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giovedì 5 dicembre 2024

Eugenio Borgna

 

Eugenio Borgna. Le parole viventi, l’ascolto dell’anima

I giovani assistenti che facevano parte di CL. Poi gli incontri con Giussani, presenza indelebile che «mi ha accompagnato nel cammino della vita». Il contributo del grande psichiatra (da Tracce di febbraio)

Eugenio Borgna
Eugenio Borgna (Foto: Marina Lorusso)
Eugenio Borgna (Foto: Marina Lorusso)
Dalla mia memoria interiore, così la definisce sant’Agostino nel suo splendido libro Le confessioni, che tutti dovremmo leggere e rileggere, rinascono luminosi i miei ricordi di don Luigi Giussani, che hanno dato un senso alla mia vita. A Novara, sono stato il direttore di un ospedale psichiatrico, e poi, dal 1978, l’anno della sua chiusura, il direttore di un reparto di Psichiatria, collocato all’interno dell’ospedale civile della città. Questo mi ha consentito di avere, come assistenti, alcuni giovani medici, che si specializzavano in Psichiatria alla Università di Milano, e venivano a lavorare da noi a Novara. La vita è imprevedibile nei suoi svolgimenti: alcuni di questi giovani assistenti facevano parte di Comunione e Liberazione, e mi hanno fatto incontrare don Giussani. Ne ho un ricordo vivo, e nitidissimo: le sue parole, il suo sorriso, la sua attenzione e la sua tenerezza, la sua testimonianza di un ascolto dell’anima e di una luminosa speranza contro ogni speranza, come la definisce san Paolo, continuano a vivere nella mia memoria e nel mio cuore.
Il primo incontro è stato questo, ne sono seguiti altri, e in particolare quello che ho avuto a Corvara in Badia qualche tempo dopo. Nulla ho dimenticato di quella lontanissima radiosa giornata: la musica, la Quinta Sinfonia di Beethoven, apriva e accompagnava lo snodarsi dell’incontro in una sala immensa, ricolma di giovani, e non più giovani, affascinati e commossi dalle parole di indicibile bellezza spirituale di Giussani. Ci sono stati altri incontri, nutriti della sua straordinaria ricchezza umana e cristiana, che ogni volta lasciavano nel mio cuore scie indelebili di emozioni, e di commozioni.
La cultura, le parole, che la animavano, la luce della fede e della speranza, si associavano alla sua intelligenza e alla sua gentilezza, alla sua generosità e alla sua fierezza, alla sua carità e alla sua testimonianza di preghiera e di verità. Sono qualità umane, trasfigurate dalla luce della Grazia, che le rendeva ancora più splendenti, immergendomi negli sconfinati orizzonti della interiorità – della sua e della mia interiorità –, là dove, come dice ancora sant’Agostino, abita la verità.
La sua capacità di ascolto era straordinaria, animata dalle parole e dai gesti, dal sorriso e dalla accoglienza, che sapeva donare alle espressioni della gioia e della sofferenza: a quelle degli altri, e alla sua. Ma, anche quando la malattia è scesa sulla sua vita, nulla è cambiato nel suo modo di ascoltare, di partecipare al dolore degli altri, dimenticando il suo dolore, e testimoniando senza fine di un modo solo suo di essere nella preghiera, nella luce dello sguardo e nel silenzio presago del cuore, nella accoglienza mistica della sofferenza. La sua vita si confrontava con la sofferenza sulla scia di una luminosa e indicibile testimonianza di fede e di speranza, di carità e di donazione di sé, che davano un senso al vivere, e al morire.
La sua presenza radiosa e indelebile mi ha accompagnato nel cammino della vita, e continua a fare parte della mia memoria, e della mia preghiera. Non potrei non dire ancora come ogni nostro incontro si svolgeva in un clima di ascolto e di attenzione, della attenzione che Simone Weil diceva essere preghiera, allargando il mio cuore alla speranza. Da ogni incontro, potrei ricordarne il tempo e i luoghi, si usciva interiormente rianimati, e più sereni, così da vivere con più coraggio, e con più fiducia, anche le notti oscure dell’anima, come le chiamava san Giovanni della Croce.
A queste mie esperienze di vita interiore non potrei non aggiungere l’importanza della lettura dei libri di Giussani, nei quali le sue straordinarie doti umane e cristiane si intrecciano alle sue conoscenze teologiche e filosofiche, letterarie e psicologiche, ridestando nell’anima arcane meditazioni, che continuano nel silenzio, e nella preghiera, a dare un senso a ogni sua parola ascoltata, o letta.
Le parole sono creature viventi, e in Comunione e Liberazione ci sono i germi di ogni forma di vita, che voglia trascendere i confini del nostro io, estendendoli all’interiorità che è in noi, e liberandoci dalle prigioni dell’egoismo, e della chiusura in noi stessi. Solo così la nostra vita si realizza alla luce di quella che è stata la testimonianza profetica di don Giussani.

mercoledì 6 marzo 2024

La mitezza 2

 Tutti i libri di Eugenio Borgna, psichiatra e scrittore novantaduenne, sono pervasi da un raffinato senso dell’impossibile: dalla fragilità come forza fino alla mitezza come leva per cambiare il mondo. E proprio l’ultimo, pubblicato da Einaudi, è dedicato alla Mitezza, atteggiamento che oggi sembra un territorio eccentrico, invasi come siamo dall’irascibilità (o suscettibilità, come argomentava già anni fa Umberto Eco). Eppure Borgna non esita a dichiarare, parafrasando i Vangeli: «Beati i miti, perché la mitezza è la stella del mattino».Professore, proviamo a convincere i milioni di italiani che si lasciano sedurre dall’arroganza verbale dei talk show televisivi

«Certo, il mondo in cui viviamo tende ad essere contrassegnato dalla violenza e dall’arroganza, dall’indifferenza e dalla mancanza di gentilezza e di tenerezza, che non consentono di ascoltare e di partecipare al dolore e alla sofferenza delle persone che la vita ci fa incontrare. Ma non solo: anche quando la violenza e l’arroganza ci sono estranee, grande è la tentazione di isolarci, di allontanarci dagli altri, di non essere aperti alle relazioni umane».

Una diffidenza che sconfina nell’indifferenza. Ma ci si può «allenare» alla mitezza, secondo lei?

«La mitezza è una dote che ho conosciuto nella sua luce interiore, quando mi sono incontrato con la sofferenza psichica, con la follia come sorella infelice della poesia, ma la mitezza è contagiosa, se incontriamo persone miti, qualcosa cambia nel nostro cuore, e lo diveniamo, almeno in parte, anche noi. L’immagine dell’allenarsi a vivere con mitezza è molto bella, e, direi, si confonde con l’immagine del contagio: l’una e l’altra testimoniano del valore e del significato della mitezza».

Norberto Bobbio – come lei riporta – diceva che la mitezza è «attiva», la mansuetudine è «passiva». Da psichiatra, lei crede che praticare la mitezza aiuti a risolvere alcuni conflitti?

«La distinzione che Norberto Bobbio propone mi sembra molto felice, perché la mitezza è una virtù, così egli la chiama, sociale, e cioè immersa nella vita di ogni giorno. La mitezza cambia il modo di essere in relazione con gli altri, ma cambia (anche) il modo di esserlo con la nostra vita interiore. La mitezza ci dà il tempo di ripensare ai nostri conflitti, di riconoscerne le sorgenti, di accettarli, o almeno di attenuarne le fiammate emozionali. La mitezza è come una torcia sempre accesa, che ci aiuta a ritrovare il nostro cammino interiore, anche nelle notti oscure dell’anima. Conoscere meglio i nostri stati d’animo è un modo per portare alla luce e mitigare le aggressività che sono in noi e delle quali non sempre siamo consapevoli».

Nel suo libro, uno dei passaggi più suggestivi è quello in cui la mitezza si lega alla nostalgia. In che modo?

«L’una e l’altra fanno pensare ad un passato che non muore, e continua a vivere nel presente. Come ha scritto sant’Agostino, la speranza è la memoria del futuro, non dimentica le cose passate, ma le apre al futuro. La persona mite non conosce la disperazione, perché è sempre accompagnata dalla speranza, che le consente di guardare alla vita nei suoi momenti felici, ma anche in quelli infelici. La mitezza consente a chi cura e a chi è curato di entrare in una relazione la più terapeutica possibile. La mitezza allarga e umanizza il nostro sguardo sulle cose che sono in noi, e sulle cose che ci circondano. La poesia, quella leopardiana in particolare, ci aiuta a trovare le parole che ci consentono di riconoscere la mitezza nella sua forma di vita dotata di senso».

Lei fa anche degli esempi letterari, come Alëša Karamazov, straordinario personaggio dostoevskiano.

«Leggendo il grande romanzo di Dostoevskij, I fratelli Karamazov, si conosce quella che è la mitezza nella sua umanità e nella sua leggerezza, nella sua delicatezza, vorrei ripeterlo e nella sua freschezza, nella sua indicibile capacità di perdonare. Una persona mite sa tollerare le aggressioni, e le dimentica, sa conciliare le dissonanze, che tengono lontane le persone, le une dalle altre. La mitezza di una persona, giovane, o anziana, si riconosce immediatamente, basta un sorriso, e basta uno sguardo, il modo di salutare, e il modo di stringere la mano. Una atmosfera, anche familiare, di tensione, si allenta, e si illumina, nel momento in cui entra una persona mite. Sì, la mitezza, diceva Norberto Bobbio, è una virtù molto più femminile che non maschile, e non potrei non essere d’accordo, anche se ovviamente non sempre è così».

La mitezza si può insegnare?

«La scuola ha una grande importanza nell’insegnare cosa sia la mitezza, e come la si possa riconoscere nella sua fragilità. La poesia ci aiuta a coglierne la presenza nella sua dimensione psicologica e umana, e anche qualche film, nel mio libro si parla di un bellissimo film di un grande regista francese, Robert Bresson, che si ispira ad uno splendido racconto di Dostoevskij (ancora!): La mite».

La mitezza 3

 La mitezza, esperienza umana cosí importante, e cosí dimenticata, nella vita personale e sociale, è la piú radicalmente lontana dalla aggressività e dalla angoscia, dalla impazienza e dalla fretta, dall’orgoglio e dalla superbia, dalla indolenza e dalla indifferenza, dalla distrazione e dalla sicurezza di sé. La mitezza sconfina nella gentilezza e nella tenerezza, nella timidezza e nella bontà, nella nostalgia e nella amicizia.


Eugenio Borgna

giovedì 28 luglio 2022

 “Nel rimpianto c’è un ricordare piangendo, si rimpiange qualcosa che non c’è piú, e nella nostalgia invece non si spegne l’attesa, la speranza, che le cose perdute abbiano ancora un senso”.

(E. Borgna, da “La nostalgia ferita”)


Ripara tu i rimpianti,

che tornano,

sul far della sera.


Inesorabili assenze.


Fanne nostalgia di futuro.