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domenica 2 febbraio 2025

 Cruda verità 

La tomba



Qua finiscono le gelosie. Qui finiscono le liti per i confini e per l'eredità. Qui finiscono tutti i risentimenti. Qui finiscono tutti i malintesi. Qui finiscono le convinzioni. Qui finiscono gli odi, i soldi, le proprietà. Qui finiscono i dispetti. Qui finiscono le fantasie. Finiscono gli abbracci mai dati, le carezze mai avute, le parole dolci che non abbiamo speso. Qui si pareggia tutto, perché non siamo niente, se non l'espressione fisica della nostra anima che torna al luogo della verità.

 

Autore sconosciuto


domenica 20 aprile 2014

A Pasqua una riflessione sulla sofferenza e sulla gloria di Cristo


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A Pasqua una riflessione sulla sofferenza e sulla gloria di Cristo
Tanti autori, da Dante a Manzoni, da Chretien de Troyes a Calvino, hanno raccontato l’avventura dell’incontro con Cristo che riaccade sempre, da duemila anni. Tanti scrittori e artisti sono rimasti colpiti dal Mistero della croce e da Colui che, unico nella storia dell’umanità, ha portato lui stesso la croce per mostrarci il metodo della vita, ossia portare anche noi tutti i giorni la nostra croce alla luce della sua Presenza che ci ha mostrato il destino buono per tutti noi, rivelato definitivamente nella gloria della sua resurrezione. Il male e la morte (il limite dell’umana esistenza) sono stati sconfitti, come recita una famosa sequenza medioevale:
Alla vittima pasquale s'innalzi il sacrificio di lode,
l'agnello ha redento le pecore, Cristo innocente ha riconciliato i peccatori col Padre.


La morte e la vita si sono affrontate in un prodigioso duello: il Signore della vita era morto, ora, vivo, regna.
Dicci, o Maria, cosa vedesti sulla via?
Ho visto il sepolcro del Cristo vivente e la gloria di colui che è risorto;
gli angeli testimoni, il sudario e le vesti;
Cristo mia speranza è risorto e precede i suoi in Galilea.
Siamo sicuri che Cristo è veramente risorto da morte. Tu, Re vittorioso, abbi pietà di noi.
Amen. Alleluia.

Cristo ha promesso a chi crede in Lui «il centuplo quaggiù e l’eternità», ma non ci ha promesso che ci sarebbero  state risparmiate le sofferenze. Anzi, la testimonianza della «buona novella», il Vangelo, ha da sempre comportato anche il martirio (martire significa etimologicamente «testimone»).
Nel Medioevo la consapevolezza della compresenza di gloria e sofferenza nel mistero del Cristo ha comportato la nascita di due generi differenti di crocefissi lignei, il Christus patiens e quello thriumphans.

Nell’Italia centrale del XII secolo si diffonde l’iconografia del Cristo glorioso sulla croce, col capo visto frontalmente e retto, gli occhi aperti e vivi, a testimoniare l’imminente vittoria sulla morte e il trionfo della resurrezione. Fa spesso compagnia a quest’immagine la rappresentazione di altre scene della passione o la raffigurazione della Madonna o di S. Giovanni.
Nel XIII secolo, di ispirazione bizantina, inizia a diffondersi un’altra iconografia, quella del Cristo sofferente, col capo reclinato e il corpo ricurvo, immerso nel dolore e spasimante. Grandissimi artisti hanno lasciato testimonianza di quest’apparente trionfo della sofferenza nella vita di Gesù, da Nicola Pisano a Cimabue a Giotto stesso.
Nel campo letterario, del resto, la lauda ci offre momenti in cui la drammaticità e il pathos raggiungono vertici tali da essere con fatica tollerati dall’umano sguardo. Il merito di questi testi è, senza dubbio, quello di averci presentato Cristo anche come vero uomo, che ha sofferto pienamente l’ignominia dell’ingratitudine umana e il dolore della croce.
Il mondo accetta più volentieri l’idea di un Dio lontano, o di un Dio che sia diventato presenza in mezzo a noi senza, però, aver sofferto pienamente. Un Dio disincarnato ci rende molto meno responsabili per la croce che noi gli abbiamo fatto soffrire e per gli atteggiamenti che oggi assumiamo, meno responsabili di fronte alla croce che noi dovremmo portare e offrire sull’esempio di Gesù.
Ecco perché oggi può infastidire la rappresentazione della passione di Cristo in «Donna de Paradiso» di Iacopone da Todi. L’umanità di Gesù rifulge, qui, ancor più nella sofferenza della madre che assiste con indicibile dolore al suo calvario e che con strazio esclama:

Figlio, l’alma t’è ’scita,
figlio de la smarrita,
figlio de la sparita,
figlio attossecato!

Figlio bianco e vermiglio,
figlio senza simiglio,
figlio, e a cui m’apiglio?
Figlio, pur m’ài lassato! […]

Figlio dolc’e e placente,
figlio de la dolente,
figlio, àte la gente
mala mente trattato.

Ioanni, figlio novello,
morto s’è ‘l tuo fratello.
Ora sento ‘l coltello
che fo profitizzato.

Che moga figlio e mate
D’una morte afferrate,
trovarse abraccecate
mat’e e figlio impiccato.

Ecco perché in questi anni ha destato scalpore, nonché scandalo, la rappresentazione cinematografica, viva e realistica, della passione di Cristo nel film «The passion» di Mel Gibson, condotta fedelmente sui testi neotestamentari, come ben è stato dimostrato. Una sceneggiatura realistica e non eterea della morte di Gesù è un grido chiaro che tutto ciò è accaduto e riaccade ogni giorno. Noi crocefiggiamo Gesù Cristo ogni giorno.
Le profezie stesse nell’Antico testamento hanno anticipato le sofferenze che il Messia avrebbe sofferto. Isaia scrive, infatti:

Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

Il filosofo Giovanni Reale (1931) commenta in questo modo la profezia di Isaia:

Per salvare gli uomini e per insegnare loro il vero amore, Dio si è «abbassato» fino a loro, e proprio in questo «abbassamento» ha offerto l'agape, l'amore assoluto, che anziché «acquisitivo» al più alto grado è «donativo» al più alto grado, in quanto instaura un rapporto inversamente proporzionale fra chi ama e la cosa amata rispetto al pensiero platonico. Allora, se l'amore assoluto coincide con l'abbassamento assoluto: Dio si è abbassato in Cristo al punto che anche il più misero degli uomini può essere certo di essere amato da lui. E questa è la Bellezza nel fulgore massimo che sola può salvare in senso totale. (pubblicato su Cultura cattolica il 30 settembre 2011)

mercoledì 9 ottobre 2013

Caffarra, la «menzogna sull’uomo» che ha fatto «implodere il modello Bologna» e le verità che faranno risorgere la città

Caffarra, la «menzogna sull’uomo» che ha fatto «implodere il modello Bologna» e le verità che faranno risorgere la città

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ottobre 5, 2013 Carlo Caffarra
Il cardinale: non rassegniamoci alla cultura del non senso della vita. Ripartiamo da famiglia e matrimonio uomo-donna, educazione, lavoro, cittadinanza
Caffarra-PetronioPubblichiamo il testo integrale dell’omelia pronunciata ieri 4 ottobre dal cardinale Carlo Caffarra nella basilica di San Petronio, in occasione della solennità del patrono di Bologna.
La solennità del momento che stiamo vivendo; la santità e la bellezza del luogo in cui ci troviamo, orgoglio di ogni bolognese; la memoria di Petronio, Vescovo che ha edificato spiritualmente questa città, ci chiedono di riflettere profondamente sul suo destino e sulle sue condizioni.
Saluto le autorità civili – in primo luogo il Sindaco -, le autorità militari, e le autorità  accademiche dell’Alma Mater. La loro presenza, che fedelmente si ripete ogni anno, dimostra il loro desiderio di rendere la nostra città sempre più vivibile ed amabile.
1. La seconda lettura ci invita ad una comprensione della vicenda storica, più profonda di quella offerta dai resoconti cronachistici.
La costruzione dell’unità fra le persone e fra i popoli è un desiderio così profondo, che tutta la Storia ne è attraversata. Ne è la corrente profonda. Quale unità?
Certamente l’unità che possiamo verificare, e che è causata dall’appartenenza alla stessa Nazione o alla stessa città. Ma l’apostolo Paolo nella seconda lettura parla di una forza unitiva più profonda: «Pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri». Il centro di attrazione è il Signore Gesù: «quando sarò innalzato, attirerò tutti a me» [Gv 12,32].
«Cristo è come un centro in cui convergono le linee affinché le creature del Dio unico non restino nemiche ed estranee le une con le altre, ma abbiano un luogo comune dove manifestare la loro amicizia e la loro pace» [S. Massimo il Confessore].
Ma Gesù nella pagina del Vangelo appena proclamata, ci avverte che esiste anche una forza che contrasta la forza unitiva. «E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo». La forza di contrasto è in atto quando qualcuno pensa di essere superiore agli altri: quando si innalza sul fratello per dominarlo o farne uso. Quando qualcuno esercita il potere di cui è in possesso, come dominio più o meno esplicito sugli altri.
Cari fratelli e sorelle, la Storia nella sua profondità è il conflitto di queste due forze: la forza attrattiva di Cristo, che fa in Sé di tutti gli uomini un solo corpo; la forza disgregante di chiunque pone se stesso al centro della realtà, nell’adorazione dell’opera delle proprie mani [cfr. Francesco, Lett. Enc. Lumen fidei 13].
Nel Vangelo abbiamo una rappresentazione perfetta del conflitto fra le due forze: l’incontro di Gesù con Pilato, come è raccontato dal Vangelo secondo Giovanni [cfr. Gv 18, 35-40].
Siamo ancora all’inchiesta previa al processo, si direbbe oggi. Il punto da verificare è uno solo: se Cristo intende instaurare uno Stato o un Regno alternativo all’Impero di Roma.
Cristo lo esclude in modo assoluto, e quindi riconosce nel suo ambito l’autorità del magistrato romano. Ma nello stesso tempo afferma l’esistenza di un altro Regno colle seguenti parole: «Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
Queste parole di Gesù ci dicono in primo luogo in che cosa consiste la forza che fonda e difende il suo Regno. È la “testimonianza alla verità”. È la sua vita luminosa. Nelle sue azioni e nelle sue parole, ma soprattutto nel mistero della sua Persona si rivela pienamente l’amore di Dio verso l’uomo. È questa Rivelazione la forza attrattiva di Gesù, così potente da fare di tutti noi un solo corpo.
Le parole dette da Gesù a Pilato indicano anche chi sono coloro che entrano in questo “campo gravitazionale”: coloro che “sono dalla Verità”.
Sono coloro che cercano di fare luce nel groviglio della propria esistenza, senza nessun pregiudizio, senza censurare le grandi domande del cuore. Perché «chi cerca la verità, cerca Dio, ne sia egli consapevole o meno» [E. Stein]. Sono coloro che mediante fede sono introdotti in quella rivelazione dell’amore di Dio avvenuta in Gesù, il quale è il significato e il Destino ultimo della persona umana, e il fondamento su cui poggia la realtà.

2. Cari amici, questa interpretazione della nostra storia quotidiana come costruzione di un’unità fra gli uomini che è il “corpo di Cristo”, e come disgregazione sociale causata dall’esaltazione di se stesso sopra gli altri, ci aiuta a comprendere la condizione culturale, spirituale, della nostra città? Vorrei ora offrirvi alcune riflessioni al riguardo.
Non c’è dubbio che la nostra città ha conosciuto per molti anni dopo la seconda guerra mondiale, una forma, un modo di convivere ispirato da una precisa ideologia politica. Essa ha assicurato una città in se stessa compaginata. Non dico altro: non devo addentrarmi in analisi che non mi competono come Vescovo, ancor meno durante un’omelia liturgica.
Questo modello di convivenza è gradualmente imploso, lasciando la nostra città incamminata sulla via di una progressiva disgregazione, di un progressivo disinteresse per il bene comune, di una caduta culturale del confronto politico. Il segno di tutto questo, il segno più inequivocabile è visibile: la nostra è diventata una città sporca, dai muri inguardabili.
Perché c’è stata quella graduale implosione? Perché quel sistema, quel modello includeva una grande menzogna sull’uomo. Non dico sull’uomo considerato astrattamente. Una grande menzogna sull’uomo concreto, sull’uomo reale non astratto, al quale non è risparmiato il dramma della libertà. Sull’uomo che lavora; sull’uomo che desidera educare liberamente i suoi figli; sull’uomo che ogni mattino saluto, aprendo le finestre della mia camera, perché dorme nella piazza sottostante.
Ora il vero rischio della nostra città – come della cultura occidentale – è di rassegnarsi a vivere dentro una cultura incapace di dare un assetto sensato al nostro convivere, che non sia la mera esaltazione della libertà individuale. Una cultura che intende dispensare l’uomo dalla ricerca di un senso della vita. La rassegnazione, la de-moralizzazione, l’avvilimento del cuore che ne derivano, possono essere fatali, perché ci portano a pensare che ciascuno di noi è impotente di fronte ai grandi poteri e meccanismi economici e finanziari.
3. Quali sono le dimensioni fondamentali della verità circa l’uomo concreto, quella verità che preme dal fondo della nostra coscienza individuale e che sola può fare risorgere la nostra città? Sono soprattutto quattro. Le richiamo telegraficamente.
- La persona umana è persona-uomo e persona-donna. Il matrimonio e la famiglia si radicano in questo mistero della nostra umanità. Voler ignorare questa semplice verità circa l’uomo concreto, neutralizzando dal punto di vista etico femminilità e mascolinità; negando il significato morale proprio del corpo e dei comportamenti che ad esso si riferiscono, significa correre il rischio di scardinare millenni di civiltà. Si corre il rischio di far scomparire le figure fondamentali dell’esistenza umana: il padre, la madre, il figlio. La realtà psico-fisica della femminilità e della mascolinità non è né muta né ottusa: ha un suo proprio linguaggio e una sua propria intelligibilità.
- La “catena generazionale” mediante la quale ogni generazione trasmette all’altra semplicemente la propria umanità. Voi sapete che questa trasmissione si chiama «educazione della persona». Quale progetto di vita stiamo trasmettendo alle generazioni che seguono alla nostra: ai bambini, ai giovani? Vigiliamo, noi adulti, perché non si interrompa la catena; perché non accada di lasciare figli spiritualmente senza padre/madre. L’afasia educativa dei genitori causa l’afasia spirituale dei figli. Un grande impegno educativo da parte della Chiesa e della società civile è improrogabile.
- La terza dimensione della verità circa l’uomo è il lavoro. Cari amici, ancora una volta lancio il mio grido. È giusto che sia fatto ogni sforzo perché chi ha lavoro, non lo perda. Ma è sommamente ingiusto che i giovani non trovino accesso al mondo del lavoro. Stiamo correndo, a causa di questo, un grave rischio: farli sentire “superflui” e come “sovrannumerari”, una generazione di cui la società, alla fine, non sa che farsene. E così commettiamo nei loro confronti il peggiore dei furti: li derubiamo della speranza. E che questo furto sia già stato perpetrato lo dimostra il fatto dei circa due milioni di giovani nella nostra Nazione che non fanno niente: non vanno a scuola e non cercano lavoro. Ciascuno di loro forse è stato condotto a dire: «Son riuscito a far svanire nel mio cuore ogni umana speranza» [A. Rimbaud].
- L’ultima – ma non d’importanza – dimensione dell’uomo concreto è il rapporto di cittadinanza: l’essere con l’altro nella stessa città. Abitare non solo materialmente nella nostra città, dipende dalla responsabile partecipazione di ciascuno alla sua vita. La crisi della nostra città è spirituale, e spirituale potrà essere solamente la sua ripresa.
4. Cari fratelli e sorelle, quale è la forza che in ogni momento può rinnovare la nostra città? È stato scritto giustamente che «le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono felice l’uomo» [cit. da V. Havel, Il potere dei senza potere, Itaca ed., Castel Bolognese 2013, pag. 25]. Il più grande potenziale del cambiamento è in noi.
«Le risorse esistenziali e morali dell’io, se ridestate liberano un potenziale di cambiamento, i cui esiti sono imprevedibili sul piano sociale» [ibid.]. La nostra città è quindi affidata a ciascuno di noi.
Esistono nella tradizione due iconografie di S. Petronio. L’una lo raffigura mentre tiene sul braccio vicino al cuore la nostra città: pater civitatis. L’altra lo raffigura nel gesto di dare cibo ai poveri: pater pauperum.
Pater civitatis – pater pauperum. È questo legame, il legame della civitas ai bisogni dell’uomo concreto che fa risorgere Bologna. Perché essa diventi sempre più la città dove regna la luce della Verità circa l’uomo, circa l’uomo concreto; dove questa luce diventa in ciascun cittadino energia costruttrice della nostra convivenza. Così sia.

mercoledì 25 settembre 2013

mi abbraccia ciò che mi si svela.

                                           ***

«Mi desto. E mi abbraccia ciò che mi si svela...
Tale dev’essere la vita:
dev’essere il dramma della pienezza,

il dramma della creatività e della felicità.
La drammaticità della vita è la sua legge naturale,

 dev’essere drammatica per essere reale.
Quando poi sulle sue testimonianze versi lacrime,
non è perché le circostanze
si sono combinate in maniera sfortunata,

ma perché è costata cara.
È la sua grandezza che fa piangere
».


PASTERNAK Lettera alla sorella Zozefina, 12 maggio 1958

venerdì 1 febbraio 2013

Realtà e bene secondo Josef Pieper

Realtà e bene secondo Josef Pieper

***

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Scritto da Laura BOCCENTI
Il relativismo oggi imperante nega all’uomo la possibilità di conoscere ciò che è reale. Ma così non si può nemmeno distinguere ciò che è bene da ciò che è male. Invece, conoscere la realtà è condizione necessaria per orientare bene il nostro agire.

La cultura filosofica contemporanea ha diffuso un modello di sapere che rifiuta la verità come possibilità del pensiero, dando origine a molteplici forme di relativismo che, pur nella loro diversità, concordano nel ritenere impossibile la conoscenza della realtà. La prima conseguenza del relativismo è la separazione della ragione pratica (la ragione umana che giudica sul bene e sul male) dalla ragione teoretica (la ragione umana che conosce la realtà): al soggettivismo e relativismo della conoscenza corrisponde il soggettivismo e relativismo dell’agire, dato che la libertà, una volta svincolata dal bene, ritenuto inconoscibile, si assolutizza in chiave individualistica.
Il terreno fertile del relativismo etico facilita il propagarsi di una mentalità in cui razionalità e irrazionalità, abitudini e preferenze, si mescolano giustificando la formazione di singole “morali individuali” più o meno legate al desiderio di bene presente nel cuore di ogni uomo, ma anche più o meno esposte alle inclinazioni al male che insidiano quello stesso cuore; perciò ad essere in gioco, alla fine, non sono dei generici “valori culturali” astratti, ma la vita umana, la vita della società e la stessa natura vivente della terra.
A causa del diffondersi del relativismo, oggi si assiste non solo al fronteggiarsi di diverse e opposte concezioni della realtà, ma all’oscuramento del senso stesso della vita umana, del suo fine, del valore e della dignità della persona, ridotti, come sempre più spesso accade, a realtà manipolabili secondo le appartenenze socio-politiche e le convenienze personali.

È in questa situazione di disorientamento che il realismo di Josef Pieper (1904-1997) mostra la propria attualità; infatti, come lui stesso scrive, «attuale non è soltanto ciò che un’epoca “vuole”, ma anche ciò di cui “ha bisogno”». E certamente oggi rimettere al centro la possibilità di esercitare la ragione cercando la verità del bene sembra l’unica vera opportunità di alimentare la speranza nel senso della vita.
Il saggio La realtà e il bene, scritto nel 1935 e sinora inedito in Italia, pone con chiarezza e rigore la tesi centrale del realismo etico compendiata nell’affermazione che la realtà è il fondamento del dovere: «Il bene è ciò che è conforme alla realtà.
Chi vuole conoscere e fare il bene deve indirizzare il suo sguardo all’essere del mondo che gli sta di fronte. Non alla sua “intenzione”, non alla “coscienza”, non ai “valori” [...]. Costui deve prescindere dal suo atto e guardare alla realtà»
. Si tratta di guardare la realtà in modo autentico cercando di conoscerla per quello che effettivamente è, e derivare l’orientamento per l’azione da questa conoscenza.
La conoscenza è un processo naturale per l’intelletto che, ricevendo le impressioni sensibili, coglie l’essenza intelleggibile della cosa sino a “corrispondere” alla cosa conosciuta. «La conoscenza come processo è un evento attivo-passivo: l’elemento attivo consiste nella liberazione del nocciolo intelleggibile e immateriale dell’essere delle cose dal velo sensibile della materia [...]. L’elemento passivo invece consiste [...] nella recezione [nella mente umana] della forma essenziale del reale». Il contenuto della conoscenza è perciò de terminato esclusivamente dalle cose; la volontà del soggetto gioca un ruolo decisivo nella intensità e direzione della conoscenza, senza tuttavia avere potere sul suo contenuto.
La ragione che coglie il senso delle cose, poi, è la medesima che si volge all’agire e al fare: «la catena che lega il bene alla realtà risulta quindi costituita da questi elementi: realtà oggettiva, ragione teoretica, ragione pratica, agire morale».
La ragione teoretica, cioè la ragione che conosce, diventa ragion pratica in quanto indirizza l’agire verso la verità conosciuta; ragione teoretica e ragion pratica non sono due facoltà dell’anima divise l’una dall’altra, né sono due modalità operative autonome della stessa facoltà: solo nella misura in cui la ragione conosce si orienta al volere e all’agire. La decisione di fare qualcosa di determinato nasce dalla conoscenza e si traduce in un “comando” interiore che precede l’azione libera.
Pieper sintetizza la struttura dell’azione morale nei seguenti momenti:

1. visione/conoscenza del vero dal punto di vista ontologico, cioè la conoscenza della natura di una cosa (ad esempio, la conoscenza di che cos’è la lealtà e di che cos’è la slealtà); 2. visione/conoscenza del vero dal punto di vista assiologico (ad esempio, la conoscenza della bontà morale della lealtà e della malvagità morale della slealtà); 3. dettame della coscienza originaria (la sinderesi di cui parla Tommaso d’Aquino), che consiste, perlomeno, nel giudizio-imperativo con cui la coscienza dice che «bisogna amare il bene ed evitare il male», cioè la coscienza esprime già un primo giudizio morale; 4. aspirazione a un bene determinato e concreto come fine dell’agire (qui la dipendenza della volontà dall’oggetto non annienta l’indipendenza del volere perchè la condizione del moto della volontà è il valore dell’oggetto, ciò per cui esso è bene); 5. riflessione della saggezza (che perfeziona i primi giudizi svolti dalla sinderesi) sui mezzi opportuni per raggiungere il fine; 6. consenso della volontà ai mezzi adatti a conseguire il fine; 7. decisione della volontà per qualcosa di concreto con l’esclusione di altre possibilità; 8. indicazione o comando diretto all’agire; 9. esecuzione di ciò che è comandato.
L’imperativo della coscienza originaria, che spinge l’uomo a raggiungere il bene, presuppone la conoscenza della realtà; infatti il bene a cui tutti gli esseri tendono è la loro stessa perfezione, che implica la realizzazione della loro essenza. Nell’uomo questa inclinazione immanente diventa la legge morale fondamentale di cui egli può avere consapevolezza in virtù della sua natura razionale. L’azione morale concreta si forma in seguito come frutto della libera decisione della volontà che può accogliere o rifiutare la verità del bene conosciuto e applicarla rettamente o meno alla situazione concreta. La realizzazione del bene presuppone perciò sia i principi generalissimi della coscienza («bisogna amare e attuare il bene e rifiutare il male»), sia la conoscenza della realtà e un giudizio veritiero su di essa. L’azione morale ha quindi la propria norma nella verità oggettiva colta dall’intelletto; è evidente che, se si assume l’idea che la verità delle cose non è conoscibile, l’agire buono non sarà più quello che persegue l’attuazione di un vero-bene naturale, che è dato a prescindere dalla volontà del soggetto, ma sarà frutto dell’attività del soggetto, che si pone come legge di se stesso.
Perciò, gli effetti della riduzione della verità si ripercuotono su tutto il complesso delle virtù umane, il cui scopo non sarà più quello di partecipare alla costruzione del bene contemplato, ma quello di trasformare il mondo inseguendo la propria visione e i propri desideri.
Pertanto, insegna Pieper, per fare il bene non è sufficiente «fare ciò che uno sente buono», perché non è detto che il sentimento sia sempre affidabile. E non è sufficiente nemmeno l’osservanza pura e semplice di una prescrizione esteriore. Il tentativo di fondare l’etica su prescrizioni esteriori è all’origine del moralismo, che insistendo in modo esclusivo su ciò che si deve fare nega la partecipazione, il coinvolgimento e la responsabilità della persona nella costituzione dell’atto buono. Alla luce di un’antropologia autentica, il moralismo rivela la sua natura di errore opposto a quello del soggettivismo relativistico, rispetto al quale costituisce una falsa soluzione.
In campo etico, sia personale che sociale, non ci sono scorciatoie: l’agire buono passa necessariamente attraverso la sinergia della ragione retta e della volontà buona, esige la conoscenza della verità e la responsabilità della libertà.

Per saperne di più…
Giovanni Paolo II, Enciclica Veritatis splendor.
Josef Pieper, La realtà e il bene, Morcelliana, 2011.
Giacomo Samek Lodovici, L’emozione del bene. Alcune idee sulla virtù, Vita e Pensiero, 2010, pp. 229-263.


IL TIMONE n. 112 – Anno XIV – Aprile 2012 – pag. 32 – 33

martedì 3 aprile 2012

Non sbaglierà chi avrà voluto bene alla realtà



Non sbaglierà chi 
 
avrà voluto bene alla realtà
*** 

Non sbaglierà , nonostante tutti 
gli errori,chi avrà voluto bene 
alla realtà, ossia alla Creazione. 
Amando la realtà, ci sei dentro, ci vivi già dentro, e abbracci il tuo tema, la vita, senza bisogno di  astrazioni. Basta amare la realtà, sempre, in tutti i modi, anche nel modo precipitoso e approssimativo che è stato il mio. Ma amarla. Per il resto, non ci sono precetti.”
 (Giovanni Testori, scrittore)
 Anni dopo ricordando Testori,don Giussani  disse di pregare tutti i giorni per la sua anima "per me" disseTestori rappresenta l'uomo , l'uomo come io immagino debba essere"
da:Traccemarzo 2012  

lunedì 20 febbraio 2012

reale2


L‘atteggiamento morale ***
Riconoscere Cristo richiede un certo atteggiamento, giusto, morale; ma questo atteggiamento morale è lo stesso che mi permette di avere un rapporto giusto con tutto.
Allora, entriamo nel merito di che cosa sia questo atteggiamento giusto. Lo dice lì:
è
l’atteggiamento del bambino. A un certo punto spiega che cos’è questo atteggiamento, nell’assemblea che segue, e dice: il bambino è «apertura, curiosità e adesione». Quindi, l’atteggiamento morale, avere un atteggiamento morale di fronte alla realtà, che è l’atteggiamento che ti permette poi di riconoscere Cristo, vuole dire avere davanti alla realtà una apertura, una curiosità e una adesione. In una parola mi sembra che si potrebbe dire: non avere preconcetti, cioè non essere irrazionali, non essere dominati dall’irrazionalità del preconcetto.
Don Giussani da: Tracce di Dicembre 07



Postato da: giacabi a 16:08 | link | commenti
reale, giussani

martedì, 30 ottobre 2007

La realtà
***
Poca osservazione e molto ragionamento conducono all'errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità»
Alexis Carrel  da:Riflessioni sulla condotta della vita
illusione in movimento

Postato da: giacabi a 16:16 | link | commenti
bellezza, reale

domenica, 30 settembre 2007

Realista
***
Chi non crede nei miracoli non è realista.

 David Ben-Gurion


 

Postato da: giacabi a 08:30 | link | commenti
miracolo, reale

lunedì, 17 settembre 2007

I danni del nichilismo passivo
 ***

Tratto dal www.foglio.it 25.03.04
 Ampi stralci di un intervista a Giovanni Reale sull’Occidente

«È vero l’uomo europeo è malato di nichilismo. Non quello totale, che lo stesso Nietzsche voleva in qualche modo recuperare, ma quello che non riconosce nessun valore irreversibile, e che maschera con una patina dorata gli antivalori: il guadagno, la potenza, i vari modi in chi il nulla si traveste»
"sintomo palpabile di questa “malattia” nichilista che  molti giovani non si fanno neanche più le domande che per secoli abbiamo considerato capitali: sulla nostra origine, sul nostro destino, sul senso della vita. Non se le fanno nemmeno per rispondersi in modo negativo: semplicemente non interessano più. In un confronto televisivo con Giulio Giorello (io nella parte di estimatore di Platone e lui in quello dello scettico, alla Protagora), avevamo di fronte una ventina di ragazzi che dovevano giudicare le nostre argomentazioni. I temi erano la verità , se esiste o non esiste, e la nascita del mondo, se frutto del caos o di un progetto divino, i giovani hanno votato quasi tutti per le posizioni scettiche, senza neanche ascoltare le argomentazioni. Uno di loro poi, mi ha addirittura confessato che negava l’esistenza della verità perché sarebbe troppo scomodo vivere, se ci fosse.” Ha detto proprio così: scomodo"
Ad approfittare del nichilismo passivo dell’Occidente, c’è quello attivo del terrorismo islamista.. Si oscilla, per dirla con il filosofo francese André Glucksman, "dal cinismo dell'opportunista al furore del posseduto", ed entrambi collaborano a rendere incerti i nostri tempi. Secondo Reale. "il nichilismo passivo si limita a negare il valore di qualsiasi cosa, quello attivo vuole  realizzare la nullificazione di ciò che esiste.  In Europa trionfa il primo. E se noi non difendiamo ciò che esiste, ci condanniamo al  nulla.”….
La radice del male che dilania l'uomo occidentale sta nel fatto che non crediamo più alla nostra cultura. Non voglio certo affermare che dobbiamo rifiutare il dialogo con le altre culture. Anzi Possiamo avere con esse rapporti costruttivi, e possiamo usufruire, beneficiare della positività del diverso. se abbiamo un'identità. Se l'abbiamo nichilisticamente persa, un rapporto positivo è impossibile",
 Reale, che pure non nega di vedere i segni di una fuga verso l'abisso, pensa tuttavia che non siano irreversibili: il punto di forza dell'Occidente è, ancora una volta, il cristianesimo. A chi pensa che non possa più nulla, rispondo con le parole del grande filosofo Max Scheler: 'C'è davanti a noi un'enorme storia del futuro, e il cristianesimo -se confrontato con altre istituzioni terrene -è, sì, antico, ma ancora giovane e nuovo per tutti coloro che riescono a capire chiaramente l'essenziale senso duraturo dei valori religiosi in relazione ai valori culturali. I concetti più grandiosi del cristianesimo, che l'Occidente deve rivendicare, sono che l'uomo è persona e la sublimità dell'amore. I greci non l’avevano capito il mio grandissimo Platone diceva che il cosmo non è stato fatto per l'uomo, ma l'uomo per il cosmo. Tutto questo nel cristianesimo si rovescia, e dal cosmocentrismo si passa all'antropocentrismo. Siamo stati fatti a somiglianza di Dio non solo perché intelligenti, ma perché il Dio cristiano è trinitario, è un rapporto d'amore di persone, In questo dobbiamo essere simili a Dio, nel rapporto con l'altro. Si è un io soltanto se in noi sta inscritta la traccia del 'tu'. E l'io e il tu sono cose fragili, stanno uniti solo se si agganciano a un polo superiore, cioè a Dio. Secondo Platone, l'amore è grande se lo è la cosa amata. il cristianesimo capovolge tutto: l'amore non è acquisitivo, è donativo, ed è tanto più grande quanto è piccola la cosa che ama. Kierkegaard diceva che Cristo non trovò mai un tetto tanto misero che gli impedisse di entrare con gioia, mai un uomo tanto in- significante da non voler collocare la propria dimora nel suo cuore. E dice qualcosa di ancora più forte, quando spiega il sillogismo dell'amore: quello vero (non quello di chi ama solo ciò che è egregio, eccellente, e quindi in fondo ama solo se stesso), sta  in un rapporto inverso rispetto all'eccellenza dell'oggetto. Se sono proprio una nullità, se la mia miseria è immensa, allora è assolutamente certo che Dio mi ama. Tanto più saldamente si chiude il sillogismo dell'amore",
…Giovanni Reale non è pessimista. Ma pensa  con la filosofa spagnola Maria Zambrano che l’Europa non è morta. I’Europa non può morire del tutto. Essa  agonizza, Perché l’Europa è forse I’unica   cosa -nella storia -che non può morire del  tutto, l’unica cosa che può resuscitare. Questo principio di resurrezione sarà anche quello della sua vita e della sua transitoria morte. E agli uomini d’Occidente. che sembra vadano rimpicciolendosi. come se perdessero spessore ontologico, ricordo le parole dell’imperatore filosofo. Marco Aurelio: Quando al mattino non ho voglia di alzarmi dal letto, mi sia presente questo pensiero: Mi sveglio pe rcompiere il mio mestiere di uomo"'. La risposta più pertinente, vecchia di quasi duemila anni. a chi teme (e a chi desidera) la stanchezza del l'Occidente.
Nicoletta Tiliacos

 

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nichilismo, reale

venerdì, 14 settembre 2007

Il nichilismo
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«È vero, l’uomo europeo è malato di nichilismo. Non quello totale, che lo stesso Nietzsche voleva in qualche modo recuperare, ma quello che non riconosce nessun valore irreversibile, e che maschera con una patina dorata gli antivalori: il guadagno, la potenza, i vari modi in chi il nulla si traveste». (G. Reale, citato in N. Tiliacos, «I danni del nichilismo passivo», in Il Foglio, 25 marzo 2004.)



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