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sabato 6 luglio 2019

VI RACCONTO MIO ZIO...


VI RACCONTO MIO ZIO...

***
È l’erede e nipote prediletta del «poeta del dubbio». Bianca Montale ci offre il ritratto del Premio Nobel, la cui vita è stata tutta attraversata da una sofferenza e da una tensione. Verso «quell’Invisibile che sentiva amico» (da Tracce, novembre 2014)
Paola Bergamini
«Con lo zio per tutta la vita abbiamo spesso parlato di temi religiosi. Nella villa di famiglia a Monterosso, a casa nostra a Genova e poi a Milano, in via Bigli. Fino alla fine. La nostra è stata una continua frequentazione». Lo zio in questione è Eugenio Montale. Lei, Bianca Montale, classe 1928 figlia del fratello, è l’erede dei diritti dell’opera del «poeta del dubbio», come è stato comunemente definito. Il dubbio che la realtà sembra rimandare ad altro, ma poi è solo apparenza. Solo un imprevisto può essere la salvezza, ma questo miracolo, nei suoi versi, sembra non poter accadere. Rimane un’attesa.
Bianca è stata la nipote preferita, proprio lei che ama definirsi «una credente di ferro da prima del Concilio: il Vangelo per me è tutto». La incontriamo nel suo appartamento nel capoluogo ligure. Alle pareti i quadri dello zio e della mamma, «grande pittrice e cattolica inflessibile. Erano amici d’infanzia insieme alla zia Marianna... Cattolica più aperta. Eugenio ricercava la loro compagnia. Ne aveva grande stima». Sul tavolino, sparse, alcune pagine dattiloscritte.
Laurea in Lettere all’università di Genova, giovanissima, vince la cattedra come professore ordinario di Storia del Risorgimento e insegna a Bergamo e poi a Parma. «A Genova, dove ero incaricata, non mi hanno mai chiamato perché nel tempio sacro del marxismo io, cattolica, non ero gradita. Ci sono arrivata tanti anni dopo, ma nella facoltà di Magistero. D’altronde anche lo zio non gli è mai piaciuto. “Un borghese” lo definivano. Io dico: uno in continua ricerca». Non vuole parlare della poesia di Montale, di quel “male di vivere” che si ritrova nelle liriche, preferisce raccontare della sua umanità, dell’uomo Montale. Svelando tratti, ricordi, accenti meno conosciuti.

Cosa significa che era in continua ricerca?
Tutta la vita ha cercato le tracce della presenza di quell’Invisibile di cui si sentiva amico. Ma gli è mancata la “folgorazione” della fede, senza la quale è difficile razionalmente comprendere tante cose della Chiesa. Per questo, a mio avviso, lo zio era un cristiano senza dogmi. Nel 1917 nel suo diario scrive: «Da tre giorni il dubbio mi par pazzesco, la ragione uno strumento diabolico! Davvero che la Fede è grazia e non si può averla senza una completa sfiducia nelle capriole della logica. Il dubbio è antifilosofico». È soprattutto negli ultimi anni che questa sua ricerca diventa più pressante. Scrive meno, quasi nulla per via della malattia. Ma parla. Voleva sapere, conoscere. Trascorrevamo giornate intere a discutere, ad esempio, del Bene e del Male, delle eresie del secondo secolo dopo Cristo. Non erano discussioni astratte, ma come se volesse avvicinarsi e comprendere questo Altro. Come disse il mio caro amico Carlo Bo, «quel Dio che Montale, come tutti i veri credenti, non nomina mai invano». In mio zio c’era l’idea di un essere superiore, soprattutto aveva una passione per la figura di Cristo. Prima di andare in ospedale, dove sarebbe morto, sul suo comodino di casa aveva una vita di Cristo. E poi, guardi, questo è il santino che Eugenio teneva nel portafoglio: è un’Adorazione dei Magi e sotto la scritta “La bontà di Dio si è manifestata in Cristo”. 

È un regalo? 
No, era nel suo portafoglio. Ora lo tengo sempre nel mio. A un compleanno mi regalò un Vangelo che era la rirpoduzione anastatica di una versione del Quattrocento. Non le dice nulla che volle sposare la Mosca (la compagna Drusilla Tanzi; ndr) in chiesa? Poco prima di morire chiese al cappellano della clinica San Pio X, dove era ricoverato, di recitare insieme un Padre nostro, anzi il Pater noster perché preferiva il latino. A mio avviso significa che aveva riconosciuto un Padre. Mi sembrano segni di questa ricerca mai sopita e allo stesso tempo mai conclamata, come era del suo carattere: timido e schivo. Qualcosa di intimo che affiora più nelle prose che non nelle poesie. Non si è mai definito ateo. Durante la Prima Guerra mondiale, un suo caro amico e commilitone, Ettore Crovella, che poi diventò monsignore, gli regalò un libro con questa dedica: «Caro Eugenio, tu sei molto più vicino a Dio di quanto pensi». E poi quella sua attenzione, quasi invidia mi viene da dire, verso le persone semplici. 

In che senso?
Penso innanzitutto alla Gina, la sua governante, morta pochi mesi fa in assoluta povertà. Era una contadina dell’Aretino, a diciott’anni era entrata in casa Montale e con lo zio è rimasta tutta la vita. Una donna di una religiosità semplice, di una bontà e di una rettitudine senza eguali. Parlava poco, ma è stata per lui un modello di vita. In una lettera che Eugenio mi scrisse la definì «eroica». Ogni domenica l’accompagnava a messa e lei lo ha accompagnato dappertutto: a Stoccolma per il ritiro del Premio Nobel, al Quirinale quando ha ricevuto la nomina a senatore a vita. La Gina per me è l’incarnazione di quello che lui definisce la «decenza umana», cioè compiere la propria missione in qualsiasi campo. Quello che scrive in Variazioni: «Se invece il successo si deve identificare con la felicità, almeno con il sentimento di non essere vissuti senza onore, allora sarà meglio rivolgere la domanda al lustrascarpe, all’artigiano, allo spazzino, al venditore ambulante o ad uno di quegli esploratori o missionari della varie Chiese cristiane (...). Ma credo che a uomini simili sarebbe vano rivolgere la domanda». Oppure: «Ciò che viene sottratto all’uomo d’oggi - da ogni partito, da ogni tecnica, da ogni conservatorismo o riformismo o rivoluzionarismo - è né più né meno che l’amore».

Di questo amore aveva invidia?
Sì. La sua è stata una tensione, una sofferenza per questo Invisibile. È mancata la folgorazione della fede. Aveva una sete di conoscenza continua dei temi religiosi. Aveva studiato le grandi eresie: pelagiani, nestoriani. Mentre mal sopportava - e su questo eravamo molto in sintonia - i preti impegnati. Con il suo modo ironico prendeva in giro i sacerdoti in borghese o peggio i preti operai. Ma aveva sempre grande rispetto dei sacerdoti veri.

Per la critica, la figura di Montale è legata all’immagine del «muro d’orto invalicabile». La felicità è sempre a un passo, ma irraggiungibile. È il male di vivere.
Questo per me vale fino ai 75 anni. Dopo la ricerca si è fatta più stringente e per questo più silenziosa. Sono convinta che Lassù lui ci è arrivato. Anche, ma non solo, per le messe che ho fatto dire per lui.

Ma Eugenio Montale credeva in un aldilà?
Altrimenti perché nel testamento mi ha chiesto che sulla sua tomba fosse sempre acceso un lumino? Aggiungendo, da buon ligure: «È una piccola spesa». E una sua poesia in Satura inizia così: «Avevamo studiato per l’aldilà».

domenica 16 giugno 2013

IL SENSO RELIGIOSO DI MONTALE

 IL SENSO RELIGIOSO DI MONTALE
***
«Io sono un poeta che ha scritto un’autobiografia poetica senza cessare di battere alle porte dell’impossibile.
 Nella mia poesia c’è il desiderio d’interrogare la vita. Dopo lo
scetticismo iniziale, nei miei versi della maturità ho tentato di sperare, di battere al muro,di vedere ciò che poteva esserci dall’altra parte della parete, convinto che la vita ha un significato che ci sfugge. Ho bussato disperatamente come uno che attendeva una
risposta. C’è nozione di Dio, nella mia poesia: ma a patto di togliere a Dio ogni attributo
dogmatico. E io sono un cristiano: ma un cristiano che non appartiene a nessuna chiesa».18
Quello che avviene nel mondo così detto civile a partire dalla fine dell’Illuminismo (ma ora in sempre più rapida escalation) è il totale disinteresse per il senso della vita. Ciò non contrasta col darsi daffare, anzi. Si riempie il vuoto con l’inutile. Il mondo muore di noia, l’impiego del tempo è letteralmente spaventoso. I giovani che si agitano un po’ dovunque non se ne rendono forse conto, ma il loro vero problema non è né sociale né economico. A loro non interessa più nulla, ecco il fatto. Immetteteli in una società più giusta, meglio pianificata, riempiteli di lauree e di diplomi, trovate per tutti un buon impiego e molto tempo libero, e il risultato sarà lo stesso: una noia sempre crescente senza nemmeno più il conforto/sconforto dell’angoscia. Abbiamo provveduto noi anziani, noi balordi aruspici dei vari futuribili, a svuotarli di tutto. Non ci possono ringraziare, questo è certo.
Le attuali agitazioni e contestazioni appartengono dunque a quella che si definisce come eterogenesi dei fini e come tali sono inevitabili. Il loro effetto (se ce ne sarà uno) non può essere prevedibile in alcun modo. Esse non sono che un’infima parcella di tutto ciò che sta ribollendo in questo universo di orrore e di noia.
E. Montale, Variazioni, in “Corriere della Sera”, 12 gennaio 1969

L'«imprevisto»: risposta all'interrogativo del vivere

L'«imprevisto»: risposta all'interrogativo del vivere
                         ***                                               
di Mauro Grimoldi
Cento anni fa nasceva Montale, maestro di vita che ha cantato l’effimero delle cose. Tutto urge un rapporto con l’infinito, «perché tutte le immagini portano scritto: "più in là"». In un mondo che rende familiare la tentazione, che investe anche noi, di ridurre l’apparenza della realtà a nulla. La possibilità, estrema punta dell’attesa della saggezza umana

Francesca Scarano, Cometa"L’argomento della mia poesia è la condizione umana in sé considerata, non questo e quell’avvenimento. Ciò non vuol dire estraniarsi da quanto avviene nel mondo, significa solo coscienza e volontà di non scambiare l'essenziale con il transitorio".
Ripetutamente, nelle molte dichiarazioni di Montale sulla sua opera poetica, riaffiora il supremo interesse di "interrogare la vita", nella speranza di decifrarne il mistero, l’enigma. Consapevole di "non sapere inventare nulla" e di "partire sempre dal vero", la spinta, la mossa da cui scaturisce l’intera produzione del poeta coincide con la struggente considerazione della propria condizione di uomo. Scriveva Contini, uno dei più importanti filologi di questo secolo, che gli fu anche caro amico: "La differenza costitutiva tra Montale e i suoi coetanei sta in ciò, che questi sono in pace con la realtà, mentre Montale non ha certezza del reale".
Forse questa piccola indagine su Montale potrebbe muovere proprio dalla semplice constatazione che il problema del senso della vita costituisce il centro da cui si irradia l’intera sua riflessione e opera poetica. In un brano scritto all’indomani delle agitazioni del Sessantotto, ne è esplicitamente dichiarata la rilevanza, insieme alla considerazione della irragionevole marginalità ad esso riservata in tutta l’epoca moderna, non ultima ragione della sua decadenza; come il prezzo pagato ad una inammissibile evasione:
"Quello che avviene nel mondo così detto civile a partire dalla fine dell’Illuminismo (ma ora in sempre più rapida escalation) è il totale disinteresse per il senso della vita. Ciò non contrasta col darsi daffare, anzi. Si riempie il vuoto con l’inutile. Il mondo muore di noia, l’impiego del tempo è letteralmente spaventoso. I giovani che si agitano un po’ dovunque non se ne rendono forse conto, ma il loro vero problema non è né sociale né economico. A loro non interessa più nulla, ecco il fatto. Immetteteli in una società più giusta, meglio pianificata, riempiteli di lauree e di diplomi, trovate per tutti un buon impiego e molto tempo libero, e il risultato sarà lo stesso: una noia sempre crescente senza nemmeno più il conforto/sconforto dell’angoscia. Abbiamo provveduto noi anziani, noi balordi aruspici dei vari futuribili, a svuotarli di tutto. Non ci possono ringraziare, questo è certo.
"Le attuali agitazioni e contestazioni appartengono dunque a quello che si definisce come eterogenesi dei fini e come tali sono inevitabili. Esse non sono che un’infima parcella di tutto ciò che sta ribollendo in questo universo di orrore e di noia".
E a chiarire lo stato d’animo di Montale, stretto tra l’urgente inevitabilità della Questione ("Ratio ultima rerum... id est deus") e l’ostentata indifferenza che lo circonda ("gli uomini che non si voltano") e di cui egli steso si sente preda, sarà forse utile questo breve brano, tratto da una prosa del 1949:
"Oggi tutti vorrebbero esser contenti ma non c’è più quasi nessuno che desideri veramente di esser felice; che lo desideri fino all’impossibile, fino all’annientamento. È troppo tardi per interrogare l’uomo ch’è passato, bisognerebbe inseguirlo, e poi chissà se ci direbbe la verità. Se il felice vorrà nascondere il suo segreto; non si divulgano le cose incomprensibili agli altri".

Il cozzo della ragione
Ed eccoci al secondo passo: l’incomprensibile. Volendo da se stesso dare una definizione della propria poesia, Montale dichiara che essa appartiene a una tradizione "non realistica, non romantica e nemmeno strettamente decadente, che molto all’ingrosso si può definire metafisica", avendo cura di avvertire che "tutta l’arte che non rinunzia alla ragione, ma nasce dal cozzo della ragione con qualcosa che non è ragione, può anche dirsi metafisica". La consapevolezza che il Mistero sorga nella considerazione della realtà operata dalla ragione sembra essere ben presente a Montale quando, in un’intervista rilasciata nel 1965, esclude che si possa "parlare di mito della mia poesia", ma piuttosto di "desiderio di interrogare la vita". "Io sono un poeta che ha scritto un’autobiografia poetica senza cessare di battere alle porte dell’impossibile convinto che la vita ha un significato che ci sfugge. Ho bussato disperatamente come uno che attende una risposta". Il motivo stesso che lo ha spinto ad interessarsi dell’opera di Dante, che ha profondamente influito sulla sua produzione poetica, ha molto a che vedere proprio con l’incomprensibilità di ciò che "investe le ragioni ultime dell’uomo", come è detto in questo intervento, ancora del 1965:
"Dante non può essere ripetuto. Fu giudicato quasi incomprensibile e semibarbaro pochi decenni dopo la sua morte, quando l’invenzione retorica e religiosa della poesia come dettato d’amore fu dimenticata. Esempio massimo di oggettivismo e razionalismo poetico, egli resta estraneo ai nostri tempi, a una civiltà soggettivistica e fondamentalmente irrazionale perché pone i significati nei fatti e non nelle idee. Ed è proprio la ragione dei fatti che oggi ci sfugge. Poeta concentrico, Dante non può fornire modelli a un mondo che si allontana progressivamente dal centro e si dichiara in perenne espansione. Perciò la Commedia è e resterà l’ultimo miracolo della poesia mondiale. Posso tranquillamente considerare l’affermazione del Singleton che il poema sacro fu dettato da Dio e il poeta non fu che lo scriba. Così non mi ha atterrito il carattere miracoloso che fu attribuito a quella Beatrice storica di cui pensavano di poter fare a meno. E se è vero ch’egli volle essere poeta e nient’altro che poeta, resta quasi inspiegabile alla nostra moderna cecità il fatto che quanto più il suo mondo si allontana da noi, di tanto accresce la nostra volontà di conoscerlo e di farlo conoscere a chi è più cieco di noi".
L’anello che non tiene
Francesca Scarano, CampagnaLa considerazione di un Mistero da svelare ("il fantasma che ti salva", "il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, / il filo da sbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità", "il segno d’un’altra orbita"; la "maglia rotta nella rete") si affaccia sull’orizzonte della sua esistenza come una ineffabile, ma inesorabile, presenza: il "cozzo della ragione con qualcosa che non è ragione". Per questo, fin dall’inizio, anche in quelle raccolte poetiche che, come gli Ossi di seppia, sono considerate "negative", si ha l’impressione di sorprendere il poeta a scrutare un qualche segno rivelatore, "il miracolo", come chi attende sulla soglia di una certezza, "in questi silenzi in cui le cose / s’abbandonano e sembrano tradire il loro ultimo segreto". Un miracolo da cui tutto dipende: la stessa certezza della realtà, della propria esistenza ("non sono mai stato certo di essere al mondo"), fino alla tentazione di ritenere tutto un’illusione, "il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro / di me, con un terrore di ubriaco":
"Ah crisalide, com’è amara questa
tortura senza nome che ci volve
e ci porta lontani - e poi non restano
neppure le nostre orme sulla polvere;
e noi andremo innanzi senza smuovere
un sasso solo della gran muraglia;
e forse tutto è fisso, tutto è scritto,
e non vedremo sorgere per via
la libertà, il miracolo,
il fatto che non era necessario!"
Tuttavia il suo itinerario poetico, dalle Occasioni alla Bufera, da Satura al Diario postumo, si sviluppa nel tentativo di identificare e precisare la fisionomia di un segno di salvezza, portatore di chiarezza circa il senso del nostro destino di uomini. Un segno tangibile ("fuggo / l’iddia che non s’incarna"), che, sfuggendo i canoni della poesia stilnovista e di Dante, prende forma nella figura della donna, di alcune donne. In primo luogo Clizia, "Iride, l’ebrea che io chiamo cristofora o portatrice di Cristo", la donna, Irma Brandeis, che se n’è andata lontano e torna, talvolta, a illuminare la notte scura in cui vive il poeta:
"Perché l’opera tua (che della Sua
è una forma) fiorisse in altre luci
Iri del Canan ti dileguasti
in quel nimbo di vischi e pungitopi
che il tuo cuore conduce
nella notte del mondo, oltre il miraggio
dei fiori del deserto, tuoi germani.
Se appari, qui mi riporti, sotto la pergola
di viti spoglie, accanto all’imbarcadero
del nostro fiume - e il burchio non torna indietro,
il sole di San Martino si stempera, nero.
Ma se ritorni non sei tu, è mutata
la tua storia terrena, non attendi
al traghetto la prua,
non hai sguardi, né ieri né domani;
perché l’opera Sua (che nella tua
si trasforma) dev’esser continuata".
E poi la moglie, la mosca, la donna della vita: "Ho sceso dandoti il braccio, almeno un milione di scale / e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino". Verso di lei è una gratitudine infinita, nata dalla consapevolezza che "di noi due / le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, / erano le tue". Forse anche la presenza umana cui deve il conforto della speranza, la debole e ferma considerazione di una possibilità:
"La morte non ti riguardava.
Anche i tuoi cani erano morti, anche
il medico dei pazzi detto lo zio demente,
anche tua madre e la sua "specialità"
di riso e rane, trionfo meneghino;
e anche tuo padre che da una minieffigie
mi sorveglia dal muro sera e mattina.
Malgrado ciò la morte non ti riguardava.

Ai funerali dovevo andare io,
nascosto in un tassì restandone lontano
per evitare lacrime e fastidi. E neppure
t’importava la vita e le sue fiere
di vanità e ingordigie e tanto meno le
cancrene universali che trasformano gli uomini in lupi.
Una tabula rasa; se non fosse
che un punto c’era, per me incomprensibile
e questo punto ti riguardava".

Prima del viaggio
A questa via, umana, di ragione e affetto, in cui il linguaggio poetico stesso si semplifica, appartiene la categoria dell’imprevisto come possibilità di salvezza, come in Prima del viaggio ("Un imprevisto / è la sola speranza. Ma mi dicono / ch’è una stoltezza dirselo"), o come in quest’altra poesia:Francesca Scarano, Torre
"L’insonnia fu il mio male e anche il mio bene.
Poco amato dal sonno mi rifugiai nella veglia,
nel buio che non è poi tanto nero
se libera i fantasmi dalla luce
che li disgrega. Non sono tanto grati
questi ospiti notturni ma ce n’è uno
che non è sogno e forse è il solo vero".
Un’esile realtà, che pure, per quanto fragile, ammessa con timore o terrore, come sovrastata dalla paura dell’esilio e della follia, ritorna come motivo ricorrente in altre sue poesie:
"Forse fra i tanti, fra i milioni c’è
quello in cui viso e maschera coincidono
e lui solo potrebbe dirci la parola
che attendiamo da sempre".
E anche:
"Fosse tua vita quella che mi tiene
sulle soglie - e potrei prestarti un volto,
vaneggiarti figura".
La soglia ci sembra una parola che può indicare la posizione di Montale: la soglia non è ancora la dimora, ma il pegno. Anche la Bibbia, che Montale amava, nomina la soglia, quando fa dire al salmo dello struggimento per il tempio del Signore:
"Per me un giorno nei tuoi atri
è più che mille altrove,
stare sulla soglia della casa del mio Dio
è meglio che abitare nelle tende degli empi" (Salmo 83).


Il viaggio non finisce qui
di Valeria Capelli

Casa sul mareFrancesca Scarano, Onda
Il viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono eguali e fissi
come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.

Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
i soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.

Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie:
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo:
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.

Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.
Francesca Scarano, OrizzontePosto quasi alla fine degli Ossi, questo splendido canto della disillusione, di tono pacato, quasi discorsivo, che riprende l’antico luogo letterario del viaggio, fin dai primi versi ci sorprende: la nostra esistenza vi è implicata nel profondo. "Il viaggio finisce qui: / nelle cure meschine che dividono / l’anima che non sa più dare un grido...": non è difficile, per un uomo del nostro tempo, pensare che l’avventura della vita sia ormai miseramente terminata, di fronte a un ostacolo esteriore o interiore, a un limite invalicabile come il mare a cui quella casa si affaccia; e a poco a poco il cuore si ottunde, si immobilizza, diventa incapace anche solo di un grido di dolore. Il paradosso disperante è che la vita continua a scorrere tra meschine preoccupazioni, implacabilmente monotona, insopportabilmente ripetitiva ("ora i minuti sono eguali e fissi..."; e ancora: "Il viaggio finisce a questa spiaggia / che tentano gli assidui e lenti flussi..."). Nulla vi accade ("Nulla disvela se non pigri fumi...") ed è raro che qualcosa compaia all’orizzonte in questa "muta bonaccia", in questa specie di "limbo squallido / delle monche esistenze" (Crisalide), in cui il cuore più non crede "che gli uomini hanno una festa" (Vento e bandiere). Questa esistenza piatta, sorda ormai alle urgenze più vere dell’umano, fa svanire tutto, anche i ricordi, in una nebbia impalpabile.
Dopo le immagini marine che oggettivizzano la posizione interiore di delusione, di non attesa, di non speranza, di torpida immobilità, il poeta introduce indirettamente un tu personale, una donna, che pone una domanda drammatica sulla vita, la domanda più grave: "Tu chiedi se così tutto vanisce / in questa poca nebbia di memorie; / se nell’ora che torpe o nel sospiro / del frangente si compie ogni destino". C’è in questa richiesta come un ultimo grido soffocato del cuore, della ragione, che non si rassegnano al fatto che tutto finisca nel nulla, che il destino di ogni uomo sia vanificarsi come l’onda che lentamente s’infrange sugli scogli.
Il poeta vorrebbe poterle dire che non è così, che c’è la salvezza. Forse qualcuno riesce a passare il "varco", a scoprire certezze per la vita, il senso delle cose, a raggiungere il compimento della sua umanità, non però lui. Egli vorrebbe tuttavia, prima di abbandonarsi al suo destino, insegnarle una "via di fuga" dalla dura, insensata necessità, da una realtà incomprensibile; ma sa che questa ipotesi di salvezza è labile come la spuma o un’onda sul mare agitato. In uno slancio del cuore offre alla donna, quasi un pegno per il destino perché la salvi, la sua piccola speranza, quella speranza che lui, stanco, deluso, non sa più alimentare.
Nella casa sul mare finisce forse l’avventura di due anime; ma poco importa il dato contingente: ciò che qui drammaticamente si rivela è la condizione umana in quanto tale.
Il vero tema della lirica è da un lato l’urgenza, sottesa a ogni immagine, vibrante nel profondo di ogni parola, che la vita sia un viaggio reale, colmo di significato, che il tempo sia il tempo del ritrovamento di sé, del compimento; dall’altro la constatazione dolorosa che il viaggio non ha altro esito che il nulla, perché il tempo tutto distrugge; le cose svaniscono come parvenze, si perdono anche le aspirazioni, le attese, le memorie, gli incontri, e il cuore, deluso, sotterra la speranza, diviene incapace anche di un palpito, di un grido. E l’immobilità è una sofferenza greve (si pensi al "delirio ... d’immobilità" di Arsenio) perché è il contrario del vivere. Ma è possibile sfuggire alla tortura dello sbriciolarsi lento, quotidiano delle cose, al sordo tormento di una vita che non attende più nulla, che si consuma nel sentimento della propria inutilità, magari in una sterile pietà? Per salvarsi, afferma Montale coniando un verbo di timbro e vigore dantesco, bisognerebbe poter "infinitarsi" ("trasumanar" direbbe il divino poeta). Solo il rapporto col mistero infinito potrebbe dare consistenza alla vita, all’istante, potrebbe rendere positivo lo scorrere del tempo, reale, pieno di senso, il viaggio nell’aldiquà. Ma per il poeta il viaggio è finito, anzi non è mai cominciato: manca la strada esistenzialmente concreta per tale rapporto, pure presentito con tanta forza dal cuore.
Montale afferma che solo un miracolo, un fatto che spezzi le catene della dura necessità, un imprevisto potrebbe salvarci dal non senso, dal nulla. Qui si ferma il poeta.
Questo fatto, questo evento assolutamente imprevedibile - noi lo sappiamo - è già accaduto, già ha aperto la strada ed è presente. Dio si è fatto uomo per trasformare la nostra esistenza, l’esistenza di ogni uomo, nell’avventura buona in cui il destino si compie. No, carissimo Montale, il viaggio non finisce qui.

sabato 18 febbraio 2012

Montale,


***

"Se nella mia vita non scocca e presto, una scintilla,

io sono un uomo finito"
***

"Ma se accettiamo il gioco
ai margini troviamo
un segno intelleggibile
che può dar senso al tutto"



Montale

Postato da: giacabi a 20:27 | link | commenti
montale

sabato, 27 febbraio 2010

Un segno che può dar senso a tutto

***


https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjIdfprMTdAA8-uLQkrpJmEQUxknn7g2TfN4fhpP1Xh76Ul2ubZzXl4Xi0p3jhdAWOYtC_Si_L607Ua7-KBGNNj5aR8C0AxRDA_8KA6R3UqUgW2RdjzAeOFx4qbHetDK1aq224MgxDVacGi/s400/congdon09.jpg

Incontro
Esitammo un istante,
e poco dopo riconoscemmo
di avere la stessa malattia.
Non vi è definizione
per questa mirabile tortura,
c'è chi la chiama spleen
e chi malinconia.
Ma se accettiamo il gioco
ai margini troviamo

un segno intelleggibile
che può dar senso a tutto
.
Eugenio Montale Diario Postumo

Postato da: giacabi a 10:59 | link | commenti
montale

sabato, 08 novembre 2008

  La vita ridotta a un bene di consumo
***
E’ mia impressione che una bomba atomica sia scoppiata presso le radici della moralità: E responsabile, per gran parte, è la televisione, che ha ridotto la vita a un bene di consumo.
 E. Montale



Postato da: giacabi a 08:48 | link | commenti
nichilismo, montale

sabato, 24 maggio 2008

Il coraggio di andare oltre
 ***
 
Si tratta di arrampicarsi sul sicomoro
 per vedere il Signore se mai passi.
 Ahimè non sono un rampicante e anche restando
 in punta di piedi, non l’ho mai visto”.
E.Montale diario del 71
                                  ***
Nessuno vede Gesù senza uno po’ di fatica
nessuno riesce a vedere Gesu se resta
attaccato alla terra”.
S. Ambrogio In LucamVIII,81

Postato da: giacabi a 18:43 | link | commenti (1)
montale, sambrogio, senso religioso

lunedì, 10 dicembre 2007

La morte odora di resurrezione
***
«Non posso pensarti dolente
 da che la morte odora di resurrezione». Eugenio Montale

Postato da: giacabi a 15:26 | link | commenti
morte, montale

sabato, 01 dicembre 2007

La morte odora di resurrezione

***
«Non posso pensarti dolente / da che la morte odora di resurrezione».

Eugenio Montale


Postato da: giacabi a 20:36 | link | commenti
morte, montale

martedì, 06 novembre 2007

Il totale disinteresse per il senso della vita
 ***
Oggi gli individui -un’infinità- chiedono di rappresentarsi di esistere individualmente, chiedono di vivere la propria vita sul piano che ad essi è possibile: quello  delle emozioni e delle sensazioni. E su questo piano non sono possibili deleghe privilegiate: l'uomo qualunque ha gli stessi diritti dell'uomo di eccezione e può persino illudersi che la sua trivellazione della couche vitale sia più autentica di quella dell'uomo di studio. Ma all'uomo-massa corrisponde il male di massa, al quale nessuno di noi sfugge
E il lato più pericoloso della vita attuale è il dissolversi del sentimento della responsabilità individuale. La solitudine di massa ha reso vana ogni differenza tra il dentro e il fuori. Poiché il nostro tempo ha sostituito l'eccitazione alla contemplazione e il numero non è più il segreto delle leggi divine, bensi l'oggetto della statistica, non vedo perché non si debbano trarre le debite conclusioni della mutate condizioni di vita dell'uomo che fu ' detto sapiens e faber (e poi ludens ed ora è destruens) a vantaggio dell'immenso tutti- nessuno che stiamo avviandoci a formare.
Quel che avviene nel mondo cosiddetto civile a partire dalla fine dell'illuminismo (ma ora in sempre più rapida escalation) è il totale disinteresse per il senso della vita. Ciò non contrasta con il darsi da fare, anzi. Si riempie il vuoto con "inutile. L'uomo non ha più  molto interesse per l'umanità. L'uomo si annoia spaventosamente.
....
(E. Montale, Nel nostro tempo)

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montale, senso religioso

domenica, 23 settembre 2007



Come Zaccheo
***



Si tratta di arrampicarsi sul sicomoro
per vedere il Signore se mai passi.

Ahimè, non sono un rampicante ed anche stando in punta di piedi non l'ho visto
. EUGENIO MONTALE

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venerdì, 27 luglio 2007

Prima del viaggio



"Prima del viaggio si scrutano gli orari,
le coincidenze, le soste, le pernottazioni
e le prenotazioni (di camere con bagno
o doccia, a un letto o due o addirittura un flat);
si consultano le guide Hachette e quelle dei musei,
si cambiano valute, si dividono
franchi da escudos, rubli da copechi;
prima del viaggio s'informa
qualche amico o parente, si controllano
valige e passaporti, si completa
il corredo, si acquista un supplemento
di lamette da barba, eventualmente
si dà un'occhiata al testamento, pura
scaramanzia perché i disastri aerei
in percentuale sono nulla;
prima
del viaggio si è tranquilli ma si sospetta che
il saggio non si muova e che il piacere
di ritornare costi uno sproposito.
E poi si parte e tutto è O.K. e tutto
è per il meglio e inutile.
……………………………………
E ora, che ne sarà
del mio viaggio?
Troppo accuratamente l'ho studiato
senza saperne nulla. Un imprevisto
è la sola speranza. Ma mi dicono
che è una stoltezza dirselo"

 E. Montale - "Prima del viaggio", in Satura (1962-1970)

 *** 

"Si tratta di arrampicarsi sul sicomoro
per vedere il Signore se mai passi.
Ahimè, non sono un rampicante ed anche stando in punta di piedi non l'ho mai visto”

E. Montale - "Come Zaccheo", in Diario del '71

 

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martedì, 24 luglio 2007

Il senso religioso

L’agave sullo scoglio
***
Sotto l’azzurro fitto del cielo
qualche uccello di mare se ne va
né sosta mai
perché tutte le immagini
portano scritto “più in là”.
E. Montale
 

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martedì, 10 luglio 2007

I  limoni
***

Ascoltami , i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati : bossi ligustri o acanti .
Io , per me , amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla :
le viuzze che seguono I ciglioni ,
discendono tra I ciuffi delle canne
e mettono negli orti , tra gli alberi dei limoni .

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spegono inghiottite dall'azzurro :
più chiaro si ascolta il sussurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove ,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta .
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra ,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni .

Vedi , in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura ,
il punto morto del mondo , l'anello che non tiene ,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità .
Lo sguardo frugal d'intorno ,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce .
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità


Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi , in alto , tra le cimase .
La pioggia stanca la terra , di poi ; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case ,
la luce si fa avara – amara l'anima .
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si scrosiano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità .

E.Montale
 

Postato da: giacabi a 07:34 | link | commenti
montale, senso religioso


FORSE UN MATTINO ANDANDO IN UN’ARIA DI VETRO

***
Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto
E. Montale Ossi di seppia, 1925

 

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montale, senso religioso

sabato, 03 febbraio 2007

           O CRISTO O IL NULLA 
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6- Quello che avviene nel mondo così detto civile a partire dalla fine dell'illuminismo (ma ora in sempre più rapida escalation) è il totale disinteresse per il senso della vita. Ciò non contrasta col darsi daffare, anzi. Si riempie il vuoto con l'inutile. Il mondo muore di noia, l'impiego del tempo è letteralmente spaventoso. I giovani che si agitano un pò dovunque non se ne rendono forse conto, ma il loro vero problema non è né sociale né economico. A loro non interessa più nulla, ecco il fatto. Immetteteli in una società più giusta, meglio pianificata, riempiteli di lauree e di diplomi, trovate per tutti un buon impiego e molto tempo libero, e il risultato sarà sempre lo stesso: una noia sempre crescente senza nemmeno più il conforto-sconforto dell'angoscia. Abbiamo provveduto noi anziani, noi balordi aruspici dei vari futuribili, a svuotarli di tutto. Non ci possono ringraziare, questo è certo. Le attuali agitazioni e contestazioni appartengono dunque a quella che si definisce come eterogenesi dei fini e come tali sono inevitabili. Il loro effetto (se ce ne sarà uno) non può essere prevedibile in alcun modo. Esse non sono che un'infima parcella dì tutto ciò che sta ribollendo in questo universo di orrore e di noia.
(Eugenio Montale, n°6, "32 variazioni"
in otto elzeviri del Corriere della Sera)

Postato da: giacabi a 12:29 | link | commenti
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giovedì, 01 febbraio 2007

Viaggio in Terrasanta
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E' così a chi mi chiede se un viaggio in Terrasanta riesce a confermare o a infiacchire la fede di un cristiano d’altre terre io posso rispondere: ai cristiani di scarsa fede il viaggio sarà certamente utile, perché solo un cieco e un sordo potrebbero negare che qui qualcosa è accaduto, qualcosa molto più importante della scoperta dell’America e delle dichiarazioni dei diritti dell’uomo.
(Eugenio Montale,  Corriere della Sera 1964)

Postato da: giacabi a 19:34 | link | commenti
montale, cristianesimo


PRIMA DEL VIAGGIO
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Prima del viaggio si scrutano gli orari,
le coincidenze, le soste, le pernottazioni
e le prenotazioni (di camere con bagno
o doccia, a un letto o due o addirittura un flat);
si consultano
le guide Hacchette e quelle dei musei,
si cambiano valute, si dividono
franchi da escudos, rubli da copechi:
prima del viaggio si informa
qualche amico o parente: si controllano
valige e passaporti, si completa
il corredo, si acquista un supplemento
di lamette da barba, eventualmente
si dá un'occhiata al testamento, pura
scaramanzia perché i disastri aerei
in percentuale sono nulla:
prima
del viaggio si é tranquilli ma si sospetta che
il saggio non si muova e che il piacere
di ritornare costi uno sproposito.
E poi si parte e tutto é O.K. e tutto
é per il meglio e inutile
…………………………
E ora che ne sará
del mio viaggio?
Troppo accuratamente l'ho studiato
senza saperne nulla. Un imprevisto

é la sola speranza.
Ma mi dicono
ch'è una stoltezza dirselo
.
 Eugenio Montale

Postato da: giacabi a 19:31 | link | commenti
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domenica, 27 agosto 2006


DISINTERESSE PER
IL SENSO DELLA VITA
Forse non è mai stato più forte il tentativo dell’uomo di proporsi come un fine a se stesso. E il nodo del problema è tutto qui. Milioni di esseri umani aspirano all’amore, ma la parola non viene pronunciata che nelle più sconce sedi della pubblicistica.
Giornali e libri, dépliants e almanacchi, visioni accampate su tela o su vetro, suoni messi insieme per darci un’impressione fisica motrice, dinamica, notizie e nozioni gettate su noi a piene mani costituiscono un vociferante abracadabra che dovrebbe dire all’uomo solo: Ci siamo anche noi, non sei solo.
Oggi gli individui – un’infinità – chiedono di rappresentarsi, di esistere, di esplodere individualmente, chiedono di vivere la propria vita sul piano che ad essi è possibile: quello delle emozioni e delle sensazioni. E su questo piano non sono possibili deleghe privilegiate: l’uomo qualunque ha gli stessi diritti dell’uomo di eccezione e può persino illudersi che la sua trivellazione della couche vitale sia più autentica di quella dell’uomo di studio. Ma all’uomo-massa corrisponde il male di massa, al quale nessuno di noi sfugge.
E il lato più pericoloso della vita attuale è il dissolversi del sentimento della responsabilità individuale. La solitudine di massa ha reso vana ogni differenza tra il dentro e il fuori.
Poiché il nostro tempo ha sostituito l’eccitazione alla contemplazione e il numero non è più il segreto delle leggi divine, bensì l’oggetto della statistica, non vedo perché non si debbano trarre le debite conclusioni dalle mutate condizioni di vita dell’uomo che fu detto sapiens e faber (e poi ludens ed ora è destruens) a vantaggio dell’immenso tutti-nessuno che stiamo avvicinandoci a formare.
Quel che avviene nel mondo cosiddetto civile a partire dalla fine dell’Illuminismo (ma ora in sempre più rapida escalation) è totale disinteresse per il senso della vita. Ciò non contrasta con il darsi da fare, anzi. Si riempie il vuoto con l’inutile. L’uomo non ha più molto interesse per l’umanità. L’uomo si annoia spaventosamente.”
Eugenio Montale, Nel nostro tempo.
munch rectrospective