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lunedì 6 ottobre 2025

La solitudine

 « È importante sapersi ritirare in se stessi: un eccessivo contatto con gli altri, spesso così dissimili da noi, disturba il nostro ordine interiore, riaccende passioni assopite, inasprisce tutto ciò che nell’animo vi è di debole o di non ancora perfettamente guarito. Vanno opportunamente alternate le due dimensioni della solitudine e della socialità: la prima ci farà provare nostalgia dei nostri simili, l’altra di noi stessi; in questo modo, l’una sarà proficuo rimedio dell’altra. La solitudine guarirà l’avversione alla folla, la folla cancellerà il tedio della solitudine. »


Lucio Anneo Seneca, “De tranquillitate animi”

domenica 15 giugno 2025

Amicizia

 "Chi è diventato amico per convenienza, per convenienza finirà di esserlo. Chi si è procurato un amico perché lo aiutasse nella malasorte: non appena ci sarà rumore di catene, costui sparirà. Sono le amicizie cosiddette opportunistiche: un'amicizia fatta per interesse sarà gradita finché sarà utile. 


Così se uno ha successo, lo circonda una folla di amici, mentre rimane solo se cade in disgrazia: gli amici fuggono al momento della prova; per questo ci sono tanti esempi infami di persone che abbandonano l'amico per paura, e di altre che per paura lo tradiscono. 


L'amicizia invece somiglia un po' all’amore. Si ama forse per denaro? Per ambizione o per desiderio di gloria? L'amore di per sé trascura tutto il resto e accende negli animi un desiderio di bellezza e la speranza di un mutuo affetto. Ma come ci si accosta ad essa? Come a un sentimento bellissimo, non per lucro, né per timore dell'instabilità della sorte; se uno stringe amicizia per opportunismo le toglie la sua grandezza".


_Lucio Anneo Seneca, Lettere a Lucilio



giovedì 13 giugno 2024

L'amicizia

 Chi è diventato amico per convenienza, per convenienza finirà di esserlo. Chi si è procurato un amico perché lo aiutasse nella malasorte: non appena ci sarà rumore di catene, costui sparirà. Sono le amicizie cosiddette opportunistiche: un'amicizia fatta per interesse sarà gradita finché sarà utile. 

Così se uno ha successo, lo circonda una folla di amici, mentre rimane solo se cade in disgrazia: gli amici fuggono al momento della prova; per questo ci sono tanti esempi infami di persone che abbandonano l'amico per paura, e di altre che per paura lo tradiscono. 

L'amicizia invece somiglia un po' all’amore. Si ama forse per denaro? Per ambizione o per desiderio di gloria? L'amore di per sé trascura tutto il resto e accende negli animi un desiderio di bellezza e la speranza di un mutuo affetto. Ma come ci si accosta ad essa? Come a un sentimento bellissimo, non per lucro, né per timore dell'instabilità della sorte; se uno stringe amicizia per opportunismo le toglie la sua grandezza.


Lucio Anneo Seneca, Lettere a Lucilio #amicizia 


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martedì 12 marzo 2024

 “Ognuno brucia la sua vita e soffre per il desiderio del futuro, per il disgusto del presente. Ma chi sfrutta per sé ogni ora, chi gestisce tutti i giorni come una vita, non desidera il domani né lo teme. Non c'è ora che possa apportare una nuova specie di piacere. Tutto è già noto, tutto goduto a sazietà. Del resto la sorte disponga come vorrà: la vita è già al sicuro.


Le si può aggiungere, non togliere, e aggiungere come del cibo a uno già sazio e pieno, che non ne ha più la voglia ma ancora la capienza. Non c'è dunque motivo di credere che uno sia vissuto a lungo perché ha i capelli bianchi o le rughe: non è vissuto a lungo, ma è stato al mondo a lungo. Come credere che ha molto navigato chi la tempesta ha sorpreso all'uscita del porto menandolo qua e là in un turbine di venti opposti e facendolo girare in tondo entro lo stesso spazio. Non ha navigato molto, ma è stato sballottato molto.”


Seneca, De brevitate vitae

mercoledì 8 agosto 2012

la vita è breve

la vita è breve
***
 La maggior parte degli uomini, Paolino, protesta per l’avarizia della natura, perché
siamo messi al mondo per un briciolo di tempo, perché i giorni a noi concessi scorrono
così veloci e travolgenti che, eccetto pochissimi, gli altri sono abbandonati dalla
vita proprio mentre si preparano a vivere. E di questa disgrazia, che credono comune,
non si dolse solo la folla e il volgo sciocco: tale stato d’animo provocò la protesta anche
di grandi uomini. Di qui l’esclamazione del più grande dei medici, che la vita è breve,
l’arte lunga; di qui l’accusa di Aristotele alle prese con la natura, indegna di un saggio,
perché essa ha concesso agli animali di poter vivere cinque o dieci generazioni, e all’uomo,
nato a tante e così grandi cose, è fissato un termine tanto più breve. Non abbiamo
poco tempo, ma ne abbiamo perduto molto. Abbastanza lunga è la vita e data con larghezza
per la realizzazione delle cose più grandi, se fosse tutta messa bene a frutto; ma
quando si perde nella dissipazione e nell’inerzia, quando non si spende per nulla di
buono, costretti dall’ultima necessità ci accorgiamo che è passata senza averne avvertito
il passare. Si: non riceviamo una vita breve, ma tale l’abbiamo resa, e non siamo
poveri di essa, ma prodighi. […] Perché ci lagniamo della natura? Si è comportata
generosamente la vita, se sai usarne, è lunga. Uno è in preda ad un’avidità insaziabile,
uno alle vane occupazioni di una faticosa attività; uno è fradicio di vino, uno è abbrutito
dall’ozio; uno è stressato dalle ambizioni, che dipende sempre dai giudizi altrui, uno
dalla frenesia del commercio è condotto con il miraggio di guadagni di terra in terra,
di mare in mare; alcuni, smaniosi di guerra, sono continuamente occupati a creare
pericoli agli altri o preoccupati dei propri; c’è chi si logora in una volontaria schiavitù,
all’ingrato servizio dei potenti; molti non pensano che ad emulare l’altrui bellezza o a
curare la propria; i più, privi di bussola, cambiano sempre idea, in balia di una leggerezza
volubile e instabile e scontenta di sé; a certuni non piace nessuna meta, a cui
dirigere la rotta, ma sono sorpresi dalla morte fra il torpore e gli sbadigli, sicché non
dubito che sia vero ciò che in forma di oracolo si dice nel più grande dei poeti: “piccola
è la parte di vita che viviamo”. Si: tutto lo spazio rimanente non è vita, ma tempo.

[Seneca, La brevità della vita, trad. it. di A. Traina, Milano, Rizzoli, 1994, pp.41-43]

mercoledì 22 febbraio 2012

Seneca


LETTURE/
Senza Padre non c'è libertà.
La lezione di Maria Zambrano

***
 

sabato 5 febbraio 2011

Il 6 febbraio di vent’anni fa moriva Maria Zambrano. Il grande affetto che la legò a suo padre costituisce uno dei fulcri del suo pensiero insieme filosofico e poetico, capace di giungere al fondo della vita senza perdere la concretezza dell’occasione in cui essa si manifesta. L’eco di questo legame si avverte in un saggio intitolato Verso un sapere dell’anima:

Niente è più decisivo in una vita delle proprie origini. Per questo il padre rappresenta molto di più di un uomo in carne e ossa che ci ha generati. Ci dà un nome. Finché la nostra vita individuale dura, sarà segnata da questo nome e grazie ad esso smettiamo di essere uno per essere qualcuno di ben definito. La nostra individualità, così concreta, è legata al nome che riceviamo da nostro padre, per noi sigillo, segno distintivo. Prima che esseri di ragione o di coscienza, d’istinto o di passione, siamo infatti figli, ed essere figlio significa dover rispondere, doversi giustificare di fronte a qualcosa di inappellabile. E’ anche fiducia, credere all’ombra di una forza protettrice, che offre un riparo di cui non si metta in dubbio forza e clemenza. È questa l’educazione fondamentale su cui deve fondarsi qualsiasi cultura successiva, è l’esperienza prima della vita, l’incontro originario e decisivo da cui proviene tutto il resto. È insostituibile.
È difficile abbandonarsi alla vita con fiducia, dar credito ad alcunché, credere, se non siamo cresciuti così, sentendoci guidati da una mano forte e delicata che sa misurare, sentendoci osservati da uno sguardo di fronte al quale non è possibile alcuna simulazione, sentendo la nostra fragilità connessa a un principio invulnerabile. Nessun terribile avvenimento successivo potrà aver ragione di questa educazione, se ha avuto luogo; nessuna catastrofe potrà portarsi via questa fiducia originaria, nessun rancore potrà cancellare nell’anima il peso della tenerezza venuta dall’alto. Nessuna ingiustizia potrà sradicare dall’anima la fiducia ingenua nella vita di chi viene guidato paternamente nei suoi primi passi
”.
 
Anche Seneca è per Maria Zambrano una figura paterna, autore molto amato, forse per la comune origine spagnola e per la persistenza dell’antico filosofo nella cultura popolare della sua terra. Il profilo di Seneca da lei tracciato è una vera riscoperta per il lettore italiano, che conosce il maestro dello stoicismo, lo scrittore dallo stile spezzato, spesso oscuro e difficile da tradurre, l’uomo a cui si rimprovera il fallimento nell’educazione di Nerone e l’incoerenza tra i costumi e la dottrina, a cui si riconosce la dignità di una vecchiaia appartata e la fortezza nel suicidio.

Poco di tutto ciò nella corposa introduzione della Zambrano a una antologia che raccoglie brani della produzione di Seneca. La sua figura, più che nell’impensabile ignominia dei suoi tempi, è inserita  nella lunga serie dei filosofi che a partire da Socrate regalano all’occidente il culto della ragione intera. Egli è un sapiente, “un padre molto virile e molto materno insieme”, che sostiene con la sua forza il ragionare piegato sulla complessità che anche la vita più semplice porta con sé. La sua paternità parte da una compassione per la fragile puerilità dell’uomo e si esercita nel portargli una consolazione che non è un semplice anestetico, ma la generazione di un’anima addolcita e per così dire rassegnata. Egli è il maestro di costumi più citato nel forbito linguaggio dei predicatori e dei sermoni andalusi. La sua morale  parte dalla disillusione del tempo che fugge, dalla morte che sovrasta l’esistenza, ma non è una morale dell’inattività. La sua prima regola è il lavoro: non una azione precipitosa o un irrequieto andare e venire, ma un agire che modifica le cose, un atto che racchiude fede, volontà e amore.

Alcune delle sue massime racchiudono una saggezza che sembra quasi cristiana: “Ricerchiamo un bene che non sia apparente, ma solido e costante e bello d’interiore bellezza, e portiamolo alla luce. Non è lontano: basta soltanto sapere dove tendere la mano”.
Decisamente originale è la posizione della filosofa spagnola rispetto al femminismo. Nel 1928  firma per il giornale El Liberal una rubrica titolata Donne. L’assenza delle donne dal contesto politico spagnolo è allora totale e desolante e va imputata anche alla loro volontaria resistenza al cambiamento.

“Nessuno può pensare che la donna abbia colmato la sua ansia liberatrice con la cosiddetta emancipazione economica. No, perché questa emancipazione è piuttosto un insuccesso del quale la donna si dovrà consolare con ben più alte realizzazioni. L’ideale femminista, per usare il vecchio termine, sta al di là della emancipazione economica, che non è altro che un primo passo tristemente necessario”.
E avverte:
“Di fronte a questo cambiamento femminile l’uomo si impaurisce ed avverte una nostalgia malinconica per quei tempi in cui le donne non avevano altra occupazione che quella di soddisfare le sue esigenze erotiche e domestiche. E’ stato così rapido il cambiamento della donna nelle sue esigenze che l’uomo, sconcertato, inadeguato, non è in grado o non vuole, in genere, soddisfarle”.

ilsussidiario.net | il quotidiano approfondito

Postato da: giacabi a 12:57 | link | commenti
seneca, zambrano

domenica, 02 gennaio 2011

L'amicizia
***
Non c'è nulla che possa rasserenarti l'animo quanto un amico fidato. È un gran conforto poter disporre di una persona dal cuore così pieno di affetto da potervi riversare tranquillamente ogni segreto, dalla coscienza così aperta da metterti a tuo agio più di quanto tu non ti senta con la tua, la cui voce lenisca le tue ansie, il cui consiglio aiuti le tue decisioni e il cui buonumore disperda la tua tristezza; una persona, insomma, la cui sola presenza ti rallegri e ti rassicuri
(Seneca)

Postato da: giacabi a 19:55 | link | commenti (2)
amicizia, seneca

mercoledì, 17 settembre 2008

Per essere felice
***
“Non può vivere felice chi guarda esclusivamente a se stesso, chi volge ogni attenzione ai propri interessi: è importante vivere per un altro, se vuoi vivere per te stesso.”
Seneca Lettere morali a Lucilio

Postato da: giacabi a 16:07 | link | commenti
seneca, felicità

lunedì, 15 settembre 2008


L'educazione
***
La via d’imparare è lunga se si va per regole, breve ed efficace se si procede per esempi.
Seneca

Postato da: giacabi a 21:01 | link | commenti
educazione, seneca


La vera eredità
***
Io ho quel che ho donato.
“Hoc habeo, quodcumque dedi.”
Seneca


Postato da: giacabi a 20:49 | link | commenti
seneca

venerdì, 13 giugno 2008

Il tempo

***
                                                                                     
Voi vivete come se doveste vivere sempre, non pensate mai alla vostra fragilità, non volete considerare quanto del vostro tempo è già trascorso; buttate via il tempo come se lo attingeste da una fonte inesauribile: mentre, forse, quel giorno che voi regalate a una persona o a un affare, è l'ultimo per voi. Avete paura di tutto perché vi sapete immortali.
Molte volte si sente dire: "A cinquant'anni mi ritirerò a vita privata, coi sessanta abbandonerò ogni impegno". Ma chi ti garantisce che vivrai ancora? Come puoi essere sicuro che tutto andrà nel modo previsto? E poi
non ti vergogni di riservare a te solo gli avanzi della tua vita, di dedicare al tuo equilibrio interiore solo il tempo che ormai non può essere impiegato per nessuna attività? E' troppo tardi cominciare a vivere quando ormai è ora di smettere.
Seneca
Tutti sono avari quando si tratta di tenersi ben stretto il patrimonio, ma sono generosissimi nel buttar via il tempo: e pensare che questa è l'unica cosa di cui sarebbe molto decoroso essere avari!
Seneca
 Cerchiamo che ogni momento ci appartenga: ma non sarà possibile, se, prima, non cominceremo noi ad appartenere a noi stessi.
Seneca



Postato da: giacabi a 15:24 | link | commenti
seneca

lunedì, 26 maggio 2008

Il tempo che scorre
***
«Dammi retta, Lucilio, dedicati un po’ a te stesso e tieni da conto, tutto per te, il tempo che finora ti lasciavi portar via, in un modo o nell’altro, o, comunque, perdevi. È proprio così, credimi: il tempo ci viene tolto o sottratto, quasi a nostra insaputa, oppure ci sfugge non si sa come. E la cosa più indecorosa è perderlo per trascurata leggerezza. Prova a pensarci: gran parte della vita ci scappa via mentre agiamo in modo sbagliato, la maggior parte mentre stiamo senza far niente, e l’intera esistenza trascorre in occupazioni inutili e che non ci riguardano veramente. Trovami, se sei capace, uno che dia al tempo il giusto valore, che capisca quanto può essere importante una giornata, che si renda conto che noi moriamo un po’ ogni giorno! Perché questo è il punto: noi pensiamo alla morte come a qualcosa che sta davanti a noi, mentre in gran parte è già alle nostre spalle: tutta l’esistenza trascorsa è già in suo potere. Allora, caro Lucilio, fa’ come mi scrivi: tieni stretto il tuo tempo ora per ora; dipenderai meno dal futuro, se avrai in pugno il presente. Mentre rimandiamo le nostre scadenze, il tempo passa. Tutto ci è estraneo, Lucilio, solo il tempo è veramente nostro: l’unica cosa di cui la natura ci ha fatto padroni; ma è passeggera e instabile, e chiunque può estrometterci da questa proprietà. Che sciocchi gli uomini! Quando ottengono da qualcuno delle inezie di nessun valore, facili da rimpiazzare, sono pronti a farsele mettere in conto; ma non c’è nessuno che si senta in debito, se gli si concede del tempo; eppure questa è l’unica cosa che non si può restituire, nemmeno se si prova grande riconoscenza.»
Seneca, Epist. Ad Luc. I^


Postato da: giacabi a 17:01 | link | commenti
seneca

venerdì, 09 novembre 2007

La sete di infinito
***

Questo malessere spirituale è più grave quando l'uomo, insoddisfatto di una operosità infelice, si rifugia nella tranquillità e nello studio privato; ma neppure questo riesce a sopportare l'animo umano, fatto per la vita pubblica, bramoso d'agire e inquieto per natura, in quanto ha scarso conforto in se stesso; perciò, abbandonate le soddisfazioni che l'impegno offre a chi non si risparmia, l'uomo non sopporta la casa, la solitudine, le mura: malvolentieri si accorge di essere abbandonato a se stesso. " Di qui nasce la noia e l'insoddisfazione di sé e la volubilità dell' anima che non trova pace, e la sopportazione amara e penosa della propria inazione, soprattutto quando ci vergogniamo di ammettere le cause e il rispetto umano ci costringe a tener dentro i tormenti: le brame, chiuse senza sbocco in spazio angusto, si soffocano da sole. Di qui la tristezza e il languore e l'ondeggiare della mente incerta.
(Seneca, La tranquillità dell'anima, 2, ,,6 s)

Postato da: giacabi a 21:11 | link | commenti
tristezza, seneca, senso religioso

martedì, 21 agosto 2007

La grandezza dell’uomo
 ***
 È grande l'anima che si abbandona al destino: ma è meschina e vile se lotta contro di esso e disprezza l'ordine dell'universo e preferisce correggere gli dèi piuttosto che se stessa.
Seneca
 

Postato da: giacabi a 14:32 | link | commenti
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