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sabato 15 luglio 2023

Non vi è prigione al mondo in cui l'Amore non possa aprirsi un varco

   «Non vi è prigione al mondo in cui l'Amore non possa aprirsi un varco. Se non comprendi questo, non capisci niente dell'Amore»

Wilde

giovedì 6 luglio 2023

Oscar Wilde

 "Oscar Wilde desiderava tutte le cose belle, Dio compreso"

(G. K. Chesterton


"Il peccato d'orgoglio è quello che ha sempre distrutto gli uomini. Mi sono levato troppo in alto, e sono rovinosamente caduto nel fango".


(Oscar Wilde)

venerdì 2 settembre 2022

L'amore dovrebbe perdonare

 - Questo era il tuo errore. L'errore di tutte le donne. Perché non ci prendete con difetti e qualità? Perché volete metterci sopra un mostruoso piedestallo? Abbiamo tutti i piedi di terra, uomini e donne... ma quando noi uomini amiamo una donna andiamo pazzi per i suoi capricci e le sue stranezze: noi cerchiamo l'imperfezione, non la perfezione... Ed è proprio quando ci feriamo con le nostre mani o per mani d'altri che dovrebbe soccorrerci l'amore... altrimenti a che serve? L'amore dovrebbe perdonare... Questo è l'amore degli uomini.

Ed 'è molto più grande, più vasto, più umano dell'amore della donna... |Le donne invece fanno di noi degli ideali, dei falsi idoli. Tu hai fatto di me un idolo e io non posso scendere dal mio piedestallo per mostrarti le mie ferite, le mie debolezze. Temevo di scendere perché avrei perso il tuo amore, e infatti l'ho perduto. Quello che mi chiedeva quella donna era nulla in confronto di quello che essa mi offriva: essa mi offriva la sicurezza, la stabilità, la pace. Lo spettro della mia giovinezza mi veniva incontro e cercava di prendermi alla gola. Lo avrei ammazzato per sempre, rimandato nella tomba e distrutto oigni traccia. Tu me l'hai impedito. Soltanto tu, lo sai bene. E che mi resta ora? Fareste meglio a lasciarci dove siamo, invece di metterci sui vostri altari e adorarci... e di rovinarci dopo che vi abbiamo amato tanto... tanto... 

O. Wilde

venerdì 10 dicembre 2021

Wilde, l’”anticlericale” che dedicava poesie al Papa,

 

Wilde, l’”anticlericale” che dedicava poesie al Papa, di Antonello Cannarozzo (dal sito Rai Vaticano, 15/12/2011)

Recentemente, in un talk show radiofonico, un esponente del movimento gay italiano intervistato sulla storia del movimento omosessuale, citava, tra i tanti personaggi del mondo della cultura, dell’arte e della scienza che hanno avuto chiare tendenze omosessuali anche – e con ragione - Oscar Wilde.

Di lui, oltre alle doti di scrittore, saggista e commediografo, il nostro intervistato apprezzava soprattutto il coraggio di non aver nascosto la sua “diversità”, specialmente nell’Inghilterra del XIX secolo intrisa di perbenismo vittoriano, nonché la sua intelligenza ed il suo sarcasmo tipici – sottolineava - proprio del mondo omosessuale. Insomma – concludeva – una vera bandiera gay contro i troppi bigottismi, specialmente religiosi, di cui propriola Chiesa cattolica è ancora oggi il maggior fautore.

Peccato che questa prolusione dimenticasse un piccolo particolare: la “bandiera” dell’orgoglio gay ebbe non solo un pentimento totale riguardo la propria vita, ma concluse i suoi giorni con la conversione alla tanto “vituperata” fede cattolica, tanto da esalare l’ultimo respiro avendo tra le mani un rosario. Wilde non fu il solo, nella sua cerchia di amici, a trovare nella Chiesa Cattolica la risposta alle tante inquietudini spirituali. Ma molti, nell’ambito della realtà gay, hanno sempre contestato questa sua conversione avvenuta, a sentir loro, nei termini di una coercizione su un malato terminale. Ma non è affatto andata così.

Le contraddizioni, le grandezze e le meschinità di un personaggio come Wilde certo non si possono approfondire in qualche nota: io mi limiterò solamente a sottolineare come, nonostante la complessità della sua storia, la sua conversione non sia maturata solamente negli ultimi istanti di vita, ma sia stata invece il frutto di una ricerca durata lungo tutta la sua esistenza.

Irlandese, Wilde era nato a Dublino nel 1854, da padre fervente anglicano e madre cattolica, la quale, in gran segreto per paura del marito, fece battezzare il piccolo Oscar. Per chi non conosce le vie del Signore, certamente quel battesimo, doveva essere stato poco meno che un po’ di acqua fresca; ma per fortuna non fu così.

La vita di Oscar Wilde fu spesso tormentata da un cinico disprezzo per gli altri, come dimostrano i suoi salaci aforismi, dall’assillante ricerca di un piacere trasgressivo fine a sé stesso attraverso ogni tipo di condotta, intrattenendo talvolta rapporti che lo stesso scrittore definirà alla fine della sua vita come umilianti. Nel 1898, all’uscita dal carcere dopo aver scontato due anni per la condanna contro la morale, scrive “De Profundis”, un romanzo epistolare dedicato proprio al suo amante e causa della sua rovina, Alfred Douglas, al quale ricorda ”…solo nel fango ci incontravamo” ed aggiunge: “ma soprattutto mi rimprovero per la completa depravazione etica a cui ti permisi di trascinarmi”. (Ediz. Mondadori, 1988). Altro che orgoglio gay!

A smentire poi l’idea di una falsa conversione al cattolicesimo, ricordiamo che poche settimane prima di morire, intervistato da un giornalista del Daily Chronicle, dichiarava tra l’altro: ”Buona parte della mia perversione morale è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico. L’aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero guarito dalle mie degenerazioni”. Concludeva quindi in maniera risoluta: ”Ho intenzione di esservi accolto al più presto”. (Ediz. Rizzoli, 1991).

In un celebre aforisma dichiarava tra l’ironico e il feroce che: ”La Chiesa cattolica è soltanto per i santi ed i peccatori; per le persone rispettabili va benissimo quella anglicana”. Riguardo il peccato e il peccatore, merita di riportare quanto scrive, sempre nel “De Profundis”: ”Il Credo di Cristo non ammette dubbi e che sia il vero Credo io non ho dubbi. Naturalmente il peccatore deve pentirsi. Ma perché? Semplicemente perché altrimenti sarebbe incapace di capire quanto ha fatto. Il momento della contrizione è il momento dell’iniziazione. Di più: è lo strumento con cui muta il proprio passato.

Prosegue poi ricordando ciò che affermava la filosofia greca: “Neanche gli dei possono mutare il passato” ed a questo Wilde risponde: ”Cristo dimostrò che il più comune peccatore poteva farlo, che anzi era l’unica cosa che egli sapesse fare. […] È difficile, per la maggior parte della gente, afferrare quest’idea. Oso dire che occorre andare in carcere per capirla bene. In tal caso, forse, vale la pena d’andarvi”.

Sempre su questo tema, Wilde confidava all’amico Andrè Gide: “La pietà è un sentimento meraviglioso, che prima non conoscevo […] Sapete quale nobile sentimento sia la pietà? Ringrazio Dio, sì, ogni sera ringrazio Dio in ginocchio di avermela fatta conoscere. Sono entrato in prigione con il cuore di pietra; non pensavo che al mio piacere… Ora il mio cuore si è aperto alla pietà. Ho capito che la pietà è il sentimento più profondo, più bello che esista. Ed ecco perché non serbo rancore verso chi mi ha condannato, né per nessuno dei miei detrattori: è merito loro se ho imparato cos’è la pietà”. (A. Gide, Ediz. Mercure, 1989). Parole che sicuramente non si possono ascrivere ad un senza Dio e ad un amante della trasgressione tout court.

Wilde ebbe occasione di incontrare due Papi nel visitare Roma. Il primo fu Pio IX, che suscitò in lui tale entusiasmo da dedicargli la poesia “Urbis Sacra Aeterna”, inserita in seguito in una raccolta di liriche dal titolo assai significativo ”Rosa Mystica”, l’altro fu il successore, Leone XIII, per il quale tra l’altro scrive: ”Quando vidi il vecchio bianco Pontefice, successore degli apostoli e padre della cristianità, portato in alto sopra la folla, passarmi vicino e benedirmi dove ero inginocchiato, io sentii la mia fragilità di corpo e di anima scivolare via da me come un abito consunto e ne provai piena consapevolezza”. Non sembrano di certo parole anticlericali! Wilde non perdeva occasione per battute caustiche anche sulla religione, come su tutte le cose. Ma a differenza di altri soggetti, non fu mai irrispettosamente dissacrante.

Ricordiamo inoltre che nel circolo di amici che con Oscar Wilde condividevano la trasgressione come unico elemento della vita, troviamo delle sorprese che dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, come la mano di Dio possa cambiare i destini degli uomini. Si convertì al cattolicesimo proprio Alfred Douglas, l’amante per il quale Wilde finì in carcere, ed anche suo padre, il marchese Queensberry, che essendosi dichiarato sempre ateo e materialista, in punto di morte chiese la conversione alla Chiesa cattolica.

Stessa sorte toccò a Robert Ross, il suo migliore amico che lo assistette fino all’ultimo; suo figlio Vivian, John Gray, che ispirò il famoso racconto di Dorian Gray, che divenne addirittura sacerdote; il pittore Aubrey Beardsley; Hunter Blair che prese l’abito benedettino; il poeta Andrè Raffalovich, divenuto terziario domenicano. E molti altri.

Forse, prima di definire Oscar Wilde “bandiera” dell’orgoglio gay, bisognerebbe rivedere con onestà intellettuale anche il significato della  conversione proprio a quella religione, la cattolica, definita dagli ambienti gay – e non solo - la più oscurantista e retrograda. Alla luce della vita di Oscar Wilde, ci permettiamo di dire che non è così.

sabato 17 ottobre 2020

Oscar Wilde

 16 ottobre del 1854: nasce Oscar Wilde… può davvero essere utilizzato come un’icona gay?


«Il cattolicesimo è la religione in cui muoio», così disse il celebre poeta e drammaturgo Oscar Wilde poco prima di morire a Parigi, il 30 novembre 1900. Lo scrittore e saggista esperto del mondo britannico Paolo Gulisano si è concentrato anche sulla conversione di Wilde nel suo libro “Ritratto di Oscar Wilde” (Ancora 2009) in cui ha definito «un mistero non ancora pienamente svelato» la sua complessa personalità, arrivando a descrivere il profondo e autentico sentimento religioso del celebre poeta.

Il cammino esistenziale di Oscar Wilde è stato un lungo e difficile itinerario verso il cattolicesimo, una conversione – ha spiegato Gulisano – «di cui nessuno parla, e che fu una scelta meditata a lungo, e a lungo rimandata, anche se – con uno dei paradossi che tanto amava – , Wilde affermò un giorno a chi gli chiedeva se non si stesse avvicinando troppo pericolosamente alla Chiesa Cattolica: “Io non sono un cattolico. Io sono semplicemente un acceso papista”. Dietro la battuta c’è la complessità della vita che può essere vista come una lunga e difficile marcia di avvicinamento al Mistero, a Dio». Molte le persone che sono entrate in rapporto con lui e si sono convertite, come Robbie Ross, Aubrey Beardsley, e – ha continuato lo scrittore – «addirittura quel John Gray che gli ispirò la figura di Dorian Gray che diventato cattolico entrò anche in Seminario a Roma e divenne un apprezzatissimo sacerdote in Scozia. Infine, anche il figlio minore di Wilde divenne cattolico». Wilde soleva ripetere: «Il cattolicesimo è la sola religione in cui valga la pena di morire» (R. Ellmann, “Oscar Wilde”, Rizzoli, Milano 1991, pag. 669).

Wilde è oggi celebrato sopratutto come “icona gay”, ma Gulisano ha spiegato che «non può essere definito tout court “gay”: aveva amato profondamente sua moglie, dalla quale aveva avuto due figli che aveva sempre amato teneramente e ai quali, da bambini, aveva dedicato alcune tra le più belle fiabe mai scritte, quali “Il Gigante egoista” o “Il Principe Felice”. Il processo fu un guaio in cui finì per aver querelato per diffamazione il Marchese di Queensberry, padre del suo amico Bosie, che lo aveva accusato di “atteggiarsi a sodomita”. Al processo Wilde si trovò di fronte l’avvocato Carson, che odiava irlandesi e cattolici, e la sua condanna non fu soltanto il risultato dell’omofobia vittoriana». Tuttavia ebbe contemporaneamente diverse relazioni omosessuali, ma verso l’epilogo della sua vita si pentì del suo comportamento. Già nel celebre “De profundis”, una lunga lettera all’ex amante Alfred Douglas, scrisse: «Solo nel fango ci incontravamo», gli rinfacciò, e in una confessione autocritica: «ma soprattutto mi rimprovero per la completa depravazione etica a cui ti permisi di trascinarmi» (Ediz. Mondadori, 1988, pag. 17). Tre settimane prima di morire, dichiarò ad un corrispondente del «Daily Chronicle»: «Buona parte della mia perversione morale è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico. L’aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero guarito dalle mie degenerazioni. Ho intenzione di esservi accolto al più presto» (R. Ellmann, “Oscar Wilde”, Rizzoli, Milano 1991, pag. 669).

Mentre si trovava in punto di morte, il suo amico Robert Ross condusse presso di lui il reverendo cattolico irlandese Cuthbert Dunne. Wilde rispose con un cenno di volerlo vicino a sé (era impossibilitato a parlare), il sacerdote gli domandò se desiderava convertirsi, e Wilde sollevò la mano. Quindi padre Dunne gli somministrò il battesimo condizionale, lo assolse dai suoi peccati e gli diede l’estrema unzione (R. Ellmann, “Oscar Wilde”, Rizzoli, Milano 1991, pag. 670).

lunedì 5 agosto 2019

FRASE DI Oscar Wilde


FRASE DI Oscar Wilde
***

"I giorni sono finiti, quando Cristo camminava con gli uomini, ma l'amore, che è la sua immagine, ne ha preso il posto. Quando un uomo ama una donna, allora lui conosce il segreto di Dio, e il segreto del mondo".

(Oscar Wilde, "La duchessa di Padova")

"Il peccato d'orgoglio è quello che ha sempre distrutto gli uomini. Mi sono levato troppo in alto, e sono rovinosamente caduto nel fango".

(Oscar Wilde)

giovedì 7 gennaio 2016

OSCAR WILDE, L'INQUIETO CHE IMPLORAVA LA PIETÀ DI GESÙ

OSCAR WILDE, 
L'INQUIETO CHE IMPLORAVA LA PIETÀ DI GESÙ
                                                    ***                                    
Il 30 novembre 1900, a Parigi, moriva Oscar Wilde, l'autore de Il ritratto di Dorian Gray. La sua figura è spesso strumentalizzata e incompresa, nella sua profondità e nel suo dramma. Per questo può essere utile ricordare almeno alcune cose. Oscar Wilde nasce a Dublino il 16 ottobre 1854. Come racconta il biografo Francesco Mei, suo padre, sir William, è un medico affermatissimo, che «cambia più spesso le amanti che non le camicie» (Francesco Mei, Oscar Wilde, Rcs, Milano, 2001). Sua madre, Jane, è «portata a trascurare l'andamento della casa, compresa l'educazione morale dei figli».
William e Jane sono una coppia "aperta", con tutte le caratteristiche del caso. Quando Oscar nasce, la madre, «che aspettava ardentemente una bambina», resta delusa. Proietta sul figlio, maschio, i suoi desideri: il piccolo Oscar viene vestito da bambina, «agghindato con trine e pizzi» e patisce tanto le imposizioni della madre, quanto l'assenza del padre. Vari biografi mettono in luce come Wilde abbia interiorizzato una figura negativa di padre, e questo gli abbia impedito di sviluppare appieno la sua virilità e il suo senso di paternità: cercherà sempre, in altre figure maschili, il padre che non ha avuto, e sarà, con la moglie e con i figli, il marito infedele e il padre assente che non aveva apprezzato in suo padre.
Presto Wilde si distacca dalla famiglia, andando a studiare in collegio, prima al Trinity College di Dublino, poi ad Oxford. Rimanendo per certi aspetti «un eterno fanciullo», incapace di «maturare, almeno sul piano affettivo». Suo padre non è per lui oggetto di ammirazione, anzi Oscar non approva «lo sfrenato libertinaggio del genitore. E non è escluso che proprio per reazione agli eccessi paterni, egli abbia concepito sin dall'adolescenza una sorta di riluttanza a stabilire rapporti impegnativi con le donne». Si sposerà, amerà sua moglie, ma, un po' come il padre, senza mai riuscire a farlo veramente, alternando i rimorsi e il desiderio di tornare da lei, all'insicurezza e alla mutevolezza, ai rapporti fuggevoli e molteplici con donne, uomini e ragazzini. In un vortice di depravazione, come dirà lui stesso, che lo porterà, dopo il successo, alla prigione, ma anche ad una salute inferma, causa l'uso prolungato di alcool, liquori, assenzio... sino alla fine dei suoi giorni.
Condannato al carcere nel 1895, con l'accusa di aver avuto rapporti omosessuali con svariati ragazzini e prostituti, Wilde scrive da lì alla moglie Constance: «Perdonami... i miei peccati sono stati tremendi e imperdonabili...». Wilde si vergogna della sua vita passata, anela alla rigenerazione, alla rinascita, si fa dare il Vangelo, gli scritti dei cardinali inglesi Newman e Manning, la Storia dei Papi... e progetta di scrivere, una volta fuori dal carcere, qualcosa su san Francesco, quasi a riparazione del suo «perseguimento selvaggio del piacere che inaridisce il corpo e lo spirito». Nel 1897 scrive una lettera che prende il titolo da un salmo, De profundis, a lord Alfred Douglas, il suo amante. Il 30 novembre 1900 Oscar Wilde muore, dopo essere entrato nella Chiesa cattolica, di cui era sempre stato un estimatore, e aver ricevuto l'estrema unzione (Paolo Gulisano, Il ritratto di Dorian Gray, Ancora, Milano, 2009, p. 181).
Come per Baudelaire, Verlaine, Rimbaud e Huysmans (il cui romanzo Controcorrente è considerata la"bibbia dell'estetismo" e che poi diventerà oblato benedettino), passati tutti, chi più chi meno, da un forte rapporto con la fede religiosa, anche Wilde non può essere compreso se non riandando alla sua domanda: sono i piaceri del mondo, i "frutti terrestri" a saziare la fame dell'uomo, oppure la nostra "inquietudine", per citare Agostino, è saziata solo dall'incontro con Dio? Riportiamo qualche frase dal De profundis, scritto quando il poeta non è più sul palcoscenico, ma giù dal piedistallo su cui lui stesso aveva voluto mettersi, per essere da sé il senso della propria vita; scritto quando al posto dei piaceri sensuali e della dissipazione, vi sono il dolore e la solitudine; quando il tentativo di costruire una vita splendida, al di là del bene e del male, «come se Dio non ci fosse» e «tutto fosse lecito», si è rivelato un fallimento.
Scrive Wilde: «Bisogna, sì, ch'io mi dica che da me stesso io mi sono distrutto e che nessuno, piccolo oppure grande, non si può rovinare che con le sue proprie mani. Io sono pronto a dirlo; mi sforzo di confessarlo, quantunque, forse, in questo momento, non lo si creda. Senza alcuna compassione io sostengo contro di me l'implacabile accusa. Per quanto terribile sia stato ciò che il mondo mi ha fatto di male, quel che io feci a me stesso fu più tremendo ancora... Mi divertii a fare l'ozioso, il dandy, l'uomo alla moda. Mi circondai di poveri caratteri e di spiriti miserevoli. Divenni prodigo del mio proprio genio e provai una gioia bizzarra nello sperperare una giovinezza eterna. Stanco di vivere sulle cime, discesi volontariamente in fondo agli abissi per cercarvi delle sensazioni nuove. La perversità fu nell'orbita della passione quel che il paradosso era stato per me nella sfera del pensiero. Infine il desiderio si cangiò in una malattia, o in una follia, o in entrambe le cose. Divenni noncurante della vita altrui. Colsi il mio bene dove mi piacque e passai oltre. Dimenticai che ogni più piccola azione quotidiana forma o deforma il carattere e che, per conseguenza, ciò che si è compiuto nel segreto della propria intimità si sarà poi costretti a proclamarlo al mondo intero. Così, non fui più padrone di me stesso. Non riuscii più a dominare la mia anima e la ignorai. Permisi al piacere di governarmi e finii coll'essere abbattuto da una sventura orrenda. Adesso non mi rimane più che una cosa: l'assoluta umiltà...».
Poi, parlando di Gesù, scrive: «Certo, egli ha il senso della pietà per i poveri, per coloro che sono relegati nelle prigioni, per gli umili, per i miserabili, ma egli ha molta più compassione per i ricchi, per gli edonisti, per coloro che sacrificano la loro libertà e divengono gli schiavi delle cose, per quelli che portano abiti preziosi e abitano in palazzi regali. Le ricchezze e le voluttà a lui sembrano invero delle tragedie più grandi che la penuria e il dolore. Per Natale sono riuscito a procurarmi un Testamento Greco e ogni mattina, dopo aver spazzato la mia cella e forbito i miei utensili, leggo un passo dei Vangeli, una dozzina di versetti presi a caso, non importa dove. È una deliziosa maniera di cominciar la giornata. Ciascuno, anche vivendo una vita turbinosa e disordinata, dovrebbe fare così...». Sentiva Wilde, che Gesù aveva pietà anche di lui, del suo edonismo sfrenato, su cui aveva cercato di costruire la propria felicità, e che era stato, invece, al contrario, la sua condanna.
Fonte:
di Francesco Agnoli

La nuova Bussola Quotidiana il 02-12-2015

giovedì 28 maggio 2015

La conversione di Oscar Wilde

La conversione di Oscar Wilde

***


Icona del movimento gay ebbe in realtà parole molto dure sulla propria vita omosessuale e una chiara conversione a Cristo



Oscar Wilde_ © Public Domain






In questi giorni in cui l'Irlanda cattolica si scopre “moderna” in molti articoli si parla del più famoso degli omosessuali cattolici: Oscar Wilde, artista geniale dallo spirito sopraffino che affrontò il carcere a causa delle leggi omofobe della Gran Bretagna vittoriana. E' dunque divenuto – comprensibilmente – l'icona dell'orgoglio gay. Peccato che Wilde non ne fosse affatto orgoglioso.

Genio, sregolatezza e pentimento
La vita di Oscar Wilde fu spesso tormentata da un cinico disprezzo per gli altri, come dimostrano i suoi salaci aforismi, dall’assillante ricerca di un piacere trasgressivo fine a sé stesso attraverso ogni tipo di condotta, intrattenendo talvolta rapporti che lo stesso scrittore definirà alla fine della sua vita come umilianti. Nel 1898, all’uscita dal carcere dopo aver scontato due anni per la condanna contro la morale, scrive “De Profundis”, un romanzo epistolare dedicato proprio al suo amante e causa della sua rovina, Alfred Douglas, al quale ricorda ”…solo nel fango ci incontravamo” ed aggiunge: “ma soprattutto mi rimprovero per la completa depravazione etica a cui ti permisi di trascinarmi”.

Una conversione autentica
A poche settimane dalla morte, intervistato da un giornalista del Daily Chronicle, dichiarava tra l’altro: ”Buona parte della mia perversione morale è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico. L’aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero guarito dalle mie degenerazioni”. Concludeva quindi in maniera risoluta: ”Ho intenzione di esservi accolto al più presto”.

In un celebre aforisma dichiarava tra l’ironico e il feroce che: La Chiesa cattolica è soltanto per i santi ed i peccatori; per le persone rispettabili va benissimo quella anglicana”. Riguardo il peccato e il peccatore, merita di riportare quanto scrive, sempre nel “De Profundis”: ”Il Credo di Cristo non ammette dubbi e che sia il vero Credo io non ho dubbi. Naturalmente il peccatore deve pentirsi. Ma perché? Semplicemente perché altrimenti sarebbe incapace di capire quanto ha fatto. Il momento della contrizione è il momento dell’iniziazione. Di più: è lo strumento con cui muta il proprio passato”.

L'esperienza del carcere
Prosegue poi ricordando ciò che affermava la filosofia greca: “Neanche gli dèi possono mutare il passato” ed a questo Wilde risponde: ”Cristo dimostrò che il più comune peccatore poteva farlo, che anzi era l’unica cosa che egli sapesse fare. […] È difficile, per la maggior parte della gente, afferrare quest’idea. Oso dire che occorre andare in carcere per capirla bene. In tal caso, forse, vale la pena d’andarvi”.

Similmente su questo tema, Wilde confidava all’amico Andrè Gide: “La pietà è un sentimento meraviglioso, che prima non conoscevo […] Sapete quale nobile sentimento sia la pietà? Ringrazio Dio, sì, ogni sera ringrazio Dio in ginocchio di avermela fatta conoscere. Sono entrato in prigione con il cuore di pietra; non pensavo che al mio piacere… Ora il mio cuore si è aperto alla pietà. Ho capito che la pietà è il sentimento più profondo, più bello che esista. Ed ecco perché non serbo rancore verso chi mi ha condannato, né per nessuno dei miei detrattori: è merito loro se ho imparato cos’è la pietà”.

Sincero “papista”
Oscar Wilde ebbe anche l'occasione di incontrare due Papi nel visitare Roma. Il primo fu Pio IX, che suscitò in lui tale entusiasmo da dedicargli la poesia “Urbis Sacra Aeterna”, inserita in seguito in una raccolta di liriche dal titolo assai significativo ”Rosa Mystica”, l’altro fu il successore, Leone XIII, per il quale tra l’altro scrive: ”Quando vidi il vecchio bianco Pontefice, successore degli apostoli e padre della cristianità, portato in alto sopra la folla, passarmi vicino e benedirmi dove ero inginocchiato, io sentii la mia fragilità di corpo e di anima scivolare via da me come un abito consunto e ne provai piena consapevolezza”. Wilde fu caustico con le religioni, ma mai dissacrante...

Una comitiva complessa
Molti degli amici di Oscar Wilde che con lui condividevano l'amore per gli eccessi si convertì al cattolicesimo a cominciare proprio da Alfred Douglas, l’amante per il quale Wilde finì in carcere, ed anche suo padre, il marchese Queensberry, che essendosi dichiarato sempre ateo e materialista, in punto di morte si convertì alla Chiesa cattolica.
Similmente a Robert Ross, il suo migliore amico che lo assistette fino all’ultimo, ma anche suo figlio Vivian, John Gray (che ispirò il famoso racconto di Dorian Gray), divenne addirittura sacerdote assai apprezzato in Scozia. Si convertì anche pittore Aubrey Beardsley. Hunter Blair prese l’abito benedettino e il poeta Andrè Raffalovich divenne terziario domenicano. Improbabile che tutto questo sia un caso (Rai Vaticano, 15 dicembre 2011).

Come spiega Paolo Gulisano, scrittore e saggista esperto del mondo britannico (è autore di diversi volumi su Tolkien, Lewis, Chesterton e Belloc) che ha qualche tempo fa ha pubblicato: “Il Ritratto di Oscar Wilde” (Editrice Ancora, pag 190 euro 14), in una intervista a Zenit:
 



“Non solo un’esteta, il cantore dell’effimero, il brillante protagonista dei salotti londinesi, ma anche un uomo che dietro la maschera dell’amoralità si interrogava e invitava a porsi il problema di ciò che fosse giusto o sbagliato, vero o falso, persino nelle sue principali commedie degli equivoci.
Wilde è ancora oggi una icona gay per il celebre processo subito che segnò la fine della sua fortuna.


Può riassumere in breve la vicenda giudiziaria ed anche la correzione di prospettiva che lei introduce?
Gulisano: Wilde non può essere definito tout court “Gay”: aveva amato profondamente sua moglie, dalla quale aveva avuto due figli che aveva sempre amato teneramente e ai quali, da bambini, aveva dedicato alcune tra le più belle fiabe mai scritte, quali “Il Gigante egoista” o “Il Principe Felice”. Il processo fu un guaio in cui finì per aver querelato per diffamazione il Marchese di Queensberry, padre del suo amico Bosie, che lo aveva accusato di “atteggiarsi a sodomita”. Al processo Wilde si trovò di fronte l’avvocato Carson, che odiava irlandesi e cattolici, e la sua condanna non fu soltanto il risultato dell’omofobia vittoriana.


Qual è stato il tormentato rapporto tra Wilde e la verità cattolica, rapporto che è un po' il file rouge del suo lavoro?
Gulisano: Il cammino esistenziale di Oscar Wilde può anche essere visto come un lungo e difficile itinerario di conversione al cattolicesimo. Una conversione di cui nessuno parla, e che fu una scelta meditata a lungo, e a lungo rimandata, anche se - con uno dei paradossi che tanto amava- , Wilde affermò un giorno a chi gli chiedeva se non si stesse avvicinando troppo pericolosamente alla Chiesa Cattolica: "Io non sono un cattolico. Io sono semplicemente un acceso papista". Dietro la battuta c’è la complessità della vita che può essere vista come una lunga e difficile marcia di avvicinamento al Mistero, a Dio (30 giugno 2012).

giovedì 18 luglio 2013

egoismo

 ***
L'egoismo non consiste nel vivere come ci pare ma nell'esigere che gli altri vivano come pare a noi. 
 (Oscar Wilde)

lunedì 4 marzo 2013

Wilde, l’"anticlericale" che dedicava poesie al Papa

Wilde,

 l’"anticlericale" che dedicava poesie al Papa, di Antonello Cannarozzo (dal sito Rai Vaticano, 15/12/2011)

***

Recentemente, in un talk show radiofonico, un esponente del movimento gay italiano intervistato sulla storia del movimento omosessuale, citava, tra i tanti personaggi del mondo della cultura, dell’arte e della scienza che hanno avuto chiare tendenze omosessuali anche – e con ragione - Oscar Wilde.
Di lui, oltre alle doti di scrittore, saggista e commediografo, il nostro intervistato apprezzava soprattutto il coraggio di non aver nascosto la sua “diversità”, specialmente nell’Inghilterra del XIX secolo intrisa di perbenismo vittoriano, nonché la sua intelligenza ed il suo sarcasmo tipici – sottolineava - proprio del mondo omosessuale. Insomma – concludeva – una vera bandiera gay contro i troppi bigottismi, specialmente religiosi, di cui propriola Chiesa cattolica è ancora oggi il maggior fautore.
Peccato che questa prolusione dimenticasse un piccolo particolare: la “bandiera” dell’orgoglio gay ebbe non solo un pentimento totale riguardo la propria vita, ma concluse i suoi giorni con la conversione alla tanto “vituperata” fede cattolica, tanto da esalare l’ultimo respiro avendo tra le mani un rosario. Wilde non fu il solo, nella sua cerchia di amici, a trovare nella Chiesa Cattolica la risposta alle tante inquietudini spirituali. Ma molti, nell’ambito della realtà gay, hanno sempre contestato questa sua conversione avvenuta, a sentir loro, nei termini di una coercizione su un malato terminale. Ma non è affatto andata così.
Le contraddizioni, le grandezze e le meschinità di un personaggio come Wilde certo non si possono approfondire in qualche nota: io mi limiterò solamente a sottolineare come, nonostante la complessità della sua storia, la sua conversione non sia maturata solamente negli ultimi istanti di vita, ma sia stata invece il frutto di una ricerca durata lungo tutta la sua esistenza.
Irlandese, Wilde era nato a Dublino nel 1854, da padre fervente anglicano e madre cattolica, la quale, in gran segreto per paura del marito, fece battezzare il piccolo Oscar. Per chi non conosce le vie del Signore, certamente quel battesimo, doveva essere stato poco meno che un po’ di acqua fresca; ma per fortuna non fu così.
La vita di Oscar Wilde fu spesso tormentata da un cinico disprezzo per gli altri, come dimostrano i suoi salaci aforismi, dall’assillante ricerca di un piacere trasgressivo fine a sé stesso attraverso ogni tipo di condotta, intrattenendo talvolta rapporti che lo stesso scrittore definirà alla fine della sua vita come umilianti. Nel 1898, all’uscita dal carcere dopo aver scontato due anni per la condanna contro la morale, scrive “De Profundis”, un romanzo epistolare dedicato proprio al suo amante e causa della sua rovina, Alfred Douglas, al quale ricorda ”…solo nel fango ci incontravamo” ed aggiunge: “ma soprattutto mi rimprovero per la completa depravazione etica a cui ti permisi di trascinarmi”. (Ediz. Mondadori, 1988). Altro che orgoglio gay!
A smentire poi l’idea di una falsa conversione al cattolicesimo, ricordiamo che poche settimane prima di morire, intervistato da un giornalista del Daily Chronicle, dichiarava tra l’altro: ”Buona parte della mia perversione morale è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico. L’aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero guarito dalle mie degenerazioni”. Concludeva quindi in maniera risoluta: ”Ho intenzione di esservi accolto al più presto”. (Ediz. Rizzoli, 1991).
In un celebre aforisma dichiarava tra l’ironico e il feroce che: ”La Chiesa cattolica è soltanto per i santi ed i peccatori; per le persone rispettabili va benissimo quella anglicana”. Riguardo il peccato e il peccatore, merita di riportare quanto scrive, sempre nel “De Profundis”: ”Il Credo di Cristo non ammette dubbi e che sia il vero Credo io non ho dubbi. Naturalmente il peccatore deve pentirsi. Ma perché? Semplicemente perché altrimenti sarebbe incapace di capire quanto ha fatto. Il momento della contrizione è il momento dell’iniziazione. Di più: è lo strumento con cui muta il proprio passato”.
Prosegue poi ricordando ciò che affermava la filosofia greca: “Neanche gli dei possono mutare il passato” ed a questo Wilde risponde: ”Cristo dimostrò che il più comune peccatore poteva farlo, che anzi era l’unica cosa che egli sapesse fare. […] È difficile, per la maggior parte della gente, afferrare quest’idea. Oso dire che occorre andare in carcere per capirla bene. In tal caso, forse, vale la pena d’andarvi”.
Sempre su questo tema, Wilde confidava all’amico Andrè Gide: “La pietà è un sentimento meraviglioso, che prima non conoscevo […] Sapete quale nobile sentimento sia la pietà? Ringrazio Dio, sì, ogni sera ringrazio Dio in ginocchio di avermela fatta conoscere. Sono entrato in prigione con il cuore di pietra; non pensavo che al mio piacere… Ora il mio cuore si è aperto alla pietà. Ho capito che la pietà è il sentimento più profondo, più bello che esista. Ed ecco perché non serbo rancore verso chi mi ha condannato, né per nessuno dei miei detrattori: è merito loro se ho imparato cos’è la pietà”. (A. Gide, Ediz. Mercure, 1989). Parole che sicuramente non si possono ascrivere ad un senza Dio e ad un amante della trasgressione tout court.
Wilde ebbe occasione di incontrare due Papi nel visitare Roma. Il primo fu Pio IX, che suscitò in lui tale entusiasmo da dedicargli la poesia “Urbis Sacra Aeterna”, inserita in seguito in una raccolta di liriche dal titolo assai significativo ”Rosa Mystica”, l’altro fu il successore, Leone XIII, per il quale tra l’altro scrive: ”Quando vidi il vecchio bianco Pontefice, successore degli apostoli e padre della cristianità, portato in alto sopra la folla, passarmi vicino e benedirmi dove ero inginocchiato, io sentii la mia fragilità di corpo e di anima scivolare via da me come un abito consunto e ne provai piena consapevolezza”. Non sembrano di certo parole anticlericali! Wilde non perdeva occasione per battute caustiche anche sulla religione, come su tutte le cose. Ma a differenza di altri soggetti, non fu mai irrispettosamente dissacrante.
Ricordiamo inoltre che nel circolo di amici che con Oscar Wilde condividevano la trasgressione come unico elemento della vita, troviamo delle sorprese che dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, come la mano di Dio possa cambiare i destini degli uomini. Si convertì al cattolicesimo proprio Alfred Douglas, l’amante per il quale Wilde finì in carcere, ed anche suo padre, il marchese Queensberry, che essendosi dichiarato sempre ateo e materialista, in punto di morte chiese la conversione alla Chiesa cattolica.
Stessa sorte toccò a Robert Ross, il suo migliore amico che lo assistette fino all’ultimo; suo figlio Vivian, John Gray, che ispirò il famoso racconto di Dorian Gray, che divenne addirittura sacerdote; il pittore Aubrey Beardsley; Hunter Blair che prese l’abito benedettino; il poeta Andrè Raffalovich, divenuto terziario domenicano. E molti altri.
Forse, prima di definire Oscar Wilde “bandiera” dell’orgoglio gay, bisognerebbe rivedere con onestà intellettuale anche il significato della  conversione proprio a quella religione, la cattolica, definita dagli ambienti gay – e non solo - la più oscurantista e retrograda. Alla luce della vita di Oscar Wilde, ci permettiamo di dire che non è così.

venerdì 3 agosto 2012

Il cattolico Oscar Wilde,

Il cattolico Oscar Wilde, e il suo pentimento per la «perversione morale»

«Il cattolicesimo è la religione in cui muoio»così disse il celebre poeta e drammaturgo Oscar Wilde poco prima di morire a Parigi, il 30 novembre 1900. Lo scrittore e saggista esperto del mondo britannico Paolo Gulisano si è concentrato anche sulla conversione di Wilde nel suo libro “Ritratto di Oscar Wilde” (Ancora 2009)  in cui ha definito «un mistero non ancora pienamente svelato» la sua complessa personalità, arrivando a descrivere il profondo e autentico sentimento religioso del celebre poeta.
Il cammino esistenziale di Oscar Wilde è stato un lungo e difficile itinerario verso il cattolicesimo, una conversione -ha spiegato Gulisano- «di cui nessuno parla, e che fu una scelta meditata a lungo, e a lungo rimandata, anche se – con uno dei paradossi che tanto amava- , Wilde affermò un giorno a chi gli chiedeva se non si stesse avvicinando troppo pericolosamente alla Chiesa Cattolica: “Io non sono un cattolico. Io sono semplicemente un acceso papista”. Dietro la battuta c’è la complessità della vita che può essere vista come una lunga e difficile marcia di avvicinamento al Mistero, a Dio». Molte le persone che sono entrate in rapporto con lui e si sono convertite, come Robbie Ross, Aubrey Beardsley, e -ha continuato lo scrittore- «addirittura quel John Gray che gli ispirò la figura di Dorian Gray che diventato cattolico entrò anche in Seminario a Roma e divenne un apprezzatissimo sacerdote in Scozia. Infine, anche il figlio minore di Wilde divenne cattolico». Wilde soleva ripetere: «Il cattolicesimo è la sola religione in cui valga la pena di morire» (R. Ellmann, “Oscar Wilde”, Rizzoli, Milano 1991, pag. 669).
Wilde è oggi celebrato sopratutto come “icona gay”, ma Gulisano ha spiegato che «non può essere definito tout court “gay”: aveva amato profondamente sua moglie, dalla quale aveva avuto due figli che aveva sempre amato teneramente e ai quali, da bambini, aveva dedicato alcune tra le più belle fiabe mai scritte, quali “Il Gigante egoista” o “Il Principe Felice”. Il processo fu un guaio in cui finì per aver querelato per diffamazione il Marchese di Queensberry, padre del suo amico Bosie, che lo aveva accusato di “atteggiarsi a sodomita”. Al processo Wilde si trovò di fronte l’avvocato Carson, che odiava irlandesi e cattolici, e la sua condanna non fu soltanto il risultato dell’omofobia vittoriana». Tuttavia ebbe contemporaneamente diverse relazioni omosessuali, ma verso l’epilogo della sua vita si pentì del suo comportamento. Già nel celebre “De profundis”, una lunga lettera all’ex amante Alfred Douglas, scrisse: «Solo nel fango ci incontravamo», gli rinfacciò, e in una confessione autocritica: «ma soprattutto mi rimprovero per la completa depravazione etica a cui ti permisi di trascinarmi» (Ediz. Mondadori, 1988, pag. 17)Tre settimane prima di morire, dichiarò ad un corrispondente del «Daily Chronicle»«Buona parte della mia perversione morale è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico. L’aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero guarito dalle mie degenerazioni. Ho intenzione di esservi accolto al più presto»  (R. Ellmann, “Oscar Wilde”, Rizzoli, Milano 1991, pag. 669).
Mentre si trovava in punto di morte, il suo amico Robert Ross condusse presso di lui il reverendo cattolico irlandese Cuthbert Dunne. Wilde rispose con un cenno di volerlo vicino a sé (era impossibilitato a parlare), il sacerdote gli domandò se desiderava convertirsi, e Wilde sollevò la mano. Quindi padre Dunne gli somministrò il battesimo condizionale, lo assolse dai suoi peccati e gli diede l’estrema unzione (R. Ellmann,Oscar Wilde”, Rizzoli, Milano 1991, pag. 670).
Qui e qui due interessanti contributi per chi volesse approfondire
da:UCCR

martedì 6 marzo 2012

Oscar Wilde, il suo amore per il Cattolicesimo

Oscar Wilde, il suo amore per il Cattolicesimo

 e la conversione in punto di morte

pubblicata da Benedetto XVI il giorno venerdì 2 marzo 2012 alle ore 15.11 ·
 Merita di essere qui ricordata una delle figure piú controverse della letteratura inglese, Oscar Wilde. Merita soprattutto che gli si scrollino di dosso numerosi luoghi comuni e letture superficiali che l'hanno a poco a poco trasformato in una vera e propria icona di una cultura trasgressiva e libertina. Certo, che la vita e l'opera di Wilde siano state costellate di provocazioni ed improntate ad una condotta molto lasciva, è innegabile. Delle sue opere in genere si ricordano soprattutto il disarmante "Ritratto di Dorian Gray", le sue sferzanti commedie e perfino una poesia, in realtà non sua, ma del suo amante Alfred Douglas, intitolata "Two loves", che contiene una frase apologetica che descrive l'amore omosessuale come quello che “dares not speak its name”, «non osa dire il suo nome», definizione strumentalmente assurta, oggi, quasi a status symbol degli amori lascivi ed ineffabili. 
Tutto questo è realtà storica che nessuno vuole negare, ma c'è un'altra verità storica, se vogliamo paradossale, che quasi tutti, in buona o in cattiva fede, sembrano trascurare: Wilde, soprattutto in carcere, leggeva avidamente Dante, la Bibbia, chiedeva ad Alfred Douglas libri su San Francesco d'Assisi. Tornato in libertà, assisteva abbastanza frequentemente a funzioni religiose cattoliche. Ma il passo finale arrivò solo in punto di morte, con il suo pentimento e la sua conversione al cattolicesimo, ma meditata a piú riprese da Wilde (che del resto morí, nel 1900, a soli 46 anni) e frutto comunque di un travagliato percorso morale e spirituale. È proprio sulla sua conversione che ci soffermeremo in questa sede, non certo per disconoscere tutti gli altri aspetti della sua esistenza e della sua opera, ma se non altro per rileggerle in un'altra prospettiva che per certi versi riabilita questa figura e comunque la sottrae alle indebite interpretazioni che lo vogliono precursore di un esasperato libertinismo, quando invece (sulla scorta di un sereno spoglio dei documenti storici) è lecito affermare che, se Wilde vivesse oggi, sarebbe da molti considerato un personaggio piuttosto «clericale». 
Il nostro breve elaborato, naturalmente, auspichiamo soltanto che possa essere d'aiuto a comprendere un po' più in profondità, sganciandosi dagli schematismi del «politicamente corretto», la complessa figura di un uomo «che per tutta la vita cercò la Bellezza e finì per incontrare la Verità»  (3).

Oscar Wilde

Dopo la sua detenzione in carcere per "sodomia" (1895-1897), Wilde trascorse gli ultimi anni tra l'Italia e la Francia. In prigione, tra l'altro, aveva scritto il celebre De profundis, una lunga lettera all'ex amante Alfred Douglas, colpevole - a dire dello stesso Wilde- della sua corruzione e della condanna. In realtà, già negli anni precedenti Oscar aveva cercato più volte di troncare il loro rapporto, che si fondava unicamente sulle più basse passioni umane: «Solo nel fango ci incontravamo», gli rinfaccia rammaricato fin dall'inizio (4). «Ma soprattutto - confessa in chiave autocritica mi rimprovero per la completa depravazione etica a cui ti permisi di trascinarmi»  (5). Dichiarandosi pentito della loro relazione, gli annunciava di avere intenzione di lasciarlo per sempre per tornare con la moglie e i due figli, che malgrado tutto non aveva mai smesso di amare. Il buon proposito, però, fu poi disatteso perché dalla morte della moglie (1898) gli fu sempre impedito dalle autorità di vederli. 

Le sue condizioni di salute, intanto, peggioravano progressivamente, anche a causa dell'abuso di alcool. Al suo capezzale in un albergo di Parigi fu assistito principalmente da Robert Ross, grande amico di vecchia data che piú di tutti gli era rimasto sempre fedele. Fu proprio Ross a condurre il reverendo cattolico irlandese Cuthbert Dunne dall'amico ormai morente. Sembra che Wilde non fosse in grado di parlare, perciò Ross gli chiese se voleva vedere il sacerdote dicendogli di sollevare la mano per rispondere affermativamente. Wilde la sollevò. Il sacerdote gli domandò, con la stessa modalità, se voleva convertirsi, e Wilde sollevò nuovamente la mano. Quindi padre Dunne gli somministrò il battesimo condizionale, lo assolse e lo unse. Wilde morì cattolico. Lo stesso Padre Dunne «affermò di essere pienamente certo che Wilde lo avesse compreso quando gli disse che era lì per riceverlo nella Chiesa cattolica e dargli gli ultimi sacramenti»  (6).
Ross ebbe in seguito a dichiarare: «Non riuscì mai a parlare. Lo feci per la mia coscienza e la promessa che gli avevo fatto» (7). È quasi scontato ritenere che una persona in grado di sollevare la mano dietro precisa esortazione sia, benché morente, lucida. Tuttavia, Ross sapeva, al di là della domanda formulatagli in quel momento, che Wilde aveva più volte espresso la volontà di convertirsi al cattolicesimo, tanto che la definì, appunto, «la promessa che gli avevo fatto».
L'interesse di Wilde per il cattolicesimo era in realtà di vecchissima data. Fin da giovane si mostrò molto interessato (ma, per certi versi, piú per ragioni «artistiche» che religiose) alla Chiesa, sulla scorta degl'insegnamenti e dei canoni che il suo maestro oxoniense, John Ruskin, andava via via delineando. «Il cattolicesimo», soleva ripetere Wilde nel suo stile sornione, «è la sola religione in cui valga la pena di morire» (8). Dello stesso Dorian Gray, l’alter ego letterario di Wilde, protagonista del celebre romanzo e icona dell'edonismo, Wilde scrive che non professava alcuna fede religiosa, ma aveva una certa propensione per la religione cattolica (9). La bellezza delle chiese cattoliche, il solenne rituale latino, i bei paramenti sacri esercitavano una grande forza attrattiva per il giovane Dorian Gray. Certo, le opinioni di Wilde in materia di fede non erano affatto ortodosse, ma questi elementi, questi slanci spirituali, se ben contestualizzati, consentono di comprendere quale travaglio visse la sua anima e possono essere spiegati appunto alla luce di quanto avvenne poi, cioè la sua conversione. 

Col trascorrere del tempo, e soprattutto negli ultimi anni di vita, l'avvicinamento di Wilde al cattolicesimo si fece progressivamente più intenso. Tre settimane prima di morire dichiarò ad un corrispondente del “Daily Chronicle”: «Buona parte della mia perversione morale è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico. L'aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero guarito dalle mie degenerazioni. Ho intenzione di esservi accolto al più presto» (10). Non si direbbero proprio le parole di un anticlericale precursore di una cultura trasgressivo-libertina come oggi, spesso, lo si vuol far passare. Si noterà, certo, lo stile un po' sui generis delle affermazioni di Wilde. Inizialmente, infatti, neppure Ross prese sul serio le intenzioni dell'amico (quando ancora era in salute), tanto che Wilde lo soprannominò scherzosamente «il cherubino con la spada fiammeggiante, che mi proibisce di entrare nell'Eden». E, con tono altrettanto scherzoso, disse ad un altro amico: «La Chiesa cattolica è soltanto per i santi e i peccatori. Per le persone rispettabili va benissimo quella anglicana» (11). Bisogna però saper inquadrare questo tipo di linguaggio, che rientrava nello stile sferzante e sornione dell'eloquio di Wilde, sempre in cerca della battuta icastica e divertente, e ironico su tutti gli argomenti. Non va perciò confuso lo stile ironico di certe affermazioni di Wilde con la serietà del suo travaglio interiore; non si deve, per parafrasare Wilde stesso, «disperdere il grano e conservare la pula, scegliendo perfidamente» (12). 

Si tratta di un principio profondamente cristiano, che nel De profundis descrive con parole molto toccanti: «Il credo di Cristo non ammette dubbi. E che sia il vero credo io non lo dubito. Naturalmente, il peccatore deve pentirsi. Ma perché? Semplicemente perché altrimenti sarebbe incapace di capire quanto ha fatto. Il momento della contrizione è il momento dell'iniziazione. Di più: è lo strumento con cui si muta il proprio passato. I greci consideravano una cosa simile impossibile. Spesso dicevano quel loro aforisma gnomico: "Neppure gli dèi possono mutare il passato". Cristo dimostrò che il più comune peccatore poteva farlo, che anzi era l'unica cosa che il più comune peccatore sapesse fare [...]. È difficile, per la maggior parte della gente, afferrare quest'idea. Oso dire che occorre andare in carcere per capirla bene. In tal caso, forse, vale la pena d'andarvi»  (13). Uscito di prigione dichiarerà ancora ad un amico: «La pietà è un sentimento meraviglioso, che prima non conoscevo [...]. Sapete quale nobile sentimento sia la pietà? Ringrazio Dio, sì, ogni sera ringrazio Dio in ginocchio di avermela fatta conoscere. Sono entrato in prigione con un cuore di pietra; non pensavo che al mio piacere... Ora invece il mio cuore si è aperto alla pietà. Ho capito che la pietà è il sentimento più profondo, più bello che esista. Ed ecco perché non serbo rancore verso chi mi ha condannato, né per nessuno dei miei detrattori: è merito loro se ho imparato cos'è la pietà»  (14). «Il momento supremo per un uomo - confida Wilde nel "De profundis" è quello in cui s'inginocchia nella polvere, e si batte il petto, e confessa tutti i peccati della sua esistenza»  (15).

Colpisce, tra le numerose sorprese del personaggio, che la quasi totalità dei suoi più cari amici, a un certo momento della propria vita, abbandonò la vecchia condotta dissoluta e si convertì al cattolicesimo romano. L'ex amante Alfred Douglas, innanzitutto. Poi Robert Ross, il suo migliore amico. Il suo secondogenito, Vyvyan, che volle divenne cattolico già a tredici anni. John Gray (1866-1934), che aveva ispirato allo scrittore la figura dell'omonimo Dorian e che dopo la conversione si fece addirittura sacerdote. Il poeta André Raffalovich (1864-1934), che divenne terziario domenicano. Il pittore Aubrey Beardsley (1872-1898), che aveva curato le illustrazioni della prima edizione di Salomè. Alcuni vecchi amici di Oxford, come Hunter Blair, fattosi poi benedettino. E ancora molti altri. Perfino il padre di Alfred Douglas, il marchese di Queensberry (1844-1900), l'uomo che lo aveva rovinato facendolo condannare in tribunale, e che si professava ateo e materialista, in punto di morte chiese i Sacramenti cattolici. Una serie di circostanze che permette di comprendere quale humus si celasse in realtà dietro la corruzione dell'ambiente di Wilde.


Oscar Wilde - oltre ad essere il re dei salotti londinesi - era solito trascorre ore a conversare con i padri gesuiti. Agli esordi della sua carriera letteraria, a Londra, frequentava spesso il Brompton Oratory, la chiesa dei Padri pratoriani, dove ebbe modo di aprire le pieghe più intime della sua anima ad un sacerdote, Padre Sebastien Bowden, col quale ebbe anche una corrispondenza epistolare (16). Ad una lettura attenta, in effetti, le sue maggiori opere risultano intrise tutte di un profondo spirito cattolico: le fiabe, dove sono decantati i valori del sacrificio e della carità; le poesie, tanto spesso dedicate a temi mistici; i drammi, uno dei quali rappresenta la vicenda biblica di Erode e Salomè; il già citato De profundis; e via discorrendo. I suoi stessi riferimenti culturali ruotavano attorno alla religione cattolica: le sue letture preferite erano Dante, San Francesco, Sant'Agostino, le Sacre Scritture. Ma sopratutto il Cardinale John Henry Newman (1801-1890), beatificato nel 2010 da papa Benedetto XVI. Per intenderci, il cardinale Newman, teologo e filosofo, è considerato uno dei più grandi prosatori inglesi della storia nonchè il più autorevole apologista della fede che la Gran Bretagna abbia prodotto. Si tratta di un intelligentissimo sacerdote anglicano che, attraverso i suoi studi, nella sua opera Sviluppo della dottrina cristiana, pubblicato nel 1845, arrivò alla conclusione che «la Chiesa Cattolica era formalmente dalla parte della ragione», e che essa era l'unica e la sola Chiesa a conservare interamente la Verità. Riassuntive di questo profondo processo di conversione, sono le parole che si leggono nel suo diario, del gennaio 1863: «Come protestante, la mia religione mi sembrava misera, non però la mia vita. E ora, da cattolico, la mia vita è misera, non però la mia religione». 

John Henry Newman

Dai Padri della Chiesa ad intellettuali della statura di Newman, questa fu la fonte a cui si abbeverò Oscar Wilde. Durante la carcerazione, racconta, «ogni mattina, dopo aver pulito la cella e lavato la mia gavetta, ho letto un poco dei Vangeli»  (17). Certo le sue opinioni in materia di fede non erano sempre ortodosse; ma questi elementi, questi slanci spirituali, se ben contestualizzati, consentono di comprendere quale travaglio visse la sua anima e possono essere spiegati appunto alla luce di quanto avvenne poi, cioè la conversione.

Quando fu universitario poi, già era stato sul punto di battezzarsi. Il padre, noto oftalmologo dell’epoca, nonché massone ed anti-cattolico, glielo proibì, minacciando di tagliargli i viveri. Nel 1877, inoltre, incontrò in segreto Papa Pio IX, che ammirava fortemente, a cui dedicò persino un sonetto, e per il quale nutriva profondo rispetto - e all’epoca non era certo di moda stimare Pio IX - tanto che, a quanti gli chiedevano della sua fede, rispondeva: «Non sono cattolico, sono solo papista». Quel sonetto si chiamava "Urbs Sacra Aeterna":

"Roma, quale mai Storia fu la tua!
Per più secoli la tua spada repubblicana resse
Il mondo ai primi albori, e fosti poi Regina delle genti,
Fin che i villosi Goti le tue strade corsero, e oggi
Sopra le tue mura (Oh, città coronata dal Signore, e dagli uomini disincoronata!)
Ondeggia ai vènti il rosso e il bianco e il verde
Dal tricolore detestato. Quando avesti la tua gloria?
Forse quando, avide di potenza, le tue aquile
Si levarono incontro al doppio sole, e tremarono i popoli
Al tuo cenno? No, la tua gloria attese questo giorno,
Quando innanzi al Santissimo Pastore
Della Chiesa di Dio fatto prigioniero,
S'inginocchiano in pianto i pellegrini".

Papa Pio IX, beatificato nel 2000 da Papa Giovanni Paolo II

Non poteva essere altrimenti: eccelso esteta e amante della bellezza in ogni sua forma, Wilde era convinto che l’identità culturale e storica di Roma e degli altri territori che avevano formato gli Stati della Chiesa era profondamente e irrimediabilmente cattolica, come il resto dell’Italia tra l’altro. Per tale ragione impedire ai Papi e alla Chiesa di continuare la loro missione evangelica, politica e culturale tramite il governo temporale non poteva sembrargli altro che un sacrilegio imperdonabile, oltre che un’azione lesiva per l’Italia stessa. Pur senza essere cattolico, la stessa abitazione di Oscar Wilde testimoniava una chiara simpatia per la Chiesa di Roma: erano state appese foto del papa Pio IX e del cardinale Manning, mentre la presenza di una Madonna di gesso accoglieva i suoi ospiti.
Ancora Ross testimonia che Wilde si era «inginocchiato come un vero cattolico» davanti ad un prete di Notre-Dame a Parigi, ad un altro prete a Napoli (18). Anzi, merita menzione il grande interesse di Wilde per Leone XIII, alle cui udienze andò molto spesso. La prima volta poté andarci in maniera del tutto casuale o, se vogliamo, provvidenziale. Il Sabato Santo del 1900 uno sconosciuto avvicinò Wilde e gli chiese se avesse avuto piacere di vedere il Papa il giorno dopo, Wilde rispose «Non sum dignus» e l'uomo gli consegnò il biglietto necessario per essere ammesso alla cerimonia pontificia. Il giorno successivo Wilde fu tra le prime file a ricevere, nel giorno di Pasqua, la benedizione Urbi et Orbi. Così il giorno dopo descrisse l'evento: «Ieri ero in prima fila con i pellegrini in Vaticano ed ho ricevuto la benedizione del Santo Padre. Era meraviglioso mentre sfilava di fronte a me portato sulla sua sedia gestatoria, non era né carne né sangue, ma un'anima candida vestita di bianco, un artista ed un santo. Non ho mai visto nulla di simile alla straordinaria grazia dei suoi modi; di tanto in tanto si sollevava probabilmente per benedire i pellegrini, ma certamente le sue benedizioni erano rivolte a me» (19). Leone XIII aveva quel portamento aristocratico, mite e ricco di grazia, che oggi caratterizza in maniera assai simile anche Benedetto XVI.

Papa Leone XIII, autore della storica enciclica "Rerum Novarum", su cui si fonda la Dottrina Sociale della Chiesa.

In seguito così Wilde ricordò la figura di Leone XIII: «Quando vidi il vecchio bianco Pontefice, successore degli Apostoli e padre della Cristianità, portato in alto sopra la folla, passarmi vicino e benedirmi dove ero inginocchiato, io sentii la mia fragilità di corpo e di anima scivolare via da me come un abito consunto, e ne provai piena consapevolezza». A papa Pecci Wilde attribuì addirittura di averlo miracolato, facendolo guarire, dopo la benedizione pasquale, da una grave forma di dermatite: «Il Vicario di Cristo ha fatto tutto», dichiarò. Da quel momento iniziò ad andare molto spesso, durante il suo soggiorno romano, alle udienze pontificie. 

In conclusione, si può più che ragionevolmente credere alla sincerità e alla legittimità della conversione di Wilde al cattolicesimo. Indubbiamente ciò non cancella la sua condotta eterodossa, ma scopo di questa rivisitazione critica non è certo quello di presentare Oscar Wilde come un modello cristiano da seguire, bensì quello di restituirlo alla verità storica, oltre allo spessore letterario che gli spetta, senza arbitrarie ed indebite forzature che portano a faziose interpretazioni della sua figura, e senza giudicare impietosamente quest'uomo che, pur avendo vissuto nel peccato e nell'errore, con la sua umiltà e la sua redenzione può forse fungere, oggi, da esempio per moltissime persone:

"And there, till Christ call forth the dead,
In silence let him lie".

"Lasciatelo in silenzio,
Verrà Cristo a suscitare i morti".

(Oscar Wilde, The Ballad of Reading Gaol, VI, vv. 7-8, trad. F. Buffoni)

3  P. Gulisano, Il ritratto di Oscar Wilde, seconda di copertina.
4  O. Wilde, De profundis, Mondadori, Milano 1988, pag. 17.
Ibid., pag. 11.
6  P. A. Spadaro s.j., Sempre la mezzanotte nel cuore. A cento anni dalla morte di Oscar Wilde, in La Civiltà Cattolica, anno CLI, nº 3607, pagg. 17-30, pag. 22, nota nº 18.
7  R. Ellmann, Oscar Wilde, Rizzoli, Milano 1991, pag. 670.
8  R. Ellmann, op. cit., pag. 669.
9  O. Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, in Opere, pagg. 145-146.
10 Ibid.
11 Ibid.
12 The Ballad of Reading Gaol, V, vv. 11-12, trad. F. Buffoni).
13 O. Wilde, De profundis, pagg. 105-106.
14 A. Gide, Oscar Wilde, Mercure de France, Parigi 1989, pagg. 39-40.
15 O. Wilde, De profundis, pagg. 129-130.
16  P. Gulisano, op. cit., pagg. 77-79.
17  O. Wilde, De profundis, pag. 99.
18  R. Ellmann, op. cit., pag. 669 e pag 718, nota nº 84.
19  O. Wilde, Due lettere, in Opere, pag. 1607.

Ivi è possibile leggere due delle tante storie, semplici ma dal grande significato, in cui emerge chiaramente la profonda religiosità cristiana di Wilde:

Il Gigante egoista
Il Principe Felice

sabato 25 febbraio 2012

wilde


***
 Almeno una volta nella vita ogni uomo cammina con Cristo verso Emmaus
Oscar Wilde



Postato da: giacabi a 19:29 | link | commenti wilde, gesù



Guardare le stelle
***
Siamo tutti nella fogna, ma alcuni di noi guardano alle stelle.”
Oscar Wilde


Postato da: giacabi a 19:27 | link | commenti (4)
bellezza, wilde


 La Bellezza
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La Bellezza è una forma del Genio, anzi, è più alta del Genio perché non necessita di spiegazioni. Essa è uno dei grandi fatti del mondo, come la luce solare, la primavera, il riflesso nell'acqua scura di quella conchiglia d'argento che chiamiamo luna. Non può essere interrogata: regna per diritto divino
Oscar Wilde


Postato da: giacabi a 19:23 | link | commenti
bellezza, wilde


Da:LA BALLATA DEL CARCERE
***
«Essi credono che il cuore d'un assassino corromperebbe la buona semente che seminano. Oh, non è vero! La benevola terra di Dio é più generosa di quel che non pensino gli uomini - e la rosa rossa vi sboccerebbe più rossa e la rosa bianca più bianca ancora.
Dalla sua bocca una rosa, una rossa rosa di porpora ! Dal suo cuore - una rosa bianca ! Chi può dire in quale strana maniera Cristo esprima la sua volontà, poiché l'arido bordone del pellegrino si coperse di fiori alla presenza del grande Papa.
Ma né la rosa candida come il latte, né la rosa rossa di porpora possono fiorire nell'aere d'una prigione ; frantumi, ciottoli e selci - ecco tutto quel che ci danno qui; poiché lo sanno bene che talvolta i fiori hanno calmato la disperazione dell'uomo semplice.
Perciò la rosa rossa come il vino, e la rosa bianca non si sfoglieranno mai, a petalo a petalo, su quel po' di terra e di sabbia, accanto all'orrido muro della prigione - per dire agli uomini che passano nel cortile che il Figlio di Dio é pur morto per tutti.
Eppure, benché l'orrido muro della prigione lo serri ancora tutto intorno, benché non possa errare la notte uno spirito carico di catene e benché uno spirito che giace in una terra così empia non possa fare altro che piangere, egli é in pace.
Egli é in pace - lo sventurato ! - egli è in pace o lo sarà tra poco: là non v'é nulla che lo possa impaurire e il Terrore non gli si mostra di pieno giorno, perché la Terra senza luce nella quale egli giace non ha né Sole, né Luna.
Lo impiccarono come s'impicca una bestia : non suonarono nemmeno un rintocco per confortare un poco la sua anima spaventata, ma precipitosamente lo trascinarono via e lo nascosero in una fossa.
Gli tolsero gli abiti di tela e lo lasciarono in pasto alle mosche; si beffarono della sua gola rossa e gonfia e de' suoi occhi puri ed assorti e con delle sghignazzanti risate fecero un mucchio del sudario nel quale il condannato riposa.
Il Cappellano non s'inginocchierebbe mai su quella tomba disonorata, né vi metterebbe la Croce benedetta che il Cristo santificò per i peccatori -- perché quell'uomo era di coloro che Cristo venne a salvare.
Ma tutto é bene ; egli non ha varcato che i limiti conosciuti della Vita ; e - per lui - delle lagrime di estranei riempiranno l'urna della Pietà spezzata da molto tempo, perché coloro che lo piangeranno saranno i reietti, e i reietti sanno piangere sempre.
V. stanza
Io non so se le Leggi hanno ragione o se le Leggi hanno torto : tutto ciò che sappiamo - noi, i prigionieri del carcere - si é che il muro é ben solido e che ogni giornata equivale ad un anno, un anno i cui giorni sono molto lunghi.
Ma questo io so: che ogni Legge fatta dagli uomini per l'Uomo da quando un Uomo per la prima volta troncò la vita del suo fratello e da quando ebbe origine il mondo della sofferenza - ogni Legge disperde il grano buono e conserva la crusca, col peggiore crivello.
Ed anche questo io so - e quanto sarebbe saggio, se ciascuno lo potesse ugualmente sapere! - che ogni prigione edificata dagli uomini é costrutta con i mattoni dell'infamia ed é chiusa con le sbarre - per paura che Cristo veda come gli uomini straziano i loro fratelli.
Con delle sbarre essi sfigurano la graziosa luna e accecano il buon sole ; e bene fanno a nascondere il loro Inferno, perché vi accadono delle cose che non dovrebbero mai esser viste né dal Figlio di Dio, né dal Figlio dell'Uomo.
Le azioni le più vili, simili ad erbe avvelenate, vigoreggiano nell'atmosfera del carcere; là dentro s'esaurisce e si sciupa soltanto ciò che é buono nell'Uomo ; la pallida Angoscia vigila alla pesante barriera e la Disperazione ne è la Custode.
Vi si affanna il piccolo fanciullo spaventato sino a farlo piangere giorno e notte ; vi si flagella il debole, vi si frusta l'idiota, vi si scherniscono i vecchi dai capelli bianchi e alcuni diventano folli e tutti diventano peggiori - e nessuno può aprir bocca.
Ogni angusta cella che noi abitiamo é un'infetta e cupa latrina, e il fetido, soffio della Morte vivente soffoca ogni abbaino sbarrato e tutto - tranne il desiderio - é ridotto in polvere nella macchina Umanità.
L'acqua salmastra che noi beviamo, filtra con una melma nauseabonda e il pane amaro che pesano con precauzione é pieno di calce e di gesso e il sonno mai non s'addorme, ma cammina con dilatati occhi - implorando grazia dal Tempo.
Ma quantunque la Fame sfinita e la livida Sete combattano tra di loro come l'aspide e la vipera, poco ci si preoccupa del cibo della prigione, perché ciò che estenua e uccide interamente si è che ogni pietra sollevata durante il giorno diviene il vostro stesso cuore durante la notte.
Sempre con la mezzanotte fosca nel cuore e col crepuscolo dentro la cella noi giriamo la manovella e sfilacciamo la fune, ciascuno nel suo separato inferno, e il silenzio é più terribile che il rintocco delle campane di bronzo.
E mai una voce umana si approssima per pronunciare una dolce parola e l'occhio che scruta attraverso gli sportelli e inesorabile e duro, e, dimenticati da tutti, noi imputridiamo e imputridiamo con l'anima e il corpo marciti.
Così arrugginiamo la catena di ferro della Vita, avviliti e solitari, e alcuni rompono in maledizioni e altri piangono - ed altri ancora non si lasciano sfuggire il minimo lamento ; ma le eterne Leggi di Dio sono elementi e spezzano il cuore di pietra.
Ed ogni cuore umano che si spezza in un cortile o in una cella della prigione è simile a quel cofano spezzato che offerse il proprio tesoro al Signore e riempì dell'aroma del più ricco nardo l'impuro tugurio del lebbroso.
Ah ! beati coloro i cuori dei quali si possono spezzare e guadagnar la pace del perdono! Altrimenti come potrebbe l'uomo purificare la sua anima dal peccato? Dove, dunque, se non in un cuore infranto, potrebbe entrare il Cristo Signore'"?
E l'uomo dalla gola rossa e gonfia, dagli occhi puri ed assorti, aspetta le mani sante che trasportarono il Ladro in Paradiso - perché il Signore non disprezza un cuore infranto e contrito.
L'uomo paludato di rosso che interpreta la Legge gli concesse tre settimane di vita per mettere la sua anima in armonia con la sua anima, e per purificare dalla più piccola goccia di sangue la mano che aveva impugnato il coltello.
E con delle lagrime di sangue egli purificò la sua mano, la mano che brandì l'acciaio ; perché solamente il sangue può lavare il sangue e soltanto le lagrime possono guarire e la macchia vermiglia di Caino divenne il sigillo di Cristo candido come la neve.
VI. stanza
Nel carcere di Reading, della città di Reading, c'é una tomba d'infamia e vi giace un miserabile divorato da denti di fiamma - in un sudario ardente egli giace e la sua tomba non ha nome.
E là, fino al giorno in cui Cristo chiamerà i morti al Giudizio, egli riposa in pace; non c'é nessun bisogno di piangere e di sospirare: egli aveva ucciso colei che amava ; e per questo ha dovuto morire.
Ma ognuno uccide la cosa che ama; lo sappiano tutti; gli uni uccidono con uno sguardo di odio, gli altri con delle parole carezzevoli, il vigliacco con un bacio, l'eroe con una spada!»


Postato da: giacabi a 19:06 | link | commenti
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La Chiesa cattolica
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 «La Chiesa cattolica è soltanto per i santi e i peccatori. Per le persone rispettabili va benissimo quella anglicana»
 Oscar Wilde

Postato da: giacabi a 15:22 | link | commenti
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Papa Leone XIII
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 «Quando vidi il vecchio bianco Pontefice, successore degli Apostoli e padre della Cristianità, portato in alto sopra la folla, passarmi vicino e benedirmi dove ero inginocchiato, io sentii la mia fragilità di corpo e di anima scivolare via da me come un abito consunto, e ne provai piena consapevolezza».
 Oscar Wilde cosí ricordò la figura di  papa Leone XIII

Postato da: giacabi a 15:15 | link | commenti
wilde



La Santa chiesa cattolica
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 «Buona parte della mia perversione morale è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico. L'aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero guarito dalle mie degenerazioni. Ho intenzione di esservi accolto al piú presto»
 Oscar Wilde Tre settimane prima di morire ad un corrispondente del Daily Chronicle,morì da cattolico


Postato da: giacabi a 15:01 | link | commenti
chiesa, wilde



Gesù Cristo
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«Egli non insegna niente a nessuno, ma basta essere condotti alla sua presenza per diventare qualcuno, e alla sua presenza noi tutti siamo destinati»
Oscar Wilde



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Il momento supremo di un uomo è quello
 in cui si inginocchia nella polvere e 
si batte il petto e confessa tutti
 i peccati della sua esistenza 
Oscar Wilde.