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lunedì 26 maggio 2025

Preghiera


Prima della comunione


Vieni, o Signor: riposati,

regna nei nostri petti,

sgombra da' nostri affetti

ciò che immortal non è.

Discendi: ogni tua visita

prepari un tuo ritorno,

fino a quell'aureo giorno

che ci rapisca in Te.


Dopo la Comunione


Sei mio; con Te respiro:

vivo di Te, gran Dio!

Confuso a Te col mio,

offro il tuo stesso amor.

Empi ogni mio desiro;

parla, ché tutto intende,

dona, ché tutto attende,

quando T'alberga, un cor

Alessandro Manzoni, per la prima comunione della figlia, compose i canti della messa: riporto gli ultimi due.

mercoledì 27 settembre 2023

 

sugo della storia

Manzoni, Leopardi e la Madonna

Due giganti della letteratura italiana, Manzoni e Leopardi, spesso contrapposti nei libri di testo e dalla critica letteraria, presentano una straordinaria sintonia nella descrizione della natura umana e della situazione esistenziale in cui si trova l’uomo.

Alla fine del capitolo XXXVIII, il conclusivo de I promessi sposi, Manzoni utilizza un’immagine icastica: l’uomo è come un infermo che desidera cambiare letto, guarda quello altrui e lo vede più comodo e confortevole. Quando finalmente riesce a trovare un altro giaciglio, inizia a sentire “qui una lisca che lo punge, lì un bernoccolo che lo preme: siamo in somma, a un di presso, alla storia di prima. E per questo, soggiunge l’anonimo, si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio”.

La vita dell’uomo non è mai perfetta, immune dalla sofferenza e dai problemi. L’uomo desidera sempre indossare un vestito che non è il proprio, percepisce un’insoddisfazione come un pungolo, anche quando sembra aver raggiunto l’obiettivo tanto agognato.

Anche per Leopardi l’uomo prova un sentimento di insoddisfazione e di tristezza che deriva da una tensione inesausta all’infinito, alla compiutezza e alla perfezione, sentimento definito laconicamente col termine “noia”, “in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani,… il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera” (Pensieri, LXVIII).

A distanza di pochi anni Manzoni e Leopardi scrivono due bei testi poetici dedicati alla Madonna.

Nel 1812 a Il nome di Maria Manzoni riserva un intero inno sacro, forse il più bello, ma “stranamente” anche poco conosciuto. Manzoni attesta che la profezia “Tutte le genti” la “chiameranno beata” si è adempiuta:

e detto salve a lei, che in reverenti

accoglienze onorò l’inaspettata,

Dio lodando, sclamò: Tutte le genti

mi chiameran beata…

Noi, oggi, siamo senz’altro

[…] testimoni che alla tua parola

obbediente l’avvenir rispose,

[…]

Noi sappiamo, o Maria, ch’Ei solo attenne

l’alta promessa che da Te s’udìa,

ei che in cor la ti pose: a noi solenne

è il nome tuo, Maria.

Ogni popolo ha conosciuto la grandezza della Madonna, la “Vergine, […] Signora, […] Tuttasanta”. A Lei ricorrono il bambino, nelle “paure della veglia bruna”, a Lei “ricorre il navigante”. A lei “la femminetta … della sua immortale/ alma gli affanni espone”.

La Madonna ascolta le nostre suppliche e le nostre preghiere “non come suole il mondo”. A Lei ogni popolo canti:

Salve, o degnata del secondo nome,

o Rosa, o Stella, ai periglianti scampo,

inclita come il sol, terribile come

oste schierata in campo.

 

Solo una vera e profonda devozione mariana potrebbe partorire versi di tale bellezza e di tale forza espressiva! Nel contempo, soltanto un lettore devoto e grato alla Madonna avverte la verità di questa poesia, non certo “retorica”, ma solenne, come si addice alla “Madre di tutti i viventi”.

Quattro anni più tardi, tra il novembre e il dicembre del 1816, G. Leopardi scrive un componimento intitolato L’appressamento della morte, composto in terzine dantesche. Il richiamo a Dante è non solo nell’uso della forma metrica.

In maniera sorprendente, infatti, il testo si conclude come la Commedia dantesca con un’invocazione alla Madonna. Scrive il Recanatese:

O Vergin Diva, se prosteso mai

Caddi in membrarti, a questo mondo basso,

Se mai ti dissi Madre e se t’amai,

Deh tu soccorri lo spirito lasso

Quando de l’ore udrà l’ultimo suono,

Deh tu m’aita ne l’orrendo passo.

Leopardi invoca la Madonna perché possa soccorrerlo nell’ora della morte. Così, Leopardi può rivolgersi al Padre Redentore con la sicurezza di un figlio che ha riposto bene la sua fiducia:

Se ‘l mondo cangiar co’ premi tuoi

Deggio morendo e con tua santa schiera,

Giunga il sospir di morte.

Una perlustrazione integrale dell’intera opera leopardiana, in prosa e in poesia, darà poi esiti impensati, perché il poeta più volte esalta la figura della Madonna e la invoca.

Inoltre, Leopardi strinse rapporti stretti con i Gesuiti negli anni della permanenza a Napoli dal 1833 al 1837, anno della sua morte. Secondo la testimonianza scritta del gesuita F. Scarpa Leopardi “si confessò e si riconciliò con Dio per mezzo del Sacramento della Penitenza”. La richiesta alla Madonna fatta in giovinezza di stargli vicino “all’appressamento della morte” si è dunque compiuta

domenica 22 marzo 2020

La peste

        La peste
    ***


Manzoni non l’aveva vista, la peste, 
ma aveva studiato documenti su documenti. 
E allora descrive la follia, la psicosi, 
le teorie assurde sulla sua origine, sui rimedi. 
Descrive la scena di uno straniero (un “turista”) 
a Milano che tocca un muro del duomo e viene linciato 
dalla folla perché accusato di spargere il morbo. 
Ma c’è una cosa che Manzoni descrive bene,  soprattutto, e che riprende da Boccaccio:  il momento di prova, di discrimine, tra umanità e inumanità. Boccaccio sì che l’aveva vista, 
la peste. Aveva visto amici, persone amate, 
parenti, anche suo padre morire. 

E Boccaccio ci spiega che l’effetto più 
terribile della peste era la distruzione del vivere civile. Perché il vicino iniziava a odiare il vicino, il fratello iniziava a odiare il fratello, e persino i figli abbandonavano 
i genitori. La peste metteva gli uomini l’uno contro l’altro. Lui rispondeva col Decameronil più grande inno alla vita e alla buona civiltà. 
Manzoni rispondeva con la fede e la cultura, che non evitano i guai ma, diceva, insegnavano come affrontarli. 

In generale, entrambi rispondevano in modo simile: invitando a essere uomini, 

a restare umani, quando il mondo impazzisce.

-  di Errico Buonanno -

Nel quadro "I sopravvissuti alla peste"

martedì 31 dicembre 2013

La conversione di Alessandro Manzoni

La conversione di Alessandro Manzoni

I Promessi Sposi
 Un percorso di rilettura de I promessi sposi, opera che non è soltanto il romanzo più importante che sia stato scritto nella nostra letteratura, ma che rappresenta in forma concreta e incarnata il genio del cristianesimo. Eppure, il romanzo più importante vanta anche il record negativo di essere il meno amato dai giovani che si trovano a leggerlo in un’età forse sbagliata, troppo prematura. Bisogna anche dire che probabilmente gli insegnanti assegnano la lettura dei capitoli a casa più che accompagnare i ragazzi con spiegazioni che introducano alla comprensione e alla bellezza dell’opera.
A scuola è più facile che gli studenti di quinta sappiano ripetere i commenti di critici illustri sul romanzo o il loro giudizio sulla provvidenza manzoniana piuttosto che sappiano dire semplicemente come Manzoni concluda il romanzo. Fate una verifica immediata. Se avete figli che studiano alle superiori, al biennio (ove andrebbero letti I promessi sposi in forma integrale o quasi) o al triennio (almeno un mese è solitamente dedicato allo studio del grande scrittore lombardo), oppure anche alle medie inferiori, chiedete loro che cosa sia la fede per Manzoni. Oppure, in forma più semplice, come si concluda il romanzo? O quale sia il «sugo della storia», per utilizzare l’espressione che l’autore pone al termine dell’opera? Oppure chiedetevi voi lettori, che avete studiato, vi siete diplomati o laureati, se abbiate mai affrontato la conclusione dei Promessi sposi, se vi abbiano mai letto a scuola le ultime quattro pagine del romanzo, quelle che seguono il matrimonio di Renzo e Lucia. Sarebbe interessante condurre una statistica al riguardo tra tutti quanti affermano di aver studiato il romanzo più importante della letteratura italiana. Nel mio piccolo ho condotto una statistica in questi quindici anni di insegnamento al triennio delle superiori (tre in istituti professionali e ben dodici in Licei classici e scientifici). Non mi risulta difficile calcolare la percentuale, perché posso con certezza affermare che ancora nessuno studente, quando mi accingo ad affrontare Manzoni al triennio e chiedo la conclusione del romanzo (che dovrebbe aver già letto al biennio), sia riuscito nell’impresa! Quindi, tra gli studenti che arrivano all’ultimo anno della scuola superiore, nessuno (0 per cento) conosce la conclusione.
Le risposte che più si sono avvicinate, per la verità, sono state queste: il romanzo prosegue per poco e Renzo e Lucia hanno dei figli oppure i due protagonisti non sono così contenti. Tutto qui? Vi sembra possibile che in un anno di scuola il docente non abbia un’ora di tempo per raccontare quanto Manzoni abbia voluto dirci? È un’omissione voluta o casuale? Per approfondire un aspetto della realtà è importante metterlo in relazione con il suo significato, con il senso, quello che Manzoni chiama «il sugo della storia». Il nostro autore, cattolico e realista, non ha voluto scrivere una favola a lieto fine, come potrebbe a taluni sembrare, né tantomeno ha voluto scrivere un’opera moralista. Entrambe le interpretazioni sono una deliberata riduzione della genialità del cristianesimo che emerge dalla lettura del romanzo.
Sui Promessi sposi si è scritto davvero tanto. A riguardo del romanzo e del suo autore Eco ha commentato recentemente: «Il signor Alessandro sembra amare molto i poveretti, ma certo non sa proprio come aiutarli a far valere i loro diritti. E siccome, per l’appunto, era un cristiano assai fervente, tutti hanno detto che la sua morale era che bisogna rassegnarsi e sperare solo nella Provvidenza». Mi chiedo io che cosa abbia compreso realmente l’illustre semiologo e romanziere su I promessi sposi e sull’autore lombardo, colui che è considerato il padre della lingua italiana insieme al grande Dante, che visse fino alla veneranda età di ottantotto anni tanto da essere considerato per decenni poeta vate e riferimento vivente dei valori cristiani da una parte e risorgimentali dall’altra, divenne senatore a vita e fu coinvolto nelle commissioni per l’unificazione linguistica dell’Italia dopo l’unificazione politica.
Nato nel 1785, figlio di Giulia Beccaria e di Pietro Manzoni, Alessandro ha come nonno l’illustre illuminista milanese Cesare Beccaria, l’autore de I delitti e delle pene. Si può dire, a ragion veduta, che Manzoni ha l’Illuminismo nel sangue e nella cultura con cui si forma nei primi decenni. È opinione diffusa che il vero padre di Alessandro sia Giovanni Verri (fratello minore dei più famosi Pietro e Alessandro), con cui Giulia ha una relazione. Ben presto Pietro Manzoni si separa dalla ben più giovane moglie e a soli sei anni Alessandro si ritrova a studiare in collegio, prima dai Padri Barnabiti, poi dai Somaschi. Si forma, così, una cultura illuministica moderna, all’insegna dei filosofi e letterati francesi, e, per contrasto con l’ambiente cattolico in cui studia, cresce anticlericale allontanandosi sempre più dalla chiesa cattolica e dalla fede.
A vent’anni Manzoni si trasferisce a Parigi per incontrare la madre e il nuovo compagno di lei Carlo Imbonati. La trova, però, in lutto per l’avvenuta scomparsa dell’amato compagno. Manzoni comporrà la sua poesia neoclassica più celebre, il carme «In morte di Carlo Imbonati». Ben chiaro è già nel giovane che la ricerca della verità deve essere la bussola che guidi i suoi passi. Nel componimento il defunto Carlo Imbonati lascia ad Alessandro una sorta di testamento spirituale: «Sentir […] e meditar: di poco/ esser contento: da la meta mai/ non torcer gli occhi: conservar la mano/ pura e la mente: de le umane cose/ tanto sperimentar, quanto ti basti/ per non curarle: non ti far mai servo:/ non far tregua coi vili: il santo Vero/ mai non tradir: né proferir mai verbo,/ che plauda al vizio, o la virtù derida».
L’incontro prima con Enrichetta Blondel, che sposerà sia civilmente che con rito calvinista l’8 febbraio del 1808, e poi con il padre spirituale Eustachio Degola porterà Manzoni ad un cammino di fede e alla conversione al cattolicesimo, di cui la celebrazione del matrimonio per la seconda volta, ora con rito cattolico, il 15 febbraio del 1810, potrebbe già essere un chiaro segno. Manzoni sarà sempre refrattario a parlare della sua conversione. L’aneddotica riduce questo cammino lungo, durato qualche anno, al celebre episodio accaduto nella chiesa di San Rocco a Parigi. Durante il matrimonio di Napoleone (2 aprile del 1810) la moglie sviene, Manzoni si perde e in una crisi di agorafobia si rifugia in chiesa a pregare. Ne esce convertito e ritrova la moglie. Ermes Visconti, uno degli amici più intimi di Manzoni, comprende che il cammino di fede di Alessandro è adombrato nella vicenda centrale dei Promessi sposi, la conversione dell’Innominato.
Quasi concomitante alla conversione religiosa di Manzoni è quella letteraria. Nel 1809 lo scrittore lombardo abbandona definitivamente il Neoclassicismo per il Romanticismo. Ha composto in quegli anni «Il trionfo della libertà», «L’Adda», «In morte di Carlo Imbonati». Ora scrive: «Comporrò forse versi più brutti, ma mai così menzogneri». L’abbandono del Neoclassicismo è nel nome della verità. Miti pagani, e leggende classiche lasciano il posto alla produzione cristiana, di cui sono emblematici gli «Inni sacri». Inizia, così, la stagione più prolifica della vita di Manzoni 
Giovanni Fighera

domenica 20 gennaio 2013

Ma come si concludono I promessi sposi? Perchè nessuno a scuola lo racconta?


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Pagina 2
Tutte le pagine
Le risposte che più si sono avvicinate, per la verità, sono state queste: il romanzo prosegue per poco e Renzo e Lucia hanno dei figli oppure i due protagonisti non sono così contenti. Tutto qui? Vi sembra possibile che in un anno di scuola il docente non abbia un’ora di tempo per raccontare quanto Manzoni abbia voluto dirci? È un’omissione voluta o casuale? Per approfondire un aspetto della realtà è importante metterlo in relazione con il suo significato, con il senso, quello che Manzoni chiama «il sugo della storia».

Il nostro autore, cattolico e realista, non ha voluto scrivere una favola a lieto fine, come potrebbe a taluni sembrare, né tantomeno ha voluto scrivere un’opera moralista. Entrambe le interpretazioni sono una deliberata riduzione della genialità del cristianesimo che emerge dalla lettura del romanzo. Vediamo allora meglio la conclusione.
Una volta sposato con Lucia, Renzo va ad abitare in un paesino della bergamasca dove si crea una forte attesa per vedere quella donna per la quale il giovanotto ha passato tante traversie. Quando finalmente la sposa giunge in paese, le persone incominciano ad esprimere giudizi non sempre lusinghieri sull’aspetto della ragazza. Le voci girano finché qualche «amico» non pensa di riportare i commenti a Renzo. Questi mostra di aver tutto sommato mantenuto l’indole di un tempo, cova dentro di sé un’ira pronta ad esplodere. «A forza d’essere disgustato, era ormai divenuto disgustoso. Era sgarbato con tutti, perché ognuno poteva essere uno de’ critici di Lucia. Non già che trattasse proprio contro il galateo; ma sapete quante belle cose si possono fare senza offender le regole della buona creanza: fino sbudellarsi». Ma finalmente Renzo ha la possibilità di cambiare paese e di comprare lì un filatoio assieme al cugino Bartolo. «Lucia, che lì non era aspettata per nulla, non solo non andò soggetta a critiche, ma si può dire che non dispiacque; e Renzo venne a risapere che s’era detto da più d’uno: “Avete veduto quella bella baggiana che c’è venuta?” L’epiteto faceva passare il sostantivo». Ma i fastidi iniziano a farsi sentire anche lì. La vita dell’uomo non è mai perfetta, immune dalla sofferenza e dai problemi. L’uomo desidera sempre indossare un vestito che non è il proprio, percepisce un’insoddisfazione come un pungolo, anche quando sembra aver raggiunto l’obiettivo tanto agognato. Manzoni per rappresentare tale situazione esistenziale utilizza un’immagine icastica:  l’uomo è come un infermo che desidera cambiare letto, guarda quello altrui e lo vede più comodo e confortevole. Quando finalmente riesce a trovare un altro giaciglio, inizia a sentire «qui una lisca che lo punge, lì un bernoccolo che lo preme: siamo in somma, a un di presso, alla storia di prima. E per questo, soggiunge l’anonimo, si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio». Il romanzo, però, non è ancora terminato.
L’Autore lombardo scrive che gli «imbrogli» descritti nella prima parte del romanzo non ci furono più e che la vita trascorse in maniera abbastanza tranquilla tanto che non ce la racconta perché ci avrebbe ad annoiare. Il lavoro procedeva bene e nel primo anno di matrimonio nacque Maria cui seguirono, poi, tanti altri bambini. Renzo provvide a che studiassero poiché «giacché la c’era questa birberia, dovevano almeno profittarne anche loro».
Da quanto si legge nell’ultima pagina del romanzo, comprendiamo che diverso fu l’atteggiamento di Renzo e Lucia nei confronti di quanto accaduto: quest’ultima, più discreta e meno moralista, mossa da una fede e da un abbandono al Mistero e a Dio più totali, custodiva e meditava l’accaduto in cuor suo senza eccessivi trionfalismi, mentre  lo sposo raccontava ovunque quanto era loro capitato soffermandosi su quanto  aveva imparato. Diceva: «-Ho imparato... a non mettermi nei tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardar con chi parlo: ho imparato a non alzare troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che ne possa nascere». Insomma, Renzo faceva il moralista, si poneva di fronte all’accaduto con uno sguardo tutto proteso su di sé più che sul Mistero di chi fa tutte le cose, sforzandosi di migliorare e cambiare e non ripeter più gli errori di prima. La visione di Renzo era agli occhi di Lucia parziale, in quanto l’esperienza ci insegna che spesso quanto accade non è conforme ai nostri progetti e alle nostre aspettative, anche quando il nostro comportamento è stato dettato dal buon senso: «-E io -disse un giorno al suo moralista- cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercare me. Quando non voleste dire,- aggiunse, soavemente sospirando, -che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi». Ebbene i due novelli sposi si misero  a discutere su questo punto e arrivarono ad una conclusione che l’anonimo decise di porre come «sugo di tutta la storia» perché estremamente giusta e ragionevole, anche se partorita da povera gente. Questo è il sugo della storia, quindi, ovvero il senso che dà sapore e, quindi, significato all’intera vicenda. È Manzoni stesso a dircelo e, quindi, sembra fuorviante andare a chiederlo e a cercarlo nelle pagine di tanta critica letteraria: «I guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani, e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore».
Questo è il già, la sperimentazione del «centuplo quaggiù»,  non è l’eliminazione dei problemi, ma uno sguardo nuovo sulla realtà. Esso infonde quella perfetta letizia di cui parla S. Francesco quando afferma che essa risiede nella nostra sofferenza offerta a Cristo per il bene e la salvezza altrui (in questa «offerta» l’amaro si tramuta in dolcezza).
Il centuplo quaggiù non è l’eliminazione della sofferenza, ma si traduce in uno sguardo nuovo e diverso sulla stessa. Anche il male viene guardato diversamente, con una misericordia che abbraccia sé e l’altro per la debolezza umana, nella consapevolezza che il misterium iniquitatis trova solo in Cristo una plausibile risposta. (pubblicato su Tempi.it il 18-12-2012)

venerdì 17 febbraio 2012

manzoni


L'AMORE DI CRISTO
***

 
cap. XXIII
Il cardinal Federigo, intanto che aspettava l'ora d'andar in chiesa a celebrar gli ufizi divini, stava studiando, com'era solito di fare in tutti i ritagli di tempo; quando entrò  il cappellano crocifero, con un viso alterato.
"Una strana visita, strana davvero, monsignore illustrissimo!"
"Chi è?" domandò il cardinale.
"Niente meno che il signor..." riprese il cappellano, e spiccando le sillabe con una gran significazione, proferì quel nome che noi non possiamo scrivere ai nostri lettori. Poi soggiunse: "è qui fuori in persona; e chiede nient'altro che d'esser introdotto da vossignoria illustrissima."
"Lui!" disse il cardinale, con un viso animato, chiudendo il libro, e alzandosi da sedere: "venga! venga subito!"
"Ma..." replicò il cappellano, senza moversi: "vossignoria illustrissima deve sapere chi è costui: quel bandito, quel famoso..."
"E non è una fortuna per un vescovo, che a un tal uomo sia nata la volontà di venirlo a trovare?"
"Ma..." insistette il cappellano: "noi non possiamo mai parlare di certe cose, perché monsignore dice che le son ciance: però quando viene il caso, mi pare che sia un dovere... Lo zelo fa de' nemici, monsignore; e noi sappiamo positivamente che piú d'un ribaldo ha osato vantarsi che, un giorno o l'altro..."
"E che hanno fatto?" interruppe il cardinale.
"Dico che costui è un appaltatore di delitti, un disperato, che tiene corrispondenza co' disperati piu furiosi, e che può esser mandato..."
"Oh, che disciplina è codesta," interruppe ancora sorridendo Federigo, "che i soldati esortino il generale ad aver paura?" Poi, divenuto serio e pensieroso, riprese: "san Carlo non si sarebbe trovato nel caso di dibattere se dovesse ricevere un tal uomo: sarebbe andato a cercarlo. Fatelo entrar subito: ha già aspettato troppo."
Il cappellano si mosse, dicendo tra sé: "non c'è rimedio: tutti questi santi sono ostinati."
Aperto l'uscio, e affacciatosi alla stanza dov'era il signore e la brigata, vide questa ristretta in una parte, a bisbigliare e a guardar di sott'occhio quello, lasciato solo in un canto. S'avviò verso di lui; e intanto squadrandolo, come poteva, con la coda dell'occhio, andava pensando che diavolo d'armeria poteva esser nascosta sotto quella casacca; e che, veramente, prima d'introdurlo, avrebbe dovuto proporgli almeno... ma non si seppe risolvere. Gli s'accostò, e disse: "monsignore aspetta vossignoria. Si contenti di venir con me." E precedendolo in quella piccola folla, che subito fece ala, dava a destra e a sinistra occhiate, le quali significavano: "cosa volete? non lo sapete anche voi altri, che fa sempre a modo suo?"
Appena introdotto l'innominato, Federigo gli andò incontro, con un volto premuroso e sereno, e con le braccia aperte, come a una persona desiderata, e fece subito cenno al cappellano che uscisse: il quale ubbidì.
I due rimasti stettero alquanto senza parlare, e diversamente sospesi. L'innominato, ch'era stato come portato lì per forza da una smania inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato disegno, ci stava anche come per forza, straziato da due passioni opposte, quel desiderio e quella speranza confusa di trovare un refrigerio al tormento interno, e dall'altra parte una stizza, una vergogna di venir lì come un pentito, come un sottomesso, come un miserabile, a confessarsi in colpa, a implorare un uomo: e non trovava parole, né quasi ne cercava. Però, alzando gli occhi in viso a quell'uomo, si sentiva sempre piú penetrare da un sentimento di venerazione imperioso insieme e soave, che, aumentando la fiducia, mitigava il dispetto, e senza prender l'orgoglio di fronte, l'abbatteva, e, dirò così, gl'imponeva silenzio. 
La presenza di Federigo era infatti di quelle che annunziano una superiorità, e la fanno amare. Il portamento era naturalmente composto, e quasi involontariamente maestoso, non incurvato né impigrito punto dagli anni; l'occhio grave e vivace, la fronte serena e pensierosa; con la canizie, nel pallore, tra i segni dell'astinenza, della meditazione, della fatica, una specie di floridezza verginale: tutte le forme del volto indicavano che, in altre età, c'era stata quella che piú propriamente si chiama bellezza; l'abitudine de' pensieri solenni e benevoli, la pace interna d'una lunga vita, l'amore degli uomini, la gioia continua d'una speranza ineffabile, vi avevano sostituita una, direi quasi, bellezza senile, che spiccava ancor piú in quella magnifica semplicità della porpora. 

Tenne anche lui, qualche momento, fisso nell'aspetto dell'innominato il suo sguardo penetrante, ed esercitato da lungo tempo a ritrarre dai sembianti i pensieri; e, sotto a quel fosco e a quel turbato, parendogli di scoprire sempre piú qualcosa di conforme alla speranza da lui concepita al primo annunzio d'una tal visita, tutt'animato, "oh!" disse: "che preziosa visita è questa! e quanto vi devo esser grato d'una sì buona risoluzione; quantunque per me abbia un po' del rimprovero!"
"Rimprovero!" esclamò il signore maravigliato, ma raddolcito da quelle parole e da quel fare, e contento che il cardinale avesse rotto il ghiaccio, e avviato un discorso qualunque.
"Certo, m'è un rimprovero," riprese questo, "ch'io mi sia lasciato prevenir da voi; quando, da tanto tempo, tante volte, avrei dovuto venir da voi io."
"Da me, voi! Sapete chi sono? V'hanno detto bene il mio nome?" 

"E questa consolazione ch'io sento, e che, certo, vi si manifesta nel mio aspetto, vi par egli ch'io dovessi provarla all'annunzio, alla vista d'uno sconosciuto? Siete voi che me la fate provare; voi, dico, che avrei dovuto cercare; voi che almeno ho tanto amato e pianto, per cui ho tanto pregato; voi, de' miei figli, che pure amo tutti e di cuore, quello che avrei piú desiderato d'accogliere e d'abbracciare, se avessi creduto di poterlo sperare. Ma Dio sa fare Egli solo le maraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza de' suoi poveri servi." 
L'innominato stava attonito a quel dire così infiammato, a quelle parole, che rispondevano tanto risolutamente a ciò che non aveva ancor detto, né era ben determinato di dire; e commosso ma sbalordito, stava in silenzio. "E che?" riprese, ancor piú affettuosamente, Federigo: "voi avete una buona nuova da darmi, e me la fate tanto sospirare?"
"Una buona nuova, io? Ho l'inferno nel cuore; e vi darò una buona nuova? Ditemi voi, se lo sapete, qual è questa buona nuova che aspettate da un par mio." 
"Che Dio v'ha toccato il cuore, e vuol farvi suo," rispose pacatamente il cardinale. 
"Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov'è questo Dio?" 
"Voi me lo domandate? voi? E chi piú di voi l'ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v'opprime, che v'agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v'attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d'una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l'imploriate?" 
"Oh, certo! ho qui qualche cosa che m'opprime, che mi rode! Ma Dio! Se c'è questo Dio, se è quello che dicono, cosa volete che faccia di me?" 

Queste parole furon dette con un accento disperato; ma Federigo, con un tono solenne, come di placida ispirazione, rispose: "cosa può far Dio di voi? cosa vuol farne? Un segno della sua potenza e della sua bontà: vuol cavar da voi una gloria che nessun altro gli potrebbe dare. Che il mondo gridi da tanto tempo contro di voi, che mille e mille voci detestino le vostre opere..." (l'innominato si scosse, e rimase stupefatto un momento nel sentir quel linguaggio così insolito, piú stupefatto ancora di non provarne sdegno, anzi quasi un sollievo); "che gloria," proseguiva Federigo, "ne viene a Dio? Son voci di terrore, son voci d'interesse; voci forse anche di giustizia, ma d'una giustizia così facile, così naturale! alcune forse, pur troppo, d'invidia di codesta vostra sciagurata potenza, di codesta, fino ad oggi, deplorabile sicurezza d'animo. Ma quando voi stesso sorgerete a condannare la vostra vita, ad accusar voi stesso, allora! allora Dio sarà glorificato! E voi domandate cosa Dio possa far di voi? Chi son io pover'uomo, che sappia dirvi fin d'ora che profitto possa ricavar da voi un tal Signore? cosa possa fare di codesta volontà impetuosa, di codesta imperturbata costanza, quando l'abbia animata, infiammata d'amore, di speranza, di pentimento? Chi siete voi, pover'uomo, che vi pensiate d'aver saputo da voi immaginare e fare cose piu grandi nel male, che Dio non possa farvene volere e operare nel bene? Cosa può Dio far di voi? E perdonarvi? e farvi salvo? e compire in voi l'opera della redenzione? Non son cose magnifiche e degne di Lui? Oh pensate! se io omiciattolo, io miserabile, e pur così pieno di me stesso, io qual mi sono, mi struggo ora tanto della vostra salute, che per essa darei con gaudio (Egli m'è testimonio) questi pochi giorni che mi rimangono; oh pensate! quanta, quale debba essere la carità di Colui che m'infonde questa così imperfetta, ma così viva; come vi ami, come vi voglia Quello che mi comanda e m'ispira un amore per voi che mi divora!" 
A misura che queste parole uscivan dal suo labbro, il volto, lo sguardo, ogni moto ne spirava il senso. La faccia del suo ascoltatore, di stravolta e convulsa, si fece da principio attonita e intenta; poi si compose a una commozione piú profonda e meno angosciosa; i suoi occhi, che dall'infanzia piu non conoscevan le lacrime, si gonfiarono; quando le parole furon cessate, si coprì il viso con le mani, e diede in un dirotto pianto, che fu come l'ultima e piu chiara risposta.
"Dio grande e buono!" esclamò Federigo, alzando gli occhi e le mani al cielo: "che ho mai fatto io, servo inutile, pastore sonnolento, perche Voi mi chiamaste a questo convito di grazia, perche mi faceste degno d'assistere a un sì giocondo prodigio!" Così dicendo, stese la mano a prender quella dell'innominato. 
"No!" gridò questo, "no! lontano, lontano da me voi: non lordate quella mano innocente e benefica. Non sapete tutto ciò che ha fatto questa che volete stringere." 
"Lasciate," disse Federigo, prendendola con amorevole violenza, "lasciate ch'io stringa codesta mano che riparerà tanti torti, che spargerà tante beneficenze, che solleverà tanti afflitti, che si stenderà disarmata, pacifica, umile a tanti nemici." 
"E' troppo!" disse, singhiozzando, l'innominato. "Lasciatemi, monsignore; buon Federigo, lasciatemi. Un popolo affollato v'aspetta; tant'anime buone, tant'innocenti, tanti venuti da lontano, per vedervi una volta, per sentirvi: e voi vi trattenete... con chi!" 
"Lasciamo le novantanove pecorelle," rispose il cardinale: "sono in sicuro sul monte: io voglio ora stare con quella ch'era smarrita. Quell'anime son forse ora ben piú contente, che di vedere questo povero vescovo. Forse Dio, che ha operato in voi il prodigio della misericordia, diffonde in esse una gioia di cui non sentono ancora la cagione. Quel popolo è forse unito a noi senza saperlo: forse lo Spirito mette ne' loro cuori un ardore indistinto di carità, una preghiera ch'esaudisce per voi, un rendimento di grazie di cui voi siete l'oggetto non ancor conosciuto." Così dicendo, stese le braccia al collo dell'innominato; il quale, dopo aver tentato di sottrarsi, e resistito un momento, cedette, come vinto da quell'impeto di carità, abbracciò anche lui il cardinale, e abbandonò sull'omero di lui il suo volto tremante e mutato. Le sue lacrime ardenti cadevano sulla porpora incontaminata di Federigo; e le mani incolpevoli di questo stringevano affettuosamente quelle membra, premevano quella casacca, avvezza a portar l'armi della violenza e del tradimento. 
L'innominato, sciogliendosi da quell'abbraccio, si coprì di nuovo gli occhi con una mano, e, alzando insieme la faccia, esclamò: "Dio veramente grande! Dio veramente buono! io mi conosco ora, comprendo chi sono; le mie iniquità mi stanno davanti; ho ribrezzo di me stesso; eppure...! eppure provo un refrigerio, una gioia, sì una gioia, quale non ho provata mai in tutta questa mia orribile vita!" 
"E' un saggio," disse Federigo, "che Dio vi dà per cattivarvi al suo servizio, per animarvi ad entrar risolutamente nella nuova vita in cui avrete tanto da disfare, tanto da riparare, tanto da piangere!" "Me sventurato!" esclamò il signore, "quante, quante... cose, le quali non potrò se non piangere! Ma almeno ne ho d'intraprese, d'appena avviate, che posso, se non altro, rompere a mezzo: una ne ho, che posso romper subito, disfare, riparare." 

Federigo si mise in attenzione; e l'innominato raccontò brevemente, ma con parole d'esecrazione anche piú forti di quelle che abbiamo adoprato noi, la prepotenza fatta a Lucia, i terrori, i patimenti della poverina, e come aveva implorato, e la smania che quell'implorare aveva messa addosso a lui, e come essa era ancor nel castello...
"Ah, non perdiam tempo!" esclamò Federigo, ansante di pietà e di sollecitudine. "Beato voi! Questo è pegno del perdono di Dio! far che possiate diventare strumento di salvezza a chi volevate esser di rovina. Dio vi benedica! Dio v'ha benedetto! Sapete di dove sia questa povera nostra travagliata?"


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mercoledì, 17 febbraio 2010

Il decalogo di Manzoni

***

 Sentir, riprese, e meditar: di poco
Esser contento: da la meta mai
Non torcer gli occhi:
conservar la mano
Pura e la mente: de le umane cose
Tanto sperimentar, quanto ti basti
Per non curarle:
non ti far mai servo:
Non far tregua coi vili: il santo Vero
Mai non tradir: né proferir mai verbo,
Che plauda al vizio o la virtù derida

Alessandro Manzoni




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sabato, 19 settembre 2009

 

 ***
 "Due cose io ho avute principalmente di mira nelle osservazioni precedenti: l'una di porre in salvo la morale della Chiesa cattolica da ogni eccezione, di provare che ella è perfetta, e che tutti i mali morali fuori ed entro la Chiesa vengono dall'ignorarla, dal non seguirla, dall'interpretarla a rovescio. L'altra che nelle accuse di fatto che si danno alla disciplina pratica dei cattolici, conviene andar guardinghi prima di creder tutto, perché molte sono dettate da spirito di parte, e ricevute inconsideratamente per un falso spirito d'imparzialità, quasiché per essere imparziale si dovesse stare a tutto ciò che si ode di contrario alla propria causa. Molte di queste accuse sono esaggerate, molte sono assolutamente false, molte, benché vere, sono ingiuste nelle conseguenze perché si attribuiscono ai soli cattolici, molte nascono dal desiderio di trovare guasti tutti i frutti per condannar l'albero e gittarlo al fuoco".
Alessandro Manzoni
grazie a: Amadigi
 


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giovedì, 17 settembre 2009


L’incontro ha una portata conoscitiva
 ***
oh! - disse: - che preziosa visita è questa! E quanto vi devo esser grato d'una sì buona risoluzione; quantunque per me abbia un po' del rimprovero!
- Rimprovero! - esclamò il signore meravigliato, ma raddolcito da quelle parole e da quel fare, e contento che il cardinale avesse rotto il ghiaccio, e avviato un discorso qualunque.
- Certo, m'è un rimprovero, - riprese questo, - ch'io mi sia lasciato prevenir da voi; quando, da tanto tempo, tante volte, avrei dovuto venir da voi io.
- Da me, voi! Sapete chi sono? V'hanno detto bene il mio nome?
- E questa consolazione ch'io sento, e che, certo, vi si manifesta nel mio aspetto, vi par egli ch'io dovessi provarla all'annunzio, alla vista d'uno sconosciuto? Siete voi che me la fate provare; voi, dico, che avrei dovuto cercare; voi che almeno ho tanto amato e pianto, per cui ho tanto pregato; voi, de' miei figli, che pure amo tutti e di cuore, quello che avrei più desiderato d'accogliere e d'abbracciare, se avessi creduto di poterlo sperare. Ma Dio sa fare Egli solo le meraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza de' suoi poveri servi.
L'innominato stava attonito a quel dire così infiammato, a quelle parole, che rispondevano tanto risolutamente a ciò che non aveva ancor detto, né era ben determinato di dire; e commosso ma sbalordito, stava in silenzio.
- E che? - riprese, ancor più affettuosamente, Federigo: - voi avete una buona nuova da darmi, e me la fate tanto sospirare?
- Una buona nuova, io? Ho l'inferno nel cuore; e vi darò una buona nuova? Ditemi voi, se lo sapete, qual è questa buona nuova che aspettate da un par mio.
- Che Dio v'ha toccato il cuore, e vuol farvi suo, - rispose pacatamente il cardinale.
- Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov'è questo Dio?
- Voi me lo domandate? Voi? E chi più di voi l'ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v'opprime, che v'agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v'attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d'una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l'imploriate?
- Oh, certo! Ho qui qualche cosa che m'opprime, che mi rode! Ma Dio! Se c'è questo Dio, se è quello che dicono, cosa volete che faccia di me?
Queste parole furon dette con un accento disperato; ma Federigo, con un tono solenne, come di placida ispirazione, rispose:
- cosa può far Dio di voi? Cosa vuol farne? Un segno della sua potenza e della sua bontà: vuol cavar da voi una gloria che nessun altro gli potrebbe dare. Che il mondo gridi da tanto tempo contro di voi, che mille e mille voci detestino le vostre opere... - (l'innominato si scosse, e rimase stupefatto un momento nel sentir quel linguaggio così insolito, più stupefatto ancora di non provarne sdegno, anzi quasi un sollievo); - che gloria, - proseguiva Federigo, - ne viene a Dio? Son voci di terrore, son voci d'interesse; voci forse anche di giustizia, ma d'una giustizia così facile, così naturale! Alcune forse, pur troppo, d'invidia di codesta vostra sciagurata potenza, di codesta, fino ad oggi, deplorabile sicurezza d'animo. Ma quando voi stesso sorgerete a condannare la vostra vita, ad accusar voi stesso, allora! Allora Dio sarà glorificato! E voi domandate cosa Dio possa far di voi? Chi son io pover'uomo, che sappia dirvi fin d'ora che profitto possa ricavar da voi un tal Signore? cosa possa fare di codesta volontà impetuosa, di codesta imperturbata costanza, quando l'abbia animata, infiammata d'amore, di speranza, di pentimento? Chi siete voi, pover'uomo, che vi pensiate d'aver saputo da voi immaginare e fare cose più grandi nel male, che Dio non possa farvene volere e operare nel bene? Cosa può Dio far di voi? E perdonarvi? E farvi salvo? E compire in voi l'opera della redenzione? Non son cose magnifiche e degne di Lui? Oh pensate! Se io omiciattolo, io miserabile, e pur così pieno di me stesso, io qual mi sono, mi struggo ora tanto della vostra salute, che per essa darei con gaudio (Egli m'è testimonio) questi pochi giorni che mi rimangono; oh pensate! Quanta, quale debba essere la carità di Colui che m'infonde questa così imperfetta, ma così viva; come vi ami, come vi voglia Quello che mi comanda e m'ispira un amore per voi che mi divora!
A misura che queste parole uscivan dal suo labbro, il volto, lo sguardo, ogni moto ne spirava il senso. La faccia del suo ascoltatore, di stravolta e convulsa, si fece da principio attonita e intenta; poi si compose a una commozione più profonda e meno angosciosa; i suoi occhi, che dall'infanzia più non conoscevan le lacrime, si gonfiarono; quando le parole furon cessate, si coprì il viso con le mani, e diede in un dirotto pianto, che fu come l'ultima e più chiara risposta. - Dio grande e buono! - esclamò Federigo, alzando gli occhi e le mani al cielo: - che ho mai fatto io, servo inutile, pastore sonnolento, perche Voi mi chiamaste a questo convito di grazia, perche mi faceste degno d'assistere a un sì giocondo prodigio! - Così dicendo, stese la mano a prender quella dell'innominato.
- No! - gridò questo, - no! Lontano, lontano da me voi: non lordate quella mano innocente e benefica. Non sapete tutto ciò che ha fatto questa che volete stringere.
- Lasciate, - disse Federigo, prendendola con amorevole violenza, - lasciate ch'io stringa codesta mano che riparerà tanti torti, che spargerà tante beneficenze, che solleverà tanti afflitti, che si stenderà disarmata, pacifica, umile a tanti nemici.
- È troppo! - disse, singhiozzando, l'innominato. - Lasciatemi, monsignore; buon Federigo, lasciatemi. Un popolo affollato v'aspetta; tant'anime buone, tant'innocenti, tanti venuti da lontano, per vedervi una volta, per sentirvi: e voi vi trattenete... con chi!
- Lasciamo le novantanove pecorelle, - rispose il cardinale: - sono in sicuro sul monte: io voglio ora stare con quella ch'era smarrita. Quell'anime son forse ora ben più contente, che di vedere questo povero vescovo. Forse Dio, che ha operato in voi il prodigio della misericordia, diffonde in esse una gioia di cui non sentono ancora la ragione. Quel popolo è forse unito a noi senza saperlo: forse lo Spirito mette ne' loro cuori un ardore indistinto di carità, una preghiera ch'esaudisce per voi, un rendimento di grazie di cui voi siete l'oggetto non ancor conosciuto -.
Così dicendo, stese le braccia al collo dell'innominato; il quale, dopo aver tentato di sottrarsi, e resistito un momento, cedette, come vinto da quell'impeto di carità, abbracciò anche lui il cardinale, e abbandonò sul braccio di lui il suo volto tremante e mutato.
Le sue lacrime ardenti cadevano sulla porpora incontaminata di Federigo; e le mani incolpevoli di questo stringevano affettuosamente quelle membra, premevano quella casacca, avvezza a portar l'armi della violenza e del tradimento. L'innominato, sciogliendosi da quell'abbraccio, si coprì di nuovo gli occhi con una mano, e, alzando insieme la faccia, esclamò:

- Dio veramente grande! Dio veramente buono! Io mi conosco ora, comprendo chi sono; le mie iniquità mi stanno davanti; ho ribrezzo di me stesso; eppure...! Eppure provo un refrigerio, una gioia, sì una gioia, quale non ho provata mai in tutta questa mia orribile vita!

È un saggio, - disse Federigo, - che Dio vi dà per attrarvi al suo servizio, per animarvi ad entrar risolutamente nella nuova vita in cui avrete tanto da disfare, tanto da riparare, tanto da piangere! - Me sventurato! - esclamò il signore, - quante, quante... cose, le quali non potrò se non piangere! Ma almeno ne ho d'intraprese, d'appena avviate, che posso, se non altro, rompere a mezzo: una ne ho, che posso romper subito, disfare, riparare.”
A. Manzoni da: I promessi sposi

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domenica, 25 maggio 2008


Regala ciò che non hai
***


Occupati dei guai,
dei problemi del tuo prossimo.
Prenditi a cuore gli affanni,
le esigenze di chi ti sta vicino.


Regala agli altri la luce che non hai,
la forza che non possiedi,
la speranza che senti vacillare in te,
la fiducia di cui sei privo.
Illuminali dal tuo buio.
Arricchiscili con la tua povertà
.

Regala un sorriso
Quando hai voglia di piangere.
Produci serenità
Dalla tempesta che hai dentro.
“Ecco quello che non ho ,te lo do”
Questo è il tuo paradosso.


Ti accorgerai che la gioia
a poco a poco entrerà in te,
invaderà il tuo essere,
diventerà veramente tua
nella misura in cui
l’avrai regalata agli altri
.

Alessandro Manzoni

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giovedì, 01 maggio 2008

SUL NOME DI MARIA

***
 

                        Santo nome, in fra i mortali
            Quale è il nome che ti avanza?
            Tu sei nome di speranza,
            Tu sei nome di pietà.
5                      Se d'Adamo il pazzo orgoglio
            Al Signor ci fa ribelli,
            Per te, o Madre, siam fratelli
            Di Colui che ci creò.
                        Per te ancora al Ciel perduto
10        Nostra mente si solleva;
            Tu ci togli al fallo d'Eva,
            Tu ci torni al primo onor.
                        Quando pesa sul cuor mio
            L'ingiustizia dei mortali,
15        Quando a me verranno i mali,
            Il tuo nome invocherò.
                        Se dei troppi falli miei
            Caggio sotto all'empie some,
            Ripetendo il tuo bei nome
20        Io mi sento confortar.
                        Egli è umìl non men che mondo,
            Questo giglio delle valli;
            Né perch'Ella è senza falli
            Mai rigetta chi fallì.
25                    Ché ben sa che s'Ella intatta
            Tutto corse il tristo esigilo,
            È sol grazia del suo Figlio,
            Che la volle preservar.
                        Tu se' gioia ai cuori afflitti,
30        Tu se' guida ai passi erranti,
            Tu se' stella ai naviganti,
            Tu se' grazia ai regnator.
                        Se la vita è un tristo calle
            Tutto sparso di ruine,
35        Questa rosa in fra le spine
            Il cammino allegrerà.
                        Tu conosci 1 nostri guai:
            Per noi dunque il Figliuol prega;
            Se ad ogni uom Egli si piega,
40        Per la Madre che farà?
                        Non ti chieggo della terra
            Le delizie passeggere,
            Ne lo scettro del potere
            Ne la febbre degli onor;
45                    Prega Lui che alle nostre alme
            Verso il Ciel dia corso e lena,
            E la polvere terrena
            Ci dia forza a disprezzar.
                        Fa che sempre io mi ricordi
50        Il colpevol viver mio,
            Onde alfin, placato e pio,
            Lo dimentichi il Signor;
                        Onde possa, ancor che indegno,
            Rimirarlo senza velo,
55        E udir gli angioli del Cielo
            Il tuo nome risuonar.
Alessandro Manzoni [Settembre 1823]

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giovedì, 06 dicembre 2007

 Il cardinal Federico e l’Innominato
***


[…] – Una buona nuova, io? Ho l’inferno nel cuore; e vi darò una buona nuova? Ditemi voi, se lo sapete, qual è questa buona nuova che aspettate  da un par 
mio.
- Che Dio v’ha toccato il cuore, e vuol farvi suo, - rispose pacatamente il cardinale.
- Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov’è questo Dio?
- Voi me lo domandate? Voi? E chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v’opprime, che v’agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v’attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’implorate?

(Alessandro Manzoni promessi sposi

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martedì, 30 ottobre 2007

La misericordia di Dio  
***
«Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de' suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande.». Manzoni  I Promessi sposi


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lunedì, 15 ottobre 2007


La gioia
***

Ed ecco, appunto sull'albeggiare, pochi momenti dopo che Lucia s'era addormentata, ecco che, stando così immoto a sedere, sentì arrivarsi all'orecchio come un'onda di suono non bene espresso, ma che pure aveva non so che d'allegro. Stette attento, e riconobbe uno scampanare a festa lontano; e dopo qualche momento, sentì anche l'eco del monte, che ogni tanto ripeteva languidamente il concento, e si confondeva con esso. Di lì a poco, sente un altro scampanìo più vicino, anche quello a festa; poi un altro.
«Che allegria c'è? cos' hanno di bello tutti costoro?» Saltò fuori da quel covile di pruni; e vestitosi a mezzo, corse a aprire una finestra, e guardò. Le montagne eran mezze velate di nebbia; il cielo, piuttosto che nuvoloso, era tutto una nuvola cenerognola; ma, al chiarore che pure andava a poco a poco crescendo, si distingueva, nella strada in fondo alla valle, gente che passava, altra che usciva dalle case, e s'avviava, tutti dalla stessa parte, verso lo sbocco, a destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con un'alacrità straordinaria.
«Che diavolo hanno costoro? che c'è d'allegro in questo maledetto paese? dove va tutta quella canaglia? ». E data una voce a un bravo fidato che dormiva in una stanza accanto, gli domandò qual fosse la cagione di quel movimento. Quello, che ne sapeva quanto lui, rispose che anderebbe subito a informarsene. Il signore rimase appoggiato alla finestra, tutto intento al mobile spettacolo. Erano uomini, donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli; uno, raggiungendo chi gli era avanti, s'accompagnava con lui; un altro, uscendo di casa, s'univa col primo che rintoppasse; e andavano insieme, come amici a un viaggio convenuto. Gli atti indicavano manifestamente una fretta e una gioia comune; e quel rimbombo non accordato ma consentaneo delle varie campane, quali più, quali meno vicine, pareva, per dir così, la voce di que' gesti, e il supplimento delle parole che non potevano arrivar lassù. Guardava, guardava; e gli cresceva in cuore una più che curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa.
Alessandro Manzoni Da “I Promessi Sposi” – Cap. 21


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