez
Accanto al vero San Francesco c’è sempre l’immagine che ogni epoca si fa di lui, con la sua dose di parzialità e mitizzazione, le sue leggende e le false attribuzioni. Vale anche oggi, nonostante i grandi progressi compiuti per una conoscenza più approfondita del personaggio e della sua epoca. Un chiaro esempio di ciò è la cosiddetta “Preghiera Semplice”, degna del Poverello, che tutti attribuiscono a lui ma che è di un autore anonimo vissuto appena un secolo fa.
Nella ricerca delle origini di questa bella preghiera non si è riusciti a risalire a prima del dicembre 1912, quando venne pubblicata su La Clochette, una petite revue catholique pieuse fondata dal sacerdote e giornalista abbé Esiher Suquerel (+ 1923), originario della Normandia (Francia). Tra le ipotesi avanzate, c’è quella secondo la quale ne sarebbe egli stesso l’autore.
Nel 1913 la preghiera venne scoperta dal canonico Louis Boissey (+ 1932), appassionato del problema della pace, e a gennaio apparve sugli Annales de Notre Dame de Paix (Tinchebray, Francia), citando come origine La Clochette.
Nello stesso anno, Stanislao de la Rochethoulon Grente (+ 1941), fondatore de Le Souvernir Normand, la pubblicò sulla sua rivista.

Il 20 gennaio 1916 apparve suL’Osservatore Romano, dove si diceva che Le Souvenir Normand aveva inviato al Santo Padre il testo di alcune preghiere per la pace tra le quali se ne riproduceva una, rivolta particolarmente al Sacro Cuore e che mostrava una semplicità commovente.
Il 3 febbraio dello stesso anno, La Croix di Parigi rendeva noto che il 25 gennaio il cardinal Gasparri aveva scritto al marchese de La Rochethulon et Gante ringraziandolo per l’invio delle preghiere a Sua Santità. Tre giorni dopo, La Croix riproduceva il testo pubblicato da L’Osservatore Romano.
Fu allora che il sacerdote cappuccino Étienne di Parigi, direttore del Terz’Ordine, fece stampare a Reims un’immagine di San Francesco con l’invocazione al Sacro Cuore sul retro.