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mercoledì 14 agosto 2013

Un medico malato è riuscito a curare la sclerosi multipla

Un medico malato è riuscito a curare la sclerosi multipla

***

Avanza lentamente nel corridoio dell’Arcispedale Sant’Anna, i piedi zavorrati da stivaletti ortopedici. Mi porge entrambe le mani, inabili alla stretta ma ancora capaci di trasmettere il calore dell’'empatia. Il professor Paolo Zamboni, direttore del Centro malattie vascolari e titolare della cattedra di metodologia clinica dell’Università di Ferrara, è un medico malato. È stato aggredito - non si sa come, non si sa perché - da un morbo rarissimo, di probabile origine immunitaria, che sfianca nervi e muscoli. Si chiama Mmn, multifocal motor neuropathy, neuropatia motoria multifocale. Finora ne hanno censiti solo un migliaio di casi fra Europa e Stati Uniti. È una forma attenuata della Sla, sclerosi laterale amiotrofica.
Ma è contro un’altra sclerosi, quella multipla (in sigla, Sm), che il professor Zamboni ha combattuto e vinto la battaglia più dura della sua vita. Volendo a tutti i costi guarire sua moglie Elena, che ne era stata colpita, ha fatto la cosa più logica per uno scienziato: «Ho provato a capire». Il punto d’arrivo è stato la scoperta della Ccsvi, un acronimo che lo ha reso famoso nel mondo, tanto che ora il suo ambulatorio è prenotato fino a Pasqua, il centralino dello studio è stato sostituito da una voce registrata che invita a richiamare in tempi migliori, nel computer del reparto ospedaliero si sono accumulate 24.000 mail con richieste di visite mediche alle quali non può far fronte, un gruppo su Facebook intitolato «Dr. Paolo Zamboni for Nobel Prize» ha già raccolto 7.957 sostenitori che vorrebbero candidarlo al premio per la medicina assegnato dal Karolinska Institutet e Marco Marozzi gli ha dedicato un avvincente libro di 334 pagine, Sogni coraggiosi (Mondadori), che racconta appunto «la lotta di un medico italiano contro la sclerosi multipla».
Ccsvi sta per chronic cerebro-spinal venous insufficiency, insufficienza venosa cronica cerebrospinale. Si tratta di una malattia vascolare maggiore di cui nessuno prima di lui s’era accorto e che, come lo stesso Zamboni ha potuto accertare, è presente nel 70 per cento dei pazienti affetti da sclerosi multipla. Solo che la Ccsvi si riscontra anche in un 10 per cento di persone che non hanno la Sm. Pertanto resta tutto da investigare il ruolo che questa patologia gioca nelle altre malattie neurologiche e degenerative.
Contro la Ccsvi il professor Zamboni ha sperimentato un intervento chirurgico in collaborazione col dottor Fabrizio Salvi, esperto di Sm, neurologo all’ospedale Bellaria di Bologna. È talmente importante la loro ricerca che quando Salvi, grande patito di motociclette, ha ordinato una Ducati Monster 900, i meccanici si sono presentati a Zamboni e gli hanno chiesto: «Professore, ma dobbiamo consegnargliela? E se poi s’ammazza in un incidente? Con tutto quel bene che avete da fare...». Il professore ha risposto: «Giusto. Dategli metà cilindrata». L’operazione, in anestesia locale, dura da 45 minuti a un’ora e mezzo. Serve a disostruire tre vene otturate. Nell’'ambito di uno studio pilota sono stati trattati 65 malati di sclerosi multipla: 35 nello stadio iniziale (la forma cosiddetta recidivante remittente, con sintomi che vanno e vengono) e 30 già condannati alla sedia a rotelle. In 44 casi l’'intervento è riuscito, in 26 al primo colpo mentre 14 hanno avuto bisogno di una seconda operazione e 4 di una terza. Per 23 dei 35 pazienti del primo gruppo la remissione è stata completa, tanto che solo una risonanza magnetica potrebbe individuare le cicatrici della Sm.
A dire il vero i risultati più stupefacenti sono quelli conseguiti dal professor Zamboni sulla propria moglie, dei quali però egli preferisce non parlare mai: «Per motivi etici non ho voluto inserirla nella sperimentazione. Quindi è da considerarsi un caso privo di qualsiasi valore scientifico». Sarà. Sta di fatto che Elena si sente bene a tal punto da far ginnastica in palestra. La signora accusò le prime avvisaglie della terribile malattia nel dicembre 1987, poco dopo aver dato alla luce Matilde, che oggi è al quinto anno della facoltà di medicina. Fu operata nel maggio 2007 dal dottor Roberto Galeotti, il radiologo interventista che dal 1998 collabora con l’amico d’infanzia Paolo impedito dalla Mmn: d’estate al Lido degli Estensi facevano i castelli di sabbia insieme sulla spiaggia. «Fino a un attimo prima d’entrare in sala operatoria con Roberto, mia suocera ha continuato a chiedermi: “Ma siete sicuri di quello che fate?”». Da allora Elena non ha più avuto attacchi.
Che cosa si sa della sclerosi multipla?
«Poco, a parte che è la malattia degenerativa più comune nella fascia d’età 20-40 anni. Nel mondo si diagnostica un caso di Sm ogni quattro ore. Le persone colpite sono 3 milioni, oltre 61.000 solo in Italia».
Come s’è accorto che sua moglie aveva la Sm?

«Eravamo sposati da poco. Avevo vinto un posto di ricercatore presso l’Istituto di patologia chirurgica dell’Università di Sassari. Elena mi aveva seguito in Sardegna. Una mattina mi telefonò: “È come se avessi le formiche in faccia, non riesco a muovere i muscoli del volto e ci sento poco da un orecchio”. Qualche giorno dopo lo strano disturbo cessò. Lì per lì non vi diedi importanza. Cinque anni dopo comparve il primo episodio, quello che si manifesta nella metà dei malati di Sm: un disco nero nel campo visivo. È il sistema immunitario che attacca il nervo ottico come se fosse un nemico da distruggere. La semicecità durò per tre settimane. Poi un altro anno e mezzo di tregua. Dopodiché il precipizio: non riusciva più a camminare, non stava in equilibrio. Mi sentivo inadeguato come marito e come medico, non ero in grado di rispondere alle sue domande».
Reagì con lo studio.
«Sì, mi gettai sui testi scientifici che trattano della Sm. Ma avevo difficoltà a capire. I miei colleghi la considerano una malattia autoimmunitaria, formula elegante con cui noi medici giustifichiamo la nostra ignoranza. Diabete giovanile, artrite reumatoide, nefriti, morbo di Crohn... Ce la sbrighiamo dicendo che sono tutte risposte sbagliate del sistema immunitario. Inclusa la Mmn di cui soffro io».
E dunque?
«Decisi di ripartire da zero, dall'’anatomia patologica, dal microscopio. E lì notai un particolare molto interessante: al centro di ogni placca di Sm passa una vena. Immagini una collana: la vena è il filo, le placche sono le perle. Senza vent’anni di studi non sarei mai arrivato a scoprire l’insufficienza venosa cronica cerebrospinale. Per la prima volta la ricerca sulla sclerosi multipla si spostava fuori dal cranio, nei vasi del collo e del torace».
Che cosa fa la Ccsvi?
«Tre cose. Non consente una buona ossigenazione del tessuto cerebrale, ciò che può danneggiare cellule e nervi. Determina microsanguinamenti e depositi di ferro all’interno delle vene encefaliche, con conseguente produzione di radicali liberi. Aumenta l’infiammazione e il richiamo delle cellule immunitarie. Tutte e tre le cose aggravano in modo considerevole la sintomatologia della Sm».
Curando la Ccsvi, che cosa accade nei malati di sclerosi multipla?
«La Sm ha dieci gradi di gravità, che vanno da un’apparente normalità fino allo stato vegetativo. Non posso dire di far camminare i soggetti che sono già da anni in carrozzella, ma sicuramente rimuovendo la Ccsvi scompare il sintomo peggiore, che è l’'affaticamento cronico, una spossatezza così sfibrante da rendere impossibile qualsiasi attività riabilitativa. Inoltre si rafforza il controllo degli sfinteri. Per un disabile non farsi la pipì addosso può essere più importante dello stare in piedi. Torna l’interesse per la vita e per i rapporti sociali».
Come avviene l’'operazione?
«Senza bisturi. È un intervento endovascolare. Dall’'inguine s’introduce un catetere sottile nella vena femorale e si naviga sotto guida radiologica fino all’'azygos, un vaso a forma di bastone da passeggio, che è attaccato alla colonna vertebrale e sta dietro il cuore, a cui porta il sangue proveniente dal midollo spinale. Il catetere a palloncino viene gonfiato per rimuovere l’'ostruzione. Lo stesso si fa sulle due vene giugulari. È infatti in queste tre sedi che alcune sottili membrane, dovute probabilmente a malformazioni congenite, ostacolano il flusso del sangue. Purtroppo nella metà dei casi le membrane tendono a riposizionarsi dopo circa otto mesi e occorre intervenire di nuovo. In 30 soggetti su 100 questo secondo ritocco è definitivo».
Perché non rimuovete le membrane una volta per tutte?
«Servirebbe un apposito strumento chirurgico che però non viene costruito perché nessuna casa produttrice allestisce una catena di montaggio in mancanza di uno studio randomizzato».
Vale a dire?
«Un test doppio cieco, cioè una sperimentazione clinica nella quale né gli esaminatori né i pazienti conoscono quali di quest'’ultimi sono stati assoggettati al trattamento. Sta per partire. Sarà uno studio non profit che coinvolgerà 700 pazienti in una quindicina di ospedali italiani».
So che s’è candidata a parteciparvi anche Nicoletta Mantovani, la vedova di Luciano Pavarotti, alla quale la Sm fu diagnosticata a Los Angeles, sei mesi dopo essere diventata la compagna del celebre tenore.
«Avrebbe avuto diritto all'’ultimo posto nello studio che ho condotto su 65 pazienti, ma non voleva dare l’'impressione d’'essere una privilegiata. Era la madrina dell’'Aism, l’'Associazione italiana sclerosi multipla. Ne è uscita per protesta contro l’'atteggiamento di chiusura nei confronti delle nostre ricerche».
Perché per due volte l’'Aism s’è rifiutata di finanziare gli studi sulla Ccsvi e nel proprio sito scrive: «Evitiamo di creare un nuovo caso Di Bella»?
«Mi è stato opposto un no economico e scientifico. Non conta che in India, Polonia, Kuwait, Giordania, Serbia, Slovenia, Bulgaria, Costarica e in altri Paesi la documentazione scientifica che ho prodotto sia stata ritenuta più che sufficiente per applicare la metodica in 40 ospedali».
Però il dottor Mark Freedman, direttore della Multiple sclerosis research unit dell’ospedale di Ottawa, ha dichiarato: «Sento tutti i giorni storie di complicazioni derivanti dal trattamento all'’estero». E il suo collega David Spence ha definito robbery, rapina, far spendere soldi ai malati per sottoporli alla cura Zamboni: «È roba da cialtroni, da ciarlatani della medicina. Nessuno è ancora in grado di dire se funziona».
«Se avessi scoperto una cretinata, non si darebbero tanto da fare per osteggiarla, le pare? Il Canada è il Paese al mondo dove la Sm colpisce di più, non c’è famiglia che non abbia un parente o un amico colpito dalla sclerosi multipla. E Freedman è il neurologo più quotato nella lotta alla Sm in Canada. Credo d’aver detto tutto».
Come si legge in Sogni coraggiosi, «ci sono quelli che vivono con la sclerosi multipla e quelli che vivono della sclerosi multipla».
«È una malattia curata con circa 40 farmaci prodotti da una decina di multinazionali, ma negli ultimi stadi le medicine diventano inutili. Un paziente in terapia in Italia costa al Servizio sanitario nazionale dai 22.000 ai 25.000 euro l’anno. Un esempio: per i 500 vicentini affetti da Sm curati all’'ospedale San Bortolo si spendono 11 milioni di euro. Ci aggiunga il business collegato alla disabilità: carrozzine, protesi, ausili di sostegno, pannoloni».
Della sua disabilità quando colse i primi indizi?
«All’inizio degli anni Novanta. Finiti gli interventi chirurgici mi sentivo le mani stanche, pesanti. Prima di allora potevo operare anche per 12 ore di fila senza problemi. Poi nel 1994 un piede cominciò a perdere colpi. Per qualche anno ho usato soltanto la mano destra. Nel 1998 ho dovuto deporre il bisturi per sempre. Ora insegno ai medici che frequentano la scuola di specializzazione in chirurgia generale».
Che altre attività le sono precluse?
«La Mmn conduce a una disabilità motoria progressiva. Ogni gesto richiede più pazienza, più fatica. Ho imparato a mangiare con la mano sinistra e a farmi tagliare da altri la bistecca nel piatto. C’impiego almeno mezz’ora a vestirmi, anziché due minuti. Non mi viene più bene il nodo della cravatta». (Ride).
Quando incontro persone come lei, mi torna sempre in mente una frase. È di un pittore ottocentesco, Ugo Bernasconi: «Meglio ci guarisce il medico che ci fa vedere anche la sua piaga».
«È vero. I miei pazienti, pur vedendomi malato, vogliono la certezza che in sala operatoria ci sia anch’io. Senza mani, ma con la testa. Sapere che ho un problema più grave del loro gli infonde molta forza».
Come spiegò a sua figlia che i genitori erano stati colpiti da gravi patologie?
«A 15 anni venne con me a un congresso medico in Polonia. Durante il viaggio in treno le raccontai per filo e per segno di che malattie soffrivano mamma e papà e quali potevano essere gli esiti. Alla fine la vidi molto più sicura di sé. A Varsavia ci regalammo una serata di cose proibite: sigarette, birra e danze sul tavolo di un taverna. È stata l’ultima volta che ho ballato».
(573. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

sabato 25 febbraio 2012

zamboni




A quei medici che insistono che la connessione venosa alla Sclerosi Multipla è una teoria non dimostrata, offro una elenco cronologico di medici che si sono permessi di dissentire.

1863 Rindfleisch
Il Dr. E. Rindfleisch notò che, in modo coerente e in tutti gli esempi di autopsia del cervello di malati di SM, si vedeva con il microscopio una vena gonfia di sangue al centro di ogni lesione.

Rindfleisch ha scritto:
"Se si guardano attentamente le zone della sostanza bianca alterate di recente... si percepisce già ad occhio nudo un puntino rosso o una linea al centro di ciascuna lesione... il lume di un piccolo vaso pieno di sangue ... Ciò ci porta a ricercare quale causa principale della malattia, un'alterazione di singoli vasi e delle loro rami cazioni. Tutti i vasi che decorrono all'interno delle lesioni e quelli che sono localizzati nelle zone immediatamente attigue, che ancora sono indenni, si trovano in uno stato di infiammazione cronica.".

Rindfleisch E. - "Histologisches zu der dettaglio Grauen degenerazione ruckenmark Gehirn von und". Archivi di Anatomia Patologica e Fisiologia. 1863; 26:474-483.

1930 Putnam
Il Dr. TJ Putnam, studiando le lesioni, rilevò che la trombosi delle piccole vene di piccole dimensioni poteva essere il meccanismo alla base della formazione della placca.
Putnam, T.J. (1937), Prove di occlusione vascolare nella sclerosi multipla

1942 Dow e Berglund
Il Dr. Robert Dow e il Dr. George Berglund proseguirono con la ricerca del Dott. Putnam e continuarono a trovare collegamenti venosi a lesioni della SM.
PATTERN VASCOLARE DELLE LESIONI DELLA SCLEROSI MULTIPLA Arch Neurol Psychiatry. 1942; 47 (1) :1-18.

1950 Zimmermann e Netsky
Il dottor Zimmerman e Netsky portarono avanti le ricerche di Dow e Berglund, e notarono che le lesioni erano di natura venosa, ma non causate da piccole trombosi come Putnam aveva ipotizzato.
Zimmerman, HM, Netsky, MG: La patologia della sclerosi multipla. Res. Publ. Asino. Nerv. Ment. Dis. New York, 28, 271 - 312 (1950)

1960 Fog
Il Dr. Torben Fog, professore danese, osservò che le lesioni della SM erano prevalentemente intorno alle piccole vene. Il suo successivo studio di 51 placche in due tipici casi di SM, facendo delle sottili sezioni delle placche e seguendo la loro forma e il loro corso con disegni di ogni sezione, ha fatto emergere che la maggior parte erano prolungamenti delle placche periventricolari e che le placche avevano seguito il corso del sistema venoso.

Fog Torben, La topografia delle placche nella sclerosi multipla, con particolare riferimento alle placche cerebrali. Acta Neurol Scand, 41, Suppl. 15:1, (1965)

Fog T., Relazione fra i vasi e le placche nel cervello nella sclerosi multipla. Acta Psychiat Neurol Scand. 1963; 39, suppl. 4:258

1980 Schelling
La storia inizia nel 1973, presso l'Università di Innsbruck, quando F. Alfons Schelling, MD ha iniziato le indagini sulle cause e le conseguenze delle enormi differenze individuali nelle larghezze degli sbocchi venosi del cranio umano. I risultati di questo studio apparvero nel 1978, in "Anatomischer Anzeiger", organo ufficiale della Società di Anatomia di lingua tedesca.

La scoperta di F.A. Schelling del 1981, presso l'Ospedale per malattie nervose a Salisburgo, di un ampliamento notevole dei principali circoli venosi attraverso i cranii di vittime della sclerosi multipla, ha occupato i pensieri dell'autore nei decenni successivi della sua diversificata carriera medica. Nel mettere insieme, pezzo per pezzo, tutte le osservazioni sul coinvolgimento venoso nei casi di specifiche e particolari lesioni cerebrali di sclerosi multipla, è stato in grado di riconoscere le loro cause.

"La differenza di propagazione della pressione venosa centrale in eccesso nel sistema di drenaggio delle vene cerebrali e spinali, è la regola piuttosto che l'eccezione. E' sconosciuta l'intensità delle forze esercitate sulle fragili strutture cerebrospinale dal grado di pressione nello spazio craniovertebrale. Vi è la necessità di prendere in considerazione le diverse condizioni che possono causare propensione individuale al più pesante reflusso, in particolare nei compartimenti venosi cerebrali, così come in quelli epi e sub-durali spinali. Un tentativo è stato fatto per indicare eventuali conseguenze di una eccessiva dilatazione retrograda in particolare delle vene cerebrali interne. L'importanza di chiarire le implicazioni neuropatologiche e cliniche del non corretto reflusso nel cranio o alla colonna vertebrale, si deduce dalla probabilità di relazione tra riflusso localizzato nello spazio craniovertebrale e malattie cerebro-spinale non ancora chiarite. A questo proposito le caratteristiche della sclerosi multipla sono in discussione."

Damaging venous reflux into the skull or spine: relevance to multiple sclerosis. (Danni da reflusso venoso nel cranio o nella colonna vertebrale: rilevanza per la sclerosi multipla) - F. Schelling



Qui è il sito del dott. Schelling:
http://www.ms-info.net/evo/msmanu/984.htm
Il suo libro (disponibile gratuitamente sul suo sito), delinea la storia della connessione fra SM e sistema venoso.

Postato da: giacabi a 11:04 | link | commenti
sclerosi multipla, zamboni

domenica, 03 ottobre 2010
«La mia battaglia contro la sclerosi»

Intervista del Corriere al professor Paolo Zamboni
«Un solista che canta fuori dal coro viene guardato male. È normale che nel dibattito scientifico, e non solo, quando si dice qualcosa di diverso, certe persone rimangano stimolate e incuriosite e altre abbiano un atteggiamento di rifiuto. Peggio ancora quando il rifiuto è preconcetto, cioè senza approfondimento. Ma questo fa parte della natura umana».
Non sembra sorpreso Paolo Zamboni, medico e docente del Dipartimento di Scienze chirurgiche, anestesiologiche e radiologiche all’Università di Ferrara, delle polemiche scoppiate intorno alla sua recente scoperta sulla sclerosi multipla.
Una ricerca tutta “made in Italy” che potrebbe fornire un nuovo contributo alla conoscenza delle cause e alla cura della malattia. C’è chi ha storto il naso. C’è invece chi, paziente o familiare, ha tirato un sospiro di sollievo e ora vive nella speranza che la malattia possa essere curata con una semplice operazione chirurgica. E anche la Multiple Sclerosis Society of Canada, che si era mostrata da subito piuttosto scettica, ha dovuto fare un passo indietro chiedendo agli studiosi di continuare le ricerche e promettendo più fondi per la ricerca.
«La nostra posizione non è cambiata - precisa però Yves Savoie, presidente della MS Society - ma vista la clamorosa risposta del pubblico, sollecitiamo il gruppo di ricercatori a continuare le ricerche per provare questa nuova teoria».
Gli scienziati dell’Università di Buffalo, rimasti affascinati da Zamboni - affiancato nelle sue ricerche dal 2007 da Fabrizio Salvi, medico dell’Unità di Neurologia dell’Ospedale Bellaria di Bologna - stanno ora valutando se lo sviluppo della sclerosi multipla sia associato al restringimento e alla chiusura del diametro delle vene primarie esterne al cranio. Una condizione chiamata “insufficienza venosa cronica cerebrospinale” (Ccsvi), scoperta proprio dal professore di Ferrara. Il restringimento, che limita il normale deflusso del sangue al cervello, potrebbe provocare un danno al tessuto cerebrale e, quindi, la degenerazione dei neuroni.
Lo studio ha mostrato come queste anomalie che incidono sul flusso del sangue si presentino più frequentemente in pazienti affetti da sclerosi multipla. La Ccsvi aumenterebbe di 43 volte il rischio di sviluppare la malattia.
Per confermare la sovrapposizione tra Ccsvi e sclerosi multipla il Jacobs Neurological Institute di Buffalo ha deciso di condurre uno studio su 1.100 pazienti affetti da sclerosi multipla e 600 volontari. Stando ai dati raccolti da Zamboni, se ulteriori studi dovessero dimostrare questo legame, in una buona parte dei pazienti si potrebbero avere notevoli benefici da un piccolo intervento chirurgico eseguibile in day hospital.
Il trattamento curativo della Ccsvi potrebbe quindi migliorare lo stato dei pazienti affetti da sclerosi multipla. I risultati dello studio saranno pubblicati all’inizio del 2010 sul Journal of Vascular Surgery. Se i risultati dei test saranno confermati, le cure per la sclerosi multipla potrebbero cambiare radicalmente. Kevin Lipp, un malato di sclerosi multipla, ha raccontato la sua storia alla Bbc: ha visto sparire i sintomi della patologia dopo essere stato curato da Zamboni. «Sono passati solo 10 mesi, se non accade nulla nei prossimi due o tre anni sapremo che sta funzionando», ha spiegato Lipp. Secondo il medico italiano fino ad ora si cercava la causa nel sistema immunitario mentre probabilmente potrebbe dipendere da problemi vascolari.
Zamboni, come è arrivato a questa sorprendente scoperta?
«La sclerosi multipla è una malattia di tipo autoimmunitario e neurodegenerativo, la più comune causa di disabilità nelle persone giovani. Causa di cui però non si conoscono le origini. La scienza è stata in grado nel tempo di identificare diversi fattori causativi. Pensiamo quindi che si tratti di una malattia multifattoriale. Quello che abbiamo scoperto è un ulteriore fattore. Nella sclerosi multipla la stragrande maggioranza dei pazienti ha delle vene che non funzionano bene e che probabilmente non sono mai state viste perché non si trovano all’interno del cranio, ma all’esterno, nel collo e nel torace. Paradossalmente molto più vicine al cuore che non al cervello. Ci siamo incuriositi e preoccupati al tempo stesso perché non era mai stato visto che le vene cerebrali potessero essere chiuse. Abbiamo così cercato di capire se questo poteva succedere nelle persone normali o in altre affette da malattie neurodegenerative. E abbiamo scoperto che questo difetto è peculiare della sclerosi multipla».
Queste vene possono essere riaperte?
«Se queste vene sono strette, e questo appunto potrebbe essere uno dei fattori causativi della sclerosi multipla, si può provare a riaprirle in un modo molto semplice e non rischioso per il paziente. Abbiamo inventato una “procedura di liberazione”, in sostanza un’angioplastica con il classico uso di “palloncini”, ma che si svolge nel territorio delle vene anziché in quello delle arterie come normalmente avviene. Un sistema che ci ha permesso di studiare il rapporto causa-effetto e di vedere se la correzione di questo elemento poteva aiutare anche il decorso della malattia. Abbiamo anche aspettato un po’ di anni per essere sicuri che ciò che abbiamo visto fosse durevole nel tempo».
Quando ha iniziato le sue ricerche?
«L’11 dicembre 2006. Dal 2007 sono partito con uno studio approvato dal Comitato etico. Ho esaminato la chiusura delle vene utilizzando macchine non invasive simili a quelle dell’eco-doppler, che ho modificato leggermente per renderle più inclini e funzionali al problema, e il cosiddetto “indice di resistenza” che in idraulica indica qualcosa di chiuso al di là di un determinato punto. Ero certo che ci sarebbe stato e lo trovai. Da quel momento mi sono reso conto di un quadro molto complesso e con numerose varianti. Negli anni sono riuscito a definirlo, a sistematizzarlo e a descriverlo».
Elena. Sua moglie. Vertigini, problemi alla vista, senso di affaticamento. E la diagnosi una decina di anni fa: sclerosi multipla. Un fattore che immagino l’abbia spinta ancora di più a un’intensa ricerca personale.
«Certo. Indubbiamente è stata la spinta iniziale. L’interesse era motivato dalla mia stessa famiglia, dai miei affetti. Mi ha dato l’impulso a lavorare molto sodo».
Parliamo degli esami effettuati sui pazienti.
«Abbiamo analizzato un gruppo di 120 persone, tutte della zona di Bologna. Un numero non consistente, ma abbastanza rilevante per trarre conclusioni. Ma soprattutto un numero che ha permesso a sua volta di sviluppare dati molto preziosi per progettare ulteriori studi che possono arrivare a definire se questo tipo di procedura è veramente importante e deve essere fatta a tutti i pazienti con la sclerosi multipla o solo a determinate categorie. La sclerosi multipla ha durata, cronicità e decorsi diversi, per cui può anche darsi che non serva a tutti nello stesso modo. Nei prossimi anni dovremo studiare e capire se questo metodo dovrà essere associato a farmaci. C’è ancora molto lavoro da fare. Quello che possiamo affermare con certezza è che c’è un fattore sconosciuto circolatorio che si presenta in modo preoccupante e molto frequente, che è possibile eliminare e che dà vantaggi da definire ulteriormente».
Com’è nata la collaborazione con il Neuroimaging Analysis Center di Buffalo?
«Questo non l’ho mai raccontato... Pratico interventi chirurgici innovativi anche su vene di altre parti del corpo e tengo letture sull’argomento. Una biologa molecolare giunta da Buffalo venne a fare questi interventi e vide nella stanza a fianco dei ragazzi che invece avevano fatto interventi per la sclerosi multipla. Impazzì dalla curiosità in quanto non era un ricercatore clinico, ma un biologo che studia la sclerosi multipla. Parlò con qualcuno di queste persone operate. All’epoca lo studio su questa malattia era ancora sotto embargo, non aveva ancora una certa diffusione. Fu molto gentile e mi invitò a Buffalo a fare una lettura sulle anomalie che avevo riscontrato nel sistema circolatorio cerebrale. I ricercatori ebbero un altro tipo di reazione, subito positiva. E vollero subito cercare di capire se questi fattori potevano esistere anche in quelle latitudini e su persone con un background genetico diverso. Ho quindi dato loro la metodologia di indagine in modo che poi, indipendentemente, potessero testare un grande numero di pazienti. Cosa che stanno facendo. E questo è stato un atteggiamento meraviglioso. Abbiamo poi lavorato insieme. Ho operato anche persone americane e le abbiamo valutate in cieco. Chi fa le risonanze magnetiche negli Stati Uniti, infatti, non sa esattamente se chi valuta ha fatto o no l’intervento con me. Questi sono dati ulteriori che saranno pubblicati nel 2010. Collaboro poi con i centri di Detroit, Harvard e Stanford».
Quali differenze ha trovato nei metodi di ricerca in queste città rispetto a quelle italiane?
«Gli scienziati, canadesi o americani, provano a valutare tutte le possibili sfaccettature di ciò che ho scoperto. Poi però ce ne sono altri che non provano neanche a discutere o a confrontarsi. Fanno opposizione per partito preso. Cosa che avviene soprattutto in Italia. La fatica più grande l’ho fatta proprio nell’ospedale in cui lavoro. In un ospedale vicino, una struttura molto più grande, invece c’erano neurologi molto sensibili e ben predisposti con i quali si è creata un’ottima collaborazione. È un modo per affrontare le cose positivamente».
Quindici anni fa non esistevano terapie per la sclerosi multipla. Cos’è cambiato da allora?
«Prima parlavo della multifattorialità di questa malattia. Una faccia molto costante e ben studiata è quella del meccanismo immunitario. Per cui tutti i farmaci sviluppati in questi quindici anni sono indirizzati a trattare questo particolare aspetto. Ma i dati che sto vedendo e quelli di chi sta riproducendo i miei esperimenti dicono che c’è un altro fattore. Trattare l’immunità e il sistema vascolare, quindi, non sono in contrasto. Avere identificato un altro fattore, e ora mi metto dalla parte del paziente, è molto importante e se questo fattore può essere risolto è giusto che si facciano subito degli studi. Se trattassi solo il sistema immunitario e non un grave difetto circolatorio come questo, la terapia sarebbe zoppicante, monca».
Come si manifesta la sclerosi multipla?
«Il tipo principale di sclerosi è chiamato “RR”, relapsing-remitting (recidivante remittente), cioè che va e viene. Senza nessun preavviso, si verifica un attacco nel quale si perdono una o più funzioni nervose. Perdita della vista, dell’equilibrio, della sensibilità muscolare. Attacchi che, in genere, rientrano in una ventina di giorni e si riesce a recuperare quasi totalmente. In un momento non prevedibile l’attacco ritorna. Il recupero non è mai completo, e segue un declino sempre più forte. E la forma diventa “progressiva”. Un altro tipo di sclerosi, meno frequente, visto che è presente solo nel 10 per cento dei casi, è quello che implica un continuo e incessante peggioramento che porta alla disabilità. Dopo 10, 15 anni di malattia tutti i pazienti hanno disabilità spiccate che le terapie non riescono a evitare, rallentano solo il processo».
Qualche dato.
«In Canada le persone che soffrono di sclerosi multipla sono 75mila. In Italia, 55mila. Nelle Isole Faroe (vicino alla Danimarca, ndr) e in Sardegna, per esempio, le frequenze sono doppie. Nel mondo sono tre milioni».
Quali sono le fasce d’età più colpite?
«Tra i 25 e i 30 anni. Alcuni vengono colpiti intorno ai quarant’anni. Poi ci sono casi pediatrici. Proprio il Centro di Buffalo cura pazienti colpiti durante la pubertà».
Più uomini o donne?
«Un po’ di più le donne. Poi ci sono alcuni fattori negativi, per esempio il fumo e la carenza di vitamina D considerata con molta attenzione in Canada perché ci sono acque povere di questo tipo di vitamina. In Italia non è mai stato identificato nessun fattore così ripetutamente presente come quello delle vene chiuse. Ora si dovrà accertare se percentuali superiori al 90 per cento dei pazienti sono presenti anche in Canada o negli Stati Uniti. Per esempio in Polonia hanno trovato che il 92 per cento dei polacchi ha la Ccsvi, un dato molto forte».
La MS Society of Canada ha fatto sapere che non trascurerà questa nuova scoperta e che prometterà fondi.
«Finora ho sempre sponsorizzato da solo i miei studi. Sarebbe importante collaborare e portare avanti queste ricerche insieme, per costituire una task force di centri internazionali e utilizzare un programma comune per ottimizzare le risorse anziché disperdere soldi in tanti luoghi e ricerche diverse. Con meno soldi si potrebbe fare di più».

Data pubblicazione: 2009-12-02
Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=94433
 
 


Postato da: giacabi a 10:12 | link | commenti
sclerosi multipla, zamboni

mercoledì 22 febbraio 2012

sclerosi multipla, zamboni


A quei medici che insistono che la connessione venosa alla Sclerosi Multipla è una teoria non dimostrata, offro una elenco cronologico di medici che si sono permessi di dissentire.

1863 Rindfleisch
Il Dr. E. Rindfleisch notò che, in modo coerente e in tutti gli esempi di autopsia del cervello di malati di SM, si vedeva con il microscopio una vena gonfia di sangue al centro di ogni lesione.

Rindfleisch ha scritto:
"Se si guardano attentamente le zone della sostanza bianca alterate di recente... si percepisce già ad occhio nudo un puntino rosso o una linea al centro di ciascuna lesione... il lume di un piccolo vaso pieno di sangue ... Ciò ci porta a ricercare quale causa principale della malattia, un'alterazione di singoli vasi e delle loro rami cazioni. Tutti i vasi che decorrono all'interno delle lesioni e quelli che sono localizzati nelle zone immediatamente attigue, che ancora sono indenni, si trovano in uno stato di infiammazione cronica.".

Rindfleisch E. - "Histologisches zu der dettaglio Grauen degenerazione ruckenmark Gehirn von und". Archivi di Anatomia Patologica e Fisiologia. 1863; 26:474-483.

1930 Putnam
Il Dr. TJ Putnam, studiando le lesioni, rilevò che la trombosi delle piccole vene di piccole dimensioni poteva essere il meccanismo alla base della formazione della placca.
Putnam, T.J. (1937), Prove di occlusione vascolare nella sclerosi multipla

1942 Dow e Berglund
Il Dr. Robert Dow e il Dr. George Berglund proseguirono con la ricerca del Dott. Putnam e continuarono a trovare collegamenti venosi a lesioni della SM.
PATTERN VASCOLARE DELLE LESIONI DELLA SCLEROSI MULTIPLA Arch Neurol Psychiatry. 1942; 47 (1) :1-18.

1950 Zimmermann e Netsky
Il dottor Zimmerman e Netsky portarono avanti le ricerche di Dow e Berglund, e notarono che le lesioni erano di natura venosa, ma non causate da piccole trombosi come Putnam aveva ipotizzato.
Zimmerman, HM, Netsky, MG: La patologia della sclerosi multipla. Res. Publ. Asino. Nerv. Ment. Dis. New York, 28, 271 - 312 (1950)

1960 Fog
Il Dr. Torben Fog, professore danese, osservò che le lesioni della SM erano prevalentemente intorno alle piccole vene. Il suo successivo studio di 51 placche in due tipici casi di SM, facendo delle sottili sezioni delle placche e seguendo la loro forma e il loro corso con disegni di ogni sezione, ha fatto emergere che la maggior parte erano prolungamenti delle placche periventricolari e che le placche avevano seguito il corso del sistema venoso.

Fog Torben, La topografia delle placche nella sclerosi multipla, con particolare riferimento alle placche cerebrali. Acta Neurol Scand, 41, Suppl. 15:1, (1965)

Fog T., Relazione fra i vasi e le placche nel cervello nella sclerosi multipla. Acta Psychiat Neurol Scand. 1963; 39, suppl. 4:258

1980 Schelling
La storia inizia nel 1973, presso l'Università di Innsbruck, quando F. Alfons Schelling, MD ha iniziato le indagini sulle cause e le conseguenze delle enormi differenze individuali nelle larghezze degli sbocchi venosi del cranio umano. I risultati di questo studio apparvero nel 1978, in "Anatomischer Anzeiger", organo ufficiale della Società di Anatomia di lingua tedesca.

La scoperta di F.A. Schelling del 1981, presso l'Ospedale per malattie nervose a Salisburgo, di un ampliamento notevole dei principali circoli venosi attraverso i cranii di vittime della sclerosi multipla, ha occupato i pensieri dell'autore nei decenni successivi della sua diversificata carriera medica. Nel mettere insieme, pezzo per pezzo, tutte le osservazioni sul coinvolgimento venoso nei casi di specifiche e particolari lesioni cerebrali di sclerosi multipla, è stato in grado di riconoscere le loro cause.

"La differenza di propagazione della pressione venosa centrale in eccesso nel sistema di drenaggio delle vene cerebrali e spinali, è la regola piuttosto che l'eccezione. E' sconosciuta l'intensità delle forze esercitate sulle fragili strutture cerebrospinale dal grado di pressione nello spazio craniovertebrale. Vi è la necessità di prendere in considerazione le diverse condizioni che possono causare propensione individuale al più pesante reflusso, in particolare nei compartimenti venosi cerebrali, così come in quelli epi e sub-durali spinali. Un tentativo è stato fatto per indicare eventuali conseguenze di una eccessiva dilatazione retrograda in particolare delle vene cerebrali interne. L'importanza di chiarire le implicazioni neuropatologiche e cliniche del non corretto reflusso nel cranio o alla colonna vertebrale, si deduce dalla probabilità di relazione tra riflusso localizzato nello spazio craniovertebrale e malattie cerebro-spinale non ancora chiarite. A questo proposito le caratteristiche della sclerosi multipla sono in discussione."

Damaging venous reflux into the skull or spine: relevance to multiple sclerosis. (Danni da reflusso venoso nel cranio o nella colonna vertebrale: rilevanza per la sclerosi multipla) - F. Schelling



Qui è il sito del dott. Schelling:
http://www.ms-info.net/evo/msmanu/984.htm
Il suo libro (disponibile gratuitamente sul suo sito), delinea la storia della connessione fra SM e sistema venoso.

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sclerosi multipla, zamboni

domenica, 03 ottobre 2010
«La mia battaglia contro la sclerosi»

Intervista del Corriere al professor Paolo Zamboni
«Un solista che canta fuori dal coro viene guardato male. È normale che nel dibattito scientifico, e non solo, quando si dice qualcosa di diverso, certe persone rimangano stimolate e incuriosite e altre abbiano un atteggiamento di rifiuto. Peggio ancora quando il rifiuto è preconcetto, cioè senza approfondimento. Ma questo fa parte della natura umana».
Non sembra sorpreso Paolo Zamboni, medico e docente del Dipartimento di Scienze chirurgiche, anestesiologiche e radiologiche all’Università di Ferrara, delle polemiche scoppiate intorno alla sua recente scoperta sulla sclerosi multipla.
Una ricerca tutta “made in Italy” che potrebbe fornire un nuovo contributo alla conoscenza delle cause e alla cura della malattia. C’è chi ha storto il naso. C’è invece chi, paziente o familiare, ha tirato un sospiro di sollievo e ora vive nella speranza che la malattia possa essere curata con una semplice operazione chirurgica. E anche la Multiple Sclerosis Society of Canada, che si era mostrata da subito piuttosto scettica, ha dovuto fare un passo indietro chiedendo agli studiosi di continuare le ricerche e promettendo più fondi per la ricerca.
«La nostra posizione non è cambiata - precisa però Yves Savoie, presidente della MS Society - ma vista la clamorosa risposta del pubblico, sollecitiamo il gruppo di ricercatori a continuare le ricerche per provare questa nuova teoria».
Gli scienziati dell’Università di Buffalo, rimasti affascinati da Zamboni - affiancato nelle sue ricerche dal 2007 da Fabrizio Salvi, medico dell’Unità di Neurologia dell’Ospedale Bellaria di Bologna - stanno ora valutando se lo sviluppo della sclerosi multipla sia associato al restringimento e alla chiusura del diametro delle vene primarie esterne al cranio. Una condizione chiamata “insufficienza venosa cronica cerebrospinale” (Ccsvi), scoperta proprio dal professore di Ferrara. Il restringimento, che limita il normale deflusso del sangue al cervello, potrebbe provocare un danno al tessuto cerebrale e, quindi, la degenerazione dei neuroni.
Lo studio ha mostrato come queste anomalie che incidono sul flusso del sangue si presentino più frequentemente in pazienti affetti da sclerosi multipla. La Ccsvi aumenterebbe di 43 volte il rischio di sviluppare la malattia.
Per confermare la sovrapposizione tra Ccsvi e sclerosi multipla il Jacobs Neurological Institute di Buffalo ha deciso di condurre uno studio su 1.100 pazienti affetti da sclerosi multipla e 600 volontari. Stando ai dati raccolti da Zamboni, se ulteriori studi dovessero dimostrare questo legame, in una buona parte dei pazienti si potrebbero avere notevoli benefici da un piccolo intervento chirurgico eseguibile in day hospital.
Il trattamento curativo della Ccsvi potrebbe quindi migliorare lo stato dei pazienti affetti da sclerosi multipla. I risultati dello studio saranno pubblicati all’inizio del 2010 sul Journal of Vascular Surgery. Se i risultati dei test saranno confermati, le cure per la sclerosi multipla potrebbero cambiare radicalmente. Kevin Lipp, un malato di sclerosi multipla, ha raccontato la sua storia alla Bbc: ha visto sparire i sintomi della patologia dopo essere stato curato da Zamboni. «Sono passati solo 10 mesi, se non accade nulla nei prossimi due o tre anni sapremo che sta funzionando», ha spiegato Lipp. Secondo il medico italiano fino ad ora si cercava la causa nel sistema immunitario mentre probabilmente potrebbe dipendere da problemi vascolari.
Zamboni, come è arrivato a questa sorprendente scoperta?
«La sclerosi multipla è una malattia di tipo autoimmunitario e neurodegenerativo, la più comune causa di disabilità nelle persone giovani. Causa di cui però non si conoscono le origini. La scienza è stata in grado nel tempo di identificare diversi fattori causativi. Pensiamo quindi che si tratti di una malattia multifattoriale. Quello che abbiamo scoperto è un ulteriore fattore. Nella sclerosi multipla la stragrande maggioranza dei pazienti ha delle vene che non funzionano bene e che probabilmente non sono mai state viste perché non si trovano all’interno del cranio, ma all’esterno, nel collo e nel torace. Paradossalmente molto più vicine al cuore che non al cervello. Ci siamo incuriositi e preoccupati al tempo stesso perché non era mai stato visto che le vene cerebrali potessero essere chiuse. Abbiamo così cercato di capire se questo poteva succedere nelle persone normali o in altre affette da malattie neurodegenerative. E abbiamo scoperto che questo difetto è peculiare della sclerosi multipla».
Queste vene possono essere riaperte?
«Se queste vene sono strette, e questo appunto potrebbe essere uno dei fattori causativi della sclerosi multipla, si può provare a riaprirle in un modo molto semplice e non rischioso per il paziente. Abbiamo inventato una “procedura di liberazione”, in sostanza un’angioplastica con il classico uso di “palloncini”, ma che si svolge nel territorio delle vene anziché in quello delle arterie come normalmente avviene. Un sistema che ci ha permesso di studiare il rapporto causa-effetto e di vedere se la correzione di questo elemento poteva aiutare anche il decorso della malattia. Abbiamo anche aspettato un po’ di anni per essere sicuri che ciò che abbiamo visto fosse durevole nel tempo».
Quando ha iniziato le sue ricerche?
«L’11 dicembre 2006. Dal 2007 sono partito con uno studio approvato dal Comitato etico. Ho esaminato la chiusura delle vene utilizzando macchine non invasive simili a quelle dell’eco-doppler, che ho modificato leggermente per renderle più inclini e funzionali al problema, e il cosiddetto “indice di resistenza” che in idraulica indica qualcosa di chiuso al di là di un determinato punto. Ero certo che ci sarebbe stato e lo trovai. Da quel momento mi sono reso conto di un quadro molto complesso e con numerose varianti. Negli anni sono riuscito a definirlo, a sistematizzarlo e a descriverlo».
Elena. Sua moglie. Vertigini, problemi alla vista, senso di affaticamento. E la diagnosi una decina di anni fa: sclerosi multipla. Un fattore che immagino l’abbia spinta ancora di più a un’intensa ricerca personale.
«Certo. Indubbiamente è stata la spinta iniziale. L’interesse era motivato dalla mia stessa famiglia, dai miei affetti. Mi ha dato l’impulso a lavorare molto sodo».
Parliamo degli esami effettuati sui pazienti.
«Abbiamo analizzato un gruppo di 120 persone, tutte della zona di Bologna. Un numero non consistente, ma abbastanza rilevante per trarre conclusioni. Ma soprattutto un numero che ha permesso a sua volta di sviluppare dati molto preziosi per progettare ulteriori studi che possono arrivare a definire se questo tipo di procedura è veramente importante e deve essere fatta a tutti i pazienti con la sclerosi multipla o solo a determinate categorie. La sclerosi multipla ha durata, cronicità e decorsi diversi, per cui può anche darsi che non serva a tutti nello stesso modo. Nei prossimi anni dovremo studiare e capire se questo metodo dovrà essere associato a farmaci. C’è ancora molto lavoro da fare. Quello che possiamo affermare con certezza è che c’è un fattore sconosciuto circolatorio che si presenta in modo preoccupante e molto frequente, che è possibile eliminare e che dà vantaggi da definire ulteriormente».
Com’è nata la collaborazione con il Neuroimaging Analysis Center di Buffalo?
«Questo non l’ho mai raccontato... Pratico interventi chirurgici innovativi anche su vene di altre parti del corpo e tengo letture sull’argomento. Una biologa molecolare giunta da Buffalo venne a fare questi interventi e vide nella stanza a fianco dei ragazzi che invece avevano fatto interventi per la sclerosi multipla. Impazzì dalla curiosità in quanto non era un ricercatore clinico, ma un biologo che studia la sclerosi multipla. Parlò con qualcuno di queste persone operate. All’epoca lo studio su questa malattia era ancora sotto embargo, non aveva ancora una certa diffusione. Fu molto gentile e mi invitò a Buffalo a fare una lettura sulle anomalie che avevo riscontrato nel sistema circolatorio cerebrale. I ricercatori ebbero un altro tipo di reazione, subito positiva. E vollero subito cercare di capire se questi fattori potevano esistere anche in quelle latitudini e su persone con un background genetico diverso. Ho quindi dato loro la metodologia di indagine in modo che poi, indipendentemente, potessero testare un grande numero di pazienti. Cosa che stanno facendo. E questo è stato un atteggiamento meraviglioso. Abbiamo poi lavorato insieme. Ho operato anche persone americane e le abbiamo valutate in cieco. Chi fa le risonanze magnetiche negli Stati Uniti, infatti, non sa esattamente se chi valuta ha fatto o no l’intervento con me. Questi sono dati ulteriori che saranno pubblicati nel 2010. Collaboro poi con i centri di Detroit, Harvard e Stanford».
Quali differenze ha trovato nei metodi di ricerca in queste città rispetto a quelle italiane?
«Gli scienziati, canadesi o americani, provano a valutare tutte le possibili sfaccettature di ciò che ho scoperto. Poi però ce ne sono altri che non provano neanche a discutere o a confrontarsi. Fanno opposizione per partito preso. Cosa che avviene soprattutto in Italia. La fatica più grande l’ho fatta proprio nell’ospedale in cui lavoro. In un ospedale vicino, una struttura molto più grande, invece c’erano neurologi molto sensibili e ben predisposti con i quali si è creata un’ottima collaborazione. È un modo per affrontare le cose positivamente».
Quindici anni fa non esistevano terapie per la sclerosi multipla. Cos’è cambiato da allora?
«Prima parlavo della multifattorialità di questa malattia. Una faccia molto costante e ben studiata è quella del meccanismo immunitario. Per cui tutti i farmaci sviluppati in questi quindici anni sono indirizzati a trattare questo particolare aspetto. Ma i dati che sto vedendo e quelli di chi sta riproducendo i miei esperimenti dicono che c’è un altro fattore. Trattare l’immunità e il sistema vascolare, quindi, non sono in contrasto. Avere identificato un altro fattore, e ora mi metto dalla parte del paziente, è molto importante e se questo fattore può essere risolto è giusto che si facciano subito degli studi. Se trattassi solo il sistema immunitario e non un grave difetto circolatorio come questo, la terapia sarebbe zoppicante, monca».
Come si manifesta la sclerosi multipla?
«Il tipo principale di sclerosi è chiamato “RR”, relapsing-remitting (recidivante remittente), cioè che va e viene. Senza nessun preavviso, si verifica un attacco nel quale si perdono una o più funzioni nervose. Perdita della vista, dell’equilibrio, della sensibilità muscolare. Attacchi che, in genere, rientrano in una ventina di giorni e si riesce a recuperare quasi totalmente. In un momento non prevedibile l’attacco ritorna. Il recupero non è mai completo, e segue un declino sempre più forte. E la forma diventa “progressiva”. Un altro tipo di sclerosi, meno frequente, visto che è presente solo nel 10 per cento dei casi, è quello che implica un continuo e incessante peggioramento che porta alla disabilità. Dopo 10, 15 anni di malattia tutti i pazienti hanno disabilità spiccate che le terapie non riescono a evitare, rallentano solo il processo».
Qualche dato.
«In Canada le persone che soffrono di sclerosi multipla sono 75mila. In Italia, 55mila. Nelle Isole Faroe (vicino alla Danimarca, ndr) e in Sardegna, per esempio, le frequenze sono doppie. Nel mondo sono tre milioni».
Quali sono le fasce d’età più colpite?
«Tra i 25 e i 30 anni. Alcuni vengono colpiti intorno ai quarant’anni. Poi ci sono casi pediatrici. Proprio il Centro di Buffalo cura pazienti colpiti durante la pubertà».
Più uomini o donne?
«Un po’ di più le donne. Poi ci sono alcuni fattori negativi, per esempio il fumo e la carenza di vitamina D considerata con molta attenzione in Canada perché ci sono acque povere di questo tipo di vitamina. In Italia non è mai stato identificato nessun fattore così ripetutamente presente come quello delle vene chiuse. Ora si dovrà accertare se percentuali superiori al 90 per cento dei pazienti sono presenti anche in Canada o negli Stati Uniti. Per esempio in Polonia hanno trovato che il 92 per cento dei polacchi ha la Ccsvi, un dato molto forte».
La MS Society of Canada ha fatto sapere che non trascurerà questa nuova scoperta e che prometterà fondi.
«Finora ho sempre sponsorizzato da solo i miei studi. Sarebbe importante collaborare e portare avanti queste ricerche insieme, per costituire una task force di centri internazionali e utilizzare un programma comune per ottimizzare le risorse anziché disperdere soldi in tanti luoghi e ricerche diverse. Con meno soldi si potrebbe fare di più».

Data pubblicazione: 2009-12-02
Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=94433
 
 


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sclerosi multipla, zamboni