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domenica 25 ottobre 2015

Il divorzio "sacramento" dell'adulterio

Il divorzio "sacramento"
dell'adulterio
Istruzione cattolica
Non comincio dal Vangelo, ma da Sofia Arnould, cantante francese. Essa ha definito il divorzio “il sacramento dell’adulterio”.


Il quale “sacramento” non fu voluto accettare da Alcibiade, uno degli uomini più intelligenti e stravaganti che ebbe l’antica Grecia. La moglie Ipparata, afflitta per le di lui scappatelle, si recò dall’arconte per chiedere il divorzio. Ma Alcibiade, avvertito, arrivò dal magistrato nel tempo stesso della sposa; senza lasciarla parlare, la prese per la vita, la sollevò, se la caricò sulla spalla e se la portò a casa, affermando: “Senza di te non possiamo vivere né io né i nostri figli”.

Andando più in là di Alcibiade, penso che l’amore matrimoniale sia donazione di sé all’altro, ma così intima e nobile, così ideale e fiduciosa, che da una parte pretende tutto, dall’altra esclude tutti. Quell’amore è amore decapitato, se ammette riserve, provvisorietà e rescindibilità. Sicché il divorzio è una spada di Damocle sull’amore dei coniugi: genera incertezza, timore, sospetto. “Domani forse mi lascerà! Forse andrà con quella che gli fa oggi da segretaria, così giovane, così graziosa, così istruita!”. Il convivere stesso non è più abbandono fiducioso e donazione serena di sé, ma trepidazione, difesa istintiva, preparazione a un domani diverso. Anche la maternità suscita timori (“Perché mettere al mondo dei figli, se domani ci separiamo”). Perfino i momenti dell’intimità sono solcati da tristi baleni (“E se domani un’altra viene a sapere, beffandomi, di quanto succede tra noi”).

Il divorzio toglie aiuti e salvaguardie necessarie alla nostra debolezza. Noi infatti non siamo degli angeli, anche nelle coppie più fortunate sono inevitabili le difficoltà: piccole crisi, malintesi, litigi, disaccordi, esplosioni di temperamento, parole che scappano ad una sposa stanca e suscettibile. Se non c’è divorzio in prospettiva, si cerca di superare questi momenti di tensione e di evitarli in avvenire. “Mi piace quella donna, ma bisogna che mi trattenga; sono legato per sempre”. “Farei la civetta con quell’uomo, ma è sposato; non ne verrebbe che una relazione irregolare e disonorante; meglio lasciar perdere”.

Cerco di spiegarmi meglio. Può succedere che uno sposo o una sposa – anche buoni – siano presi improvvisamente e inspiegabilmente da una passione veemente. Qual è la forza in quel momento di crisi? Questa: sapere che tentazioni del genere neppure si discutono, ma vanno tagliate con taglio netto, subito. Qual è, invece, la debolezza? Questa: poter dire a sé stessi che, insomma, cedendo ci si mette bensì fuori regola davanti a Dio, ma che c’è il mezzo di tenere la testa alta davanti agli uomini.

Il divorzio civile è proprio questo: il mezzo offerto dalla legge per tenere la testa alta davanti alla società, nonostante in coscienza si sia fuori posto. “Sacramento dell’adulterio”. Aveva ragione Sofia Arnould. Almeno in certi casi.

Più dell’uomo, nel divorzio, è vittima la donna. Lui, anche se ha cinquant’anni, specie se ben provvisto di denaro, trova facilmente una donna giovane, piacente, con cui “rifarsi una vita”. Ma lei? Specialmente se è un po’ sciupata, perché ha dato tutto al marito, al lavoro, ai figli, chi la vuole? Eccola dunque buttata via come un limone spremuto, destinata quasi sempre o a una solitudine piena di tristezza o a una vita di costumi non buoni.

“Ma oggi la donna ha più indipendenza, mi sono sentito dire, lavora fuori casa con assicurazione e prospettive di pensione. Se innocente, ha anche l’assegno dell’ex marito”. Tutto quel che volete, ma non si vive di solo pane, specialmente quando ci si era dedicati con tutto il proprio essere a un ideale, che si identifica con una persona. Ho visto di recente lo strazio di una madre separata dal marito, cui è concesso di avere il figlio quindicenne per due sole ore alla settimana. Essa non fa invidia davvero!

Ho accennato ai figli. Alla tragedia. Il pulcino, quando è maturo, rompe col becco il guscio dell’uovo e salta fuori. E già vestito, dopo pochi giorni mangia da sé, si cerca il becchime; ed è in grado di percorrere la propria via per conto suo, indipendentemente dalla chioccia che l’ha covato e badato. Non così i nostri bambini. Non è neppure nato il figlio, e la mamma si affanna e i genitori cominciano a spendere per il corredino. Nato, si continua a spendere per lui: abitini, calzette, minuscole scarpe, biancheria… Poi vengono giocattoli e libri. A quattordici anni, il figlio frequenta ancora la media e i genitori spendono per scuola e ripetizioni. E i denari sono ancora il meno: aumentano, col passare del tempo, le preoccupazioni: e gli esami, e il posto di lavoro, e la riuscita negli studi, e il livello di vita, e il matrimonio. Spesso il figlio ha 25 anni e grava ancora sulle spalle dei genitori, che pagano i suoi studi all’università.

Ho detto “i genitori”. Intendo tutti e due; intendo i suoi genitori. Intendo dire che egli non solo ha bisogno di una famiglia, ma della sua famiglia.

Mettiamo ora che la famiglia si rompa: padre di qua, madre di là. Con chi va il figlio? Col padre? Ed allora, anche con una pseudo-matrigna: ma non potrà dimenticare la madre vera e comincerà presto a giudicare il padre. A quattordici anni, con le parole o con l’atteggiamento, gli dirà: “Perché è qui costei? Che cosa hai fatto di mia madre?”. In questa situazione, com’è possibile al padre aver prestigio sul figlio? Va invece colla madre? Se rimane sola, sarà essa capace di dirigere, senza suo marito, la formazione di un ragazzo, che sta diventando uomo? Se accanto a lei ci sarà uno pseudo-patrigno e degli pseudo-fratelli, ritorniamo allo sbocco accennato sopra: dramma intimo e avviamento a una vita tormentata.


Tutti motivi sentimentali sono anche i casi pietosi e drammatici, che si portano per legittimare il divorzio. D’accordo, questi casi esistono e meritano tanta compresione. Restano, però, casi eccezionali e non conviene che una legge statale, per rimediare le eccezioni, metta in pericolo tutta una comunità. È la tesi del romanzo Un divorzio diPaul Bourget. Sulla nave è scoppiato il colera e le autorità del porto impediscono lo sbarco a tutti i passeggeri. Ma uno di questi si fa avanti: “Signor capitano, ho a terra il papà in fin di vita, m’ha chiamato dall’America con telegramma, devo vederlo ad ogni costo; ne va di mezzo anche l’eredità per me e per miei figli, mi lasci scendere!”. “Mi duole tanto, risponde il capitano, ma non posso: non devo, per aiutare te, esporre una intera città al pericolo del contagio!”.

Negli stati divorzisti è avvenuto. “È solo una piccola apertura”. Invece, nessuno è stato più capace di chiudere la porta e di mettere un freno al divorzio dilagante. Per forza: indotto una volta il costume divorzista, fare divorzio è come bere un bicchiere d’acqua.

Ho scritto, lo ripeto, non a lume di Vangelo, ma – penso – di senso comune.

Questo documento di Giovanni Paolo I, scritto il 12 aprile 1974, quando era ancora patriarca di Venezia, è tratto dalla rivista “Humilitas” del Novembre 1989.

lunedì 27 agosto 2012

Il Sapone cattolico

 Il Sapone cattolico
 ***
E' madre anche la Chiesa. Se è continuatrice di Cristo e Cristo è buono: anche la Chiesa deve essere buona; buona verso tutti; ma se per caso, qualche volta ci fossero nella Chiesa dei cattivi? Noi ce l'abbiamo, la mamma. Se la mamma è malata, se mia madre per caso diventasse zoppa, io le voglio più bene ancora. Lo stesso, nella Chiesa: se ci sono, e ci sono, dei difetti e delle mancanze, non deve mai venire meno il nostro affetto verso la Chiesa. Ieri - e finisco - mi hanno mandato il numero di « Città Nuova »: ho visto che hanno riportato, registrandolo, un mio brevissimo discorso, con un episodio. Un certo predicatore Mac Nabb, inglese, parlando ad Hyde Park, aveva parlato della Chiesa. Finito, uno domanda la parola e dice: belle parole le sue. Però io conosco qualche prete cattolico, che non è stato coi poveri e si è fatto ricco. Conosco anche dei coniugi cattolici che hanno tradito la loro moglie; non mi piace questa Chiesa fatta di peccatori. Il Padre ha detto: ha un po' ragione, ma posso fare un'obiezione? - Sentiamo - Dice: scusa, ma sbaglio oppure il colletto della tua camicia è un po' unto? - Dice: sì, lo riconosco. - Ma è unto, perché non hai adoperato il sapone, o perché hai adoperato il sapone e non è giovato a niente? No, dice, non ho adoperato il sapone. Ecco. Anche la Chiesa cattolica ha del sapone straordinario: vangelo, sacramenti, preghiera. Il vangelo letto e vissuto; i sacramenti celebrati nella dovuta maniera; la preghiera ben usata sarebbero un sapone meraviglioso capace di farci tutti santi. Non siamo tutti santi, perché non abbiamo adoperato abbastanza questo sapone. Vediamo di corrispondere alle speranze dei Papi, che hanno indetto e applicato il Concilio, Papa Giovanni, Papa Paolo. Cerchiamo di migliorare la Chiesa, diventando noi più buoni. Ciascuno di noi e tutta la Chiesa potrebbe recitare la preghiera ch'io sono solito recitare: Signore, prendimi come sono, con i miei difetti, con le mie mancanze, ma fammi diventare come tu mi desideri.
Io devo dire una parola anche ai nostri cari ammalati, che vedo lì. Lo sapete, Gesù ha detto: mi nascondo dietro a loro; quello che viene fatto a loro vien fatto a me. Quindi nelle loro persone noi veneriamo il Signore stesso e auguriamo che il Signore sia loro vicino, li aiuti, e li sostenga.
A destra invece ci sono gli sposi novelli. Hanno ricevuto un grande sacramento; facciamo voti che questo sacramento ricevuto sia veramente apportatore non solo di beni di questo mondo, ma più di grazie spirituali. Nel secolo scorso c'era in Francia Federico Ozanam, grande professore; insegnava alla Sorbona, ma eloquente, ma bravissimo! Suo amico era Lacordaire, il quale diceva: « E' così bravo, è così buono, si farà prete, diventerà un vescovone, questo qui! ». No! Ha incontrato una brava signorina, si sono sposati. Lacordaire c'è rimasto male, e ha detto: « Povero Ozanam! E' cascato anche lui nella trappola! ». Ma due anni dopo, Lacordaire venne a Roma, e fu ricevuto da Pio IX. « Venga, Padre, - dice - venga. Io ho sempre sentito dire che Gesù ha istituito sette sacramenti: adesso viene Lei, mi cambia le carte in tavola; mi dice che ha istituito sei sacramenti, e una trappola! No, Padre, il matrimonio non è una trappola, è un grande sacramento! ». Per questo facciamo di nuovo gli auguri a questi cari Sposi; che il Signore li benedica!
Giovanni Paolo I

© Copyright 1978 - Libreria Editrice Vaticana

martedì 7 agosto 2012

Continuità o rottura, il senso della libertà religiosa.

 Così il futuro Giovanni Paolo I ha vissuto il Concilio

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Andrea Tornielli Città del Vaticano

Le celebrazioni per il cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio ecumenico Vaticano II, previste per il prossimo ottobre, cadono in un momento nel quale l’interpretazione dei testi conciliari è un tema d’attualità nella vita della Chiesa, dopo l’ormai celebre discorso di Papa Ratzinger (dicembre 2005) sulla corretta ermeneutica e il permanere del dissenso sia sul fronte progressista che su quello tradizionalista.


L’11 ottobre 1962, alla cerimonia di apertura, c’era anche un giovane prelato, consacrato Vescovo di Vittorio Veneto dallo stesso Giovanni XXIII quattro anni prima. Era Albino Luciani, e sarebbe stato il primo Papa ad aver vissuto da vescovo il Concilio e ad averlo applicato nelle sue diocesi. È interessante innanzitutto notare (come ha fatto Marco Roncalli nella sua recente e corposa biografia su Luciani, edita da San Paolo) che cosa l’allora vescovo di Vittorio Veneto avesse auspicato nel testo inviato a Roma durante la fase preparatoria. Luciani, nel suo voto, auspicava che il futuro Concilio mettesse in luce l’«ottimismo cristiano» insito nell’insegnamento del Risorto, contro «il diffuso pessimismo» della cultura relativistica, denunciando una sostanziale ignoranza delle «cose elementari della fede».

Il futuro Papa non aveva manifestato particolare interesse per i temi «tecnici» relativi a nuovi modi di consultazione collegiali degli episcopati, e non aveva fatto alla questione biblica, ecumenica, ecclesiologica. Aveva posto invece a tema la necessità di tornare ad annunciare le «cose elementari della fede», notando già allora la crisi della trasmissione dei suoi contenuti, segno della secolarizzazione.


Quanto all’interpretazione globale da dare al Concilio, monsignor Luciani si attesta su una linea che corrisponde pienamente a quell’ermeneutica della riforma nella continuità proposta da Benedetto XVI come la chiave interpretativa più corretta del Vaticano II. «Alla Chiesa cattolica – scriveva il vescovo di Vittorio Veneto – la fisionomia e le strutture sono state fissate, una volta per sempre, dal Signore e non si possono toccare. Semmai, si possono toccare le sovrastrutture: ciò che non Cristo, ma i papi o i concili o i fedeli stessi hanno introdotto ieri, può essere tolto o mutato oggi o domani. Hanno introdotto ieri un certo numero di diocesi, un certo sistema nel dirigere le missioni, nel preparare i sacerdoti, hanno usato un certo tipo di cultura? Si può cambiare e si potrà dire: “La Chiesa che esce dal Concilio è ancora quella di ieri ma rinnovata”. Mai si potrà, invece, dire: “Abbiamo una Chiesa nuova, diversa da quella di ieri”»

Ma è interessante anche notare il modo in cui Luciani visse il lungo processo che portò alla promulgazione della dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa «Dignitatis humanae». «La libertà religiosa, rettamente intesa, però – scriveva Luciani – perché non avessimo a capire a rovescio. Tutti siamo d’accordo che c’è una sola vera religione, e chi la conosce è obbligato a praticare quella e basta. Ma, detto questo, ci sono anche altre cose che sono giuste e bisogna dirle. Cioè, chi non è convinto dal cattolicesimo ha il diritto di professare la sua religione per più motivi.

Il diritto naturale dice che ciascuno ha il diritto di cercare la verità. Ora guardate che la verità, specialmente religiosa, non si può cercarla chiudendosi in una stanza e leggendo qualche libro. La si cerca seriamente parlando con gli altri, consultandosi... Si dice per modo di dire i diritti della verità, ma ci sono solo persone fisiche o morali che non hanno diritto di cercare la verità. Quindi non abbiate paura di dare uno schiaffo alla verità quando date a una persona il diritto di usare della sua libertà»

«La scelta della religione deve essere libera spiegava ancora il vescovo di Vittorio Veneto – quanto più è libera e convinta, tanto più chi l’abbraccia se ne sente onorato. Questi sono i diritti, i diritti naturali. Ora, non c’è un diritto al quale non corrisponda anche un dovere. I non cattolici hanno il diritto di professare la loro religione, e io ho il dovere di rispettare il loro diritto: io privato, io prete, io vescovo, io Stato».


Concludeva Luciani: «Qualche vescovo si è spaventato: ma allora domani vengono i buddisti e fanno la loro propaganda a Roma, vengono a convertire l’Italia. Oppure ci sono quattromila musulmani a Roma: hanno diritto di costruirsi una moschea. Non c’è niente da dire: bisogna lasciarli fare. Se volete che i vostri figli non si facciano buddisti o non diventino musulmani, dovete fare meglio il catechismo, fare in modo che siano veramente convinti della loro religione cattolica».


«Dovete fare meglio il catechismo», cioè annunciare nuovamente la fede cristiana senza dare nulla per scontato. Una prospettiva che Benedetto XVI ha ben presente e che ha indicato come prioritaria nell’Anno della Fede.

domenica 19 febbraio 2012

Papa Luciani


Il vero dramma della “chiesa moderna”

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Il vero dramma della Chiesa che ama definirsi moderna, è il tentativo di correggere lo stupore dell’evento di Cristo con delle regole. Qui sta la debolezza dell’annunzio cristiano oggi: ci sono troppe istruzioni per l’uso. Il metodo con cui il cristianesimo avviene e si trasmette non è un discorso con cui essere più o meno d’accordo, ma un avvenimento, un incontro umano, una cosa viva”.
Giovanni Paolo I



Postato da: giacabi a 18:46 | link | commenti
stupore, papa luciani

lunedì, 11 dicembre 2006


 

Fonte: indice
A Gilbert K. Chesterton

In che razza di mondo...


Caro Chesterton,

sul video della televisione italiana è apparso nei passati mesi Padre Brown, imprevedibile prete-poliziotto, creatura tipicamente tua. Peccato che non siano anche apparsi il professor Lucifero e il monaco Michele. Li avrei visti volentieri, come tu li hai descritti ne "La sfera e la croce", viaggianti in aeroplano, seduti l'uno di fronte all'altro, Quaresima davanti a Carnevale.
Quando l'aereo è sopra la cattedrale di Londra, il professore scaglia una bestemmia all'indirizzo della Croce.
- Sto pensando se questa bestemmia ti giovi - gli dice il monaco. - Senti questa storia: io ho conosciuto un uomo come te; anche lui odiava il crocifisso; lo bandì da casa sua, dal collo della sua donna, perfino dai quadri; diceva che era brutto, simbolo di barbarie, contrario alla gioia e alla vita. Diventò più furioso ancora: un giorno s'arrampicò sul campanile di una chiesa, ne strappò la croce e la scagliò dall'alto.
Andò a finire che questo odio si trasformò in delirio prima e poi in furiosa pazzia. Una sera d'estate s'era fermato, fumando la pipa, davanti ad una lunghissima palizzata; non brillava una luce, non si muoveva una foglia, ma egli credette di vedere la lunga palizzata tramutata in un esercito di croci
, legate l'una all'altra su per la collina, giù per la valle. Allora, roteando il bastone, mosse contro la palizzata, come contro una schiera di nemici; per quanto era lunga la strada, strappò, spezzò, sradicò tutti i pali che incontrava. Odiava la croce ed ogni palo era per lui una croce. Arrivato a casa, continuò a veder croci dappertutto, pestò i mobili, appiccò il fuoco e l'indomani lo trovano cadavere nel fiume.
A questo punto, il professore Lucifero guarda il vecchio monaco mordendosi le labbra e dice: "Questa storia te la sei inventata!". "Sì, risponde Michele, l'ho inventata adesso; ma essa esprime bene quello che state facendo tu ed i tuoi amici increduli. Voi cominciate con lo spezzare la croce e finite col distruggere il mondo abitabile.
La conclusione del monaco, che è poi la tua, caro Chesterton, è giusta.
Togliete Dio, cosa resta, cosa diventano gli uomini? in che razza di mondo ci riduciamo a vivere? - Ma è il mondo del progresso, sento dire, il mondo del benessere! - Sì, ma questo famoso progresso non è tutto quel che si sperava: esso porta con sé anche i missili, le armi batteriologiche e atomiche, l'attuale processo di inquinamento, tutte cose che - se non si provvede in tempo - minacciano di portare l'umanità intera a una catastrofe.
In altre parole il progresso con uomini che si amino, ritenendosi fratelli e figli dell'unico Padre Dio, può essere una cosa magnifica. Il progresso con uomini che non riconoscono in Dio un unico Padre, diventa un pericolo continuo: senza un parallelo processo morale, interiore e personale, esso - quel progresso - sviluppa, infatti, i più selvaggi fondacci dell’uomo, fa di lui una macchina posseduta da macchine, un numero maneggiatore di numeri, “un barbaro in delirio - direbbe Papini - che invece della clava può servirsi delle immense forze della natura e della meccanica per soddisfare i suoi istinti predaci, distruttori ed orgiastici”………
Da:Illustrissimi di Papa Luciani