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giovedì 16 ottobre 2025

La verità non si insegna; bisogna scoprirla, conquistarla

 "La verità non si insegna; bisogna scoprirla, conquistarla. Pensare, farsi una coscienza. Non cercare uno che pensi per voi, che vi insegni come dovete essere liberi. Qui si vedono gli effetti: dagli effetti risalire alle cause, individuare il male. Strapparsi dalla massa, dal pensiero collettivo, come una pietra dall'acciottolato, ritrovare in se stessi l'individuo, la coscienza personale. Impostare il problema morale.

Domani, appena toccherete col piede la vostra terra, troverete uno che vi insegnerà la verità, poi un secondo che vorrà insegnarvela, poi un quarto, un quinto che vorranno tutti insegnarvi la verità in termini diversi, spesso contrastanti. 

Bisogna prepararsi qui, "liberarsi" qui in prigionia, per non rimanere prigionieri del primo che v'aspetta alla stazione, o del secondo o del terzo. 

Ma passare ogni parola loro al vaglio della propria coscienza e, dalle individuate falsità d'ognuno, scoprire la verità."


Giovannino Guareschi, Diario clandestino, 1949

domenica 15 dicembre 2024

La tradizione, Guareschi

 

Perché Giovannino Guareschi ci parla della Tradizione in occasione della festa di Santa Lucia?

da “Ridateci don Camillo!” di Corrado Gnerre (edizioni mimepdocete)


Shakespeare lo fa dire chiaramente ad Amleto: “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.” La mente umana per quanto possa lavorare e produrre immaginazione su immaginazione non riuscirà mai a “comprendere” il reale, nel senso letterale del termine: comprendere come “mettere dentro”. La mente umana, anche quella che funziona meglio e che è capace di inventare cose straordinarie, non ha la possibilità di “esaurire” il reale, di spiegarlo totalmente, di venirne a capo scoprendone il senso più nascosto.

Questa è un’evidenza, è un fatto, non lo si deve certo dimostrare; piuttosto sarebbe il contrario a dover essere dimostrato, ma ovviamente è indimostrabile. Ed è un’evidenza che costringe moralmente l’uomo ad un atto che dovrebbe essere una sorta di “riflesso condizionato spirituale”. Come esistono i riflessi condizionati fisiologici (la salivazione nel pensare a cibi gustosi o la gamba che si alza se si dà il colpetto sul ginocchio), così esistono anche i riflessi condizionati spirituali; in questo caso mi riferisco al riflesso condizionato spirituale dell’umiltà. L’uomo che prende davvero coscienza che la sua mente può conoscere ma non comprendere, è un uomo umile che riuscirà a strutturare sull’umiltà, e con l’umiltà, l’intera sua esistenza. L’uomo, invece, che non vuole riconoscere tale dato, s’illuderà di porre se stesso come criterio di giudizio di tutto … e, quasi sempre, diventerà schiavo di una lettura ideologica della realtà che poi promuoverà, questa, a criterio di giudizio di ogni cosa.

L’ideologia nasce proprio a causa della dimenticanza di ciò che il buon Shakespeare fa dire ad Amleto, nasce dalla dimenticanza che sono molte di più le cose che esistono in cielo e in terra che non quelle che può pensare la mente umana. In un certo qual modo si potrebbe propriamente utilizzare quella famosa frase che dice che la realtà facilmente supera la fantasia; sì!..la realtà supera -di molto- la fantasia. I folli filosofi della postmodernità (prima fra tutti Nietzsche, che folle divenne davvero) dicono che la realtà non è comprensibile perché è irrazionale, perché non può essere spiegata con la logica. Non si tratta di questo, anzi. La realtà non può essere compresa dalla mente umana non perché è irrazionale, non perché è illogica, ma perché è misteriosa. Il mistero è oltre ma non contro la ragione. Il mistero segna razionalmente l’incapacità dell’uomo che, non essendo creatore della realtà, non può stravolgerla o annullarla.

Guareschi queste cose le diceva eccome. Per esempio, nel racconto Il dono mancato (inserito nella raccolta L’anno di don Camillo) si narra del figlio del Tarocci (uno dei compagni comunisti di Peppone) che non riceve i giocattoli da parte di Santa Lucia, a causa del papà che vuole che il bambino (Gigino, così si chiama il piccolo) non cresca con le “fantasie della reazione clericale”. Il bambino ne soffre, tant’è che decide di scappare di casa, ma viene ritrovato dal genitore.

Tarocci rifece la strada percorsa chiamando a gran voce il bambino ma nessuno gli rispose. Finalmente quando il Padreterno volle, trovò Gigino addormentato sulla paglia umida, dentro la capannuccia di melicacci. Il Tarocci era imbestialito e, tirato su il bambino ancora addormentato, lo svegliò con due sberle. (…). –Due ore, mi hai fatto cercare! – lo rimproverò aspro quando furono in casa. –Perché invece di venire a casa diritto, ti sei andato a perdere in mezzo ai campi? Perché non sei tornato assieme agli altri?

-Gli altri avevano tutti la roba e io no- sussurrò il bambino.

-Che roba?

-La roba di Santa Lucia – spiegò il bambino.

Al Tarocci venne un mezzo colpo: Santa Lucia! La raccomandazione della moglie… Ma anziché placarsi a quel pensiero, venne preso da un’ira furibonda:

-Ma che Santa Lucia! –urlò- Sono tutte stupidaggini. Santa Lucia non c’è.

-C’è –replicò Gigino- Ho visto io la roba.

Per un bambino di sei anni niente può esserci che riesca a demolire questa ferrea costruzione logica.

Guareschi lo fa capire chiaramente con le semplici parole di un bambino. Santa Lucia c’è perché c’è la Tradizione. Esiste, perché –per Guareschi- non può non esistere l’attenzione alla serietà del tempo. Tempo che non è un semplice succedersi di avvenimenti, ma il riconoscimento sempre nuovo della ragione dell’esistere. Certo, un bambino non può argomentare in questo modo, ma il desiderio che ci sia tutto questo è in lui presente. Ma torniamo al racconto. Dopo aver apostrafato ben bene la madre che vuole perpetuare quella dannosa tradizione, Tarocci dice a Gigino che deve aver pazienza e il giorno dopo i doni glieli avrebbe portati Stalin, perché –ovviamente- Santa Lucia non esiste, ma Stalin sì.

-E allora, per avere il regalo chi bisogna pregare? –domandò Gigino con voce piena d’ansia.

A Tarocci era venuta in mente una storia che aveva letto o sentito da qualche parte, e s’era regolato in modo da attirare nella trappola il bambino.

-Secondo me bisognerebbe pregare Stalin- rispose.

-Stalin?- si informò il bambino. –E’ un santo?

-E’ uno che fa delle cose straordinarie- spiegò il Tarocci. –Tu stasera devi pregare Stalin di portarti il regalo perché sei stato buono. Se stasera ti porta il regalo vuol dire che esiste per te, mentre se Santa Lucia non ti ha portato niente, significa che per te non esiste.

Il bambino si rasserenò.

E Tarocci continua il suo maldestro progetto…

 Tarocci spiegò a Peppone tutta la storia e il trucchetto combinato per democratizzare Santa Lucia.

-Capo- concluse- non è stata un’idea in gamba?

-Certo- borbottò Peppone.

-Bisogna agire senza sentimentalismi- continuò il Tarocci. –Alle donne si può dar retta fino a un certo punto. Dopo, occorre intervenire decisi. Incominciamo a snebbiare pian piano i cervelli. Incominciamo a sloggiare i Santi dall’animo dei nostri bambini mettendo al loro posto qualcosa di più sostanzioso. Incominciamo a sfatare le leggende. Non ti pare?

Ma cosa avviene? Che malgrado il Tarocci avesse preparato i doni affinché Gigino potesse trovare le sorprese portate da Stalin, la mattina seguente il bambino non trovò un bel nulla. Tarocci non si meravigliò più di tanto, anzi tutto sommato una latente soddisfazione colpì il suo animo…e disse a Gigino, piangente per questa nuova delusione, che Natale era vicino e Gesù Bambino avrebbe sistemato tutto. Era passato anche lui alla speranza “clericale”. Ma perché Gigino non aveva trovato nulla malgrado il papà avesse preparato i doni di Stalin? Cosa era successo? Leggiamo il finale del racconto.

A onor del vero non ci fu niente di miracoloso nella scomparsa dei doni di Stalin: perché Peppone, dopo averli cavati fuori dalle scarpe di Gigino, li era andati a buttare nel fiume borbottando:

“Non è un buon servizio che faccio al compagno Stalin”.

Poi, quando l’acqua del grande fiume ebbe ingoiato tutta la merce, si consolò dicendo tra sé:

“Dio ti vede, Stalin no.”

Si accorse troppo tardi d’essere caduto come un pesce nella trappola degli slogan della propaganda clerico-americana.

E se ne dolse. Ma fino a un certo punto.

Dunque, Peppone se ne dolse, ma fino ad un certo punto. Aveva capito che così andava fatto. Eppure, se si fosse messo a “pensare”, sarebbe certamente arrivato a tutt’altra conclusione, avrebbe dato ragione al suo amico e chi si è visto se è visto. Il buon senso, invece, lo aveva portato a negare quell’invenzione: i doni di Stalin. Non perché Stalin gli stesse antipatico, per carità…ma perché, in quel caso, Stalin stava prendendo il posto di qualcun altro (meglio: di qualcun’altra), e questo, malgrado la simpatia per il sovietico con i baffoni, non poteva accadere. Lui stesso era cresciuto con i doni di santa Lucia e non con quelli di Stalin.

Qui Guareschi fa capire una cosa importante: ciò che è stato trasmesso non può essere distrutto. Chesterton amava dire che la vera democrazia è poter “far votare i morti”, cioè qualsiasi decisione debba essere presa non può mai andare contro la tradizione dei padri. Già!.. la Tradizione. Il musicista Gustav Mahler la definisce non come “il culto delle ceneri”, ma come “la custodia del fuoco”. Si racconta –non so fino a che punto sia vero- che quando gli uomini primitivi scoprirono il fuoco, lo lasciarono sempre acceso per far sì che non andasse perduto: era troppo prezioso. Ogni uomo, indipendentemente dal grado di cultura (anzi, forse un grado di cultura elevato a riguardo può essere pericoloso) coglie la necessità di perpetuare e non di distruggere, di custodire e non di stravolgere. Anche Peppone, infischiandosene di proclami di partito e slogan ideologici, si sentì di fare lo stesso

giovedì 2 maggio 2024

La rivoluzione d'ottobre

 Riprendiamo sul nostro sito un testo di Giovannino Guareschi, pubblicato in G. Guareschi, Il corrierino delle famiglie, pp. [a breve l'indicazione]. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Su Giovannino Guareschi, vedi su questo stesso sito anche:

Il Centro culturale Gli scritti (24/6/2015)

N.B. de Gli scritti. La Pasionaria è il soprannome di Carlotta Guareschi, figlia di Giovannino, che all’età del suo ingresso nella scuola – di cui qui si parla – parlava di lei utilizzando il pronome “me”.

La Pasionaria era già pronta per uscire: si sedette con molta serietà sull’angolo del divano.

- Me aspetto, - disse.

Mi alzai e, agguantata la giacchetta, me la infilai.

- Sono pronto anche io, - risposi avviandomi verso la porta. Ma la Pasionaria non si alzò e, quando fui sul pianerottolo e non la vidi arrivare, tornai sui miei passi e trovai la Pasionaria ancora seduta dignitosamente sull’angolo del divano.

- E allora? - domandai.

- La barba, - rispose la Pasionaria senza scomporsi.

Ora bisogna considerare che io, nato nel cuore dell’Emilia, terra di grandi passioni, sono un impulsivo e così, spesso mi accorgo di aver detto cose che non ho avuto il tempo di pensare. Davanti a quella assurda pretesa, mi ribellai con irruenza. 

- Tua madre mi ha conosciuto che avevo la barba lunga, mi ha sposato che avevo la barba lunga e non si è mai sognata neppure che io, per uscire con lei, dovessi farmi la barba. Chi sei tu che avanzi simili pretese?

- Io sono me, - rispose calma, quasi gelida, la Pasionaria.

Andai a farmi la barba. Poi dovetti cambiarmi anche la giacca e i calzoni e spolverarmi le scarpe: ma feci tutto ciò con tale aria di superiorità e di disgusto che, se non ha la pelle di rinoceronte, la Pasionaria deve averlo capito perfettamente.

Camminammo in silenzio per le strade del dolce autunno milanese e ben presto arrivammo dove dovevamo arrivare. 
Nel piazzale davanti alla scuola c'era gente: mamme, babbi, bambini, bambine e bidelli come nelle prime pagine di Cuore: e io ripensai all'altra volta, quando avevo portato nello stesso piazzale Albertino e poi lo avevo abbandonato ed egli era scomparso nella mandria, come un mattone nel muro
Io sentivo nella mia mano la piccola mano tiepida della Pasionaria e vedevo le mamme ed i bimbi ed i babbi, ma non respiravo l'aria di Cuore e non pensavo alle paroline zuccherate di Edmondo De Amicis. 
Avevo la bocca piena di parole amare e le masticavo a bocca chiusa e le mandavo giù, una per una, e molte mi si fermavano in gola. Ancora una volta dunque sta per avvenire il sopruso e io dovrò lasciare la tua mano, Pasionaria, e tu andrai ad incunearti nel buchino rimasto aperto nel muro. 
Dunque addio anche a te, Pasionaria: tu esci dalla mia vita ed entri nella vita dello Stato. 
Ti insegneranno l'ipocrisia statale e anche i tuoi pensieri non saranno più tuoi e vedrai le cose con gli occhi del Ministero. 
Adios, Pasionaria
.

Anche questa volta, come per Albertino, io dovrò accettare il sopruso,dovrò aggiogare anche te, con le mie mani, al barbaro, orrendo, smisurato carro dello Stato.

Adios, Pasionaria!

Io, un tempo, quando sfogliavo le vecchissime Domeniche del Corriere leggevo sorridendo la spiegazione de Le nostre pagine a colori e mi facevano pena le donnette dei lontani paesi del mezzogiorno che si mettevano in rivoluzione per impedire che vaccinassero i loro bambini. Ma allora non capivo un accidente e pensavo alla greve ignoranza, e alle nebbie grasse della superstizione che inducevano le povere donnette a reputare i medici governativi emissari di chi sa mai quale paurosa centrale di maleficio. E invece le donnette agivano per istinto e credevano di difendere le loro creature dal maleficio, mentre le difendevano dal sopruso dello Stato.

È un sopruso necessario ma la lancetta del medico che, per legge, inocula il benefico vaccino nel braccino di vostro figlio, è una zanna del gran mostro, lo Stato, che uncina una nuova tenera vittima.

Adios, Pasionaria: io adesso abbandonerò la tua mano tiepida e ti sacrificherò al dio crudele creato dalla gente che non crede in Dio perché, se vi credesse, potrebbe vivere felice all’ombra delle sue Eterne Leggi.

Adios, Pasionaria: lo Stato fa le strade e fa camminare le ferrovie e illumina le città, di notte, ma ci toglie la libertà, e regola i nostri atti e anche i nostri pensieri, e sempre più ci avvince nella matassa ormai inestricabile  delle sue leggi e dei suoi regolamenti, e sempre più ci trasforma in trascurabili ingranaggi di un'orrenda macchina che consuma sangue e serve solo a macinare aria. 
E io che mi indigno se il treno ritarda di cinque minuti, il treno dello Stato, io ora sono pieno di amarezza perchè debbo permettere che lo Stato mi porti via la mia bambina per insegnarle l'abicì governativo
Quale tempesta nel tenero cranio di un povero borghese che cerca di difendere la propria personalità e quella dei suoi figlioli da quel mostro che egli stesso ha contribuito a creare e che egli stesso alimenta, togliendosi il pane di bocca.

Adios, Pasionaria.

* * *

Ormai le squadre si erano composte e le mamme e i padri si erano ritirati in mezzo al piazzale e i bambini erano rimasti tutti soli, addossati al muro della scuola.                                                

Mancava soltanto la Pasionaria ed io allentai le dita. 

In quel momento le porte si aprirono ed i bambini cominciarono ad entrare.

Un tassì era fermo all'angolo: lo raggiunsi di corsa e, spalancato lo sportello, mi buttai dentro come un sacco di patate. 

La macchina partì di gran carriera e navigò per le strade di Milano e puntò verso la periferia. E, quando fu davanti all'acqua azzurra dell'Idroscalo, la macchina si fermò e noi scendemmo.

Dico "scendemmo" perchè la Pasionaria era con me.
La Pasionaria era col ribelle. I viali attorno al laghetto erano pieni di sole e deserti e ci divertimmo parecchio. 

Ma io pensavo che a casa ci aspettava lo Stato: Margherita

E questo mi amareggiò il divertimento. E quando a mezzogiorno tornammo, Margherita domandò alla Pasionaria com'era andata e la Pasionaria rispose che era andato tutto bene, che la signora maestra era buona, eccetera eccetera.

Poi mi guardò strizzandomi l'occhio perchè si era stabilito che lei avrebbe dovuto dire questo e quest'altro, e così, con una strizzatina d'occhio,finì la mia rivoluzione d'ottobre

martedì 15 agosto 2023

Litigare è l’unico dialogo possibil

 Il cattolicesimo aperto al “mondo” non solo non guadagna i lontani, ma perde anche i vicini. Parola di don Camillo


di Corrado Gnerre


Abbiamo già avuto più volte modo di intrattenerci su quel grande scrittore cattolico del ‘900 italiano qual è stato Giovannino Guareschi. Un cattolico, ma anche uno scrittore tutto di un pezzo, nel senso che non solo sapeva scrivere francamente, senza “peli sulla lingua” come si suol dire, ma anche con quella capacità di “parlare al cuore” che fa di uno scrittore un grande scrittore.


Guareschi è stato anche un “profeta”, uno che ha saputo capire prima di tanti altri i nostri tempi e soprattutto quali sarebbero state le terribili conseguenze di certi nefasti errori. Ovviamente tutto questo non gli derivava da chissà quali carismi, ma solamente dalla sua straordinaria capacità di saper “guardare le cose”, di vederli con quello stupore infantile e contadino che gli davano la possibilità di leggere la realtà attraverso il buon senso, che filosoficamente possiamo anche definire (anche se non c’è una perfetta coincidenza) “senso comune”.


Guareschi ha parlato di tante cose e c’invita a capire tante cose. Per esempio ci dice molto su quella che è oggi una moda consolidata tra tanti –troppi- cattolici: l’irenismo. Per la serie: mai litigare, mai far polemica, bisogna sorvolare sulla verità … l’importante è conservare il dialogo e l’armonia.


In Don Camillo e i giovani d’oggi c’è un significativo dialogo. Il pretino progressista, don Chichì, sentenzia rivolgendosi al rude parroco della Bassa: “Don Camillo, la Chiesa è una grande nave che, da secoli, era alla fonda. Ora bisogna salpare le ancore e riprendere il mare! E bisogna rinnovare l’equipaggio: liberarsi senza pietà dei cattivi marinai e puntare la prua verso l’altra sponda. E’ là che la nave troverà le nuove forze per ringiovanire l’equipaggio. Questa è l’ora del dialogo, reverendo!” Ma don Camillo risponde: “Litigare è l’unico dialogo possibile coi comunisti. Dopo vent’anni di litigi, qui siamo ancora tutti vivi: non vedo migliore coesistenza di questa. I comunisti mi portano i loro figli da battezzare e si sposano davanti all’altare, mentre io concedo ad essi, come a tutti gli altri, il solo diritto di obbedire alle leggi di Dio. La mia chiesa non è la grande nave che dice lei, ma una povera piccola barca: però ha sempre navigato dall’una all’altra sponda. (…) Lei allontana molti uomini del vecchio equipaggio per imbarcarne di nuovi sull’altra sponda: badi che non le succeda di perdere i vecchi senza trovare i nuovi. Ricorda la storia di quei fraticelli che fecero pipì sulle mele piccole e brutte perché erano sicuri che ne sarebbero arrivate di grosse e bellissime, poi queste non arrivarono e i poveretti dovettero mangiare le piccole e brutte?”


Due punti importanti su cui riflettere.


Il primo. Don Camillo dice: “Litigare è l’unico dialogo possibile coi comunisti. Dopo vent’anni di litigi, qui siamo ancora tutti vivi …” Qui Guareschi, ovviamente, non fa riferimento al litigio in quanto litigio, ma al fatto che la scelta di rimanere se stessi, di continuare a testimoniare la verità sempre e comunque, siano le uniche possibilità per rimanere “vivi”. Vivi come uomini che ancora riconoscono un ordine naturale. Il contrario di ciò che sta avvenendo oggi. Chi è chiamato a proclamare la verità, ha paura di farlo; e diviene una sorta di zombi: non si capisce perché esiste. Oggi verrebbe da chiedersi a proposito di tanti sacerdoti che hanno paura di proclamare la verità: ma perché sono sacerdoti? perché esistono? Chi non avverte l’entusiasmo della verità, di difenderla, di annunciarla, di amarla è come uno zombi, nel senso che la sua vita finisce con l’essere organizzata sul disconoscimento dell’ordine naturale delle cose. Don Camillo lo dice: il fatto che io litigo con i comunisti non solo mi ha conservato “vivo”, ma ha fatto sì che i comunisti si conservassero “vivi”. Infatti, quelli del paese del Prete della Bassa erano comunisti molto spesso a parole, ma assai poco nei fatti: “I comunisti mi portano i loro figli da battezzare e si sposano davanti all’altare, mentre io concedo ad essi, come a tutti gli altri, il solo diritto di obbedire alle leggi di Dio.”


Veniamo al secondo punto. Don Camillo fa capire quanto sciocca sia la pretesa di “annacquare” la verità per cercare di attirare: si finisce in questo caso non solo di non attirare nessuno, ma anche di perdere chi in precedenza aveva aderito. I dati sono quelli che sono. L’apertura al “mondo” degli ambienti ecclesiali, voluta dalla teologia postconciliare, non ha “convertito” il mondo, ha piuttosto “mondanizzato” la Chiesa, con una perdita vocazioni sacerdotali spaventosa.


Se gli alberi si devono giudicare dai frutti…


venerdì 23 giugno 2023

la sofferenza

la sofferenza

 Io sono grato alla Provvidenza dei miei malanni: la sofferenza è un acido che avvelena i muscoli e le ossa, ma ripulisce l'anima e si vede tutto con altri occhi. (Giovannino Guareschi)

mercoledì 14 dicembre 2022

la sua mente può conoscere ma non comprendere

 Shakespeare lo fa dire chiaramente ad Amleto: Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.” La mente umana per quanto possa lavorare e produrre immaginazione su immaginazione non riuscirà mai a “comprendere” il reale, nel senso letterale del termine: comprendere come “mettere dentro”. La mente umana, anche quella che funziona meglio e che è capace di inventare cose straordinarie, non ha la possibilità di “esaurire” il reale, di spiegarlo totalmente, di venirne a capo scoprendone il senso più nascosto.

Questa è un’evidenza, è un fatto, non lo si deve certo dimostrare; piuttosto sarebbe il contrario a dover essere dimostrato, ma ovviamente è indimostrabile. Ed è un’evidenza che costringe moralmente l’uomo ad un atto che dovrebbe essere una sorta di “riflesso condizionato spirituale”. Come esistono i riflessi condizionati fisiologici (la salivazione nel pensare a cibi gustosi o la gamba che si alza se si dà il colpetto sul ginocchio), così esistono anche i riflessi condizionati spirituali; in questo caso mi riferisco al riflesso condizionato spirituale dell’umiltà. L’uomo che prende davvero coscienza che la sua mente può conoscere ma non comprendere, è un uomo umile che riuscirà a strutturare sull’umiltà, e con l’umiltà, l’intera sua esistenza. L’uomo, invece, che non vuole riconoscere tale dato, s’illuderà di porre se stesso come criterio di giudizio di tutto … e, quasi sempre, diventerà schiavo di una lettura ideologica della realtà che poi promuoverà, questa, a criterio di giudizio di ogni cosa.

L’ideologia nasce proprio a causa della dimenticanza di ciò che il buon Shakespeare fa dire ad Amleto, nasce dalla dimenticanza che sono molte di più le cose che esistono in cielo e in terra che non quelle che può pensare la mente umana. In un certo qual modo si potrebbe propriamente utilizzare quella famosa frase che dice che la realtà facilmente supera la fantasia; sì la realtà supera -di molto- la fantasia. I folli filosofi della postmodernità (prima fra tutti Nietzsche, che folle divenne davvero) dicono che la realtà non è comprensibile perché è irrazionale, perché non può essere spiegata con la logica. Non si tratta di questo, anzi. La realtà non può essere compresa dalla mente umana non perché è irrazionale, non perché è illogica, ma perché è misteriosa. Il mistero è oltre ma non contro la ragione. Il mistero segna razionalmente l’incapacità dell’uomo che, non essendo creatore della realtà, non può stravolgerla o annullarla.

Guareschi queste cose le diceva eccome. Per esempio, nel racconto Il dono mancato (inserito nella raccolta L’anno di don Camillo) si narra del figlio del Tarocci (uno dei compagni comunisti di Peppone) che non riceve i giocattoli da parte di Santa Lucia, a causa del papà che vuole che il bambino (Gigino, così si chiama il piccolo) non cresca con le “fantasie della reazione clericale”. Il bambino ne soffre, tant’è che decide di scappare di casa, ma viene ritrovato dal genitore.

Tarocci rifece la strada percorsa chiamando a gran voce il bambino ma nessuno gli rispose. Finalmente quando il Padreterno volle, trovò Gigino addormentato sulla paglia umida, dentro la capannuccia di melicacci. Il Tarocci era imbestialito e, tirato su il bambino ancora addormentato, lo svegliò con due sberle. (…). –Due ore, mi hai fatto cercare! – lo rimproverò aspro quando furono in casa. –Perché invece di venire a casa diritto, ti sei andato a perdere in mezzo ai campi? Perché non sei tornato assieme agli altri?

-Gli altri avevano tutti la roba e io no- sussurrò il bambino.

-Che roba?

-La roba di Santa Lucia – spiegò il bambino.

Al Tarocci venne un mezzo colpo: Santa Lucia! La raccomandazione della moglie… Ma anziché placarsi a quel pensiero, venne preso da un’ira furibonda:

-Ma che Santa Lucia! –urlò- Sono tutte stupidaggini. Santa Lucia non c’è.

-C’è –replicò Gigino- Ho visto io la roba.

Per un bambino di sei anni niente può esserci che riesca a demolire questa ferrea costruzione logica.

Guareschi lo fa capire chiaramente con le semplici parole di un bambino. Santa Lucia c’è perché c’è la Tradizione. Esiste, perché –per Guareschi- non può non esistere l’attenzione alla serietà del tempo. Tempo che non è un semplice succedersi di avvenimenti, ma il riconoscimento sempre nuovo della ragione dell’esistere. Certo, un bambino non può argomentare in questo modo, ma il desiderio che ci sia tutto questo è in lui presente.

Ma torniamo al racconto. Dopo aver apostrafato ben bene la madre che vuole perpetuare quella dannosa tradizione, Tarocci dice a Gigino che deve aver pazienza e il giorno dopo i doni glieli avrebbe portati Stalin, perché –ovviamente- Santa Lucia non esiste, ma Stalin sì.

-E allora, per avere il regalo chi bisogna pregare? –domandò Gigino con voce piena d’ansia.

A Tarocci era venuta in mente una storia che aveva letto o sentito da qualche parte, e s’era regolato in modo da attirare nella trappola il bambino.

-Secondo me bisognerebbe pregare Stalin- rispose.

-Stalin?- si informò il bambino. –E’ un santo?

-E’ uno che fa delle cose straordinarie- spiegò il Tarocci. –Tu stasera devi pregare Stalin di portarti il regalo perché sei stato buono. Se stasera ti porta il regalo vuol dire che esiste per te, mentre se Santa Lucia non ti ha portato niente, significa che per te non esiste.

Il bambino si rasserenò.

E Tarocci continua il suo maldestro progetto…

 Tarocci spiegò a Peppone tutta la storia e il trucchetto combinato per democratizzare Santa Lucia.

-Capo- concluse- non è stata un’idea in gamba?

-Certo- borbottò Peppone.

-Bisogna agire senza sentimentalismi- continuò il Tarocci. –Alle donne si può dar retta fino a un certo punto. Dopo, occorre intervenire decisi. Incominciamo a snebbiare pian piano i cervelli. Incominciamo a sloggiare i Santi dall’animo dei nostri bambini mettendo al loro posto qualcosa di più sostanzioso. Incominciamo a sfatare le leggende. Non ti pare?

Ma cosa avviene? Che malgrado il Tarocci avesse preparato i doni affinché Gigino potesse trovare le sorprese portate da Stalin, la mattina seguente il bambino non trovò un bel nulla. Tarocci non si meravigliò più di tanto, anzi tutto sommato una latente soddisfazione colpì il suo animo … e disse a Gigino, piangente per questa nuova delusione, che Natale era vicino e Gesù Bambino avrebbe sistemato tutto. Era passato anche lui alla speranza “clericale”. Ma perché Gigino non aveva trovato nulla malgrado il papà avesse preparato i doni di Stalin? Cosa era successo? Leggiamo il finale del racconto.

A onor del vero non ci fu niente di miracoloso nella scomparsa dei doni di Stalin: perché Peppone, dopo averli cavati fuori dalle scarpe di Gigino, li era andati a buttare nel fiume borbottando:

“Non è un buon servizio che faccio al compagno Stalin”.

Poi, quando l’acqua del grande fiume ebbe ingoiato tutta la merce, si consolò dicendo tra sé:

Dio ti vede, Stalin no.”

Si accorse troppo tardi d’essere caduto come un pesce nella trappola degli slogan della propaganda clerico-americana.

E se ne dolse.

Ma fino a un certo punto.

Dunque, Peppone se ne dolse, ma fino ad un certo punto. Aveva capito che così andava fatto. Eppure se si fosse messo a “pensare”, sarebbe certamente arrivato a tutt’altra conclusione, avrebbe dato ragione al suo amico e chi si è visto se è visto. Il buon senso, invece, lo aveva portato a negare quell’invenzione: i doni di Stalin. Non perché Stalin gli stesse antipatico, per carità … ma perché, in quel caso, Stalin stava prendendo il posto di qualcun altro (meglio: di qualcun’altra), e questo, malgrado la simpatia per il sovietico con i baffoni, non poteva accadere. Lui stesso era cresciuto con i doni di santa Lucia e non con quelli di Stalin.

Qui Guareschi fa capire una cosa importante: ciò che è stato trasmesso non può essere distrutto. Chesterton amava dire che la vera democrazia è poter “far votare i morti”, cioè qualsiasi decisione debba essere presa non può mai andare contro la tradizione dei padri. Già!.. la Tradizione. Il musicista Gustav Mahler la definisce non come “il culto delle ceneri”, ma come “la custodia del fuoco”. Si racconta –non so fino a che punto sia vero- che quando gli uomini primitivi scoprirono il fuoco, lo lasciarono sempre acceso per far sì che non andasse perduto: era troppo prezioso. Ogni uomo, indipendentemente dal grado di cultura (anzi, forse un grado di cultura elevato a riguardo può essere pericoloso) coglie la necessità di perpetuare e non di distruggere, di custodire e non di stravolgere.

Anche Peppone, infischiandosene di proclami di partito e slogan ideologici, si sentì di fare lo stesso.

lunedì 1 agosto 2022

Il latino

 «Il latino è una lingua precisa, essenziale. Verrà abbandonata non perché inadeguata alle nuove esigenze del progresso, ma perché gli uomini nuovi non saranno più adeguati ad essa. Quando inizierà l’era dei demagoghi, dei ciarlatani, una lingua come quella latina non potrà più servire e qualsiasi cafone potrà impunemente tenere un discorso pubblico e parlare in modo tale da non essere cacciato a calci giù dalla tribuna. E il segreto consisterà nel fatto che egli, sfruttando un frasario approssimativo, elusivo e di gradevole effetto 'sonoro' potrà parlare per un’ora senza dire niente. Cosa impossibile col latino.»


🖋️ Giovannino Guareschi, - “Chi sogna nuovi gerani?” (Autobiografia)



mercoledì 2 febbraio 2022

Bisogna salvare il seme: la fede

. Bisogna salvare il seme: la fede

Don Camillo, perché tanto pessimismo? Al­lora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?”. “No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pu­dore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui par­lavo. L’uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato. Un giorno non lontano si troverà come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne “Signore: la gente paventa le armi terrificanti che disintegrano uomini e cose. Ma io credo che soltanto esse potranno ridare all’uomo la sua ricchezza. Perché distruggeranno tutto e l’uomo, liberato dalla schiavitù dei beni terreni cercherà nuovamente Dio. E lo ritroverà e ricostruirà il patrimonio spirituale che oggi sta finendo di distruggere.  Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?”. Il Cristo sorrise: “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede e mantenerla in­tatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più, ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede. Ogni giorno di più uomi­ni di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini di ogni razza, di ogni estrazione, d’ogni cultura”.

* da Giovannino Guareschi, Don Camillo e don Chichì, in Tutto Don Camillo. Mondo piccolo, II, BUR,