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venerdì 6 giugno 2025

le persone che incontriamo sono il nostro riflesso

 «Tutte le persone che incontriamo sono il nostro riflesso. Ci sono state mandate perché noi, vedendole, correggiamo i nostri errori; e quando noi lo facciamo, anche queste persone cambiano. Oppure se ne vanno per sempre dalla nostra vita».


Boris Pasternak



martedì 19 dicembre 2023

Gulag, Salamov

 

«La cosa peggiore – afferma nei diari – è quando l’uomo comincia a sentire questo fondo oscuro, e per sempre, come parte della propria vita». Cosa poteva resistere nei gulag? Per l’ateo Salamov, soltanto Dio. «Nei campi di concentramento non ho visto nessuno che avesse più dignità dei credenti. La depravazione invadeva l’anima di tutti; resistevano solo i credenti», dice. Anche lui resistette. Nonostante la disperazione, per poter leggere una recensione delle sue poesie da parte del suo maestro, Boris Pasternak, nel 1952, Salamov percorse più di mille chilometri su una slitta trainata dai cani. Era una stroncatura, ma ne fu felicissimo.

«È a partire dal suo rapporto con Pasternak, rappresentante della letteratura russa, ancora prima della rivoluzione, grande poeta del Novecento, e con un retroterra culturale pre-rivoluzionario, che Salamov deciderà di scrivere del gulag», spiega Strada. Il nucleo dei Racconti della Kolyma emerge così nella corrispondenza con l’autore del Dottor Zivago. In una lettera a Pasternak, Salamov descrive una giornata nel campo di concentramento: «Il giorno lavorativo dura 16 ore. La gente dorme in piedi appoggiandosi sulle vanghe. Non può né sedersi né sdraiarsi – ti fucilerebbero sul posto. Buio biancastro con una tinta di blu della notte invernale, 60 gradi sotto zero. L’orchestra delle trombe d’argento suona le marce davanti alle file di detenuti semimorti. Nella luce gialla delle enormi torce di benzina una guardia legge la lista dei nomi dei detenuti fucilati per non aver raggiunto la norma di produttività».

Il rapporto con Pasternak
Per Salamov, Pasternak è la luce nell’abisso. E da dove provenga questa capacità del Nobel di far sperare un disperato, emerge forse dal resoconto di un incontro tra il grande poeta e Andrej Sinjavskij, sul finire del 1957. Un incontro che offre una risposta alla resistenza del popolo russo all’esperienza totalitaria e all’abisso del gulag. Pasternak, scrive Sinjavskij, «cominciò a parlare di Cristo, che viene a noi da laggiù, dal profondo della storia, come se quelle lontananze fossero il giorno che viviamo, e insieme al giorno si facessero trasparenti e declinassero nella sera, congiungendosi a un domani senza fine. Nelle parole di Pasternak, come mi parve, non v’era neppure l’ombra di un’aspettativa apocalittica. Cristo veniva oggi perché la nuova storia veniva da Cristo e dal Vangelo, compresa la nostra giornata e Cristo era di questa giornata la realtà più naturale e familiare. La storia con il suo passato, il suo presente, il suo futuro, era come un campo, un unico campo, uno spazio che s’apriva ininterrotto allo sguardo. Guardando dalla finestrella i campi e i declivi nevosi Pasternak parlava di Cristo che viene a noi da laggiù. E parlava senza affettazione, né enfasi, senza pompa alcuna, ma con semplicità quotidiana, come se là e laggiù fossero stati gli orti contigui e la fila dei campi biancheggianti che s’allargavano attorno».
Rivista Tempi su Varlam Salamov,

martedì 28 novembre 2023

si richiede un’ipocrisia costante

 “È una malattia di questi ultimi tempi. Credo che le cause siano d’origine morale. Alla gran maggioranza di noi si richiede un’ipocrisia costante, eretta a sistema. Ma non si può, senza conseguenze, mostrarsi ogni giorno diversi da quello che ci si sente: sacrificarsi per ciò che non si ama, rallegrarsi di ciò che ci rende infelici. Il sistema nervoso non è un vuoto suono o un’invenzione. La nostra anima occupa un posto nello spazio e sta dentro di noi come i denti nella bocca. Non si può impunemente violentarla all’infinito”.


Il dottor Zivago,  Boris Pasternak

giovedì 14 settembre 2023

L'ipocrisia

L'ipocrisia

 È una malattia di questi ultimi tempi. Credo che le cause siano d'origine morale. Alla gran maggioranza di noi si richiede  costante, eretta a sistema. Ma non si può, senza conseguenze, mostrarsi ogni giorno diversi da quello che ci si sente: sacrificarsi per ciò che non si ama, rallegrarsi di ciò che ci rende infelici. Il sistema nervoso non è un vuoto suono o un'invenzione. La nostra anima occupa un posto nello spazio e sta dentro di noi come i denti nella bocca. Non si può impunemente violentarla all'infinito.


Boris Pasternak

lunedì 5 dicembre 2022

Alla gran maggioranza di noi si richiede un'ipocrisia costante, eretta a sistema

 “È una malattia di questi ultimi tempi. Credo che le cause siano d'origine morale. Alla gran maggioranza di noi si richiede un'ipocrisia costante, eretta a sistema. Ma non si può, senza conseguenze, mostrarsi ogni giorno diversi da quello che ci si sente: sacrificarsi per ciò che non si ama, rallegrarsi di ciò che ci rende infelici. Il sistema nervoso non è un vuoto suono o un'invenzione. La nostra anima occupa un posto nello spazio e sta dentro di noi come i denti nella bocca. Non si può impunemente violentarla all'infinito.”


Boris Pasternak, il dottor Zivago

sabato 9 luglio 2022

 «Tutte le persone che incontriamo sono il nostro riflesso. Ci sono state mandate perché noi, vedendole, correggiamo i nostri errori; e quando noi lo facciamo, anche queste persone cambiano. Oppure se ne vanno per sempre dalla nostra vita».


Boris Pasternak


https://ilcenacolointellettuale.blogspot.com/2022/07/boris-pasternak.html?m=1

lunedì 7 settembre 2020

bisogna essere fedeli a Cristo

 

 bisogna essere fedeli a Cristo

***

…Dicevo che bisogna essere fedeli a Cristo. Mi spiego meglio. Voi non capite che si può essere atei, si può non sapere se Dio esista e per che cosa, e nello stesso tempo sapere che l’uomo non vive nella natura, ma nella storia, e che, nella concezione che oggi se ne ha, essa è stata fondata da Cristo, e che il Vangelo ne è fondamento. Ma che cos’è la storia? E’ un dar principio a lavori secolari per riuscire a poco a poco a risolvere il mistero della morte e a vincerla un giorno. Per questo si scoprono l’infinito matematico e le onde elettromagnetiche, per questo si scrivono sinfonie, ma non si può progredire in tale direzione senza una certa spinta. Per scoperte del genere occorre un’attrezzatura spirituale, e in questo senso, i dati sono già tutti nel Vangelo. Eccoli. In primo luogo, l’amore per il prossimo, questa forma suprema dell’energia vivente, che riempie il cuore dell’uomo ed esige di espandersi e di essere spesa. Poi, i principali elementi costitutivi dell’uomo d’oggi, senza i quali l’uomo non è pensabile, e cioè l’idea della libera individualità e della vita come sacrificio. 

Tenete conto che oggi ciò è ancora straordinariamente nuovo. Gli antichi non avevano storia in questo senso. C’era allora la ferocia laida e sanguinaria dei Caligola butterati dal vaiolo, i quali non sospettavano neanche quanto sia mediocre chiunque asservisca un altro. C’era la pomposa morta eternità dei monumenti di bronzo e delle colonne marmoree. Solo dopo Cristo i secoli e le generazioni hanno potuto respirare liberamente. Solo dopo di lui è cominciata la vita nella posterità e l’uomo non muore più per strada, ma in casa sua, dedito lui stesso a questa impresa…” 

  • Il Dottor Živago, Borìs Pasternak

mercoledì 20 aprile 2016

Varlam Salamov, il cronista che entrò nel gulag sovietico da bolscevico e ne uscì testimone dell’abisso

Varlam Salamov, il cronista che entrò nel gulag sovietico da bolscevico e ne uscì testimone dell’abisso



novembre 23, 2014 Francesco Amicone

I suoi racconti diretti della schiavitù sotto Stalin collocano l’autore dei “Racconti della Kolyma” tra giganti come Solzenicyn, Pasternak e Sinjavskij. Una mostra a Milano


salamovNel 1999 fu pubblicata, per la prima volta in Italia, l’opera monumentale di Varlam Salamov, I racconti della Kolyma, sull’inferno dei gulag sovietici. Fu un caso letterario. Quindici anni fa – e ancora oggi – il paragone fra i gulag e i lager è per alcuni inammissibile: la casa editrice Einaudi si rifiutò di pubblicare l’introduzione del polacco Gustaw Herling, reo di aver messo sullo stesso piano i «gemelli totalitari», nazismo e comunismo sovietico. «Eppure, chiunque abbia letto i racconti di Salamov confermerebbe l’esattezza del paragone», nota l’esperto filologo e russofilo Vittorio Strada a Tempi. Per farsene un’idea basta scorrere i pannelli della piccola mostra sullo scrittore russo, in questi giorni, all’Università Statale di Milano. Scrive Herling: «Nei campi sovietici non c’erano i forni crematori, non si mandava la gente nelle camere a gas: il risultato era però il medesimo, anche se si uccideva lentamente, attraverso la fame, il lavoro massacrante e il clima». Cambiava l’obiettivo. In Siberia, «si voleva sfruttare al massimo il lavoro dei prigionieri».
È da questa esperienza quasi ventennale come schiavo del regime comunista che Salamov trasse il bisogno di raccontare, spiega Strada, «non solo ponendosi con Solzenicyn, Grossman e Pasternak, fra gli autori russi che hanno concluso il periodo della letteratura sovietica, ma dando al suo contributo artistico un’eredità più universale». «Mentre Solzenicyn ebbe un ruolo storico decisivo contro il sistema, e il suo Arcipelago Gulag ebbe una diapason amplissima, Salamov fu inizialmente lasciato ai margini, perché si era concentrato sulla forza della testimonianza diretta, sulla disperazione e sull’abisso», afferma Strada.
Uomo dalle «molteplici vite» – conciatore di pelli, studente di diritto, letterato e prigioniero – Salamov descrive l’annichilimento umano nel sistema concentrazionario sovietico nella regione gelida, tetra della Kolyma, agli estremi confini della Siberia, con freddezza e precisione. Nella Kolyma, allora non c’erano strade, non c’era la ferrovia. Soltanto la taiga e migliaia di uomini condannati alla fame, al gelo, al lavoro, in una sconfinata distesa di larici e pini, dove dopo le epurazioni, dalla Rivoluzione di Ottobre, nel 1919, fino al 1970, «fare il socialismo» equivaleva alla rieducazione attraverso il lavoro forzato. Il gulag, però, non restituì un’umanità migliore, sottolinea l’autore russo. Fu invece «una grande prova per le forze morali dell’uomo, per la comune moralità umana, e il novantanove per cento degli uomini non resisteva a questa prova».
Non si scrive per guarire il dolore
Non voleva “fare letteratura”, Salamov, ma raccontare la vita dei gulag. «C’è una profondissima non verità nel fatto che il dolore umano divenga oggetto dell’arte, che il sangue vivo, il tormento, il dolore appaiano sotto forma di quadro, poesia, romanzo. Questo è un falso, sempre», afferma in un’intervista degli anni Settanta. «Peggio ancora è che scrivere significhi per l’artista allontanarsi dal dolore, alleviare il dolore, il proprio dolore, dentro. Anche questo è male».

Quando la sua opera vide la luce nel 1973, Solzenicyn volle chiedergli un contributo per Arcipelago Gulag. Lui accettò, inizialmente. Per capire come contribuì al lavoro, ci si può limitare a una domanda a margine del testo inoltrata a Solzenicyn. Parlando dei detenuti del gulag, alle prese con un gatto, Salamov si chiedeva: «E perché non lo ammazzano per mangiarselo?». Solzenicyn, accolse l’obiezione e corresse. Questo accadeva nel gulag, scrive Salamov. Lo racconta in Giorno di riposo. Qui, alcuni criminali offrono a un pope internato alcuni avanzi di un piatto di carne di montone. Il pope mangia, e quando scopre che in realtà sono i resti di un cucciolo di cane allevato dalla baracca, vomita. Eppure, afferma, «la carne era buona. Non peggio di quella di montone».
lavori-forzati-gulag-mar-baltico«Ho cambiato idea sulla vita come bene, felicità. La Kolyma mi ha insegnato tutt’altro», afferma Salamov ne I taccuini curati da Irina Sirotiskaja. «Il principio della mia epoca e della mia personale esistenza, di tutta la mia vita ciò che ho tratto dalla mia personale esperienza, la regola che ne ho desunto può essere espresso in poche parole. Prima di tutto bisogna restituire lo schiaffo e solo in un secondo tempo l’elemosina. Ricordare il male prima del bene. Ricordare tutto il bene ricevuto per cent’anni e tutto il male per duecento».
Una visione tetra del mondo, che però è in contrasto con l’esigenza di scrivere, spiega Strada. «Nei suoi racconti – afferma il filologo – la potenza letteraria di Salamov ha una fisionomia autonoma, che insieme allo stile, al destino personale, difficile e arduo dell’autore, creano una visione esistenziale di insieme cruda ma non nichilistica». «Salamov d’altronde parla dell’abisso dell’uomo nel mondo concentrazionario. Del destino personale degli uomini schiacciati dalla storia. Un tema che appartiene alla grande letteratura russa», spiega ancora Strada. «Nel periodo sovietico, è emblematica la metafora della Ruota Rossa di Solzenicyn, il romanzo in cui la Rivoluzione viene descritta come un meccanismo che schiaccia le esistenze degli uomini». «Anche in Salamov – afferma Strada – come in Solzenicyn, emerge però la resistenza dell’uomo alla violenza della storia, sulla quale lo scrittore può sempre dire una parola per non essere schiacciato fino in fondo».
L’autore dei Racconti della Kolyma non ha mai negato la sua adesione al bolscevismo. Alla fine dell’esperienza del gulag dice: «Sono stato partecipe di una battaglia persa per l’effettivo rinnovamento della vita». Quella sconfitta lo condannò, come trotzkista, dunque nemico di Stalin, a una vita di miseria e privazioni. Nei campi di concentramento, il credo nell’ideologia comunista si opacizzò e rimase in piedi soltanto la realtà e l’esperienza del gulag. La disperazione.
«La cosa peggiore – afferma nei diari – è quando l’uomo comincia a sentire questo fondo oscuro, e per sempre, come parte della propria vita». Cosa poteva resistere nei gulag? Per l’ateo Salamov, soltanto Dio. «Nei campi di concentramento non ho visto nessuno che avesse più dignità dei credenti. La depravazione invadeva l’anima di tutti; resistevano solo i credenti», dice. Anche lui resistette. Nonostante la disperazione, per poter leggere una recensione delle sue poesie da parte del suo maestro, Boris Pasternak, nel 1952, Salamov percorse più di mille chilometri su una slitta trainata dai cani. Era una stroncatura, ma ne fu felicissimo.
«È a partire dal suo rapporto con Pasternak, rappresentante della letteratura russa, ancora prima della rivoluzione, grande poeta del Novecento, e con un retroterra culturale pre-rivoluzionario, che Salamov deciderà di scrivere del gulag», spiega Strada. Il nucleo dei Racconti della Kolyma emerge così nella corrispondenza con l’autore del Dottor Zivago. In una lettera a Pasternak, Salamov descrive una giornata nel campo di concentramento: «Il giorno lavorativo dura 16 ore. La gente dorme in piedi appoggiandosi sulle vanghe. Non può né sedersi né sdraiarsi – ti fucilerebbero sul posto. Buio biancastro con una tinta di blu della notte invernale, 60 gradi sotto zero. L’orchestra delle trombe d’argento suona le marce davanti alle file di detenuti semimorti. Nella luce gialla delle enormi torce di benzina una guardia legge la lista dei nomi dei detenuti fucilati per non aver raggiunto la norma di produttività».
Il rapporto con Pasternak
Per Salamov, Pasternak è la luce nell’abisso. E da dove provenga questa capacità del Nobel di far sperare un disperato, emerge forse dal resoconto di un incontro tra il grande poeta e Andrej Sinjavskij, sul finire del 1957. Un incontro che offre una risposta alla resistenza del popolo russo all’esperienza totalitaria e all’abisso del gulag. Pasternak, scrive Sinjavskij, «cominciò a parlare di Cristo, che viene a noi da laggiù, dal profondo della storia, come se quelle lontananze fossero il giorno che viviamo, e insieme al giorno si facessero trasparenti e declinassero nella sera, congiungendosi a un domani senza fine. Nelle parole di Pasternak, come mi parve, non v’era neppure l’ombra di un’aspettativa apocalittica. Cristo veniva oggi perché la nuova storia veniva da Cristo e dal Vangelo, compresa la nostra giornata e Cristo era di questa giornata la realtà più naturale e familiare. La storia con il suo passato, il suo presente, il suo futuro, era come un campo, un unico campo, uno spazio che s’apriva ininterrotto allo sguardo. Guardando dalla finestrella i campi e i declivi nevosi Pasternak parlava di Cristo che viene a noi da laggiù. E parlava senza affettazione, né enfasi, senza pompa alcuna, ma con semplicità quotidiana, come se là e laggiù fossero stati gli orti contigui e la fila dei campi biancheggianti che s’allargavano attorno».

mercoledì 25 settembre 2013

mi abbraccia ciò che mi si svela.

                                           ***

«Mi desto. E mi abbraccia ciò che mi si svela...
Tale dev’essere la vita:
dev’essere il dramma della pienezza,

il dramma della creatività e della felicità.
La drammaticità della vita è la sua legge naturale,

 dev’essere drammatica per essere reale.
Quando poi sulle sue testimonianze versi lacrime,
non è perché le circostanze
si sono combinate in maniera sfortunata,

ma perché è costata cara.
È la sua grandezza che fa piangere
».


PASTERNAK Lettera alla sorella Zozefina, 12 maggio 1958

domenica 19 febbraio 2012

pasternak


In ogni cosa ho voglia di arrivare
***

 
In ogni cosa ho voglia di arrivare
sino alla sostanza.
Nel lavoro, cercando la mia strada,
nel tumulto del cuore.
Sino all’essenza dei giorni passati,
sino alla loro ragione,
sino ai motivi, sino alle radici,
sino al midollo.
Eternamente aggrappandomi al filo
dei destini, degli avvenimenti,
sentire, amare, vivere, pensare,
effettuare scoperte.
Oh, se mi fosse dato, se potessi
almeno in parte,
mi piacerebbe scrivere otto versi
sulle proprietà della passione.
Sulle trasgressioni, sui peccati,
sulle fughe, sugli inseguimenti,
sulle inavvertenze frettolose,
sui gomiti, sui palmi.
Dedurrei la sua legge,
il suo cominciamento,
dei suoi nomi verrei ripetendo
le lettere iniziali.
I miei versi sarebbero un giardino.
Con tutto il brivido delle nervature
vi fiorirebbero i tigli a spalliera,
in fila indiana, l’uno dietro l’altro.
Introdurrei nei versi la fragranza
delle rose, un alito di menta,
ed il fieno tagliato, i prati, i biodi,
gli schianti della tempesta.
Così Chopin immise in altri tempi
un vivente prodigio
di ville, di avelli, di parchi, di selve
nei propri studi.
Giuoco e martirio
del trionfo raggiunto,
corda incoccata
di un arco teso.

(Boris Pasternak)
grazie a:Utente: pepeannamaria61http://pannacioccolata.splinder.com

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pasternak

domenica, 21 agosto 2011

***
“Ce ne sono al mondo di cose che meritino fedeltà? Ben poche. Io penso che si debba essere fedeli all’immortalità, quest’altro nome della vita, un po’ più forte. Essere fedeli all’immortalità, fedeli a Cristo!”.
Pasternak:

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pasternak

martedì, 16 agosto 2011

Pensieri di PASTERNAK
da: DOTTOR ZIVAGO
***

 
"Mi è sempre sembrato che ogni concepimento sia immacolato, e che nel dogma su quello della madre di Dio si esprima l’idea universale della maternità.
In ogni donna che genera si trova lo stesso senso di solitudine, di distacco, di abbandono a se stessa. L’uomo ormai, in questo particolare momento, rimane a tal punto estraneo che è come se in nessun modo ne fosse partecipe e tutto fosse caduto dal cielo.
La donna è sola a mettere al mondo la propria creatura, sola con lei si ritira su un altro piano dell’esistenza, Dove c’è più silenzio e si può tenere senza paura una culla. E sola, in silenziosa umiltà, la nutre e la cresce”
  ***
[Dal dialogo tra Lara e Jurij il giorno del loro rincontro]
— [...] Ma voi siete cambiato. Prima non giudicavate la rivoluzione così aspramente, con tanto rancore.
— Tutto ha una misura, Larisa Fëdorovna. In questo frattempo si sarebbe potuto arrivare a qualcosa. E invece è apparso chiaro che, per gli ispiratori della rivoluzione, il vero elemento naturale è questa frenesia di cambiamenti e spostamenti. Per soddisfarli, ci vuole perlomeno tutto il globo terrestre. La costruzione di nuovi mondi, i periodi di transizione sono il loro fine; un fine a se stesso. Non hanno imparato nient’altro, non sanno fare altro. E sapete da che deriva l’irrequietezza di questi eterni preparativi? Dalla mancanza di capacità precise, di talento. L’uomo nasce per vivere, non per prepararsi alla vita, e la vita stessa, il fenomeno vita, il dono della vita sono una cosa così affascinante, così seria! Perché barattarla con la puerile arlecchinata di immature innovazioni, con queste fughe da scolaretti di Cechov in America?

"Non vi sarà morte, dice Giovanni evangelista… perché il passato è ormai trascorso. Quasi come dire: non vi sarà morte perché questo è già stato visto, è vecchio e ha stancato, e ora occorre qualcosa di nuovo e il nuovo è la vita eterna".
***
"Il marxismo è troppo poco padrone di se stesso per essere una scienza… Non conosco corrente che sia più chiusa in se stessa e più lontana dai fatti del marxismo"
"In quella nuova forma di comunione che si chiama regno di Dio, non ci sono popoli, ma individui. Tu hai detto che i fatti sono privi di senso se non se ne dà loro uno. Il cristianesimo, il mistero dell'individuo è appunto ciò che si deve immettere nei fatti, perché essi acquistino un senso per l'uomo".

"La grande, la vera arte è quella che si chiama la Rivelazione di Giovanni e quella che in qualche modo la continua".
"Ed ecco che in quell'orgia pacchiana d'oro e di marmi venne lui, leggero e vestito di luce, ostentatamente umano, volutamente provinciale, galileo, e da quel momento i popoli e gli dèi cessarono d'esistere e cominciò l'uomo, l'uomo falegname, l'uomo agricoltore, l'uomo pastore tra un gregge di pecore al tramonto… l'uomo celebrato con riconoscenza da tutte le ninna-nanne materne e da tutte le gallerie di pittura del mondo".
***
"Una serenità data dalla coscienza del rapporto che lega le esistenze umane, dalla certezza del loro reciproco comunicare, dal sentimento di felicità al pensiero che tutto quel che avviene non si compie soltanto sulla terra dove si seppelliscono i morti, ma anche in altro luogo, in quello che taluni chiamano il regno di Dio, altri la storia".
***
"La notte illuminata dalla luna era stupefacente, come la misericordia".
***
"Io penso che si debba essere fedeli all'immortalità, quest'altro nome della vita, un po' più intenso. Essere fedeli all'immortalità, fedeli a Cristo!"
***
"Finora si riteneva che la cosa essenziale nel Vangelo fossero le massime e le regole morali, mentre per me la cosa principale è che Cristo parla con parabole tratte dalla vita di ogni giorno, spiegando la verità al lume dell'esistenza quotidiana"
BORIS PASTERNAK DA: DOTTOR ZIVAGO

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pasternak

sabato, 27 novembre 2010

01/06/2002
Tracce pp. ss
Verso il Meeting
Il bello è splendore del vero
***
Mimmo Stolfi

Luzi, Degas, Solmi, Weil… Pillole di genialità verso il prossimo Meeting: «Il sentimento delle cose, la contemplazione della bellezza». Apparenza, Mistero e realtà nella percezione di artisti del Novecento
Con buona pace di Platone e di tutti i suoi seguaci, numerosissimi ancora oggi, la bellezza non è l’idea del bello. L’oggetto dell’estetica è la percezione, non un concetto. Non c’è dunque niente di più concreto della bellezza, la cui contemplazione non avviene nell’iperuranio, ma qui e ora nel mondo attraverso i sensi. Ecco perché in questa scelta antologica ispirata alla frase «il sentimento delle cose, la contemplazione della bellezza», non troverete quasi mai citazioni tratte da filosofi di professione, ma piuttosto pensieri di poeti, artisti, scrittori. Tutta gente per la quale la bellezza non è materia teorica, ma quello stimolo, quella scossa o quella carezza che la realtà spesso concede a chi non distolga lo sguardo dalle cose e dai volti. Ma la potenza della bellezza è tale che spesso assume i caratteri di una vera propria epifania. Di un’apparizione improvvisa che può coglierci anche nel tran tran quotidiano. Un vero e proprio urto che ci scuote suscitando in noi quell’anelito a un oltre, soffocato dal chiacchiericcio assordante che ci circonda. È quello che accade, per esempio, nella poesia A una passante di Baudelaire: «La via assordante strepitava intorno a me./ Una donna alta, sottile, a lutto, in un dolore immenso,/ passò sollevando e agitando/ con mano fastosa il pizzo e l’orlo della sua gonna/ (...) Un lampo...poi la notte! - bellezza fuggitiva/ dallo sguardo che m’ha fatto subito rinascere,/ ti rivedrò solo nell’eternità?». L’urto della bellezza risveglia anche quella promessa di felicità, quel desiderio di infinito che alberga in ogni uomo. E ancora una volta a donarci le parole più intense per dire quell’emozione che ci lavora dentro, e la cui intensità è tale che spesso non riusciamo a verbalizzarla, è un poeta. Un poeta, Rainer Maria Rilke, che quella felicità, quella bellezza, non la coglie in un platonico “mondo delle Idee”, ma nella terra, la nostra terra: «E noi che pensiamo la felicità/ come un’ascesa, ne avremmo l’emozione/ quasi sconcertante/ di quando cosa ch’è felice, cade».
«Quella che io intendo per bellezza, ed è la sola che mi interessa, mi tocca e mi commuove, è una promanazione interiore armonizzata con la forma esterna».
(Mario Luzi, Intervista a Doriano Fasoli, Radiotre)
«Tanto in cuore aver d’amore/ da dire tutto è bello,/ anche l’uomo e il suo male,/ anche in me quello che m’addolora».
(
Umberto Saba, Canzoniere)
«Se non vedi il gioiello nel sassolino circondato da fili d’oro, può darsi che ti lavi le mani così spesso da sbiadire i pensieri che vi sono stati riposti».
(Emily Dickinson, Poesie)

«Ho visto cose bellissime, grazie alla diversa prospettiva suggerita dalla mia perenne insoddisfazione, e quel che mi consola ancora, è che non smetto di osservare».
(Edgar Degas, Scritti)
«Il colore di ogni cosa ci commuove come un’armonia; ci vien voglia di piangere vedendo che le rose son rose o, se è inverno, scorgendo sui tronchi delle piante dei bei colori verdi quasi riflettenti; e, se un poco di luce batte su quei colori, come, ad esempio, nell’ora del tramonto, quando il lilla bianco fa cantare la propria bianchezza, ci si sente inondati di bellezza».
(
Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto)
«Altrove, senza dubbio, esistono i tramonti. Ma perfino da questo quarto piano sulla città si può pensare all’infinito. Un infinito con magazzini sottostanti, è vero, ma con stelle all’orizzonte».
(Fernando Pessoa, Il libro)

«L’abbandono di fronte alle cose e l’apertura al mistero si appartengono l’uno all’altra».
(Martin Heidegger, L’abbandono)
«La verità, manifestata dalla bellezza, è enigmatica; essa non può essere né decifrata né spiegata con le parole, ma quando un essere umano, una persona si trova accanto a questa bellezza, si imbatte in questa bellezza, sta di fronte a questa bellezza, essa fa sentire la sua presenza, almeno con quei brividi che corrono lungo la schiena. La bellezza è come un miracolo, del quale l’uomo diventa involontariamente testimone. Tutto qua».
(Andrej Tarkovskij, Intervista a Poiesis)

«La rivelazione della poesia, una volta affacciandomi a una finestra, si impersonò per me in un grande mandorlo fiorito, candido nell’abbagliante chiarore della luna piena».
(Sergio Solmi, Meditazioni e ricordi)

«Ma perché essere qui è molto, e perché sembra che tutte le cose di qui abbian bisogno di noi, queste effimere che stranamente ci sollecitano. Di noi, i più effimeri».
(
Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi)
«Sono solo un uomo, ho bisogno di segni sensibili, costruire scale di astrazioni mi stanca presto. Desta, dunque, o Dio, un uomo in un posto qualsiasi della terra e permetti che guardandolo io possa ammirare Te».
(
Czeslaw Milosz, La mente prigioniera)
«Ringraziavo Dio del fatto di avermi creato artista per amare tutte le forme in cui Egli si manifesta, e piangere di esultanza e di giubilo davanti ad esse».
(
Boris Pasternak, Il soffio della vita)
«Il bello è l’apparenza manifesta del reale».
(
Simone Weil, Quaderni)
«L’uomo non può fare a meno della bellezza, e la nostra epoca finge di volerlo ignorare. Essa non vede il bello perché s’irrigidisce per raggiungere l’assoluto e il dominio, vuole trasfigurare il mondo prima di averlo esaurito, ordinarlo prima d’averlo capito. Per quanto dica, essa diserta da questo mondo».
(Albert Camus, Lo straniero)
«La bellezza si nasconde in ogni piega del mondo, anche nei posti più inimmaginabili. Coglierla significa dischiudersi alle ricchezze della vita. E anche comprenderne la responsabilità».
(Elaine Scarry, Sulla bellezza)

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sabato, 06 marzo 2010

La Stella di Natale
***

di Boris Pasternak

C’era l’inverno.
Soffiava il vento dalla steppa.
E freddo aveva il neonato nella tana
sul pendio del colle.
L’alito del bue lo riscaldava.
Animali domestici
stavano nella grotta,
sulla culla vagava un tiepido vapore.

La notte di gelo somigliava a una fiaba
e, dalla nevosa catena dei monti,
nella tormenta, qualcuno
per tutto il tempo scese invisibile tra loro.
Per quella stessa strada, per quegli stessi luoghi,
alcuni angeli andavano in mezzo alla folla.
L'incorporeità li rendeva invisibili,
ma a ogni passo lasciavano l'impronta d'un piede.
Una folla di popolo si raccoglieva presso la rupe.
Albeggiava. Si delineavano i tronchi dei cedri.
“E voi chi siete?” domandò Maria.
“Noi stirpe di pastori e messaggeri del cielo,
siamo accorsi a cantar lode a voi due”.
“Non si può tutti insieme, aspettate alla porta”.
Nella foschia di cenere, che precede il mattino,
battevano i piedi mulattieri e allevatori.
Gli appiedati imprecavano contro quelli a cavallo;
e accanto al tronco cavo dell'abbeverata
mugliavano i cammelli, scalciavano gli asini.
Albeggiava. Dalla volta celeste l'alba spazzava,
come granelli di cenere, le ultime stelle.
E della innumerevole folla solo i Magi
Maria lasciò entrare nella cavità della roccia.
Lui dormiva, tutto splendente, in una culla di quercia,
come un raggio di luna dentro il cavo di un tronco.

Invece di pelli di pecora
le labbra di un asino e le nari di un bue.
Ad un tratto qualcuno, un po’ a sinistra nell’oscurità,
con la mano scansò dalla culla uno dei Magi
e quello si voltò. Dalla soglia la Vergine Maria
guardava come un ospite la stella di Natale.


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martedì, 31 marzo 2009

MARIJA JUDINA

La pianista che commosse Stalin

Enrico Raggi              
 
 
lunedì 30 marzo 2009

Il toccante libro di Giovanna Parravicini, Liberi, recentemente edito da Rizzoli – inconsueta galleria di ritratti di nove protagonisti della Russia novecentesca, storie di grandi uomini, di luminosi testimoni della Fede, di martiri catacombali – fa riemergere da lontane nebbie la leggendaria figura della pianista Marija Judina.
Notizie biografiche ridotte al minimo. Scarse le registrazioni sopravvissute. Alcuni conoscitori ne tramandano giudizi entusiasti. Una certezza: fu la più grande pianista russa di tutti i tempi.
Virtuosismo, scatto, elettricità, bellezza del suono, un’eccezionalità umana più grandi del suo mito. Prodigio di perfezione e di poesia.
Classe 1899, a dodici anni è già artista completa. Legge avidamente Platone, Agostino, Tommaso d’Aquino, si appassiona ai poeti simbolisti, studia arti figurative, architettura, teatro, filologia, storia. Al suo cospetto i colleghi Richter, Gilels, Sofronitskij tremano come ragazzini. «Le sue dita sono artigli d’aquila», esclama un ammirato Shostakovich. Anche Prokofiev ne è sbalordito.
«Suonare per me è un avvenimento interiore
», testimonia la giovane Judina, donna inquieta, inappagata, sempre in ricerca. «Non m’interessano la fama o la tranquillità. Al centro della mia vita c’è la ricerca della verità. Devo inoltrarmi nella mia vocazione, alla ricerca di un’illuminazione che mi sorprenderà», riassume. Questa sua tormentosa indagine approderà finalmente alla Fede. A vent’anni si fa battezzare nella Chiesa ortodossa: «Conosco solo una strada che porta a Dio, l’arte». Autorevoli membri di partito rimpiangono questa sua sciagurata decisione: «Noi la porteremmo in trionfo, se solo Lei non credesse in Dio!». «Non rinnegherò la mia fede. Sarete voi, invece, a venire tutti dalla nostra. Voglio mostrare alla gente che si può vivere senza odiare, pur essendo liberi e indipendenti», replica. Non nasconde amicizie pericolose (Pasternak, padre Pavel Florenskij, la poetessa Marina Cvetaeva, il monaco Feodor Andreev), ma fortunosamente evita sempre la reclusione.
Neri capelli lisci, occhi che mandano bagliori, lunghi abiti scuri su scarpe scalcagnate. Ai suoi concerti il pubblico non vuole andarsene, nemmeno dopo l’ennesimo bis. Lei entra in scena e recita poesie di autori proibiti, scatenando uragani di applausi. Subito le sue tournée sono cancellate. La sua notorietà è ormai mondiale, numerosi inviti le giungono dall’estero, ma ogni volta è costretta a rifiutare. «Ostenta la sua religione», è l’accusa. «Una sua lezione su Bach è catechismo, sembra di leggere un pezzo di Vangelo», confermano i suoi allievi.
La licenziano dal Conservatorio di Leningrado. Si trasferisce allora a Mosca, dove fatica perfino a pagarsi l’affitto e riesce a malapena a noleggiare un pianoforte. Aiuta tutti, paga visite mediche agli amici indigenti, difende i perseguitati dal regime. Quando tiene concerti, affigge avvisi di questo tipo: «Suonerò nella tale città. Posso portare pacchi di un chilo massimo l’uno». Poi recapita i vari pacchi agli sconosciuti destinatari, fino all’ultimo. Non teme nulla, nella certezza indistruttibile di un rapporto con un Tu vivo, presente, che la sostiene: «Ho due stelle che mi guidano: la musica e Dio».
Nel 1943 Stalin ascolta alla radio il Concerto K 488 di Mozart eseguito dal vivo dalla Judina. Ne resta così colpito da chiederne immediatamente il disco. Ma il disco non esiste perché si tratta di una diretta, effettuata negli studi della radio di Mosca. Non è il caso di perdere tempo in spiegazioni: la Judina è convocata d’urgenza, l’orchestra è pronta, due direttori declinano l’invito, solo un terzo accetta, in una notte la registrazione è fatta, il disco confezionato in pochi esemplari e recapitato all’illustre ammiratore.
Stalin è generoso, fa avere alla Judina ventimila rubli, una cifra strepitosa per l’epoca. Con un gesto folle, li rifiuta
: «La ringrazio. Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso, La perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della chiesa in cui vado».
Ancora una volta, non le viene torto un capello. Sale spontaneamente alla bocca la parola “miracolo”. Alla morte di Stalin, sul grammofono del dittatore, c’è quel disco della Judina.
«Due stelle mi guidano, come una volta», continuerà a ripetere Marija, «ma ora mi sono accorta che l’ordine è diverso: Dio e la musica». «L’esperienza della musica è uno squarcio che si apre su un altro mondo, su una realtà più grande, sulla realtà: la Grazia di Dio».
Sono le ultime parole della Judina. Le legge il suo parroco, padre Vsevold Spiller, durante l’omelia funebre, il 24 novembre 1970.

Mozart - Concerto per Pianoforte e Orchestra n. 23 in La Maggiore K. 488 - I. Allegro

Mozart - Concerto per Pianoforte e Orchestra n. 23 in La Maggiore K. 488 - II. Adagio


Mozart - Concerto per Pianoforte e Orchestra n. 23 in La Maggiore K. 488 - III. Allegro assai


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venerdì, 27 marzo 2009

Se non lo farò io, chi lo farà?
 ***

...No, né le bombe atomiche, né le dittature sanguinarie né le teorie della "moderazione" o della convergenza salveranno la democrazia. Noi, che siamo nati e cresciuti nell'atmosfera del terrore, conosciamo un mezzo solo, i panni del cittadino. C'è una differenza di qualità nel comportamento della massa e del singolo in una situazione estrema. Il popolo, la nazione, la classe, il partito o semplicemente la folla, in una situazione estrema,
vince l’istinto di autoconservazione.
Essa può sacrificare una parte sperando
di salvare il resto, può disgregarsi in
gruppi cercando la salvezza. Ed è proprio
questo a perderla. -Perché proprio
io?- si chiede ognuno nella folla -Da solo
non posso far niente-. E periscono tutti.
Stretto contro il muro, l’uomo riconosce:
“Io sono il popolo, io sono la nazione”.
Non può indietreggiare, e preferisce la
morte fisica a quella spirituale. E, cosa
straordinaria, nel difendere la propria
integrità egli difende il proprio popolo,
la propria classe o partito. Sono questi
uomini a conquistare il diritto alla vita
per la propria comunità, anche se forse
non ci pensano. -Se non lo farò io, chi lo
farà?- si domanda l’uomo stretto al muro.
E salva tutti. Così l’uomo comincia a
costruire il proprio castello.
 V. Bukovskij: Il vento va e poi ritorna


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Essere famosi non è bello
Borìs Pasternàk
 ***

Essere famosi non è bello,
non è così che ci si leva in alto.
Non c’è bisogno di tenere archivi,
di trepidare per i manoscritti.

Scopo della creazione è il restituirsi,
non il clamore, non il gran successo.
È vergognoso, non contando nulla,
essere favola in bocca di tutti.

Ma occorre vivere senza impostura,
viver così da cattivarsi in fine
l’amore dello spazio, da sentire
il lontano richiamo del futuro.

Ed occorre lasciare le lacune
nel destino, non già fra le carte,
annotando sul margine i capitoli
e i luoghi di tutta una vita.

Ed occorre tuffarsi nell’ignoto
e nascondere in esso i propri passi,
come si nasconde nella nebbia
un luogo, quando vi discende il buio.

Altri, seguendo le tue vive tracce,
faranno la tua strada a palmo a palmo,
ma non sei tu che devi sceverare
dalla vittoria tutte le sconfitte.

E non devi recedere d’un solo
briciolo dalla tua persona umana,
ma essere vivo, nient’altro che vivo,
vivo e nient’altro sino alla fine


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giovedì, 25 settembre 2008

Il calore umano
 ***
 Che piacere ti fa l’uomo della strada quando ti dice «per favore» oppure «grazie». E lo dice con tanto calore, come se ti augurasse veramente la salvezza. Solo su questo calore umano si regge il mondo, specie il mondo russo. «Fratello», «paparino», «siate buono», basta una qualsiasi di queste parole. Senza particolare riguardo, ma con una intonazione familiare”

Pasternak(Abram Terz)



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lunedì, 14 luglio 2008

Nazismo e comunismo sono gemelli
***
"Mi tormenta la stessa cosa nel nostro sistema qui e nel vostro, per quanto possa sembrarti strano cioè il fatto che si tratta di movimenti nazionalistici e non cristiani, che corrono l'uguale rischio di scivolare nel bestialismo del fatto e che comportano un'identica rottura con la tradizione secolare misericordiosa,che si nutriva di trasformazioni e di prefigurazioni e non delle mere constatazioni della cieca inclinazione. Sono due movimenti gemelli, di pari livello, dove uno emula l'altro, il che è sempre più' triste. Sono le due ali, destra e sinistra, della stessa notte materialistica. "
Boris Pasternak da: Lettera ai genitori 5 marzo 1933

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sabato, 08 marzo 2008

La  storia moderna incominciava da Cristo e dal Vangelo
 ***


 «E [Pasternak] si mise a parlare di Cristo che viene a noi di là, dalle lontananze della storia, come se queste lontananze fossero l’oggi e declinassero verso sera con la trasparenza dell’oggi, fluendo in un illimitato futuro. […]. Cristo veniva oggi perché tutta la storia moderna incominciava da Cristo e dal Vangelo, non escluso il giorno presente. E Cristo era la realtà più naturale e più prossima. Per Pasternak non esistevano separazioni in secoli, popoli, chiese. […]. Guardando attraverso la piccola finestra i campi e le alture coperte di neve, Pasternak parlava di Cristo che viene a noi di là; parlava senza affettazione, senza alcun pathos solenne e magnificente, in modo semplice e quieto, come se quel “là” e quel “di là” fossero l’appezzamento adiacente alla sua casa, con tutto il panorama di campi coperti di neve e che si perdevano in lontananza».
 Andrej Sinjavskij


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martedì, 23 ottobre 2007

La gente perfetta
***
"Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono mai caduti, non hanno inciampato. La loro è una virtù spenta, di poco valore. A loro non si è svelata la bellezza della vita."
PASTERNAK


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domenica, 23 settembre 2007

Se non ritornerete
 come i bambini.....
***
"Perdere la fanciullezza è perdere tutto. E' dubitare. E' vedere le cose attraverso la nebbia fuorviante dei pregiudizi e dello scetticismo."
Boris Pasternak


bambini

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martedì, 28 agosto 2007

*        
In ogni cosa ho voglia di arrivare
***
*      

In ogni cosa ho voglia di arrivare
sino alla sostanza.
Nel lavoro, cercando la mia strada,
nel tumulto del cuore.

Sino all'essenza dei giorni passati,
sino alla loro ragione,
sino ai motivi, sino alle radici,
sino al midollo.

Eternamente aggrappandomi al filo
dei destini, degli avvenimenti,
sentire, amare, vivere, pensare,
effettuare scoperte.
*        Boris Pasternak

 

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martedì, 26 dicembre 2006

 
Stella di Natale
Era pieno inverno.
Soffiava il vento dalla steppa.
E aveva freddo il neonato nella grotta
sul pendio della collina.
L'alito del bue lo riscaldava.
Animali domestici stavano nella grotta,
sulla culla vagava un tiepido vapore.
Scossi dalle pelli le paglie del giaciglio
e i grani di miglio
dalle rupi guardavano
assonnati i pastori...
E lì accanto, mai vista sino allora,
più modesta d'un lucignolo
alla finestrella d'un capanno,
tremava una stella sulla strada di Betlemme...
 

Boris Pasternak

 

********

 

Le ciaramelle

 

Udii tra il suono le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.
Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata né suoi tuguri
tutta la buona povera gente.
Ognuno é sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave;
sanno quei lumi d'ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.
Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.
Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;
suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa,suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.

                                                             

  Giovanni Pascoli 


 


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sabato, 23 dicembre 2006

E venne lui il galileo… 
                               
«Nikolàj Nikolàevič […] non teneva un diario, ma due o tre volte all’anno annotava su un grosso quaderno i pensieri che lo colpivano. Prese il quaderno e cominciò a scrivere con la sua calligrafia grande e chiara.
“tutto il giorno fuori di me per quella stupida della Schlesinger. È venuta di mattina ed è rimasta fino all’ora del pranzo, e per due ore buone mi ha oppresso con la lettura di quelle fanfaluche. Testo poetico del simbolista A. per la sinfonia cosmogonica del compositore B., con gli spiriti dei pianeti, le voci dei quattro elementi, e così via. Ho retto, ho retto, poi non ce l’ho fatta più, ho chiesto grazia, no, vi supplico, non resisto, risparmiatemi.
D’improvviso ho compreso tutto. Ho compreso perché perfino nel Faust c’è sempre qualcosa di mortalmente insopportabile e artificioso. È un interesse precostituito, falso. L’uomo d’oggi non sente queste esigenze. Quando è assalito dagli interrogativi dell’universo, si immerge nella fisica e non negli esametri di Esiodo.
Ma non si tratta soltanto del fatto che queste forme sono invecchiate, anacronistiche, né che questi spiriti del fuoco e dell’acqua portino a di nuovo a confondere e annebbiare ciò che la scienza ha sempre chiarito in modo così lampante. È che questo genere contraddice a tutto lo spirito dell’arte contemporanea, alla sua essenza, ai motivi che la sollecitano.
Queste cosmogonie erano legittime anticamente, quando sulla terra gli uomini erano ancora così radi che non offuscavano la natura. Vagavano i mammuth ed era recente il ricordo dei dinosauri e dei draghi. La natura così evidentemente balzava agli occhi dell’uomo e così aggressiva e palpabile irrompeva addosso a lui che, forse, veramente tutto era ancora pieno di déi. Sono le primissime pagine, l’inizio della cronaca umana.
Il mondo antico finì in Roma, per sovrappopolazione.
Roma fu un gran mercato di déi presi a prestito e di popoli conquistati, una duplice ressa, in terra e in cielo, uno schifo, un triplice nodo attorcigliato su sé stesso, come un volvolo. Daci, Eruli, Sciti, Sarmati, Iperborei, pesanti ruote senza raggi, occhi nuotanti nel grasso, sodomia, doppi menti, pesci nutriti con la carne di schiavi cólti, imperatori analfabeti. Al mondo c’erano più uomini di quanti ce ne furono in seguito e si affollavano nei passaggi del Colosseo e soffrivano.
Ed ecco che in quell’orgia pacchiana d’oro e di marmi, venne lui, leggero e vestito di luce, ostentatamente umano, volutamente provinciale, galileo, e da quel momento i popoli e gli déi cessarono d’esistere e cominciò l’uomo, l’uomo falegname, l’uomo agricoltore, l’uomo pastore di un gregge di pecore al tramonto, l’uomo il cui nome non suonava minimamente fiero, l’uomo celebrato con riconoscenza da tutte le ninne nanne materne e da tutte le gallerie di pittura del mondo.” »
 Dottor Živago di Borìs Pasternàk

Auguro a tutti
un felice e santo Natale

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martedì, 18 luglio 2006

La Luce del mondo

…..Dicevo bisogna essere fedeli a Cristo. Mi spiego meglio. Voi non capite che si può essere atei, si può non sapere se Dio esista e per che cosa, e nello stesso tempo sapere che l’uomo non vive nella natura ma nella storia, e che, il Vangelo ne è fondamento. Ma che cosa è la storia? È un dar principio a lavori secolari per riuscire a poco a poco a risolvere il mistero della morte e a vincerla un giorno. Per questo si scoprono l’infinito matematico e le onde elettromagnetiche, per questo si scrivono sinfonie, ma non si può progredire in tale direzione senza una certa spinta. Per scoperte del genere occorre un’attrezzatura spirituale , e in questo senso, i dati sono già nel vangelo. Eccoli. In primo luogo, l’amore per il prossimo, questa forma suprema dell’energia vivente, che riempie il cuore dell’uomo ed esige di espandersi e di essere spesa. Poi, i principali elementi costitutivi dell’uomo d’oggi, senza i quali l’uomo non è pensabile , e cioè l’idea della libera individualità e della vita come sacrificio. Tenete conto che oggi ciò è ancora straordinariamente nuovo. Gli antichi non avevano storia in questo senso. C’era allora la ferocia laida e sanguinaria dei Caligola butterati  dal vaiolo,  i quali non sospettavano neanche quanto sia mediocre chiunque asservisca un altro. C’era la pomposa, morta eternità dei monumenti di bronzo e delle colonne marmoree, solo dopo Cristo, i secoli e le generazioni hanno potuto respirare liberamente. Solo dopo di lui, è cominciata la vita nella posterità e l’uomo non muore più per la strada,  ma in casa sua, nella storia, nel pieno di un’attività consacrata a vincere la morte, dedito lui stesso a questa impresa.…….
dal Romanzo: dottor Zivago  di Pasternak


Immagine poetto bn














  La spiaggia del Poetto di Cagliari "La sella del Diavolo " nella penombra e nella Luce   Immagine poettocolor














guardate bene c'è anche la barchetta              

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