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lunedì 17 giugno 2024

Aborto

 


Aborto, la sinistra tradisce pure Berlinguer

Il presidente francese Macron ha sollevato la questione dell’aborto al G7 (uscendone sconfitto) per propaganda personale. Ma ne è scaturito un assalto politico del Pd e dei giornaloni a Giorgia Meloni. Perché? La legge sull’aborto c’è già, dunque su cosa nasce lo scontro? La polemica iniziò alla nascita dello stesso governo Meloni, quando la premier affermò di non voler toccare la legge 194, ma di volerla (...) applicare integralmente, anche nelle parti che possono aiutare la donna a decidere di non abortire.

Da allora, incredibilmente, i partiti di sinistra attaccano la premier che – a loro avviso – attenterebbe al “diritto di abortire”. In realtà lei fa riferimento proprio alla filosofia della legge 194, votata dal Pci, filosofia che dal partito guidato da Enrico Berlinguer fu particolarmente enfatizzata. Ma che oggi il Pd e la sinistra hanno rinnegato. Così, paradossalmente – oggi è la Meloni – non la Schlein- che può citare le parole di Berlinguer, molto imbarazzanti per il Pd. Se la Meloni indicesse una manifestazione con il titolo “Perché nel futuro dei giovani non ci sia più l’aborto”, cosa accadrebbe? La sinistra si solleverebbe immediatamente. Eppure era proprio questo il titolo della manifestazione del Pci, a Firenze, il 26 aprile 1981, con Berlinguer, che definì tale parola d’ordine «bella e giusta».

Si era nella campagna referendaria sull’abrogazione di alcune parti della legge 194 e il Pci difendeva energicamente quella legge. Berlinguer, in quel comizio, disse parole che – se fossero pronunciate oggi dalla Meloni - scatenerebbero il finimondo: «Anzitutto deve essere chiaro a noi stessi e agli altri» disse il Segretario del Pci «che noi, in quanto fautori della legge 194 e anche in quanto comunisti, non difendiamo l’aborto, non lottiamo per la libertà di abortire, non riteniamo l’aborto una conquista civile, né tantomeno un fatto positivo. Così come la legge non approva, né favorisce in alcun modo l’aborto, così come le donne che hanno lottato per la fondazione di questa legge, e la società, lo Stato che tale legge hanno promulgato, non promuovono, né accettano, né approvano l’aborto».

Dopo tale premessa – che oggi sarebbe esplosiva – Berlinguer spiegò che la legge riconosce l’esistenza della piaga dell’aborto e, pur rendendolo legale e assistito, cerca «con opportuni strumenti legislativi di contenerne i guasti e di avviare mutamenti culturali e mutamenti sociali che tendano gradualmente a farlo scomparire come atteggiamento culturale e come fatto sociale. Noi non siamo dunque abortisti, l’aborto resta per noi un male».

Poi il leader del Pci rivendicò la parte positiva della 194: «Con la legge si dà inizio per la prima volta all’opera fondamentale della prevenzione. La legge ha avviato così l’unico modo possibile per ridurre l’aborto e giungere, gradualmente certo, alla sua scomparsa». Perciò abolire la legge – disse – «vorrebbe dire rendere assolutamente inutile ogni opera di prevenzione o di dissuasione dall’aborto». Berlinguer tornò a riprendere, enfatizzandolo, questo tema – che è esattamente ciò che oggi la sinistra contesta alla Meloni – e disse: «La legge per la prima volta mette in essere un’opera di prevenzione rivolta al superamento dell’aborto. Naturalmente è un’opera di lunga lena e richiede che si lavori in molte direzioni. Anzitutto bisogna creare strutture adeguate in tutto il Paese».

Infine aggiunse: «La legge è solo un primo passo sulla via della prevenzione e quindi del superamento dell’aborto. (...) La vita sia della donna che del nascituro sarà tutelata solo quando verrà posto in atto tutto un complesso di leggi e di strutture nuove in tutti i settori della vita sociale. Solo una radicale e nuova scelta politica e culturale potrà liberare progressivamente la donna dal bisogno di abortire e quindi tutelare sufficientemente la vita sia della madre che del concepito».
Naturalmente anche in campo laico si levarono diverse voci contro questa impostazione, cioè contro la legge 194.

Per esempio Norberto Bobbio fu critico con la legge, contestandola da filosofo del diritto, e si espresse in difesa della vita del nascituro in base alla morale laica e umanista. Ma quello che tutti condividevano con i cattolici – sia Berlinguer, che Bobbio, che Pasolini – era il giudizio sull’aborto in sé ritenuto un male, una tragedia sia per la donna che per il concepito. La legge 194 fu confermata dal referendum con la convinzione – illustrata da Berlinguer – che fosse un mezzo per limitare un male, per renderlo meno traumatico e per avviarsi alla sua prevenzione fino alla sua scomparsa.

Ma di recente è accaduto qualcosa di segno opposto. Decidere – come ha fatto Macron in Francia – di inserire addirittura l’aborto nella Costituzione francese significa trasformarlo in un valore positivo da promuovere. Macron, con la velleità napoleonica di guidare il mondo, ha poi ottenuto che pure il Parlamento europeo si esprimesse in tal senso e hanno votato con lui i partiti italiani del centrosinistra. Con questa ideologia l’aborto non è più un male da contenere e prevenire, ma diventa un valore positivo. Ciò contraddice Berlinguer, la storia della sinistra e le leggi che negli anni Settanta legalizzarono l’aborto.

Anche in Francia. Giuseppe Anzani ha ricordato che «la legge ottenuta nel 1975 da Simone Veil», quella ancora in vigore, «fu accompagnata da queste sue parole: “Nessuno può provare soddisfazione profonda nel difendere un testo simile su questo tema: nessuno ha mai contestato che l’aborto sia un fallimento e un dramma”». Contro l’aborto si sono espressi i Papi, da Giovanni Paolo II a papa Francesco, e autorevoli laici come Norberto Bobbio (padre del pensiero progressista). Ma, quanto alla legge, la Meloni, per la sua battaglia di oggi, può rifarsi a Simone Veil e, nel concreto dell’applicazione della 194, addirittura a quel Berlinguer che la Schlein ha rappresentato sulla tessera 2024 del Pd, ma che, di fatto, ha rinnegato preferendogli Macron, portando così il Pd e la sinistra nel baratro nichilista

Antonio Socci

Da :Libero 17-06-2024

domenica 6 agosto 2023

DUE COSE CHE MCLUHAN HA DA DIRE (ALLA CHIESA E A TUTTI) SU GESU'


DUE COSE CHE MCLUHAN HA DA DIRE
 (ALLA CHIESA E A TUTTI) SU GESU'

SCRITTO IL 5 AGO 2023
Antonio Socci   Libero 

Il famoso teorico della comunicazione

Marshall McLuhan (1911-1980) e tanto

spesso citato quanto poco letto.

Dovunque si sente ripetere la sua

metafora del "villaggio globale" o la

sua celebre definizione "il mezzo è il

messaggio"

Concetto compreso poco e male, 
a proposito del quale McLuhan afferma
 "in Gesù Cristo non ci fu distanza tra il
mezzo e il messaggio, anzi è l'unico 
caso in cui si possa dire che il mezzo e
il messaggio s'identificano

perfettamente"

Infatti non c'è una "filosofia" del
Vangelo che prescinda dalla persona 
di Cristo. Nessun suo 'insegnamento-
quello dell'amore o le Beatitudini o il
concetto di Regno di Dio - si può
isolare da lui perché "e" la sua stessa
persona
Da lui deriva e a lui rimanda tutto ciò
che è vero, buono o bello Sono tessere 
del mosaico che è lui stesso e non si
possono capire né vivere se non
guardando lui e seguendo lui
"Suggerisco che la nostra fede
nell'Incarnazione" dice McLuhan
"abbia un'immediata rilevanza
sull'arte, la scienza e la filosofia. Con
l'Incarnazione tutti gli uomini sono
stati portati nella poesia di Dio, la
Ragione Divina, la Parola, il Figlio.
 Ma solo i Cristiani lo sanno. E sapendolo,
la nostra poesia, il nostro potere di
incarnazione e trasformazione del
mondo, diventano un assaggio
dell'Incarnazione Divina e del
Vangelo"

Parlando alla Chiesa di oggi.
preoccupata soprattutto di inventare
 "i mezzi", i modi, i metodi, il linguaggio
per evangelizzare (con l'ansia 
di non essere abbastanza moderna
 e attuale). McLuhan - che fu peraltro un
consultore al Concilio Vaticano II - la
invita a smettere di considerare 
la comunicazione in se stessa e guardare
piuttosto a ciò che opera il messaggio
 l'avvenimento di Cristo che continua
ad accadere nel mondo


Infatti spiega "Dire che il Verbo si è fatto
 carne in Gesù Cristo, è
un'affermazione teologica, è la forma
 (nel senso di Gestalt). Ma dire che
Cristo raggiunge tutti gli uomini, i
vagabondi, i mendicanti, i reietti,
significa parlare del fondo,
cioè di tutta la moltitudine degli effetti
secondari che noi non afferriamo
facilmente. Infatti soltanto al livello
del cristianesimo vissuto il mezzo è
realmente il messaggio: solo su questo
piano lo sfondo e la forma si

incontrano"

Quindi l'Incarnazione, l'avvenimento 
di Cristo, la sua presenza "fra noi", è al
tempo stesso il contenuto dell'annuncio 
cristiano e la sua
concreta modalità di comunicazione Il
"mezzo" è la sua stessa presenza
 misteriosa nella storia.

Sono alcune delle considerazioni 
che troviamo nel volume che raccoglie suoi

testi e interviste "La luce e il mezzo.
 Riflessioni sulla religione"(Armando), 
curato da Eric McLuhan e Jacek
Szklarek, con un'introduzione di
Gianpiero Gamaleri Il libro racconta 
anzitutto come è
avvenuta la conversione di McLuhan
 Il figlio spiega: "Mio padre attribuiva
spesso la sua conversione
all'influenza di due scrittori, san
Tommaso d'Aquino e G. K. Chesterton"
Una conversione intellettuale?
 Non solo. Non si entra nella Chiesa perché
si è "d'accordo". Dice McLuhan
"Non sono arrivato alla Chiesa con supponenza. 
Sono entrato in ginocchio. È il solo modo per entrare.
Quando le persone iniziano a pregare,
hanno bisogno di verità: è tutto. Tu
non arrivi alla Chiesa per idee e
concetti, e non puoi abbandonarla per
un mero disaccordo. Ciò avviene per
una perdita di fede, una perdita di
partecipazione. Quando le persone
lasciano la Chiesa, possiamo dire che
hanno smesso di pregare. La Chiesa

non è un'istituzione intellettuale. È

un'istituzione sovrumana"


Antonio Socci
Da Libero 5 Agosto

sabato 5 giugno 2021

La grandezza di Cristo

 Immaginate che uno di questi giorni un intellettuale come Paolo Flores d’Arcais o Piergiorgio Odifreddi o Giulio Giorello o addirittura Eugenio Scalfari annunciasse di aver finora sbagliato strada e di essersi convertito.


In Italia (che è la patria del partito preso) sembra quasi impossibile. In America non lo è affatto.


E’ accaduto in questi ultimi anni – per fare un esempio – col filosofo Antony Flew che era il massimo esponente dell’ateismo filosofico nel mondo (con tutto il rispetto, immensamente più autorevole di tutti gli intellettuali italici citati all’inizio).


Perché e come questo grande pensatore è arrivato a bocciare tutto quello che aveva scritto a favore dell’ateismo e ad argomentare la sua raggiunta certezza razionale dell’esistenza di Dio lo si può leggere nel suo formidabile libro, “There is a God”.


All’origine della sua conversione – come ha spiegato – c’è stata la decisione che prese da giovane in base al principio socratico: “seguire l’evidenza ovunque essa possa condurre”.


Ebbene, l’evidenza – soprattutto quella scientifica, attraverso Einstein – lo ha condotto a Dio.


Questo filosofo dimostra una totale libertà dai preconcetti, dal partito preso e una passione per la ricerca della verità che difficilmente si trovano nel nostro establishment intellettuale.


In questi giorni negli Stati Uniti è accaduto un altro caso che ha fatto impressione (e che è stato riferito nei dettagli dall’agenzia Zenit di cui qui mi avvalgo).


Stavolta la protagonista è una giovane intellettuale, una filosofa di Yale, Leah Libresco, collaboratrice dell’Huffington Post e popolare punto di riferimento del “Patheos Atheist Portal”.


Ebbene adesso questo blog “ateista”, seguito da migliaia di persone, ha cambiato nome ed è diventato “Patheos Catholic channel”.


La clamorosa conversione è stata annunciata dalla stessa Leah il 18 giugno scorso e ha scatenato milioni di commenti.


Delusi e contrariati i suoi sostenitori. Entusiasti i credenti – un tempo suoi avversari – qualcuno dei quali le ha scritto: “sono felice per te. Ho pregato tanto. L’avventura è appena cominciata”.


Leah descrive con semplicità il suo itinerario intellettuale e umano: “Per anni ho tentato di argomentare da dove derivasse la legge morale universale che riconoscevo presente in me”, una morale “oggettiva come lo è la matematica e le leggi fisiche”.


Aveva cercato questo fondamento in vari modi, nella filosofia, nella psicologia evolutiva, ma alla fine – con sua stessa sorpresa – si è arresa all’evidenza: questo fondamento stava solo nel cattolicesimo.


La Libresco, lealmente, riconosce: “non pensavo affatto che la risposta fosse lì”, ma “non potevo più nascondere che il cristianesimo dimostrasse meglio di ogni altra filosofia quello che riconoscevo già come vero: una morale dentro di me che però il mio ateismo non riusciva a spiegare”.


In queste parole dell’intellettuale americana c’è la stessa lealtà che ha portato alla conversione di Flew. E’ la stessa disponibilità ad abbandonare idee precedenti una volta riconosciute sbagliate.


La stessa libertà di abbracciare la verità dovunque essa si manifesti. D’altra parte diceva Eraclito: “Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspettavi”.


La Libresco – paladina dell’ateismo – non si sarebbe mai aspettata di diventare cattolica, ma oggi sta seguendo un corso per la preparazione al battesimo.


E alla Cnn che è andata a intervistarla ha confidato: “E’ bellissimo partecipare alla Messa e sapere che lì c’è Dio fatto carne, un fatto che spiega tante cose altrimenti inspiegabili”.


L’Huffington Post, riprendendo la Cnn, ha dato la notizia così: “Prominent atheist blogger converts to catholicism”.


Questa svolta nel pensiero e nella vita di Leah Libresco – essendo un’intellettuale – è stata alimentata dal suo incontro con le opere di alcuni grandi convertiti del Novecento, come Gilbert K. Chesterton, Clive S. Lewis e Alasdair MacIntyre.


E proprio in “Ortodossia” di Chesterton – che Leah indica fra le sue letture di conversione – si trova un pensiero che un po’ spiega il suo cammino: “Quando fantasticavo di stare in piedi da me solo” scriveva il grande inglese “mi trovavo in questa ridicola posizione: che mi appoggiavo, senza saperlo, a tutto il Cristianesimo”.


Ad accompagnare la Libresco in questa scoperta però è stato anche un altro incontro semplice e umano. Lo ha raccontato lei stessa.


Stava partecipando a un dibattito con gli studenti di Yale. Si discuteva sull’origine della legge morale. L’intellettuale ricorda che fu interrotta da uno studente che le chiedeva di dire quale fosse – secondo lei – il suo fondamento.


Lei rispose sinceramente di non saperlo. Lui la incalzò, ma lei non sapeva dare una giustificazione ragionevole a quei principi che sentiva assoluti.


A questo punto il ragazzo espose il suo punto di vista e – ricorda la Libresco – “io mi accorsi che, come lui, credevo che la morale fosse oggettiva, un dato indipendente dalla volontà umana”, qualcosa che faceva parte di “un ordine che qualcuno doveva aver pensato”.


Era la scoperta che la Verità esiste e non l’hanno inventata gli uomini, ma Colui che ha fatto gli uomini. Ora la Libresco scopriva che la Verità “che intuivo, è vivente e si è fatta uomo”. Lo annunciavano i cristiani da duemila anni.


A questo punto – sorprendente – l’intellettuale chiese al giovane: “dunque tu cosa suggerisci di fare?”. Lui le propose di pregare insieme e da allora l’ex filosofa atea prega ogni giorno i salmi dal libro delle ore, con quello studente “e anche da sola”.


La Libresco si è coinvolta con una comunità cattolica (perché la fede non si può vivere da soli), suscitando l’ovvio scandalo degli ambienti che frequentava prima, e oggi afferma: “sono felice”.


Sostiene che la fede cattolica “è ragionevole”, si sente “rinata” e con umorismo chestertoniano dice che il periodo più bello della vita è “quello in cui ti rendi conto che quasi tutto quello che ritenevi vero, in realtà è falso”.


Certo, un caso come questo non accade tutti i giorni. Soprattutto è raro trovare in un’intellettuale l’umiltà di imparare pubblicamente da uno studente e così addirittura capovolgere la propria vita.


Sicuramente gli intellettuali americani hanno anch’essi i loro difetti. Ma mostrano spesso questa qualità che sembra così difficile da reperire fra i nostri intellettuali: la libertà, la disponibilità ad avventurarsi alla scoperta della verità, dovunque essa porti.


Parlo della libertà vera, quella dai preconcetti, dalla propria immagine pubblica, dal partito preso e specialmente dalle ideologie che rappresentano il partito preso più pericoloso e oscurantista.


Sempre il solito Chesterton in “Ortodossia” osservava: “Di quanto la religione si allontana da noi, di altrettanto si allontana la ragione”.


 


Antonio Socci


Da “Libero”, 2 agosto 2012

domenica 4 ottobre 2020

“Indagine su Gesù”



“Indagine su Gesù”

(Rizzoli) Antonio Socci

                                                  

https://www.antoniosocci.com/non-piu-schiavi-ma-uomini-e-donne/



Un giorno, raccontava Chesterton, “un ateo molto leale con cui mi trovai a discutere fece uso di questa espressione: ‘Gli uomini sono stati tenuti in schiavitù per paura dell’inferno’. Gli ho fatto osservare che se avesse detto che gli uomini erano stati affrancati dalla schiavitù per paura dell’inferno, avrebbe almeno fatto riferimento a un inoppugnabile fatto storico” .

In effetti la sparizione della schiavitù – una delle più clamorose e stupefacenti rivoluzioni, conseguenti al cristianesimo (un evento unico in quanto la schiavitù esisteva da sempre, tanto da essere addirittura ritenuta naturale, un “diritto”) – ha avuto un motivo esclusivamente spirituale . 

Non c’è affatto una ideologia sociale o politica all’origine di questo sconvolgimento, ma un uomo: Gesù.

Il fatto che fin da Paolo sia stata proclamata la totale uguaglianza – in forza di Cristo – di ebrei e pagani, uomini e donne, schiavi e liberi e il fatto che, nel momento delle grandi conquiste e dell’apogeo del papato, il Successore di Pietro, l’amico di Gesù, abbia proclamato davanti al mondo, contro tutti gli appetiti delle potenze politiche ed economiche planetarie, che “Indios veros homines esse” , è una “rivoluzione”, un capovolgimento di mentalità che non si spiega certo con l’eredità della cultura classica (teorizzavano lo schiavismo sia i filosofi greci che il diritto romano), né era patrimonio della tradizione ebraica, tantomeno apparteneva alla cultura islamica.

Non era neanche – come qualcuno potrebbe credere – l’esito di un progresso civile, di un’evoluzione storica neutrale, perché – anzi – di lì a poco, con la frattura protestante, l’avvento della cultura laica, illuminista e l’indebolirsi della Chiesa, tornerà a dominare proprio l’ideologia schiavistica della diseguaglianza degli esseri umani. Addirittura giustificata con teorie scientifiche .

Dunque quella rottura storica, che andava contro le cosiddette “leggi di natura”, cioè le leggi del dominio, era tutta e solo dovuta all’irrompere di Gesù nella storia. 

Era dovuta al suo fare scudo agli uomini indifesi col suo stesso corpo, al suo mettersi al posto di tutte le vittime e di tutti i sofferenti, al suo espiare per ciascun uomo, perfino per i colpevoli. Nessuno uomo poteva più essere vulnerato, nel corpo o nell’anima. 

Come notava Léon Bloy: “Gesù sta al centro di tutto, assume tutto e si fa carico di tutto, tutto soffre. E’ impossibile colpire oggi un qualunque essere senza colpire lui, è impossibile umiliare qualcuno o annientarlo, senza umiliare lui, maledire o assassinare uno qualsiasi, senza maledire o uccidere lui”

C’è voluto un grande filosofo come René Girard per far capire la colossale rivoluzione portata nella storia umana dal racconto evangelico della vita e della morte di Gesù .

Così cambiò tutto. Nulla fu più come prima. Anche se ci vollero secoli. Kant era convinto che “il Vangelo fosse la fonte da cui è scaturita la nostra cultura”, tutto ciò che noi chiamiamo “la civiltà”.

Se Gesù non fosse nato, se non fosse stato fra noi – per fare qualche esempio - non ci sarebbero stati né l’Europa moderna (con tutto quello che ha dato al mondo, europeizzandolo), né più il ricordo e le opere dell’antichità greca e romana che furono custodite e tramandate dai monaci. 

Non ci sarebbe stata neanche la moderna economia , col suo inedito benessere perché sempre i monaci – seguendo Gesù lavoratore – nobilitarono il lavoro manuale, un tempo ritenuto prerogativa degli schiavi, al livello divino della preghiera, e trasformarono l’Europa devastata dalle invasioni barbariche e coperta di foreste selvagge e acquitrini, in un giardino fertile e rigoglioso. 

Come ebbe a dire Henry Goodel “i  monaci benedettini lungo un arco di 1500 anni salvarono l’agricoltura”. Quindi la sopravvivenza stessa dei popoli e il loro futuro. 

Un altro studioso aggiunse: “Dobbiamo ai monaci la ricostruzione agraria di gran parte dell’Europa” , con tutto ciò che comportò in termini di alimentazione, benessere, esplosione demografica. “Educatori economici”, li definì lo storico Henri Pirenne.

L’abolizione della schiavitù  portò all’invenzione (sostitutiva) di macchine per sfruttare l’energia idraulica che “i monaci usavano per battere il frumento, setacciare la farina, follare i panni e per la conciatura”  . 

Così, questa messa al bando della logica dei “sacrifici umani” (a cui apparteneva lo schiavismo), non solo non fece decadere la società, come riteneva Nietzsche, ma fece fare un balzo avanti nella tecnologia che produsse vantaggi straordinari e immensi progressi.  

I monaci insegnarono ai contadini a dissodare, bonificare, coltivare e irrigare e l’Europa divenne fertile. I monaci introdussero l’allevamento del bestiame e dei cavalli, “la fabbricazione della birra, l’apicoltura, la frutticoltura. Dovettero ai monaci la propria esistenza il commercio del grano in Svezia, la fabbricazione del formaggio a Parma, i vivai di salmone in Irlanda”   e tante altre cose. 

Citiamo – per fare un altro esempio - la produzione del vino e “la stessa scoperta dello champagne che si può far risalire a un monaco benedettino, Dom Perignon, dell’Abbazia di Saint Pierre a Hautvillers sulla Marna”  .

Sottolineo in particolare il vino perché è evidente la nobilitazione che ne fece Gesù il quale lo scelse, insieme al pane, addirittura per il sacramento della sua presenza misteriosa e quindi per la memoria di lui e del suo sacrificio.  

Grazie a questa fiorente agricoltura rifondata dai monaci l’Europa superò la sussistenza e fiorì il suo successivo progresso che umanizzò il mondo. 

Perfino la celebre bellezza del paesaggio italiano – specialmente della campagna umbra e toscana - porta il segno vivo del cattolicesimo che – secondo Franco Rodano - ha plasmato la “millenaria capacità contadina (conservata dalla Controriforma) di vivere il lavoro non solo come duro travaglio disseminato di ‘spine e triboli’, ma anche come accurata e paziente ricerca, al tempo stesso, del necessario e del bello” . 

Tutta questa fioritura di una civiltà non era stata perseguita dai monaci. Loro cercavano solo il regno di Dio, il resto – secondo la promessa di Gesù – fu dato in sovrappiù. Fu il frutto di una liberazione dell’umano. 

I monaci non avevano un progetto sociale, politico o culturale. Il loro pensiero quotidiano era alla Gerusalemme celeste, quella che rappresentavano come l’incontro definitivo con Gesù. 

Ecco le travolgenti parole di un autore monastico del XII secolo:

“Egli è il bellissimo d’aspetto, il desiderabile a vedersi, colui che gli angeli desiderano contemplare. Egli è il re pacifico, il cui volto tutta la terra desidera. Egli è la propiziazione dei penitenti, l’amico dei miseri, il consolatore degli afflitti, il custode dei piccoli, il maestro dei semplici, la guida dei pellegrini, il redentore dei morti, forte ausilio di chi combatte, pio remuneratore di chi vince. Egli è l’altare d’oro nel Santo dei Santi, dolce riposo dei figli, visione di gioia per gli angeli (…). Che gli renderemo per tutto ciò che ci ha donato? Quando saremo liberati dal corpo di questa morte? Quando saremo inebriati dall’abbondanza della casa di Dio nella sua luce vedendo la luce? Quando apparirà Cristo, vita nostra, e noi con Lui nella gloria?” .

Ecco cos’avevano nel cuore e nella mente questi uomini forti e temerari mentre – in fraternità, umiltà e obbedienza - salvavano la bellezza dalla barbarie, l’umanità dalla bestialità, mentre trascrivevano codici, dissodavano campi, dipingevano miniature, sanavano paludi, costruivano abbazie, inventavano sistemi di irrigazione e coltivazione e cantavano a ogni ora le lodi di Dio, dagli abissi delle foreste alle pendici delle montagne.

Mi sono soffermato su particolari di vita quotidiana per sottolineare quante piccole, innumerevoli conseguenze – senza che ne abbiamo coscienza – ebbe la vita di Gesù. Ma bisognerebbe menzionare anche cose e istituzioni più importanti. 

Non ci sarebbero state né scuole, né università, né ospedali , con tutta una serie di grandi opere di carità , né la scienza moderna e la tecnologia che conosciamo, senza i monaci che vivevano nella meditazione della vita di Gesù . E nemmeno la musica. 

E’ facile provare storicamente che queste istituzioni, nate nel medioevo cristiano (insieme alle Cattedrali e all’arte occidentale), sarebbero state del tutto inconcepibili senza la storia cristiana. 

Se Gesù non fosse venuto fra noi non sarebbe stato possibile conoscere neanche l’amore come oggi lo conosciamo, cioè la felicità terrena fra un uomo e una donna innamorati che formano una famiglia, generano figli e si sostengono per la vita, facendo crescere la loro comunità e il loro popolo. 

E’ quanto mostra Denis De Rougement nella sua memorabile opera “L’amore e l’Occidente”. 

Prima di Gesù all’uomo di presentava solo la disperata alternativa fra i contratti matrimoniali, dove non era previsto l’amore (e dove la donna era proprietà del marito ), e l’ “amour passion”, il mito della fusione e dell’estasi, sempre inappagata. Era l’uomo condannato all’infelicità nel suo desiderio di infinito. 

“L’incarnazione del Verbo nel mondo” scrive De Rougement “è questo l’inaudito evento che ci libera dall’infelicità di vivere” . 

I  popoli cristianizzati scoprono, grazie all’insegnamento della Chiesa e alla testimonianza dei santi, l’amore monogamico e indissolubile di cui parla Gesù. 

Prende inizio quella nuova storia dell’amore, finalmente felice, che si chiama famiglia: “Amare diviene allora un’azione positiva, un’azione di trasformazione”. 

Gesù comandò addirittura “Amate i vostri nemici”. Dentro questa misura divina e infinita, chiese “l’abbandono dell’egoismo, dell’io fatto di desiderio e d’angoscia; la morte dell’uomo isolato, ma altresì la nascita del prossimo. A coloro che gli domandano ironicamente ‘chi è il mio prossimo?’ Gesù risponde: è l’uomo che ha bisogno di te. Tutti i rapporti umani, da quell’istante, mutano di senso. Il nuovo simbolo dell’Amore non è più la passione infinita dell’anima in cerca di luce, ma è il matrimonio di Cristo e della Chiesa. Lo stesso amore umano ne viene trasformato (…). Un amore siffatto, essendo concepito sull’immagine dell’amore di Cristo per la sua Chiesa (Ef. 5, 25), può essere veramente reciproco. Perché egli ama l’altro com’è, anziché amare l’idea dell’amore o la sua vampa mortale e deliziosa. Inoltre è un amore felice, malgrado gli impacci del peccato, in quanto conosce fin da quaggiù, nell’obbedienza, la pienezza del suo ordine” .

Gesù fa scoprire l’ “agapé”, l’amore che riconosce un “tu” prima di affermare il proprio desiderio. L’amore che ama l’altro (accettandone i limiti) e non l’idea dell’altro. L’amore che perdona e che sostiene. 

E dunque adesso Tristano può finalmente sposare la sua Isotta, smettendola di farne il “simbolo del Desiderio” (sempre inappagato e smanioso di morte). La sposi e viva, sperimenti con lei la felicità e la fatica dei giorni, generi dei figli e costruisca la dimora degli uomini, scoprendo il vero eroismo che è quello della vita quotidiana, quello – come diceva Charles Péguy - del misconosciuto “padre di famiglia” e della madre. 

Un amore che “crea” e fa crescere, non distrugge nel possesso, un amore che permane fedelmente e quindi costruisce nel tempo. Un amore che protegge, che aiuta e che sostiene è – per dirla con Chesterton – “la più straordinaria delle trasgressioni e la più romantica delle rivolte” .

E’ anche la base della civiltà, questo delicato e fragilissimo ponticello di umanità che sta sospeso sull’abisso dell’istinto selvaggio. E anche la base di ogni Stato concepito come casa di un popolo. 

Del resto senza Gesù non avremmo mai avuto neanche lo Stato laico, perché – come ha dimostrato Joseph Ratzinger in un memorabile discorso alla Sorbona – è Gesù che ha desacralizzato il potere, il quale da sempre aveva usato le religioni per assolutizzare se stesso. Dopo Gesù, Cesare non si può più sovrapporre a Dio, non può avere più un potere assoluto sulle persone e le cose. Con Gesù inizia veramente la storia della libertà umana. 


Da Antonio Socci, “Indagine su Gesù”, Rizzoli


NOTE


1) Gilbert K. Chesterton, San Francesco d’Assisi, Lindau 2008, p. 31


 2) Ecco la situazione di Roma, patria del diritto, all’arrivo del cristianesimo descritta da Gustave Bardy: “All’ultimo posto della società e, almeno in alcuni casi, più vicini agli animali che all’uomo, ci sono gli schiavi. Essi non sono persone, ma cose, beni di proprietà che si acquistano e vendono, che si utilizzano a discrezione e da cui ci si separa una volta che si cessa di averne bisogno. La pratica potrà essere di benevolenza, ma, fino agli Antonimi, la teoria resta quella: la legge non riconosce  agli schiavi alcun diritto civile o religioso. Così come lo schiavo non è autorizzato a fondare una famiglia, altrettanto è impedito dall’accedere ai culti nazionali”, in La conversione al cristianesimo nei primi secoli, Jaca Book 2002, pp. 19-20.


3) Dopo la scoperta dell’America si pose di nuovo il problema della schiavitù e il 2 giugno 1537 papa Paolo II emana la memorabile Bolla “Sublimis Deus” (o anche “Veritatis Ipsa”) con la quale spazza via tutti gli appetiti schiavistici sulle popolazioni del Nuovo Mondo, proclamando che “Indios veros homines esse”. Per renderli schiavi e razziare i loro beni, si adduceva l’idea che fossero dei selvaggi, non veri esseri umani, e si portava come prova il fatto che non avevano la fede cristiana. Il Papa risponde definendo i portatori di questi potenti interessi addirittura “manutengoli di Satana, desiderosi di soddisfare la loro avidità, a costringere gli indios occidentali e meridionali e altri popoli, che ci sono venuti a conoscenza in questi ultimi tempi, a servirli come fossero animali bruti, sotto il pretesto che non hanno la fede. Noi che, seppure indegnamente, facciamo le veci dello stesso nostro Signore in terra e che cerchiamo con ogni sforzo di portare allo stesso ovile le pecore del suo gregge a noi affidate che sono fuori di questo ovile, vedendo che gli stessi indios, in quanto veri uomini, non solo sono capaci di ricevere la fede cristiana, ma come ci è stato riferito, accorrono con entusiasmo ad accettarla, abbiamo deciso di prendere dei provvedimenti adeguati. Con l’autorità apostolica e attraverso questo documento stabiliamo e dichiariamo che i predetti indios, e tutti gli altri popoli che in futuro verranno scoperti dai cristiani, anche se non sono cristiani, non si possono privare della libertà e del dominio della loro proprietà, e che è lecito ad essi godere della loro libertà e dei loro beni e acquisirne, né che si debbono ridurre in schiavitù. Se qualche cosa sarà stata fatta in contrario la dichiariamo nulla e invalida alla detta fede di Cristo”.

Certo, nel corso dei secoli le turpitudini si continueranno a perpetrare e anche uomini di Chiesa assumeranno atteggiamenti e formuleranno posizioni contrapposte a questo pronunciamento solenne del magistero, tuttavia sempre questo sarà fatto in contrapposizione all’insgenamento del Vangelo e sotto il giudizio di condanna.


4) Vedi Leon Poliakov Il mito ariano, Editori Riuniti 1999


5) Cit. in Descalzo, cit., pp. 25-26


6)  “I Vangeli si riveleranno da sé come potenza universale di rivelazione”, scrive Girard. Demitizzano e distruggono i meccanismi della persecuzione e della colpevolizzazione della vittima



. Girard ha mostrato come tutte le civiltà precristiane si fondavano sul rito sacrificale del capro espiatorio e sulla pratica cultuale o culturale dei “sacrifici umani” (letteralmente, nelle religioni pagane, e come meccanismo sociale e politico per esempio nello schiavismo o nella pratica della guerra). Tutto questo è stato spazzato via e “che lo si sappia o no, responsabili di questo crollo sono i Vangeli”,
René Girard, Il capro espiatorio, Adelphi 1999, pp. 164-165.


7) Thomas Woods, Come la Chiesa Cattolica ha costruito la civiltà occidentale, Cantagalli 2007, p. 14, p. 75 e ssgg e p. 161


8) Idem, pp. 36-37


9)  Rodney Stark, La vittoria della ragione, Lindau 2006, pp. 51-62.


10)  Woods, op. cit. p. 41


11)  Idem, p. 39


12) Idem, p. 40


13) Franco Rodano, Lettere dalla Valnerina. Questa intuizione è ripresa e valorizzata dal filosofo marxista Mario Tronti nel saggio su “Rivista Trimestrale” n. 3-4/87.


14)  Jean Leclercq, Cultura umanistica e desiderio di Dio, Sansoni 1983, p. 77


15) Come ha spiegato René Girard anticamente si conosceva la solidarietà familiare, di tribù, di etnia, di connazionalità, ma che dovesse essere soccorso il sofferente in quanto “uomo”, anche se straniero e sconosciuto, è una rivoluzione morale e culturale portata dal cristianesimo. Scrive lo storico della medicina Adalberto Pazzini: “Frattanto una nuova forse morale e spirituale andava conquistando gli animi e, attraverso le persecuzioni ed il martirio, dilagava nel mondo: il Cristianesimo. A prescindere dal suo valore di Rivelazione e da quanto concerne il lato puramente religioso, a noi interessa qui puntualizzare il concetto di carità e di amor del prossimo che emerse dalla Predicazione evangelica, riservandoci di tornare sull’argomento più diffusamente, allorché inizieremo lo studio del medioevo. Qui… cade l’opportunità di ricordare che, ancora nelle ambascie create dalle persecuzioni, il Cristianesimo mise in atto quel che può essere definito il maggior comandamento ‘sociale’ della nuova religione, e cioè la carità e l’amor del prossimo, concetti assai vaghi (se pur esistevano) per l’innanzi. Questo amor di prossimo, giusta la parabola evangelica detta del ‘Buon Samaritano’, si esplicò in una organizzazione che la primitiva Ecclesia istituì in favore dei sofferenti e, principalmente, degli ammalati. Ad essa conseguente è il concetto di ‘ospedale’ come luogo in cui, per solo e unico spirito di carità, si ospitavano e si curavano i malati cui mancasse ogni possibilità di risorsa. Xenodochi furono chiamati questi ospizi, parola la cui etimologia significa ‘ricovero per stranieri’ (pellegrini), ma che assunse, poi, significato vero e proprio di ospedale. Pie persone e Santi si resero esecutori del comandamento evangelico, quando ancora infierivano le persecuzioni. Secondo la tradizione, il Papa s. Cleto, nell’anno 80, trasformò la propria casa in ospizio, e ugualmente avrebbe fatto s. Agnese al principio del IV secolo, nella sua casa sulla Nomentana”, Adalberto Pazzini, Storia dell’arte sanitaria dalle origini a oggi, Edizioni Minerva Medica, Torino 1973, pp. 370-372. Woods aggiunge: “Già nel IV secolo la Chiesa iniziò a promuovere la creazine di ospedali su larga scala, al punto che quasi ogni città principale si trovò ad averne uno” (op. cit. p. 184).


16)  Tutto nasce in modo spontaneo, non da progetti sociali o politici, ma solo dalla carità, dal comandamento di Gesù di amare il prossimo come se stessi e di amare perfino i nemici. Fin dagli inizi questa novità fu – anche da l punto di vista sociale – un ciclone imprevisto. Rodney Stark, nel volume “The Rise of Christianity” (HarperCollins 1997) dimostra che uno dei fattori decisivi della diffusione del cristianesimo nei primi anni fu quell’inedito prendersi cura di poveri, senzatetto, vecchi, malati, abbandonati, vedove, orfani. Da sempre costoro avevano dovuto affrontare da soli la crudeltà del mondo e le prove dell’esistenza, ma “quando irruppe il cristianesimo la sua superiore capacità di affrontare questi problemi cronici diventò presto evidente e giocò un grande ruolo nel suo definitivo trionfo” (p. 162).


17)  Nota Gimpel che “il Medioevo introdusse in Europa le macchine in una misura fino ad allora sconosciuta anche ad altre civiltà”. E furono i monaci, come spiega un altro storico, “gli esperti e non pagati consiglieri tecnici del terzo mondo del loro tempo, vale a dire l’Europa, dopo l’invasione dei barbari (…). In effetti, che fosse la macinatura del sale, del piombo del ferro, dell’allume o del gesso, o la metallurgia, l’escavazione del marmo, il tener bottega di coltellinaio o una fabbrica di vetro, o il forgiare piastre di metallo, note anche come ‘piastre del focolare’, non vi era alcuna attività in cui i monaci non dessero prova di creatività e di uno spirito di ricerca fecondo. I benedettini sapevano incanalare il proprio lavoro verso la perfezione. La perizia coltivata nei monasteri si sarebbe diffusa per tutta l’Europa” (Woods, cit., p. 43).


18) Seneca affermava che “è male amare la propria moglie come se fosse un’amante”. Quindi, nel migliore dei casi, a Roma fra i coniugi c’era, oltre al contratto matrimoniale, una rapporto di reciproca solidarietà (Vedi Eva Cantarella, Passato prossimo, Feltrinelli 1996, p. 103).


19) Denis De Rougement, L’amore e l’occidente, Bur 1977, p. 110

  

20) Idem, pp. 111-112


21) Quello che Emilio Cecchi dice di Chesterton è illuminante per capire il cristianesimo. Dunque il grande convertito inglese ha voluto dimostrare, secondo Cecchi, “che non i fumi dell’oppio, non le voluttà acide e complicate, non gli eccessi dell’individualismo sono poetici e vitali, ma gli affetti semplici della realtà pratica. Ha fatto vedere che c’è più romanzo che in qualunque romanzo nella famiglia dove non succede nessun romanzo; mentre tutti erano disposti a riconoscere un’avventura in un amore clandestino, e non già nella fedeltà del matrimonio”.


domenica 3 marzo 2019

IL MISTERO DELLA MADONNINA PIU’ CONOSCIUTA DEL MONDO. UN GROVIGLIO DI VITE CHE SFIORA ANCHE PABLO NERUDA

 IL MISTERO DELLA MADONNINA PIU’ CONOSCIUTA DEL MONDO. UN GROVIGLIO DI VITE CHE SFIORA ANCHE PABLO NERUDA
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È strano, la “Madonna col bambino” più popolare e più diffusa al mondo, per tutto il Novecento, è stata dipinta da un italiano, ma non uno dei grandi della nostra pittura, come Botticelli, Raffaello, Leonardo, Caravaggio o Bellini, bensì da un pittore nato nel 1853 che pochi conoscono: Roberto Ferruzzi.

Si dice che sia l’immagine sacra più riprodotta al mondo (perfino su un francobollo di Dubai), ma non si sa dov’è finito il quadro originale. Proprio per ritrovarlo, giovedì scorso, è stato lanciato un insolito appello a “Chi l’ha visto?” su Rai 3.

In attesa della soluzione del giallo, c’è tutta una storia da raccontare che si dipana da Venezia fino alle due Americhe. Un commovente groviglio di vite.

Roberto Ferruzzi nacque a Sebenico, in Dalmazia, antica terra della repubblica di Venezia che nel XIX secolo era sotto l’impero asburgico. Suo padre, un facoltoso avvocato, fu amministratore pubblico della città e Roberto dagli studi classici poi approdò alla facoltà di Giurisprudenza, a Padova.

Tuttavia la sua vera passione era la pittura. Così nel 1879 decise di andare a vivere sui Colli Euganei, a Luvigliano, dove si dedicò ai quadri raccogliendo anche attorno a sé un cenacolo di amici e di artisti.

Il quadro, nelle intenzioni del pittore, non era una “Madonna col bambino”, ma solo un’immagine di tenerezza materna, infatti Ferruzzi lo intitolò “Maternità”.

Si narra che un giorno chiese a una ragazzina del luogo, Angelina Cian, di posare per lui mentre teneva in braccio il fratellino di pochi mesi. Lei era la seconda di quindici figli. Il Veneto nell’Ottocento era una terra povera e nelle famiglie contadine le più grandi facevano da madri ai più piccoli. 

Vinse nel 1897  la seconda Biennale di Venezia così diventò celebre e fu varie volte venduto, ad alto prezzo, finché venne acquistato dai Fratelli Alinari, i famosi fotografi di Firenze, i quali lo rivendettero a loro volta, ma non si sa a chi (gli archivi non lo dicono).


Pare che sia finito nelle mani di un ambasciatore americano che lo inviò negli Stati Uniti su una nave che – durante la Seconda guerra mondiale – fu affondata dai tedeschi, facendo sparire anche l’opera originale del Ferruzzi. Tuttavia c’è chi sostiene che il quadro in realtà possa essere arrivato a destinazione e faccia parte tuttora di una collezione privata in Pennsylvania. 

Va detto però che gli Alinari, vendendolo, si erano riservati tutti i diritti di riproduzione, probabilmente intuendone la potenzialità.


Proprio dalle loro riproduzioni fotografiche deriva la straordinaria diffusione di quell’immagine che diventò subito un’icona sacra, una “Madonna col bambino”, perché l’Italia del tempo era cattolica e subito, spontaneamente, vide, in quella giovane fanciulla col bambino, la Madre di Gesù. 

Nel frattempo Angelina, cresciuta, aveva sposato il veneziano Antonio Bovo. Con lui si era trasferita in California nel 1906. I due ebbero dieci figli, ma per la prematura morte del marito la giovane vedova si trovò in una situazione durissima.

Non si sa cosa accadde, un crollo psicologico, forse un grave esaurimento nervoso, fatto sta che Angelina finì in un manicomio dove morì nel 1972.

I figli crebbero in un Istituto per orfani. La seconda figlia, che portava il nome della Madonna, Mary, crescendo scelse la vocazione religiosa e divenne suora col nome Angela Maria Bovo (il nome Angela fu voluto in onore di sua madre).

Solo nel 1984, venendo in Italia, a Venezia, alla ricerca dei parenti dei genitori, la suora scoprì, dalle anziane zie, che sua madre era stata la modella dell’immagine della Madonna più diffusa al mondo.

C’è poi l’altro lato della storia. Il pittore Roberto Ferruzzi morì nel 1934 a Luvigliano dove lo considerano ancora una gloria locale e dove coltivano la speranza di ritrovare il quadro originale della Madonnina (è da loro che è partito l’appello per “Chi l’ha visto?”).

A Venezia vive e lavora un pronipote del pittore che ha il suo stesso nome. Roberto Ferruzzi jr. gallerista ed esperto d’arte, mi racconta la storia della sua famiglia: “mio nonno Ferruccio, il figlio del pittore della Madonnina, faceva l’antiquario. Essendo un irredentista, vendette tutte le proprietà a Sebenico e venne a combattere contro l’Austria, come volontario, nella Prima guerra mondiale”.

Il figlio di Ferruccio, nato a Venezia nel 1927, si chiamerà Roberto come il nonno e poi come il figlio (il gallerista veneziano).

Anche il secondo Roberto Ferruzzi (Bobo  per gli amici) fece il pittore. Viaggiò in diversi paesi e continenti e si specializzò in grandi mosaici murali. Nel 1957 partì per l’America Latina e lavorò soprattutto in Cile dove in particolare rappresentò nei suoi dipinti la vita quotidiana della povera gente che, in quegli anni, vedeva ad ogni angolo della strada. I derelitti, i miseri.

Fu per questo che conobbe e divenne amico del più grande poeta cileno, Pablo Neruda, che riceverà il Premio Nobel per la letteratura nel 1971.

Roberti Ferruzzi jr, che nacque proprio a Santiago del Cile, ricorda: “Sì, Neruda era amico di mio padre. Ricordo che veniva a casa a trovarci mentre era ambasciatore a Parigi. Loro due condividevano quella sensibilità per i più poveri”.

Nel 1966 Neruda, in occasione di una Mostra a Santiago dell’amico Bobo Ferruzzi, scrisse:

“Bobo Ferruzzi, veneziano, scoprì questa America dolorosa, la sentì, la visse e la espresse con energia e tenerezza. Perché c’è amore nella visione di questo veneziano amareggiato. Ha dipinto con colori classici, gli stessi che lucevano nelle vesti degli angeli, la tristezza degli anfratti remoti, degli uomini maltrattati e dimenticati. Che l’intenso messaggio di Bobo Ferruzzi racconti e canti nel mondo, perché la verità della sua pittura ci scopre la tragica bellezza che gli dèi transitori vogliono nascondere. E non perché i popoli non soffrano, ma perché non si sappia. La pittura di Bobo Ferruzzi ha rotto le serrature e illuminato gli angoli con una luce azzurra”.

In fondo anche il nonno – rappresentando Angelina e il fratellino – aveva immortalato la povera gente del Veneto dell’Ottocento con la luce del cielo.

Quell’immagine fu l’icona di una povera ragazza ebrea che a Nazaret, 2000 anni fa, diventò la Madre di Dio: era colei che i poveri del Veneto dell’Ottocento e del Cile del Novecento pregavano e amavano.

La Madre dei poveri e dei dimenticatiche aveva cantato: “il mio spirito esulta in Dio mio salvatore perché ha guardato l’umiltàdella sua serva/… ha disperso i superbinei pensieri del loro cuore;/ ha rovesciato i potenti dai troni,/ ha innalzato gli umili”.


Antonio Socci
https://www.antoniosocci.com

da “Libero”, 3 marzo 2019 


sabato 29 dicembre 2018

Lo smarrimento degli uomini in questo Natale 2018. Il silenzio della grotta di Betlemme e il silenzio di papa Benedetto

 Lo smarrimento degli uomini in questo Natale 2018. Il silenzio della grotta di Betlemme e il silenzio di papa Benedetto di Antonio Socci

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“Di nuovo soli”
 è il titolo dell’ultimo libro di Zygmunt Bauman, delle cui opere in genere si ricordano solo i titoli. In effetti la parola solitudine fotografa davvero lo stato d’animo generale di questo Natale 2018in cui nessuno attende più nulla, perché non ci sono più speranze.

Senza speranza ci si arrangia vivendo alla giornata. Ma si riempie il vuoto della vita con le parole (vuote anch’esse): di politica, di economia, di varia umanità, di cazzeggio, di religione ormai diventata una chiacchiera mondana (sull’emigrazione, il clima o la spazzatura differenziata).
Nell’epoca del “secondo me” vero e falso si confondono, per cui non resta che insultarsi. Nulla compie le attese e nulla guarisce il dolore degli uomini.

Fra le rare parole che dicono ancora qualcosa ci sono quelle della poesia. Per esempio, sembrano scritti oggi i “Cori da La Rocca” di Thomas S. Eliot:
“Il destino degli uomini è infinita fatica
oppure ozio infinito, il che è anche peggio,
oppure un lavoro irregolare, il che non è piacevole”.

Il poeta inglese continua:
“Il mondo rotea e il mondo cambia,
Ma una cosa non cambia.
… Comunque la mascheriate, questa cosa non cambia:
La lotta perpetua del Bene e del Male.
Dimentichi, voi trascurate gli altari e le chiese;
Voi siete gli uomini che in questi tempi deridono
Tutto ciò che è stato fatto di buono,
trovate spiegazioni
Per soddisfare la mente razionale e illuminata.
E poi trascurate e disprezzate il deserto.
Il deserto non è così remoto nel tropico australe,
Il deserto non è solo voltato l’angolo,
Il deserto è pressato nel treno della metropolitana
Presso di voi, il deserto è nel cuore di vostro fratello”.

Poi il tono del poeta diventa fiammeggiante come quello di un profeta:
“Il Verbo del Signore mi giunse dicendo:
O città miserabili d’uomini intriganti,
O sciagurata generazione d’uomini colti,
Traditi nei dedali del vostro stesso ingegno,
Venduti dai profitti delle vostre invenzioni:
Vi ho dato mani che distogliete dall’adorazione,
Vi ho dato la parola, e voi l’usate in infinite chiacchiere
… Leggete molto, ma non il Verbo di Dio.
Costruite molto, ma non la Casa di Dio”.


Le “infinite chiacchiere” sono un rumore di fondo che si fa assordante e non c’è una sola parola che riempia la solitudine. Una colossale nube tossica di parole avvolge il mondo e tutto si fa ogni giorno più complicato e cattivo. Si brama il silenzio. Ma dove trovarlo?

È la Parola di Dio che nasce nel silenzio. Il Natale è l’avvenimento di Dio che si fa uomo per colmare l’attesa e la solitudine degli uomini, ma tutto avviene nel silenzio.
Per raccontare l’unica vera rivoluzione della storia, il Vangelo non riporta nemmeno una parola di Maria e di Giuseppe, lì nella grotta. Viene al mondo il Verbo di Dio, la Parola creatrice di tutto l’universo nel più grande silenzio
.
Dunque, il “silenzio di Dio” non è il segno della sua terribile lontananza o addirittura della sua indifferenza, ma, al contrario, della sua presenza, del suo amore appassionato, vivo e operante.
Tuttavia per riconoscere questa eccezionale presenza divina bisogna saper leggere i segni. Sia ai pastori che ai Magi – i primi che lo riconobbero – furono dati dei segni.
Ai Magi la stella che – per la loro cultura – significava la nascita di un re in Israele. Ai pastori il segno di un bambino in una mangiatoia. A loro infatti l’angelo disse: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”.
Un Salvatore del mondo che nasce in una stalla sembra un segno contraddittorio, assurdo. Eppure Dio è un Re che si abbassa e si umilia a tal punto per amore. È l’amore che si manifesta nell’umiltà e nel silenzio.
Il Vangelo infatti prosegue: “E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: ‘Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e pace in terra agli uomini che egli ama’ ”
.

Il papa Benedetto XVI spiegava:
“Fino a quel momento gli angeli avevano conosciuto Dio nella grandezza dell’universo, nella logica e nella bellezza del cosmo che provengono da Lui e Lo rispecchiano. Avevano accolto, per così dire, il muto canto di lode della creazione e l’avevano trasformato in musica del cielo. Ma ora era accaduta una cosa nuova, addirittura sconvolgente per loro. Colui di cui parla l’universo, il Dio che sostiene il tutto e lo porta in mano – Egli stesso era entrato nella storia degli uomini, era diventato uno che agisce e soffre nella storia. Dal gioioso turbamento suscitato da questo evento inconcepibile, da questa seconda e nuova maniera in cui Dio si era manifestato – dicono i Padri – era nato un canto nuovo, una strofa del quale il Vangelo di Natale ha conservato per noi: ‘Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini’.(…). La gloria di Dio è nel più alto dei cieli, ma questa altezza di Dio si trova ora nella stalla, ciò che era basso è diventato sublime. La sua gloria è sulla terra, è la gloria dell’umiltà e dell’amore”.
Il papa proseguiva:
“la gloria di Dio è la pace. Dove c’è Lui, là c’è pace. Egli è là dove gli uomini non vogliono fare in modo autonomo della terra il paradiso, servendosi a tal fine della violenza. Egli è con le persone dal cuore vigilante; con gli umili e con coloro che corrispondono alla sua elevatezza, all’elevatezza dell’umiltà e dell’amore. A questi dona la sua pace, perché per loro mezzo la pace entri in questo mondo”.
Benedetto XVI– il “dolce Cristo in terra” che per anni ci ha affascinato con il suo insegnamento – oggi è diventato anch’egli una presenza silenziosa
.

In questo tempo smarrito, di uomini soli, che hanno abbandonato Dio e disertano le chiese, riempiendo il vuoto con “infinite chiacchiere” (o – come dice Eliot – con “usura, lussuria e potere”), Dio sembra aver dato di nuovo il segno della sua presenza viva e potente connotata dal silenzio.
È appunto il silenzio di Benedetto XVI. Da sei anni, per la prima volta nella storia, abbiamo un Papa che parla con la sua presenza misteriosamente silenziosa. Perché viviamo un tempo eccezionale.
Alla modernità che, nel XX secolo, ha devastato il mondo con le sue ideologie e poi ha accusato Dio per il suo silenzio, giudicandolo come indifferenza di fronte alle sofferenze umane, alla modernità che ha ridotto Dio al silenzio, che non lo ascolta più, che lo ha imbavagliato e dimenticato, Dio risponde con un silenzio che ha un volto e un nome di padre.
Il grande cardinale Robert Sarah ha scritto un libro bellissimo, “La forza del silenzio (contro la dittatura del rumore)”. Un libro che a me sembra proprio dedicato a Benedetto XVI, a far capire la grandezza della sua attuale testimonianza silenziosa.
papa Benedetto, nella prefazione a questo volume, ha ricordato le parole di S. Ignazio di AntiochiaÈ meglio rimanere in silenzio ed essere, che dire e non essere”.
Il silenzio di Dio porta sempre grandi cose.
Antonio Socci
Da “Libero”, 24 dicembre 2018
Sito: “Lo Straniero

sabato 8 ottobre 2016

Quando i versi di Neruda servono a condire la pasta



Quando i versi di Neruda servono a condire la pasta

Si passa da Dante a Fedez: sono oramai scomparsi i cantori della bellezza Fortuna che uno spot riscopre l’«Ode al pomodoro» dello scrittore cileno...
·         Libero
·         7 Oct 2016
·         ANTONIOSOCCI
«A che serve un poeta in tempi miserabili?», si chiedeva già Friedrich Hölderlin, duecento anni fa. Oggi potrebbe trovare una risposta davvero sorprendente: può servire a magnificare e a vendere la pommarola.
In tv si vede spesso infatti lo spot di un'industria alimentare - che vende appunto passato di pomodoro - dove si declamano i versi di Pablo Neruda in Ode al pomodoro, con una stupenda musica per pianoforte in sottofondo.
Può sembrare dissacrante, ma in realtà quei versi sono davvero suggestivi e lo spot è molto bello: va dato atto almeno all'industria del passato di pomodoro di ricordarsi della poesia. E anche di saperla proporre perché la poesia è un'arte che concerne la musicalità del linguaggio e va ascoltata più ancora che letta.
Ben venga dunque l'industria del pomodoro a ricordarci la grandezza della poesia. Visto che non se lo ricordano i media, l'editoria e soprattutto la scuola che fa detestare la poesia ai giovani, non facendone capire la natura.
La poesia infatti non è prosa messa in una forma bizzarra, ma è come uno spartito musicale: chiunque rimane incantato ascoltando le Quattro stagioni di Vivaldi, ma nessuno (soprattutto se non sa nemmeno leggere le note) sarebbe sedotto dallo spartito cartaceo con i segni sul pentagramma. Ed è proprio questo che fa la scuola: dà agli studenti dei geroglifici… Cosicché i giovani, che per natura sono alla ricerca di se stessi e del senso della vita, finiscono per ignorare e odiare quel prezioso scrigno che parla di loro e delle loro anime.
Non incontrano mai veramente Leopardi, Dante, Baudelaire, Pessoa, Montale, Rimbaud o Saba e Tasso. Devono accontentarsi di Jovanotti, Fedez, Fabio Volo, Maria De Filippi e J-Ax.
Del resto non ci sono più grandi poeti viventi in Italia. Nemmeno poeti «impegnati» come - appunto - era Neruda. Li rimpiango, perché la poesia ha questo di straordinario, che spacca anche le gabbie ideologiche del poeta, perché - quando c'è un vero poeta l'intuizione del mistero della vita e la commozione della bellezza e lo stupore dell'essere e della sua mortalità, prevalgono sulle ideologie.
Così è stato per Leopardi, ma anche per intellettuali comunisti come Neruda o Louis Aragon. Che hanno scritto meravigliose poesie sulla vita, il dolore e l'amore.
Voglio ricordare l'incipit della più bella di Aragon: «Nulla appartiene all'uomo. Né la sua forza/ Né la sua debolezza né il suo cuore. E quando crede/ Di aprire le braccia la sua ombra è quella di una croce/ E quando crede di stringere la felicità la stritola/ La sua vita è uno strano e doloroso divorzio./ Non esistono amori felici…».
Dunque il 750˚ anniversario della nascita di Dante - colui che ha «inventato» la lingua italiana - vede la sparizione dei poeti nel «bel paese là dove 'l sì suona», (Inf. XXXIII, 80).
Il fatto è rimasto pressoché inavvertito, segno che siamo proprio nel «tempo della miseria». Ricordo un tempo in cui i poeti parlavano anche al pubblico popolare, com'è giusto che sia.
Nello sceneggiato dell'Odissea, trasmesso dalla Rai di Bernabei, ogni puntata era introdotta - nientemeno - da Giuseppe
Ungaretti. E lo ricordo ancora, Ungaretti, che recitava in Tv la sua poesia Tu ti spezzasti. E poi in una lunga intervista in bianco e nero con Pier Paolo Pasolini, che fece un'analoga intervista a Ezra Pound per la Rai.
Pasolini stesso è stato un poeta civile dalle intuizioni geniali. Nell'Italia del boom economico e della fine della millenaria civiltà contadina scriveva: «Io sono una forza del Passato./ Solo nella tradizione il mio amore./ Vengo dai ruderi, dalle chiese,/ dalle pale d'altare, dai borghi/ abbandonati sugli Appennini o le Prealpi/ dove sono vissuti i fratelli./ Giro per la Tuscolana come un pazzo,/ per l'Appia come un cane senza padrone./ O guardo i crepuscoli, le mattine/ su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,/ come i primi atti della Dopostoria,/ cui assisto, per privilegio d'anagrafe/ dall'orlo estremo di qualche età/ sepolta. Mostruoso è chi è nato/ dale viscere di una donna morta./ E io, feto adulto, mi aggiro/ più modern di ogni moderno/ a cercare fratelli che non sono più».
Uno dopo l'altro sono scomparsi tutti i nostri poeti. Certo, c'è tanta gente che scrive versi (più di quanti ne abbia letti).
Magari ce ne potrà essere qualcuno che si rivelerà di valore, ma oggi i grandi poeti, quelli che esprimono la coscienza più profonda di un popolo e la più viva intuizione della condizione umana, non ci sono più.
Dovremmo davvero fondare la Società dei poeti estinti, vagheggiata nel film L'attimo fuggente che rappresentava meravigliosamente l'incanto che un classe di adolescenti prova nello scoprire la poesia, grazie a uno strano e suggestivo professore. Quei ragazzi scoprono infatti che i «poeti estinti» nei loro versi sono più vivi dei viventi (o meglio: di noi «morenti»).
All'inizio del mio lavoro mi è capitato di frequentare e intervistare - per mia fortuna diversi poeti.
Ho studiato all'Università con un professore d'eccezione e poeta come Franco Fortini, sono stato amico di Mario Luzi. E poi Carlo Betocchi, Giovanni Testori, Giorgio Caproni, Piero Bigongiari. Ricordo, più di trent'anni fa, il Nobel Czeslaw Milosz e Josif Brodskij a un congresso dei poeti tenutosi a Firenze. Proprio Milosz, lituano-polacco, vissuto esule in America negli anni in cui il comunismo era stato imposto all'Europa dell'est, aveva vivissimo il senso della missione civile e spirituale dei poeti: "Che cos'è la poesia, che non salva/ Né le nazioni né gli uomini…/ La complicità alle menzogne ufficiali/ Una canzone di ubriachi/…Un romanzetto per signorine».
Quando il sindacato Solidarnosc, nella Polonia di Giovanni Paolo II, assestò il primo colpo al sistema comunista, nel 1980, Lech Walesa volle e ottenne che, davanti ai cantieri navali di Danzica, fosse eretto un monumento in memoria degli operai uccisi dalla polizia del regime comunista durante la rivolta del 1970. È composto da tre altissime croci che si stagliano nel cielo, sotto le quali sono incisi proprio i versi di Milosz: «Tu che hai ferito l'uomo semplice/ sghignazzando sulla sua sventura/ E confondendo il bene e il male/ Insieme a quei buffoni che intorno a te si assiepano,/ Anche se tutti ti si prostrassero/ Celebrando la tua saggezza e il tuo valore,/ Medaglie d'oro coniando in tuo onore,/ Felici perché sono, ancora un giorno, salvi,/ Non sentirti al sicuro. Il poeta non scorda./ Uccidilo: ne nascerà uno nuovo./ Saranno scritti gli atti e le parole./ Meglio per te l'inverno, al sorgere del sole,/ Un ramo curvo sotto il peso e la corda».
Sventurate dunque le generazioni che non hanno poeti. Che ricordano. Anche noi, europei dei paesi democratici. Milosz ci vedeva «sottomessi ad ogni moda in vigore», «ad ogni menzogna/ e pensare che erano liberi!». www.antoniosocci.com