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GESU’ E’ IL SIGNORE
EDUCARE ALLA FEDE,
ALLA SEQUELA, ALLA TESTIMONIANZA
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Diocesi di Roma
Convegno Ecclesiale Diocesano Basilica di San Giovanni in Laterano, 11-12 e 14 giugno 2007
Contributo di Franco Nembrini (uno dei pochi che riesce ad entrare nel mio cuore)
(in corsivo le frasi trascritte, aggiunte al testo consegnato)
A. L’EDUCAZIONE COME INTRODUZIONE ALLA REALTA’
Dovendo
parlare di educazione posso solo raccontarvi alcuni episodi, alcuni
fatti attraverso i quali mi è parso di vedere che cosa fosse
l’educazione, ma con una premessa, e cioè che per poter parlare della
mia esperienza di padre e di insegnante devo partire dalla mia
esperienza di figlio, perché non posso non riconoscere che io ho visto
per la prima volta cosa fosse l’educazione con mio papà e mia mamma.
Sono
il quarto di dieci figli e l’immagine che ho del mio povero papà è
quando, nella stanzetta dove dormivamo noi sette figli maschi (siamo
sette maschi e tre femmine), si inginocchiava in mezzo alla stanza e
incominciava a dire il Padre Nostro. Questo era mio padre: uno che
guardava una cosa più grande di lui e ci invitava ad andargli dietro
senza bisogno di dircelo.
Era
uno che, quando sono diventato più grande e tornavo a casa a tarda ora
per i mille impegni che c’erano, lo trovavo sempre in piedi, perché non è
mai in vita sua andato a letto se non dopo aver chiuso la porta alle
spalle dell’ultimo figlio rientrato, e quando alle due o alle tre di
notte arrivavo a casa, e per non farlo arrabbiare troppo gli dicevo:
“Dai, papà, diciamo Compieta insieme” lui mi rispondeva: “Vai a letto,
cretino, che domani mattina devi lavorare: dico io Compieta per te”, e
si fermava e diceva la quarta o la quinta volta Compieta, la diceva per
me, perché io potessi andare a riposare.
Il
giorno prima di morire, paralizzato a letto, completamente afono, gli
ho chiesto come stava, e ha risposto allo stesso modo con cui aveva
risposto per tutta la vita: “farès pecat a lamentam” che in italiano
significa “Tutto è Grazia”. Mio padre era così.
E
così era mia mamma, che è morta ormai tanti anni fa (nell’85), una
donna molto semplice, figlia di contadini, che aveva tirato su dieci
figli e che morì confidandomi: “Mi dispiace di morire, perché adesso che
siete un po’ più grandi, avrei potuto fare un po’ di bene”.
So
bene che mi potreste obiettare: “roba da albero degli zoccoli, fatti e
atteggiamenti di un mondo che non c’è più” e l’osservazione sarebbe
assolutamente ragionevole.
Ma
io vi ho parlato dei miei genitori perché credo di aver imparato da
loro un criterio fondamentale, che il tempo ha mostrato come
assolutamente decisivo nell’itinerario educativo. E questo criterio lo
potrei definire così: che l’educazione è un problema di testimonianza.
Non è un problema dei bambini o dei ragazzi o dei giovani. Se sono così
allo sbando oggi non è per colpa loro (o meglio, è anche per colpa
loro) ma la prima responsabilità è la nostra.
In
educazione il problema non è la generazione dei figli ma la generazione
dei padri, non la generazione dei discepoli ma quella dei maestri.
In
altre parole: i figli vengono al mondo, esattamente come 100 o 1000
anni fa, con lo stesso cuore, con lo stesso desiderio, con la stessa
ragione di sempre, caratterizzati cioè da un insopprimibile desiderio di
Verità, di Bene, di Bellezza. Cioè con il desiderio di essere felici.
Ma quali padri, quali maestri, quali testimoni hanno di fronte?
Questa
cosa mi è sembrato di capirla in modo assolutamente radicale quando un
pomeriggio me ne stavo tranquillamente in casa con il mio primo figlio
Stefano, che poteva avere 4 o 5 anni, correggendo i temi come ogni
insegnante di italiano ed ero talmente assorto nel mio lavoro che non
avevo notato che Stefano si era avvicinato al mio tavolo e in silenzio
mi stava guardando. Non chiedeva nulla di particolare, non aveva bisogno
di nulla, solo osservava suo padre al lavoro. Ricordo che quel giorno,
nell’incrociare lo sguardo di mio figlio, mi folgorò questa impressione:
che lo sguardo di mio figlio contenesse una domanda assolutamente
radicale, inevitabile, cui non potevo non rispondere. Era come se
guardandomi chiedesse: papà assicurami che valeva la pena venire al
mondo.
Questa,
mi sono detto, è la domanda dell’educazione e da quel momento non ho
più potuto neanche entrare in classe e incrociare lo sguardo dei miei
alunni e non sentirmi rivolta questa domanda: quale speranza ti
sostiene? Perché di questo io ho bisogno per dare credito ai tuoi
suggerimenti, al tuo insegnamento, persino alle cose che mi dici di
studiare. Ti posso dare credito solo per una grande speranza presente.
L’educazione incomincia quando un adulto intercetta questa domanda e sente il dovere e la responsabilità di rispondere.
Ma è chiaro che non potrà rispondere con regole o raccomandazioni o teorie: può rispondere solo con la vita.
Lettura e commento di Deuteronomio 6, 20-25
Quando
in avvenire tuo figlio ti domanderà: Che significano queste istruzioni,
queste leggi e queste norme che il Signore Dio vi ha date? Tu
risponderai a tuo figlio così: eravamo schiavi del faraone in Egitto e
il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente. Il Signore operò
sotto i nostri occhi segni e prodigi grandi e terribili contro
l’Egitto, contro il faraone e contro tutta la sua casa. Ci fece uscire
di là per condurci nel paese che aveva giurato ai nostri padri di darci.
Allora il Signore ordinò di mettere in pratica tutte queste leggi,
temendo il Signore nostro Dio così da essere sempre felici ed essere
conservati in vita, come appunto siamo oggi. La giustizia consisterà per
noi nel mettere in pratica tutti questi comandi, davanti al Signore Dio
nostro, come ci ha ordinato.
Dante nel Paradiso, interrogato da S. Pietro sulla fede, si sente chiedere:
“Quella cara gioia sopra la quale ogni virtù si fonda, dimmi, donde ti venne?”
Perché
io potevo desiderare, bambino, di essere come mio papà? Perché
presentivo, sapevo che mio papà sapeva le cose che nella via è
importante sapere. Sapeva del bene e del male, della verità e della
menzogna, della gioia e del dolore, della vita e della morte.
Cioè
senza discorsi e senza prediche mi introduceva ad un senso ultimamente
positivo dell’esistenza, di tutti gli aspetti della vita. Era la
testimonianza vivente di una Verità conosciuta.
Se
l’educazione, come dice don Giussani nel Rischio Educativo è
“introduzione alla realtà totale, cioè alla realtà fino all’affermazione
del suo significato”, bene mio papà faceva esattamente questo.
E
questo, mi pare, è proprio ciò che manca ai giovani oggi: sono
cresciuti senza che venisse loro offerta questa “ipotesi esplicativa
della realtà” e perciò paurosi, trovandosi di fronte a tutto
perennemente indecisi, e tristi, e perciò così spesso violenti. Perché,
lo sappiamo bene noi adulti: non si può rimanere a lungo tristi senza
diventare cattivi.
Ma rendiamoci conto che la tristezza dei figli è figlia della nostra, la loro noia è figlia della nostra.
Ecco,
mio padre, lo dico volutamente con un paradosso, ci ha educati perché
non aveva il problema di educarci, di convincerci di qualcosa. Lo
desiderava, certo, certo pregava per questo, ma era come se ci sfidasse:
“io sono felice, vedete la mia vita, vedete se trovate qualcosa di
meglio e decidete”. Perseguiva tenacemente la sua santità, non la
nostra. Sapeva che santi a nostra volta lo saremmo potuti diventare solo
per nostra libera scelta.
B. L’EDUCAZIONE COME MISERICORDIA
Ma
questo non è bastato, non è bastato perché si è infilato nel rapporto
tra me e loro qualcosa che lo ha incrinato. Avevo 17 anni, e nonostante
l’educazione ricevuta in casa si insediò in me il dubbio, lo
scetticismo, insomma, andai in crisi, una crisi profonda, di cui
soffrivo molto.
La
cosa che mi faceva soffrire maggiormente era che il nulla divorava ciò a
cui tenevo di più, divorava mio padre e mia madre, i miei fratelli e i
miei amici: era un sentimento di inconsistenza della realtà, mi franava
tutto addosso.
Guardavo
mia madre lavorare in casa e piangevo perché sentivo che qualcosa me la
stava portando via, neanche il bene che le volevo reggeva, perdevano di
consistenza tutte le cose che mi erano care.
Vissi
un anno o due in una crisi molto profonda, abbandonando evidentemente
la pratica religiosa, che non mi diceva più niente, anzi, sfidando con
cattiveria una mia sorella che nel frattempo aveva incontrato Comunione e
Liberazione, dicendole: “Dimmi da che cosa ti avrebbe salvato il
Salvatore, da che cosa ti avrebbe redento il Redentore?
Siete come gli altri, anzi peggio degli altri, soffrite e morite come
gli altri: dove sta la salvezza? Da che cosa ti avrebbe salvato? Quando
esci la domenica dalla Messa che cosa puoi dire di te stessa più di
quello che posso dire io?”
Non
poteva evidentemente dire allora (aveva 19 anni), non poteva
rispondermi quello che oggi, risponderemmo insieme: che il di più che
Gesù ha portato nella vita è semplicemente l’io, l’io, una persona che
prima non c’era, una coscienza di sé e delle cose che prima non c’era, e
che era quello che io stavo cercando.
Che
cosa era mancato nell’educazione che avevo ricevuto? Era successo ai
miei genitori quel che sarebbe accaduto al padre di una mia alunna
qualche anno dopo. Vi racconto brevemente l’episodio.
Una
volta è venuto a trovarmi il papà di una mia alunna (un po’ strana, un
po’ fuori di testa), molto preoccupato e addolorato per la figlia che lo
faceva tribolare. Suonò il campanello quella sera a casa mia, cenammo
insieme, e alla fine, affrontando il problema che gli stava a cuore
scoppiò a piangere, si tirò su la manica della camicia facendomi vedere
le vene e, quasi urlando disperatamente, mi disse (siccome aveva capito
che tra me e sua figlia, invece, un po’ di feeling era nato, ci si
intendeva, insomma), mi disse, battendosi la mano sul braccio:
“Professore, io la fede ce l’ho nel sangue, ma non la so più dare a
nessuno. Può farlo lei? Lei può farlo: lo faccia, per carità, perché io
ce l’ho nel sangue, ma non la so più comunicare nemmeno a mia figlia”.
Ecco,
lì m’è venuta l’idea che il problema della Chiesa fosse il metodo, la
strada, che tutta la genialità del contributo che don Giussani offriva
alla Chiesa e al mondo era questo: la scoperta che la fede, tornando ad
essere un avvenimento presente, fosse finalmente dicibile, comunicabile.
Poi
ho capito che tutto il dramma di quel genitore era questo: pensava che
tra lui e sua figlia ci fosse una generazione di differenza, e invece
s’erano infilati tra lui e sua figlia quattrocento anni, cinquecento
anni di una cultura che aveva negato tutta la sua tradizione e le cose
di cui lui viveva, e che televisione e scuola – dal secondo dopoguerra
in poi – avevano infilato tra lui e sua figlia.
Ecco
cosa era mancato ai miei genitori e a quel padre: la consapevolezza di
questa distanza e il metodo, la strada per superarla. E la si poteva
superare solo riproponendo il cristianesimo nella sua elementare
radicalità: una presenza viva, capace di illuminare le contraddizioni
dell’esistenza in modo convincente. Non la soluzione dei problemi ma un
nuovo punto di vista da cui affrontarli, non una teoria contrapposta ad
altre teorie, ma, per dirla con Guardini “l’esperienza di un grande
amore nel quale tutto diventa avvenimento nel suo ambito”.
E’
il grande richiamo di Benedetto XVI nel memorabile discorso di Verona
alla Chiesa italiana. Allargate la ragione, sfidate la modernità per
raccogliere tutto il positivo ma anche per denunciare le insufficienze
di una cultura nichilista e relativista che si è costruita negli ultimi
secoli e che per tanti aspetti si è rivelata nemica dell’uomo.
Poi è avvenuto l’incontro con don Giussani ed è stata una folgorazione.
Venne
a casa mia. La mia povera mamma aveva un dolore grande, e cioè che il
primo dei dieci figli, che era stato in seminario, ne era uscito
sull’onda della contestazione e aveva non solo abbandonato la pratica
religiosa e la Chiesa, ma aveva fondato uno dei primi gruppi
extraparlamentari dei nostri paesi, insieme ad altri sette
ex-seminaristi. Don Giussani venne a conoscere i miei genitori: confessò
la mia mamma, che credo gli abbia parlato del suo dolore. Mio fratello
non era in casa quel giorno. La settimana dopo da Milano arrivò un pacco
di libri per questo mio fratello che lui non aveva conosciuto. E con
mio grandissimo stupore il pacco di libri, invece che contenere Bibbie o
Vangeli, conteneva Il Capitale di Carlo Marx e altri libri di quel
tipo. Fu il giorno in cui ebbi il primo sospetto serio che Dio
esistesse, perché solo Dio può fare una cosa così; ho avuto lì l’idea
che l’altro nome dell’educazione sia misericordia, sia carità, sia
quella cosa per cui Dio ti viene incontro lì dove sei: non ti chiede
prima di cambiare, non ti chiede prima di fare qualcosa, è lì dove sei
tu, con i tuoi gusti, con i tuoi interessi, col tuo temperamento, con i
tuoi peccati.
Vedere
Giussani che senza paura, senza venir meno a niente di se stesso,
regalava Carlo Marx a mio fratello perché sapeva che lui era lì, ecco,
mi fece venire questa idea: che l’educazione è questa misericordia in
atto, per cui Dio ci viene incontro lì dove siamo. Insomma mi venne il
sospetto che quell’uomo avesse a che fare con Dio, perché non mi avrebbe
mai chiesto di cambiare prima di volermi bene: mi voleva bene così come
ero.
E’
la natura stessa dell’amore. Gratuità assoluta. “In questo sta l’amore:
che Dio ci ha amati per primo, mentre eravamo ancora peccatori”.
Questa identificazione dell’educazione con la misericordia porta con sé alcune conseguenze che mi sembrano decisive:
a.
che l’educazione non poggia su tecniche psicologiche o pedagogiche o
sociologiche. E’ l’offerta della propria vita alla vita dell’altro. E’
l’offerta di una proposta di vita esistenzialmente significativa e
convincente che ha le sue radici nella esperienza lieta e certa del
testimone. Se per educare fossero bastate le parole sarebbero piovuti
Vangeli, invece Lui è venuto, compagno della nostra povera esistenza.
b.
Se è così l’azione missionaria del cristiano e della Chiesa tutta non
può che consistere in una coraggiosa testimonianza della fede là dove
gli uomini vivono, dove i giovani consumano la loro giovinezza, in
primis la scuola. Non si può più immaginare di svolgere l’azione
pastorale in ambiti chiusi, diversi dai luoghi di studio e di lavoro, e
di divertimento, ma bisognerà ricominciare a incontrare i nostri
fratelli uomini là dove essi vivono i loro interessi, i loro affetti, la
loro intelligenza e operosità. Una fede che non si dimostrasse
pertinente alla vita reale, che non si mostrasse capace di esaltare
l’io, il cuore e l’attesa del singolo, non potrà mai suscitare curiosità
e interesse e desiderio di seguire.
c.
Il problema coi figli o con gli alunni non può essere farli diventare
cristiani, farli pregare, farli andare in Chiesa. Se ti poni così
sentiranno questo come una pretesa da cui difendersi e da cui prendere
le distanze.
Tutto
il segreto dell’educazione mi pare che sia questo: i tuoi figli ti
guardano: quando giocano non giocano mai soltanto, qualsiasi cosa
facciano in realtà con la coda dell’occhio ti guardano sempre, e che ti
vedano lieto e forte davanti alla realtà è l’unico modo che hai di
educarli.
Lieto
e forte non perché sei perfetto (tanto non lo crederanno mai, e come è
patetico e triste il genitore che cerca di nascondere ai figli il
proprio male) ma perché sei tu il primo a chiedere e ad ottenere ogni
giorno di essere perdonato.
Così
tra l’altro con loro sei libero, anche di sbagliare, libero
dall’angoscia di dover far vedere una coerenza impossibile, perché il
tuo compito di padre è semplicemente quello di guardare un ideale
grande, sempre, e loro ti tentano, loro tendono l’elastico, ti mettono
alla prova sempre: sono tutti figliol prodighi.
E’
quella che nel Rischio educativo si chiama “funzione di coerenza
ideale” è la grande funzione educativa: che tu stai, che tu resti, resti
lì, e magari loro si allontanano e di sottecchi guardano sempre se tu
sei al tuo posto, se tu hai una casa, se tu sei una casa, e torneranno,
anche quando fanno le cose peggiori.
Questa
solidità, questa certezza che hai tu e che vivi tu con i tuoi amici e
con tua moglie, è l’unica cosa di cui hanno bisogno i figli per essere
educati, è l’unica cosa che anche senza saperlo ci chiedono, e su questa
testimonianza poggia la loro speranza. Si tratta di scommettere tutto
sulla loro libertà.
Pensate
alla parabola del figliol prodigo (che ora che ho letto il libro del
Santo Padre chiamerò sempre “la parabola dei due fratelli”): noi siamo
sempre tentati di trattenerli in casa, e invece loro vogliono andare,
misurarsi con tutto il reale, e noi a volerli tenere sotto una campana
di vetro. Abbiamo paura della loro libertà, perché è uno strappo, una
ferita che sanguina. Oppure confondiamo la responsabilità con il nostro
diventare come loro: lascio anch’io la casa con te, così magari ti tengo
d’occhio da vicino. Ma che disperazione per i nostri figli se, volendo
tornare un giorno a casa, scoprissero che non hanno più dove tornare,
non hanno più chi li aspetti, chi li perdoni!
E’
il RISCHIO EDUCATIVO: Un amore sconfinato per la libertà dell’altro
perché è questa libertà che il Padre ha amato e stimato fino a
sopportare lo strappo del figlio che se ne va.
C. L’EDUCAZIONE COME SLANCIO MISSIONARIO
Una
volta mio figlio Andrea mi ha detto (era in prima liceo), serissimo:
“Ma papà, noi siamo una famiglia normale?” Perché tutto fuori di qui
dice il contrario: scuola, TV, amici.
Allora
ho capito che sentiva una estraneità tra l’insegnamento in casa e la
vita, la vita nel mondo normale. Si trattava di fargli veder un altro
“mondo”, un altro mondo in questo mondo. 6
Ho
capito che mi chiedeva di fargli vedere che la cosa funzionava davvero,
che c’erano amici, famiglie, realtà, movimenti, chiese, oratori,
parrocchie missioni da cui poter capire e stare certo che quando fosse
stato chiamato a sfidare il mondo avrebbe avuto ragioni sufficienti da
portare, tutto il peso e la forza di tanti testimoni; che sarà un modo
minoritario, quello che vive in un certo modo, ma che sia un mondo vero,
famiglie vere, amici veri, case vere, ecc.
Dopo
aver ospitato un ragazzo della Sierra Leone sono stato invitato ad
andare a visitare quel paese e lì ho capito che Dio ci stava aiutando,
non l’avessimo pensato noi, ci stava offrendo su un piatto d’argento
un’esperienza missionaria perché la domanda dei miei figli potesse
essere esaudita. Così godendo di questa amicizia è stato possibile
aiutare i miei figli a vincerla questa sfida, a dire che si può uscire
da una casa forti di un giudizio, di una cultura, di una carità, di una
speranza così tenaci da sfidare le categorie culturali di questo mondo
apparentemente così ostili.
Che
si sposa con quello che ho detto all’inizio: la testimonianza di un
ideale grande, verificato e verificabile ogni giorno nel paragone con
tutto l’orizzonte dell’esperienza umana, con tutto il mondo.
Così
che siano loro a poter dire “questa è la vittoria che vince il mondo:
la nostra fede”. Ma devono ricevere una proposta decisa, intera che
tenga conto di tutti gli aspetti della realtà e di tutte le dimensioni
della persona. Con la consapevolezza che l’esito non è in mano nostra:
non sappiamo cosa Dio riserva a noi, al Paese, al mondo. Dobbiamo
probabilmente accettare l’idea di essere a lungo una minoranza, un
piccolo gregge, forti solo di due cose: la certezza che ”portae inferi
non prevalebunt” e la certezza della sua misericordia, di ciò che la
tradizione chiama “merito”. Cioè la speranza certa che per la fede di
alcuni, molti saranno salvati, come insegna l’episodio biblico di Abramo
che contratta con Dio la salvezza della città per i meriti di dieci
giusti.
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