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venerdì 23 maggio 2014

Volevo dipingere il mondo» DON LORENZO MILANI e LA PITTURA

«Volevo dipingere il mondo» DON LORENZO MILANI e LA PITTURA 

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Non era solo sacerdote ed educatore, don Lorenzo Milani. Pittore e studente di Brera, abbandonò i pennelli entrando in seminario, e non ne volle più parlare. Una mostra al Diocesano racconta, attraverso alcune tele, un pezzo della sua conversione.
Una conversione che è passata anche attraverso la tela e i colori, quella di don Lorenzo Milani. Sempre alla «ricerca dell’essenziale». E non bastava cercarlo «tra i colori, su un pezzo di carta».
«Tutto è cominciato per colpa di un arcobaleno». Per don Lorenzo Milani ogni scusa era buona per improvvisare lezioni di pittura en plein air con i suoi ragazzi di Barbiana, piccolo borgo arrampicato sui monti del Mugello dove, sacerdote di soli trentun anni, era stato mandato in seguito a dissapori col suo Vescovo. Gli piacevano moltissimo i colori, ricordano gli alunni cui insegnava a distinguere, con precisione scientifica, quali fossero le sette tonalità dell’iride e come, mescolandosi tra loro, quasi magicamente potessero dar vita a tutte quelle presenti in natura. Fu un’esperienza educativa indimenticabile per coloro cui fu dato di farla, ma mai più Lorenzo prese in mano un pennello. Gli attrezzi del mestiere li aveva definitivamente abbandonati una volta presa la decisione di entrare in seminario, improvvisamente, sorprendendo tutti, compresi i familiari più intimi che certo non lo avevano educato nella sequela del cristianesimo. Eppure gli anni della sua formazione da aspirante pittore segnarono la sua esistenza e la sua sensibilità artistica riaffiorò negli stessi metodi pedagogici messi in atto nell’arco di tutta la sua pur breve vita.

Chi desideri saperne di più è invitato a visitare la mostra che ha aperto i battenti il 13 maggio al Museo Diocesano di Milano, ultima tappa di un progetto iniziato a Firenze. Le opere esposte, nate tra il 1941 e il 1943, sono una scoperta per noi che abbiamo imparato a conoscere don Milani da tutt’altro punto di vista, ma lo sono state prima di tutto per le sue nipoti che, quasi casualmente, le ritrovarono in una soffitta di famiglia, ammucchiate, trascurate, degradate dal tempo e dall’umidità, eppure ancora vive! Del resto lo stesso Lorenzo aveva pregato la madre, con cui aveva sempre intrattenuto una fitta corrispondenza, di distruggerle, rinnegando, col rigore che lo contraddistingueva, ciò che era stato prima della sua conversione.

Spetta alla Fondazione Don Lorenzo Milani, dunque, il merito di averle recuperate, in parte restaurate, col preciso scopo di fare ancora più luce su questo straordinario personaggio e raccontarci ciò che di don Lorenzo mancava.

Figlio di una famiglia molto ricca e molto colta, determinato a non intraprendere gli studi universitari, fu posto sotto le ali protettive del pittore figurativo tedesco Hans Joachim Staude, a sua volta formatosi a contatto con l’espressionismo tedesco e il tardo impressionismo francese, sensibilità che, volendo per forza dare delle definizioni, si ritrovano anche nella pittura del suo allievo.

La sua biografia prosegue con un periodo accademico trascorso presso l’Accademia per antonomasia, quella di Brera, dove eseguì un numero significativo di disegni, una selezione dei quali è esposta in mostra. Chi ne ha studiato il percorso ipotizza che gli studi di anatomia, in quegli anni condotti sui cadaveri degli obitori, determinarono, in qualche modo, l’inizio della conversione, ponendo questo giovane borghese, per la prima volta, davanti al mistero della morte. In ogni caso, la perfezione della macchina umana, di un singolo tendine come di ogni singolo muscolo, lo spinse senz’altro a chiedersi chi ne fosse l’Artefice.

E poi arrivò la liturgia, un messale per l’esattezza, che lo affascinò e ne destò l’interesse per il contenuto e i risvolti estetici. Le vetrate del Duomo di Milano, per esempio, o i paramenti sacri… Da lì ad abbracciare definitivamente la fede, il passo fu breve. Pare che la colpa sia stata, comunque, del suo maestro Staude che, interrogandolo circa la decisione di divenire sacerdote, così si sentì rispondere: «È tutta colpa tua. Perché tu mi hai parlato della necessità di cercare sempre l’essenziale, di eliminare i dettagli e di semplificare, di vedere le cose come un’unità dove ogni parte dipende dall’altra. A me non bastava fare tutto questo su un pezzo di carta. Non mi bastava cercare questi rapporti tra i colori. Ho voluto cercarli tra la mia vita e le persone del mondo. E ho preso un’altra strada».

giovedì 31 gennaio 2013

sceneggiatura del film una Vita di Gesù

 sceneggiatura del film una Vita di Gesù
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A Maurice Cloche - Parigi

Don Lorenzo Milani aveva visto, di questo regista francese, il film Monsieur Vincent, dedicato alla vita di san Vincenzo de' Paoli. Allora gli scrisse proponendogli di realizzare una Vita di Gesù. Il regista gli chiese. di preparargli la sceneggiatura del film.

San Donato a Calenzano, 15.2.1952

Caro signor Cloche,
la sua lettera mi ha molto rallegrato. Quasi non speravo in una risposta. Temo tuttavia di essermi espresso male. Non avevo alcuna intenzione di scrivere un film. Io le suggerivo di scriverlo lei stesso oppure di. incaricare qualcuno che ne sia capace.
La mia preparazione è esclusivamente ecclesiastica (rurale!) e non ho la più elementare nozione d'arte o di cinema. Tutto quello che potrei fare è di studiare uno schema generale (indicando i caratteri essenziali della vita di Gesù) dal punto di vista catechistico e dell'apostolato.

Ma ciò non può bastare: una sceneggiatura di questo genere non può essere che il frutto della collaborazione di molti specialisti (ambiente ebraico, testo evangelico, lingue orientali, teologia, ecc.). Per commentare il Vangelo non c'è poesia più alta che la scrupolosa ricerca scientifica del vero significato di ogni parola e atto del Signore. La scienza in altri casi così fredda è qui calore di vita, la sola capace di rianimare pagine morte, scritte in lingue morte, vissute in un mondo geograficamente storicamente e spiritualmente lontano.
Faccia dunque, la prego, un film che abbia l'austerità di un documentario scientifico, fonte d'informazione utile per lo specialista e nello stesso tempo appassionante testimonianza per l'analfabeta. Il ricco e il povero (di cultura) hanno lo stesso diritto di conoscere il loro Maestro com'era, «senza glosse ».

Guardi la crocifissione! I quattro evangelisti ci dedicano un mezzo versetto appena. Non una parola d'indignazione, d'amore, di pietà, di fede. E ciò nonostante, è la loro fredda cronaca che da duemila anni incendia il mondo.
Ed ecco alcune idee provvisorie (io non ho avuto evidentemente il tempo di pensarci seriamente). Lo scopo del film deve essere, secondo me, catechistico. La massa ha oggigiorno una conoscenza della vita di Gesù:
1) ricevuta nell'infanzia = infantile
2) ricevuta irregolarmente = episodica
3) ricevuta da maestri o libri non scientifici, sentimentali ecc. non concreta, idealizzata, divinizzata, fiabesca.

Il film dovrà dunque:
1) Considerare gli spettatori come adulti. Far loro capire che la storia che hanno sentito nella loro infanzia non era che un riassunto ad usum Delphini d'un fatto rigorosamente storico. Ergo: fedeltà assoluta al testo evangelico, al suo spirito, alla mentalità dell'epoca e dell'ambiente, alle notizie geografiche e storiche e archeologiche, agli ultimi studi di cronologia e d’interpretazione...

2) Affinché la vita di Gesù non sembri che un seguito di episodi staccati: vedere p. es. lo studio magistrale del padre Lebreton su ciò che chiama (se non mi sbaglio) « la paziente pedagogia di Gesù» (‘Histoire du dogme de la Trinité’, vol. I, e ‘Vie de Jésus’).
Gesù non ha dato il suo insegnamento tutto d'un colpo. Ha giorno per giorno studiato i suoi ascoltatori e dosato le sue parole sulla loro capacità progressiva di riceverlo. Questa lotta quotidiana contro l'indifferenza, il dubbio, l'incomprensione, la durezza di cuore e di testa dei suoi ascoltatori è il filo conduttore della sua vita. Seguendolo si assicura al racconto una appassionante unità. Basta mettere gli spettatori nei panni di Gesù, far loro studiare attentamente le reazioni degli ebrei (folla, farisei, apostoli, Giuda ecc.). Entreranno così, pur non vedendo mai il Cristo, nel centro stesso della sua anima. Vivranno con Lui ansie, gioie, dolori... E sarà la più profonda conoscenza di Lui che essi potranno avere.

Le do alcuni esempi:
Al principio Gesù non giudicò di poter predicare diversamente dal Battista (penitenza). Dopo salì uno scalino (ma sempre nel campo della preparazione dei cuori a ricevere i grandi insegnamenti): Discorso della Montagna.
Durante questo tempo ha nominato il Regno. Dovette presto constatare che era stato frainteso. La parola aveva troppo infiammato le speranze temporali dei giovani. Allora Gesù dovette diminuire il loro entusiasmo precisando che cosa il Regno era. nella sua intenzione (Giornata delle parabole del Regno).
Ma, ciò nonostante, l'entusiasmo delle folle sempre più numerose crebbe ancora. È sul punto di concretizzarsi nell'elezione di Gesù Re.
Allora Gesù fu forzato a dare il primo colpo dogmatico (Discorso del Pane di Vita). Sapeva bene di perdere così le masse, ma il suo dovere era di insegnare.

L'entusiasmo delle folle che era arrivato al culmine si spezza di colpo. L'apostolato in Galilea è finito.
Possiamo misurare il dolore del Signore sui visi indecisi dei dodici restati. Non gli resta che un anno di vita. Decide .di concentrare tutti i suoi sforzi sulla formazione dei dodici che dovranno dopo la sua morte riprendere l'opera interrotta (Viaggi all'estero). Anche con loro la pedagogia di Gesù è pazientemente progressiva. Un colpo alla botte, un colpo al cerchio! Li ubriaca d'entusiasmo descrivendo loro la potenza della Chiesa (Banias) e immediatamente dopo li immerge nella delusione dolorosa della profezia della Passione (Mt. 16.21).

Sei giorni dopo lo stesso gioco: dalla gloria della sua divinità (Trasfigurazione) alla mortificazione della croce (Mc 9.10: «e si domandavano gli uni e gli altri quello che voleva dire... »; 9.32: «non capivano questi discorsi e temevano d'interrogarlo »; Mt 11.23: «e furono molto rattristati »). Era duro, .ma facendo così li conduceva per mano all'intuizione del mistero dell'Incarnazione.
L'ultimo capitolo è l'apostolato in Giudea. Anche là il grande scandalo (durante la Festa della Consacrazione, Giov 10.22).
(Nel mio catechismo ne fo un episodio centrale. Raggiungo questo fine conducendo i ragazzi a cogliere l'enormità della bestemmia di Gesù come se fossero dei farisei. Se si drammatizza bene il tentativo di lapidazione e la conseguente fuga in Perea l'importanza della dichiarazione dogmatica si imprime nella memoria in modo incancellabile).


Gli apostoli non dimenticheranno così presto la paura che ebbero quella sera. Non vivono a loro agio che lontano da Gerusalemme. Non hanno capito che Gesù non è fuggito per sottrarsi alla morte, ma per poter morire la sera di Pasqua. Non vorrebbero correre rischi nemmeno quando si tratta di salvare l'amico Lazzaro.
Qualche settimana dopo si incammina per l'ultima volta verso Gerusalemme. Gli apostoli sono combattuti tra la paura e il coraggio (Mc 10.32). Ma via via che constatano il crescente entusiasmo popolare (causato dalla resurrezione di Lazzaro, Giov 12.18) la paura fa posto a una euforia infantile.
A Gerico la folla è così grande che Zaccheo deve arrampicarsi su un albero, il cieco grida la sua fede messianica.

L'entusiasmo degli apostoli è tale che non si accorgono del dramma interno del loro Maestro. È una donna la sola che capisce che il festeggiato va alla morte (Giov 12.1).
L'entusiasmo delle Palme si spenge nel recinto del Tempio, fortezza degli avversari.
Solamente i ragazzi non avendo questa malizia continuano l'osanna.
Nel silenzio prudente della folla il «grano di frumento» (Giov 12.24) dovrebbe strappare le lacrime.
Il resto della Settimana Santa procede più o meno come ognuno sa, ma il film potrebbe attardarsi a studiare la genesi psicologica del « crucifige »: il buono preso alla sprovvista, l'indifferente trascinato, il cattivo che si sforza di dimostrare a se stesso che ha ragione.

Quando vedremo sul Calvario deserto l'ombra della Croce, l'indifferenza dei passanti sarà più tragica che mai perché dal momento che Egli è morto hanno la prova materiale che non era il Cristo.

3) È strano, ma oggi è più facile che si creda Gesù Dio che Gesù uomo. Il film dovrà far capire a fondo che cosa significa in concreto « la Parola si è fatta carne ».
Immagini di Palestina (paesaggi, case, strade, mercati, lavori, visi, occupazioni domestiche, miseria, sporcizia, ecc.) daranno un'idea più precisa che molte parole. Andare a fotografare dal vero la fame che tormenta oggi la Palestina ci darà il più giusto sfondo alla Vita del Signore. Un popolo di schiavi, folle senza. pane, bambini rachitici, sofferenze di tutti i generi (il vostro Monsieur Vincent!), ecco il mondo che Gesù ha abbracciato.
Il disoccupato e l'operaio d'oggi dovranno uscire dal cinema con la certezza che Gesù è vissuto in un mondo triste come il loro, che ha come loro sentito che l'ingiustizia sociale è una bestemmia, come loro ha lottato per un mondo migliore.

Tocca a lei decidere se sarà meglio fare tutto il film in prima persona (Gesù nell'obbiettivo) o se si potrà fare delle eccezioni. Nel secondo caso suggerisco per es. le scene seguenti:
Gesù ragazzo a scuola.
Dieci o venti ragazzi sono seduti per terra. Lo spettatore sa che uno di loro è Lui, ma non sa quale.
La stessa scena sul Giordano.
Il Battista punta il dito verso la folla: «Ecce agnus Dei... ». Tutti gli occhi si girano da questa parte per vedere il Cristo, il Re tanto atteso. Infine anche l'obbiettivo inquadra quel punto: nove o dieci visi di giovani pellegrini sorpresi.

Quale sarà Lui? Non si sa, uno qualunque di loro, non ha importanza, ciò che ci interessa è che nel gruppo indicato dal Battista non si vede nulla di speciale. Gesù è là, ma è talmente uomo che non si può riconoscerlo fra gli altri.

Stessa scena all'arresto.
L'obbiettivo inquadra i dodici visi. Se Giuda non avesse promesso di indicare Gesù non si sarebbe potuto riconoscerlo (Mt 26.48). Ma quando Giuda si muove l'obbiettivo è già su di lui, scava nei suoi occhi (Gesù è di nuovo soggetto che soffre cercando invano sul viso del suo infelice amico un segno di ravvedimento ).
Queste tre scene o altre di questo genere potrebbero impedire che il film dia l'impressione che questo invisibile Gesù. abbia una carne diversa da quella degli altri personaggi. Ma forse non saranno necessarie e basterà vedere convergere gli occhi su Gesù-obbiettivo per avere la percezione esatta. della sua localizzazione e quindi l'evidenza che ha un corpo.
Al contrario si potrebbe forse presentare in scena Maria. Qualche episodio della sua vita di orfanella a Nazareth potrebbe introdurci nell'ambiente ebraico l'attesa del Cristo, la religiosità profonda che pervade tutta la vita di questo piccolo popolo d'altra parte casi infelice, forse volgare, primitivo, urtante, brutale per un'anima come Maria. Ma nello stesso tempo la tristezza dei peccatori senza speranza di perdono, dei paralitici senza speranza di paradiso, qualche invocazione o forse imprecazione al Cristo che non viene, faranno capire allo spettatore quanto l'ora fosse matura, urgente la necessità della Sua venuta (legga per es. l'Ecclesiaste!!!).

A proposito, sarebbe bene conoscere uno di quegli infelici fin dall'infanzia. Seguire in lui la nascita della fede. Affinché quando il miracolo spunterà non sia un episodio qualunque staccato dal contesto, ma qualcosa di vivo (di nostro), d'atteso, quasi di necessario.
Si potrebbe anche studiare la possibilità di inserire (molto discretamente e di rado) la nostra preghiera nel racconto. È un ardimento usato qualche rara volta anche dal padre Lagrange (e da qualche pittore del Rinascimento e nel Passio di Bach, se non mi sbaglio).

Mi permetto di consigliare la lettura di qualche libro francese. Ma forse lei li conosce già:
1) Lagrange o.p., ‘L'Evangile de Jésus Christ’ (con una preziosa Sinossi dei 4 Vangeli) (secondo me questi due libri dovrebbero essere la guida fondamentale del film);
2) Lebreton, ‘Vie de Jésus’;
3) L. de Grandmaison, ‘Jésus Christ’;
4) Prat, ‘Jésus Christ: sa vie, sa doctrine, son œuvre’ (molto meno ispirata degli altri, ma in pratica molto utile).
Conosce la rivista «Fetes et saisons»? Ci si vede alle volte delle foto della Palestina (numeri. 58, 50, 37 ecc.). Le cerchi, ne vale la pena. E un film sarebbe tanto di più che una foto!

Se al contrario non fosse possibile fare il film in Palestina si potrebbe tentare un fìlm tutto differente: abiti moderni, visi europei. L'esattezza scientifica solamente nello studio psicologico.
(Conosce il quadro moderno francese ‘Jésus et la samaritaine’ [in un bar!]? Non mi ricordo l'autore, ma l'ho visto su ‘Le Christ dans l'art français’ del padre Doncoeur. Lo cerchi, la prego).

Spero che lei abbia avuto la pazienza di leggere questa lunga lettera. Ripeto che nulla di quanto ci ha trovato deve essere preso per definitivo o sufficientemente meditato. Ho scritto in fretta, il mio solo scopo era di incitarla a fare veramente il film. Lei potrebbe fare tanto bene!
Riprendo il mio catechismo; se crede di potere in futuro servirsi della mia collaborazione ne sarò felice. Se al contrario preferirà servirsi di altri preti, lo faccia senza riguardi. Queste poche idee appartengono a lei, ne può fare quello che vuole.
Con affetto suo


Lorenzo Milani

martedì 7 febbraio 2012

don Milani

LETTERA A DON MILANI

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Post n°843 pubblicato il 29 Ottobre 2010 da angeloluciorossi
 
Caro Don Lorenzo,
domani torno al Paese per inaugurare una via intestata a te. Cosa posso dire? Parlerò di te attraverso i tuoi scritti. Racconterò della tua passione educativa. Ti ricordi quella conferenza ai direttori didattici a Firenze in Palazzo Vecchio? Eri stato invitato da Fioretta Mazzei d'intesa con la segreteria del Sindaco Giorgio La Pira. Ti chiesero perchè facevi scuola. Ho imparato a memoria la tua risposta: "Se mi domandate perchè faccio scuola, rispondo che faccio scuola perchè voglio bene a questi ragazzi". Non hai risposto con analisi sociologiche e psicologiche. "Alla fine è successa questa disgrazia d'innamorarmi di loro ed ora mi sta a cuore tutto quello che sta a cuore a loro.Ecco perchè questa scuola poi è diventata una scuola, diciamo così, laica, severamente laica". Ti stava a cuore tutto di loro, tutto quello che per loro è bene, persino l'aritmetica che a te non piaceva. Ora capisco quella grande scritta su una parete: "I CARE". ME NE IMPORTA, MI STA A CUORE. Questa è la tua lezione. Questa è la tua testimonianza. Spesso ripetevi che "con la parola alla gente non gli si fa nulla. Sul piano divino ci vuole la grazia e sul piano umano ci vuole l'esempio". Tu appassionavi i ragazzi. Dobbiamo ripartire da qui. Noi facciamo troppe conferenze. Eppure abbiamo bisogno di ripartire dall'educazione. Nella stessa conferenza a direttori dicevi: "Appassiono perchè ho trovato e uso quella parola che ci voleva e cioè che rispondeva a esigenze ch'esistevano prima della mia venuta: esigenze profonde". Questo problema è rimasto. Non siamo andati troppo avanti. Anche se il tema principale, per noi, per diversi amici, è l'educazione: come educarci, in che cosa consiste e come si svolge l'educazione, un'educazione che sia vera, cioè corrispondente all'umano, all'originale che è in noi. Ci interessa l'educazione per ricostruire il nostro popolo. Bello quando hai sottolineato con forza che ti è "successo di innamorarti del tuo popolo". Domani racconterò di questo tuo entusiasmo. Domani racconterò del mio entusiasmo per continuare a costruire oggi. Un abbraccio. Tuo Angelo
 

Postato da: giacabi a 20:54 | link | commenti
educazione, don milani

lunedì, 23 marzo 2009
 La moda
  falsa libertà
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“Una bambina: Io della moda prendo quello che mi piace, non quello che non mi piace.
Don Lorenzo: Senti cara, a Parigi o a New York, otto o dieci anni fa, un ricco signore padrone, oppure un gruppetto di ricchi signori padroni di tutta una catena di case discografiche, decisero di far ballonzolare le bambine dal polo nord fino al polo sud, compreso la sala di Borgo o di Vicchio. Lo decisero,fissarono tutto, fecero fare questi dischi, fecero gli stampi, li stamparono in milioni di copie, poi fecero in modo che i giornali e la televisione presentasse quel dato ballo e, improvvisamente, nello stesso giorno, appena pigiarono il bottone da New York o da Parigi, tutti i ragazzini e le ragazzine del mondo hanno fatto finta di amare quel ballo. Non raccontiamo storie, perché è andata così e Mario su questo è perfettamente d’accordo con me. Nessuno di voi ha scelto nessuno dei balli che ballate, ma li avete presi così come ve li hanno dati. Se qualcuna di voi avesse
voglia di ballare il minuetto, non c’è verso, il minuetto lo
ballava la vostra trisnonna.
Ragazzina: Noi si balla quello che ci piace.
Don Lorenzo: Senti cara, due anni fa, mi trovai a fare una
leticata in piazza a Vicchio. C’era un imbecille di giovanotto
che diceva che lui portava la cravatta per parare il freddo. Fece fare una risata a tutti. Poi provò a dire: «Perché mi piace». Per l’appunto vedo che a tutti intorno piace la stessa cosa, sicché non ci credo. Difatti lui portava la cravatta non perché l’avesse scelta, ma perché la portano gli altri. E voi il twist non lo avete scelto, ma ve lo hanno imposto e ve lo possono imporre come vogliono. Un ballo se è bello o brutto non importa, quello che impongono è quello che pigliate. Se fissano a New York che quest’anno ballate l’Aida, voi ballate l’Aida, se fissano che ballate la messa da morto, ballate la messa da morto.
La vostra libertà è di scegliere entro i limiti delle poche possibilità che vi danno, cioè di ballare un twist o un madison, ma non di ballare o pensare; non di ballare o regnare e essere padroni del vostro voto, del vostro pensiero; non di ballare oppure vincere discussioni; non di ballare o convincere le persone con cui parlate.
Purtroppo la mia previsione è che sarete pecore, che vi
piegherete completamente alle usanze, che vi vestirete come vuole la moda, che passerete il tempo come vuole la moda. Ma mi dite che soddisfazione ci trovate ad accettare una situazione simile? Ribellatevi! Ne avete l’età. Studiate, pensate, chiedete consiglio a me, inventate qualcosa per sortire da questa triste situazione in cui siete e poter arrivare al punto di fare realmente, con una libera scelta vostra, le cose che vi par giusto fare.
 Per me sarebbe una umiliazione tremenda se uno mi
domandasse: «Cosa stai facendo? Perché lo stai facendo?» e dovessi restare a bocca aperta senza rispondere. E educo i miei ragazzi così, a saper dire in qualunque momento della loro vita, cosa fanno e perché lo fanno. Se voi mi dite: “Giovedì si balla perché sì!” e non inventate nulla per sortirne, siete delle disgraziate.”
Don Lorenzo Milani, Una lezione alla scuola di Barbiana, Lef, Firenze 2004

Postato da: giacabi a 21:08 | link | commenti (1)
don milani

domenica, 15 marzo 2009
 Santa Madre Chiesa
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  Don Milani ribatteva a certi radicali: «In che cosa la penso come voi? In qualche piccolissimo particolare. Esterno della vita politica e sociale. Al primo ordine che il vescovo mi da, se mi sospendesse eccetera, io mi arrendo immediatamente. Rinuncio subito alle mie idee. Delle mie idee non m'importa nulla. Perche io nella Chiesa ci sto per i sacramenti e non per le idee» (vedi Neera Fallaci, Dalla parte dell’ultimo. Vita del prete Lorenzo Milani, Milano libri 1974, p. 454). Scrive ancora: «Questa Chiesa è quella che possiede i sacramenti. L'assoluzione dei  peccati  non  me  la  da  mica l'Espresso».
  Don Lorenzo Milani                           da: Indagine su Gesu' di Antonio Socci

Postato da: giacabi a 19:29 | link | commenti (3)
don milani

lunedì, 10 novembre 2008
Senza Dio non esiste morale ***
« Io credo di avergli fortemente provato che tutte le costruzioni di leggi morali e tutte le scrupolose onestà, quando negano un qualsiasi legislatore trascendente, sono a dir poco penosamente incoerenti ».
don Lorenzo Milani

Postato da: giacabi a 19:20 | link | commenti
dio, laicismo, don milani

Come don Milani pervenne alla fede
***
“Ci chiediamo: come Lorenzo pervenne alla fede? E qui, direbbe la mamma, entriamo nel mistero, che tuttavia cercheremo di scandagliare per quanto ci è possibile. Interessante a riguardo è la testimonianza di Hans Johan Staude, il pittore tedesco che lo ebbe come discepolo per pochi mesi, che narra del suo incontro con lui dopo la conversione e l’ingresso in seminario per farsi prete: «Lo rividi - dice - quando era già in seminario. Venne a trovarmi. Stava molto bene nel nero ma, personalmente, non lo vedevo bene con quel vestito nero. Gli chiesi: “Ma Lorenzo, come mai questo cambiamento?“. Mi dette una risposta indimenticabile: E tutta colpa tua. Perché tu mi hai parlato della necessità di cercare sempre l’essenziale, di eliminare i dettagli e di semplificare, di vedere le cose come un’unità dove ogni parte dipende dall’altra. A me non bastava fare tutto questo su un pezzo di carta, non mi bastava cercare questi rapporti tra colori. Ho voluto cercarli fra la mia vita e le persone del mondo. E ho preso un’altra strada”».
 Don Lentini

Postato da: giacabi a 15:40 | link | commenti
don milani

domenica, 21 settembre 2008
Santa Madre Chiesa
***
Non mi ribellerò mai alla chiesa, perchè ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la chiesa.
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

Postato da: giacabi a 08:36 | link | commenti
chiesa, don milani

sabato, 05 gennaio 2008
Don Lorenzo Milani come non l'avevate mai detto ***
Tempi num.26 del 28/06/2007


«Altro che padre nobile del cattolicesimo democratico,
il priore educava gli ultimi proprio per sottrarli allo sfruttamento
dei "parassiti" comunisti». Gli appunti inediti dell'amico socialista

di Persico Roberto

«Una profonda indignazione ha suscitato negli ambienti cittadini il convegno svoltosi domenica mattina nei locali del Circolo "Matteotti". Si è trattato dell'attacco all'unità antifascista sulla quale poggia la nuova democrazia italiana. E di qui ha preso le mosse il volgare discorso anticomunista. Un linguaggio che a Prato finora neppure i missini hanno mai tentato. Prato però ha fatto il vuoto intorno a questa associazione che lascia nella nostra città soltanto disgusto e indignazione». Bersaglio della reboante prosa dell'Unità un convegno sulla Resistenza organizzato nell'aprile del 1964 da "Forza del popolo", un movimento nato un paio d'anni prima nell'ambito della Federazione giovanile del Partito socialista fiorentino. È Alessandro Mazzerelli, fondatore del gruppo, settantatré anni ma non glieli daresti, lucido e battagliero come allora, a raccontare a Tempi di quei giorni: «La memoria della Resistenza era egemonizzata dal Pci: la Resistenza come rivoluzione tradita, la cancellazione delle altre componenti, la rimozione dei crimini dei partigiani e via discorrendo. Allora proposi ai dirigenti del mio partito, il Psi, di fondare un'associazione alternativa, che sottraesse la storia del popolo alla manipolazione comunista. L'iniziativa piacque: nasceva dai giovani, da un cattolico militante, poteva essere un'occasione per uscire dall'angolo in cui il Psi era messo dall'ingombrante presenza del Pci». Era il 1962. Un paio d'anni dopo arrivò il convegno di cui sopra - «fu il primo convegno revisionista che si sia svolto in Italia», tiene a sottolineare Mazzerelli - con le conseguenti bordate dell'Unità. I dirigenti del Psi abbozzarono, presero le distanze, «noi non sapevamo». Intanto, però, il nome di "Forza del popolo" e quello di Alessandro Mazzerelli avevano cominciato a circolare. E un giorno arrivarono fin sui monti sperduti di Barbiana. «Sei te quel matto della "Forza del popolo"? Allora vieni subito a trovarmi». Quello che parlava all'altro capo del filo era don Lorenzo Milani. Fu così che, il 31 luglio del 1966 (il nostro ricorda perfettamente data e ora dell'incontro), il giovane Mazzerelli si ritrovò a salire la mulattiera che portava alla canonica di Barbiana, dove don Lorenzo faceva scuola 365 giorni all'anno.

Una lezione politica ancora valida
Iniziava, quel giorno, un rapporto a cui Mazzerelli sarebbe rimasto fedele tutta la vita. Ancora oggi «quel matto della "Forza del popolo"» gira la Toscana portandosi dietro il materiale, stampato rigorosamente a proprie spese, del Movimento autonomista toscano, il piccolo partito in cui continua a condensare la lezione politica appresa in quei mesi sui monti del Mugello. Ultima impresa, la partecipazione alla campagna per le elezioni comunali di Lucca a sostegno di Mauro Favilla, il candidato del centrodestra che ha vinto per una manciata di voti. «Sono stato io - confida orgoglioso a Tempi - a suggerirgli la mossa decisiva: il "decalogo del politico" che avevamo steso con don Milani, che prevedeva, come primo punto, il divieto di ricoprire più d'una carica pubblica. Favilla ne è rimasto colpito, e ha annunciato che, visto che già percepisce la pensione da senatore, avrebbe rinunciato allo stipendio da sindaco. Così ha conquistato gli indecisi».

«La loro ideologia non durerà»
Ma torniamo alla canonica di Barbiana e alla battaglia di Mazzerelli. «
Don Milani - si lancia inarrestabile - è stato fatto diventare il capostipite di quella porcheria che è il cattocomunismo. E pensare che tutta la sua opera educativa fu fatta per sottrarre i poveri all'influsso nefasto del comunismo». Nefasto, addirittura. Non le pare di esagerare un po'? Mazzerelli tira fuori le bozze del suo ultimo libro (Ho seguito don Lorenzo Milani, profeta della Terza Via, di prossima uscita per Il cerchio) e comincia a leggere alcune delle frasi di don Milani, tutte riportate dagli appunti che aveva preso all'epoca: «Il comunismo è la mediazione e l'organizzazione politica di ogni male, al fine di consentire, a una classe dirigente parassitaria e brutale, la gestione di ogni forma di potere sulle spalle degli ultimi». Ancora: «Gli intellettuali comunisti, quasi tutti borghesi, sono i nostri nemici. Quasi tutti gli intellettuali borghesi sono i nostri nemici. Sono loro che vogliono quel laido "compromesso" fra gli sfruttati e gli sfruttatori. Lo vogliono in nome di Cristo e di Marx. Sono proprio dei figli di puttana!». E poi: «I capi del comunismo affermano che la loro ideologia viene da lontano e andrà lontano. Non è vero. Il comunismo viene da pochi decenni di storia e va avanti strisciando e speculando tra le innumerevoli miserie della terra. Dove è al potere ne lenisce qualcuna e ne fa nascere altre, ma di questo fallimento riesce a imporre che solo pochi ne parlino. Anche i serpi strisciano rapidamente, si ambientano alle asprezze del terreno, le superano ed attaccano per difendere le loro zone di influenza, ma non vanno lontani»
. In proposito Mazzerelli dice addirittura di ricordare distintamente che una volta don Milani gli disse che il comunismo "non avrebbe superato il '90", ma siccome non ha un riferimento certo non ha voluto metterlo nel libro.

Divorzio, droga, aborto, infedeltà
Peccato, però, che di tutte queste cannonate sia rimasta traccia soltanto nei ricordi di un vecchio socialista anticomunista. Raccolta la provocazione, Mazzarelli sfodera una copia sbiadita di Adesso, un foglio cattolico dell'epoca: «Poi venne il 18 aprile, il prete aprì gli occhi sul mondo e vide profilarsi vicina la minaccia dei nemici di Dio. Allora gridò forte come la mamma in difesa dei suoi pulcini, se li chiamò intorno, li coprì colle sue ali. Anche il ricco ebbe paura, e aiutò il prete a salvare i suoi pulcini dai nemici di Dio. Così il grande male fu scongiurato e ognuno poté continuare a sognare cose belle, vittorie su altri mali». Firmato don Lorenzo Milani, 15 dicembre 1950. Ma allora tutte le polemiche contro la Democrazia cristiana, la Chiesa dei ricchi, la lotta in favore degli ultimi. Mazzerelli non ha dubbi: «
Don Milani era feroce con la Dc perché la sua politica buttava i poveri nelle braccia dei comunisti. "Sono disonesti e imbecilli", mi disse in occasione di uno dei tanti scandali di allora. "Non si rendono conto che quando rubano da 'cristiani' fanno un gran regalo a quelle carogne del Pci?". E la sua passione per il fare scuola ai poveri era per dar loro le parole che li mettessero in grado di comprendere il catechismo e sottrarli alla propaganda comunista. Perché era fedelissimo alle posizioni della Chiesa in materia di dottrina, e aveva chiaro che senza la Chiesa il mondo era destinato a terribili degenerazioni
».
Riprende a sfogliare le bozze del libro. Siamo alla vigilia della battaglia sul divorzio e il priore dice che
«la Chiesa e tutti i cattolici hanno l'obbligo di difendere il sacramento indissolubile del matrimonio. Noi dobbiamo batterci, con estrema risolutezza contro qualsiasi ingerenza dello Stato nel matrimonio cattolico. Il suo eventuale scioglimento non può essere che competenza esclusiva della Chiesa». E poco più avanti ecco alcune affermazioni che oggi suonano come una terribile profezia: «La gestione del potere da parte di certi cattolici non vuol dire che sono salvaguardati i valori della società cristiana. La gestione degli interessi delle classi benestanti porta prima o poi tutto un popolo a prostituirsi alla loro etica, di cui il divorzio, l'infedeltà coniugale, la droga, l'aborto, la sopraffazione economica e politica del prossimo sono gli aspetti più qualificanti. Sarà quello il momento giusto in cui si dovrà proclamare senza indugi le nostre tesi. Ma non farti illusioni, prima che le masse si accorgano che abbiamo ragione scorrerà molto sangue e sia la degenerazione morale che quella politica arriveranno a livelli di incredibile bassezza».


Interpretazioni e censure
«Fu per far conoscere l'immagine vera del priore - prosegue Mazzarelli - che nel 1976 organizzai un convegno su di lui a Pozzo della Chiana. E fu padre Santilli, maestro di don Milani in seminario e sempre suo grande amico, a suggerirmi di invitare don Luigi Giussani. "Ma uno come don Giussani", gli dissi, "verrà mai in un buco come Pozzo della Chiana?". "Per questa interpretazione di don Milani, che è quella vera, corro", fu la risposta che mi riferì padre Santilli. Don Giussani venne, e svolse una relazione sul contesto sociale e politico di allora». Di quell'intervento sembra non essere rimasto nulla, a parte un breve resoconto sull'Osservatore romano, secondo il quale Giussani indicò nel recupero del senso religioso e dell'autentico senso ecclesiale come liberazione di tutto l'uomo l'unica alternativa alla "persecuzione dell'umano". Quel convegno, in pratica, fu silenziato. «Era ormai in corso l'appropriazione del priore di Barbiana da parte del Pci, sotto la regia di Michele Gesualdi, uno dei suoi alunni, che su questa operazione ha costruito la propria carriera politica (è stato tra l'altro due volte presidente della Provincia di Firenze). È lui che ha il suo carteggio, che decide cosa viene pubblicato e cosa no» («se non ha distrutto o lasciato ai topi le casse di Barbiana», puntualizza Giorgio Pecorini in Don Milani! Chi era costui?, Baldini & Castoldi 1996). È Gesualdi che oggi guida la Fondazione Don Lorenzo Milani, custode dell'ortodossia barbianese e della retorica a cui si abbeverano i Fioroni, i Veltroni e i Bertinotti. Ma Alessandro Mazzerelli prosegue indefesso la sua battaglia per un altro don Milani: «"
Tu non mi tradire, non mi tradire né ora né mai", mi ripeteva negli ultimi tempi. A questo da quarant'anni sono rimasto fedele. Ho rinunciato a far carriera, non ho guadagnato nulla, ci ho sempre rimesso di tasca mia. O so' grullo, o quel che dico è vero».


Postato da: giacabi a 21:43 | link | commenti
don milani

lunedì, 17 settembre 2007
L’educazione
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Gianni non sapeva mettere l'acca al verbo avere. Ma del mondo dei grandi sapeva tante cose. Del lavoro, delle famiglie, della vita del paese. Qualche sera andava col babbo alla sezione comunista o alle sedute del Consiglio Comunale. Voi coi greci e coi romani gli avete fatto odiare tutta la storia. Noi sull'ultima guerra si teneva quattro ore senza respirare. A geografia gli avreste fatto l'Italia per la seconda volta. Avrebbe lasciato la scuola senza aver sentito rammentare tutto il resto del mondo. Gli avreste fatto un danno grave. Anche solo per leggere il giornale. Sandro in poco tempo s'appassionò a tutto. La mattina seguiva il programma di terza. Intanto prendeva nota delle cose che non sapeva e la sera frugava nei libri di seconda e di prima. A giugno il "cretino"; si presentò alla licenza e vi toccò passarlo. Gianni fu più difficile. Dalla vostra scuola era uscito analfabeta e con l'odio per i libri. Noi per lui si fecero acrobazie. Si riuscì a fargli amare non dico tutto, ma almeno qualche materia. Ci occorreva solo che lo riempiste di lodi e lo passaste in terza. Ci avremmo pensato noi a fargli amare anche il resto. Ma agli esami una professoressa gli disse:- perché vai a scuola privata? Lo vedi che non ti sai esprimere? Lo so anch'io che il Gianni non si sa esprimere. Battiamoci il petto tutti quanti. Ma prima voi che l'avete buttato fuori di scuola l'anno prima. Bella cura la vostra. Del resto bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all'infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo. Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi. Appartiene alla ditta. Invece la lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo. Quando Gianni era piccino chiamava la radio lalla. E il babbo serio:- Non si dice lalla, si dice aradio. Ora, se è possibile, è bene che Gianni impari a dire anche radio. La vostra lingua potrebbe fargli comodo. Ma intanto non potete cacciarlo dalla scuola. "Tutti i cittadini sono uguali senza distinzione di lingua"; .L'ha detto la Costituzione pensando a lui.
don L.  Milani "Lettera ad una professoressa"

Postato da: giacabi a 20:17 | link | commenti
educazione, don milani

mercoledì, 04 luglio 2007
Il Comunismo
visto da don Milani
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«Gli intellettuali comunisti, quasi tutti borghesi, sono i nostri nemici. Quasi tutti gli intellettuali borghesi sono i nostri nemici. Sono loro che vogliono quel laido "compromesso" fra gli sfruttati e gli sfruttatori. Lo vogliono in nome di Cristo e di Marx. Sono proprio dei figli di puttana!».
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« I capi del comunismo affermano che la loro ideologia viene da lontano e andrà lontano. Non è vero. Il comunismo viene da pochi decenni di storia e va avanti strisciando e speculando tra le innumerevoli miserie della terra. Dove è al potere ne lenisce qualcuna e ne fa nascere altre, ma di questo fallimento riesce a imporre che solo pochi ne parlino. Anche i serpi strisciano rapidamente, si ambientano alle asprezze del terreno, le superano ed attaccano per difendere le loro zone di influenza, ma non vanno lontani».
don Milani

Postato da: giacabi a 15:26 | link | commenti
comunismo, don milani

lunedì, 25 giugno 2007
IL COMUNISMO
 VISTO DA DON MILANI
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 Il comunismo è la mediazione e l’organizzazione politica di ogni male, alfine di consentire ad una classe dirigente parassitaria e brutale, la gestione di ogni forma di potere sulle spalle degli ultimi
Don Lorenzo Milani