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giovedì 17 giugno 2021

don Pigi Bernareggi

 

Belo Horizonte. Bandiere a mezz’asta oggi per padre Pigi Bernareggi, gigante della fede e della carità

Oggi a Belo Horizonte, una delle più grandi città del Brasile, circa due milioni e mezzo di abitanti, sugli edifici pubblici le bandiere sono a mezz’asta in segno di lutto cittadino per la morte di padre Pigi Bernareggi, il sacerdote missionario milanese colà scomparso lo scorso 22 gennaio all’età di 82 anni. Lo ha deciso il sindaco della città in segno di omaggio a “padre Pigi, grande difensore dei più poveri (…) missionario che ha messo in pratica la sua fede in opere a difesa dei diritti dei più bisognosi”. Tanto più considerando che il Brasile è un paese piuttosto «laico», dove la Chiesa ha meno rilievo sociale che da noi, tale riconoscimento, davvero straordinario, è un segno molto significativo della statura di don Pigi, uno dei primi collaboratori di don Luigi Giussani, e insieme a Eugenia Scabini primo presidente di Gioventù Studentesca a Milano. Nel suo libro-intervista, ora disponibile nell’edizione BUR/saggi del 2014 col titolo Il Movimento di Comunione e Liberazione 1954-1986, don Giussani parla di Bernareggi come di “una persona che, in tutta la storia del nostro movimento, è forse la figura più esemplare e suggestiva” (pag.120, e pag.152 dell’edizione Jaca Book del 1976). Dell’incontro con don Giussani, e della sua scelta di diventare prete e recarsi in missione in Brasile, Pigi Bernareggi racconta tra l’altro in alcune belle pagine di Ho trovato quello che stavamo cercando/28 testimonianze sull’incontro con don Giussani 1954-1964, Jaca Book 2017.

Ospite da pochi anni del Convivium Emaús, la casa di riposo per sacerdoti della diocesi di Belo Horizonte, don Pigi è stato vittima di una caduta accidentale che gli ha purtroppo procurato un trauma al capo rivelatosi mortale.

Pur avendo avuto consuetudine con lui sin dagli anni dell’università e poi essendo con lui rimasto sempre in contatto, non avevo sin qui pensato di aggiungere qualcosa di mio a quanto in Italia già bene si è scritto in questi giorni in sua memoria. Poi mi sono detto che che avevo forse qualcosa di utile da dire anche di mio.

Sul sito del Meeting di Rimini è stata in questi giorni portata in prima pagina la video-registrazione (reperibile anche su Youtube).  dell’intervento di don Pigi all’edizione del 1982 nel corso di una tavola rotonda, coordinata da me, cui partecipavano pure relatori rispettivamente del Catholic Worker di New York e della Communauté de l’Arche. É una testimonianza molto chiara e completa del criterio ispiratore delle iniziative di riqualificazione avviate a Belo Horizonte da don Pigi nella favela Primeiro de Maio. Ispirate a una visione del mondo cristiana nel senso più essenziale ma anche più esplicito della parola, tali iniziative divennero al riguardo un modello così originale ed efficace da suscitare infine l’interesse anche delle Nazioni Unite. A Belo Horizonte, un comune metropolitano con poteri anche legislativi, sullo spunto di tale esperienza don Pigi riuscì a far approvare una «ley profavela» poi largamente imitata. In estrema sintesi l’originalità del modello consiste in questo: i quartieri di baracche delle città dell’emisfero sud nascono di regola su terreni abusivamente occupati vicini quanto più possibile a quartieri di famiglie di reddito medio e alto; tale prossimità è indispensabile perché le famiglie a basso o bassissimo reddito dei favelados o simili vivono di servizi e lavori semplici quali ne possono trovare per lo più in quartieri più ricchi loro vicini. Finché le favelas restano insalubri e sovraffolate le aree su cui sorgono non interessano a nessun altro. Se però vengono migliorate con interventi di riqualificazione urbana allora tali aree aumentano di valore fin al punto che i loro abitanti originari ne vengono espulsi o dalla polizia o dalle buone uscite che vengono loro offerte perché si levino di torno. Con la “ley profavela” promossa da don Pigi Bernareggi e dai suoi collaboratori il piano regolatore riserva invece certe aree all’insediamento tipo favela stabilendo per esse norme urbanistiche specifiche (ad esempio larghezze massime delle vie che precludono il transito normale di auto). Si pongono così le premesse perché il possesso delle aree dei favelados possa venire regolarizzato ma nel medesimo tempo resti fuori del mercato immobiliare ordinario; quindi convenga ad essi migliorare le loro abitazioni e  accettare se non anche promuovere il miglioramento dei relativi servizi urbani senza dover temere che tutto ciò porti a un’impennata del valore dei terreni che occupano, e quindi a un loro allontanamento dal centro cittadino. Come si vede è una politica urbanistica molto originale ma anche molto razionale nel caso delle città dell’emisfero sud così come oggi sono.  Non si stenta però a immaginare quanto ci sia voluto a don Pigi per superare tutti gli interessi contrari e tutte le inerzie che si opponevano a uno sviluppo del genere. E tutto questo mentre egli da un lato insegnava in un’università di Belo Horizonte e dall’altro viveva fino in fondo il proprio compito di primo parroco e fondatore della parrocchia della favela Primeiro de Maio.

Quando ero delegato alle relazioni internazionali del governo regionale lombardo, trovandomi nel 2010 a Belo Horizonte per contatti con il governo del Minas Gerais, lo stato brasiliano di cui la città è capitale, colsi l’occasione per andare a salutare don Pigi nella sua favela. Avendo informato i miei ospiti di tale mia intenzione mi osservarono però che entrare in una favela era pericoloso e che quindi mi avrebbero dato una scorta di polizia. Cercai di convincerli che non dovevano preoccuparsi per me, ma non ne vollero sapere dicendo che ero ospite del governo e quindi loro erano responsabili della mia incolumità. Mi toccò allora di recarmi a trovare don Pigi con la scorta di due veicoli della polizia carichi di agenti con le armi in pugno viaggiando in una limousine con a fianco il capitano dell’esercito in uniforme che mi accompagnava ovunque a titolo di scorta d’onore. Tra la sorpresa sospettosa degli abitanti più adulti della favela e l’eccitazione dei più piccoli raggiungemmo l’abitazione di don Pigi, non dissimile dalle altre più misere case-baracche del quartiere. Lui non c’era ma dopo un po’ sopraggiunse in maglietta, pantaloni corti e sandali e il solito cappellino da ciclista, quietamente infastidito dalla presenza della scorta da cui ero accompagnato. Portava con sé un sacco di plastica dove, mi disse, c’era la biancheria sporca da lavare di un malato di Aids che abitava da solo, al quale era andato a fare visita. Lieti di ritrovarci dopo tanto tempo conversammo un po’ mentre il capitano mia scorta d’onore assisteva alla scena compostamente esterrefatto. Come avrebbe potuto immaginare che il favelado che gli stava dinnanzi, riconoscibile  come prete solo dalla piccola croce di legno che teneva appesa al collo, era un  brillante laureato in filosofia che aveva scelto la favela declinando per questo l’invito del suo maestro, il noto filosofo neotomista Gustavo Bontadini,  a restare in università quale suo assistente con la prospettiva di succedergli nella prestigiosa cattedra che ricopriva all’Università Cattolica di Milano?

25 gennaio 2021

P.S. In questi giorni sia su Il Sussidiario che su Il Foglio e altrove è stato scritto che la  ballata Rossa sera, Belo Horizonte venne scritta “da alcuni suoi amici” in occasione della partenza di Pigi Bernareggi per il Brasile. Sono in certo modo onorato da tale equivoco, ma le cose non stanno così. Venne scritta da me, parole e musica, e non particolarmente per lui ma per tutti coloro che in quegli anni partirono per quella missione,

Don Pigi Bernareggi

 

UN DITO PUNTATO AL CUORE. LA TESTIMONIANZA DI PIGI BERNAREGGI

È uno dei primissimi giessini del Berchet di don Giussani. Da cinquant'anni è missionario in Brasile. Al Centro culturale di Milano ha raccontato come tutto è iniziato, e come continua oggi. In ogni istante
Luca Fiore
Un dito che ti punta e una voce che ti dice: «Tu!». È questa l’immagine che don Pigi Bernareggi, dal 1964 missionario a Belo Horizonte in Brasile, usa per descrivere «l’uragano» che don Giussani è stato per la sua vita e quella dei suoi compagni della Prima "E" del Liceo Berchet di Milano. «Nessuno mai ti diceva “tu”, lui invece ci prendeva sul serio come persone. Ed esigeva che, come persone, prendessimo sul serio quella chiamata alla nostra umanità».

Oggi, a 78 anni, si sente ancora addosso quel dito puntato. Non come un ricordo, ma come qualcosa che sta accadendo ora. Anche tra i senza tetto di Belo Horizonte con i quali sta lavorando negli ultimi anni. Si è capito bene, ieri sera, durante l’incontro organizzato dal Centro culturale di Milano, in un dialogo con Davide Perillo, direttore di Tracce. In platea ci sono gli amici della GS degli anni Cinquanta e Sessanta. Ma anche i ciellini di oggi, che spesso don Giussani non l’hanno neanche mai sentito parlare. Nel 1954 don Pigi era un rampollo della borghesia milanese, oggi uno di quei preti di periferia tanto amati da papa Francesco.
Don Pigi BernareggiDon Pigi Bernareggi
Il video dell'incontro (1:20:10)
Per descrivere quel dito, lo paragona a quello dipinto da Michelangelo sulla volta della Cappella Sistina e che tocca il dito di Adamo, dandogli la vita. «Una volta, Rosetta Brambilla (anche lei missionaria in Brasile, ndr) mi ha raccontato che alla festa del suo asilo venne anche uno dei boss locali dello spaccio di droga. Lei lo fissò tutto il tempo e quello si infastidì. “Perché mi fissa così?”. E lei: “Perché vedo Dio dentro di te”. Risposta: “Ma sa chi sono io?”. “Sì, lo so”. E lui ancora: “Posso domani tornare per parlare ancora un po’?”. Non tornò mai, perché lo uccisero la notte stessa. Ecco: quando ci sentiamo guardati così sentiamo rinascere la nostra natura di uomini. Perché Cristo è morto per tutti, non solo per i bravi cristiani».

«Che cosa cercavi quando sei partito per il Brasile?», chiede Perillo. «Io sono cresciuto in un clima in cui si prendeva sul serio il tema della vocazione, in modo spudorato. Era il nostro tarlo. Iniziai ad andare al Gruppo del lunedì (gli incontri che don Giussani teneva per chi voleva verificare la vocazione alla verginità, ndr) in seconda liceo. Un giorno, eravamo a Madonna di Campiglio, stavamo guardando il tramonto sulle Dolomiti. Sembrava che il Brenta prendesse fuoco. Eravamo tutti lì in silenzio. Don Giussani si avvicina e mi dice: “Ehi, non vuoi mica andare in Brasile a fare il prete?”. E io: “Ma fai sul serio?”. “Sì, pensaci e domani mi dici”. Non chiusi occhio tutta la notte. Mi presentai da lui a colazione: “Che cosa hai deciso?”, mi fa. E io: “Non ho nulla in contrario. Sono andato in Brasile perché non avevo nulla in contrario». E qui don Pigi, improvvisamente, passando dalla narrazione alla lirica, inizia a recitare a memoria i versi di Rebora: «Verrà a farmi certo / del suo e mio tesoro, / verrà come ristoro / delle mie e sue pene, / verrà, forse già viene / il suo bisbiglio».

Il direttore di Tracce cita la lettera di papa Francesco a don Carrón, quando scrive: «Andiamo dai poveri, non perché sappiamo già che il povero è Gesù, ma per tornare a scoprire che quel povero è Gesù». Che cosa scopre don Pigi stando con i poveri? «Io quel dito indice me lo sento sempre sul naso. Da quando, la mattina, scendo dalla mia amaca. È come se quel Gesù che ho conosciuto tramite don Giussani e gli altri amici continuasse a sollecitare la mia umanità. Mi viene in mente quella formula del rito antico della messa: Introibo ad altare Dei, ad Deum qui laetificat iuventutem meam“Salirò all’altare di Dio/ a Dio che allieta la mia gioventù”. Non viviamo nel passato, né viviamo nel futuro. È nel fluire dell’istante la nostra esistenza. Per cui si può rinascere in ogni istante, Dio ci crea ad ogni istante, Gesù ci salva in ogni istante, in ogni istante sei fatto nuovo. Io è questo che scopro. Non perché sono in Brasile a fare il missionario, ma perché continuo a sentirmi puntato da quel dito».
Don Pigi Bernareggi con Davide PerilloDon Pigi Bernareggi con Davide Perillo
Perillo incalza: «Non ti capita mai di affrontare le cose pensando che quel che sai già basta?». I riferimenti letterari giussaniani emergono continuamente dalla memoria del missionario: «L’Ulisse dantesco, che sfida le Colonne d’Ercole, è una delle immagini più belle per descrivere che cos’è l’uomo. Non è vero che tutto deve rimanere lo stesso. Non è vero, perché io non sono mai lo stesso. E neanche l’altro lo è. Facciamo parte di questo fluire della realtà, ma ne siamo protagonisti perché Dio ci sta facendo in questo istante». Qui Bernareggi fa riferimento a uno degli episodi più dolorosi della sua vita e della storia di CL quando, dopo la tempesta del 1968, gli amici con cui andò in Brasile abbandonarono il movimento: «Non ho mai avuto l’impressione di essere rimasto solo, a farmi compagnia ho sempre avuto quel dito puntato. Non era un ricordo, ma una memoria!».

«E di questo Papa? Che cosa ti colpisce di più?». «L’idea di Chiesa in uscita. A noi, in GS, insegnavano a vivere nella scuola, nell’ambiente. Non chiusi bigottamente nelle mura di casa o solo in parrocchia. La Chiesa in uscita è una coralità che avviene in mezzo alla gente. A scuola, in università, c’erano i giovani lavoratori, gli insediamenti. Oggi spero che questi gruppi di Fraternità non siano dei luoghi chiusi. Non è vero che in Brasile siamo in una situazione privilegiata. L’ambiente incomincia tra le quattro mura di casa propria».

Bernareggi parla dell’idea di “periferia”, dello «sciamare di umanità che dalle favelas spande nel centro della città». In questi anni ha lavorato perché le favelas non venissero estirpate («aiutano la città ad essere se stessa, sono in funzione della città»), ma perché venissero urbanizzate. E ora, anche grazie al suo lavoro, esistono in Brasile leggi che garantiscono alle favelas di esistere senza che vengano spazzate via da speculazioni edilizie. Eppure, spiega don Pigi, prima di qualunque altro “fare”, c’è la chiamata a far vivere la comunità cristiana. Questa è l’urgenza primordiale. E poi, si dovrebbe conoscere la Dottrina sociale della Chiesa, di cui pochi sanno qualcosa».

L’ultima domanda di Perillo è sull’oggi: «Che effetto ti fa essere qui dopo sessant'anni, in questa sala dove tante volte hai sentito parlare don Giussani? Che effetto ti va vedere che il Movimento è ancora vivo?». «Mi sento scavato dentro. Siamo tutti in movimento. La parola “movimento” non può indicare un’appartenenza chiusa, ma il fatto che ciascuno è in movimento. C’è un’evoluzione che avviene, di cui dobbiamo sentirci parte. Non perché siamo bravi, ma perché c’è Cristo che ci abbraccia. La misericordia presuppone da una parte un cuore, quello di Dio, e dall’altra una miseria, che è la nostra. La misericordia è il nostro posto. Ma questo ci investe di una grande responsabilità. Gesù avrebbe potuto cambiare il mondo con un soffio. Invece ha scelto di mettere qui noi. E il cambiamento del mondo avverrà, pian piano, lungo le generazioni. Questo mi dà pace. Io mi sento bene dentro questa dinamica».

Don Pigi Bernareggi

 

Brasile. Addio a don Bernareggi, apostolo degli ultimi seguendo Cristo tra le favelas

Giorgio Paolucci sabato 23 gennaio 2021
Don Luigi Giussani, a sinistra, con Pigi Bernareggi e, dietro, don Franco Ricci negli anni Sessanta

Don Luigi Giussani, a sinistra, con Pigi Bernareggi e, dietro, don Franco Ricci negli anni Sessanta

Il suo motto sacerdotale è una frase di san Cipriano: «Nulla anteporre a Cristo». Don Pier Luigi Bernareggi, per gli amici Pigi, morto ieri (22 gennaio) a 82 anni a Belo Horizonte in Brasile, la portava stampata nella faccia, questa preferenza.

E l’ha testimoniata per tanti anni ai favelados e ai senzatetto di Belo Horizonte con i quali ha condiviso la maggior parte della sua esistenza. Il suo essere prete era inseparabile dall’impegno per i poveri, in cui vedeva il volto di Cristo.

Aveva partecipato all’elaborazione del Programma per la regolarizzazione delle favelas (1983), di cui era stato il primo coordinatore, ed è uno degli ideatori della Central Metropolitana dos Sem Casa e del progetto Bairro Metropolitano, grazie al quale 20mila persone avevano potuto avere un alloggio.

In Brasile era arrivato nel 1964, giovane seminarista, insieme ad altri due amici che condividevano l’esperienza di Gioventù Studentesca, dopo avere conosciuto dieci anni prima don Luigi Giussani, allora insegnante di religione al liceo Berchet di Milano, dove – come ricorda lui stesso nella biografia del sacerdote lombardo scritta da Alberto Savorana – «era entrato come un uragano nella nostra vita».

Da quell’incontro la sua vita aveva preso una direzione nuova, coinvolgendosi totalmente in una compagnia di giovani affascinati come lui dalla scoperta del cristianesimo come avvenimento che continua ad accadere nella vita dell’uomo. È dentro quella compagnia che nasce la sua vocazione al sacerdozio, ed è quella compagnia che lo sostiene negli anni tempestosi del terzomondismo latinoamericano durante i quali tanti coetanei accompagnano la scelta preferenziale per i poveri con l’abbandono della Chiesa. Bernareggi invece rimane fedele alla Chiesa, riconoscendone la dimora dove l’uomo può aderire al fascino di Gesù.

In una lettera indirizzata pochi mesi fa all’amica Rosetta Brambilla, compagna di avventure in mezzo ai poveri di Belo Horizonte, alla domanda su «come il nostro “sì” aiuta la costruzione del mondo», risponde: «Noi non viviamo nel passato, che è già passato, non viviamo nel futuro, che non è ancora arrivato. Viviamo in questo istante presente che sta passando, e in un batter d’occhio è già passato (come diceva Kierkegaard); è in questa istantaneità che la vita accade e il mondo si crea. Ora, nell’accadere di questo istante presente chi è che costruisce? È la mia capacità, genialità, operatività? No: io non ho il dominio su ciò che accade nell’istante presente dal momento che esso “passa”, sottraendosi a qualunque tentativo di dominarlo. È solo il potere infinito di Dio che costruisce, che crea tutto: per questo è chiamato “presente”».

Tratteggiandone la figura, il presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, don Julián Carrón, scrive: «Pigi ci ricorda che Cristo è qualcosa che ci accade ora. È questa la sua più grande eredità. Giussani ne parlava come il più grande nome tra i nostri missionari. Ma Pigi è stato anche generatore dei primissimi inizi del Movimento; per me incarna l’ideale del nostro Movimento in quanto fa rivivere oggi Cristo come lo vedevano Pietro e Giovanni ieri».

Chi era Pigi Bernareggi

 

«Cosa c’entra questa lampadina con Cristo?». Chi era Pigi Bernareggi

Caro direttore, “santo subito”, questo è il primo pensiero che mi ha invaso, insieme al grande dolore, quando ho saputo della morte del nostro carissimo e indimenticabile padre Pigi Bernareggi. Del resto, oggi ho sentito via Facebook la santa Messa celebrata per lui e mi pare che il vescovo che presiedeva la liturgia abbia parlato, commosso, del Pigi proprio come di un santo, definendolo “giusto di Dio”, che ha sempre vissuto, in ogni momento, con la “certezza” della Sua continua presenza. Ora potrà contemplare il volto di Colui per il quale ha donato tutta la vita, insieme ai Servi di Dio che il carisma di don Giussani ha posto sulla via della santità, lo stesso don Giussani, Enzo Piccinini e Andrea Aziani.


Gli amici di Esserci mi hanno chiesto un ricordo di Pigi e mi accingo a farlo, non senza emozione ed apprensione, essendo stato, il Pigi, una delle figure determinanti per la conferma della mia fede: forse la figura principale dopo il Gius, il quale, una volta, mi disse che il Pigi era il tipo umano più prossimo al “sentire” del carisma del Movimento di Comunione e liberazione.

Durante la Messa per Pigi sono state proclamate le Beatitudini secondo il Vangelo di san Matteo, rileggendo le quali penso, senza tema di smentita, che il nostro grande amico possa essere considerato tra coloro che il Vangelo definisce «poveri di spirito» e «puri di cuore», cioè semplici come fanciulli. Ma proprio questo suo “carattere” lo ha reso fedele, deciso, coraggioso, intero, semplice, perché aveva un unico riferimento personale e comunitario, cioè Gesù Cristo e la Sua Chiesa. 


Era una persona intera. Ebbi modo di conoscerlo sempre di più, perché frequentavamo, al liceo Berchet, la stessa sezione E, in due classi attigue e quindi ci vedevamo spesso, alcune volte per assistere, anche nei corridoi, alle dialettiche tra don Giussani ed il professore di filosofia, Mario Miccinesi. Ed ebbi modo di frequentare la sua abitazione, a volte insieme a don Giussani. In G.S. (Gioventù studentesca, ndr), il Pigi era un fondamentale punto di riferimento, tanto è vero che, ad un certo punto don Giussani lo nominò presidente di G.S., insieme alla Eugenia Scabini. Era un punto di riferimento perché, con semplicità e intensità, viveva integralmente tutte le dimensioni che costituiscono, secondo don Giussani, una vera esperienza cristiana. Eccelleva nella cultura, con i suoi studi ed i suoi interventi, tanto che poi si laureò in filosofia: era una testa pensante e pensava con grande profondità, raggiungendo talora vertici insoliti e intuizioni profonde. Seguiva con entusiasmo l’iniziativa della Bassa, la caritativa in cui don Giussani impegnò tutti i giessini, a seguito di una esigenza manifestata dall’arcivescovo Montini.

Recentemente, Pigi Bernareggi ha affermato che il suo impegno con le favelas di Belo Horizonte trovò la ragione ultima nel modo con cui Giussani aveva impostato tale iniziativa. L’educazione ricevuta con la caritativa si trasformò in un’opera straordinaria ed innovativa. Anche la missione era costantemente nelle sue preoccupazioni. Mi ricordo che, in seguito ad una idea da lui lanciata, organizzammo il primo mercatino dei libri usati a Milano, destinando il ricavato al fondo del movimento per le missioni. Lui stesso, poi, nel 1964, andò in Brasile, con altri due compagni, per entrare in seminario a Belo Horizonte, diventando prete di quella Diocesi.


La semplicità del cuore lo aiutò ad essere sempre fedele all’incontro fatto in G.S. seguendo don Giussani. E fu fedele soprattutto nei tempi difficili, quando la situazione politica e religiosa del Brasile lo costrinse a trovarsi solo in quella esperienza. Penso che negli anni a cavallo tra i Sessanta ed i Settanta, egli visse con eroismo la situazione. Pur essendo rimasto solo, continuò ad abbeverarsi agli appunti relativi agli incontri che don Giussani teneva in Italia e che gli amici gli spedivano. Solo, ma saldo e certo, perché la comunità la portava dentro di sé, vivendo da adulto la dimensione della comunione. L’ammirazione per la sua fedeltà ha sempre alimentato anche la nostra fede e la nostra speranza.

A differenza di quel che si potrebbe pensare, l’umile semplicità lo portò ad essere straordinariamente deciso e coraggioso. Ciò è apparso in misura eccezionale a proposito del suo impegno nelle e per le favelas. Ad un certo punto, aveva deciso, insieme ad alcuni uomini abitanti in una favela, di iniziare ad urbanizzare quel luogo, costruendo delle fogne. Per cominciare i lavori, padre Pigi ed i favelados si erano dati volentieri appuntamento, al quale, però, nessuno si presentò. Il Pigi non si perse d’animo e cominciò da solo a zappare la terra. Visto questo spettacolo, le donne della favela indussero i loro uomini a lavorare insieme al prete e così cominciò un’avventura che poi, nel tempo, portò addirittura le autorità a promulgare leggi comunali, statali e federali, che stabilirono che le favelas non erano più terra di nessuno, ma facevano parte integrante delle città, dando così dignità ai poveri che vi abitavano. Da un piccolo, testardo seme, un immenso albero. Così fanno i santi.


Naturalmente, il coraggio Pigi dovette anche usarlo nei confronti del mondo politico, che, all’inizio, non vedevano di buon occhio quelle iniziative. A questo proposito, vorrei fare una considerazione che non ritengo secondaria. Proprio grazie alla integralità della sua personalità, il Pigi ha totalmente evitato il pericolo che vediamo in tante esperienze di cattolici, i quali, per potere essere aperti ai problemi della società di oggi, sembra che debbano annacquare l’ortodossia della Chiesa cattolica, quasi che vi sia incompatibilità tra i due aspetti. Tutto quello che è nato da Pigi, invece, è strettamente legato a tutto ciò che la Chiesa ha sempre predicato sia a livello morale che a livello della dottrina sociale. Tutto ciò che Pigi ha fatto, lo ha fatto proprio per essere coerente con l’insegnamento della Chiesa. Paradossalmente, in mezzo a tanti che denunciavano a parole le ingiustizie sociali, Pigi è stato l’unico che ha lavorato duramente per eliminare queste ingiustizie. Senza contare che, nel frattempo, insegnava anche filosofia all’Università cattolica di Belo Horizonte.

Don Giussani trasmise a Pigi ed a tutti noi una grande passione per il tema educativo. Sotto questo profilo era straordinario assistere agli interventi del Pigi sia negli incontri dei responsabili sia nelle sintesi dei “raggi”. Per esempio, nel luglio del 1960 (penso che l’anno sia proprio questo), don Giussani, al termine di una vacanza di G.S. tenutasi ad Alba di Canazei, chiese a Pigi di andare al Passo del Falzarego per un incontro con dei giovani di Lecco, appartenenti all’Azione Cattolica. Io lo accompagnai. La sala in cui si teneva l’incontro, a cui partecipavano anche i giovani studenti Angelo Scola e Fabio Baroncini, era (scarsamente) illuminata da una lampadina che pendeva dal soffitto. Pigi, avendo in mente l’impostazione del Gius circa la centralità di Cristo, esordì così: “Cosa c’entra questa lampadina con Cristo?”, suscitando la sorpresa e lo sconcerto di molti. Ma, parecchi anni dopo, il cardinale Scola riferì ad una numerosa assemblea questo episodio, sottolineando come esso fosse stato molto importante per capire come Cristo c’entrasse con tutto. Io stesso ebbi modo di essere aiutato dal senso educativo di Pigi, quando, in molte occasione (ricordo con lucidità quella avvenuta a Varigotti) rispose alle mie molte domande derivanti dalla “conversione” ad una realtà da me lontana fino ad allora.


La semplicità evangelica del Pigi lo ha aiutato a superare tutti gli ostacoli e ad aiutare chiunque avesse bisogno, anche quelli che non erano d’accordo con lui. Ha irraggiato intorno a sé un clima positivo, che ho potuto constatare anche vedendo la Messa di questa mattina, durante la quale il diacono ha dovuto sospendere la lettura delle beatitudini quando arrivò a dover dire “beati i miti” di fronte alla salma di Padre Pigi. Ha lasciato un affetto enorme. Non a caso in Brasile è conosciuto come «o padre dos pobres».

Ed anche nella “vecchiaia”, il Pigi non ha “mollato” e, come mi ha scritto non molto tempo fa su questa fase della vita, ha vissuto la sfida, che «è quella di rinnovare sempre l’esperienza dello sguardo di Cristo sulla nostra persona. Si tratta di “fare memoria” nel senso più profondo della parola: “fate questo (=vivete la vostra vecchiaia) in memoria di Me” come al momento della consacrazione, in cui la realtà della nostra vita è trasformata nella presenza di Lui». Vertiginoso.


Ora che sicuramente dimora col Padre, abbiamo un “santo” in più a cui chiedere aiuto.

Nel libro pubblicato tre anni fa (Ho trovato quello che stavamo cercando), padre Pigi così scriveva: «Ho ormai 78 anni, mi avvicino al grande Giorno dell’Incontro finale e felice; e come ci hanno fatto sapere che diceva Laurentius l’Eremita, l’attesa di quell’Incontro “mi riempie di silenzio”». Ora anche noi, in silenzio, siamo chiamati a fare memoria, ammirati e grati a Dio per averci dato questo “santo fratello”, che ha reso più forte e certa la nostra fede.

Peppino Zola