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lunedì 7 luglio 2025

l’Arcigay è stata ideata da un prete.

  Di Pino Suriano

09 Settembre 2013
Contestatore, sospeso a divinis, pannelliano, omosessuale, con Nichi Vendola fece nascere l'Arcigay. Poi, abbandonato da tutti, fu riaccolto da Joseph Ratzinger

Ai tanti che non lo hanno mai saputo potrà sembrare un’assurda fantasia, ma è semplicemente un fatto: l’Arcigay è stata ideata da un prete. Sì, l’associazione per i diritti omosessuali più importante e numericamente rilevante d’Italia deve la sua anima a un consacrato, omosessuale egli stesso. Accadde a Palermo nel dicembre del 1980 e quel sacerdote, allora quasi sessantenne e sospeso “a divinis” alcuni anni prima, si chiamava Marco Bisceglia, per tutti don Marco. Suo compagno di avventura nonché di appartamento, nei mesi successivi, un giovane obiettore di coscienza in servizio civile presso l’Arci, Nicola Vendola detto Nichi.

Chiare le premesse? Adesso, però, non ci si scandalizzi per il giudizio in arrivo, forse ancor più sorprendente: la storia di don Marco è una delle più belle storie di vita che si possano raccontare. Di quelle che rendono palese, per chi non lo credesse, quale straordinario luogo di accoglienza e ripresa umana possa essere la Chiesa.
Nelle scorse settimane, per la collana “DietroFont” dell’esordiente casa editrice lucana EdiGrafema, è uscito un libro (acquistabile su Ibs) che ne percorre la vita: Troppo amore ti ucciderà, con testimonianze di Vendola, Franco Grillini e Beppe Ramina. O meglio, ne percorre le “tre vite”, come recita il sottotitolo del testo, ben scritto e documentato dal giornalista potentino Rocco Pezzano. Nella biografia del sacerdote, infatti, si riconoscono almeno tre momenti di profondissimo strappo per contenuti e stili di vita.

IL PRIMO MATRIMONIO GAY. Nella sua “prima vita” don Marco Bisceglia è un prete di lotta. Nato nel 1925, sacerdote dal 1963, ha studiato e abbracciato la Teologia della Liberazione, in particolare la lezione del poco ortodosso teologo gesuita José Maria Diez-Alegria Gutierrez. Quando gli viene affidata la parrocchia del Sacro Cuore di Lavello, suo paese di origine in Basilicata, il desiderio di esprimere i propri ideali si trasforma in azione. La difesa dei più deboli è per don Marco l’autentico contenuto dell’evangelizzazione. Le cronache dell’epoca iniziano a chiamarlo “il don Mazzi del Sud”.
Don Marco si oppone a tutto ciò che reputa ingiusto, soprattutto all’interno della Chiesa: i funerali a pagamento, per esempio. La lotta al celibato dei sacerdoti, le operazioni finanziarie, le banche, gli investimenti immobiliari, l’arricchimento di alcuni preti con la speculazione edilizia. E la gente si lega a lui: tanti braccianti mai stati in chiesa prima d’allora, si ritrovano a seguirlo nelle sue battaglie, spesso vicine a quelle del Partito Comunista.
Don Marco esprime con toni forti, anche in pubblico, durante le omelie la sua opposizione decisa alla Chiesa e alla sua struttura organizzativa. Ne nasceranno presto contrasti con il vescovo della diocesi. Non solo per le idee, ma anche per le azioni. Don Marco, infatti, non si ferma alle parole. In quegli anni, assieme alla sua comunità, è protagonista e animatore di scioperi al fianco di lavoratori, blocchi stradali e altre forme di protesta “borderline”, talvolta con conseguenti procedimenti penali. Il 30 settembre 1974, in un clima di esasperata contrapposizione e dopo alcune richieste di ravvedimento, arriva il decreto di rimozione da parte del vescovo Giuseppe Vairo: la parrocchia del Sacro Cuore è dichiarata vacante. Le ragioni non mancano: adesione al movimento radicale per la depenalizzazione dell’aborto e la libertà sessuale; uso della parrocchia come sede dei comitati per i referendum; assenze continue; violenti attacchi a Chiesa cattolica, clero e gerarchia. Poi un’accusa anomala, «scelta socio-rivoluzionaria», e un’altra più drammatica, ma decisiva, «chiara rottura della Comunione col vescovo».
Da quel momento la vicenda prende una piega inattesa, che porterà a Lavello i corrispondenti dei maggiori quotidiani e settimanali italiani. La comunità del Sacro Cuore, infatti, non accetta il decreto e si barrica all’interno della chiesa, letteralmente la occupa. Sulla facciata del Sacro Cuore compare una scritta: “La Chiesa è del popolo”. È una dichiarazione di intenti. Lavello diventa un caso nazionale, un parroco e il suo popolo contro il vescovo e la Chiesa “ufficiale”.
Ma il fatto che più avrebbe fatto parlare di don Marco era accaduto pochi giorni prima di quella pubblicazione. È quello che le cronache ricorderanno per anni, seppur impropriamente, come il «primo matrimonio gay celebrato da un sacerdote italiano». Un giorno due omosessuali si presentano nella sagrestia e chiedono se la loro unione possa diventare sacra. «Il vostro matrimonio è già un sacramento di fronte a Dio», spiega don Marco. Quei due signori, in verità, non erano omosessuali ma Bartolomeo Baldi e Franco Iappelli, giornalisti del Borghese che registrano e spiattellano tutto sul giornale. Il 9 maggio 1975, il vescovo prende ulteriori provvedimenti: «Al sacerdote è proibito ogni atto di sacro ministero», si legge nel documento della curia. È la sospensione a divinis. Da quel momento l’immagine di don Marco, agli occhi della gente, si aggrava. Ma per don Marco non è un dramma. Tutto continua come prima. Si celebra, si fanno i sacramenti, si legge la Parola di Dio. Eppure il legame coi fedeli è sempre più debole. Le presenze si diradano, molti cominciano a staccarsi. Le foto dei primi anni di “occupazione” della parrocchia, sempre stracolma di gente, e quelle “spoglie” degli ultimi tempi, offrono l’immagine di questo progressivo distacco. È drammatica l’immagine dell’ultima Messa, il 25 aprile 1978, con don Marco che celebra tra poche vecchiette e dietro una fila di carabinieri e poliziotti.

In quei mesi, mentre Bisceglia è ancora impegnato con i Radicali, avviene un incontro decisivo. In «circostanze fortuite», ricorderà poi, incontra a Roma Enrico Menduni (presidente, dal 1978 al 1983, dell’Arci, storica associazione culturale della sinistra italiana) che propone a don Marco di curare l’aspetto organizzativo dell’Arci per la “sezione” diritti civili. Nasce da lì, nel giro di poco, il copyright dell’Arcigay, “proprietà” di Marco Bisceglia.
La fondazione ufficiale arriverà solo nel 1985, ma come si legge sul sito arcigay.it: «Il primo circolo Arcy-gay nasce informalmente a Palermo il 9 dicembre del 1980 da un’idea di don Marco Bisceglia, sacerdote cattolico dell’area del dissenso» (a destra, la conferenza stampa di presentazione dell’Arcigay. Si riconoscono don Marco e Franco Grillini, secondo e terzo da sinistra, e Nichi Vendola, secondo da destra).
Di qualche anno prima è il coming out di don Marco: la pubblica dichiarazione di omosessualità. Marco è già attivo da tempo nell’organizzazione dei diritti gay, ma non ha ancora liberato del tutto la sua, di omosessualità. Difficile ricostruire la data e la testata che avrebbe dato spazio alla clamorosa dichiarazione (qualcuno ricorda Panorama), ma nell’aprile 1982 un articolo di Andrea Marcenaro sull’Europeo ne parla come un fatto noto: «I preti omosessuali esistono, ma uno solo si è dichiarato», si legge. Quell’uno, naturalmente, è Marco Bisceglia. In quel periodo vive con 400 mila lire al mese (tanto è lo stipendio) e a stento riesce a recuperare i contributi da religioso per garantirsi una pensione. Risalgono a quegli anni l’amicizia e la convivenza con Nichi Vendola, che non smetterà mai di considerarlo «un maestro». I due vivono insieme per qualche mese a Monte Porzio Catone, nella casa di don Marco. Intanto con l’Arci, da qualche tempo, sorgono i primi problemi. Don Marco, in modo lento e silenzioso, si fa da parte. Non si avrà mai una vera e propria rottura, ma una sfumata e continua presa di distanza. E così, proprio quando la sua creatura metterà le ali per diventare un punto di riferimento nazionale, calerà il sipario sul suo padre nobile. Da quel momento si perdono le tracce di Marco Bisceglia. Una volta era inseguito dai cronisti di tutta Italia, da quel momento quasi nessuno scriverà più un rigo su di lui, e nessuno si preoccuperà di scoprire come finì i suoi giorni. È questo il merito più grande di Rocco Pezzano.
Nel luglio 1987 Bisceglia appare ormai lontano dall’Arcigay. Dalle sue lettere si apprende che si trova ancora a Monte Porzio Catone, dove convive con l’omosessuale Dadì, trentenne di origini algerine. In quei giorni scrive la sua lettera più intima, forse la più bella. È una sorta di diario epistolare destinato agli amici Carla e Wouter. Racconta di aver letto La conoscenza di sé, opera del filosofo francese René Daumal. «Ci sto trovando – scrive don Marco – alcune cose che stanno accadendo in me. Nonostante tutto, l’età dell’oro esiste sempre, simultaneamente, in rare persone, ma sta a noi meritare di poterle individuare e avvicinare». In quelle parole c’è tanto, troppo, della sua imminente svolta per non leggere l’affacciarsi in lui di una nuova prospettiva di liberazione (l’età dell’oro). Non più ricercata in un’organizzazione, in uno sforzo di cambiamento sociale, ma in un modestissimo desiderio di prossimità a persone autentiche.

IL RITORNO E LA RICONCILIAZIONE. In un giorno della prima metà degli anni Novanta, squilla il telefono della parrocchia di San Cleto a Roma, quartiere San Basilio. A un capo della cornetta c’è padre Paolo Bosetti, responsabile della parrocchia, dall’altro monsignor Luigi Di Liegro, fondatore della Caritas diocesana. La richiesta del prelato è quella di accogliere un sacerdote, il quale, però, porta con sé un tremendo fardello: l’Aids. «Cosa dobbiamo fare?», chiede padre Paolo. «Vogliategli solo bene», risponde il monsignore. Sarà così. Don Marco comincia, in punta di piedi, una nuova vita assieme ai confratelli della Congregazione di Gesù sacerdote che lì convivono. Poche parole, tanto tempo libero, nessun impegno parrocchiale.
La vita trascorre lenta, don Marco, semplicemente, segue e comincia a vivere tutte le tappe della giornata: lodi, Messa, cena. Sempre creativo e autonomo nelle scelte culturali, accetta anche consigli su cosa leggere: comincia dal Presbyterorum Ordinis, un decreto del Concilio Vaticano II sul ministero e la vita sacerdotale; poi l’Optatam Totius sulla formazione sacerdotale; senza tralasciare naturalmente Bibbia e Vangeli. Testi fondamentali se si pensa alla sua vita passata. Decisivi perché letti con occhi diversi. Don Marco si mette in discussione, come uomo e come sacerdote. Il suo passato è noto a tutti, ma nessuno ne parla. «Solo una volta è successo», ricorda padre Paolo. «Don Marco diceva di non rinnegare nulla, ma di voler prendere le distanze dal passato, per “qualcosa che gli gira dentro”, dice. E su cui don Marco vive e medita con serenità».
Vivendo al fianco di altri sacerdoti fiorisce nel suo cuore il desiderio più bello: tornare a celebrare l’Eucaristia. Sono trascorsi, dall’ultima volta, almeno quindici anni. Don Marco ne parla con i confratelli. Non può essere il capriccio di un istante, e allora si approfondisce la questione. A frenare tutto c’è la sua sospensione a divinis. Ma non è un ostacolo insormontabile. La persona da informare è il vicario generale, il cardinale Ugo Poletti (colui che fa le veci del Vescovo di Roma, allora Giovanni Paolo II), che si prodiga per la vicenda e che spiega che c’è un unico passo decisivo da fare: la supplica.
Don Marco prende carta e penna e stende la sua richiesta. La figura a cui presentare la supplica e che deve valutarla è il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger. Dopo qualche tempo arriva la risposta: la sospensione a divinis è cancellata.
Qualche giorno dopo don Marco ne dà notizia alla sorella Anita: «Sono cosciente della mia indegnità, così come sono fermamente fiducioso nel perdono di Dio e nella sua azione purificatrice e rigeneratrice. Spero di potere, con il suo aiuto, riparare ai miei errori e traviamenti». Quella missiva arriva da Loreto. Padre Bosetti ricorda: «Se si riprende a celebrare l’Eucaristia, che è il corpo di Cristo, non si può farlo senza la riconciliazione». E così è stato. Il giorno della “prima Messa” arriva a Loreto una delegazione della vecchia diocesi di don Marco, guidata da monsignor Vincenzo Cozzi. Quella Chiesa a lungo contestata è lì per riabbracciarlo nel giorno più bello. Nessun passato può vincere il presente: i rancori e le incomprensioni sono fatti reali, concreti, ma non prevalgono. È la festa del perdono e della rinascita, è l’Eucaristia.

GLI ULTIMI ANNI, DURI MA INTENSI. Quelli che restano da vivere sono anni duri ma intensi. Non è semplice la vita per un malato di Aids, tra continue visite e frequenti ricoveri. «Eppure lui è sereno», racconta Vittorio Fratini, un amico. Una serenità che diventa conforto per gli altri, come testimonia un compagno di stanza in ospedale. Vittorio gli chiede da dove gli provenga questa gioia. La risposta è di quelle che non si dimenticano: «Ricordati che io ero morto e sono risorto. Se devo andare verso la fine della mia vita, ci vado con tanta serenità». Una delle ultime lettere di don Marco è del 4 aprile 2001. Risponde all’amico Giancarlo che si lamenta delle gerarchie ecclesiastiche. Don Marco rompe gli schemi. Prima spiega di esserne consapevole, poi aggiunge: «Non lasciamoci irretire da facili stereotipi. Il mio vescovo è un uomo mite, ricco di umanità, ha favorito la mia reintegrazione, pur sapendo di avere a che fare con un soggetto sieropositivo». È sorprendente. Il vecchio sguardo polemico su ciò che nella Chiesa dovrebbe o non dovrebbe esserci, ha lasciato il passo a uno sguardo pieno di gratitudine per quello che c’è.
L’ideologia ha lasciato il posto all’esperienza. Marco Bisceglia muore il 22 luglio 2001, nei giorni del G8 di Genova. Il “contestatore” muore in un giorno di contestazione. Ma quanto è lontano quello scenario di lotta dalla pace che regna ora nel suo cuore. Oggi riposa nel cimitero di Lavello, nella cappella dedicata ai sacerdoti

martedì 30 gennaio 2018

Oriana Fallaci intervista Oriana: l’omosessualità in sé non mi turba …mi dà fastidio quando si trasforma in ideologia

Oriana Fallaci intervista Oriana: l’omosessualità in sé non mi turba …mi dà fastidio quando si trasforma in ideologia

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…A chi parla, dunque? A lei, a me stessa. E a coloro che non sanno o fingono di non sapere … fingono di non capire…
Con l’espediente dell’intervista a se stessa, Oriana con lucida analisi cerca cerca di fugare dubbi e perplessità in merito grandi temi etici .
[…] L’omosessualità in sé non mi turba affatto. Non mi chiedo nemmeno da che cosa dipenda. Mi dà fastidio, invece, quando (come il femminismo) si trasforma in ideologia. In categoria, in partito, in lobby economico-cultural-sessuale. E grazie a ciò diventa uno strumento politico, un’arma di ricatto, un abuso Sexually Correct. O-fai-quello-che-voglio-io-o-ti-faccio-perdere-le-elezioni.
Pensi al massiccio voto con cui in America ricattarono Clinton e con cui in Spagna hanno ricattato Zapatero. Sicché il primo provvedimento che Clinton prese appena eletto fu quello di inserire gli omosessuali nell’esercito e uno dei primi presi da Zapatero è stato quello di rovesciare il concetto biologico di famiglia nonché autorizzare il matrimonio e l’adozione gay. […]
… un essere umano nasce da due individui di sesso diverso. Un pesce, un uccello, un elefante, un insetto, lo stesso. Per essere concepiti, ci vuole un ovulo e uno spermatozoo. Che ci piaccia o no, su questo pianeta la vita funziona così. Bè, alcuni esperti di biogenetica sostengono che in futuro si potrà fare a meno dello spermatozoo. Ma dell’ovulo no. Sia che si tratti di mammiferi sia che si tratti di ovipari, l’ovulo ci vorrà sempre. L’ovulo, l’uovo, che nel caso degli esseri umani sta dentro un ventre di donna e che fecondato si trasforma in una stilla di Vita poi in un germoglio di Vita, e attraverso il meraviglioso viaggio della gravidanza diventa un’altra Vita. Un altro essere umano. Infatti sono assolutamente convinta che a guidare l’innamoramento o il trasporto dei sensi sia l’istinto di sopravvivenza cioè la necessità di continuare la specie. Vivere anche quando siamo morti, continuare attraverso chi viene e verrà dopo di noi. E sono ossessionata dal concetto di maternità. Oh, non mi fraintenda: capisco anche il concetto di paternità. Lo vedrà nel mio romanzo, se farò in tempo a finirlo. Lo capisco così bene che parteggio con tutta l’anima pei padri divorziati che reclamano la custodia del figlio. Condanno i giudici che quel figlio lo affidano all’ex-moglie e basta, e ritengo che nella nostra società oggi si trovino più buoni padri che buone madri. (Segua la cronaca. Quando un padre impazzito ammazza un figlio, ammazza anche sé stesso. Quando una madre impazzita ammazza un figlio, non si ammazza affatto ). Ma essendo donna, e in più una donna ferita dalla sfortuna di non esser riuscita ad avere figli, capisco meglio il concetto di maternità […]
Quindi ecco. Un omosessuale maschio l’ovulo non ce l’ha. Il ventre di donna, l’utero per trapiantarcelo, nemmeno. E non c’è biogenetica al mondo che possa risolvergli tale problema. Clonazione inclusa. L’omosessuale femmina, si, l’ovulo ce l’ha. Il ventre di donna necessario a fargli compiere il meraviglioso viaggio che porta una stilla di Vita a diventare un germoglio di Vita poi un’altra Vita, un altro essere umano,idem. Ma la sua partner non può fecondarla.
Sicché se non si unisce a un uomo o non chiede a un uomo per-favore-dammi-qualche-spermatozoo, si trova nelle stesse condizioni dell’omosessuale maschio. E a priori, non perché è sfortunata e i suoi bambini muoiono prima di nascere, non partecipa alla continuazione della sua specie. Al dovere di perpetuare la sua specie attraverso chi viene e verrà dopo di lei. Con quale diritto, dunque, una coppia di omosessuali (maschi o femmine) chiede d’adottare un bambino? Con quale diritto pretende d’allevare un bambino dentro una visione distorta della Vita cioè con due babbi o due mamme al posto del babbo o della mamma? E nel caso di due omosessuali maschi, con quale diritto la coppia si serve d’un ventre di donna per procurarsi un bambino e magari comprarselo come si compra un’automobile? Con quale diritto, insomma, ruba a una donna la pena e il miracolo della maternità? Il diritto che il signor Zapatero ha inventato per pagare il suo debito verso gli omosessuali che hanno votato per lui?!? Io quando parlano di adozione-gay mi sento derubata nel mio ventre di donna. Anche se non sono riuscita a far nascere i miei bambini bambini mi sento usata, sfruttata, come una mucca che partorisce vitelli destinati al mattatoio. E nell’immagine di due uomini o di due donne che col neonato in mezzo recitano la commedia di Maria e Giuseppe vedo qualcosa di mostruosamente sbagliato. Qualcosa che mi offende anzi mi umilia come donna, come mamma mancata, mamma sfortunata. E come cittadina. Sicché offesa e umiliata dico: mi indigna il silenzio, l’ipocrisia, la vigliaccheria, che circonda questa faccenda. Mi infuria la gente che tace, che ha paura di parlarne, di dire la verità. E la verità è che le leggi dello Stato non possono ignorare le leggi della Natura. Non possono falsare con l’ambiguità delle parole «genitori» e «coniugi» le Leggi della Vita.
Lo Stato non può consegnare un bambino, cioè una creatura indifesa e ignara, a genitori coi quali egli vivrà credendo che si nasce da due babbi o due mamme non da un babbo e una mamma. E a chi ricatta con la storia dei bambini senza cibo o senza casa (storia che oltretutto non regge in quanto la nostra società abbonda di coppie normali e pronte ad adottarli) rispondo: un bambino non è un cane o un gatto da nutrire e basta, alloggiare e basta. E’ un essere umano, un cittadino, con diritti inalienabili. Ben più inalienabili dei diritti o presunti diritti di due omosessuali con le smanie materne o paterne. E il primo di questi diritti è sapere come si nasce sul nostro pianeta, come funziona la Vita sul nostro pianeta. Cosa più che possibile con una madre senza marito, del tutto impossibile con due «genitori» del medesimo sesso[….]
Mah… In qualsiasi società, in qualsiasi angolo della Terra, in qualsiasi paese esclusa la Spagna di Zapatero, il matrimonio è l’unione di un uomo e di una donna. Tale rimane anche se da quella unione non nascono figli. Così capisco i risultati che in dodici Stati americani si è concluso con la vittoria schiacciante del No, insomma con un assordante rifiuto del suddetto matrimonio. Non capisco, invece, perché in una società dove tutti possono convivere liberamente cioè senza dare scandalo, senza essere condannati o essere considerati reprobi, gli omosessuali sentano l’improvviso ed acuto bisogno di sposarsi davanti ad un sindaco o ad un prete. […]spero sia un’isteria, temporanea, un capriccio alla moda, una forma di esibizionismo o conformismo. Perchè, se non lo è, si tratta di una provocazione legata alla pretesa di adottare i bambini e sovvertire il concetto biologico di famiglia.Insomma d’una intimidazione: Non mi piacciono le provocazioni, non mi piacciono le intimidazioni. Gira e rigira sono sempre di natura politica. 
Oriana Fallaci intervista sé stessa. L’apocalisse- Rizzoli 2004, pp. 262.

mercoledì 6 luglio 2016

La storia della settimana La donna che si è opposta al nuovo ordine mondiale

La storia della settimana La donna che si è opposta al nuovo ordine mondiale

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di Claudio Forti
Non so quali libri ti porterai quest’estate per le tue vacanze al mare o in montagna. Io, assieme ad altri classici (come C. S. Lewis, Chandler, Alfonso Ussía y Hagré), aggiungerei “Un mondo felice” (Così è tradotto il spagnolo “Il mondo nuovo”). Degli autori nominati parlerò più avanti.
Il romanzo di Aldous Huxley è uno dei libri che bisogna rileggere perché ti da una visione della realtà di grande attualità, ed è la stessa che i telegiornali ogni sera ci presentano. E pensare che è stato scritto nel 1932!
Due flash. Uno: l’idea del tiranno è quella di disporre di individui slegati, senza famiglia e senza vincoli, al fine di poterli usare – manipolandoli e lasciando loro credere di essere liberi – come mano d’opera per i loro fini. È ciò che fa Mustafà Monod, il commissario dell’Europa Occidentale. E l’esperimento funziona. Il trucco consiste nel sopprimere il dolore, sostituendolo col piacere. Tutto ciò genera persone sottomesse al capestro, masse docili come agnelli.
Secondo flash. Salvo personaggi come Bernard, che nel romanzo si rivelano per la loro capacità di soffrire pur di essere liberi, la maggioranza ama la schiavitù. In ciò consiste la dittatura perfetta. Ciò che Huxley ci mostra è “una prigione senza mura”, con una apparenza democratica”, nella quale il prigioniero medio è accontentato a colpi di droga e carpe diem, e che non sogna nemmeno di scappare perché ama la servitù.
Non dirmi che non si tratta di un ritratto perfetto del nuovo ordine mondiale: il panem-et circenses digitale, la droga televisiva, la agenda LGBT e altri sonniferi per fuggire dal dolore.
La condizione per giungere a questa società di schiavi, a questa legione di consumatori obbedienti, è però quella di privarli della naturale protezione della famiglia, per avere individui sciolti da ogni vincolo e impegno.
Questo è ciò che racconta la sociologa tedesca Gabrielle Kuby a Cristina Castro in una intervista che Actuall pubblicherà lunedì prossimo. Con una differenza, la sua testimonianza non è letteraria, ma reale come la vita stessa. Kuby sarebbe come Bernard, l’eroe di Un mondo felice. Era stata programmata per essere una giovane “pneumatica”, una ragazza dedita a produrre per il tiranno, senza vincoli e senza famiglia. Come a molti altri giovani dell’Occidente, le fecero credere che la sua ribellione avrebbe cambiato il mondo, e per questo fu una grande attivista del maggio del 1968.
Diversi anni dopo scoprì la verità. Gabrielle si rese conto che era tutto un montaggio dei tiranni per distruggere la famiglia, e che la rivoluzione sessuale che si scatenò in Occidente a partire dagli anni 60, non era che una droga alienante per ridurre in schiavitù.

Ce lo spiega nel suo ultimo libro che ha per titolo La rivoluzione sessuale globale, e come eloquente sottotitolo La distruzione della libertà in nome della libertà. L’opera, tradotta in sette lingue, si è convertita in uno strumento di resistenza civica in questa cruciale battaglia ingaggiata in Occidente tra il nuovo totalitarismo e la famiglia.
Chiaro che osare di porre in evidenza il Nuovo Ordine Mondiale, il cui ariete è l’Ideologia di Genere, è tanto temerario quanto il dissenso nella Germania nazista. E Gabrielle Kuby lo ha pagato caro.
La Lobby gay le ha dedicato un’opera teatrale nella quale Kuby e altre attiviste pro famiglia erano minacciate di morte “con uno sparo alla testa”. Certo, era teatro: una farsa. Ma ne siamo sicuri? Allora perché una settimana dopo le automobili di due di queste attiviste furono trovate bruciate?
Ti offro, come sottoscrittore di Actuall, una anteprima in esclusiva dell’intervista a questa donna coraggiosa, nella quale ci spiega la strategia dei nuovi dittatori per distruggere la famiglia e creare masse di sradicati, facilmente manipolabili.
Dietro a questa campagna perfettamente orchestrata ci sono organismi come le Nazioni Unite, organizzazioni mafiose come la Planned Parenthood o fondazioni milionarie come quelle di Rockefeller e Bill Gates.
Pare un romanzo, fino a quando, leggendo Gabrielle Kuby, scoprirai, dai dati che ti offre, che la cosa è molto seria. E ti rallegrerai nel constatare che almeno qualcuno alzi la sua voce e sveli l’inganno. Però qualcosa si muove.
A sabato prossimo!
Alfonso Basallo e la Redazione di Actuall
Mentre leggevo questo testo in spagnolo, che poi ho tradotto per voi, mi è venuto spontaneo pensare a come molti in Occidente si interroghino sulle tragiche conseguenze del terrorismo islamico. Quale veleno ideologico è stato introdotto nei cuori e nelle menti di tanti uomini e donne disposti – per odio – a trasformarsi in autobomba che uccide loro e tante persone innocenti? Quale sbaglio della mente umana fa si che degli uomini uccidano i loro simili in stragi insensate? Già l’Europa, un tempo cristiana, si è lasciata intossicare dal veleno ideologico – ma potremmo dire satanico – del comunismo e del nazifascismo, che hanno causato milioni e milioni di vittime.
Ho l’impressione invece che siano pochissime le persone che si accorgono che anche in Occidente si stia da molti anni inoculando un veleno che ottunde le menti e i cuori, tanto che crediamo di essere liberi, ma in realtà non lo siamo. Crediamo di avere dei valori, ma in realtà abbiamo fatto nostri i disvalori predicati dalla modernità e dal relativismo. La sociologa tedesca Gabriele Kuby, nell’intervista che puoi leggere qui sotto, ci apre gli occhi e ci sveglia dal torpore che i nuovi ideologi vogliono inocularci per renderci più facilmente schiavi. Il traduttore e trascrittore Claudio.
La ex femminista Kuby: “Dietro all’offensiva contro la famiglia ci sono Rockefeller e Bill Gates”. Di Cristina Castro – 27-6-2016
Dal partecipare come attivista al Maggio 68 a difendere la famiglia, la sociologa tedesca si mantiene salda di fronte alle minacce. “Sono una difensora dei diritti democratici, di fronte al totalitarismo. Gli attacchi non mi scoraggiano. Faccio quello che sento e che sono chiamata a fare”.
Conversando con Gabriele Kuby, famosa sociologa tedesca, autrice e conferenziera, si percepisce immediatamente perché auspichi un riferimento internazionale in difesa della famiglia e della libertà.
Nel suo ultimo libro La rivoluzione sessuale globale. La distruzione della libertà in nome della libertà, Kuby approfondisce la sua denuncia della Ideologia di genere. Quest’opera, già tradotta in sette lingue, si è convertita in uno strumento di resistenza civica in questa cruciale battaglia che si svolge in Occidente tra il nuovo totalitarismo e la famiglia.
Non è strano che l’autrice sia stata attaccata e perseguitata in maniera furibonda dalle lobby gay. Le hanno dedicato anche un’opera teatrale. Si tratta de “La paura”, del drammaturgo omosessuale Falk Richter, messa in scena qualche mese fa a Berlino. L’opera teatrale comincia col presentare Kuby e altre quattro attiviste pro-famiglia, come “zombie”, nazisti tornati in vita dalle loro tombe dopo il 1945, che meritano ogni beffa, e anche di “un tiro al cervello”, come diceva uno degli attori, tacciandoli di “minaccia contro l’umanità. Poche ore dopo il veicolo di una delle minacciate è stato trovato bruciato. Una settimana dopo un’altra denunciava lo stesso attentato. Di tutti questi temi tratteremo ora con Gabriele Kuby.
Il relativismo e l’annullamento della concezione cristiana dell’uomo sono alla base di questa rivoluzione sessuale, con gravi conseguenze: distruzione della famiglia e crisi demografica”.
In La rivoluzione sessuale globale lei cerca di metterci in guardia circa le gravi conseguenze di questa ideologia. Perché è importante prendere coscienza di ciò?
A seconda di come si intenda la sessualità, così andrà la famiglia. A seconda di come sarà la famiglia, così sarà la società. Le norme sessuali hanno una enorme e decisiva influenza nella costruzione di tutto l’edificio e la cultura che lo conforma. L’antropologo Joseph Daniel Unwain, professore a Oxford nella decada degli anni dal 1930, mostrò nel suo libro Sesso e cultura (J. D. Unwain, Sex and Culture, Oxford University press 1934, che la Cultura con la maiuscola, può esistere solo con delle chiare norme sulla sessualità.
La cultura cristiana europea si basa sull’ideale della monogamia. Ma ora assistiamo a una rivoluzione culturale che demolisce la morale sessuale. Le gravi conseguenze che ne derivano sono ovvie: la distruzione della famiglia e la crisi demografica. I poteri mondiali, però, continuano ad obbligare tutte le nazioni a intraprendere questa rivoluzione sessuale.
Davvero la disgregazione morale necessita di una maggiore libertà?
Per disfarsi di qualsiasi restrizione sull’attività sessuale si vuol confondere la gente con la tentazione della”liberazione sessuale”. Tutti sanno per esperienza che è necessario stabilire un controllo sugli impulsi e desideri del corpo, siano essi il sesso, il cibo o il bere… Al contrario saranno questi impulsi a controllarci, a dirigerci. Per questo la temperanza è una delle virtù cristiane.
L’esplosione della pornografia attraverso internet crea milioni di persone schiave del sesso. Tragicamente sempre più giovani si trovano davanti a questo fenomeno. Fino a quando il matrimonio e le famiglie si pongono come freno, se il marito e la moglie optano per l’infedeltà per rispondere ai loro desideri sessuali, è perché non hanno imparato a metterli al servizio dell’espressione dell’amore.
Come nasce questa rivoluzione sessuale?
Seguendo le idee che hanno dato impulso alla rivoluzione sessuale, bisogna ricordare il filosofo greco Protagora, il quale ha proclamato che “l’uomo è la misura di tutte le cose”. Questa credenza è alla base del relativismo, il quale afferma che non ci sono valori morali assoluti. Poi la Rivoluzione Francese annullò la concezione cristiana dell’uomo, come essere creato da Dio e, in ultima istanza, responsabile davanti a Dio.
Da allora molte menti “sublimi” hanno apportato idee filosofiche e psicologiche e la esperienza rivoluzionaria e culturale. Tutti questi erano simpatizzanti dei movimenti politici comunisti e liberali. Per citarne alcuni: Karl Marx e Friedrich Engels; Sigmund Freud, Simone de Bovoir, Alfred Kinsey, il rivoluzionario sessuale puro e semplice Wilhelm Reich, e i filosofi Adorno, Horkheimer e Marcuse, della cosiddetta Scuola di Francoforte (Frankfurter Schule).
Il marxismo, il femminismo radicale e la “liberazione sessuale” si uniscono per sterminare fin dalle loro radici i valori cristiani, ribellandosi contro qualsiasi autorità”.
Che cosa volevano realizzare in concreto il movimento del maggio del 1968, il femminismo radicale e il marxismo con questa ideologia?
Ciò che fece cambiarla società nel suo insieme fu la ribellione studentesca del 1968, che prese impulso dalle idee della Scuola di Francoforte, che mise in pratica le idee di Wilhelm Reich. Il marxismo, il femminismo radicale e la “liberazione sessuale” si unirono per attaccare il sistema di valori cristiani e per sradicarli dal cuore della gente, che doveva ribellarsi contro qualsiasi autorità.
Erano i bambini in maniera speciale l’obiettivo immediato dei rivoluzionari. Per essi crearono le cosiddette antiautoritarie “terre dei bambini. In esse i minori potevano fare quello che volevano, incoraggiandoli verso i giochi erotici.
Come si riflettono queste premesse del 68 sulla nostra attualità?
I fini del movimento del 68 si sono trasformati nell’attuale programma delle Nazioni Unitee dell’Unione Europea, includendo inoltre la applicazione mondiale dei cosiddetti “diritti” LGBT e la decostruzione dell’identità maschile e femminile.
Come si decostruisce l’identità maschile e femminile?
Mediante la deregolamentazione delle norme sessuali e la promozione dei privilegi LGBT, aggiungendo il riconoscimento come “matrimonio” alle unioni di persone dello stesso sesso e i “diritti” dei trans gender; con la neutralizzazione della famiglia attraverso i mezzi ideologici ed economici (imposte e sistemi di Sicurezza Sociale, che penalizzano le madri e le famiglie); la collettivizzazione dei minori di tre anni in nidi statali; la sessualizzazione dei bambini con l’educazione sessuale obbligatoria nelle scuole; la eliminazione degli “stereotipi di genere” mediante metodi pedagogici nelle scuole e negli asili nido.
 Si tratta di una strategia delle Nazioni Unite, Unicef, Planned Parenthood o di corporazioni come Apple e Microsoft”.
E chi sta dietro a tutto ciò?
Questi attacchi contro le basi di una società sana e vivibile. Creano masse di sradicati che sono facilmente manipolabili. Non è solo la strategia delle Nazioni Unite. Della UE, ma anche di una rete di agenzie dell’’ONU, come la OMS e l’UNICEF; ONG globali come Planned Parenthood e la Associazione Internazionale di Lesbiche, Gay. Bisessuali, Trans e Intersex (ILGA); corporazioni multinazionali come Apple, Microsoft, Google, Facebook …; così come da fondazioni multimilionarie, come Rockefeller e Gates, con l’appoggio dei mezzi di comunicazione.
Quali sono le conseguenze del concetto di “genere”, che i gruppi di pressione LGBT cercano di imporre alla società?
L’obiettivo di implementare con sofisticati metodi di ingegneria sociale l’ideologia di genere, è la decostruzione dell’identità dell’uomo e della donna, e tutto ciò che ha a che fare con la moralità ai livelli più profondi. Dopo l’errore della Corte Suprema degli Stati Uniti, del giugno 2015, assistiamo a una nuova onda di attivismo “trans” procedente da quel paese. Barak Obama, presidente della nazione che dovrebbe guidare il mondo, ora è alla guida della cosiddetta “battaglia per il bagno”, che vorrebbe imporre per legge che una persona transessuale possa usare il bagno e lo spogliatoio del sesso a sua scelta.
Che il 99% della popolazione degli Stati Uniti abbia dei problemi quando appartenenti al sesso opposto entrino nei bagni o nei WC, specialmente quando vengono utilizzati da bambini, non sembra preoccupare i politici.
Assistiamo alla promozione dell’aborto e degli anticoncezionali, molto spesso proposte attraverso catastrofistiche teorie sulla sovrappopolazione mondiale, attraverso cui cercano di giustificare un controllo della natalità. Lo considera realista?
Un motivo ovvio per queste politiche distruttive è quello di ridurre la popolazione della terra. Questa è la politica estera seguita dalla UE fin dalla decada del 1970. Però il vero problema è il declino demografico, col quale si confrontano quasi tutte le nazioni industrializzate, ma che ora si presenta anche nei paesi in via di sviluppo.
È una conseguenza del separare il sesso dal suo significato di funzione esistenziale, la procreazione attraverso gli anticoncezionali e l’aborto. Da qui la forte battaglia che ci viene dall’ONU e dalla UE affinché l’aborto venga riconosciuto come “diritto umano”. Fin dove è giunta l’umanità dalla proclamazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948?
L’ideologia di genere, oltre a cambiare il sistema legale e sessualizzare i bambini per mezzo della scuola statale, questa ideologia si insinua nel cervello e nella psiche della gente”.
Di quali altri strumenti si servono per cambiare la società?
A parte il fatto di cambiare il sistema legale e di sessualizzare i bambini attraverso la forza dello Stato, questa ideologia si insinua nel cervello e nella psiche delle persone attraverso i mezzi di comunicazione, l’industria dell’intrattenimento (principalmente la musica e il cinema), e la pornografia.
La pornografia è un affare di migliaia di milioni di dollari. Guardare pornografia è una droga, come lo è la droga chimica, e distrugge matrimoni e famiglie, portandole in una china scivolosa verso la delinquenza sessuale.
Perché non esiste nessuna campagna della UE contro la pornografia, mentre invece c’è contro il tabacco? La differenza è che il tabagismo non distrugge la famiglia, mentre la pornografia si!
Lei ha vissuto un cambio profondo: dal movimento rivoluzionario del 1968 a coraggiosa attivista contro le stragi della Rivoluzione sessuale globale; un “risveglio” che attribuisce alla sua conversione al cattolicesimo. Che cosa apporta l’umanesimo cristiano, e in concreto la Chiesa Cattolica, a questa battaglia culturale?


Mi sono convertita al cattolicesimo 20 anni fa. Ho scoperto in esso una grande quantità di insegnamenti sui problemi dell’uomo e della donna, sulla famiglia e la sessualità.
San Giovanni Paolo II dedicò la sua vita, il suo papato, a questa questione, fondata sull’EnciclicaHumanae Vitae di Paolo VI. Anche Benedetto XVI è uno dei grandi analisti e visionari del nostro tempo. Tutto ciò per quanto riguarda la parte intellettuale.
Ma c’è anche il lato spirituale, infatti la conversione porta a un cambio di vita. Gesù dice: “Chi mi ama osserverà i miei comandamenti Giovanni 14,15”. Osservare i comandamenti permette allo Spirito Santo di illuminare il nostro intelletto e di cambiare la nostra vita.
Che cosa dobbiamo fare come cittadini, quando non riusciamo nemmeno a percepire i rischi che sono nascosti in questa rivoluzione sessuale, per il futuro delle nostre società?
Non osservare i comandamenti, separarsi da Dio con il peccato, ci rende ciechi. I mezzi di comunicazione fanno il possibile perché qualsiasi tipo di peccato sembri accettabile, perché le persone perdano ogni capacità di discernimento fra il bene e il male.
Nella Bibbia leggiamo: “Ho posto davanti a te la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita, perché possa vivere tu e la tua discendenza. (Dt. 30,19). Le statistiche sulla disintegrazione famigliare, sull’alta percentuale di disturbi psicologici nei bambini, o il grido della crisi demografica incombono su di noi, ma i nostri orecchi si sono intorpiditi.
Non sappiamo nemmeno in che fase della storia dell’umanità siamo. Però come credenti sappiamo che la storia umana ha un fine buono. Ognuno di noi può scegliere la vita e utilizzare i suoi talenti per lavorare per essa.
Ci sono innumerevoli iniziative cristiane che fanno proprio questo. HazteOir.org è una di esse. Saper stare al fianco di chi si impegna per la vita, che alla fine è stare nel “lato giusto della storia”, ti permette di vivere felice e in pace.
Cristina Castro

mercoledì 2 marzo 2016

L’Anticristo è già tra noi

Presentazioni: ARMAGHEDDO - Il regno dell'Anticristo

Ott 2014
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L’Anticristo è già tra noi
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di p. Piero Gheddo

L’Anticristo è il Demonio e tutte le forze del male che si oppongono alla venuta del Regno di Dio e di Cristo negli ultimi giorni, ma anche nella storia dell’uomo (Apocalisse, I e II Lettera di Giovanni, II Lettera di Paolo ai Tessalonicesi). Ma è anche il titolo del libro di Friedrich Nietzsche (1844-1900), che un laico cattolico, Agostino Nobile, ha commentato nel volumetto pubblicato nel luglio 2014: “Anticristo superstar” (Edizioni Segno, Udine – pagg. 120). Agostino Nobile, sposato e padre di due figli, professore di storia della musica, 25 anni fa decise di lasciare l’insegnamento per studiare le culture non cristiane ed è vissuto per dieci anni nel mondo musulmano, indù e buddista, esperienza che ha rafforzato la sua fede cattolica. Nobile vive oggi in Portogallo con la sua famiglia, si dedica agli studi per approfondire la sua fede e ha lavorato fino ad un anno fa come pianista e cantante.


Ecco le battute di partenza di “Anticristo superstar”: “Quando anni fa mi capitò di leggere L’Anticristo di Friedrich Nietzsche, pensai di trovarmi di trovarmi di fronte ad un insano di mente. Oggi l’Anticristo è diventato il Referente imprescindibile di tutti i governi occidentali. Se a Friedrich Nietzsche avessero detto che in poco più di cent’anni il suo “Anticristo” sarebbe stato una superstar, l’avrebbe considerata una ridicola provocazione” (il libro di Nietzsche è del 1888) .

E continua: “L’Anticristo ha persuaso l’uomo che potrà essere felice solo quando soddisferà liberamente i propri istinti, eliminando il concetto del bene e del male, il concetto del bene e del peccato. Il peccato, si sa, pesa, e l’idea di liberarsene una volta per tutte, oggi più che mai è diventata una vera smania. Nel secolo scorso l’Anticristo ci convinse che “Dio è morto”, per poi eliminare milioni di esseri umani (attraverso le ideologie ispirate a questa convinzione). Oggi ci ha intruppati in una nuova ideologia, per annullare la natura stessa dell’uomo. Nel suo piano muta i metodi, ma il fine è sempre lo stesso: dimostrare a Dio che la sua creatura prediletta è l’essere più idiota del creato”.

Il pamphlet di Nobile, di poche pagine ma denso di fatti e di idee e facile da leggere, è tutto un esame storico e attuale di come l’idea centrale di Nietzsche e le altre espressioni seguenti si stanno realizzando. La convinzione basilare di Nietzsche è questa: “Io definisco il cristianesimo l’unica grande maledizione, unica grande intima perversione, unico grande istinto di vendetta, per il quale nessun mezzo è abbastanza velenoso, occulto, sotterraneo, piccino. Io lo definisco: l’unico imperituro marchio di abominio dell’umanità”.

Agostino Nobile affronta L’Anticristo a mo’ di botta e risposta. Ha estratto dal volume del filosofo tedesco le molte proposte e previsioni che riguardano la “Guerra mortale contro il vizio e il vizio è il cristianesimo” e con una carrellata storica di duemila anni dimostra con riferimenti storici e attuali, come questi sogni di Nietzsche si sono gradualmente realizzati e ancor oggi si stanno realizzando, con l’educazione dei minori, la cultura dominante, i costumi e le leggi che riportano i popoli cristiani a ridiventare pagani. Il capitolo più provocatorio per noi, uomini d’oggi, è quello finale col titolo Anticristo Superstar (che è quello del libro divulgativo), dove Agostino Nobile dimostra che nel nostro tempo la “guerra mortale contro il cristianesimo” è giunta quasi al termine, poiché i sogni di Nietzsche stanno influenzando e orientando i governi dei paesi cristiani (cioè occidentali) e l’Onu con i suoi organismi.

Ecco un solo esempio di questa corrente della cultura e della legislazione che si sta imponendo nel nostro tempo. Noi anziani o persone di mezza età non ce ne accorgiamo, ma la massima autorità mondiale della sanità vuol imporre ai bambini delle scuole aberrazioni di questo. L’Oms dell’Onu (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha diffuso a tutti i governi europei un vademecum per promuovere nelle scuole corsi di sessuologia: “Standard dell’Educazione Sessuale in Europa” (consultabile su Internet), dove tra l’altro si legge: “ai bimbi da 0 a 4 anni gli educatori dovranno trasmettere informazioni sulla masturbazione infantile precoce e scoperta del corpo e dei genitali, mettendoli in grado di esprimere i propri bisogni e desideri, ad esempio nel gioco del “dottore”… Dai 4 ai 6 anni i bambini dovranno essere istruiti sull’amore e le relazioni con persone dello stesso sesso… Con i bambini dai 6 ai 12 anni i maestri terranno lezioni sui cambiamenti del corpo, mestruazione ed eiaculazione, facendo conoscere i diversi metodi contraccettivi. Nella fascia puberale tra i 12 e i 15 anni gli adolescenti dovranno acquisire familiarità col concetto di “pianificazione familiare” e conoscere il difficile impatto della maternità in giovane età, con la consapevolezza di un’assistenza in caso di gravidanze indesiderate e la relativa presa di decisione”.

Leggendo questo documento dell’Onu, che suscita sgomento e paura, mi vengono in mente i molti testi di Giovanni Paolo II e di Papa Benedetto su questo tema: “La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica” (Caritas in Veritate, 75), in questo senso: nel secolo scorso il “problema sociale” più grave era l’equa distribuzione della ricchezza e del benessere fra ricchi e poveri; oggi il maggior “problema sociale” è la distruzione della famiglia naturale e il pansessualismo che riducono rapidamente la popolazione mondiale promuovendo l’aborto, il matrimonio fra persone dello stesso sesso, l’eutanasia e l’eugenetica e tante altre aberrazioni, fino alla clonazione di esseri umani, oggi tecnicamente possibile e già sperimentata. Benedetto XVI scrive (Caritas in Veritate, 75): “Non si possono minimizzare gli scenari inquietanti per il futuro dell’uomo e i nuovi potenti strumenti che la “cultura della morte” ha messo nelle mani dell’uomo. Alla diffusa, tragica piaga dell’aborto si potrebbe aggiungere in futuro, che è già abusivamente in atto, una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite”.

Si giungerebbe così alla meta finale di quanto Nietzsche sognava: “Un mondo abitato e dominato da Superuomini che hanno imposto la loro volontà di potenza agli uomini inferiori, mediocri e comuni”, per cui era necessario “stabilire i valori della società e dello Stato in favore dell’individuo più forte, del Superuomo (l’uomo eletto, geniale, l’artista creatore che vince l’uomo medio) e della superiorità di razza e di cultura” (“Enciclopedia cattolica”, Città del Vaticano 1952). Non meraviglia che Nietzsche, messosi al servizio del nazionalismo tedesco, abbia profondamente influenzato il nazismo e la sua nefasta ideologia!

Ma è ancora più scandaloso che il nostro Occidente, con profonde radici cristiane, che si ritiene libero, democratico, istruito, laico, evoluto, popolare, sia incamminato, senza forse averne coscienza, sulla stessa via che conduce al nichilismo, alla distruzione della natura umana e alla morte. Come popolo, abbiamo tolto il Sole di Dio dal nostro orizzonte umano, vogliamo fare a meno di Dio e di Gesù Cristo e non abbiamo più nessuna luce di speranza nel nostro futuro.

Piero Gheddo

mercoledì 17 febbraio 2016

CON QUALE DIRITTO ?

CON QUALE DIRITTO ?
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“[…]Con quale diritto, dunque, una coppia di omosessuali (maschi o femmine) chiede d’adottare un bambino? Con quale diritto pretende d’allevare un bambino dentro una visione distorta della Vita cioè con due babbi o due mamme al posto del babbo o della mamma?

E nel caso di due omosessuali maschi, con quale diritto la coppia si serve d’un ventre di donna per procurarsi un bambino e magari comprarselo come si compra un’automobile? Con quale diritto, insomma, ruba a una donna la pena e il miracolo della maternità?
Il diritto che il signor Zapatero ha inventato per pagare il suo debito verso gli omosessuali che hanno votato per lui?!?

Io quando parlano di adozione-gay mi sento derubata nel mio ventre di donna. Anche se non ho bambini mi sento usata, sfruttata, come una mucca che partorisce vitelli destinati al mattatoio.

E nell’immagine di due uomini o di due donne che col neonato in mezzo recitano la commedia di Maria Vergine e San Giuseppe vedo qualcosa di mostruosamente sbagliato. Qualcosa che mi offende anzi mi umilia come donna, come mamma mancata, mamma sfortunata. E come cittadina. Sicché offesa e umiliata dico: mi indigna il silenzio, l’ipocrisia, la vigliaccheria, che circonda questa faccenda.

Mi infuria la gente che tace, che ha paura di parlarne, di dire la verità. E la verità è che le leggi dello Stato non possono ignorare le leggi della Natura. Non possono falsare con l’ambiguità delle parole «genitori» e «coniugi» le Leggi della Vita. Lo Stato non può consegnare un bambino, cioè una creatura indifesa e ignara, a genitori coi quali egli vivrà credendo che si nasce da due babbi o due mamme non da un babbo e una mamma.

E a chi ricatta con la storia dei bambini senza cibo o senza casa (storia che oltretutto non regge in quanto la nostra società abbonda di coppie normali e pronte ad adottarli) rispondo: un bambino non è un cane o un gatto da nutrire e basta, alloggiare e basta. E’ un essere umano, un cittadino, con diritti inalienabili. Ben più inalienabili dei diritti o presunti diritti di due omosessuali con le smanie materne o paterne. E il primo di questi diritti è sapere come si nasce sul nostro pianeta, come funziona la Vita nella nostra specie. Cosa più che possibile con una madre senza marito. Del tutto impossibile con due «genitori» del medesimo sesso.”

Oriana Fallaci

mercoledì 3 febbraio 2016

Vacca: Family day non reazionario, la sinistra rischia la deriva nichilista

L’INTERVISTA

Vacca: Family day non reazionario,
la sinistra rischia la deriva nichilista

di Massimo Rebotti

Giuseppe Vacca è un filosofo marxista, una vita nel Pci e nelle sue successive declinazioni, fino al Pd di cui è uno degli intellettuali più autorevoli. Nel 2012, insieme ad altre figure di riferimento della sinistra, come Mario Tronti e Pietro Barcellona, firma un documento sulla «emergenza antropologica»: si sostiene che esistono «valori non negoziabili» e si apprezza l’impegno della Chiesa, allora di Benedetto XVI, per difenderli . Ai firmatari viene affibbiata l’etichetta di «marxisti ratzingeriani». Qualche anno dopo quei temi sono al centro del dibattito sulle unioni civili; il professor Vacca ha seguito con attenzione sia il Family day che le iniziative a favore del ddl Cirinnà. 

Che cosa pensa di chi dice che le piazze contro le unioni civili sono reazionarie ?

«Definire il Family day reazionario è assolutamente improprio. Su come regolare le questioni della vita non si può applicare la coppia progresso-reazione. Quella folla esprime un modo di vedere la famiglia che appartiene a una vasta parte della società italiana».



Hanno quindi ragione i manifestanti del Family day?

«Sul punto sì, il problema c’è. Così come penso che non sia necessario declinare al plurale la famiglia, che è una. Detto questo, è necessario riconoscere le unioni civili».

C’è un clima da fronti contrapposti?

«Direi di no. Al netto delle sigle politiche che si sono aggiunte, penso che entrambe le piazze fossero dialoganti. Chiunque giochi alla contrapposizione, sbaglia».

Un passo avanti rispetto ad altri «scontri» tra laici e cattolici?

«Sì, il confronto è più maturo rispetto ai tempi dell’aborto o del divorzio. Basta guardare l’intervista, molto bella, che il cardinale Ruini ha rilasciato alCorriere quando ha detto che non c’è una sola modernità».

A proposito di modernità: lei ha parlato di una «emergenza antropologica».

«È un’epoca in cui ci sentiamo sottoposti a varie minacce, il discrimine tra il naturale e l’artificiale si mescola, non ci sono solo “magnifiche sorti e progressive”. È una deriva per cui, come diceva Margaret Thatcher, la società non esiste ma esistono solo gli individui».

C’entra con le unioni civili?

«Come si fa a dire, per esempio, che avere un figlio è un diritto? Come si può pensare di declinare tutto nella chiave della libertà individuale, come se ciò che accade prescindesse dal modo in cui si compongono le volontà e le coscienze dei gruppi umani?».

Sbaglia la sinistra a fare dei diritti individuali il fulcro della sua azione politica?

«Assolutamente sì. La sinistra subisce una deriva nichilista, in termini marxisti la definiremmo spontaneista».

Cioè?

«Non è più capace di grandi visioni sul mondo, dalle guerre ai conflitti economici. Assolve mediamente i suoi compiti nazionali, ma sui grandi scenari mostra un impoverimento culturale che genera analisi povere. Negli anni Settanta laici e cattolici hanno fatto la più bella riforma del diritto di famiglia. E dopo? Di fronte a quello che cambia su questi temi, la sinistra non ha più niente da dire? Penso al referendum sulla fecondazione assistita quando tutto è stato ridotto a uno scontro tra fede e scienza. Insomma, il professor Veronesi è un grande medico, ma non uno statista...».



Si sente equidistante?

«No. Io penso che sia un bene che la legge sulle unioni civili passi. Ma si deve risolvere il nodo della stepchild adoption: trovo fondate le osservazioni di chi dice che può essere un modo surrettizio per introdurre la maternità surrogata, l’utero in affitto».



La piazza cattolica le è sembrata più consapevole dei «grandi scenari»?

«Lì si è manifestato un denominatore comune, la nostra civiltà cristiana. È una grande eredità».


domenica 28 giugno 2015

Famiglia. Caffarra: «Bisogna che il popolo combatta per la legge come per le mura della città»

Famiglia. Caffarra: «Bisogna che il popolo combatta per la legge come per le mura della città» 

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giugno 19, 2015 Luigi Amicone
«La manifestazione delle famiglie? È un’iniziativa da sostenere, non si può tacere». Intervista al cardinale di Bologna
Il cardinale di Bologna Carlo Caffarra in una foto d'archivio. NUCCI/BENVENUTI - ANSAQuesta intervista al cardinale Carlo Caffarra, tratta dal numero di Tempi in edicola, fa parte della serie “Ragione Verità Amicizia”, il manifesto dei nostri vent’anni e della Fondazione Tempi (una proposta che si può sottoscrivere in questa pagina).
Siamo sulla strada. E ci tocca andare senza scodinzolare al primo che passa. E ci getta un osso. E ci vuole accarezzare mentre con l’altra mano gira lo spiedo di una vita umana. Come in un romanzo di Cormac McCarthy. Ci tocca spingere il carrello dentro la pace prenucleare (ma «la guerra avanza», ha ridetto a Sarajevo papa Francesco). «Siamo ancora noi i buoni?». «Sì, siamo ancora noi i buoni». «E portiamo il fuoco?». «Sì, portiamo il fuoco». Il fuoco sotto la cenere. Il fuoco sotto la grande Dissipatio HG di Guido Morselli. E di Maurizio Foglietti. «La vita non ha più senso», ha scritto prima di abbandonarsi a una corda. Il pilota Alitalia che da un attimo di notorietà è trascorso penzoloni in un garage. Povera umanità che tutti vanno a cercare in un momento di celebrità. E poi più nessuno.
Se tra le pietre della Legge il sangue dell’uomo dissecca. Se la verità di oggi è la stessa di ieri ma la Legge l’ha pietrificata. Dalla corrente fredda del nuovo mondo celebrato dai Ceo di Apple e dal Ceo Obama, emergono relitti fonico-visivi che ci tengono compagnia. E sono ciò che di più diretto ci rimanga dei “fratelli uomini”.
Se non ti ribelli alla misura che stabilisce il flusso dell’informazione luciferina che corre come criceto instancabile sulla ruota digitale. Se non ti gratti via la rogna della mimesis con le morte frasi fatte del potere. Se sei connivente con i relitti che parlano a vanvera. Non succede mai niente. A meno che tu abbia il coraggio dello scrittore Giorgio Ponte. «Se negli anni Cinquanta non avrei potuto dire di provare attrazione per persone del mio stesso sesso, non è ammissibile che oggi io debba avere paura di dire che per me la famiglia può essere formata solo da un uomo e da una donna». È così che siamo arrivati a sguainare spade per dimostrare che le foglie d’estate sono verdi.
Chesterton non avrebbe mai immaginato di aver avuto torto in tutto, tranne che nell’aver ragione. Passeranno le unioni gay. E tutto il resto. E saluteranno i funzionari del partito dell’amore seduti sulle tribune accanto alle loro Lady Gaga, marciando al passo dell’oca e nella borraccia il whiskey dell’epilogo giovanneo al referendum irlandese. «Same-sex marriage. Siamo la luce del mondo». Dunque, che resiste a fare al dublinese che è in ciascun europeo il buon Carlo Caffarra, eminenza, arcivescovo e cardinale di Santa Romana Chiesa nella città che già sfolgora di luce neoevangelica irlandese? Dove gli asili sono avanti nell’istruire le femminucce alle emozioni dei soldatini azzurri e i maschietti al gioco delle bamboline?
famiglia-manifestazione-roma-tempi-copertinaVivacità di occhi e di mente. Due anni fa Caffarra presentò a papa Francesco la sua rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Bologna per raggiunti limiti di età. Il Papa rispose per il tramite della Nunziatura apostolica in Italia che «è volontà del Santo Padre che continui ancora per due anni il suo ministero episcopale a Bologna». Ora, dopo essere stato dodici anni alla guida della diocesi, il cardinale è in procinto di lasciare Bologna. Ma che bella persona è questo ultrasettantenne che regge per gli ultimi giorni la cattedra di san Petronio. Sfida il sentimento del tempo con la profezia. E implora in cuor suo: «Fino a quando Signore?».
Dopo il voto del Parlamento europeo che raccomanda il riconoscimento delle unioni e dei matrimoni tra le persone dello stesso sesso (e il sottotesto è: avanti con l’implementazione dell’educazione al gender), siamo venuti a trovarlo. «Unioni gay e gender. Fossero teorie sarebbe più facile il dialogo», ci dice il cardinale. «Poiché le teorie sono ipotesi che non temono di sottoporsi alla prova di falsificazione. E invece sono ideologia. Dunque bramano solo imposizione e non voglio dialogare con chicchessia».
E dunque ci siamo. Dopo il referendum di Dublino e il voto del Parlamento di Strasburgo che raccomanda a tutti paesi dell’Unione l’istruzione di massa al gender e legislazioni matrimoniali gay friendly, viene il momento di allinearsi anche per l’Italia. “Fanalino di coda” dell’Europa, come dice il giornalismo giunto nella fase della sua automatizzazione e immissione nella catena di montaggio fordista. Come con la misericordia, per non essere forzata la scrittura deve rispettare la libertà. Abbiamo trovato Caffarra con un nucleo di pensieri già in canna. E perciò abbiamo schiacciato l’appunto vocale di iPhone e abbiamo lasciato che il cardinale svolgesse liberamente le sue riflessioni. Non abbiamo inventato domande per spezzare un testo che si tiene. Infine, anche i due quesiti dell’intervistatore seguono logicamente i pensieri del cardinale. Sentite qua.
Il tramonto di una civiltà
«Io ho fatto diversi pensieri a partire da quella mozione votata al Parlamento europeo. Il primo pensiero è questo: siamo alla fine. L’Europa sta morendo. E forse non ha neanche più voglia di vivere. Poiché non c’è stata civiltà che sia sopravvissuta alla nobilitazione dell’omosessualità. Non dico all’esercizio dell’omosessualità. Dico: alla nobilitazione della omosessualità. Faccio un inciso: qualcuno potrebbe osservare che nessuna civiltà si è mai spinta ad affermare il matrimonio tra persone dello stesso sesso. E invece bisogna ricordare che la nobilitazione è stata qualcosa di più del matrimonio. Presso vari popoli l’omosessualità era un atto sacro. Infatti l’aggettivo usato dal Levitico per giudicare la nobilitazione della omosessualità attraverso il rito sacro è: “abominevole”. Rivestiva carattere sacrale presso i templi e i riti pagani».

«Tanto è vero che le uniche due realtà civili, chiamiamole così, gli unici due popoli che hanno resistito lungo millenni – e in questo momento penso innanzitutto al popolo ebreo – sono stati quei due popoli che soli hanno condannato l’omosessualità: il popolo ebreo e il cristianesimo. Dove sono oggi gli assiri? Dove sono oggi i babilonesi? E il popolo ebreo era una tribù, sembrava una nullità al confronto di altre realtà politico-religiose. Ma la regolamentazione dell’esercizio della sessualità quale ad esempio noi troviamo nel libro del Levitico, è divenuta un fattore altissimo di civiltà. Questo è stato il mio primo pensiero. Siamo alla fine».
Satana contro le evidenze
«Secondo pensiero, di carattere prettamente di fede. Davanti a fatti di questo genere io mi chiedo sempre: ma come è possibile che nella mente dell’uomo si oscurino delle evidenze così originarie, come è possibile? E la risposta alla quale sono arrivato è la seguente: tutto questo è opera diabolica. In senso stretto. È l’ultima sfida che il satana lancia a Dio creatore, dicendogli: “Io ti faccio vedere che costruisco una creazione alternativa alla tua e vedrai che gli uomini diranno: si sta meglio così. Tu gli prometti libertà, io gli propongo la licenza. Tu gli doni l’amore, io gli offro emozioni. Tu vuoi la giustizia, io l’uguaglianza perfetta che annulla ogni differenza”».

«Apro una parentesi. Perché dico “creazione alternativa”? Perché se noi ritorniamo, come Gesù ci chiede, al Principio, al disegno originario, a come Dio ha pensato alla creazione, noi vediamo che questo grande edificio che è il creato, si regge su due colonne: il rapporto uomo-donna – la coppia – e il lavoro umano. Noi stiamo parlando adesso della prima colonna, ma anche la seconda si sta distruggendo. Vediamo, per esempio, con quanta difficoltà oggi si possa ancora parlare del primato del lavoro nei sistemi economici. Ma qui mi fermo perché non è il tema della nostra conversazione. Siamo dunque di fronte al tentativo diabolico di edificare una creazione alternativa, sfidando Dio nel senso che l’uomo finirà col pensare che si sta meglio in questa creazione alternativa. Si ricorda la Leggenda del Grande Inquisitore?».
«Fino a quando Signore?»
«Il terzo pensiero mi è venuto in forma di domanda: “Fino a quando Signore?”. E allora risuona sempre nel mio cuore la risposta che dà il Signore nell’Apocalisse. Nel libro si narra che ai piedi dell’altare celeste ci sono gli uccisi per la giustizia, i martiri, che dicono continuamente “fino a quando Signore non vendicherai il nostro sangue?” (cfr. Ap 6, 9-10). E così, mi viene da dire: fino a quando Signore non difenderai la tua creazione? Ed ancora la risposta dell’Apocalisse risuona dentro di me: “Fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni”. Che grande mistero è la pazienza di Dio! Penso alla ferita del Suo cuore, diventata visibile, storica, quando un soldato ha aperto il costato a Cristo. Perché di ogni cosa e creatura creata la Bibbia dice “e Dio vide che era cosa buona”. Infine, al culmine della creazione, dopo quella dell’uomo e della donna, “e Dio vide che tutto era molto buono”. La gioia del grande artista! Adesso questa grande opera d’arte è totalmente sfigurata. E lui è paziente e misericordioso. E dice, a chi gli domanda “fino a quando?”, di aspettare. “Fino a quando il numero degli eletti non è compiuto”».

La forza del Redentore
«Ed ecco l’ultimo pensiero. Un giorno, quando ero arcivescovo a Ferrara, mi trovavo in uno dei paesini più sperduti, nel delta del Po. Un posto che sembra la fine della Terra, in mezzo a una di quelle gincane che fa il grande fiume, che va un po’ dove vuole prima di andare in mare. Vi incontrai per motivo di catechesi un gruppo di pescatori, gente che letteralmente passa la maggior parte della sua vita in mare. Uno di loro mi fece questa domanda: “Lei pensi al mondo come a uno di quei vasi cilindrici in cui noi mettiamo i pesci appena pescati, ecco il mondo è questa specie di barile e noi siamo come pesci appena pescati. La domanda è: il fondo di questo barile come si chiama, che nome ha?”. Pensi, un pescatore che pone la domanda che è all’inizio di tutta la filosofia: come si chiama il fondo di tutte le cose? E allora io, molto colpito da questa domanda, gli risposi : “Non si chiama caso, il fondo; si chiama gratuità e tenerezza di uno che ci tiene tutti abbracciati”. In questi giorni ho ripensato alla domanda e alla risposta che diedi a quel vecchio pescatore perché mi chiedo: tutto questo tentativo di sfigurare e distruggere la creazione, ha una tale forza che alla fine vincerà? No. Io penso che c’è una forza più potente che è l’atto redentivo di Cristo, Redemptor Hominis Christus, Cristo redentore degli uomini».

Il compito dei pastori e degli sposi
«Ma faccio un’altra riflessione, suscitata proprio dai pensieri di questi giorni. Ma io, come pastore, come faccio ad aiutare la mia gente, il mio popolo, a custodire nella mente e nella coscienza morale, la visione originaria? Come faccio a impedire l’oscuramento dei cuori? Penso ai giovani, a chi ha ancora il coraggio di sposarsi, ai bambini. E allora penso a cosa si fa normalmente nel mondo comune quando si deve affrontare una pandemia. Gli organismi pubblici responsabili della salute dei cittadini cosa fanno? Agiscono sempre secondo due direttrici. La prima: intanto curano chi è malato e cercano di salvarlo. Seconda, non meno importante e, anzi, decisiva, cercano di capire perché e quali siano le cause della pandemia, in modo da elaborare una strategia di vittoria. Così adesso la pandemia è qui. E come pastore ho la responsabilità di guarire e di impedire che le persone si ammalino. Ma nello stesso tempo ho il grave dovere di avviare un processo, cioè un’azione di intervento che esigerà pazienza, impegno, tempo. E la lotta sarà sempre più dura. Tanto è vero che dico a volte ai miei sacerdoti: io sono sicuro che morirò nel mio letto. Sono meno sicuro per il mio successore. Probabilmente morirà alla Dozza (carcere di Bologna, ndr). Dunque, stiamo parlando di un processo lungo e che ci vedrà impegnati in un combattimento duro. Ma insomma, siamo chiamati a fare entrambe le cose: pronto intervento e lotta di lunga durata, una strategia d’urgenza e un lungo processo educativo».

«Ma chi sono gli attori di quest’ultimo, cioè di un’impresa per la quale occorrerà tempo e capacità di sacrificio? Sono fondamentalmente due, a mio avviso: i pastori della Chiesa, più precisamente i vescovi. E gli sposi cristiani. Per me questi saranno coloro che ricostruiranno le evidenze originarie nel cuore degli uomini».
«I pastori della Chiesa: perché loro esistono per questo. Hanno ricevuto una consacrazione finalizzata a questo, la potenza di Cristo è in loro. “Sono duemila anni che in Europa il vescovo costituisce uno dei gangli vitali, non soltanto della vita eterna, ma della civiltà” (G. De Luca). E una civiltà è anche l’umile, magnifica vita quotidiana del popolo generato dal Vangelo che il vescovo predica. E poi gli sposi. Perché il discorso razionale viene dopo la percezione di una bellezza, di un bene che tu vedi davanti agli occhi, il matrimonio cristiano».
E riguardo all’intervento di urgenza?
«Debbo confessare che io stesso mi trovo in difficoltà. E questo perché non raramente mi viene a mancare l’alleato che è il cuore umano. Penso alla situazione tra i giovani. Vengono e mi chiedono: “Perché dobbiamo impegnarci definitivamente, quando non si è neppure sicuri di arrivare a volersi bene fino a sera?”. Ora, di fronte a questa domanda io ho solo una risposta: raccogliti in te stesso e pensa a che esperienza hai fatto quando tu hai detto a una ragazza o a un ragazzo “ti voglio bene, ti voglio veramente bene”. Hai forse pensato nel tuo cuore: “Dono tutto me stesso a un’altra, ma solo per un quarto d’ora o al massimo fino a sera”? Questo non è nell’esperienza di un amore, che è dono. Questo è nella natura di un prestito, che è calcolo».

«Ora se riesci ancora a guidare la persona a questo ascolto interiore (Agostino), tu l’hai salvata. Perché il cuore non inganna. La grande tesi dogmatica della Chiesa cattolica: il peccato non ha corrotto radicalmente l’uomo. Questo la Chiesa l’ha sempre insegnato. L’uomo ha fatto dei disastri enormi, però l’immagine di Dio è rimasta. Io vedo oggi che i giovani sono sempre meno capaci di questo ritorno in se stessi. Lo stesso dramma di Agostino quando aveva la loro età. In fondo Agostino da che cosa fu commosso alla fine? Il vedere un vescovo, Ambrogio; il vedere una comunità che cantava con il cuore più che con le labbra la bellezza della creazione, Deus creator omnium, l’inno bellissimo di Ambrogio».
«Oggi questo è molto difficile con i ragazzi, però secondo me questo è l’intervento d’urgenza. Non ce n’è un altro. Se perdiamo questo alleato, che è il cuore umano – il cuore umano è l’alleato del Vangelo, perché il cuore umano è stato creato in Cristo in corrispondenza a Cristo –, se perdiamo dicevo questo alleato, io non vedo più strade».
«Un’ultima cosa vorrei dire. Più sono andato avanti nella mia vita, più ho scoperto l’importanza che hanno nella vita dell’uomo, in ordine ad una vita buona, le leggi civili. Ho capito quello che dice Eraclito: “Bisogna che il popolo combatta per la legge come per le mura della città”. Più sono invecchiato e più mi sono reso conto dell’importanza della legge nella vita di un popolo. Oggi sembra che lo Stato abbia abdicato al suo compito legislativo, abbia abdicato alla sua dignità, riducendosi a essere un nastro registratore dei desideri degli individui. Con il risultato che si sta creando una società di egoismi opposti, oppure di fragili convergenze di interessi contrari. Tacito dice: “Corruptissima re publica, plurimae leges”. Moltissime sono le leggi quando lo Stato è corrotto. Quando lo Stato è corrotto si moltiplicano le leggi. È la situazione di oggi».
«È un circolo vizioso perché da una parte le leggi sembrano appunto ridursi a nastro registratore di desideri. Questo inevitabilmente genera un sociale conflittuale, di lotta, di supremazia del più prepotente sul più debole, cioè la corruzione dell’idea stessa del bene comune, della res publica. Allora si cerca di rimediare con le leggi dimenticando che non ci saranno mai delle leggi così perfette da rendere inutile l’esercizio delle virtù. Non ci saranno mai. Qui, secondo me, noi pastori abbiamo una grande responsabilità, di aver permesso la irrilevanza culturale dei cattolici nella società. L’abbiamo permessa, quando non giustificata. Quando mai la Chiesa ha fatto questo? Quando mai i grandi pastori della Chiesa han fatto questo?».
Non ci resta che domandarle un pensiero sulla giornata del 20 giugno a Roma, dove cattolici e non cattolici manifesteranno perché venga mantenuto intatto a livello legislativo il principio che il matrimonio è tra un uomo e una donna e che il diritto di ogni bambino ad avere un padre e una madre, a essere educato e non manipolato con l’ideologia gender, va salvaguardato da ogni desiderio degli adulti e ogni istruzione di Stato.
«Non ho nessun dubbio nel dire che è una manifestazione positiva perché, come le dicevo, noi non possiamo tacere. Guai se il Signore ci rimproverasse con le parole del profeta: cani che non avete abbaiato. Lo sappiamo, nei sistemi democratici la deliberazione politica è presa secondo il sistema della maggioranza. E mi va bene perché le teste è meglio contarle che tagliarle. Però, di fronte a questi fatti non c’è maggioranza che mi possa far tacere. Altrimenti sarei un cane che non abbaia. Mi preme soprattutto, e ho molto apprezzato che quella giornata sia impostata su questo: la difesa dei bambini. Papa Francesco ha detto che il bambino non può essere trattato come una cavia. Si fanno degli esperimenti pseudo pedagogici sul bambino. Ma che diritto abbiamo di farlo? La cosa più tremenda, il logos più severo detto da Gesù, riguarda la difesa dei bambini».

«Quindi secondo me l’iniziativa romana è una cosa che andava assolutamente fatta. Il giorno dopo il Parlamento magari farà questa legge che riconoscerà le unioni tra persone dello stesso sesso. La faccia. Però sappia che è una cosa profondamente ingiusta. E questo glielo dobbiamo dire quel pomeriggio a Roma. Quando il Signore dice al profeta Ezechiele: “Tu richiama” e sembra che il profeta dica: “Sì, ma non mi ascoltano”. Tu richiama e sarà chi è da te richiamato responsabile, non tu, perché tu l’hai richiamato. Ma se tu non lo richiamassi, sei responsabile tu. Se noi tacessimo di fronte a una cosa così, noi saremmo corresponsabili di questa grave ingiustizia verso i bambini, che sono stati trasformati da soggetto di diritti come ogni persona umana, in oggetto dei desideri delle persone adulte. Siamo tornati al paganesimo, dove il bambino non aveva nessun diritto. Era solo un oggetto “a disposizione di”. Quindi, ripeto, secondo me è un’iniziativa da sostenere, non si può tacere».
Siamo di nuovo sulla strada. E camminando lungo il Corso verso la stazione di Bologna, tra la folla vestita di anarchia di immigrati, accattoni e fatica di cittadini italiani, penso che i vecchi sono vecchi. E va bene. Ma non so quanto sogno della giovinezza ci sia rimasto nelle nostra città, nei nostri templi di cultura e di educazione, di musica e di socializzazione, che l’astuzia interessata degli adulti non abbia spiato attentamente e sospinto in una omologazione menzognera. Forse uomini come Caffarra. Forse i bambini sulla strada. O l’assassino che mutò la reclusione in clausura (io ne conosco almeno un paio). Forse sono loro le Monica, gli Agostino, gli Ambrogio, il seme dei liberatori dell’oggi e del domani.
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