Francesco Lambiasi, vescovo Assistente generale Azione Cattolica
Voglio trovare un senso a questa sera
anche se questa sera un senso non ce l’ha.
Voglio trovare un senso a questa vita
anche se questa vita un senso non ce l’ha.
Voglio trovare un senso a questa storia
anche se questa storia un senso non ce l’ha.
Queste parole – tratte da una canzone di Vasco Rossi – voi le conoscete e, forse, in parte vi ci riconoscete o perlomeno ci riconoscete il profilo di qualche vostro amico o amica. Queste
parole dicono la nostalgia struggente di un senso, e quindi di un
sapore, di un gusto, di una perfezione assoluta, di un cielo
incontaminato, ma gridano pure l’angoscia disperata di un labirinto
asfissiante e senza uscita. E’ questa la vita: una ingiusta,
insopportabile condanna-a-morte? Veniamo dal nulla, viviamo di nulla,
costretti a passare i nostri poveri giorni nella morsa a tenaglia tra
una volontà irrinunciabile – “voglio trovare un senso a questa vita” – e
una verità irraggiungibile – “anche se un senso non ce l’ha”? Siamo
torturati da una sete cocente e nello stesso tempo in preda a un
miraggio seducente e disperante? Siamo pacchi postali spediti dall’ostetricia all’obitorio?
1. Il vicolo cieco del Nulla?
Tragico
o assurdo quanto si vuole, ma è così. O meglio, sarebbe così secondo
una delle posizioni che si possono recensire al riguardo. “In principio era il Non-Senso e il Non-Senso era presso Dio e il Non-Senso era Dio”, sentenziava il padre del nichilismo, F. Nietzsche.
Non c’è alcun fine, non si va da nessuna parte, non c’è alcun valore,
non esiste alcuna verità. Una parodia tragica del nichilismo
nietzscheano è quella dello scrittore Ernest Hemingway: “O
nulla nostro che sei nel nulla, sia nulla il tuo nome, nulla il regno
tuo, e sia nulla la tua volontà, così in nulla come in nulla. Dacci oggi
il nostro nulla quotidiano. Ave, nulla, pieno di nulla, il nulla sia
con te”.
Lo stesso filosofo del nulla scattava questa istantanea della nostra società di inizio Millennio, nel lontano 1888: “Quella
che racconto è la storia dei prossimi due secoli. Tutta la cultura
europea si muove già da gran tempo con una tensione torturante che
cresce di decennio in decennio, come se si avviasse verso una
catastrofe: inquieta, violenta, precipitosa… Alla fine l’uomo osa una
critica di tutti i valori in generale e non crede più in nessun valore:
ecco il pathos, il nuovo brivido… Che significa nichilismo? Che i valori
supremi si svalorizzano… che non ci sia una verità… che a ogni valore
non corrisponda nessuna realtà”.
Qualcuno
potrebbe pensare che queste cose si trovino in pesanti, polverosi tomi
di biblioteca. E invece continuano ad intossicare l’aria che respiriamo.
Mi limito a qualche esemplificazione.
Il messaggio del più noto romanzo di Umberto Eco, Il nome della rosa, si condensa nelle ultime pagine con due citazioni, una in latino e una in tedesco.
Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus: “L’antica rosa (Dio) esiste come nome, abbiamo soltanto puri nomi”. Cioè:
abbiamo in mano soltanto nude parole, suoni vuoti, dietro cui c’è solo
il nulla. La verità non esiste, “non è da nessuna parte”. Anche Dio è solo una bella parola, ma in realtà è un puro nulla: Gott ist ein lautes Nichts. Anche l’altro romanzo, L’isola del giorno prima, si conclude con il dissolvimento di Dio e dell’uomo “in questo grande vuoto del vuoto… composto dall’unico grande nulla, che è la Sostanza del tutto”.
Sullo stesso tasto batte José Saramago, il romanziere portoghese Nobel per la letteratura 1998. La storia è tutta una pazzia, governata com’è da un destino beffardo. Cos’è la vita? Un’apparizione situata tra il nulla e il nulla: il nulla dell’anagrafe e il nulla del cimitero. Tutti siamo “niente… diversi nomi dell’illusione”.
La
ricaduta di questi segnali? Una società obesa e depressa, ingolfata e
alienata, con un pesante, penoso deficit di speranza. Certo, ci manca la
giustizia, sicuramente ci manca, e molto, l’amore, ma più ancora ci manca un senso: non-significato del lavoro, non-significato del piacere, non significato della sessualità. Ai tempi di Freud si parlava di frustrazione sessuale; oggi si deve parlare piuttosto di frustrazione esistenziale. Soffriamo di un vuoto abissale: che senso ha la nostra esistenza?
Se
c’è un senso, è sopportabile anche il dolore; se non c’è un senso, il
lavoro è inutile, perfino il piacere diventa noioso, e l’angoscia si fa
intollerabile. Smarrita la luce della vita, si scolora il quotidiano. Ecco come A. Camus,
nobel per la letteratura, già una cinquantina d’anni fa descriveva
l’uomo moderno preso negli ingranaggi mortificanti della vita moderna: “Alzarsi, tram, quattro ore di lavoro, mangiare, tram, quattro ore di lavoro, riposo, dormire, e
lunedì martedì mercoledì giovedì venerdì con lo stesso ritmo… a un
tratto tutto crolla, l’assurdità e il vuoto di una simile esistenza si
rivelano crudelmente. E allora l’interrogativo fondamentale: ma la vita
merita di essere vissuta?”.
Prima di morire I. Montanelli confessava: “Se
è per chiudere gli occhi senza aver saputo di dove vengo, dove vado e
cosa sono venuto a fare qui, tanto valeva non aprirli. La mia è soltanto
una dichiarazione di fallimento” (Corriere della Sera, 28 febbraio 1996).
Ma
se la vita non merita d’essere vissuta, non resta che sprofondare nella
noia, annegare nella droga, sfogare la disperazione nella violenza. Ma allora ci dobbiamo dire con chiarezza che non è vero che questa “cultura del nulla” non porti da nessuna parte. In verità porta… all’inferno.
Non è una “bufala”. Proprio di “inferno” si parlava in una
lettera-denuncia giunta al quotidiano Avvenire il 23 luglio u.s., a
firma di Marzia Sgrevi, presidente della cooperativa che gestiva la
ristorazione al campeggio di “Arezzo Wave”, il festival di musica rock tenutosi dal 12 al 17 luglio scorso. “Ho
visto gente “farsi” davanti alla cassa del bar senza ritegno: tanto al
campeggio nessuno ci fa caso, nessuno controlla. Fare sesso davanti a
tutti oppure “farsi” durante l’atto sessuale per raggiungere il massimo
dello sballo. Gente che arrivava al 118 allestita all’interno del
campeggio ferita da coltelli. Gli accoltellamenti erano frequenti, e di
solito legati a scontri tra spacciatori. Mille o forse più gli
spacciatori presenti. Quest’anno c’erano pure tanti bambini all’interno
del campeggio: alcuni, figli di tossicodipendenti, li ho visti in crisi
di astinenza”.
Sono solo alcuni esiti estremi, questi, della cultura del non-senso? E i tanti giovani in depressione – in Italia uno su cinque! - a chi li mettiamo a carico? Non
ci dicono niente i miliardi di euro dedicati al gioco d’azzardo che in
Italia sono aumentati di quasi la metà in quattro anni – cifre da
manovra finaziaria?! Non ci dice niente il fatto che in Europa un giovane su quattro, di età compresa tra i 15 e i 29 anni, muore a causa dell’alcool?
che nella sola Milano nell’ultimo anno 136 giovani hanno tentato il
suicidio, ma pare che il numero si debba moltiplicare almeno per 10? che
in Italia i maghi sono numerosi come i medici: 1/2.900 abitanti? Smarrito
il senso, trionfa la banalità, dilaga la disperazione; negata la
verità, si afferma la superstizione; archiviato Dio, proliferano i
demoni: vedi il satanismo.
Ma
ora, senza continuare in questa lugubre litania, forse è più opportuno
passare ad una lettura critica della cultura del nulla.
Ci dobbiamo porre, al riguardo, due domande: quella del prima e quella del dopo.
Cosa
c’è prima del mio inizio? Le risposte possibili sono due: o alle mie
spalle c’è un Altro che mi ha pensato e voluto, e allora non vengo dal
nulla, vengo dall’Amore. Oppure alle mie spalle non c’è l’Amore, ma il
nulla, ma allora resta da spiegare come mai io ci sia eppure non l’ho
deciso io di iniziare ad esistere, non ho fatto io la domanda di poter
venire al mondo e di venirci da uomo e non da cavallo, non mi sono fatto
da me, a mio piacimento. E poi
se io venissi dal nulla, allora non avrei nulla da sperare, nulla da
fare se non lasciarmi andare alla deriva del nulla. Senonché non è
possibile volere il nulla e vivere di nulla. Di fatto ognuno sceglie un comportamento perché almeno implicitamente si pone un certo fine. Se
invece tutto fosse uguale a zero, se nulla facesse la differenza tra
l’onestà e la delinquenza, tra la bontà e la cattiveria, tra la
tenerezza e la crudeltà, allora tutto sarebbe uguale al contrario di
tutto: il bene sarebbe uguale al male, e alla fine i carnefici avrebbero
l’ultima parola sulle vittime innocenti, Hitler sarebbe uguale a
Massimiliano Kolbe, e Gandhi potrebbe andare a braccetto con Benladen.
In
realtà la volontà del nulla deriva da un amore deluso: da un amore
assoluto dell’essere, deluso dall’insufficienza di ciò che appare.
Insomma ciò che si vuole veramente è che ci sia qualcosa di consistente,
che ci sia l’Amore. Anche il suicida che sceglie di non essere
più e quindi decide di uccidere la sua volontà di essere, sceglie di
agire per l’unico bene che gli appare in quel momento: quello di far
cessare il suo male e quindi paradossalmente grida la sua volontà più
profonda, assetata di un Essere vero.
Legato
a questo problema del “prima”, è il problema del “dopo”: se vengo da un
Altro che mi ha pensato e voluto e quindi mi ha amato, non posso andare
verso il nulla. Che Amore sarebbe infatti quello che mi avrebbe posto
in essere solo per farmi andare
verso la distruzione totale del mio essere? Non è crudele e
contraddittorio affermare che il Mistero d’amore che è all’origine della
mia storia mi abbia messo in cammino solo per farmi cadere nell’abisso
del nulla?
“Io non mi considero affatto ateo e non capisco come si possa esserlo - confessava Montanelli - La
nostra vita, il mondo, il creato, l’esistente devono pure avere un
perché che la mia mente e la mia ragione non riescono a spiegarmi. Ed è
là dove mente e ragione finiscono – e finiscono purtroppo presto – che
per me comincia il grande mistero di Dio”.
Ora,
il grande mistero di Dio è un mistero d’amore, che ha il volto e il
nome di Padre-Abbà: questo ci ha rivelato Gesù. Ma se Dio è Abbà-Papà,
allora sono al mondo su chiamata di Dio, allora c’è un disegno di amore
previdente e provvidente sulla mia vita. Posso pensare che esista
qualcosa di più giusto e utile per me dell’accettare di realizzare quel
piano che è stato tracciato appositamente per me? Colui che fa
funzionare l’universo non sarà in grado di far andare bene anche la mia
vita? Quel Padre che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del
campo, e che in una notte nera su una pietra nera vede una formica nera e
se ne prende cura, non si prenderà cura di me?
Questa
è la bella notizia (il vangelo) di Gesù: siamo amati prima di ogni
nostro bisogno d’amore; siamo attesi, oltre ogni nostro desiderio di
attesa; siamo accolti, prima ancora di ogni nostro sogno di ospitalità.
2. La via infinita, senza meta?
C’è
un altro modo per affrontare (o non affrontare!) il problema della
verità e del senso della vita: quello di ritenere che non esista una
verità, ma che la verità abbia tanti volti e tante espressioni quanti
sono gli uomini che ne parlano. Viviamo in un tempo in cui nulla è
fisso, nulla è certo, tutto è sfuggente, mobile, inafferrabile. Siamo,
dice Bauman, in una “società liquida”, nomadi
sperduti in una società individualizzata, soli e spauriti nel grande
mercato globale, abitato da sei miliardi di solitari.
Viviamo
nella cultura del frammento: non esiste più il progetto, la storia. Il
tempo si frantuma in una miriade di istanti e di eventi che fluiscono
senza ordine, senza direzione. Come lo zapping davanti alla TV, come le
scorribande dei navigatori su internet, la vita si è fatta un
guazzabuglio di immagini in cui si riflette la fantasmagoria della
società contemporanea, febbricitante di stimoli e di esperienze.
Il grande pericolo oggi è quello di teorizzare “la ricerca come fine a se stessa, senza speranza né possibilità di raggiungere la meta della verità” (Giovanni Paolo II, Fides et Ratio 46).
Ma
occorre decidersi una buona volta per tutte. Non si può cercare
all’infinito; non si può rimanere alla finestra a guardare. Bisogna fare
come Zaccheo e scendere dall’albero… In una breve poesia E. Montale confessava: “Si
tratta di arrampicarsi sul sicomoro / per vedere il Signore se mai
passi. Ahimè non sono un rampicante e anche restando / in punta di
piedi, non l’ho mai visto” (Diario, 1971). La posizione
scelta da Montale è assai diffusa fra persone che si dichiarano
intellettualmente oneste e moralmente esigenti. Si sceglie di stare in
perpetua ricerca. Oggi la ricerca della verità viene da alcuni elevata a
valore supremo, al di sopra della stessa verità. “Se Dio – aveva scritto l’illuminista G.E. Lessing – tenesse
stretta nella sua destra tutta la verità e nella sua sinistra soltanto
l’aspirazione sempre viva della verità, fosse anche a condizione di
dovermi sempre, eternamente sbagliare e mi dicesse: ‘Scegli!’, umilmente
mi prostrerei verso la sua sinistra dicendo: ‘Questa, Padre! La pura verità appartiene senz’altro a te’”.
E’
una posizione soggettivamente sincera, ma oggettivamente ambigua: con
il pretesto di non voler essere mai “sicuri di sé”, questa posizione
nasconde un orgoglio sottile: finché si è alla ricerca della verità, il
protagonista è il ricercatore, non la verità. La “veracità”, cioè la
sincerità della ricerca, l’onestà con se stessi, prende, in questo caso,
il posto della verità. La Scrittura ci parla già di alcuni i quali sono “sempre in ricerca, ma senza mai giungere al riconoscimento della verità”
(cfr 2Tm 3,7). E’ un tentativo sottile di condurre il gioco, di tenere
in scacco Cristo. Di questo passo infatti l’uomo può passare la vita
intera a fare ricerche su Cristo, senza mai farsi incontrare
personalmente da lui.
Finché
restiamo “in punta di piedi”, in perpetua ricerca, o chiusi nella
stanza degli specchi delle interpretazioni, o dondolanti sul ramo di un
albero, riusciremo al più a soddisfare una curiosità, ma non a fare
l’esperienza dell’incontro che salva. I magi invece non si sono
accontentati di contemplare la stella; hanno lasciato casa e patria e
sono andati alla ricerca del neonato “re dei Giudei”.
3. La via della stella
Ciò
che colpisce nel racconto dei Magi è un particolare tutt’altro che
secondario: appena hanno intravisto la stella, subito si sono messi in
cammino: “Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo”. Vedere e partire: i
Magi non si sono messi a calcolare rischi e pericoli, non si sono fatti
prendere dalla nostalgia dell’ambiente che stavano per lasciare, hanno
affrontato rinunce e disagi e così, solo così, hanno potuto trovare il
re dei Giudei.
Questa
capacità di distaccarsi dall’ambiente di tutti i giorni, di prendere le
distanze dai luoghi comuni, di liberarsi dalla schiavitù degli idoli
più seducenti mi pare una premessa indispensabile per trovare la verità
che salva la nostra vita dal non-senso.
Vorrei accennare qui ad alcuni idoli dominanti nella cultura occidentale.
Il primo è l’idolo del piacere. “Se vuoi essere felice, cerca di godere finché puoi, più che puoi”. La
cultura edonistica celebra i suoi trionfi soprattutto nel campo della
sessualità, dove l’unico criterio sembra essere l’esaltazione del libero
godimento, in nome dell’autonomia da ogni “repressione”. Di fatto non
si può misconoscere il mare di sofferenze che derivano dalla
disgregazione della famiglia, dai sentimenti calpestati, dai coniugi
abbandonati, dai figli contesi o lasciati soli, dalla dignità della
persona umana umiliata, dall’abbrutimento della pornografia,
dall’abominio della pedofilia e della prostituzione infantile.
Il secondo idolo è quello dell’immagine; la sua ideologia si potrebbe formulare così: “Se sei bravo, avrai successo; se avrai successo, sarai felice”. Viviamo,
si dice, in una società “meritocratica”, ma è proprio vero? E’ proprio
vero che arriva al successo chi è davvero bravo, competente e capace? E’
questo che avviene, ad esempio, nel mondo dello sport o dello
spettacolo, o invece per “sfondare”, occorrono bustarelle, spinte,
sgambetti? Non dico che avvenga sempre così, che cioè il
successo sia sempre comprato; ma se non è sempre così, allora non si può
considerare un dogma quella che è solo una (rara) possibilità, e cioè
che se sei bravo, puoi arrivare al successo, ma non è detto che ci
riesca. E comunque è ancora meno vero che se si raggiunge il
successo, si ottiene la felicità. E’ proprio sicuro che le persone più
felici si trovano nel settore dei V.I.P.?
Il terzo idolo è quello della libertà.
Ma qui bisogna spiegarsi. La libertà, di per sé, è un grande dono di
Dio, e il fatto che la società occidentale si sia costruita sul
principio del rispetto della persona e dei diritti umani è una grande
conquista positiva, indiscutibile e irrinunciabile. Ma tale principio “impazzito” può portare all’individualismo eretto a idolatria (“io mi faccio i cavoli miei”),
anche perché sganciato da ogni esigenza di solidarietà e
responsabilità. Una libertà selvaggia, “legge a se stessa”, porta
inevitabilmente a soggiacere all’istinto, al capriccio, e quindi a
smarrire ogni logica del bene comune, ogni doveroso rispetto dei diritti
altrui, ogni generosa apertura ai bisogni dei più poveri e dei più
deboli.
Occorre una cambiamento di rotta; mettersi in cammino al seguito della stella di Cristo Gesù. Come hanno fatto i magi. Come fece Francesco d’Assisi. Immaginiamo di incontrare il figlio di Pietro di Bernardone in una delle tante feste da lui organizzate: è
un giovane che scoppia di vita e di sogni. E ha anche i mezzi per
realizzarli. Ricco, intelligente, simpatico, alquanto esibizionista, con
una voglia matta di stare sempre al centro dell’attenzione, sembra il
tipo del “giovane lupo” che addenta la vita con avidità. Il suo avvenire
è senza problemi: soldi, belle compagnie, notti folli e “casinare”:
cosa gli manca? Ecco come lo ricorderanno tre dei suoi primi compagni: “Non
era spendaccione soltanto in pranzi o in divertimenti, ma passava ogni
limite anche nel vestirsi. Si faceva confezionare abiti più sontuosi di
quanto non convenisse alla sua condizione sociale, e nella smania
dell’anticonformismo, arrivava a far cucire insieme nello stesso vestito
stoffe preziose e toppe di panno grezzo” (Legenda dei tre compagni, I,2). C’è però una cosa che Francesco cerca e non trova: la felicità. Di questo passo non la troverà mai, perché scambia la gioia con il piacere ( “a me mi piace”), la libertà con la voglia (“a me mi va”), la verità con l’opinione (“a me mi pare”).
Francesco
non è nato santo: lo è diventato. Le fonti francescane ricostruiscono
in modo dettagliato e convergente il processo della sua conversione: dopo varie delusioni e sconfitte, il giovane Francesco viene toccato dalla grazia di Dio e vi si arrende, disarmato e disponibile. Finora non ha vissuto una
vita dissoluta; ha semplicemente immaginato di poter servire Dio e gli
idoli del suo tempo: la gloria militare, il piacere di festini e
corteggi, il sogno di essere il primo, sempre e in tutto. Ora si ritrova
distrutto, ma dopo varie esperienze, finalmente – leggiamo nella stessa Legenda – Francesco “smise di adorare se stesso”.
Questa
è la conversione più radicale: è la rinuncia al padre di tutti gli
idoli, il nostro Io, per far posto a Dio; è “allontanarsi dagli idoli
per servire al Dio vivo e vero” (cfr 1Ts 1,9b).
Storia
di altri tempi? Leggiamo allora una pagina ancora in corso, quella di
Alessandra Borghese, vaticanista di Panorama. Ripensando alla
confessione che ha dato una “svolta” alla sua giovane vita e le ha fatto
guardare a Dio Con occhi nuovi – è il titolo del suo libro - racconta:
“Avevo scoperto con una gioia che non riesco neanche pienamente a
descrivere, che Dio era lì per me, per accogliermi e offrirmi il suo
aiuto. Provai un sollievo enorme, mi sentii come rinata”.Cari giovani, vi
auguro in questi giorni di poter vedere o rivedere la stella del
vangelo. Riprendete la via che essa vi indica. Lasciate le strade,
comode ma fuorvianti, degli idoli correnti: il successo a tutti i costi,
la bella figura sempre e comunque, il piacere a prezzi stracciati.
“Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!”, ha ripetuto papa Benedetto, ricordando il grande e indimenticabile Giovanni Paolo II. Oggi, anch’io vi ripeto: “Non
abbiate paura di Cristo!”. Lui non è venuto per togliervi la vita, per
spegnere la vostra voglia di felicità, per espropriarvi della vostra
libertà. Beati voi se crederete al suo amore e gli direte sì..