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giovedì 22 maggio 2025

l’incredulità

 "La maggior parte degli uomini di oggi non sono tanto atei o non credenti, quanto increduli. Ma colui che è incredulo non è fuori dalla sfera della religione. Lo stato d’animo di chi non appartiene più alla sfera del religioso non è l’incredulità, ma l’indifferenza. Ma l’indifferenza è veramente la morte dell’uomo.


_Norberto Bobbio, Che cosa fanno oggi i filosofi?


💭 

sabato 16 novembre 2024

La mitezza

La mitezza

 La mitezza consiste nel lasciar essere l'altro quello che è. È il contrario della protervia e della prepotenza. 

Il mite non entra nel rapporto con gli altri con il proposito di gareggiare, di confliggere e alla fine di vincere. 


La mitezza non è remissività: mentre il remissivo rinuncia alla lotta per debolezza, per paura, per rassegnazione; il mite invece rifiuta la distruttiva gara della vita per un profondo distacco dai beni che accendono la cupidigia dei più, per mancanza di quella vanagloria che spinge gli uomini nella guerra di tutti contro tutti. 


Il mite non serba rancore, non è vendicativo, non ha astio verso chicchessia. 

Attraversa il fuoco senza bruciarsi, le tempeste dei sentimenti senza alterarsi, mantenendo la propria misura, la propria compostezza, la propria disponibilità. 

Ecco quel "potere su di sé" di cui abbiamo già sentito. 


Il mite può essere configurato come l'anticipatore di un mondo migliore. 

Egli non pretende alcuna reciprocità: la mitezza è una disposizione verso gli altri che non ha bisogno di essere corrisposta per rivelarsi in tutta la sua portata. 


Le persone miti sono quelle che rendono più abitabile questa “aiuola”, tanto da farmi pensare che la città ideale non sia quella fantastica e descritta sin nei più minuti particolari dagli utopisti, dove regna una giustizia tanto rigida e severa da diventare insopportabile, ma quella in cui la gentilezza dei costumi sia diventata una pratica universale.


(Norberto Bobbio - da "Elogio della mitezza")



mercoledì 6 marzo 2024

La mitezza 1

 La mitezza consiste nel lasciar essere l'altro quello che è. È il contrario della protervia e della prepotenza. 

Il mite non entra nel rapporto con gli altri con il proposito di gareggiare, di confliggere e alla fine di vincere. 


La mitezza non è remissività: mentre il remissivo rinuncia alla lotta per debolezza, per paura, per rassegnazione; il mite invece rifiuta la distruttiva gara della vita per un profondo distacco dai beni che accendono la cupidigia dei più, per mancanza di quella vanagloria che spinge gli uomini nella guerra di tutti contro tutti. 


Il mite non serba rancore, non è vendicativo, non ha astio verso chicchessia. 

Attraversa il fuoco senza bruciarsi, le tempeste dei sentimenti senza alterarsi, mantenendo la propria misura, la propria compostezza, la propria disponibilità. 

Ecco quel "potere su di sé" di cui abbiamo già sentito. 


Il mite può essere configurato come l'anticipatore di un mondo migliore. 

Egli non pretende alcuna reciprocità: la mitezza è una disposizione verso gli altri che non ha bisogno di essere corrisposta per rivelarsi in tutta la sua portata. 


Le persone miti sono quelle che rendono più abitabile questa “aiuola”, tanto da farmi pensare che la città ideale non sia quella fantastica e descritta sin nei più minuti particolari dagli utopisti, dove regna una giustizia tanto rigida e severa da diventare insopportabile, ma quella in cui la gentilezza dei costumi sia diventata una pratica universale.


(Norberto Bobbio - da "Elogio della mitezza")

martedì 26 dicembre 2017

Il cristianesimo ci salverà Oltre c'è solo la barbarie

Il cristianesimo ci salverà Oltre c'è solo la barbarie

23 Dicembre 2017

Bobbio, Röpke, Eliot: chinon è padrone di sé diventa un territorio facilmente occupabile


Norberto Bobbio diceva: «La domanda di senso si allarga, si estende a tutta la nostra vita individuale, a tutta la storia dell'uomo, a tutto l'universo. Rispetto all'individuo, perché il dolore e non anche il piacere e non soltanto il piacere? Perché la sofferenza e non soltanto la gioia? Perché l'infelicità e non soltanto la felicità? Rispetto alla storia: perché l'oppressione e non soltanto la libertà? Perché la guerra, la violenza, le stragi e non soltanto la pace, il benessere e la fraternità? Rispetto all'universo intero, infine, la domanda fondamentale che comprende tutte le altre: perché l'essere e non il nulla? Non so se riesco a far capire la pregnanza di questa domanda che è davvero la domanda ultima. Perché ci sono cose, uomini, animali, piante, stelle, galassie, in una parola il mondo e non invece il non-mondo?».
Ineludibile, inestirpabile è la domanda filosofica, la «grande domanda», una richiesta di senso ultimo alla quale la scienza non risponde e non può rispondere, per principio, mentre le risposte tentate dai «grandi racconti» metafisici si sono risolte in una serie di fallimenti. In ogni caso, insiste Bobbio (in Che cosa fanno oggi i filosofi?, 1962), le domande che traducono, che cioè sono versioni della «grande domanda», esistono e riemergono nonostante tutti gli sforzi compiuti per mostrarne l'illusorietà, il non-senso o addirittura la pericolosità. «L'esigenza di una risposta a queste domande c'è, queste domande ci sono. Il che spiega la forza della religione. Non è sufficiente dire: la religione c'è ma non dovrebbe esserci. C'è: perché c'è? Perché la scienza dà risposte parziali e la filosofia pone solo domande senza dare risposte». E «proprio perché le grandi risposte non sono alla portata della nostra mente, l'uomo rimane un essere religioso, nonostante tutti i processi di demitizzazione, di secolarizzazione, tutte le affermazioni della morte di Dio, che caratterizzano l'età moderna e ancor più quella contemporanea».
La «Grande Domanda», la richiesta di senso ultimo riemerge inestirpabile nonostante tutti gli sforzi e tutti i tentativi di rimuoverla. Non la elimina la fisica, non la cancella la teoria evolutiva. I valori della scienza e quelli della fede non sono inconciliabili, sono piuttosto incommensurabili e quindi compatibili: rispondono a domande differenti. Galileo: la scienza ci dice «come vadia il cielo», la fede «come si vadia in cielo». Il rapporto tra scienza e fede non è quello di un aut-aut, è quello di un et-et.
Ora, però, «benché l'uomo sia innanzitutto homo religiosus (...), della spaventosa scristianizzazione e laicizzazione della nostra civiltà nessuna persona onesta verso se stessa può ormai dubitare». Questo scrive Wilhelm Röpke in Al di là dell'offerta e della domanda. Ma un'Europa desacralizzata, che pare aver dimenticato le idealità cristiane quando non le rifiuta o addirittura le calpesta, è ancora Europa? E sempre Röpke, circa sessant'anni fa, annotava: «Sono giunto così alla radice di un pensiero che spero condiviso da molti: sono sempre stato riluttante a parlarne, perché appartengo a quella categoria di persone che portano malvolentieri in piazza i propri convincimenti religiosi. Oggi dico senza mezzi termini: la malattia della nostra civiltà ha le sue radici più profonde nella crisi spirituale e religiosa ch'è in ogni individuo; e solo nell'anima di ogni individuo può trovare il proprio superamento. Benché l'uomo sia innanzitutto homo religiosus, tendiamo sempre più, da un secolo a questa parte, a fare a meno di Dio, mettendo al suo posto l'uomo, con la sua scienza, con la sua arte, con la sua tecnica e con il suo Stato, tutti lontani da Dio o addirittura senza Dio. Verrà un giorno in cui ciò che ora è chiaro soltanto a pochi apparirà chiarissimo a tutti: si vedrà che questo tentativo ha creato una situazione incompatibile con la vita etica e spirituale dell'uomo, il quale non potrà continuare a esistere così, malgrado la televisione, le autostrade, i viaggi di piacere, gli appartamenti confortevoli».
La malattia spirituale individuata da Röpke, e cioè la scristianizzazione dell'Europa, ha successivamente via via infettato sempre più larghi strati delle popolazioni europee. E proprio il tratto più importante dell'identità dell'Europa, vale a dire il messaggio cristiano, viene da più parti oggi messo in discussione, quasi ospite indesiderato nella propria casa. È quanto accaduto, in modo eclatante, allorché - per iniziativa dell'allora presidente francese Valéry Giscard d'Estaing, sostenuto da un «libero pensatore» ministro belga - si è deciso che dal Preambolo della Costituzione europea venisse cancellato il richiamo alle radici cristiane dell'Europa. E, in altri contesti, cosa analoga è accaduta e accade di continuo, a più riprese, con la richiesta che, per esempio, venga tolto il crocifisso dai luoghi pubblici, come i tribunali o ancor più dalle scuole, o che venga vietato l'allestimento del presepe negli asili e in tutti gli altri ordini di scuole e in ogni altro edificio pubblico. E ciò - si dice - per la ragione che si tratterebbe di «simboli» che offenderebbero quanti credono in fedi diverse dal Cristianesimo.
Viene qui subito da chiedere: e per quali mai ragioni fedeli di altri credo, fuggiti dai loro Paesi dilaniati dagli orrori del fondamentalismo, dovrebbero sentirsi offesi da «simboli» e «tradizioni» di una fede - quella cristiana - costitutiva di una civiltà disposta ad accoglierli e a strapparli dalla morte e dalla fame? Tutti costoro dovrebbero piuttosto guardare con rispetto a «simboli» e «tradizioni» di una civiltà che affonda le proprie radici nel messaggio di Colui che è morto in croce. E all'attenzione di quanti, in nome di un laicismo - non di rado dai tratti fondamentalisti - immaginano una Europa sconsacrata, mi permetto di sottoporre un pensiero di Thomas S. Eliot: «Se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura; e allora si dovranno attraversare molti secoli di barbarie». E, per concludere, un ammonimento di Antonio Rosmini: «Chi non è padrone di sé, è facilmente occupabile». E una amara constatazione di Edmund Husserl: «Il maggior pericolo dell'Europa è la stanchezza».

sabato 4 febbraio 2012

Bobbio

Lo scrittore De Botton: «la società laica non funziona, guardiamo al cristianesimo»

***
Abbiamo già avuto modo di parlare (cfr. Ultimissima 7/9/11) dello scrittore, giornalista ed editorialista Alain de Botton, autore di “Del buon uso della religione” (Guanda 2011), ovvero una sorta di risposta al libro di Giulio Giorello intitolato “Del buon uso dell’ateismo”. E’ un dialogo tra non credenti intelligenti e non certo razionalisti. In passato abbiamo apprezzato la posizione di Giorello.
De Botton parla ancora una volta parla della sua educazione forzata all’ateismo: «Sono cresciuto in una famiglia di atei convinti, figlio di ebrei non osservanti che mettevano la fede religiosa sullo stesso piano della fede in Babbo Natale. Nonostante fossi stato fortemente influenzato dall’atteggiamento dei miei genitori, passati i vent’anni il mio ateismo mi ha mandato in crisi». Al posto di approdare alla fede però, come spesso capita, è oggi convinto della necessità di “sfruttare” il benessere culturale che la vita religiosa, in particolare cristiana, offre: «Mi sono reso conto che la mia protratta resistenza alle teorie sull’aldilà o sugli abitanti del paradiso non era una giustificazione sufficiente per liquidare la musica, gli edifici, le preghiere, i rituali, le celebrazioni, i santuari, i pellegrinaggi, i pasti in comunione e i manoscritti miniati». Ed è opportuno farlo, secondo lui, per contrastare la disgregazione del senso di comunità nella società laica moderna, e per far fronte alle fragilità che minano l’equilibrio di tutti gli esseri umani. Afferma: «Nella società di oggi ci viene chiesto di fare una scelta, di dichiarare se siamo religiosi o se non lo siamo affatto. O si crede o non si crede, punto. Mettere le cose in questo modo mi sembra un po’ ridicolo, perché in realtà nella pratica religiosa si trovano elementi importanti che non riguardano in realtà solo “la fede” in senso stretto. In particolare, credo che un po’ tutti noi abbiamo bisogno di imparare dalla religione come organizzare la nostra vita spirituale». Propone quindi di «leggere le fedi, principalmente quella cristiana e, in misura minore, quella giudaica e quella buddista, alla ricerca di intuizioni che possano tornare utili nella vita laica, soprattutto in relazione ai problemi sollevati dalla convivenza all’interno di una comunità e dalle sofferenze mentali e fisiche. Non si tratta di negare i valori della laicità: la mia tesi è che spesso abbiamo laicizzato malamente, cioè che, mentre cercavamo di liberarci di idee inattuabili, abbiamo erroneamente rinunciato anche ad alcuni degli aspetti più utili e affascinanti della religione».
Uno spunto insolito quello dell’intellettuale svizzero, seppur non innovativo. Già Giuliano l’Apostata riteneva che i cristiani andassero combattuti sul loro campo, imitandoli nella sobrietà e nella benevolenza verso gli altri. Tuttavia l’intellettuale afferma indirettamente l’incapacità della realizzazione di una morale laica (almeno fino a prova contraria), così come aveva già sottolineato il “papa laico” Norberto Bobbio: «La morale razionale che noi laici proponiamo è l’unica che abbiamo, ma in realtà è irragionevole. Io non ho nessuna speranza. In quanto laico, vivo in un mondo in cui è sconosciuta la dimensione della speranza». E ancora in un’intervista inedita: «Gli uomini sono cattivi. Il male è la storia umana. È la sconfitta di Dio e la sconfitta della ragione. Questo secolo lo dimostra più di ogni altra epoca. E il cristianesimo, dov’è il cristianesimo? [...]. Come diceva Croce, non possiamo non dirci cristiani. Senza l’etica cristiana non c’è convivenza. Ma il cristianesimo come fede è un’altra cosa. E io non riesco a non dubitare». Il tentativo dello scrittore svizzero non appare comunque realizzabile, perché nessuna etica sopravvive se non è agganciata a qualcosa che sovrasti l’uomo. Detta in termini sportivi, i giocatori non sanno farsi le regole. Recentemente ha ampliato questo concetto il filosofo Benedetto Ippolito, docente presso l’Università degli Studi “Roma Tre”: «l’unico pilastro con cui è possibile salvaguardare l’intelligenza, la libertà dell’uomo e il rispetto della natura circostante è solo Dio creatore, perché Egli è il principio che permette di concepire il valore supremo della natura creata rispetto ai tanti interessi esistenti». E perfino il teologo dissidente Hans Küng: «L’umano è salvaguardato solo se viene fondato sul divino. Solo l’Assoluto può vincolare in maniera assoluta».
da
:
UCCR

Postato da: giacabi a 19:45 | link | commenti
ateismo, bobbio

martedì, 04 gennaio 2011
L'inesistenza dell'etica laica
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L'etica laica è fondata sull'utilità. Essere etici conviene, è utile. Conviene all'intera umanità, e quindi anche a ogni singolo individuo.
Eppure quel singolo individuo potrebbe chiedersi: Per quale motivo non dovrei agire direttamente per la mia utilità, per il mio interesse personale, anche se in contrasto con l'interesse dell'umanità?
Un'etica che si fonda sull'utilità è la negazione di se stessa. Semplicemente non esiste. 
Il laicismo, da sempre, maschera il proprio vuoto morale con un moralismo ipocrita, che si vanta di non avere certezze se non quella di essere onesto. Un moralismo che assume di volta in volta le forme dell'ambientalismo, del pacifismo o del giustizialismo, e che per convincere se stesso e gli altri di esistere ha bisogno di condannare. E di usare violenza.
La morale, quella vera, non si nutre di condanne, ma della Misericordia e dell'Amore di un Padre, se non ci fosse il quale non potremmo mai essere, come siamo, fratelli. 



    Giorgio Roversi     

Postato da: giacabi a 19:52 | link | commenti
laicismo, bobbio

sabato, 31 ottobre 2009
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Io sono stato discepolo di Norberto Bobbio, il quale diceva: Ricordino signori che la morale cosiddetta laica non è ragionevole”. Non è ragionevole perché manca del chiodo alla parete a cui può essere appesa. Nessuno è in grado di dare una risposta ragionevole alla domanda: “Perché fare il bene e non il male se facendo il male me ne viene un vantaggio e non sarò punito?”. Trovo inutile appellarsi alla coscienza, che è una realtà cristiana. Qual è la “coscienza” dell’indigeno antropofago? Perché Gesù è venuto sulla terra se fosse bastato un intellettuale per indicarci l’etica da seguire? Perché il Vangelo non sia svuotato dobbiamo pur segnalare dei comportamenti che ci sono richiesti proprio dal Vangelo. Se la ragione bastasse per stabilire l’etica, a che pro la rivelazione cristiana? Non sarebbe superflua? Non sarebbe bastato un Socrate qualsiasi?».
V. Messori         da  ilgiornale.it 11-01-2008

Postato da: giacabi a 21:11 | link | commenti (2)
bobbio, messori

giovedì, 14 maggio 2009
La morale cosiddetta laica non è ragionevole
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"Io sono stato discepolo di Norberto Bobbio, il quale diceva: “Ricordino signori che la morale cosiddetta laica non è ragionevole”. Non è ragionevole perché manca del chiodo alla parete a cui può essere appesa. Nessuno è in grado di dare una risposta ragionevole alla domanda: “Perché fare il bene e non il male se facendo il male me ne viene un vantaggio e non sarò punito?”. Trovo inutile appellarsi alla coscienza, che è una realtà cristiana. Qual è la “coscienza” dell’indigeno antropofago? Perché Gesù è venuto sulla terra se fosse bastato un intellettuale per indicarci l’etica da seguire? Perché il Vangelo non sia svuotato dobbiamo pur segnalare dei comportamenti che ci sono richiesti proprio dal Vangelo. Se la ragione bastasse per stabilire l’etica, a che pro la rivelazione cristiana? Non sarebbe superflua? Non sarebbe bastato un Socrate qualsiasi?"
Vittorio Messori

Postato da: giacabi a 23:39 | link | commenti
bobbio

giovedì, 27 marzo 2008
L’aborto è un omicidio
L’aborto è un omicidio
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Alla vigilia del referendum sull'aborto, il «Corriere della sera» dell'8 maggio 1981 pubblicò un'intervista di Giulio Nascimbeni a Norberto Bobbio. Il filosofo, tra i massimi esponenti della cultura laica del dopoguerra, spiega così le sue ragioni a favore della vita.


Sono con Norberto Bobbio nel suo studio di Torino, fra scaffali gremiti e tavoli coperti da giornali e riviste. «Non parlo volentieri di questo problema dell'aborto» mi dice. Gli chiedo perché. «È un problema molto difficile, è il classico problema nel quale ci si trova di fronte a un conflitto di diritti e di doveri».
Quali diritti e quali doveri sono in conflitto?
«Innanzitutto il diritto fondamentale del concepito, quel diritto di nascita sul quale, secondo me, non si può transigere. È lo stesso diritto in nome del quale sono contrario alla pena di morte. Si può parlare di depenalizzazione dell'aborto, ma non si può essere moralmente indifferenti di fronte all'aborto».
Lei parlava di diritti, non di un solo diritto
«C'è anche il diritto della donna a non essere sacrificata nella cura dei figli che non vuole. E c'è un terzo diritto: quello della società. Il diritto della società in generale e anche delle società particolari a non essere superpopolate, e quindi a esercitare il controllo delle nascite».
Non le sembra che, così posto, il conflitto fra questi diritti si presenti pressoché insanabile?
«È vero, sono diritti incompatibili. E quando ci si trova di fronte a diritti incompatibili, la scelta è sempre dolorosa».
Ma bisogna decidere.
«Ho parlato di tre diritti: il primo, quello del concepito, è fondamentale; gli altri, quello della donna e quello della società, sono derivati. Inoltre, e questo per me è il punto centrale, il diritto della donna e quello della società, che vengono di solito addotti per giustificare l'aborto, possono essere soddisfatti senza ricorrere all'aborto, cioè evitando il concepimento. Una volta avvenuto il concepimento, il diritto del concepito può essere soddisfatto soltanto lasciandolo nascere».
Quali critiche muove alla legge 194?
«Al primo articolo è detto che lo Stato "garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile". Secondo me, questo diritto ha ragione d'essere soltanto se si afferma e si accetta il dovere di un rapporto sessuale cosciente e responsabile, cioè tra persone consapevoli delle conseguenze del loro atto e pronte ad assumersi gli obblighi che ne derivano. Rinviare la soluzione a concepimento avvenuto, cioè quando le conseguenze che si potevano evitare non sono state evitate, questo mi pare non andare al fondo del problema. Tanto è vero che, nello stesso primo articolo della 194, è scritto subito dopo che l'interruzione della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite».
E se, abrogando la legge 194, si tornasse ai «cucchiai d'oro», alle «mammane», ai drammi e alle ingiustizie dell'aborto clandestino? L'aborto è una triste realtà, non si può negarla.
«Il fatto che l'aborto sia diffuso, è un argomento debolissimo dal punto di vista giuridico e morale. E mi stupisce che venga addotto con tanta frequenza. Gli uomini sono come sono: ma la morale e il diritto esistono per questo. Il furto d'auto, ad esempio, è diffuso, quasi impunito: ma questo legittima il furto? Si può al massimo sostenere che siccome l'aborto è diffuso e incontrollabile, lo Stato lo tollera e cerca di regolarlo per limitarne la dannosità. Da questo punto di vista, se la legge 194 fosse bene applicata, potrebbe essere accolta come una legge che risolve un problema umanamente e socialmente rilevante».
Esistono azioni moralmente illecite ma che non sono considerate illegittime?
«Certamente. Cito il rapporto sessuale nelle sue varie forme, il tradimento tra coniugi, la stessa prostituzione. Mi consenta di ricordare il Saggio sulla libertà di Stuart Mill. Sono parole scritte centotrent'anni fa, ma attualissime. Il diritto, secondo Stuart Mill, si deve preoccupare delle azioni che recano danno alla società: "il bene dell'individuo, sia esso fisico o morale, non è una giustificazione sufficiente"».
Questo può valere anche nel caso dell'aborto?
«Dice ancora Stuart Mill: "Su se stesso, sulla sua mente e sul suo corpo, l'individuo è sovrano". Adesso le femministe dicono: "Il corpo è mio e lo gestisco io". Sembrerebbe una perfetta applicazione di questo principio. Io, invece, dico che è aberrante farvi rientrare l'aborto. L'individuo è uno, singolo. Nel caso dell'aborto c'è un "altro" nel corpo della donna. Il suicida dispone della sua singola vita. Con l'aborto si dispone di una vita altrui».
Tutta la sua lunga attività, professor Bobbio, i suoi libri, il suo insegnamento sono la testimonianza di uno spirito fermamente laico. Immagina che ci sarà sorpresa nel mondo laico per queste sue dichiarazioni?
«Vorrei chiedere quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il "non uccidere". E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l'onore di affermare che non si deve uccidere».
 

Postato da: giacabi a 13:59 | link | commenti (2)
aborto, bobbio

martedì, 12 febbraio 2008

NORBERTO BOBBIO
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Perché non riesco a credere
IO NON sono un uomo di fede, sono un uomo di ragione e diffido di tutte le fedi, però distinguo la religione dalla religiosità.
Religiosità significa per me, semplicemente, avere il senso dei propri limiti, sapere che la ragione dell'uomo è un piccolo lumicino, che illumina uno spazio infimo rispetto alla grandiosità, all'immensità dell'universo. L'unica cosa di cui sono sicuro, sempre stando nei limiti della mia ragione - perché non lo ripeterò mai abbastanza: non sono un uomo di fede, avere la fede è qualcosa che appartiene a un mondo che non è il mio - è semmai che io vivo il senso del mistero, che evidentemente è comune tanto all'uomo di ragione che all' uomo di fede. Con la differenza che l'uomo di fede riempie questo mistero con rivelazioni e verità che vengono dall'alto, e di cui non riesco a convincermi.
Resta però fondamentale questo profondo senso del mistero, che ci circonda, e che è ciò che io chiamo senso di religiosità.
La mia è una religiosità del dubbio, anziché delle risposte certe. Io accetto solo ciò che è nei limiti della stretta ragione, e sono limiti davvero angusti: la mia ragione si ferma dopo pochi passi mentre, volendo percorrere la strada che penetra nel mistero, la strada non ha fine. Più noi sappiamo, più sappiamo di non sapere. Qualsiasi scienziato ti dirà che più sa e più scopre di non sapere.
Credevano di sapere di più gli antichi, che non sapevano niente al confronto di quello che sappiamo noi.
Abbiamo allargato enormemente lo spazio della nostra conoscenza, ma più lo allarghiamo più ci rendiamo conto che questo spazio è grande.
Cos' è il cosmo? Cosa sappiamo del cosmo? Come e perché il passaggio dal nulla all'essere?
È una domanda tradizionale, ma io non ho la risposta: perché l'essere e non piuttosto il nulla? Io non mi sono mai nascosto di non avere una risposta, e non so chi sappia darla a questa domanda ultima, se non per fede. Secondo Severino l'essere è infinito, l'essere c'è. Ma non è che così siamo in grado di capire cosa c'era prima. È impossibile. E di fronte alle domande cui è impossibile dare una risposta - perché di questo sono certo: non posso dare una riposta, benché appartenga ad una umanità che ha realizzato progressi enormi - mi sento un piccolo granello di sabbia in questo universo. E negare che la domanda abbia senso, come potrebbe fare una certa filosofia analitica, mi pare un gioco di parole. Probabilmente dipende dalla mia incapacità di andare al di là.
Ma quando sento di essere arrivato alla fine della vita senza aver trovato una risposta alle domande ultime, la mia intelligenza è umiliata. Umiliata. E io accetto questa umiliazione. La accetto. E non cerco di sfuggire a questa umiliazione con la fede, attraverso strade che non riesco a percorrere. Resto uomo della mia ragione limitata - e umiliata. So di non sapere.
Questo io chiamo "la mia religiosità". Non so se è giusto, ma in fondo coincide con quello che pensano le persone religiose di fronte al mistero. Certo, probabilmente non si riesce a resistere a questo dubitare continuo, a questo continuo non sapere, e allora ci si affida alle credenze, come quella nella immortalità dell'anima.
Io però, il fondo religioso della mia persona continuo a intenderlo come questo non sapere. Ed è un fondo religioso che mi assilla, mi agita, mi tormenta.
Un giorno al cardinal Martini ho detto: per me la differenza non è tra il credente e il non credente (cosa vuol dire poi credere? In che cosa?), ma tra chi prende sul serio questi problemi e chi non li prende sul serio: c'è il credente che si accontenta di risposte facili (e anche il non credente, sia chiaro, che delle risposte facili si accontenta!).
Qualcuno dice: "sono ateo", ma io non sono sicuro di sapere cosa significa. Penso che la vera differenza sia tra chi, per dare un senso alla propria vita, si pone con serietà e impegno queste domande, e cerca la risposta, anche se non la trova, e colui cui non importa nulla, a cui basta ripetere ciò che gli è stato detto fin da bambino………………..
…. Qualche volta, pensando alla morte di una persona particolarmente cara - mio padre, ad esempio - so che quella persona che ho amato ora non c'è più. E che ci sia qualche cosa di lui in un altro luogo - che non so dove sia - a me non importa assolutamente nulla.
La persona che ho amato era quel particolare modo di sorridere, di farci giocare, di raggiungerci in campagna alla fine della settimana quando eravamo in vacanza, la nostra attesa sul cancello della casa per aspettarlo e poi salutarlo festosamente: questo so per certo che non c'è più.
Ho continuato a riflettere sui grandi temi dell'esistenza e nessuna delle risposte della religione mi ha mai convinto. Però,
nello stesso tempo, neppure io sono riuscito a dare delle risposte. E dunque, di nuovo, dico che ho un senso religioso della vita proprio per questa consapevolezza di un mistero che è impenetrabile. Impenetrabile!
 Norberto Bobbio  da: Repubblica 30 APRILE 2000

Postato da: giacabi a 20:39 | link | commenti
bobbio, senso religioso

venerdì, 09 novembre 2007
I mali del mondo
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«Un pericolo non meno grave del nichilismo è il fondamentalismo religioso, i cui seguaci, sparsi ormai in tutto il mondo e in rapido aumento, al grido di “Dio lo vuole”, commettono i più efferati delitti. Nichilismo e fondamentalismo minacciano da due versanti opposti l’avvenire dell’umanità. Chi vede nel nostro futuro solo il pericolo del nichilismo, vede i mali del mondo con un occhio solo»
 Norberto Bobbio

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nichilismo, bobbio

sabato, 06 ottobre 2007
 Nichilismo e fondamentalismo
***
«Un pericolo non meno grave del nichilismo è il fondamentalismo religioso, i cui seguaci, sparsi ormai in tutto il mondo e in rapido aumento, al grido di “Dio lo vuole”, commettono i più efferati delitti. Nichilismo e fondamentalismo minacciano da due versanti opposti l’avvenire dell’umanità. Chi vede nel nostro futuro solo il pericolo del nichilismo, vede i mali del mondo con un occhio solo».
 N. Bobbio