[ Dato il luogo e il tempo sono stato un giovane estremista sciocco, stupido e di buon cuore. Non mi rinnego né mi consolo, per quello che oggi sono non posso che accettare quello che sono stato. Infinitesimale, irripetibile individualità, incrocio significante di altri tempi in questo spazio essenziale, solo un valore aggiunto.]
Ai giovani di queste ultime generazioni non è nemmeno concesso sperimentare il conformismo dei giovani ribelli, come lo chiamava Pasolini. Il vuoto di valori familiari e civili è l’ambito in cui muovono le nuove generazioni. Nel momento del distacco adolescenziale è doveroso sperimentare la ribellione. Nasci come carne, non dipende da te, e poi ad un certo punto devi nascere come spirito. È uno sforzo e cresce preferibilmente su un gesto di ribellione. È difficile ribellarsi al vuoto, al niente. Tutto ora pretende di essere garantito, tutto è già stato pensato, certi di quello che serve, ma c’è un momento in cui bisogna dire: – No -. Un No che dovrebbe far tremare il mondo. La differenza tra restare larva o schiudersi e poter volare via. Ci sarà tempo e modo di ricadere a terra, misurarsi con la realtà, accettarne i limiti. La fortuna della mia generazione è stata l’essere costretta entro limiti rigidi, limiti politici sociali familiari e culturali che non ci hanno dato scelta se non quella di ribellarci e, in questo, sperimentare le nostre capacità, la nostra volontà, i nostri sogni. Le ultime generazioni, al contrario, non conoscono limiti.Se il nostro sfogo erano le barricate, lo sfogo di questa generazione è lo spazio virtuale. Dal mio punto di vista un impoverimento sostanziale. Paradossalmente l’essere malmenati dai poliziotti durante una manifestazione è pur sempre un’esperienza vitale, ti obbliga a fare conti seri, schiacciare un click per condividere una delle centomila cose che succedono nel mondo è un esperienza insignificante, ti snerva, toglie vitalità. Un bagno di realtà è quello che salva le vite degli uomini, permette loro di essere contraddittori e cambiare, ritrovare uno sguardo nuovo e antico sulle cose.
La libertà è una cosa più complicata dei “diritti”, la libertà è una forma di disciplina. C’è un aneddoto che mi è sempre piaciuto: ti prendo, ti butto in mezzo al deserto e ti dico “vai, sei libero”. Tu non sei libero, anche se in apparenza lo sei. Per essere libero dovresti conoscere le oasi più vicine, sapere dove andare, saperti orientare. Oggi l’uomo è disorientato. Ma questo disorientamento lo chiama “libertà”. Bisogna al contrario essere consapevoli di com’è questo mondo, per tracciare un sentiero che è la tua vera, disciplinata libertà.
Molti
conoscono l’autore di questo articolo, Giovanni Lindo Ferretti, come il
"front man" dei «CCCP Fedeli alla linea», gruppo "filosovietico" di
musica punk tra i più ascoltati degli anni Ottanta in Italia, poi dei
Csi e dei Pgr. È stato ed è una delle voci e dei volti del punk
italiano. Già militante di estrema sinistra, Giovanni Lindo Ferretti
(classe 1953) ha compiuto in seguito un lungo e tortuoso percorso
artistico e umano che l’ha avvicinato alle posizioni della Chiesa
cattolica, in particolare a Benedetto XVI. Oggi Ferretti vive appartato
sull’Appennino emiliano e si dedica, oltre che all’allevamento dei
cavalli e alla musica, alla scrittura. Su «Avvenire» ha pubblicato fra
il 2011 e il 2012 una rubrica intitolata «Dal crinale», poi raccolta nel
2013 da Mondadori nel volume «Barbarico».
È
l’accettarne tanto la dimensione di dolore e fatica quanto l’occasione
di meraviglia a rendere la vita un dono prezioso che ogni giorno si
rinnova. Nel suo mistero, se accettato, c’è la continua quotidiana
dimostrazione di cosa significhi conversione, convertirsi. Ho incontrato
Benedetto XVI, Papa emerito, mai l’avrei immaginato o considerato
possibile fino a quando mi è stato chiesto, in dimensione realistica
anche se teorica: - vorresti incontrarlo? -. Un concatenarsi
inarrestabile di pensieri e ricordi.
Breve riepilogo. Era
cardinale, prefetto della Congregazione della Fede, io vivevo secondo
modi e ritmi che più passava il tempo più si rivelavano angusti. Senza
soddisfazione. Potevo ricondurre tutte le mie scelte di vita all’impatto
adolescenziale con il mondo moderno. «I can’t get no satisfaction»
cantavano i Rolling Stones ed io ne fui rapito ma ero cresciuto nella
tradizione cattolica, avevo imparato e sperimentato molte cose. Una
primogenitura, una dote, che alla prova dei fatti si sarebbero
dimostrate inalienabili.
Nei miei giorni di uomo Ratzinger era
l’esemplificazione ostentata di tutte le colpe della Chiesa Cattolica e
della Reazione alle magnifiche sorti e progressive, summa di ogni
oscurantismo ideologico, fino ad ombreggiare simpatie naziste. «Il
troppo stroppia» diceva mia nonna e dopo aver letto un ennesimo articolo
che lo denigrava decisi di entrare in libreria: - ma questo Ratzinger
ha scritto qualcosa? - uscii con alcuni suoi testi e cominciai
leggendoli un’altra tappa del mio cammino sulla terra. Avevo trovato un
maestro. Ritagliai una sua fotografia, l’incorniciai posizionandola bene
in vista e divenne una presenza quotidiana, familiare. Ne parlavo con
gli amici, litigavo per lo più; piansi di gioia e commozione quando
venne eletto al soglio pontificio. L’ho difeso sempre e mi ha fatto
ridere scoprire che c’è stato un periodo in cui una clausola, a mia
insaputa, era stata aggiunta ai miei contratti: è proibito parlare del
Papa in presenza dell’artista.
A settembre è arrivata una lettera con lo stemma vaticano: Sua
Santità il Papa emerito acconsente ad un breve incontro. Mia nonna
sarebbe rimasta annichilita dalla commozione cercando rifugio nel
rosario, mio zio Clemente, il miscredente di famiglia, avrebbe detto -
bimbo, sei del gatto - una complessità gergale che fonde dolcezza e
pericolo, timore e delicatezza in patina domestica. Ho anche pensato:
entro nello studio, mi inginocchio, bacio l’anello e il Santo Padre mi
da due ceffoni intimandomi - non si vergogna, Ferretti? -. Io che so
perfettamente di cosa vergognarmi ne sarei sollevato e mi terrei cari i
due ceffoni che non stonerebbero nella benedizione della sua presenza.
Quello che ho fatto è stato confessarmi, comunicarmi, prepararmi
all’incontro con mente libera e cuore puro.
Non edulcorare, non
ideologizzare, non psicologizzare la realtà dei propri giorni; la
confessione inizia con l’esame di coscienza: pensieri, parole, opere,
omissioni.
La consapevolezza che molti accadimenti possibili in
ordini molto diversi potevano annullare l’incontro, e una naturale
ritrosia, mi hanno consentito di non dirlo che a poche persone, meno di
una mano e solo due giorni prima. Poche ore dopo ero già gravato dal
racconto di un dolore così lancinante da lasciar spazio solo a parole di
preghiera, richiesta di un aiuto che non si sa, non si può formulare in
altro modo. Me ne sono fatto carico, l’avrei presentato
all’intercessione del Santo Padre. Una preghiera per Etti, sua madre,
suo padre, le persone che l’hanno cara e vivono nella disperazione. Il
gran giorno è arrivato, sono andato a Messa da padre Maurizio e da
Chiesa Nuova a Piazza San Pietro continuavo a pensare che molti, forse
tutti, avevano più motivi di me per essere ricevuti e non tanto per
meriti o valori di cui non posso sapere ma perché io so delle mie colpe,
del mio misero valere. Anche la guardia svizzera che mi ha bloccato
sulla porta di Sant’Anna la pensava come me e prima che potessi proferir
parola mi ha intimato: - di qua non si passa -. A coloro che
frequentano il Vaticano non è concesso rendersi conto di cosa possa
significare per un cattolico che arriva da lontano varcare quella
soglia.
È luogo di potere non riducibile a dimensione politico sociale,
esplicita una funzione verticale tra terra e cielo. Uno spazio di
concentrazione abissale. Dominus Deus Sabaoth, anche. Un breve viaggio
in macchina salendo il colle. Il Vaticano è fortezza, monastero,
prigione, ospedale, governo e burocrazia, nessuna dimensione storico
sociale gli è estranea ma tutte insieme non lo esauriscono. Arte a
profusione e giardini ben curati. Un muro, un cancello, un cortile di
ghiaia, un prato, una casa che fa tutt’uno con una piccola chiesa;
all’interno una dimora come tante sulle colline d’Italia.
La
porta si apre e nel piccolo salotto anche il Papa sta entrando da
un’altra porta, mi inginocchio, bacio l’anello e la sua mano, che
alzandosi leggera mi sfiora il braccio invitandomi a seguirlo e ci
accomodiamo su due poltrone, di fronte, vicini. Una dimensione
familiare. - Lei viene da lontano, è stato un lungo viaggio che l’ha
portata qui. Mi racconti -. - Santo Padre il mio è un mondo di umane
miserie e miserevoli esperienze, raramente concede tempo e spazio al
manifestarsi della grazia ma non è impermeabile alla divina misericordia
- le parole escono leggere, a volte timorose, ma una benevolenza
palpabile le sostiene. I suoi occhi vibrano di una luce che solo una
vita di preghiera al cospetto dell’Altissimo può produrre come
riverbero. Occhi di grazia che contemplano, consapevoli, l’immane
dolore, la disgrazia senza rabbuiarsi solo aumentando la profondità
dello sguardo, volgendolo all’interno. Esile, fragile, affaticato nel
muoversi, contratto nel sedersi. Sono gli occhi di cristallina purezza a
determinarne autorità e autorevolezza. Bagliori di lucida intelligenza
nutrita di sapienza non lascerebbero scampo imponendo il silenzio ma
un’attitudine dolcissima dell’essere, nei gesti ritenuti, nell’ascolto,
permettono un parlar franco e sereno. Ho rimesso nelle sue mani la mia
vita e tutte le persone che ne fanno parte: i concerti, la montagna,
anche i cavalli; lo sconforto, la stanchezza, la gioia, la riconoscenza - lei è molto giovane - sorriso - Santo Padre sono vecchio da ogni punto di vista, non fosse per la Fornero sarei in pensione - sorriso - No, no lei è molto giovane, il suo viaggio non è ancora finito, ha molte cose da fare -. -
Santo Padre mi benedica e con me benedica i peggiori, quelli che non
hanno possibilità alcuna se non nella misericordia, nella compassione,
nell’amore di Dio -. Di nuovo in Piazza San Pietro, beatificato
senza merito ma per contiguità, osservo quantità e qualità della folla
di cui sono parte. Famiglie, comitive, coppie, singoli, gruppi e
gruppetti, laici e consacrati. Il popolo cattolico, mescolanza di tutti i
popoli, tutte le condizioni e le contraddizioni dell’umanità sulla
tomba di Pietro, dove vive, celebra, governa il Papa, suo successore. La
Tradizione vivente, irrisolta e irrisolvibile fino alla fine dei tempi.
Sono giornate speciali, è in atto il Sinodo sulla famiglia: come metter
mano ad una bomba ad orologeria. La famiglia con annessi e connessi è
la centralità conclamata di ogni sgretolamento del contemporaneo, il
punto cruciale della condizione umana così come la conosciamo: pubblico e
privato, intimità e socialità, sessualità e procreazione, figli e
genitori, matrimonio e patrimonio. Han voglia teologi e politici
dell’immutabile cerimoniale a lucidare specchi in cui rimirarsi.
Molte cose sono cambiate, molte cose sono in repentino mutamento,
certo non cambia l’anima dell’uomo, non muta la Buona Novella di cui la
Tradizione è testimonianza viva e vivificante ma tutto il resto è
soggetto a contingenza. Abbiamo un Santo Padre regnante ed un Santo
Padre emerito. Il primo è un dono, imprevisto e imprevedibile, del
secondo. Benedetto con gesto profetico, umiltà e potenza al massimo
livello, ha mutato il paradigma papale per ciò che era in suo potere. Il
gesto di Benedetto ha mutato anche il paradigma europeo certificandone
la fine di spazio centrale nella storia ma questo è un altro discorso.
Il Santo Padre è Francesco e già cumula rimostranze intellettuali,
teologico morali, viscerali antipatie. Piace troppo, si dice alla fiera
della malevolenza. C’è da rimanere sconcertati nel leggere gli attacchi
dei tradizionalisti al Santo Padre così come al tempo di Benedetto si
leggevano gli attacchi dei progressisti innovatori.
Basta
rileggere i giornali dopo il discorso di Ratisbona, accorato e lucido
appello a quella che fu la civiltà della cristianità, o tornare alla
vicenda della Sapienza, alla glaciale solitudine in cui è stato
relegato, per trovare lo stesso livore, la stessa arroganza, da campi
opposti che la miseria umana non concede sconti d’appartenenza politico
teologica. Il Santo Padre Francesco è un dono di Dio agli uomini di
questi giorni nostri, va ascoltato con mente limpida e cuore puro,
almeno per quel che si può e già basterebbe. Se no si è: protestanti,
evangelici, riformati, controriformati, sedevacantisti, ortodossi no che
è un altro discorso, magari moralmente ineccepibili e persino
intellettualmente molto dotati, ma non cattolici.
Che ci sia o
no salvezza fuori dalla Chiesa è questione rinviabile al giudizio di Dio
ma che ci sia salvezza nella Chiesa contro il Papa è paradosso
clericale. "Quanta tristezza, quanta malinconia" per dirla con una
canzonetta della mia infanzia. Quanta meraviglia anche nell’attesa di
"tornar per sempre a casa mia". Molte le cose da fare nel frattempo.
Ho
iniziato a guardare la realtà tutta per quello che è e sono stato
travolto dal cielo, dalla terra, dall'umanità e dintorni. E' la
mancanza d'attenzione, nella vita, l'origine di ogni disgrazia (G.L.
Ferretti).
***
Il
nodo centrale è abbandonare la mitologia della modernità, cioè
l'idea che tutto dipende da te e che tu sei il padrone assoluto della
tua vita. Io non ho deciso di nascere: questo azzera ogni
discussione. Io mi sono trovato in questa vita, la vita è un dono
grande, ma resta un dono: mi sono ritrovato a vivere (Giovanni
Lindo Ferretti)
Ero
un estremista di sinistra, il soggetto costruttore di un nuovo mondo
più equo e giusto, la nuova 'umanità'. Ma già mentre appoggiavo quel
pensiero capivo che dovevo credere nell'ideologia di sinistra
'nonostante'. Essa andava creduta e appoggiata 'nonostante' varie cose: i
gulag, la violenza, la mancanza di libertà. Poi è successo che i vari
'nonostante questo' comprendevano tutta la realtà. (Giovanni Lindo Ferretti)
«Ho
il culto del cattivo gusto: mi piace andare a verificare l’odio degli
altri. E un giorno decisi di scoprire chi mai fosse questo tanto
disprezzato Joseph Ratzinger». Giovanni Lindo Ferretti si racconta. Dal
Soviet alla Grazia Ricevuta «Non
fare di me un idolo, mi brucerò/ se divento un megafono mi incepperò
cosa fare o non fare non lo so/ quando dove perché riguarda solo me/ Io
so solo che tutto va ma non va/ Non va, non va». (“A Tratti”, da K.O.
del mondo, Csi, 1994)
Giovanni Lindo Ferretti vive a Cerreto
Alpi, sull’Appennino emiliano. Un centro di settanta abitanti, il
classico paesino da cui tutti vogliono scappare, e in cui lui cerca
invece ostinatamente di tornare. Con due cavalli nella stalla, che ogni
giorno porta a pascolare, e una casa antica, la stessa in cui è nato
(nel 1953), senza computer, senza campanello, ma con le finestre sempre
aperte. Il padre muore di peritonite prima della sua nascita. Il
piccolo Giovanni studia dalle suore (che gli chiedono di «pregare per
l’uomo che ha salvato l’Emilia dai soviet», il monaco Dossetti) poi si
trasferisce a Reggio. Entra al Dams a Bologna, ma per cinque anni fa
l’operatore psichiatrico. Crede nel punk perché mette al centro l’essere
umano e l’anima di chi suona, piuttosto che tecnica o regole, e urla
brevi e secche frasi, ispirato dai pazienti. Nel 1981 parte per Berlino,
due anni dopo fonda i Cccp (Urss, in caratteri cirillici). Le icone, la
mitologia e le parole d’ordine che Giovanni e i suoi useranno per
raccontarsi saranno sovietiche soprattutto per scelta estetica, per
assorbirne la carica provocatoria. L’Urss rappresenta un pensiero forte,
l’ultima fede possibile prima della fine del socialismo reale e del
nichilismo di massa. In un volantino scriveranno: «Il punk è una sorta
di magma mistico che protegge la propria esistenza ostentando il
contrario», prendendosi i fischi dei centri sociali. Ma la canzone
“Emilia paranoica” (nell’album: Compagni, cittadini, fratelli,
partigiani del 1984) diventa uno degli inni del punk italiano. Due anni
dopo, Ferretti prova per 25 giorni da solo un canzone, “Madre”.
«Madre di dio/ e dei suoi figli/ madre dei padri/ e delle madri/ madre o
madre o madre mia/ l’anima mia si volge a te». È il primo atto di
devozione mariana del punk comunista, o forse una
semplice inconsapevole ripresa dei salmi ascoltati da bambino. La
Virgin non ne è troppo entusiasta. Ferretti invece profetizza: «La
canteranno tutti a pugno chiuso e con le lacrime agli occhi». Caduta
l’Unione Sovietica, nel 1992 i Cccp si trasformano in Csi (Consorzio
Suonatori Indipendenti). Poi in Pgr (Per Grazia Ricevuta). Il gruppo si è
sciolto un anno fa, ma il primo giugno è uscito ConFusione, la rilettura di alcuni brani dei Pgr firmata Franco Battiato. Ferretti
è il punto di riferimento per i punk emiliani degli anni Ottanta, e il
portavoce del senso di smarrimento vissuto dai giovani di sinistra negli
anni Novanta. Subisce il fascino dell’islam e della filosofia cinese.
La sua svolta degli ultimi dieci anni, dal comunismo – più o meno
eretico – all’essere un “punk cattolico”, ha diviso il suo pubblico: più
di un orfano di sinistra ha parlato di tradimento, opportunismo,
follia. Lui, nella quiete della sua Cerreto, non si cura né delle
critiche di chi per nostalgia non accetta il suo cambiamento, né delle
lusinghe dei benevoli che vorrebbero appiccicargli addosso il cliché del
convertito. Tra una sigaretta e l’altra, si
limita a raccontare di un umanissimo (e aspro) percorso di ricerca
personale, perché da Togliatti a Benedetto XVI scorre un filo
invisibile: il senso del sacro, attribuito un tempo all’Unione
Sovietica, trapassato nella ricerca condotta in altrui luoghi e
religioni, per poi tornare alle proprie origini, alle proprie radici. In
una parola, a casa. «Sono come un reduce, che torna da un mondo
all’altro», racconta Ferretti a Tempi. «La
mia guerra è stata sociale, culturale e dello spirito: ho simpatizzato
prima per i radiati dal Pci del Manifesto, poi ho aderito a Lotta
continua. Ho partecipato alla prima riunione politica del gruppo che poi
avrebbe fondato le Brigate rosse nella mia città. “Reduce” implica per
me l’accettazione di due mondi: quello in cui sono nato e cresciuto, e
l’altro che ho contribuito a distruggere. E il reduce è anche colui che
ha un posto in cui tornare, e ricominciare».
La scoperta della Mongolia A
fare da spartiacque tra punk e cattolicesimo è un viaggio in Mongolia,
nel 1996. Il gruppo di Ferretti cancella il tour estivo, rifiuta di
suonare con i Sex Pistols e si appresta a percorrere cinquemila
chilometri nella steppa. Massimo Zamboni (allora chitarrista dei Csi)
parte in aereo, Ferretti sceglie il treno da Mosca. Poi arriva l’Asia e
le sue lande desolate, la radicale alterità rispetto agli ossessivi
ritmi del moderno Occidente. «Ero
all’apice del successo personale e del benessere materiale, e mi sono
messo in viaggio a ritroso, lungo i paesi che avevano costruito
politicamente il mio immaginario: viaggiare attraverso la Russia è stato
come riattraversare la mia giovinezza, la mia adolescenza. In Mongolia
invece è come se avessi rivissuto la mia infanzia: la natura
incontaminata mi ricordava i ritmi lenti e naturali di Cerreto Alpi, una
sorta di tardo Medioevo in cui i valori erano scanditi dalla famiglia,
dalla comunità, dagli animali, dall’arciprete. Poi per me, con il ’68, è
arrivata la voglia di cambiare il mondo per farne uno più bello e più
giusto. L’Asia, invece, mi ha calato in una dimensione opposta rispetto a
quella fervente e politicizzata dell’Europa, lì i segni della storia,
comunismo compreso, non erano sedimentati. È stata un’esperienza molto
forte: mi sono sentito come una creatura, immerso in un’appena avvenuta
creazione, al cospetto di un creatore di cui mi ero dimenticato. La
Mongolia mi ha insegnato che il mondo esisteva anche prima della
contro-cultura giovanile, degli anni Settanta, della chitarra
elettrica». Il ritorno a casa diventa molto
più complicato del comprare un semplice biglietto aereo. Ferretti
riprende a fare concerti, ma bendato: guardare il pubblico in faccia lo
mette in imbarazzo, stare sul palco non gli dà più la soddisfazione di
prima. E allora inizia a cercare risposte altrove. «Sono sempre stato un
cultore del cattivo gusto: mi piace andare a verificare l’odio degli
altri. Così finisco per credere a ciò in cui credo grazie a chi avversa
un’idea, non a chi la sostiene, è il mio modo di rapportarmi alla vita. I
Cccp erano filosovietici in quanto nati in Occidente: fossimo nati
nell’Unione Sovietica saremmo andati in giro con la Coca-Cola in mano e
vestiti come Sylvester Stallone. Allo stesso modo, sono diventato
cattolico non grazie ai preti, ma grazie ai miscredenti». È sempre il
culto del cattivo gusto che porta Ferretti a scoprire «chi è questo c…
di Ratzìnger (credevo ci fosse l’accento sulla “i”, mi suonava più
cattivo»). Va in una libreria, chiede se per caso quel cardinale ha
pubblicato qualcosa. Ne esce con nove libri, e trova una guida
spirituale.
L’unica rivoluzione vitale «I teologi sono
come le tasse: pochi, ma ci vogliono. Ho capito che esiste un ritorno a
casa nel momento in cui c’è un ritorno al Padre. Che è indispensabile un
rapporto verticale per risolvere i rapporti orizzontali. Ho imparato
che non esiste casa senza una chiesa, è un pensiero che ho trovato anche
in Yukio Mishima, autore giapponese, che ha scritto: “Senza un
imperatore, non ci si può nemmeno amare”. Perché i rapporti d’amore
costituiscono in realtà un triangolo, se non hanno qualcuno di più alto a
cui fare riferimento non hanno senso». Ma perché, dopo l’islam e Confucio, proprio il cattolicesimo? Per caso, per tradizione, per l’influenza materna?
«Perché l’uomo ha bisogno di rapportarsi a qualcosa che lo sovrasti,
altrimenti subentra una fede assoluta nell’uomo che finisce per tradursi
in cannibalismo. Io l’ho creduto per molto tempo: sono stato un
comunista convinto che la giustizia in terra si potesse ottenere con la
necessaria volontà e il necessario rigore. Ma l’idealista corre un
rischio: raramente va a verificare nella concretezza ciò che l’idea
produce. E io non conosco nessuna idea, tra quelle prodotte unicamente
dalla volontà dell’uomo, che abbia generato frutti duraturi. L’ho
cercata, non l’ho trovata. Quindi mi sembra ragionevole affidare la mia
speranza a Dio, e all’unica rivoluzione che abbia dato linfa vitale alla
storia umana: l’infinito che si fa uomo. E l’uomo diventa partecipe di
questo infinito. Siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio. Che non è
granché, mi rendo conto. Però è moltissimo». Quello di Ferretti è un ritorno alle radici per trovare una direzione.
«Una notte stavo guidando per arrivare qui, e mi sono accorto di avere
affrontato la vita come se fosse una galleria, impegnandomi a rendere
elegante l’abitacolo della mia macchina, mentre il mio problema era
uscire dalla galleria, non rendere più gradevole il percorso. Ho sempre
cercato di seguire la luce, la felicità. Che molto spesso è un’idea. O
meglio, la luce c’è, ma io non è che la veda, così come non so perché va
l’elettricità o il gas in cucina. È un rapporto di “bassa fede”. So
solo che tutto quello che riesco a vivere, concretamente, è la
percezione di un mistero».
Un ex cantante punk convertito al cattolicesimo o, più semplicemente, un punk cattolico. Giovanni Lindo Ferretti,
spesso, viene presentato con questo ossimoro che si trasforma
velocemente in un'etichetta dal sapore agrodolce. Prima di tutto,
però, l'ex cantante dei "Cccp. Fedeli alla linea" è un "reduce" delle
battaglie ideologiche del Novecento. Un superstite che ha "fatto la
pace" con la propria famiglia e che è "tornato a casa" tra le montagne
dell'appennino tosco-emiliano.
Raggiungere la dimora di Giovanni Lindo Ferretti, in questo
gelido inverno, non è un'impresa da poco. Lasciata alle spalle
l'autostrada, superati insidiosi tornanti innevati, una minuscola
carreggiata ricca di curve e di ponti ci introduce a Cerreto Alpi,
piccolo borgo di montanari e allevatori, "un postaccio in alto,
scosceso e aspro, sporco d'umanità e di bestiame". È qui che ha
vissuto e che vive quella Bella gente d'appennino (Milano, Mondadori, 2009, pagine 198, euro 17) che dà il titolo all'ultimo libro di Ferretti.
*** Sul tuo ultimo libro hai scritto che "la casa in
ristrutturazione e un tumore alla pleura" ti hanno "ancorato alla
vita" e ti hanno aiutato a salvarti. Da cosa ti hanno salvato?
Mi hanno salvato da una dissipazione vitale. Dissipare la
vita, per me, non è stata una questione di grandi idee ma un problema
di quotidianità. La mattina mi alzavo tardi, bighellonavo, preparavo
un concerto e, infine, mi esibivo sul palco. Una vita che pensavo
fosse libera ma che, invece, era schiava di ogni moda stagionale.
La malattia che dovevo affrontare e la casa da ristrutturare, che
avrebbero potuto essere considerate soltanto una doppia disgrazia mi
hanno obbligato a fare seriamente i conti con la vita e mi hanno
aiutato a cambiare radicalmente la mia quotidianità.
Sembra quasi che ci sia un parallelo tra la malattia del corpo e la casa in rovina.
Effettivamente, la ristrutturazione della casa di famiglia,
dove sono nato e cresciuto ha a che fare con un'idea che travalica la
mia singola esistenza. Inizialmente, volevo rimetter mano soltanto al
tetto, poi, però, è venuta un'alluvione e la casa si è riempita
d'acqua. Così sono sceso alle fondamenta e non avevo abbastanza soldi.
Due gravosi problemi: salvarmi la vita, non far crollare la mia venerabile dimora.
Partendo da questi due dati, profondamente negativi, ho accettato la
realtà e sono andato avanti, cominciando a ringraziare Dio per ciò che
avevo.
Tutto questo, però, accadeva in un momento di particolare successo.
Sì, grossomodo tra il 1999 e il 2001, nel periodo in cui
il mio gruppo musicale, i Csi (Consorzio suonatori indipendenti), è
diventato troppo fortunato e io sono salito sul palcoscenico, per ben
due anni, con gli occhi bendati per non vedere niente e la speranza
che i concerti finissero alla svelta. Già
prima della malattia, comunque, avevo iniziato a pensare che la vita
che mi ero costruito non era di così grande interesse e gradimento
come avevo immaginato e continuavo con sempre maggiore insoddisfazione
pensando che occorresse cambiare radicalmente: fornire un senso alla
mia vita, tornarmene a casa.
Nelle tue canzoni, comunque, c'è sempre stata un'attenzione alla dimensione spirituale.
Non sono mai stato ateo e ho sempre avuto una visione
carnale della dimensione della Creazione. Quando mi sono distaccato
dalla Chiesa cattolica non ho abbandonato l'idea della Creazione.
Per un periodo ho subito il fascino dell'islam. Poi ho iniziato a
coltivare un grande amore per la letteratura e la storia ebraica - che
è già quasi "un ritorno a casa" - e per un periodo di tempo ho
frequentato il buddismo.
Alla fine, però, c'è stato il ritorno al cristianesimo e alla casa di famiglia.
Quando sono tornato a vivere nella casa della mia famiglia, a
Cerreto Alpi, c'era ancora un prete in paese. Sono andato da don
Guiscardo e gli ho esposto tutti i miei problemi e i miei dubbi. Don
Guiscardo mi ha risposto che non c'era molto da discutere. Ogni
giorno, non solo la domenica, c'era la messa. E poi c'erano le
festività durante l'anno. Ho riscoperto la dimensione al tempo stesso
naturale e liturgica dell'anno solare. Tornare a casa, per me, ha
significato tornare nella casa della mia famiglia e risentirmi
generazione su generazione. Chi mi guarda, guarda anche mio padre, mia madre e mio nonno. È una bella responsabilità!
"Tornare a casa" è un'espressione che ricorre
molto spesso nei tuoi interventi. Cosa ha significato nascere e
crescere in questo piccolo borgo di montagna?
Sono nato in un periodo in cui la disgrazia si era
particolarmente accanita contro la mia famiglia. Mio padre è morto
quando mia madre ha scoperto di essere incinta. Dopo la sua morte mia
madre ha dovuto mandare avanti tutta la famiglia, compresi i vecchi e i
malati, ed è stato un periodo molto difficile e di estrema povertà.
Sono stato allevato qui a Cerreto Alpi in una comunità tradizionale e posso dire di essere stato un bambino cattolico, felice perché amato. Crescere
in una famiglia tradizionale vuol dire che non sono mai andato a
catechismo: era mia nonna che si preoccupava della mia educazione
religiosa. Visto che in paese esisteva una pluri-classe e lo
studio non era eccellente sono stato mandato in collegio dalle suore
di Maria Ausiliatrice.
Quand'è che hai deciso di diventare un cantante punk filo-sovietico?
Fino alle scuole medie inferiori ho avuto una educazione
cattolica, poi, la mia adolescenza ha coinciso con il 1968 e, in quel
particolare momento storico, ho abbandonato con molta buona volontà
tutto ciò che ero, tutto ciò che mi avevano insegnato. Quando
sono entrato al liceo scientifico pubblico ho pensato bene di
rigirare il mio mondo, di ricostruirmi nuovo. Un uomo nuovo adatto ai
tempi e con grandi aspettative: un po' come uscire dalla superstizione
per avviarmi verso un luminoso futuro scientifico e materialista.
C'è una frase, nel libro, che sottolinea questo tuo passaggio biografico: "Giovanotto
sono stato succube e agente di un'ideologia falsificante che
estirpava, in baldanzosa marcia, ogni legame organico".
Quelle parole mi rappresentano a pieno e potrei anche cantarle.
Devo aggiungere, però, che anche nel periodo di maggior distacco
dalla Chiesa cattolica, non ho mai troncato in maniera assoluta con
ciò che ero prima.
Per cinque anni, prima di iniziare a cantare, sei stato un operatore psichiatrico. Quanto ha influito quell'esperienza?
Quell'esperienza mi ha toccato profondamente, senza non
avrei mai avuto il coraggio e, forse, il cattivo gusto di inventarmi
cantante. Dopo aver lavorato per cinque anni come operatore
psichiatrico ho pensato di aver saldato il mio debito con la società. È
come se mi fossi accollato un dolore della società che, prima, era
stato nascosto nei manicomi e, poi, era stato rigettato sulle famiglie
e sugli operatori psichiatrici come me. Quei cinque anni mi hanno
fornito un'attitudine ad accettare la vita nella sua complessità e la
sofferenza che non si può evitare. Dopo
così tanto disagio psichico e fisico, il fatto che io fossi diventato
un cantante punk mi sembrava plausibile. Uno dei miei matti, quando
tornai a trovarlo, mi abbracciò e mi disse: "Era ora che tu venissi
dalla nostra parte!".
Finita l'esperienza con i Cccp, con i Csi e con i Pgr
(Per grazia ricevuta) chi è oggi Giovanni Lindo Ferretti: un
musicista, uno scrittore o un attore di teatro?
Di sicuro ero sbandato, ora non so bene cosa sono. Direi un cantore. Porto in giro due piccoli spettacoli, ma non posso lavorare più di due o tre serate al mese perché devo accudire mia madre.
Da quattro anni vado in giro con voce e violino, oppure con voce,
violino, organetto e una seconda voce maschile. Ho sperimentato il
piacere di uno spazio scenico non deputato ai concerti. Cortili, aie,
radure. Più di cento concerti in chiesa, per quanto esibirmi in chiesa
mi crei sempre un po' di timore e di imbarazzo. Questo non trova
corrispondenza nel pubblico, nei sacerdoti e alla fine mi rasserena.
Sicuramente, però, il gusto per la parola è un punto di contatto con il vecchio Ferretti.
Me lo riconoscono anche i detrattori. Il livello essenziale
della mia dimensione pubblica è il piacere della parola, la sua
musicalità, il gusto arcaico della parola. Non sono legato alle
sperimentazioni o alle avanguardie del Novecento, ma sono intriso di
oralità, legato ai salmi, all'epica. Credo
che la parola sia il dono più grande che il Creatore ha fatto
all'uomo. La parola è vita. E io, fra l'altro, vivo di parole.
Nel libro hai dedicato alcune pagine ai Papi che
hanno caratterizzato la tua vita. Il pontificato di Giovanni PaoloIIi
ha coinciso con la tua affermazione pubblica.
Quello è stato il periodo di maggior distanza dalla Chiesa.
Il pontificato di Giovanni Paolo II coincide con la mia vita pubblica,
il mio essere un cantante punk. Mi ricordo benissimo quando Karol
Wojtyla è diventato Papa. L'ho visto in televisione e mi è sembrato un
patriarca biblico, giovane e forte. Un'immagine che mi fa sempre
pensare a san Giuseppe. Solitamente san Giuseppe viene
rappresentato come un vecchio. Invece no, per me lo sposo di Maria è
un bell'uomo, giovane e nel pieno delle forze. Giovanni Paolo II era un bell'uomo, con quell'incedere fiero e deciso. È proprio una bella immagine. Nonostante ciò, per
un lungo periodo della mia vita ho manifestato una costante forma di
disprezzo verso il Papa. L'immagine di Giovanni Paolo II che mi arrivava
leggendo "la Repubblica", "l'Unità" o "il Manifesto" era un insieme
di negatività.
La stessa cosa succede oggi per Benedetto XVI. Gli stessi che
criticano Benedetto XVI usano Giovanni Paolo II come termine di
paragone: il Papa polacco era bravo invece "il pastore tedesco" è
reazionario, dimenticando, che del "bravo" dicevano, a suo tempo, le
stesse cose che dicono oggi del "reazionario".
Che cosa ti ha fatto cambiare idea su Giovanni Paolo II?
Quello
che mi ha molto colpito è stato il modo in cui ha vissuto la propria
vecchiaia, la malattia. L'accettarsi compiutamente nella propria forza
e nella propria debolezza. Smisi di leggere quei giornali che
auspicavano le dimissioni del Papa malato e iniziai ad ascoltare
l'Angelus, in televisione o direttamente a Roma. Ci sono stati momenti
in cui mi sembrava che quel dolore, quel viso sofferente, quella
persona malata parlassero direttamente a me. Legavo quella sofferenza al dolore dei vecchi della mia famiglia, alla loro agonia.
È un grande dono se un vecchio può permettersi una agonia nelle
propria casa assistito amorevolmente dai propri cari. Non si possono
sciupare questi momenti. È un insegnamento vitale che si trasmette
alle generazioni e non si verifica in altra situazione. Il Papa,
usando i media e pur essendone usato, ha fatto un dono credibile non
solo al popolo di Dio ma a tutti coloro che lo hanno visto. Ha
mostrato che si può morire con una grande dignità nell'accettazione
del mistero della vita. La sofferenza non si può spiegare con le parole
si può solo vivere e si deve mostrare come ha fatto Giovanni Paolo II.
Invece a proposito del cardinale Ratzinger hai scritto: "Un
giorno, stanco di leggere sui quotidiani frasi estrapolate, esposte
al pubblico disprezzo, del reazionario per eccellenza "Pastore
tedesco", entrai in libreria e chiesi: "Non ha mai scritto un libro,
questo tal Ratzinger?""
L'immagine
che avevo del cardinale Ratzinger, senza aver mai letto un suo libro,
era quella del "reazionario per eccellenza". Le prime volte che, da
Papa, si è presentato in pubblico percepivo un indole di riservatezza e
timidezza.
Mentre Giovanni Paolo II dominava le scene, Benedetto XVI è l'esatto
opposto. Un po' soffro con lui e vorrei far sparire tutte le macchine
fotografiche, le videocamere e i telefonini che circondano il Papa!
Benedetto XVI incarna l'immagine dello studioso, dell'uomo saggio e
sapiente, timorato di Dio. Quando il cardinale Ratzinger è diventato
Papa mi sono inginocchiato davanti alla televisione piangendo per la
commozione, la gioia. Il Papa è il nostro Santo Padre e può essere
malato, sano, giovane o vecchio. Io lo amo per come egli è. Il Papa è
forte al di là della propria indole perché, dietro e attorno a sé, c'è
qualcosa che si chiama la comunione dei santi che regge anche
l'invasione dei media.
È vero che, qualche tempo fa, hai firmato un
contratto in cui erano previste delle clausole dove era vietato
parlare male del Papa?
Quando lavoravo con il regista teatrale Giorgio Barberio
Corsetti la produzione aveva aggiunto una clausola al contratto che
intimava: "È vietato parlare del Papa nei camerini o attorno a
Ferretti". Questo perché quando sentivo parlare male di Benedetto XVI
mi innervosivo oltremodo e ne nascevano liti furiose per le
stupidaggini che sentivo. Naturalmente
io ho cumulato molte colpe nella mia vita e accetto la stupidaggine
mia e altrui. Non sono stato meno sciocco di coloro che adesso si
comportano da stolti nei confronti del Santo Padre. Ma io difendo il Papa e non sono in grado di accettare certe banalità determinate da ignoranza, malafede e superficialità.
Leggendo il libro par di capire, però, che non hai una particolare predilezione per l'arte sacra contemporanea.
Quando vedo certe opere d'arte o partecipo ad alcune
celebrazioni liturgiche rimango senza parole. La messa è il sacrificio
perfetto! Invece, ci sono celebrazioni liturgiche che per noi, povera
gente di montagna, sono insultanti. La liturgia non è qualcosa che
possiamo alimentare in base alle nostre voglie e alle nostre volontà.
La liturgia è un legame fortissimo, è la Tradizione e non si può
cambiare perché qualcuno crede di aver avuto una bella idea. La
dimensione della Chiesa è storicizzata e storicizzabile ma non si può
inventare di colpo un'altra cosa. Non voglio fare il moralista, però,
di fronte all'arte moderna sono in uno stato di grande empasse.
Francamente non ho mai visto niente, dell'arte moderna, che sia
riconducibile a una dimensione religiosa. La
religione è un legame con il divino e un rapporto con la storia
determinato da un avvenimento, non proprio indifferente, che si chiama
Incarnazione. Come è possibile costruire una chiesa che non sta in nessun rapporto con la Tradizione?
Questo discorso vale anche per la preghiera?
Ognuno di noi può inventarsi le proprie preghiere, ha tutta
la libertà e anche il dovere di farlo. Ma la comunità non è la somma
numerica dei convenuti. Io non sento alcun bisogno di preghiere nuove
perché ci sono le preghiere di sempre che ci legano alla storia. A me
dispiace di non sentire più il nome Melchisedek. Da
bambino ero incantato dal nome Melchisedek e non vedevo l'ora di
imparare a leggere per andare a studiare chi fosse. Egli è sommo
sacerdote al cospetto di Dio prima ancora che cominci la storia di
Abramo. Alcuni
anni fa lessi il libro del cardinale Ratzinger, Introduzione allo
spirito della liturgia, e lo trovai meraviglioso. Lui mi diceva tutte
le cose che io volevo sentirmi dire per tornare in Chiesa in pace.
Anzi, me ne diceva molte di più e mi sistemò molti punti che prima mi
erano confusi. Dovrebbe essere il nostro dovere, oltre che piacere,
ascoltare quel che dice il Santo Padre.
Dalla spiritualità alla pratica politica. Tu hai assunto anche una netta posizione pubblica sull'aborto.
La storia dell'aborto nel nostro mondo è una questione da cui non si può svicolare, l'aborto
è un crimine incredibile che si commette con una leggerezza
credibilissima. Io non posso far altro che ribadire quello che credo:
nessuno ha il diritto di uccidere un innocente. Non mi permetto di
giudicare una donna che abortisce, ma giudico severamente una società
che invece di farsi carico della maternità trasforma, nel regno delle
idee, l'uccisione dell'innocente assoluto in un diritto festoso
sostenuto da cortei, balletti, striscioni e impone, nei fatti, non
solo la desacralizzazione della vita ma la riduzione dell'uomo a
materiale organico atto allo scarto o alla sperimentazione.
C'è una cosa, nella tua vita, che ti penti di aver fatto?
Aver scritto e cantato: "Allah è grande e Gheddafi è il suo
profeta". Prima di tutto, per aver messo insieme Allah e Gheddafi e
poi per quella spocchioseria, sottintesa, che si permette di irridere
tutto e tutti ma che spero si possa perdonare a un giovane estremista
sciocco e di buon cuore come era il sottoscritto. Due scappellotti,
per questo, me li meriterei proprio. Mi pento di molte altre cose,
ovvio, ma attengono alla relazione tra il Creatore e la mia persona e
trovano nella dimensione del confessionale il proprio spazio. Rifuggo
il parlar pubblico che diventa necessariamente pettegolezzo.
Sono
tante le figlie che vivono vite che i loro padri ritengono indegne.
Capita anche che alcune di queste figlie ritenessero, in precedenza,
indegna quel tipo di vita. Alcune di queste figlie le ho conosciute e
anche qualche padre. A volte i padri hanno ragione, a volte la ragione è
delle figlie, a volte è difficile scorgere anche solo un barlume di
ragionevolezza. E’ la vita. Evidente e non quantificabile il dolore in
atto. E’ altresì evidente che non si può sopprimere il dolore del padre
eliminando la figlia o viceversa. Non si potrebbe ma due storie
identiche nella sostanza quanto opposte nella forma sono davanti i miei
occhi. Tutte e due sono determinate da un grande dolore: personale,
familiare, storico e sociale. Cosmico. In tutte e due c’è una figlia che
vive una vita ritenuta indegna ma si intravede una soluzione.
Nel
primo caso il padre sgozza la figlia e la seppellisce in giardino: è la
barbarie. Nel secondo caso entra in ballo la civiltà: non basterà una
lama, sarà sedato il rantolo e la purificazione rituale è già avvenuta
sui giornali e in tv, nel dibattito. E tanto tanto dolore, tanto tanto
rispetto, sgorga da chi la vuole morta. Chi è incredulo per la
mostruosità scientifico-legale è troppo incazzato e non fa bella figura.
E’ la civiltà:
ci vuole una sentenza, un team medico, una struttura idonea, tanto
volontariato per far morire di fame e sete, ma monitorata, una giovane
donna indifesa e bisognosa che, guarda caso, ha anche trovato chi si
prende cura di lei. Sorriderle, accarezzarla, lavarla e asciugarla.
Farle compagnia. Darle da mangiare e da bere. Per quel che si può,
finché si può. Chi ama la vita, per quello che è, fatica a trovare le
parole che ne esprimano la complessità, la gratuità, la ricchezza e il
mistero; sa che non tutto è riducibile a diritto o pretesto per
rivendicazioni.
Caro direttore, qui
nevica poi piove e rinevica e ripiove, ogni tanto uno squarcio di sole e
bisogna socchiudere gli occhi per reggere tanta bellezza. Ho passato la
mattina a pulire un bagno, cambiare un letto e lavare: ha presente
l’incontinenza di un vecchio malato sommata a imperizia e pudore
filiale? Uno schifo. Mi giravo da ogni parte per non incrociare gli
occhi di mia madre ma il suo dolore dominava su tutto. Il dolore per
essermi di peso, per obbligarmi a mansioni così umili, per non essere
più bastante a sé, lei che sosteneva tutto e tutti. Quante facce ha il
dolore?Ma che sia l’amore, ogni atto di umile amore, a reggere il mondo mi pare un ragionevole dubbio.
Che un giudice, una legge, una democrazia condannino un innocente
assoluto e indifeso a morire di fame e di sete strappandolo a chi se ne
prende cura, amorevole e quotidiana, mi pone un ragionevole dubbio sullo
stato di salute di un tale ordine sociale. Non è un bel pensare.
In
questa testimonianza resa da Giovanni Lindo Ferretti si parla, tra le
altre cose, di due personaggi: il comandante Azor e Giorgio Morelli.
Il comandante Azor è Mario Simonazzi, di Albinea (Reggio
Emilia), partigiano delle Fiamme Verdi scomparso misteriosamente poco
prima della liberazione all’età di 25 anni. Il suo cadavere fu ritrovato
per caso alcuni mesi dopo.
Giorgio Morelli, anch’egli di Albinea e amico di Azor, fondò
il giornale indipendente “La Nuova Penna”, sulle cui colonne pubblicò
inchieste intorno ai delitti politici compiuti nella zona. Firmava i
suoi articoli con lo pseudonimo “il Solitario”. Il 29 gennaio 1946 venne
gravemente ferito in un agguato; pochi giorni dopo passeggiò per la
città portando addosso il cappotto bucato dai proiettili, e sfilò di
fronte al capo dell’ANPI da lui indicato come la mente di molti di quei
delitti politici. Ma le ferite non guarirono; e Morelli, accudito dalla
sorella Maria Teresa, morì l’anno successivo, all’età di 21 anni.
Ancora un’annotazione: quando lo abbiamo contattato,
Giovanni Lindo Ferretti non era nelle condizioni di scrivere. Ma era
entusiasta di poter parlare di questo argomento. Anzi, ci ha ringraziato
di avergliene dato la possibilità. Quella che riportiamo è la trascrizione, un po’ aggiustata, di ciò che ci ha raccontato al telefono.
Ieri
sera prima di andare a letto ho acceso la televisione e ho visto il
finale di una trasmissione. Quello che ho visto mi ha turbato, mi ha
innervosito; c’era qualche cosa che non funzionava. Era un resoconto
assolutamente asettico e ideologico, fatto da uno storico della
resistenza: raccontava un episodio molto importante accaduto a Reggio
Emilia, rimasto nascosto per mezzo secolo; un episodio di cui, per molto
tempo, non si era potuto e non si era dovuto parlare. Poi
improvvisamente – diceva lo storico –, con la caduta del Muro di
Berlino, e quindi con la nuova situazione creatasi in Europa e nel
mondo, era infine venuta l’ora di affrontare la resistenza per quello
che è stata, e non nella sua dimensione ideologica. Partendo da questo
presupposto (politico ed ideologico) raccontava, anche con precisione,
la storia del comandante Azor.
Io continuavo a pensare: «che cos’è che mi disturba? che cos’è che non posso accettare in questa ricostruzione?».
Ecco, quello che mi disturba: il tramutare la vita delle
persone, il dare alla vita delle persone una dimensione
storico-ideologica.
La storia di Azor, per quello che la conosco io, e per come
la conosciamo noi tutti a Reggio Emilia, è diversa, nel suo svolgersi
dalla sua morte ad oggi. Perché
a Reggio Emilia si parla del comandante Azor, anche se altrove per
cinquant’anni non se n’è saputo niente? Il motivo non è dato dallo
studio di uno storico; è molto più interessante. Il motivo è una giovane nipote che non ha mai
conosciuto uno zio, e che è stata allevata nel ricordo di questa persona
dall’amore di un padre, il fratello del comandante Azor, e di una
famiglia, la famiglia dei Simonazzi.
È la famiglia dei Simonazzi, e il fatto che la famiglia dei
Simonazzi continui a vivere, che ha fatto sì che non si sia dimenticata
la storia del comandante Azor. Che sia caduto
il muro di Berlino, e che gli studiosi della resistenza adesso usino
questa storia per farsi propaganda in una nuova veste, è altra cosa, è
un elemento disturbante.
Noi non conosceremmo questa storia se non ci fosse stata la
nipote, la Daniela, a cui non tornava qualcosa: in casa le raccontavano
una storia, e fuori questa storia non c’era. Il
comandante Azor (lo diceva anche quello storico della resistenza) era
un personaggio importantissimo; quando si sono fatti i suoi funerali
c’erano migliaia e migliaia di persone. Allora come è possibile che un
comandante importantissimo, con migliaia e migliaia di persone che vanno
al suo funerale, dieci anni dopo non sia nemmeno menzionato nella
storia della resistenza? Eppure si pretende che la resistenza sia
l’inizio non solo della nostra storia moderna, ma che sia “il tutto”:
noi siamo cresciuti nell’idea che la resistenza è all’origine di tutto.
Però in quel tutto il comandante Azor non c’è.
Allora c’è questa bambina, che cresce in un contesto
familiare, e a un certo punto decide che lei vuole riscoprire la storia
di suo zio, e comincia a girare da una casa all’altra e a ricercare
quelle pochissime, pochissime persone, che sanno questa storia e sono
disposte a parlarne. Ma si contano sulle dita di una mano, in una intera
città.
Poi quella bambina si mise a girare nella zona dove operava
il comandante Azor, e si fermava nelle case dei contadini, si presentava
e chiedeva se sapevano qualcosa su questo zio che esisteva in maniera
così forte nella famiglia, e che invece era scomparso nella società.
Trovava gente che l’abbracciava, che piangeva, e tornava a
casa la sera piena di roba: frutta, verdura, dolci, bottiglie di vino. E
piano piano ha ricostruito la storia.
Ecco la cosa importante: il fatto che noi oggi parliamo di
Azor è perché la famiglia, come istituzione precedente la politica,
sovrasta di gran lunga la politica stessa. Se
non ci fosse una famiglia, e una nipote e un fratello che hanno
mantenuto vivo e saldo il ricordo, chissà quale storia potrebbero
raccontarci.
Adesso non possono raccontare una storia molto diversa dalla
realtà, perché comunque c’è un testimone, testimone che è vivente, che è
sangue e carne. E quindi bisogna farne i conti, anche se si cerca di
enuclearlo, di tenerlo lontano. Esce il libro, costruito con un grande sforzo, non
da uno storico, ma da una nipote. Poi, subito dopo, esce un altro libro,
quello con i crismi della storicità. In realtà i crismi della storicità
significa che è stato copiato tutto quello che si poteva copiare
dall’altro racconto. Un racconto che era una necessità che prorompeva
dall’anima, dalla carne, dalla storia di una persona, di una famiglia.
Quando ho scoperto questa storia mi sono stupito della mia dabbenaggine; non ci credevo, pensavo «non è possibile che io sia cresciuto nella menzogna».
Questa cosa ha fatto il paio con un altro ricordo della mia
infanzia, perché la verità non passa mai tramite le ideologie e non la
raccontano gli storici: la verità passa attraverso la vita, e la
raccontano le persone. E mi veniva in
mente quando ero ragazzino, che uscivo per andare alle manifestazioni
del 25 aprile, e mia nonna con le lacrime agli occhi mi diceva:
«Giovanni non è così, non è successo così; io non sono capace di
raccontarti come è successo, ma questa non è la verità».
Io la scusavo perché le volevo bene, perché era vecchia, perché era incolta.
Invece aveva ragione lei. Quello
su cui noi abbiamo costruito una struttura politica che è durata
cinquant’anni non è esattamente la verità; la verità della resistenza a
Reggio Emilia (uno dei luoghi centrali della resistenza in Italia) è
qualcosa di molto diverso. Innanzitutto c’è l’importanza dei sacerdoti delle
montagne, delle parrocchie, delle comunità tradizionali, che non viene
mai presa in considerazione. La
resistenza, quando è cominciata, si è organizzata intorno a pochissime
persone, per lo più legate alle parrocchie, legate al cattolicesimo
tradizionale. Poi, qualche grande anarchico, e qualche grande
personaggio di sinistra. Però nella dimensione di una civiltà
tradizionale di montagna, ormai agli sgoccioli.
Questa cosa si è completamente persa nell’ultimo periodo
della resistenza, quando sono arrivati in montagna quelli che avevano
una concezione politica e ideologica molto forte, quando sono arrivate
le truppe e i commissari politici: questo ha creato moltissimi problemi
nei paesi di montagna, nelle comunità, tra le comunità, e anche ai
sacerdoti che avevano allevato la resistenza.
Quando io ho scoperto questa storia mi sono davvero sentito
la persona più sciocca e più stupida sulla faccia della terra; poi però
mi sono sentito pacificato, perché potevo finalmente capire quello che
mi voleva raccontare mia nonna. Ma
questa storia non l’ho scoperta perché è caduto il muro di Berlino, e
gli storici improvvisamente si sono messi a raccontare la verità; l’ho
scoperta perché ho incontrato una persona, e poi un’altra persona. La prima anche per caso; poi bisogna vedere se il caso esiste, o cos’è che lo gestisce.
Fatto sta che un giorno ho incontrato una signora a un
convegno, con in mano un libro, che non era per me, ma per un relatore
che non si è presentato. Allora lei mi ha visto e ha pensato: quasi
quasi do da leggere questo libro a Giovanni (anzi, a Lindo, perché le mi
chiama Lindo) così magari può aiutarmi. Si è presentata a me e io non
sapevo neanche di cosa lei stesse parlando, e mi ha raccontato la storia
del comandante Azor.
Lei era Daniela, sua nipote.
L’ho anche tenuta un po’ distante, dicendo «non mi interesso
di queste cose, non ho tempo», tutte quelle cose che si dicono quando
qualcuno ti viene a importunare. Poi sono arrivato a casa e ho preso
questo libretto, questa sua ricerca sulla storia dello zio, e l’ho letta
d’un fiato.
Poi l’ho riletta. Poi ho cominciato a chiedere informazioni
alle persone che conoscevo: ognuno sapeva qualcosa, ma tutto in una
nebbia oscura. Come diceva monsignor Beniamino Socche, anche se non
ricordo con precisione la frase, «quando smise di soffiare la bufera
calò la nebbia». Una caligine nasconde tutte queste cose. Ma nella
caligine ognuno aveva il suo piccolo particolare, anche se confuso.
Quindi ho pensato che questa storia io l’avevo conosciuta e
non potevo fare finta di non conoscerla. Ho cominciato a mettere qualche
frase qua e là nei miei spettacoli, a parlare del comandante Azor, e
poi di Giorgio Morelli.
Poi
due anni fa l’altro incontro. Avevo tenuto una veglia natalizia nella
Basilica della Ghiara. Alla fine di questa veglia è arrivata la Daniela
con una vecchia signora che aveva due occhi meravigliosi: io l’ho
salutata, e sono rimasto molto colpito da questi occhi.
Lei si è presentata: era la sorella di Giorgio Morelli,
Maria Teresa. Mi ha fatto un po’ di complimenti, mi ha ringraziato
perché per la prima volta aveva risentito nominare suo fratello e il suo
grande amico, il comandante Azor, in un contesto pubblico.
Io non so perché ma ho avuto un moto istintivo, l’ho
guardata e le ho chiesto: «Maria Teresa, come posso fare per far
sorridere i tuoi occhi? Come hai passato i 25 aprile della tua vita?». Lei
mi ha detto: «Io ho passato il 25 aprile come il giorno più bello della
mia vita, perché mio fratello è stato il primo ad entrare in città e ad
annunciare la liberazione. Era giovanissimo, aveva scritto l’articolo
di fondo del giornale delle forze di liberazione, che parlava della
libertà che arrivava. Ero la ragazzina più felice di Reggio Emilia.
L’anno dopo ero la ragazzina più triste della terra, e poi per tutti gli
anni della mia vita il 25 aprile è stato un giorno dolorosissimo».Io
le ho detto: «senti, facciamo un 25 aprile in compagnia? Io tutti i 25
aprile della mia vita li ho sbagliati; i tuoi sono stati dolorosi.
Facciamo un 25 aprile in pace, in pace con la nostra storia e con noi
stessi?».
Da lì è uscita l’idea di fare un 25 aprile in una canonica
di montagna, in una canonica molto precisa, quella di don Pasquino
Borghi, e di farlo alla nostra maniera: nessun discorso, niente di
niente. Solo un rientrare nella nostra storia.
Una giornata nella chiesa, davanti alla chiesa e intorno alla chiesa;
una bella messa, un pranzo tutti insieme, un piccolo concerto, poi la
recita del rosario, poi cantare le litanie, poi ci si abbraccia e ci si
bacia e ognuno va a casa. Abbiamo organizzato questo 25 aprile “solitario”;
non avevamo molta voglia di essere in grandi compagnie. Abbiamo impedito
a qualsiasi politico di qualsiasi genere di venire a raccontarci le sue
storie, e abbiamo fatto tutto il possibile per non farne una questione
di dibattito politico o robe di questo genere; era nient’altro che il
riappropriarsi della propria storia, il voler essere in pace con la
propria storia, il rendere merito e onore ai propri morti e alla vita
che continua. Non potevamo che farlo in questo modo. E tutto è andato
secondo le nostre migliori aspettative: volevamo le persone giuste e
sono arrivate le persone giuste. Siamo riusciti a dare da mangiare a
tutti, e alla sera non era rimasto niente. Se ne venivano due in più,
non avevamo da dar loro da mangiare. La chiesa era strapiena, di più non ce ne stavano, sia durante la messa che durante la recita del rosario.
Maria Teresa non ha fatto altro che piangere e ridere tutto
il giorno. Ha rivisto persone che non vedeva dal funerale di suo
fratello.
Tutta qua, la storia di un 25 aprile molto particolare.
Mi ero stufato, qualche anno fa di leggerne su Repubblica tutto il male possibile. Sono andato in libreria e ho chiesto se questo Ratzinger
avesse scritto qualcosa. Mi hanno indicato una pila di libri. Da lì ho
scoperto un genio prima che diventasse Papa". E poi Simone Weil, Hannah
Arendt, Don Giussani, Dante. A 53 anni Ferretti continua a "campare di parole". (Intervista a Socci - Libero)
...
Certo, sono cambiato, ma per me è stato consequenziale. Sono
stato educato da mia nonna e dai miei genitori, da cattolico. Ma sono stato anche figlio del Sessantotto e ho volontariamente aderito al comunismo, questa pestilenza dell'animo che si è rubata i figli migliori delle nostre famiglie. In un certo senso, sono tornato a casa. Ma non sopporto l'idea di essere anticomunista con lo stesso livore stupido di come sono stato ateo e bestemmiatore per anni. Voglio un po' più di dignità".
...
"Negli anni novanta
mi interessava moltissimo L'islam. Le tragedie dell'Algeria e della
Jugoslavia mi hanno portato ad avvicinarmi a questo mondo. Ma la
concezione della donna di quel mondo mi ha fatto capire che non faceva
per me. Sono passato dal confucianesimo, dal buddismo. Ho capito che per
anni avevo convissuto con pensieri insignificanti rispetto alla
comprensione del mondo. Aveva ragione Wojtyla: anche per me è stato un male necessario. E qui ho riscoperto il cristianesimo". ...
"Se c'è da cantare "Fedeli alla linea" la canto. Non abiuro i miei errori, sarebbe troppo comodo.
La mia storia è questa e chi mi ascolta oggi la conosce benissimo. Del
resto, le cose non sono mai scontate. Al tempo dei Cccp un ragazzo, fan
sfegatato, insiste per offrirmi un caffè e mi dice sottovoce di essere
un missino. Uno choc! Ne ho conosciuto un altro, entrato in un convento
monastico, che ha chiesto al suo superiore di portarsi in cella
"Affinità e divergente tra il compagno Togliatti e noi (uno dei dischi
più noti dei Cccp, ndr).
... Il dolore... "Nella mia vita l'ho conosciuto. Sono stato operato sette volte, ho avuto malattie gravi. Il nostro
mondo ha prima abolito la morte, nascondendola ai bambini, confinandola
più lontano possibile, abolendo le veglie, i funerali. Adesso cerca di
abolire il dolore: ma è un atto di una violenza terribile, la stessa che
portava il comunismo a voler costruire il paradiso in terra.
Avvicinandosi all'inferno". (Intervista Antonio Socci per Libero
Il titolo del
libro la dice già lunga: Reduce, come uno che torna a casa da una lunga
guerra. Un sopravvissuto. Ma non è di una guerra che racconta Giovanni Lindo Ferretti
- leader dei Cccp-Fedeli alla linea prima, poi dei Csi e oggi dei Pgr
(Per Grazia Ricevuta!) - nel suo primo libro pubblicato in questi giorni
da Mondadori (120 pp., 13 euro). «A me m'ha rovinato il '68!» dice nella poesia che conclude il volume, «altro che "formidabili quegli anni"».
È un reduce di una generazione cresciuta nell'ideologia, e in questo
libro racconta un percorso di sofferenza e ricerca che l'ha portato in
ogni angolo del mondo (splendida la sezione dedicata ai viaggi,
cominciati negli anni Settanta a bordo di una scassata Fiat che lo porta
a partecipare alla rivoluzione dei garofani a Lisbona, poi sempre più
in là, dall'Algeria alla Mongolia, con una profonda inquietudine, a
cercare il volto della Bellezza - «aprire gli occhi alla Bellezza» come
intitola uno dei capitoli) sempre accompagnato da una presenza
misteriosa e discreta. Non
è un caso che queste lunghe peregrinazioni si concludano a Gerusalemme.
Per poi tornare nella vecchia casa di famiglia sperduta sull'appennino
toscano, dove tutto fa memoria di un Dio fatto carne: «All'essere uomo e
donna resta tutto il Divino che riesce a penetrare il quotidiano».
Non si parla di musica, nel libro. Ma si lanciano accuse che
creeranno scompiglio negli ambienti di sinistra di cui fino a ieri
Ferretti era portavoce: «È
passato il secolo ventesimo, quello veloce e breve, dal 1919 al 1989.
Doveva decretare nei fatti come da idee che l'hanno prodotto l'alba
della libertà, a seguire il sol dell'Avvenire, l'uomo nuovo, la nuova
umanità. Eccolo: mattatoio abominevole in dimensione industriale,
milioni e milioni, a decine, di uomini e donne, vecchi e bambini,
ridotti a fumo cremoso, fanghiglia viscida escrementizia e putrida. Tolto il soffio divino a questo si riduce l'uomo. Macello d'ogni speranza, illusione d'umana presupponenza.
Su questo costruisce chi s'affida, contro Dio, all'uomo. Nelle due
dimensioni in dote alla modernità: il nazifascismo e il comunismo. Alla
post modernità: lo scientismo tecnologico genetico».
E allo scientismo tecnologico genetico, alla pretesa dell'uomo di farsi
dio di se stesso, Ferretti dedica lunghe riflessioni, piene di quella
rabbia iconoclasta che un tempo scagliava dalle sue canzoni punk. Ma con una certezza ormai incrollabile: «Gesù nacque a Betlemme (.): da che mondo è mondo, questa è la sola vera Buona Novella».
Giovanni Lindo Ferretti ora è neo-con e tifa Ratzinger
by da La Stampa Sunday, Oct. 22, 2006 at 7:01 PM
Da Lotta Continua alla Chiesa Cattolica: la parabola di Giovanni Lindo Ferretti,
"cantautore atipico"? Diciamo piuttosto: buffone telecomandato. "Punk
può essere tutto e lo è/allo stesso tempo è niente e lo è/è il nostro
punto di partenza e di arrivo/NO FUTURE", scrivevano i CCCP in un
vecchio volantino che giocava a provocare con le contraddizioni. Che il
nostro stia continuando a giocare? Buon divertimento, dunque! Ma alla
Sua età, signor Ferretti, abbandonato o no che sia ogni tentativo di
coerenza, almeno un minimo di serietà in più sarebbe richiesta. Smaltita
la sbornia del punk filosovietico e la visione di un'Europa che passa
attraverso l’Islam, in tempi più recenti (fine 2004) il nostro, alla
domanda "Che fine ha fatto l'impegno politico?", rispondeva a
Liberazione: "Politicamente sono un orfano. La sinistra a cui appartenevo è morta." Dopodichè, quale logica conseguenza, è passato a destra, seguendo le orme della Fallaci. A Kataweb ha dichiarato: "Io
credo che il passaggio del millennio, l'11 settembre, abbia decretato
un cambiamento nelle nostre vite che probabilmente noi non avremo mai
nemmeno la capacità di spiegarci ma che è percepibile a un minimo di
attenzione. Io percepisco molto forte nell'aria un cambiamento in atto
ma non faccio il filosofo, lo storico o il politico, non so fare altro
che trasformarlo in una sensazione che viaggia su delle parole e una
struttura musicale. Credo che fare i musicisti sia un po' essere dei
barometri del tempo, percepire le leggere o le profonde mutazioni che
sono in atto, ma senza esserne consapevoli fino in fondo."
Insomma, tanto parlare e tanto provocare, ma consapevolezza zero. In
realtà, dunque, non c'è stato alcuno sviluppo, alcuna mutazione:
Ferretti è sempre stato e tuttora rimane il "povero stupido" che si
autodescrive in "A tratti": "Sono
un povero stupido so solo che/chi è stato è stato e chi è stato non
è/chi c'è c'è e chi non c'è non c'è/cosa fare non fare non lo so/quando
dove perché/riguarda solo me". Questioni sociali? Macchè: solo questioni personali.
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da La Stampa di Sabato 21/10/2006
Lindo Ferretti, il cantautore punk ora è neo-con e tifa Ratzinger
Sta per uscire l'autobiografia "Reduce" sulla sua conversione Fondò
a Berlino i CCCP - Fedeli alla Linea dove cantava "Spara Yuri Spara" -
Oggi prega a modo suo "Che il cielo mi conceda un tocco d'hashish non
transgenico"
di Marinella Venegoni
MILANO
Dopo i trascorsi punk di una spensierata quanto
arrabbiata gioventù, Giovanni Lindo Ferretti è diventato una sorta di
mistico laico della musica alternativa italiana, una figura carismatica
che di severità e asciuttezza ha saputo far spettacolo. Ora è pure
scrittore. Sta per uscire con Mondadori [...ma complimenti! NdR]
"Reduce", una originale autobiografia d'incedere gregoriano fra memorie
d'infanzia, appunti di viaggio, preghiere, poesie e anatemi alla società
contemporanea. I suoi appassionati riconosceranno subito la stessa
scrittura spoglia e allitterata di certi suoi dischi, la stessa
austerità dei concerti, e l'intuito infallibile nel costruire un ritmo
intimo del fraseggio, fra pensieri, ricordi e provocazioni. Leggendo,
sembra di sentirlo cantare.
Ma, dalle alture dell'Appennino Tosco-Emiliano,
dov'è nato e dove è tornato a vivere nella casa paterna con quattro
cavalli, dopo le innumerevoli diaspore dai suoi fratelli di musica, Ferretti
si mostra a 53 anni un uomo del tutto diverso. Per i fan sarà uno choc
la rivelazione - che solo ora con il libro si compie interamente in
pubblico - di una decisa inversione di rotta
politico/filosofico/religiosa. Insomma, il Ferretti
punk decadente che fondò a Berlino nel 1982 i CCCP - Fedeli alla Linea
dove cantava "Spara Yuri spara"; il Ferretti che nel 1992 converte la
band in "CSI", accogliendo i bravissimi transfughi dei Litfiba; il
Ferretti che infine nel 2002 rielabora il gruppo e, scarnificandone le
sonorità, lo battezza PGR ("per grazia ricevuta", e già qui un po' si
poteva cominciare a sospettare) è diventato un neo-con, e pro-Ratzinger.
Ed è la prima conversione manifesta nella musica italiana d'autore. La notizia è già più che nota nel mondo dei bloggers. Fra scoramenti e insulti, il dibattito va avanti da un anno, dopo che Ferretti aveva scritto al Foglio pronunciandosi contro il referendum sulla procreazione assistita.
Per riassumere quel che si dice in giro, un post piuttosto forte su
indiessolvenza.blogspot.com: "La meglio gioventù ha prodotto
semplicemente adulti di merda. Non ci credevano realmente...si
limitavano a seguire la moda. E oggi che sono di moda i papaboys, si
adeguano". Ma se lo zoccolo duro dei fan pensasse di abbandonarlo, nuovi
accoliti e nuovi intervistatori si fanno avanti. Antonio Socci, che è
andato da poco a trovarlo per Libero, ha scritto: "Oggi, abbandonati Repubblica e Manifesto, è abbonato all'Osservatore Romano", e ha aggiunto: "Per lui, votare centrodestra alle ultime elezioni è stata "una rivoluzione" che l'ha divertito parecchio".
Meno divertiti saranno i suoi appassionati tradizionali, quando a pagina 78 di "Reduce" leggeranno: "Dio
benedica sua Santità Papa Benedetto XVI che ancora Cardinale scrisse,
per me illuminante, Liturgia, e prego lo Spirito Santo che lo fortifichi
e lo sostenga". L'inno è a corredo del racconto di
una Messa in inglese cui ha assistito in Medio Oriente, con chitarre
pop: "Non posso non pregare, con tutto il cuore, perchè si ponga termine
a tale decadenza senza limite".
Forse il senso del titolo dell'autobiografia sta
proprio nella conversione totale; ma Ferretti - nella fascinazione
piana che accompagna i vari piani di narrazione - mostra di non
rinnegare il passato e certe abitudini, quando prega a modo suo: "Il
cielo mi conceda a Capodanno un tocco d'hascish non transgenico, ma
saporito e grasso che si sbriciola al tatto".
---
Lettera al Foglio (10 Agosto 2006) a proposito del dolore e della sua conversione al Cattolicesimo:
"Per
cio' che riguarda la difesa della Chiesa, delle sue posizioni, della
necessità di ponderazione nel suo operare, rifuggo ogni polemica. Per
troppo tempo sono stato succube, seppur volontario, di una
falsificazione della Storia che la identifica come controparte
reazionaria alla libertà umana. Quel tempo è finito, Dio sia lodato, non
lascio ai suoi nemici dichiarati, occulti, anche compartecipi e ben
posizionati, l'ordine del giorno dei miei interessi, del mio impegno,
delle mie priorita'. Sono ogni giorno più cattolico, cattolico bambino, felice di addormentarmi stanco e nell'aprire gli occhi contento di questo dono che e' vivere. Un
dono vero, non facile, non ovvio, sempre a rischio e sorprendente. Sono
così bambino nel mio essere cattolico da essere fermo, inchiodato nel
mistero dell'Incarnazione. Forse perche', generazione su
generazione, figlio di pastori, e c'erano pastori in quella capanna
grotta stalla sotto una stella nel regno di Giuda in terra d'Israele al
tempo dell'Imperatore Augusto in Roma quando da una giovane Madre,
Immacolata in eterno, è nato il Salvatore del mondo, l'Incarnato.
Mistero che si puo' solo sfiorare ma fa vibrare nuova tutta l'umanità." http://www.margheritasangiustino.it/index.php?op=Default&Date=20060812&blogId=1
Dalla musica punk filosovietica a papa Ratzinger, storia di
un figlio del Sessantotto che ha cambiato idea su (quasi) tutto. E
per settembre è attesa la sua autobiografia
REGGIO EMILIA Sulla scrivania di Giovanni Lindo Ferretti c'è un piccolo
leggio di legno con un libro antico, del 1813. è una raccolta di
sermoni di Alfonso Maria De Liguori, un sacerdote del XIX secolo.
Ferretti lo tiene aperto sulla predica che condanna l'ira: "Mi serve
soprattutto quando penso alla politica.
Dopo aver visto D'Alema a braccetto con
l'hezbollah, per esempio, ho dovuto leggerlo avidamente". Giovanni Lindo
Ferretti era la voce dei Cccp. Il gruppo filosovietico che sotto la sua
guida ha portato in italia la musica punk "emilianizzandola" e
"comunistizzandola" [con buona pace dei Clash, n.d. emi.] ("Voglio
rifugiarmi sotto il Patto di Varsavia, voglio un piano
quinquennale, la stabilità", recita un testo dei Cccp).
"Non rinnego i miei errori" Oggi, abbandonati
Repubblica e Il Manifesto, è abbonato all'Osservatore Romano. Vive nella
casa di famiglia in un paese che non arriva a 100 anime, sull'Appennino
emiliano a pochi chilometri dalla Toscana. Studia, canta, scrive. (A
settembre Mondadori pubblica il suo autobiografico "Reduce"). E legge.
Soprattutto Ratzinger: "Credo di aver
letto tutto quello che ha pubblicato, tolti i testi più
"tecnici". Mi
ero stufato, qualche anno fa di leggerne su Repubblica tutto il male
possibile. Sono andato in libreria e ho chiesto se questo Ratzinger
avesse scritto qualcosa. Mi hanno indicato una pila di libri. Da lì ho
scoperto un genio prima che diventasse Papa". E poi Simone Weil, Hannah
Arendt, Don Giussani, Dante. A 53 anni Ferretti continua a "campare di
parole". Vincendo la sua ritrosia per i giornalisti, a Libero racconta
un pezzetto del suo cammino, che l'ha portato da "Spara Yuri" agli inni
alla Madonna, rintracciati e rielaborati pescandoli dalle tradizioni
popolari di mezza Italia. "Certo, sono cambiato, ma per me è stato
consequenziale. Sono stato educato da mia nonna e dai miei genitori, da
cattolico. Ma sono stato anche figlio del Sessantotto e ho
volontariamente aderito al
comunismo, questa pestilenza dell'animo che si è rubata i
figli migliori delle nostre famiglie. In un
certo senso, sono tornato a casa. Ma non sopporto l'idea di essere
anticomunista con lo stesso livore stupido di come sono stato ateo e
bestemmiatore per anni. Voglio un po' più di dignità". La 'conversione'
dell'uomo che cantava (e canta ancora) "Emilia Paranoica" non è
improvvisa. Nessuna caduta da cavallo. "Negli anni novanta mi
interessava moltissimo L'islam. Le tragedie dell'Algeria e della
Jugoslavia mi hanno portato ad avvicinarmi a questo mondo. Ma la
concezione della donna di quel mondo mi ha fatto capire che non faceva
per me. Sono passato dal confucianesimo, dal buddismo. Ho
capito che per anni avevo convissuto con pensieri insignificanti rispetto
alla comprensione del mondo. Aveva ragione Wojtyla: anche per me
è stato un male necessario. E qui ho riscoperto il cristianesimo". Semplice
come le preghiere che gli aveva insegnato la nonna, affascinante
come il pensiero di Ratzinger, che ha colpito Ferretti "per il richiamo che fa
all'esigenza dell'attaccamento alla tradizione
musicale. In chiesa sento certi canti...". I cliché del convertito,
però, su Ferretti non fanno presa. "Se
c'è da cantare "Fedeli alla linea" la canto. Non abiuro i miei errori,
sarebbe troppo comodo. La mia storia è questa e chi mi ascolta oggi la
conosce benissimo. Del resto, le cose non sono mai scontate. Al tempo
dei Cccp un ragazzo, fan sfegatato, insiste per offrirmi un caffè e mi
dice sottovoce di essere un missino. Uno choc! Ne ho conosciuto un altro,
entrato in un convento monastico, che ha chiesto al suo superiore di
portarsi in cella "Affinità e divergente tra il compagno Togliatti e noi
(uno dei dischi più noti dei Cccp, ndr). Quando ho fatto una canzone su
Sarajevo attaccando il pacifismo, c'è chi l'ha
usata come inno pacifista. IO offro la sincerità del mio percorso, del
resto mi importa poco".
E i fan "traditi"? C'è già qualcuno che ha provveduto a
scomunicarlo, quando l'estate scorsa ha fatto
sapere di condividere la posizione della Cei sul referendum di bioetica.
Altri lo accusano di opportunismo. Lui non se la prende, parla con
rispetto degli ex compagni di band ("Ma oggi siamo su mondi diversi"). I
Cccp sono diventati Csi (Consorzio
Suonatori Indipendenti) dopo la caduta del Muro, poi Pgr
(Per Grazia Ricevuta). Neocon e Dossetti a
braccetto Oggi Ferretti lavora soprattutto sulla musica sperimentale e
sacra. Tiene letture di Dante. È probabilmente
l'unico neoconservatore dossettiano del panorama mondiale:
"il pensiero neocon mi ha stupito e interessato.
Si definiscono liberal assaliti dalla realtà o comunisti venuti dal
freddo: e io mi ci
ritrovo benissimo. Per mezzo mondo oggi "neocon2
è un insulto, così come lo è "dossettiano" per l'altra metà. Ma
Dossetti qui da noi è stato un baluardo dei cattolici contro i comunisti
per tanti anni. Per me è un santo, un santo che non capiva niente di
politica". E la politica è la cosa che fa più arrabbiare Ferretti oggi. A
un tiro di schioppo dal suo paese c'è quello dove Sandro Bondi fu
sindaco del Pci. Oggi ce l'ha con la sinistra, piena di "comunisti
stemperati" che "fanno i liberali ma non lo sono". Per lui votare
centrodestra alleultime elezioni è stata "una rivoluzione" che l'ha
divertito parecchio. Entrando nella sua stanza c'è una bandiera di
Israele attaccata a una trave. Venticinque anni o giù di
lì cantava "Bombardieri su Beirut". I
bombardieri adesso ci sono di nuovo e lui soffre per la "perdita di
senso della realtà" dei
governanti italiani, per D'Alema e per l'Onu.
Mentre si accende e fuma una delle 50 sigarette quotidiane (dopo che gli
è stato asportato un cancro al polmone) Ferretti parla di dolore:"Nella mia vita l'ho conosciuto.
Sono stato operato sette volte, ho avuto
malattie gravi. Il nostro mondo ha prima abolito lamorte, nascondendola
ai bambini, confinandola più lontano possibile, abolendo le veglie, i
funerali. Adesso cerca di abolire il dolore: ma è un atto di una
violenza terribile, la stessa che portava il comunismo a voler costruire
il paradiso in terra. Avvicinandosi all'inferno". In pellegrinaggio a
cavallo Una delle canzoni più riuscite e amate dei Cccp è un inno
nichilista, "Io sto bene": ""non studio non lavoro non guardo la TV /
non vado al cinema non faccio sport".
Ferretti ha cambiato solo le prime due cose (per esempio, non sa nulla
della musica leggera contemporanea degli ultimi 10 anni) ma le ha
cambiate del tutto. Di sera va
a dar da mangiare e a strigliare i suoi quattro amatissimi
cavalli. Li deve ferrare e tirare a lucido
perchè questo weekend andrà con gli amici, in sella, in pellegrinaggio
alla Madonna della
Guardia, sui colli toscani. I vecchi del paese arriveranno in pullman.