CONSULTA L'INDICE PUOI TROVARE OLTRE 4000 ARTICOLI

su santi,filosofi,poeti,scrittori,scienziati etc. che ti aiutano a comprendere la bellezza e la ragionevolezza del cristianesimo


Visualizzazione post con etichetta lewis. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lewis. Mostra tutti i post

sabato 6 settembre 2025

La superbia

 Il peggiore dei vizi, e il meno riconosciuto.


Sorge qui un grave quesito. Come mai persone palesemente divorate dalla superbia e dall’orgoglio possono dire di credere in Dio e considerarsi religiosissime? Il fatto è, temo, che costoro adorano un Dio immaginario. Ammettono teoricamente di essere niente al cospetto di questo Dio fantomatico, ma in realtà sono convinte che Egli le approvi e le ritenga molto migliori della gente comune: pagano a Dio, cioè, un soldo di umiltà immaginaria, e ne ricavano mille di superbia verso i loro simili. A questa gente pensava Cristo, suppongo, annunciando che alcuni avrebbero predicato e scacciato i demoni in Suo nome, ma alla fine del mondo si sarebbero sentiti dire che Egli non li aveva mai conosciuti. E ognuno di noi può cadere in ogni momento in questa trappola mortale. Fortunatamente c’è una cosa che può metterci sull’avviso. Quando ci accorgiamo che la nostra vita religiosa ci dà la sensazione di essere buoni – di essere, soprattutto, migliori di qualcun altro – possiamo essere sicuri, penso, che in noi agisce non Dio, ma il diavolo. La vera prova che si è in presenza di Dio è dimenticarsi completamente di se stessi, o vedere se stessi come un oggetto piccolo e vile.


Meglio è dimenticarsi completamente di sé.


E’ triste che il peggiore dei vizi riesca a insinuarsi di frodo nel centro stesso della nostra vita religiosa. Ma possiamo capire perché. Gli altri vizi, meno maligni, provengono dall’azione del diavolo in noi tramite la nostra natura animale. Questo vizio, invece, non ha per tramite la nostra natura animale. Viene direttamente dall’Inferno. E’ puramente spirituale, e quindi molto più subdolo e mortifero. Per la stessa ragione, spesso si fa ricorso alla superbia per sconfiggere gli altri vizi. Gli insegnanti, per esempio, fanno spesso appello alla superbia, all’orgoglio, o, come dicono, all’amor proprio di un allievo per indurlo a comportarsi bene; e non di rado accade di vincere la propria pusillanimità, lussuria o iracondia dicendo a se stessi che queste sono cose indegne di noi – ossia, per superbia. Il diavolo se la ride. E’ contentissimo che tu diventi casto, coraggioso e capace di dominarti, purché egli possa istituire dentro di te la dittatura della superbia; così come sarebbe felicissimo che tu guarissi dai geloni, se in cambio gli fosse consentito di farti venire il cancro. La superbia, infatti, è un cancro spirituale: divora ogni possibilità di amore, di contentezza, di semplice buonsenso.


Da Il cristianesimo così com’è, C. S. Lewis

sabato 30 aprile 2022

la Via della legge naturale

Clive Staples Lewis tentò, nelle sue opere, di trovare la strada verso la verità delle cose, cercando di rinvenire nelle sapienze e religioni antiche (compreso il cristianesimo) una medesima Via della legge naturale, che accomunava tutti gli uomini di tutte le latitudini ed epoche. Questo suo grande interesse alle fonti originarie e costitutive dell’essere non nascondeva una specie di ecumenismo equivoco né un riduzionismo o compromesso che salvaguardasse un cammino superficiale di condivisione. Era piuttosto volto a individuare un nucleo forte di verità a cui ogni persona potesse aderire con tutte le sue facoltà.

Cos’è la Via della legge naturale?

Da grande e profondo studioso qual era, Lewis rinvenne nell’Induismo delle origini, come scrisse nel volume L’abolizione dell’uomo del 1943, la capacità dell’uomo di conformarsi alla legge naturale: La condotta degli uomini che possiamo chiamare buoni consiste nel conformarsi al grande rituale o schema del naturale e del sovrannaturale che si rivela tanto nell’ordine cosmico quanto nelle virtù morali… Questa rettitudine, correttezza, ordine si identifica con la satya o verità, con la corrispondenza alla realtà”.

Allo stesso modo, aggiungeva Lewis, era per i Cinesi il Tao, ossia la realtà vera al di là di tutti i predicati; così ancora era per gli antichi Ebrei, che lodavano la Legge in quanto era costitutivamente vera, tanto che la parola emeth (verità) significava ciò che non inganna, che non muta, ponendo quindi l’accento sulla saldezza della verità. Per Lewis ciò che accomunava profondamente tutte queste concezioni (potremmo aggiungere, sulla scorta degli studi documentati del grande scrittore nord irlandese, dalle forme platoniche, aristoteliche a quelle cristiane e orientali) era il riconoscimento del valore oggettivo e della legge naturale.

L’atteggiamento corretto che proponeva Lewis era dunque quello di riconoscere un nucleo forte oggettivo entro cui collocarsi in modo da misurare la giustezza e verità dei singoli comportamenti. La prospettiva era quindi quella di procedere dal piano ontologico dell’essere a quello etico del dover essere. Chi si fosse posto fuori dal riconoscimento della Via della legge naturale si sarebbe collocato al di fuori della comprensione della realtà.

La fonte di tutti i giudizi di valori

La fonte di tutti i giudizi di valore era quindi la Via della legge naturale, il riconoscimento di un ordine oggettivo che Lewis individuava nelle sapienze e religioni antiche. Le ideologie moderne che prescindevano da questo non erano che, secondo le testuali parole di Lewis: “Frammenti della Via, arbitrariamente strappati al loro contesto globale e quindi isolatamente esasperati”.

La rivolta delle nuove ideologie contro la Via della legge naturale era, secondo una metafora calzante dello scrittore, la rivolta dei rami contro l’albero: distruggendolo, i ribelli avrebbero scoperto di avere distrutto se stessi. Porsi all’interno della Legge naturale significava accettare uno sviluppo dal di dentro, una possibilità di vero dialogo nella profondità dello spirito umano, così come Lewis rinveniva in Confucio “Con coloro che seguono una Via diversa è inutile consultarsi” e anche in Aristotele “Aristotele diceva che soltanto coloro che sono stati bene allevati possono utilmente studiare l’etica”.

Coloro che non condividevano la Via, ossia lo stesso punto di partenza fondamentale, non conoscevano quanto poteva essere discusso e in questo senso Lewis interpretava il Vangelo di Giovanni (Gv, 13,51): “Ma questa gente che non conosce la Legge, è maledetta!”. Quella persona “ben allevata”, a cui faceva riferimento Aristotele nell’Etica Nicomachea, era quella che, secondo l’espressione di Platone nella Repubblica, poteva riconoscere la Ragione quando essa giunge. Il prescindere dagli insegnamenti del riconoscimento della Via della legge naturale conduceva, in senso utilitaristico, a fare ciò che a ciascuno piaceva, a decidere da soli cosa l’uomo doveva essere e a far sì che lo sarebbe diventato.

Il potere dell’uomo sulla Natura

In questo riduzionismo ideologico causato dalla non accettazione dell’ordine oggettivo e della Via della legge naturale si collocava quindi il rapporto uomo-Natura, ossia la pretesa dell’uomo di esercitare il potere su altri uomini, con la Natura a fungere da strumento. Lewis si chiedeva quindi, ponendosi nella prospettiva utilitaristica e ideologica dell’uomo moderno, cosa potesse significare questa presunta conquista della Natura da parte dell’Uomo (le maiuscole erano ben evidenziate dallo scrittore).

Lo stadio finale di questa “conquista” avrebbe decretato la sconfitta della natura umana, ossia l’ultima parte della Natura ad arrendersi all’Uomo. Tolto il ricorso alla Via della legge naturale, l’Uomo moderno avrebbe scelto quale altra via artificiale produrre, quale tipo di coscienza produrre, quale concetto di “bene” instillare, quale tipo di umanità creare: “Questi Condizionatori non sto supponendo che siano cattivi. Piuttosto, non sono affatto uomini (nel vecchio senso). Sono, se volete, uomini che hanno sacrificato la loro parte di umanità tradizionale per dedicarsi al compito di decidere quale senso attribuire per il futuro alla parola “Umanità”, “Buono” e “cattivo”…”.

Una volta allontanatisi dalla Via della legge naturale, rimarcava Lewis, sarebbero caduti nel vuoto: “La conquista finale dell’Uomo si è rivelata come l’abolizione dell’Uomo”. Con altre straordinarie e accorate parole, Clive Staples Lewis sottolineava l’illusione dell’Uomo che aveva ripudiato la legge naturale: “Tutte le apparenti disfatte della Natura non sono state altro che ritirate strategiche. Pensavamo di averla messa in fuga, e invece era essa a trascinarci con sé. Ciò che ci sembravano mani alzate in segno di resa erano in realtà braccia spalancate in attesa di rinchiudersi per sempre su di noi”.

mercoledì 2 febbraio 2022

Amicizia

Amicizia

Da “I quattro amori”

di C.S. Lewis   


L’amicizia è – ma non in senso peggiorativo il meno naturale degli affetti naturali, il meno istintivo, organico, biologico, gregario e indispensabile...
Quando due persone diventano amiche significa che esse si sono allontanate, insieme, dal gregge. Senza l’eros nessuno di noi sarebbe stato generato, e senza l’affetto nessuno di noi avrebbe ricevuto un’educazione; al contrario si può vivere e riprodursi anche senza l’amicizia... Questa qualità, per così dire “innaturale”, dell’amicizia costituisce un’ottima spiegazione al fatto che essa fu esaltata in epoca antica e medievale, ma è tenuta in poca considerazione ai giorni nostri. L’ideale che permeava di sé quelle età era d’impronta ascetica, volto a una rinuncia del mondo... Unica tra tutti gli affetti, essa sembra innalzare l’uomo a livello degli dei, o degli angeli... Niente è più lontano dall’amicizia di una passione amorosa. Gli innamorati si interrogano continuamente sul loro amore; gli amici non parlano quasi mai della loro amicizia. Gli innamorati stanno quasi tutto il tempo, fianco a fianco, assorti in qualche interesse comune. Ma soprattutto, l’eros (finché dura) lega necessariamente due sole persone. Il due invece, lungi dall’essere il numero distintivo dell’amicizia, non è nemmeno il più congeniale a questo tipo di legame...
In ciascuno dei miei amici c’è qualcosa che solo un altro amico sa mettere pienamente in luce... Da ciò consegue che l’amicizia è il meno geloso degli affetti. Due amici sono ben lieti che a loro se ne unisca un terzo, e tre, che a loro se ne unisca un quarto, a patto che il nuovo venuto abbia le carte in regola per essere un vero amico. Essi potranno dire, allora, come le anime beate di Dante: “Ecco che crescerà li nostri amori”, poiché in questo amore “condividere non significa perdere”... In questo senso, l’amicizia rivela una piacevole “vicinanza per somiglianza” con lo stesso Paradiso, dove proprio la moltitudine dei beati (il cui numero sfugge a qualunque calcolo umano) accresce il godimento che ciascuno ha di Dio. Ogni anima, infatti, Lo vede in maniera personale, e comunica poi questa visione unica a tutte le altre. Questo è il motivo per cui, come dice un autore antico, i Serafini, nella visione di Isaia, cantano vicendevolmente: “Santo, Santo, Santo” (Is 6,3). Più divideremo tra noi il pane celeste, più ne avremo per cibarcene...
L’amicizia nasce dal semplice cameratismo quando due o più compagni scoprono di avere un’idea, un interesse o anche soltanto un gusto, che gli altri non condividono e che, fino a quel momento, ciascuno di loro considerava un suo esclusivo tesoro (fardello). La frase con cui di solito comincia un’amicizia è qualcosa del genere: “Come? Anche tu? Credevo di essere l’unico...”.
Il marchio della perfetta amicizia non è il fatto di essere pronti a prestare aiuto nel momento del bisogno (anche se questo si verificherà puntualmente), ma il fatto che, una volta dato questo aiuto, nulla cambia. Si è trattato di una deviazione, di un’anomalia, di una fastidiosa perdita di tempo, rispetto a quei pochi momenti – sempre troppo fugaci – in cui si può stare insieme... L’amicizia, come l’eros, non è mai inquisitrice. Si diventa amici di una persona senza sapere, né preoccuparsi, se egli sia sposato o meno, o di come si guadagni da vivere. Tali “questioni pratiche”, “affari di secondaria importanza” non hanno nulla a che vedere con la domanda fondamentale: “Vedi la stessa verità?”... Questa è la regalità dell’amicizia: in essa ci incontriamo come sovrani di stati indipendenti, fuori del nostro paese, sul terreno neutrale, svincolati dal nostro contesto... Da ciò deriva il carattere squisitamente arbitrario e l’irresponsabilità di questo affetto. Non ho il dovere di essere amico verso nessuno, e nessuno ha il dovere di esserlo nei miei confronti... L’amicizia è superflua, come la filosofia, l’arte, l’universo (Dio infatti non aveva bisogno di creare)



martedì 14 dicembre 2021

amare significa essere vulnerabili.

 

amare significa  essere

 vulnerabili.

***

Non esiste investimento sicuro: amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili. Qualunque sia la cosa che vi è cara, il vostro cuore prima o poi avrà a soffrire per causa sua, e magari anche a spezzarsi. Se volete avere la certezza che esso rimanga intatto, non donatelo a nessuno, nemmeno a un animale. Proteggetelo avvolgendolo con cura in passatempi e piccoli lussi; evitate ogni tipo di coinvolgimento; chiudetelo col lucchetto nello scrigno, o nella bara del vostro egoismo. Ma in quello scrigno - al sicuro, nel buio, immobile, sotto vuoto - esso cambierà: non si spezzerà; diventerà infrangibile impenetrabile, irredimibile.L’alternativa al rischio di una tragedia è la dannazione. L’unico posto, oltre al cielo, dove potrete stare perfettamente al sicuro da tutti i pericoli e i turbamenti dell’amore è l’inferno.                                                     C.s:Lewis, da I quattro amori

venerdì 1 maggio 2020

Lettere di Berlicche"


    REINTERPRETAZIONE MODERNA DI
 "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, pubblicato nel 1942.


"- E come hai fatto a portare così tante anime all'inferno all'epoca?
- Per la paura.
Oh, sì. Strategia eccellente; vecchia e sempre attuale. Ma di cosa avevano paura? Paura di essere torturati? Paura della guerra? Paura della fame?
- No. Paura di ammalarsi.
- Ma allora nessun altro si ammalava all'epoca?
- Sì, si ammalavano.
Nessun altro moriva?
- Sì, morivano.
- Ma non c'era cura per la malattia?
- C 'era.
- Allora non capisco.
- Come nessun altro credeva o insegnava sulla vita eterna e sulla morte eterna, pensavano di avere solo quella vita, e si sono aggrappati a lei con tutte le loro forze, anche se gli costava il loro affetto (non si abbracciavano né salutavano, non avevano alcun contatto umano per giorni e giorni!); i loro soldi (hanno perso il lavoro, speso tutti i loro risparmi, e si credevano ancora fortunati essendo impediti di guadagnarsi il pane!; la loro intelligenza (un giorno, la stampa diceva una cosa e il giorno dopo si contraddiceva, eppure credevano a tutto! ), la loro libertà (non uscivano di casa, non camminavano, non visitavano i loro parenti... Era un grande campo di concentramento per prigionieri volontari! Ahahahahah! ). Hanno accettato tutto, tutto, purché potessero prolungare le loro vite miserabili un altro giorno. Non avevano più la minima idea che Lui, e solo Lui, è colui che dà la vita e la finisce. E ' stato così! Facile come non era mai stato."

domenica 10 marzo 2019

Vita cristiana

"Si sa che le cose buone, come quelle cattive, sono soggette a una specie di contagio; per scaldarsi bisogna stare vicino al fuoco, per bagnarsi bisogna entrare nell'acqua. Se si vuole gioia, forza, pace, vita eterna, si deve avvicinarsi o addirittura entrare in chi la possiede. Esse non sono una specie di premio che Dio, se volesse, potrebbe dare a chiunque, ma una grande fonte di energia e di bellezza che sgorga proprio dal centro della realtà. Se le siamo vicini lo spruzzo ci bagnerà; se no, resteremo asciutti e secchi. Una volta che qualcuno si è unito a Dio, come potrebbe non vivere per sempre? E se qualcuno è separato da Dio, cosa può fare se non disseccarsi e morire?...
L'offerta del Cristianesimo è proprio questa: se lasciamo fare a Dio, possiamo condividere la vita di Cristo. Se lo faremo, condivideremo una vita che fu generata, non creata, che è sempre esistita e sempre esisterà. Cristo è il figlio di Dio; se noi partecipiamo alla sua vita, saremo anche noi figli di Dio, ameremo il Padre come lo ama lui e lo Spirito Santo nascerà in noi. Egli venne su questa terra e divenne uomo per diffondere tra gli uomini la sua vita, mediante quello che io chiamo un "contagio salutare". Ogni cristiano deve diventare un piccolo Cristo; è questo, e nessun altro, l'intero scopo della conversione".
(C.S. Lewis)

lunedì 10 dicembre 2018

Noi non ci accontentiamo di vedere la bellezza

Noi non ci accontentiamo  di vedere la bellezza
***
Noi non ci accontentiamo  di vedere la bellezza, anche se il Cielo sa che gran dono sia questo. Noi vogliamo qualcos'altro, che è difficile esprimere a parole - vogliamo sentirci uniti alla bellezza che vediamo, trapassarla, riceverla dentro di noi, immergerci in essa, diventarne parte..." Lewis

domenica 29 giugno 2014

cristianesimo

"Io credo nel cristianesimo 
***
 "Io credo nel cristianesimo allo stesso modo in cui credo che il sole sia sorto: non solo perché io lo vedo, ma perché attraverso di esso io posso vedere tutte le altre cose" (C.S.Lewis)

domenica 1 giugno 2014

APPUNTI SULL'AMICIZIA

Appunti sull'amicizia in C.S. Lewis, di A.L.

***

Scritto da Redazione de Gliscritti: 06 /12 /2011 - 23:51 pm | 

Riprendiamo sul nostro sito alcuni appunti scritti da Andrea Lonardo per presentare alcuni brani tratti da C. S. Lewis, I quattro amori, Jaca, Milano, 2011. Per altri testi su C.S. Lewis, in particolare su Le cronache di Narnia e su Diario da un dolore, vedi su questo stesso sito la sezione Letteratura.
Il Centro culturale Gli scritti (6/12/2011)
«Per gli antichi, l'amicizia era il più felice e il più completo degli affetti umani, coronamento della vita, e scuola di virtù. Il mondo moderno, in confronto, l'ignora. Ovviamente, chiunque è disposto ad ammettere che un uomo, oltre che di una moglie e di una famiglia, ha bisogno anche di “qualche amico”; ma il tono stesso di quest'ammissione e il tipo di conoscenze che vengono poi definite “amicizie” mostrano chiaramente che ciò cui si fa riferimento ha ben poco a che vedere con la philia che Aristotele classificava tra le virtù, o con quell'amicitia sulla quale Cicerone scrisse un trattato. È un fattore del tutto marginale; non è la portata principale nel banchetto della vita, ma semplicemente uno tra i tanti contorni: è qualcosa che serve a riempire i momenti vuoti del nostro tempo. Come siamo arrivati a questo punto?» (C.S. Lewis, I quattro amori, pp. 59-60).
Lewis presenta così la differenza fra il mondo antico, appassionato cultore dell'amicizia, ed il nostro tempo. E risponde che
«l'amicizia è – ma non in senso peggiorativo – il meno naturale degli affetti, il meno istintivo, organico, biologico, gregario e indispensabile. Qui i nostri nervi c'entrano ben poco, in questo sentimento non c'è nulla di tenebroso: nulla che faccia accelerare il polso, o arrossire, o sbiancare» (C.S. Lewis, I quattro amori, p. 60).
Il legame di amicizia è raro, allora, e trascurato, perché sommamente libero e perché richiede maturità e sapienza.
La peculiarità dell'amicizia emerge anche dal fatto che per essa non sussiste la gelosia, che è invece la norma in altri rapporti di amore:
«L'amicizia è il meno geloso degli affetti. Due amici sono ben lieti che a loro se ne unisca un terzo, e tre, che a loro se ne unisca un quarto, a patto che il nuovo venuto abbia le carte in regola per essere un vero amico. Essi potranno dire allora, come le anime beate in Dante: “Ecco che crescerà li nostri amori”, poiché in questo amore “condividere non significa perdere”.
È ovvio che l'esiguo numero di spiriti a noi congeniali - tralasciando considerazioni pratiche, quali le limitate dimensioni delle stanze e il volume ridotto della voce umana - pone dei confini oggettivi all'ampliamento di questa cerchia di amici; ma entro questi limiti il nostro godimento di ciascuno degli amici aumenta, e non diminuisce, con il numero di coloro con i quali lo dividiamo. In questo, l'amicizia rivela una piacevole “vicinanza per somiglianza” con lo stesso paradiso, dove proprio la moltitudine dei beati (il cui numero sfugge a qualunque calcolo umano) accresce il godimento che ciascuno ha di Dio. Ogni anima, infatti, Lo vede in maniera personale, e comunica poi questa sua visione unica a tutte le altre. Questo è il motivo per cui, come dice un autore antico, i Serafini, nella visione di Isaia, cantano, vicendevolmente “Santo, Santo, Santo” (Is 6, 3). Più divideremo tra noi il pane celeste, più ne avremo per cibarcene» (C.S. Lewis, I quattro amori, pp. 62-63).
Per questo, non è necessario agli amici isolarsi:
«Agli innamorati piace stare soli. Gli amici trovano intorno a sé questa solitudine, questa barriera che li separa dal resto della massa, che lo vogliano, o no. Sarebbero anzi lieti di rimuoverla, e lieti di trovare un terzo che si unisse a loro» (C.S. Lewis, I quattro amori, p. 66). 
La qualità dell'amicizia si radica, oltre che nel bene che gli amici nutrono gli uni per gli altri, anche nel bene che essi vogliono insieme ad altri e nella passione con la quale cercano insieme la verità:
«In questo tipo di affetto – come disse Emerson - “Mi vuoi bene?” significa: “Vedi la stessa verità?” o, per lo meno, hai a cuore la stessa verità? Chi concorda con noi sul fatto che una certa questione, dagli altri considerata secondaria, è invece della massima importanza, potrà essere nostro amico. Non è necessario, invece, che egli sia d’accordo sulla risposta da dare al problema. [...]
Ecco perché quei patetici personaggi sempre a caccia “a caccia di amici” non riescono mai a trovarne. Si può arrivare ad avere degli amici soltanto a patto che si desideri qualcos’altro, oltre agli amici. Se la risposta sincera alla domanda: “Vedi la stessa verità?” fosse: “Non vedo niente e non mi interessa niente; voglio soltanto un amico”, allora non potrà nascere alcuna amicizia – anche se potrà nascere affetto. Non ci sarebbe niente per cui essere amici, e l’amicizia deve avere un oggetto, fosse anche solo una passione per il domino o per i topolini bianchi. Chi non possiede nulla non può dividere nulla; chi non sta andando da nessuna parte non può avere compagni di viaggio» (C.S. Lewis, I quattro amori, p. 66).

Suprema è la libertà dell'amicizia. Essa che è ricchissima e vitale è pertanto anche superflua (nel senso più nobile della parola)!
«Non ho il dovere di essere amico di nessuno, e nessuno ha il dovere di esserlo nei miei confronti. Niente pretese, nemmeno l’ombra di un obbligo. L’amicizia è superflua, come la filosofia, l’arte, l’universo stesso (Dio, infatti, non aveva bisogno di creare). Essa non ha valore ai fini della sopravvivenza; è piuttosto una di quelle cose che danno valore alla sopravvivenza» (C.S. Lewis, I quattro amori, p. 70).

mercoledì 30 aprile 2014

Essere vulnerabili

***
Non esiste investimento sicuro: amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili.Qualunque sia la cosa che vi è cara, il vostro cuore prima o poi avrà a soffrire per causa sua, e magari anche a spezzarsi.  Se volete avere la certezza che esso rimanga intatto, non donatelo a nessu­no, nemmeno a un animale. Proteggetelo avvolgendolo con cura in passatempi e piccoli lussi; evitate ogni tipo di coinvolgimento; chiudetelo col lucchetto nello scrigno, o nella bara del vostro egoismo. Ma in quello scri­gno - al sicuro, nel buio, immobile, sotto vuoto - esso cambierà: non si spezzerà; diventerà infrangibile impenetrabile, irredimibile.
L’alternativa al rischio di una tragedia è la dannazione. L’unico posto, oltre al cielo, dove potrete stare perfettamente al sicuro da tutti i pericoli e i turbamenti dell’amore è l’inferno.

C.s:Lewis, da I quattro amori

giovedì 20 marzo 2014

la felicità

la felicità
 ***
“Comincio a sospettare che il mondo si divida non solo in felici e infelici, ma in chi ama la felicità e in chi, per quanto strano possa sembrare, non la ama affatto. [...] Siamo creature superficiali che giocano con l’alcol, il sesso e l’ambizione quando invece ci viene offerta una gioia infinita; come un bambino ignorante che vuole continuare a fare formine di sabbia in un vicolo, perchè non immagina nemmeno cosa sia la prospettiva di una vacanza al mare. Ci accontentiamo troppo facilmente”.
(C.S. Lewis)

martedì 18 febbraio 2014

DUE POVERTÀ CHE FANNO PIENEZZA

DUE POVERTÀ CHE FANNO PIENEZZA

***


Per san Paolo era un «mistero grande», per il poeta Rilke un incontro fra due bisogni infiniti. Parliamo del Matrimonio, la sfida quotidiana di essere marito e moglie in Dio.

Una coppia in cucina

Credo che in amore – o almeno in quelle situazioni che chiamiamo col nome di amore – si soffra quando si dimentica che «c’è un paradosso nell’esperienza dell’amore: due bisogni infiniti di essere amati si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare» (R.M. Rilke) e che «soltanto nell’orizzonte di un amore più grande è possibile non consumarsi nella pretesa reciproca e non rassegnarsi, ma camminare insieme verso un Destino di cui l’altro è segno» (C.S. Lewis).
Uomo e donna sono due povertà che si incontrano e si donano. Quella che Lewis chiama «pretesa reciproca» è destinata a rimanere delusa a causa del nostro peccato e a causa delle differenze tra l’uomo e la donna. L’altro non potrà mai colmare tutte le attese, anche involontarie, o le pretese che noi riversiamo sulla persona che ci è a fianco. Avere un orizzonte più grande significa invece che le piccole mancanze e delusioni reciproche le possiamo vivere non come crepacci nei quali cercare di non cadere, né tanto meno come rivendicazioni, ma come “giogo soave”, un peso leggero che serve alla propria conversione, che è poi il fine della vita qui sulla terra.
Ogni attesa dunque non è che lo scartavetramento della vita sul nostro ego, su quella parte di noi che è ferita dal peccato originale e che quindi non funziona, non ci permette di entrare in un rapporto vero e personale con Dio. Ogni uomo e ogni donna sono chiamati a essere sposi prima di tutto del Signore, sia che siano consacrati, è allora lui il solo sposo, sia che siano invece sposati, e quindi l’altro diventa la via privilegiata per amare e ricevere amore da Dio, che rimane sempre però il nostro sposo. Quello che guarisce i rapporti è ricordare che, se il fine oggettivo del Matrimonio è quello di generare figli, quello soggettivo è generare se stessi, e lo sposo è la via per realizzare questa unione con Dio. Amando lo sposo, la sposa, si ama Dio.
L’altro dunque, così diverso, che così spesso ci fa arrabbiare, venire i nervi, ci delude, ci ferisce, non è sbagliato, ma è semplicemente il «segnaposto del totalmente Altro», come lo definisce il cardinal Scola, e ci costringe a una domanda sul senso, ci costringe alla conversione. Ci porta a una forma di “amore preterintenzionale”, che parte cioè dalla rinuncia a tutto o a molto di quanto si era atteso o proiettato sull’altro. Si abbraccia quasi la morte dell’amore come lo si era immaginato, e si accetta di perdere. Si ama non più con lo slancio dell’emozione, ma con l’amore di un monaco che scolpisce una minuscola scultura sotto la volta di una cattedrale, qualcosa di piccolo e prezioso che non vedrà quasi nessuno, soltanto coloro che avranno la pazienza di alzare lo sguardo. Preparare un pasto o accogliere le critiche, accettare cambi di programma, silenzi quando si vorrebbe parlare e parole quando si vorrebbe dormire, allegria quando si vorrebbe piangere e riposo quando si vorrebbe proporre. Nella fedeltà al Matrimonio partecipiamo dunque anche noi come parte della Chiesa a un’opera che ci trascende, il regno dei cieli, anche se a noi di tutta la cattedrale è stata affidata solo quella piccola scultura là in alto, che nessuno guarderà.
San Paolo nella lettera agli Efesini parla del Matrimonio tra un uomo e una donna come di un mistero grande, e sottolinea i punti cruciali, i nodi di peccato dell’uomo e della donna. La donna è invitata a essere sottomessa allo sposo, l’uomo a dare la vita per la sposa, in modo che replichino nel Matrimonio la dinamica tra Cristo e la Chiesa, quindi senza dominio o sopraffazione, ma in un dono reciproco.
La donna è invitata a essere sottomessa perché al contrario la sua costante tentazione è quella del controllo, di cercare di plasmare, di formattare coloro che le sono affidati. I figli ma anche lo sposo, spesso, e così la capacità di orientare al bene rischia continuamente di trasformarsi in tentazione di volere che le cose nel mondo vadano come vogliamo noi. Prendiamo un uomo che mediamente ci può andare, e lo vogliamo migliorare, così rischiamo di non permettere all’altro di essere. La donna invece è chiamata proprio a fare da specchio all’uomo, a rimandargli un’immagine positiva di sé, a mettere il lievito dell’amore nel rapporto. Serve una donna che sappia fare spazio, che non abbia paura di perdere posizioni, che parta da un pregiudizio positivo sull’uomo, che prenda l’impegno di fidarsi di lui e del suo sguardo sul mondo, lealmente decisa a riconoscere di non essere l’unica depositaria del bene e del male – Eva! – non perché debole, ma proprio perché solida, resistente, accogliente.
Questo atteggiamento, quando è onesto, limpido, non manipolatorio, è un lievito potentissimo perché l’uomo non resiste a una sposa che gli sta lealmente accanto, e comincia a fidarsi, a valorizzare ciò che vede di bello nell’uomo. E così l’uomo sente il desiderio di dare la vita come Cristo per la Chiesa. Gloria dell’uomo, come dice san Paolo, la donna è come uno specchio che riflette il volto dell’uomo, glielo rivela e così lo corregge. E così l’uomo si sente spinto a uscire fuori e dominare la terra, e a farlo non per sé ma per coloro che gli sono affidati, per i quali diventa pronto a prendere su di sé i colpi della vita.
Il nodo di peccato dell’uomo, infatti, quello per cui san Paolo lo invita a essere pronto a morire per la sposa, è l’egoismo. Il desiderio di tenere qualcosa per sé. Di coinvolgersi ma risparmiando qualcosa, di mettere da parte, di rifugiarsi ogni tanto nel suo spazio privato, senza interferenze. Per l’uomo è faticoso tenere lo sguardo sempre rivolto alla donna, al rapporto, alla casa. L’uomo infatti ha una diversa accentuazione esistenziale: va al di là del proprio essere, ha un carisma di espansione, aspira alla crescita di tutte le sue energie che lo prolungano del mondo, ha un diverso rapporto con il potere.
Sul piano dunque spirituale l’uomo esce e la donna accoglie, l’uomo si tende verso l’esterno e la donna verso l’interno, l’uomo è il muro, il senso della realtà, la donna l’accoglienza, e questo lo si vede sul piano educativo, nel rapporto con i figli, dove la donna ha il genio della relazione, tesse trame, mentre spesso l’uomo è più bravo nel potare i rami secchi.
La coppia dunque diventa così profondamente radicata in un amore più grande. Come diceva Karol Wojtyla, da vescovo, alle coppie di fidanzati: «Non dire “ti amo”, ma “partecipo con te dell’amore di Dio”».
Testo di Costanza Miriano

venerdì 31 gennaio 2014

amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili

amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili
***
Non esiste investimento sicuro: amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili. Qualunque sia la cosa che vi è cara, il vostro cuore prima o poi avrà a soffrire per causa sua, e magari anche a spezzarsi. Se volete avere la certezza che esso rimanga intatto, non donatelo a nessu­no, nemmeno a un animale. Proteggetelo avvolgendolo con cura in passatempi e piccoli lussi; evitate ogni tipo di coinvolgimento; chiudetelo col lucchetto nello scrigno, o nella bara del vostro egoismo. Ma in quello scri­gno - al sicuro, nel buio, immobile, sotto vuoto - esso cambierà: non si spezzerà; diventerà infrangibile impenetrabile, irredimibile.
L’alternativa al rischio di una tragedia è la dannazione. L’unico posto, oltre al cielo, dove potrete stare perfettamente al sicuro da tutti i pericoli e i turbamenti dell’amore è l’inferno.


C.s:Lewis, da I quattro amo

venerdì 29 novembre 2013

L’amicizia

  L’amicizia
***
Chi trascura di educare il proprio figlio all'amicizia, lo perderà non appena avrà finito di essere bambino. 
 

Trova il tempo di essere amico: è la strada della felicità.


Senza amici nessuno sceglierebbe di vivere, anche se avesse tutti gli altri beni. 
Aristotele


” L’amicizia nasce nel momento in cui una persona dice ad un’altra: – Cosa? Anche tu? Credevo di essere l’unica – ”
 C.S. Lewis

mercoledì 20 febbraio 2013

C. S. Lewis e un suo capolavoro immortale da riscoprire



C. S. Lewis e un suo capolavoro immortale da riscoprire




***
C. S. Lewis e un suo capolavoro immortale da riscoprire


In un’opera geniale, Le lettere di Berlicche, C. S. Lewis inventa l’espediente di un colloquio epistolare tra demoni, lo zio Berlicche e il nipote Malacoda. Oltre che apprezzabile per arguzia e ironia, l’opera appare come un’utilissima palestra per allenarsi a riconoscere la tentazione. Nella quotidianità facciamo costantemente esperienza di come spesso ci si presentino scelte non buone e maliziose sotto l’apparenza del bene e dell’innocenza. Il male che si nasconde sotto le parvenze del bene si chiama tentazione. Nel «Padre nostro» noi chiediamo a Dio di tenerci lontano dalla tentazione ovvero di farcela riconoscere come tale e, quindi, di togliere la patina mendace che ricopre il male e ci impedisce di riconoscerlo come tale.L’autore evidenzia già fin dall’inizio che «vi sono due errori, uguali e opposti, nei quali la nostra razza può cadere nei riguardi dei diavoli. Uno è il non credere alla loro esistenza. L’altro di credervi e di sentire per essi un interesse eccessivo e non sano. I diavoli sono contenti d’ambedue gli errori e salutano con la stessa gioia il materialista e il mago»..
Percorrendo le pagine in cui lo zio tenta di educare il nipote a traviare gli umani, scopriamo come denigrare la dimensione allegra della vita e il riso sia una modalità del diavolo di allontanarci dal gusto di vivere. Anche trascurare i piaceri veri, quelli che davvero hanno a che fare con la nostra persona in nome dei piaceri che vanno più di moda, è un espediente adottato dal diavolo perché l’uomo non vada verso Dio, dal momento che l’uomo è portato verso Dio proprio dalle sue vere passioni e dai suoi talenti. Scrive lo zio diavolo Berlicche al nipote Malacoda: «Come non sei riuscito a capire che un piacere vero era l’ultima cosa che avresti dovuto lasciargli incontrare? Come non hai previsto che avrebbe proprio annientato tutto l’inganno che tanto laboriosamente gli hai insegnato a valutare? E che quel genere di piacere che il libro e la passeggiata gli davano era il più pericoloso di tutti?Che gli avrebbe tolto tutta quella specie di crosta che eri riuscito a formargli sulla sua sensibilità, e fatto sentire che stava tornando a casa, che stava guarendo?».



Quest’uomo, che è chiamato dal diavolo con l’espressione «verme» o «piccolo bruto», non deve pensare a se stesso, deve essere distratto da ciò che ha più a cuore, dai suoi interessi in una sorta di divertissement o distrazione che lo allontana da sé, dalla realtà e da Dio.

Malgrado i suggerimenti dell’esperto zio, il paziente di Malacoda diverrà cristiano. Anche allora lo si può tentare utilmente facendogli pensare di avere la grazia per sempre e che essa non vada, invece, chiesta giorno per giorno, istante per istante, facendogli desiderare un’umiltà intesa non come dipendenza da Dio e dal Mistero, bensì come sottovalutazione e disprezzo dei propri talenti e delle proprie capacità. Malacoda sarà di volta in volta spronato dallo zio a tentare il paziente con il desiderio di vivere nella prospettiva del futuro, slegato dal presente e dall’eternità, con la dimenticanza della propria precarietà e della propria miseria. Scrive Berlicche: «Gli esseri umani vivono nel tempo, ma il nostro Nemico (Dio) li destina all’eternità. Perciò, credo, Egli desidera che essi si occupino principalmente di due cose: della eternità stessa, e di quel punto del tempo che essi chiamano il presente. Il presente è infatti il punto nel quale il tempo tocca l’eternità. Del momento presente, e soltanto di esso, gli esseri umani hanno un’esperienza analoga all’esperienza che il nostro nemico ha della realtà intera; soltanto in esso viene loro offerta la libertà e la realtà».
A questo punto si potrà tentare il nuovo convertito inducendolo a non voler essere «unicamente cristiano», ma a perseguire «il cristianesimo e la crisi, il cristianesimo e la nuova psicologia, il cristianesimo e l’ordine nuovo, il cristianesimo e la ricerca psichica, il cristianesimo e il vegetarianesimo». Al proposito lo zio scrive ancora a Malacoda: «Se devono essere cristiani siano almeno cristiani con una differenza. Sostituisci alla fede qualche moda con una tinta cristiana». Questa è una riduzione del cristianesimo che lo stempera e al contempo ne annienta la potente forza rivoluzionaria in nome delle buone, accettabili e comprensibili mode del momento. Nell’ottica mondana e nella prospettiva dei due demoni del romanzo ciò che è incomprensibile è che si possa seguire un Altro per guadagnare completamente se stessi, che si possa davvero amare un altro in maniera disinteressata (ci deve pur essere un secondo fine nell’amore di Dio, nel cosiddetto amore disinteressato). Lasciamo al lettore il piacere di leggere quest’utile «manuale tascabile per riconoscere il pensiero del mondo e la tentazione» e di scoprire quale sarà la fine del paziente dell’inesperto diavolo Malacoda. (pubblicato su Cultura cattolica)

sabato 16 febbraio 2013

La fede del gatto


La fede del gatto 

***


Sono sempre in ritardo, ahimè, è dal 18 settembre 2010 che conservo in borsetta il bellissimo articolo di Edoardo Rialti, da Il Foglio, su “L’anglicano scomodo. Storia di C. S. Lewis, lo scrittore convertito che piace a B-XVI e imbarazza gli inglesi”.
Vi metto in evidenza due passaggi intensi: il primo sull’esperienza e il secondo è un aneddoto gustoso.
Scrive il Rialti: Lewis sapeva che la maggior parte delle persone dell’occidente moderno si immaginano Dio in fondo come “il tipo di persona che sta sempre a spiare se uno se la spassa, e poi cerca di impedirglielo”. Era altrettanto, se non più, sicuro che si fosse veramente cristiani in virtù e non nonostante i propri desideri più profondi (…) (Dio) non ha mai avuto paura di puntare tutto sui “più profondi desideri e impulsi” dell’uomo, giacchè sono proprio questi a condurci a Dio. (…) “Quello che mi piace dell’esperienza è che si tratta di una cosa così onesta. Potete fare un mucchio di svolte sbagliate; ma tenete gli occhi aperti e non vi sarà permesso di spingervi troppo lontano prima che appaia il cartello giusto. Potete aver ingannato voi stessi, ma l’esperienza non sta ingannando voi. L’universo risponde il vero quando lo interrogate onestamente”. (…)  “La caratteristica dei dolori e dei piaceri è che non ci si può ingannare sulla realtà, e perciò, in quanto esistono, offrono all’uomo che li prova una pietra di paragone della realtà”. (…) L’uomo secondo Lewis non deve fare altro che guardare bene a ciò che desidera, perché è questo a identificare la propria identità ultima e irriducibile, il suo volto, senza il quale non è possibile scoprire nessuna risposta adeguata”.
Non sorprende che “proprio i figli spirituali più celebri del grande apologeta, i suoi eredi artistici e filosofici, siano in maggioranza diventati cattolici, riconoscendo di aver semplicemente portato alle estreme conseguenze quanto era già implicitamente presente nel pensiero e nello sguardo del loro “maestro ed autore”.  
Come ad esempio: “Walter Hooper, segretario di Lewis e curatore della sua opera omnia, la persona che è riuscita a mettere a disposizione del mondo le migliaia di lettere di chi, pur così gravato da mille responsabilità, ha sempre risposto a chiunque gli abbia scritto, fosse il più illustre dei colleghi o il più piccolo dei bambini. E proprio un aneddoto raccontato di persona da Walter Hooper a chi scrive è forse in grado di descrivere perché tutti costoro, e molti altri, sotto l’influenza di Lewis, abbiano “varcato il Tevere”, come si usa dire. Se Lewis fosse qui, oggi su questa terra, sarebbe certamente cattolico”, mi disse. “Per me il punto di svolta fu una domenica di Pasqua, anni dopo la sua morte. Mi recai in cattedrale, e un vescovo anglicano – mantenne questa vaghezza per carità, credo, nda – iniziò l’omelia dicendo: ‘Cari fratelli, stamattina parlavo col mio gatto, e gli domandavo: ma tu, o gatto, sei davvero sicuro che Gesù sia risorto?’. Me ne andai via disgustato; a casa accesi il televisore e vidi a Roma un uomo vestito di bianco esclamare a gran voce ‘Cristo è davvero risorto!’. Dove mai sarei potuto andare?”.
      

mercoledì 2 maggio 2012

Il Cristianesimo così come’è”,

 Il Cristianesimo così come’è 
***
Paragonata con lo sviluppo dell’uomo su questo pianeta, la diffusione del cristianesimo nel genere umano sembra procedere con la rapidità di un lampo: duemila anni sono un’inezia nella storia dell’universo. Non dimentichiamolo mai: noi siamo ancora i «primi cristiani».  Le divisioni presenti tra di noi, deplorevoli e deleterie, sono, speriamo, malattie dell’infanzia: noi siamo ancora alla dentizione. Il mondo esterno, senza dubbio, pensa esattamente il contrario. Crede che noi stiamo morendo di vecchiaia. Ma l’ha creduto già molte volte.  Ha creduto tante volte che il cristianesimo stesse morendo, per le persecuzioni esterne, per l’avvento dell’islamismo, per il sorgere delle scienze fisiche, per il dilagare di grandi movimenti rivoluzionari anticristiani. Ma ogni volta è rimasto deluso. Il primo disinganno venne con la crocifissione. L’Uomo risorse. In un certo senso – e mi rendo conto di come ciò debba sembrare terribilmente iniquo a molti – così è sempre stato da allora in poi. Loro continuano a uccidere la cosa a cui Lui ha dato inizio: e ogni volta, quando spianano la terra sulla tomba, sentono improvvisamente che questa cosa è ancora viva, ed è perfino sbocciata in nuovi luoghi...  

   Secondo questa visione, la cosa è già avvenuta: il nuovo passo è stato compiuto e si sta compiendo. Già gli uomini nuovi sono sparsi in tutta la terra. Alcuni sono ancora difficilmente riconoscibili; ma altri possiamo riconoscerli. Di tanto in tanto li incontriamo. Le loro voci e le loro facce sono diverse dalle nostre: più forti, più calme, più liete, più raggianti. Questi uomini  partono da dove i più di noi si arrestano. Sono, dico, riconoscibili: ma dobbiamo sapere cosa cercare. Non attirano l’attenzione su di sé. Tu immagini di far loro del bene, mentre sono loro a fartene. Ti amano di più di quanto ti amino gli altri uomini, ma hanno meno bisogno di te. (Dobbiamo vincere il desiderio che si abbia bisogno di noi: per certe bravissime persone, specialmente donne, questa è la tentazione cui è più difficile resistere).  Sembrano, di solito, avere una quantità di tempo a disposizione, e tu ti domandi da dove gli venga. Quando abbiamo riconosciuto uno di essi, riconoscere il successivo ci riesce molto più facile.  E io sospetto fortemente (ma come faccio a saperlo?) che essi si riconoscano tra loro immediatamente e infallibilmente, al di là di ogni barriera di colore, sesso, classe, età, e anche di dottrina. Diventare santi, così, è un po’ come aderire a una società segreta. Per dirla in termini molto riduttivi, deve essere un grande divertimento.

C.S. Lewis (1898-1963),  “Il Cristianesimo così come’è”,
Piccola Biblioteca 395, Adelphi, Milano, 1997, pagg 265-7

venerdì 17 febbraio 2012

lewis2


Il cuore dell’uomo
 batte per l’Infinito
***

E non è forse vero che le vostre amicizie più durevoli sono nate nel momento in cui finalmente avete incontrato un altro essere umano che aveva almeno qualche sentore (sebbene vago e incerto anche nei migliori amici) di quel qualcosa che desiderate fin dalla nascita e che cercate sempre di trovare, di vedere e di sentire, sotto il flusso di altri desideri e in tutti i temporanei silenzi tra le altre passioni più forti, notte e giorno, anno dopo anno, dall'infanzia alla vecchiaia? Non l'avete mai posseduto. Tutte le cose che hanno mai posseduto profondamente la vostra anima ne sono state solo degli indizi - barlumi allettanti, promesse mai completamente realizzate, echi che si spegnevano subito appena vi arrivavano alle orecchie. Ma se questa cosa dovesse veramente manifestarsi - se mai dovesse sentirsi un'eco che non si spegnesse subito ma si espandesse nel suono stesso - voi lo sapreste. Al di là di ogni possibilità di dubbio direste: "Ecco finalmente quella cosa per cui sono stato creato". Non possiamo parlarne gli uni con gli altri. E' la firma segreta di ogni anima, l'incomunicabile e implacabile bisogno, la cosa che desideravamo prima di incontrare le nostre mogli, i nostri amici o prima di scegliere il nostro lavoro, e che desidereremo ancora sul nostro letto di morte, quando la mente non riconoscerà più né moglie né amico né lavoro. Mentre noi esistiamo, questa cosa esiste. Se la perdiamo, perdiamo tutto.
    C.S. Lewis, da Il cielo

a P.


Postato da: giacabi a 12:09 | link | commenti
dio, bellezza, lewis, senso religioso


lunedì, 29 ottobre 2007

Gesù Cristo:
il Mistero incarnato
***
"Ora la storia di Cristo è semplicemente un mito vero: un mito che agisce su di noi come gli altri (miti), ma con la tremenda differenza che questo è davvero avvenuto [...]. Cioè, le storie pagane sono Dio che esprime Se stesso attraverso la mente dei poeti, facendo uso delle immagini che vi  ha trovato, mentre il cristianesimo è Dio che esprime Se stesso attraverso quello che chiamiamo "realtà".
C. S. Lewis



Postato da: giacabi a 11:28 | link | commenti
dio, mistero, gesù, lewis

domenica, 28 ottobre 2007

La Bellezza
***
« Noi non ci accontentiamo di vedere la bellezza, anche se sa il Cielo che gran dono sia questo. Noi vogliamo qualcos’altro che è difficile esprimere a parolevogliamo sentirci uniti alla bellezza che vediamo, trapassarla, riceverla dentro di noi, immergerci in essa, diventarne parte».
C.S. Lewis, Il brindisi di Berlicche e altri scritti, Jaca Book

Postato da: giacabi a 18:53 | link | commenti
bellezza, lewis

domenica, 16 settembre 2007

Il senso religioso
 ***
"È questo che vuoi? È questo?". Infine mi ero chiesto se quello che volevo era la gioia stessa; e, etichettandola come "esperienza estetica", mi era parso di poter rispondere di sì. Ma anche quella risposta era crollata. Inesorabile, la gioia proclamava: "Tu vuoi - e io stessa ne sono la voglia - qualcos'altro, fuori di te, non in te o in un tuo stato d'animo". Ancora non chiedevo: "Chi è il desiderato?", ma solo "Che cos'è?". Ma questo mi spingeva già nel territorio dello stupore, perché capivo in questo modo come nella più profonda solitudine vi sia una strada che porta diritto fuori di noi, un commercio con qualcosa, che rifiutando di identificarsi con un qualsiasi oggetto dei sensi o con qualsiasi esigenza biologica o sociale, o con una qualsiasi cosa di immaginario, o con un qualsiasi stato d'animo, si proclama puramente oggettivo. Molto più oggettivo dei corpi, perché non è, al pari di essi, rivestito dai sensi; la nuda alterità, anonima (benché la nostra immaginazione l'accolga con centinaia di immagini), ignota, indefinita, desiderata».
C. S. Lewis, Sorpreso dalla gioia,

Postato da: giacabi a 06:28 | link | commenti
lewis, senso religioso

sabato, 08 settembre 2007

Staccarlo da lui stesso,
***


Come preliminare allo staccarlo dal Nemico dovevi staccarlo da lui stesso, e avevi già fatto un poco di progresso su questa  linea. Ora, tutto è disfatto.
Naturalmente, so benissimo che anche il Nemico vuole distaccare gli uomini da se stessi, ma in modo diverso. Ricorda sempre che a Lui que¡ piccoli vermi piacciono veramente, e che pone un assurdo valore assoluto sulla distinzione di ciascuno di loro. Quando dice che debbono perdere il loro io, intende solamente dire che debbono abbandonare la volontà propria; una volta fatto ciò, in realtà dà loro indietro tutta la loro personalità, e si vanta (sinceramente, ho paura) che se saranno completamente suoi saranno più che mai se stessi. Quindi, mentre gode nel vederli sacrificare perfino le loro innocenti volontà a Lui, odia di vederli allontanare dalla loro natura per qualsiasi altra ragione.E noi invece dovremmo sempre incoraggiarli a farlo. Le più profonde simpatie e i più profondi impulsi di qualsiasi uomo sono la materia prima, il punto di partenza, del quale il Nemico lo ha fornito. Allontanarlo da essi è sempre un punto di guadagno; perfino in cose indifferenti è sempre desiderabile sostituire le misure del mondo, o della convenzione, o della moda, al posto di ciò che veramente piace o dispiace a un essere umano."
C.S. Lewis




Postato da: giacabi a 14:22 | link | commenti
persona, lewis

martedì, 07 agosto 2007

La perdita dell’io
***
"Come preliminare allo staccarlo dal Nemico dovevi staccarlo da lui stesso, e avevi già fatto un poco di progresso su questa linea. Ora, tutto è disfatto"
LEWIS, C. S., Le lettere di Berlicche,  Mondadori,


Postato da: giacabi a 21:50 | link | commenti (5)
persona, lewis

domenica, 15 luglio 2007

Il senso religioso


«Quello che mi piace dell'esperienza [che è vivere qualsiasi cosa paragonandola col cuore] è che si tratta di una cosa così onesta. Potete fare un mucchio di svolte sbagliate [non bisogna spaventarsi]; ma tenete gli occhi aperti e non vi sarà permesso di spingervi troppo lontano prima che appaia il cartello giusto. Potete aver ingannato voi stessi, ma l'esperienza non sta cercando di ingannarvi. L'universo risponde il vero quando lo interrogate onestamente»              C.S.Lewis  Sorpreso dalla gioia


***

Postato da: giacabi a 05:58 | link | commenti
lewis, senso religioso

martedì, 10 luglio 2007

La Conversione
***


Ch.S. Lewis


« Risalivo Headington Hill sull'imperiale di un autobus. Senza parole e (credo) quasi senza immagini, mi si affacciò alla mente un fatto che mi riguardava. Mi resi conto cioè che cercavo di sfuggire o di chiudere fuori qualcosa. Sentii che mi si offriva, in quel momento, una libera scelta. Potevo aprire la porta o tenerla chiusa; togliermi l'armatura o tenerla. Nessuna delle due alternative mi veniva presentata come un obbligo; nessuna minaccia o promessa le accompagnava per quanto sapessi che aprire la porta o togliermi il corsaletto voleva dire l'incommensurabile. La scelta aveva tutta l'aria di essere determinante, ma era anche stranamente, scevra d'emozione. Non mi agitavano desideri né paure. Decisi di aprire la porta, di togliermi l'armatura, di allentare le "briglie. Ho detto "decisi", eppure non mi parve realmente possibile fare il contrario. D'altro canto non ne avevo i motivi. Qualcuno osserverà che non agivo liberamente, ma io sono incline a pensare che si trattò di un'azione più libera di quante ne avessi mai compiute. La necessità può non essere il contrario della libertà, e forse un uomo è più libero quando, anziché addurre motivi, può solo dire: "Sono ciò che faccio" ».

Postato da: giacabi a 08:02 | link | commenti
lewis


Gli esseri umani sono anfibi –
 mezzo spirito e mezzo animale
***



Mio caro Malacoda
dunque tu "nutri grandi speranze che la fase religiosa del tuo paziente stia morendo"?Io sono sempre stato dell'opinione che la suola di tirocinio fosse bell'e spacciata da quando Ciriatto Sannuto vi fu messo a capo, e ora ne  sono sicuro. Non v'è mai stato nessuno che t'ha detto qualcosa sulla legge dell'Ondulazione?
Gli esseri umani sono anfibi - mezzo spirito e mezzo animale. ( la risoluzione del Nemico di produrre un ibrido talmente ributtante fi una delle cose che decisero Nostro Padre a ritirargli il suo appoggio). Come spiriti essi appartengono al mondo dell'eternità, ma come animali sono abitatori del tempo. Ciò significa che, mentre il loro spirito può essere diretto verso un oggetto eterno, il loro corpo, le passioni e l'immaginazione sono in continuo divenire,  poiché essere nel tempo significa mutare. Perciò la cosa che più li avvicina alla costanza è l'ondulazione - cioè il ripetuto ritorno a un livello dal quale ripetutamente si allontanano, una serie di depressioni e elevazioni. (...)
Per decidere il miglior uso che ne puoi fare, devi chiederti qual è l'uso che desidera farne il Nemico, e poi agire all'opposto. Ora, può essere per te una sorpresa venire a sapere che nei suoi sforzi di impossessarsi per sempre di un'anima, Egli si basa sulle depressioni ancor più che sulle elevazioni. Alcuni dei suoi speciali favoriti sono passati attraversi depressioni più lunghe e più profonde di qualsiasi altro. la ragione è questa. Per noi un essere umano è innanzitutto cibo: nostro scopo è l'assorbimento della sua volontà nella nostra, l'aumento, a sue spese, della nostra area di egoismo. Ma l'obbedienza che il Nemico chiede all'uomo è cosa del tutto diversa. Bisogna guardare in faccia al fatto che tutto quel parlare intorno al Suo amore per gli uomini, e intorno al Suo servizio come perfetta libertà, non è(come si vorrebbe allegramente credere) pura propaganda, ma terribile verità. Egli vuole proprio riempire l'universo di una quantità di nauseanti piccole imitazioni di Se stesso - creature la cui vita, in miniatura, sarà qualitativamente come la Sua, non perchè Egli li assorbirà, ma perchè la loro volontà si conformeranno liberamente alla Sua.Noi vogliamo mandrie che finiranno per diventare cibo; Egli vuole servi che diverranno infine, figliuoli. Noi vogliamo assorbire, Egli vuole concedere in abbondanza. Noi siamo vuoti e vorremmo riempirci; Egli possiede la pienezza e trabocca. La nostra guerra ha come scopo un mondo nel quale Nostro Padre Laggiù abbia attratto a sé tutti gli altri esseri; il Nemico vuole un mondo pieno di esseri uniti a Lui, ma sempre distinti.

(...)

Tuo affezionatissimo Zio

C.S. LEWIS - LE LETTERE DI BERLICCHE


Postato da: giacabi a 07:11 | link | commenti
chiesa, dio, gesù, lewis

martedì, 16 gennaio 2007

L’Amicizia

Da “I quattro amori”
di C.S. Lewis  




L’amicizia è – ma non in senso peggiorativo il meno naturale degli affetti naturali, il meno istintivo, organico, biologico, gregario e indispensabile...
Quando due persone diventano amiche significa che esse si sono allontanate, insieme, dal gregge
. Senza l’eros nessuno di noi sarebbe stato generato, e senza l’affetto nessuno di noi avrebbe ricevuto un’educazione; al contrario si può vivere e riprodursi anche senza l’amicizia... Questa qualità, per così dire “innaturale”, dell’amicizia costituisce un’ottima spiegazione al fatto che essa fu esaltata in epoca antica e medievale, ma è tenuta in poca considerazione ai giorni nostri. L’ideale che permeava di sé quelle età era d’impronta ascetica, volto a una rinuncia del mondo... Unica tra tutti gli affetti, essa sembra innalzare l’uomo a livello degli dei, o degli angeli... Niente è più lontano dall’amicizia di una passione amorosa. Gli innamorati si interrogano continuamente sul loro amore; gli amici non parlano quasi mai della loro amicizia. Gli innamorati stanno quasi tutto il tempo, fianco a fianco, assorti in qualche interesse comune. Ma soprattutto, l’eros (finché dura) lega necessariamente due sole persone. Il due invece, lungi dall’essere il numero distintivo dell’amicizia, non è nemmeno il più congeniale a questo tipo di legame...
In ciascuno dei miei amici c’è qualcosa che solo un altro amico sa mettere pienamente in luce... Da ciò consegue che
l’amicizia è il meno geloso degli affetti. Due amici sono ben lieti che a loro se ne unisca un terzo, e tre, che a loro se ne unisca un quarto, a patto che il nuovo venuto abbia le carte in regola per essere un vero amico. Essi potranno dire, allora, come le anime beate di Dante: “Ecco che crescerà li nostri amori”, poiché in questo amore “condividere non significa perdere”... In questo senso, l’amicizia rivela una piacevole “vicinanza per somiglianza” con lo stesso Paradiso, dove proprio la moltitudine dei beati (il cui numero sfugge a qualunque calcolo umano) accresce il godimento che ciascuno ha di Dio. Ogni anima, infatti, Lo vede in maniera personale, e comunica poi questa visione unica a tutte le altre. Questo è il motivo per cui, come dice un autore antico, i Serafini, nella visione di Isaia, cantano vicendevolmente: “Santo, Santo, Santo” (Is 6,3). Più divideremo tra noi il pane celeste, più ne avremo per cibarcene...
L’amicizia nasce dal semplice cameratismo quando due o più compagni scoprono di avere un’idea, un interesse o anche soltanto un gusto, che gli altri non condividono e che, fino a quel momento, ciascuno di loro considerava un suo esclusivo tesoro (fardello). La frase con cui di solito comincia un’amicizia è qualcosa del genere: “Come? Anche tu? Credevo di essere l’unico...”.
Il marchio della perfetta amicizia non è il fatto di essere pronti a prestare aiuto nel momento del bisogno (anche se questo si verificherà puntualmente), ma il fatto che, una volta dato questo aiuto, nulla cambia. Si è trattato di una deviazione, di un’anomalia, di una fastidiosa perdita di tempo, rispetto a quei pochi momenti – sempre troppo fugaci – in cui si può stare insieme... L’amicizia, come l’eros, non è mai inquisitrice. Si diventa amici di una persona senza sapere, né preoccuparsi, se egli sia sposato o meno, o di come si guadagni da vivere. Tali “questioni pratiche”, “affari di secondaria importanza” non hanno nulla a che vedere con la domanda fondamentale: “Vedi la stessa verità?”... Questa è la regalità dell’amicizia: in essa ci incontriamo come sovrani di stati indipendenti, fuori del nostro paese, sul terreno neutrale, svincolati dal nostro contesto... Da ciò deriva il carattere squisitamente arbitrario e l’irresponsabilità di questo affetto. Non ho il dovere di essere amico verso nessuno, e nessuno ha il dovere di esserlo nei miei confronti... L’amicizia è superflua, come la filosofia, l’arte, l’universo (Dio infatti non aveva bisogno di creare).


amicizia, lewis