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martedì 26 dicembre 2017

Natale, "almeno oggi siamo buoni"

Natale, "almeno oggi siamo buoni"
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Natale, 'almeno oggi siamo buoni'

William Congdon, Natività 1965 (particolare)

"Almeno oggi siamo buoni!", diceva mia nonna il giorno di Natale, ogni volta rovinandomi il pranzo e facendomi andare su tutte le furie. Usare il Natale, alla fine, come pretesto per farmi il fervorino era davvero troppo. C'è voluta una vita per toccare con mano come la discesa di Dio tra gli uomini in forma umana ha, eccome, un nesso con la nostra capacità di amare. C'è voluta una vita, tante esperienze e tanti incontri. Come quello con il grande scrittore Giovannino Guareschi. Grazie al suo "Mondo Piccolo" ho tracciato nella mia mente un percorso che mi ha aiutato ad essere più consapevole di cosa significhi voler bene.
La prima tappa riguarda il contrario dell'amore. Che non è l'odio, ma è molto più frequentemente l'ideologia.
Nell'episodio "Il commissario", Guareschi racconta di come don Camillo si prodighi per distribuire ai poveri i pacchi alimentari portati dagli americani nell'ambito del piano Marshall. Per raggiungere anche i comunisti poveri coinvolge Peppone nell'iniziativa. Accade però che la federazione del PCI manda un commissario a controllare. Questi interviene in modo brutale, non solo strappando il pacco di viveri a uno dei più poveri comunisti, Stràziami, ma schiaffeggiandolo davanti al figlio. Così racconta Guareschi: «Il commissario federale attese per qualche istante una risposta che non venne. Poi, con estrema calma, sollevò i quattro lembi della tovaglia, li riunì, tolse il fagotto dalla tavola e, aperta la finestra, buttò tutto nel fosso. Il bambino tremava e si era messe tutt'e due le mani davanti alla bocca e guardava atterrito il commissario federale. La donna si era rifugiata contro il muro e Stràziami, lì in mezzo alla stanza con le braccia ciondoloni, pareva impietrito. Il commissario federale richiuse la finestra, si appressò lento a Stràziami, lo fissò qualche istante negli occhi, poi lo schiaffeggiò due volte. Un filo di sangue scese dall'angolo della bocca di Stràziami».
Che importa se la cosa più preziosa di Straziàmi, la sua dignità, è stata umiliata davanti a suo figlio? Non conta la persona, conta il destino collettivo deciso dall'ideologia, un sistema di pensiero astratto e contro l'uomo reale, in carne e ossa. 
Ma Giovannino mostra che questa stortura alberga in tutti, anche in don Camillo, il quale, in realtà, ha distribuito i pacchi alimentari più per propaganda che per amore al prossimo. E' il Cristo del crocefisso che mette don Camillo con le spalle al muro: «E anche quando dividi il tuo unico pane con l'affamato tu non devi gettarglielo come si getta un osso a un cane… Tu oggi hai fatto soltanto della beneficenza e neppure il superfluo tuo, ma il superfluo degli altri hai distribuito ai bisognosi e non c'è stato nessun merito nella tua azione. Eppure non eri umilissimo come avresti dovuto essere, ma il tuo cuore era pieno di veleno».
Straziàmi non accetta di perdere la sua dignità per un'ideologia astratta e disumana. In lui prevale la dignità e l'amore per suo figlio. Nel racconto successivo, dal titolo "Caso di coscienza", restituisce la tessera del partito in cui pur aveva tanto creduto: «"Questa non è più una tessera di partito ma un tesserino da vigilato speciale… La mia libertà me la sono pagata rischiando la pelle. Non sono disposto a rinunciarvi". "Tu tradisci la causa" disse Peppone. "La causa è quella della libertà. Se rinuncio alla mia libertà, allora sì tradisco la causa"».
E' il cuore di Straziàmi a suggerirgli in modo infallibile ciò che è vero e giusto. Alla fine, anche Peppone e i suoi scagnozzi si ribellano all'ideologia e scoprono che obbedire a ciò che la coscienza indica, è più giusto che obbedire al partito.
Un cuore umano che ritrova se stesso ha un sussulto inconfondibile. Come si vede ancora ne "Il commissario", Stràziami si commuove per il fatto che suo figlio può finalmente avere qualcosa da mangiare: «Ora il bambino di Stràziami, seduto alla tavola di cucina, stava contemplando con gli occhi sbarrati suo padre che, cupo e accigliato, apriva con un coltello la scatola di marmellata. "Dopo" disse la madre. "Prima la pastasciutta, poi il latte condensato con la polenta e poi la marmellata". La donna portò in tavola la zuppiera e cominciò a rimestare la pasta fumante. Stràziami andò a sedersi vicino al muro, tra la credenza e il camino e stette a rimirarsi come uno spettacolo il ragazzo che, con i grandi occhi, ora seguiva le mani della madre, ora guardava la scatola della marmellata, ora la scatola del latte condensato, come sperduto in mezzo a tutta quella allegria».
E così, da un cuore cambiato perché ha ritrovato se stesso, nasce, quasi spontaneamente, un impeto di amore puro, un gesto concreto, grande o piccolo non importa, fatto per contribuire al bene dell'altro. Come è diverso dal doverismo distratto! Non c'è amore vero senza l'impeto a donare sé, commossi, all'altro, come si vede in un altro racconto, "Il voto". Il figlio di Peppone è malato in modo serio e il padre lo porta segretamente in pellegrinaggio alla Madonna dei Prati. Don Camillo, colpito dal suo bisogno, non vuole lasciarlo solo in un momento così difficile, e così, commosso dal dramma dell'amico, lo accompagna: «Don Camillo scosse il capo: "Quo vadis, Peppone?". "Quo vadis dove voglio io e 'quo vienis' un accidente a voi e a tutti i clericali dell'universo!" ruggì Peppone. "Vado in un posto dove devo andare!". "Sta bene: e non ci puoi andare per la strada?". "No! No! Devo andarci per i campi. Per la strada non posso andarci. Io posso umiliarmi davanti al Padreterno ma non davanti ai preti e ai loro complici!". Don Camillo guardò la faccia sconvolta di Peppone. "Non parlo più", borbottò. "Andiamo". "Il bambino lo devo portare io". "Non occorre; piglia su in spalla quel ciocco: è più pesante del bambino e, anche se caschi, non si fa male. Io ho gli stivaloni e il bambino è al sicuro". Dovettero contarne quindici di chilometri, prima di arrivare».
Il cuore dell'uomo che ritrova se stesso e impara ad amare ha bisogno di una fonte che non si esaurisce per continuare il suo percorso, ha bisogno di essere oggetto di un amore infinito e senza condizioni, l'amore di un Dio che si fa uomo ed entra nella nostra umanità, "contagiandoci" l'uno con l'altro. Quello che riscoprono Peppone e don Camillo al termine dell'episodio citato: «Peppone entrò col suo bambino in groppa. La chiesa era fredda e semibuia e non c'era anima viva. Soltanto la Madonna dei Campi c'era, di vivo, e i suoi occhi guardavano dolci dall'alto dell'altare. Don Camillo rimase a far la guardia fuori dalla porta. Poi, per star più comodo, si inginocchiò su un sasso e disse alla Madonna dei Campi le cose che Peppone non avrebbe saputo dirle».

Le cose che hanno a che fare con l'unica vera bontà.


sabato 21 settembre 2013

VITA GIUSSANI/ Vittadini: le parole del Giuss che più mi hanno segnato

VITA GIUSSANI/ Vittadini: le parole del Giuss che
più mi hanno segnato
Giorgio Vittadini
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sabato 21 settembre 2013  
Sono stato allievo di don Giussani, non solo in Cl, ma come studente universitario, trent’anni fa, in questo ateneo,  seguendo le sue lezioni su Il senso religioso. Questa sera però non farò delle considerazioni come suo discepolo  ma, seguendo il metodo di questo libro, cercherò di far parlare il protagonista attraverso la sottolineatura delle  parole che più mi hanno colpito nel percorso che viene descritto.  La prima è la parola “esperienza”. Savorana a pag. IX dell’introduzione dice: «Qui mi sembra collocarsi la radice  del contributo di don Giussani alla vita della Chiesa: di fronte a una fede popolare che in molti casi sopravviveva  come pura tradizione, […] egli si rese conto che la debolezza dell’esperienza cristiana dipende dal fatto che la fede  diventa incomprensibile, se i bisogni dell’uomo non sono presi sul serio».  «“Ragionevole” designa colui che sottomette la propria ragione all’esperienza»: è la frase del filosofo Jean  Guitton a cui Giussani richiamava spesso. Infatti, per lui «se la realtà si rende evidente nell’esperienza, se  “l’esperienza è il rendersi evidente della realtà”, allora, per conoscere qualsiasi cosa, per pronunciarsi a riguardo  di qualsiasi cosa, occorre partire dall’esperienza» (pag. 969).  Esperienza” è lo stesso termine di cui Giussani dialoga con il cardinale Montini, futuro Paolo VI, che la inserisce a  pieno titolo nel testo della sua prima enciclica, l’Ecclesiam suam, nonostante l’avesse inizialmente indicata come  motivo di preoccupazione nell’ultima lettera da Arcivescovo, il 16 giugno 1963 (pag. 304).  Ma qual è in particolare l’esperienza di cui parla Giussani? A pagina 868 si parla di «esperienza di una  corrispondenza tra una presenza e le esigenze strutturali del cuore». Dal suo intervento al primo convegno della  Compagnia delle Opere nel 1987 si capisce che non la intende come un’astrazione intellettuale, ma come una  dimensione che riguarda tutti. Infatti, non c’è opera, «da quella umile della casalinga a quella geniale del  progettista, che possa sottrarsi […] alla ricerca di una soddisfazione piena, di un compimento umano: […] sete di felicità che parte dall’istintività e si dilata a quella concretezza dignitosa che sola salva l’istinto dal corrompersi in falso ed effimero respiro» (pag. 710).  Dove rintraccia Giussani l’esigenza di questa corrispondenza come natura del cuore umano? L’abbiamo sentito  prima da Paolo Mieli: nei molti grandi uomini che incontra. Innanzitutto in Leopardi, la cui grandezza sta,  secondo Giussani, proprio «in questa impossibilità d’acquiescenza al piccolo […], quel medesimo “amaro  desiderio di felicità”, che fu il sentimento più sofferto dall’uomo, è ciò che mette le ali nel canto del poeta», come  ebbe a scrivere Giovanni Colombo, il professore di letteratura italiana che Giussani ebbe in prima liceo (pag. 45).  Oltre a Leopardi, nel libro sono citati molti altri autori che hanno testimoniato a Giussani la grandezza dell’essere  umano, così come tante persone semplici, tra cui molti giovani. Come Luigi, un ragazzo che incontrò nella  parrocchia di viale Lazio e che, di fronte all’argomentare di Giussani sulla fede, gli disse: «Guardi, tutto ciò che lei  si affatica a espormi non vale quanto sto per dirle. Lei non può negare che la vera statura dell’uomo è quella del  Capaneo dantesco, questo gigante incatenato da Dio all’inferno, ma che a Dio grida: “Io non posso liberarmi da  queste catene perché tu mi inchiodi qui. Non puoi però impedirmi di bestemmiarti, e io ti bestemmio”. Questa è  la statura vera dell’uomo». Dopo qualche secondo di impaccio Giussani gli dice, con calma: «Ma non è più grande  ancora amare l’infinito?». Il ragazzo se ne va, ma «dopo quattro mesi è tornato a dirmi che da due settimane  frequentava i sacramenti perché era stato “roso come da un tarlo” per tutta l’estate da quella mia frase». Luigi  morirà in un incidente stradale poco tempo dopo (pag. 131).  In un incontro del 1988 con un gruppo di monaci buddisti conosciuti nel viaggio in Giappone dell’anno prima, il  maestro dei novizi Shodo Habukawa, a cui Giussani rimarrà legato da profonda amicizia tutta la vita, interviene  citando un antico proverbio giapponese: «“Quando arriva la farfalla vuol dire che il bocciolo ormai sta per  sbocciare e quando fiorisce il fiore vuol dire che la farfalla sta per arrivare» e commenta: «Noi siamo un po’ come  la farfalla. Una delle condizioni necessarie per poter riconoscere l’assoluto che è dentro di noi è prima di tutto  riconoscere il mistero che è nella natura, in tutto l’universo, e questo non dipende dal nostro sforzo, è necessario  un maestro che ci insegni a farlo. Infatti nel buddismo shingon è fondamentale questo rapporto tra il maestro e il  discepolo”. Segue un dialogo, al termine del quale Giussani dice: “È con facile emozione che noi ringraziamo i  nostri maestri per quanto ci hanno richiamato e fatto sentire oggi. C’è una percezione che mi sembra l’aspetto più  facile di questa emozione, ed è la percezione di un’analogia o di una vicinanza tale che ci fa ripetere le parole di  Rilke: “Una parete sottile ci separa”» (p. 779).  Cristo per Giussani è la risposta a questa domanda di significato. Come scoprì nel 1937 in quello che chiamò “il  bel giorno”, quando don Gaetano Corti in seminario spiegò: «“Il Verbo di Dio, ovvero ciò di cui tutto consiste, si è  fatto carne”, perciò “la bellezza s’è fatta carne, la bontà s’è fatta carne, la giustizia s’è fatta carne, l’amore, la vita,  la verità s’è fatta carne: l’essere non sta in un iperuranio platonico, si è fatto carne, è uno tra noi”. In quel  momento Giussani si ricorda dell’inno Alla sua donna di Leopardi: “In quell’istante pensai come quella di  Leopardi fosse, milleottocento anni dopo, una mendicanza di quell’avvenimento che era già accaduto, di cui san  Giovanni dava l’annuncio: ‘Il Verbo si è fatto carne’”» (pag. 47).  Da qui si dipana per Giussani tutta la tensione di immedesimazione in Cristo, l’unico che capisce e si appassiona  della domanda dell’uomo.  Agli esercizi spirituali della Fraternità di Cl del 2002 Giussani rievoca un episodio della vita di Cristo: «Quella  sera Gesù fu interrotto, fermato nel suo cammino al villaggio cui era destinato, […] perché c’era un pianto  altissimo di donna, con un grido di dolore che percuoteva il cuore di tutti i presenti, ma che percuoteva, che ha  percosso innanzitutto il cuore di Cristo. “Donna, non piangere!”. Mai vista, mai conosciuta prima. […] Che  sostegno poteva avere quella donna che ascoltava la parola che Gesù diceva a lei? “Donna, non piangere!”:  quando si rientra in casa, quando si va sul tram, quando si sale sul treno, quando si vede la coda delle automobili  per le strade, quando si pensa a tutta la farragine di cose che interessano la vita di milioni e milioni di uomini,  centinaia di milioni di uomini… […] il suono, il riverbero del pianto è giunto fino a Lui! “Donna, non piangere!”,  come se nessuno la conoscesse, come se nessuno la riconoscesse più intensamente, più totalmente, più  decisivamente di Lui!» (pag. 1099).  Carmine Di Martino, responsabile degli universitari di Cl, ebbe a sottolineare l’immedesimazione totale di  Giussani con l’esperienza iniziale del Cristianesimo, come una delle dimensioni più potenti del suo modo di  comunicarlo: «Mentre ripercorre la pagine che racconta il primo incontro di Giovanni e Andrea con Gesù, don  Giussani è li, è presente, vede quello che accade e ci trascina a vederlo con lui; non parla di un passato lontano,  descrive ciò che sembra avere sotto gli occhi, entra nella dinamica di quei momenti decisivi per la storia del  mondo, li mostra nel loro svolgimento, esplicita le ragioni che dovevano essere all’opera. Ci calamitava: ci faceva  entrare in ciò che era accaduto» (pag. 994).  Quello che è accaduto duemila anni fa e continua ad accadere oggi. In un’intervista del 1987 di don Scola per il  periodico 30 giorni Giussani dice: «Il cuore della nostra proposta è piuttosto l’annuncio di un avvenimento  accaduto, che sorprende gli uomini allo stesso modo in cui, duemila anni fa, l’annuncio degli angeli a Betlemme  sorprese dei poveri pastori. Un avvenimento che accade, prima di ogni considerazione sull’uomo religioso o non  religioso» (pag. 752).  E’ l’incontro tra Cristo e l’uomo che Giussani documenta instancabilmente, raccontando ciò che vede e leggendo  lettere tra le miriadi che riceve. Come la lettera di Andrea, un ragazzo malato di Aids, che lesse agli esercizi  spirituali degli universitari nel 1994: «Di questa travagliata vita penso di essere arrivato al capolinea portato da  quel treno che si chiama Aids e che non lascia tregua a nessuno. Adesso dire questa cosa non mi fa più paura.  Ziba mi diceva sempre che l’importante nella vita è avere un interesse vero e seguirlo. Questo interesse io l’ho  inseguito tante volte, ma non era mai quello vero. Ora quello vero l’ho visto, lo vedo, l’ho incontrato e incomincio  a conoscerlo e a chiamarlo per nome: si chiama Cristo. Non so neanche cosa vuol dire e come posso dire queste  cose, ma quando vedo il volto del mio amico o leggo Il senso religioso che mi sta accompagnando e penso a lei o  alle cose che di lei mi racconta Ziba, tutto mi sembra più chiaro, tutto, anche il mio male e il mio dolore. La mia  vita ormai appiattita e resa sterile, resa come una pietra liscia dove tutto scorre via come l’acqua, ha un sussulto  di senso e significato che spazza via i pensieri cattivi e i dolori, anzi li abbraccia e rende veri rendendo il mio  corpo larvoso e putrido segno della Sua presenza. Grazie don Giussani, grazie poiché mi ha comunicato questa  fede o, come lei lo chiama, questo Avvenimento. Adesso mi sento in pace, libero e in pace. […] Grazie don  Giussani, é l’unica cosa che un uomo come me può dirle. Grazie perché nelle lacrime posso dire che morire così  ora ha un senso, non perché sia più bello – ho una grande paura di morire –, ma perche ora so che c’è qualcuno  che mi vuole bene e anch’io forse mi posso salvare e posso anch’io pregare affinché i compagni di letto incontrino  e vedano come io ho visto e incontrato» (pag. 923).  Per Giussani l’incontro tra l’avvenimento di Cristo e il senso religioso dell’uomo segna un metodo. L’insistenza  sulla parola “metodo” è ciò di cui parla ancora con Guitton nel 1995: «“Ciò che in qualche modo non è  nell’esperienza presente non esiste”. […] “Cristo deve essere sperimentato e, perciò, deve essere un avvenimento presente”. Perciò “non è pedagogia cristiana, se non piega a trovare nel presente un avvenimento in cui Cristo opera, cioè cambia”» (pag. 942).  Il 30 maggio 1998, all’incontro dei movimenti in piazza San Pietro, Giussani conclude il suo intervento dicendo:  «Il vero protagonista delle storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo  mendicante di Cristo». Come abbiamo visto nel video introduttivo, terminato di parlare, raggiunge Giovanni  Paolo II e si mette in ginocchio, gesto con cui sembrò documentare sinteticamente tutta la sua mendicanza.  Ma come questa esperienza è cattolica? Come sta questo rapporto personale che si stabilisce tra l’uomo e Cristo  in relazione all’autorità?  C’è un altro passaggio che mi ha molto colpito nel libro: il contrasto tra potere e autorità. Nel 1986 Giussani fa  cantare ai ragazzi riuniti in assemblea la canzone di Enzo Jannacci e Dario Fo Ho visto un ree commenta: «Il re è  il simbolo del potere di questa società che odia questa nostra tristezza che è, in fondo, la carne vivente di quelle  domande che costituiscono il cuore dell’uomo. È il primo segno dell’uomo, dell’umano. […] “Il vostro piangere fa  male al re, […] e sempre allegri bisogna stare. […] Diventan tristi […]”: coloro che hanno il potere diventano tristi,  se ti vedono piangere. […] Comunque la mordenza di questo noto canto di Jannacci è di grande attualità, perché  ognuno di noi può cedere di fronte a una modalità di conduzione della società in cui diventano ovvi il limite e il  soffocamento dentro il quale la nostra umanità è resa sempre più prigioniera, e sempre più insepolcrata» (pag.  731).  E questo è l’opposto di ciò che per Giussani costituisce il rapporto con l’autorità della Chiesa: che non consiste nel  rendere conto a qualcuno, quasi fosse un limite alla libertà della propria esperienza, al valore della propria  coscienza, ma come ciò che permette alla coscienza di essere autentica, di ritenere come parte integrante  dell’esperienza il paragone con la realtà.  Come mostra la continua tensione al rapporto con i papi che ha ricordato prima Mieli. Ricorda Savorana a pag.  339 che nel 1975, il giorno dopo avere incontrato Paolo VI, Giussani scrive all’Arcivescovo Colombo: «Non posso  non manifestarLe lo stupore e la gioia per il gesto di paterna benevolenza che Sua Santità ha voluto farmi la  Domenica delle Palme, subito dopo il rito davanti a S. Pietro. Egli mi ha infatti incitato a continuare “con i suoi  giovani” il cammino: ed io sono rimasto commosso senza parola, così come sono stato percosso da un senso di  responsabilità quasi l’avessi sentito per la prima volta».  Lo stesso dialogo profondo e appassionato che cercò sempre con Giovanni Paolo II, già conosciuto come  cardinale in Polonia e incontrato insieme ai giovani molte volte all’inizio del suo pontificato. Poi seguito facendo  delle sue encicliche il testo di meditazione del movimento; chiedendo il riconoscimento della Fraternità di Cl;  partecipando ai convegni sui movimenti; accogliendolo al Meeting di Rimini del 1982; facendo suo il mandato ad  andare in tutto il mondo, che segnò la presa di coscienza di un compito al servizio dell’uomo e della Chiesa. Nella  lettera del 22 febbraio 2004 il papa gli scrive: «Il vostro Movimento […] ha voluto e vuole indicare  non una strada, ma la strada per arrivare alla soluzione di questo dramma esistenziale. La strada, quante volte  Ella lo ha affermato, è Cristo».  E ancora il rapporto con l’allora cardinal Ratzinger, a cui Giussani sottopone le sue intuizioni in un paragone  continuo e amicale. E la stessa apertura e ricerca di dialogo verso i vescovi: la figliolanza con Montini, il rapporto  a lungo sofferto, ma sempre di paragone serrato e obbedienza con Colombo, la stima e le occasioni di incontro  ricambiate con Martini, la conoscenza di lunga data con Tettamanzi che lo va a trovare per i suoi 80 anni.  Quindi, un continuo ricercato filiale paragone con l’autorità e ricerca di unità con la Chiesa: un genio cattolico,  ma che fa del Cattolicesimo un’apertura sul mondo. A partire dal bisogno di giudicare tutto ciò che capita. Come  dice nel 1997: «Le circostanze per cui Dio ci fa passare sono fattore essenziale e non secondario della nostra  vocazione, della missione a cui ci chiama» (pag. 991).  Per questo Pierluigi Bersani, invitato al Meeting di Rimini nel 2006 a presentare il testo di GiussaniDall’utopia  alla presenza, sottolinea come per il fondatore di Cl ci sia «un tema che viene prima […] dell’iniziativa ma la  produce. C’è una presenza che non è isolamento, è una presenza espressiva» (pag. 484).  Come viene sottolineato nell’introduzione, la sua è “una partenza positiva, senza ombra di reattività”. Quello di  Giussani è un giudizio originale e commosso su tutto, una certezza curiosa e appassionata, una simpatia per la  realtà e per l’uomo che sa commuoversi.  Nel ’68 a un ragazzo di Varese che diceva: “Se non troviamo le forze che fanno la storia, noi siamo perduti”,  Giussani commenta: “Io voglio semplicemente dire quello che mi è venuto come contraccolpo dentro il cuore nel  sentire quanto quello affermava: che le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice”  (pag. 412).  Guardò tutti gli eventi che accadevano in modo originale e profondo, come documentano gli interventi sui diversi  organi di stampa: dopo la strage di Nassirya nel 2003, su richiesta del direttore Mauro Mazza, Giussani scrive il  testo della “Copertina” che apre l’edizione delle 20.30 del TG2 Rai. Come scrive Savorana, «il suo è un grido:  “Che orrore! Che vergogna!”. “Né il sol più ti rallegra. Né ti risveglia amor”. Il Pianto antico di Carducci  custodisce nel cuore della nostra storia quel mistero per cui Dante Alighieri prega la Madonna perché una  ricchezza di umanità nuova affermi la vittoria del bene attraverso il suo dolore di sposa e di madre: “In te  misericordia, in te pietate, / in te magnificenza, in te s’aduna / quantunque in creatura è di bontate”» (pag. 1132).  Così, come si era commosso profondamente lo stesso anno per la morte dei sette astronauti americani nello  Shuttle Columbia (pag. 1113).  Questa è la radice di quell’animo che lo rese sempre aperto e in dialogo con chi viveva un’esperienza diversa dalla  sua. Come si vide nell’intervento in occasione della profanazione del cimitero ebreo di Berlino nel 1998 che gli  ricorda il tragico momento in cui gli ebrei «“hanno levato un grido, facendolo intendere a tutto il mondo,  attraverso il martirio dell’Olocausto, l’assurdo sacrificio sopportato per tutti”, tanto che esso è diventato “una  pedagogia per tutti i cristiani; […] “per noi cristiani oggi è più certa che mai l’analogia della vicenda di Cristo con  il senso dell’Olocausto”» (pag. 1042).  Uno dei tanti segni, questo, dell’apertura che lo caratterizzò tutta la vita verso chiunque incontrasse, e che lo  portò a conoscere Giovanni Testori, ad approfondire la conoscenza di Pierpaolo Pasolini, a diventare amico di  Aldo Brandirali (fondatore di un movimento di ispirazione maoista che pubblicava la rivista Servire il popolo), o  a entusiasmarsi per il ragazzo che fermò il carro armato in piazza Tienanmen a Pechino.  Uno spirito profondamente ecumenico il suo, che lo ha spinto ad incontrare il mondo ortodosso, ad appassionarsi  delle vicende del popolo russo e a studiare a fondo la teologia protestante americana di cui esalta il  riconoscimento del valore di ogni “io”.  Non si tratta di un semplice “progetto pastorale”, il suo è un pensiero sorgivo, originale, come riconoscono in  tanti: Galbiati, Scola, Ratzinger, Bergoglio, Von Balthasar.  Ma si farebbe un torto a Giussani se non si dicesse che il suo è un pensiero sorto dal suo grande impegno di  educatore. Un pensiero che è stato ed è ancora capace di introdurre “nella realtà totale” tanti: i ragazzi del liceo  Berchet, tutti i primi Giessini che lo seguirono oltre l’ambito scolastico; successivamente gli studenti universitari  della Cattolica e poi quelli delle altre università; i Memores domini, le suorine, i preti e tante famiglie e persone  nei cinque continenti. Educando ha dato le ragioni con cui giudicare l’esperienza e ha sostenuto l’esperienza della  carità come dono di sé commosso, proponendo attività di caritativa con i poveri, ma anche la creazione di opere,  come la Compagnia delle opere, il Meeting di Rimini, il Banco Alimentare, l’AVSI, i Centri di solidarietà.  Lui si faceva colpire e imparava sempre qualcosa da chi aveva di fronte. Non voleva convincere, ma dare dei  criteri con cui i ragazzi potessero giudicare tutto, compreso quello che diceva lui. Come disse nel 2001 durante la  Giornata di inizio d’anno accademico degli universitari: «Per 50 anni ho guardato e ricevuto persone […]  giocando solo sulla liberta pura – sulla liberta pura! –. Cercate ogni giorno che questa libertà pura corrisponda  agli intendimenti vostri, ai criteri vostri, della vostra azione, e questo vi farà abbondare di pace» (pag. 1092-3).  Molti devono la fecondità della loro vita a questo uomo per il quale, come disse Nikolaus Lobkowicz, l’amicizia è  una virtù (pag. 748).  Ma la verità di una posizione si vede nel momento della prova, come quella della malattia che, per la verità, non  abbandonò mai Giussani fin dagli anni dopo il seminario quando soffre di malattie respiratorie, e poi negli anni  60 in cui si ammala alla cistifellea e all’apparato digerente. Ma sopratutto negli anni 90 in cui insonnia, diabete e  Parkinson lo affliggono senza tregua. Gli ultimi sono anni di grave sofferenza. Ci sarebbe stato di che lamentarsi.  Invece la positività domina. Al Meeting di Rimini del 2002 interviene dicendo: «Anche nella decrepitezza dei  miei anni volevo dirvi che la speranza è una – una! –. […] Da un po’ di anni mi sono diventati abituali questi  pensieri: spontaneamente uno è come assalito dalla gioia che se anche dura qualche istante, dura qualche istante,  ma come emergenza della verità di tutta la vita» (pag. 1104).  Nel dicembre 2003, salutando in videoconfenza gli universitari di Cl al termine degli Esercizi spirituali a Rimini,  dice: «Siate certi, siamo certi di questa gioia! Il Mistero è diventato uomo scendendo tra noi perché noi abbiamo  ad attaccare la nostra vita sulle spalle di questa gioia, come un bambino che sta sul “groppone” del papà che lo  porta per le strade di questo mondo» (pag. 1134). E nel gennaio del 2004 scrive in una lettera al papa: «Una  orazione della Liturgia ambrosiana illumina il sentimento nostro in questi momenti: […] “Signore Dio, nella  semplicità del mio cuore lietamente Ti ho dato tutto”» (pag. 1137).  E’ nella compagnia amorevole della Madonna che trova sostegno e questa suprema positività. «Maria, che come  siamo ormai usi ripetere con l’Inno alla vergine di Dante – divenuto preghiera quotidiana –, è “di speranza  fontana vivace”» (pag. 1139).  Come ricorda don Carrón: “Don Giussani ha detto a me e a chi era presente che lui aveva vissuto per Cristo, aveva  sempre cercato di fare la sua volontà” e “ora voleva morire per Cristo” (pag. 1167).  La storia di don Giussani, così ben documentata dal libro di Savorana, è una storia che non si ferma qui ma sta  continuando. Come gli sentii dire io pochi mesi prima che morisse: “La nostra forza, il nostro carisma, è l’unità  tra me e Carrón […] Seguite Carrón (pag. 1167). Così possiamo continuare a seguire Giussani.  © Riproduzione riservata.  VITA GIUSSANI/ Vittadini: le parole del Giuss che più mi hanno segnato

sabato 25 febbraio 2012

vittadini


Il cristianesimo
non è un’ideologia
ma una testimonianza viva
***
«Il punto centrale è che il cristianesimo non lo difendi brandendolo come un’ideologia, ma testimoniandolo nella vita quotidiana come risposta ai bisogni dell’uomo. La grande forza del cristianesimo, quella che colpisce e “contagia” il prossimo che incontriamo, è la possibilità per l’uomo di sperimentare una novità di vita».
 «Quello che fa andare avanti il cristianesimo - continua - è la testimonianza viva di persone come il Papa, come Madre Teresa, don Giussani, don Gnocchi. Sono le vite concrete che ci fanno capire che Cristo non è una cosa di duemila anni fa, ma una cosa viva oggi. Penso all’esperienza di Rose Busingye, un’infermiera ugandese che a Kampala prende donne malate di Aids e ridà loro una speranza. E loro ricominciano a vivere. Qualche anno fa queste donne malate decisero di spaccare pietre gratis per poter donare tremila dollari agli alluvionati di New Orleans, cioè a gente della ricca America. Il console statunitense obiettò: ma voi non dovete aiutarci perché siete povere. E loro hanno risposto: ma scusi, lei pensa che noi non possiamo vivere la carità perché siamo povere?».
Giorgio Vittadini  da: http://www.ilsussidiario.net




Postato da: giacabi a 21:48 | link | commenti
cristianesimo, vittadini


sabato, 23 agosto 2008

Quei protagonisti al di là dei numeri uno
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di Giorgio Vittadini                                      Da: www.ilgiornale.it
«O protagonisti o nessuno». Alla fine delle Olimpiadi il titolo del Meeting di Rimini, che apre i battenti domani, potrebbe essere immediatamente inteso secondo la mentalità dominante: chi non è il primo non conta. Scorrendo attentamente il programma del Meeting ci si accorge invece che il modello proposto è agli antipodi.
Infatti gente «comune», eppure eccezionale, come Marguerite Barankitse (Premio internazionale Onu per i rifugiati), Rose Busingye (impegnata con le donne malate di Aids in Uganda), Cleuza e Marcos Zerbini (alla guida di un grande movimento sociale di ex favelados a San Paolo del Brasile), Salih Osman (Premio Sacharov 2007 per il suo impegno tra e per i rifugiati del Darfur), i carcerati protagonisti della mostra «Libertà va cercando, ch’è sì cara. Vigilando redimere», mostrano che si può vivere da protagonisti, cioè coscienti di chi si è, soddisfatti e rispettosi delle proprie esigenze profonde, e vincere anche in situazioni proibitive e senza chiamarsi Phelps.
Al Meeting si vuole verificare questa evidenza nei tre grandi ambiti in cui l’uomo di oggi incontra le maggiori sfide. La pace: di fronte a una situazione internazionale in cui, ad onta dello spirito olimpico, rinascono continuamente venti di guerra, violenze contro l’uomo e egoismi nazionalistici, il Meeting rilancerà il suo appello per l’amicizia tra i popoli, chiamando a discutere protagonisti nello scenario internazionale, quali il segretario della Lega araba Amre Moussa, il presidente dell’Unione europea Barroso, l’ambasciatrice Usa in Vaticano Mary Ann Glendon, il segretario di Stato vaticano monsignor Mamberti, il cardinal Tauran.
Lo sviluppo economico e sociale: il popolo del Meeting chiederà a personaggi di rilievo internazionale come l’economista americana Anne Krueger, l’economista francese Jacques Attali e a numerosissimi politici, giornalisti, imprenditori, operatori della vita economica e sociale italiana, se una rinnovata responsabilità e il metodo della sussidiarietà, coadiuvati da politiche adeguate, possono contribuire a superare una crisi, non solo congiunturale, acuita da moralismi giustizialisti e da una finanziarizzazione isterica nemica dello sviluppo. La scienza e la vita: scienziati di fama mondiale come Sylvie Menard, Charles Harper, Gino Segre, Peter Ward si chiederanno se un uomo divenuto legge a se stesso sta usando gli strumenti che hanno migliorato la sua vita materiale come un boomerang, tra eugenetica e global warming.
Di solito la riflessione finisce così, in un incontro pubblico: ma la presenza al Meeting del monaco buddista giapponese Habukawa, del professore ebreo Weiler, dello scrittore israeliano Aharon Appelfeld, mostrano come sono innanzitutto le religioni, quando sono vissute senza tradire i desideri più profondi, ad aprire alla ragione più profonda del protagonismo.
Come afferma Luigi Giussani, nel nuovo libro Uomini senza patria (Bur Rizzoli) che sarà presentato durante il Meeting: «La lotta di oggi - culturale - è fra due concezioni dell’uomo, fra l’uomo che appartiene a qualcosa di più grande oppure che appartiene a se stesso. L’uomo che appartiene a se stesso è una manciata di polvere in cui ogni grano è staccato dall’altro e perciò può essere utilizzabile facilmente dal potere».
L’appartenenza a Dio diventa presagio e domanda che questo Dio diventi compagno nella vita quotidiana, in una esperienza di novità, liberazione, bellezza - come mostra bene «Exempla», bellissima mostra sulla ripresa dei modelli classici nell’arte italiana medievale - e in un’esperienza di unità perduta, come quella tra i cristiani, richiamata al Meeting dalla presenza dei teologi anglicani Hauerwas e Milbank, dai monaci ortodossi Mescerinov e Polujanov, e dai cattolici Paolo Pezzi, arcivescovo di Mosca e il cardinal Bagnasco, presidente della CEI. Perché, come dice Julian Carrón nella prefazione a Uomini senza patria, «chi lascia entrare Cristo attraverso la crepa delle proprie ferite e del proprio bisogno umano, si riempie di stupore davanti a quanto accade» e diviene protagonista di tutta la realtà, chiunque lui sia.

Presidente Fondazione
per la Sussidiarietà





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vittadini

mercoledì, 18 giugno 2008

L'io in sei mosse
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"Ci vogliono io che non trasformino il desiderio in discorsi, parole, analisi, cortei, talk-show televisivi, convention aziendali, liturgie senza sacralità, canti senza bellezza. Ci vogliono io che lavorino, trasformino la realtà, accettino il sacrificio di piegarsi alla materia che hanno davanti, che diano uno scopo alla propria azienda affinchè sia per l'uomo"
G. Vittadini  "L'io in sei mosse"  


Grazie a:HombresNuevos
             Blogger: HombresNuevos

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persona, vittadini

domenica, 25 febbraio 2007

Non serve l’ideologia ma l’esperienza per imparare a vivere
Giorgio Vittadini è Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà

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Secondo l’Herald Tribune 300.000 giovani giapponesi su 1 milione vivono da soli senza altra relazione con il mondo, se non un lungo, quasi ininterrotto, collegamento ad internet. Per questo, in un recente evento di presentazione del libro Il rischio educativo di don Luigi Giussani, Ferruccio De Bortoli sosteneva che il problema più importante relativo alla questione educativa è quello prettamente esistenziale che consiste nel «ritrovare un senso al nostro essere parte di questo mondo».
Per questo Giancarlo Cesana ha affermato che la prima risposta al problema educativo consiste nell’esemplificazione di un rapporto adeguato con la realtà che permetta di vedere il vero, il bello e il buono contenuto in essa. La valenza educativa della proposta di don Giussani corrisponde in effetti a questa «emergenza esistenziale», come si può constatare dalle miriadi di persone che in tutto il mondo sono divenute adulte seguendola.
Tale proposta ha anche un grande valore teoretico, come è emerso in occasione di un convegno tenuto a Washington nel 2003 proprio su
Il rischio educativo. In quell’occasione Stanley Hauerwas (nel 2001 «miglior teologo d’America» secondo il Time Magazine) ha affermato: «Non sono solo interessato all’educazione, ma anche, in particolare, al tipo di suggestioni innovative proposte da don Giussani nel recuperare l’educazione come attività cristiana. Avrei molto da dire sul libro Il rischio educativo, ma, ahimé, mi trovo in tale sintonia con Giussani che mi sembra solo di poter dire: «Vorrei averlo detto io».
Hauerwas, sempre nell’occasione citata, ha sottolineato che il primo valore della proposta di don Giussani è di ordine metodologico in quanto supera quel pregiudizio, vigente anche in ambienti cattolici, secondo cui: «L’educazione può essere concepita come se non avesse a che fare con la “verità”, mentre non si può separare ciò che si conosce dal come si è arrivati a conoscerlo». Il teologo aggiunge inoltre che, intendendo l’educazione come «introduzione alla realtà totale» don Giussani va oltre la semplice ricomposizione della divisione presente nell’attuale contesto educativo, in cui gli studenti saltano da una materia all’altra senza essere aiutati a coglierne il significato. Per questo, nell’ambito delle manifestazioni connesse con l’appello per l’educazione proposto da numerosi intellettuali, uomini di cultura, imprenditori, accademici, la Fondazione per la Sussidiarietà ha promosso un seminario di studio su
Il rischio educativo a cui hanno aderito studiosi e giornalisti.
Il noto pedagogista dell’Università di Torino, Giorgio Chiosso - che introdurrà il seminario insieme al professor Onorato Grassi, presidente dell’Indire (Istituto nazionale di documentazione per l’innovazione e la ricerca educativa) - mostra come il senso profondo di tale definizione sia legato alla riscoperta del significato del termine «realtà»: l’affermazione del primato della realtà si svolge nella categoria di «avvenimento» con cui il mistero dell’essere si dona nel reale. Ogni manifestazione del reale si presenta come evento (dal latino e-venio) che interpella la nostra libertà provocandola ad aderire. La parola «realtà», scrive Giussani, sta alla parola «educazione» come la meta sta al cammino. Così la realtà determina integralmente il movimento educativo passo passo e ne è il compimento.
In questo contesto culturale ed esistenziale si realizza il «rischio educativo» di maestro e discepolo alla conquista di un senso della loro esistenza, secondo il triplice movimento di affronto leale della tradizione, affronto critico dei valori di questa tradizione e loro verifica esistenziale nel presente attraverso un paragone con le esperienze ed esigenze elementari di bellezza, giustizia, verità, che costituiscono il cuore oggettivo dell’uomo di ogni tempo e luogo. Da qui, come affermava in un suo intervento il professor Onorato Grassi, nasce la profonda laicità della proposta di don Giussani, contro ogni pregiudizio e impostazione ideologica che si opponga a priori ad una verifica personale ed esperienziale. Nella crisi dell’Italia di oggi, prima che economica e politica, di tipo ideale, la verifica di questa proposta può essere una chiave portante per una ripresa personale e collettiva

Postato da: giacabi a 18:01 | link | commenti
educazione, vittadini

lunedì, 02 ottobre 2006



Da: www.ilgiornale.it  del 28/09/2006
Un nesso ineludibile      

Giorgio Vittadini(*)

Con la lezione a Ratisbona il Papa ha voluto sottolineare
Innanzitutto una concezione di ragione
 come apertura ad ogni dimensione dell'umano. Un significativo
esempio di tale concezione è contenuto nell'omelia dello
stesso Pontefice del 10 settembre a Monaco dove ha affermato
che «esiste in alcuni l'idea che i progetti sociali siano da
promuovere con massima urgenza, mentre le cose che riguardano
Dio o addirittura la Fede cattolica siano cose
 piuttosto particolari e meno prioritarie». In tal modo Benedetto XVI
Ha affrontato il tema del dualismo tra impegno sociale e concezione
dell'uomo (e quindi, annuncio cristiano) giustificato,
non solo tra i laici, ma anche tra molti fedeli e cattolici,
dall'idea che sia sufficiente realizzare progetti utili, in modo
neutrale, senza troppa enfasi sulle ragioni per cui li si fa.
Sembra così di poter fare un Bene disinteressato, rispettando
le identità di ciascuno, senza inculcargli le proprie convinzioni.
Eppure tutto questo non tiene alla prova dei fatti.
Spesso chi è impegnato in un’attività sociale, anche se cristiano,
dopo un po’ si stanca del suo impegno di fronte all' immensità
dei bisogni, affrontati nell’illusione di risolverli.
Così,capita che cominci a pensare che «non serve la carità,
ci vuole la giustizia» identificando in una scelta politica il
contenuto della sua fede e del suo impegno. Eppure, anche
questo impegno politico alla lunga non tiene.
Così, mentre 40 anni fa, in un ottimismo tipico di quegli
anni, si pensava che bastasse uno sviluppo economico diffuso
e sistemi politici migliori perché ci fossero concordia e
pace, oggi si scopre che incrementi del PIL
possono convivere con sfruttamento e mancanza di diritti umani;
che ci possono essere estensioni delle democrazie
«all'occidentale» che portano al potere gruppi
terroristici e regimi populisti che, in nome della difesa del
popolo, lo opprimono. L'intervento del Papa supera
 questo dualismo perché, affermando il nesso inscindibile
tra intervento sociale e concezione dell'uomo, indica scopo
e metodo anche dell'azione sociale. Sapere che ogni uomo è
nesso inscindibile e personale con l'infinito, fatto a immagine
di Dio; scoprire nella propria esperienza come il cuore è costituito
da una esigenza ultima di verità, giustizia, bellezza
non relativizzabili; incontrare nella realtà ciò che corrisponde a
queste esigenze elementari; riconoscere nella vita quotidiana
la presenza di un Dio fatto uomo, che solo può appagare
il desiderio di felicità, mostra i limiti di ogni intervento
caritativo e ne esalta il merito. Nessun progetto sociale, nessuno
 sviluppo economico,nessuna realizzazione politica
può appagare questa sete di infinito che costituisce l'uomo.
Come ha detto lo stesso Pontefice a Ratisbona «Ciò che
rimane dei tentativi di costruire un'etica partendo dalle regole
dell’evoluzione o dalla psicologia e dalla sociologia,è
semplicemente insufficiente». Chi non parte da una concezione
ragionevole dell'uomo e pretende di essere neutrale finisce
per commettere le peggiori violenze sull'uomo perché
non ne rispetta la natura e uccide l'impegno sociale.
I cristiani che dividono la fede dalle opere, prima o poi,
uccidono anche le opere.

(*) Presidente Fondazione
per la Sussidiarietà



Postato da: giacabi a 16:59 | link | commenti
ragione, benedettoxvi, vittadini

domenica, 20 agosto 2006


Da: www.ilgiornale.it di oggi
Emergenza educazione
di Giorgio Vittadini
Giorgio Vittadini*
Il Meeting di Rimini 2006, intitolato «La ragione è esigenza di infinito e culmina nel sospiro e nel presentimento che questo infinito si manifesti», vedrà oggi, nell’incontro inaugurale, la presenza del presidente del Senato Franco Marini. Qual è il nesso tra una concezione di ragione come apertura all’Infinito e l’argomento di questo incontro? Innanzitutto va detto che questo convegno non rappresenta una deriva politica, ma, come tutto il Meeting, è parte di una storia e una cultura oggi, più che mai, chiare e profonde.
Il punto di partenza è la medesima preoccupazione testimoniata dal libro di don Giussani «Dall’utopia alla presenza» che sarà presentato sabato 26 agosto: perché un percorso esistenziale sia totalmente umano, occorre verificare cosa si desidera nelle radici più intime di se stessi e, nello stesso tempo, scoprire personalmente nella vita della comunità cristiana, la razionalità dell’avvenimento cristiano, ovvero della sua completa corrispondenza a queste esigenze umane. Un percorso razionale, di apertura alla conoscenza del reale, fino al suo significato, per una vera libertà che non è una aspirazione pietistica dell’età giovanile.
A cosa apre questa posizione umana e cristiana? Don Giussani disse ai Democratici Cristiani lombardi riuniti ad Assago nel 1987 che movimenti che rimangono nell’astrattezza sono preda dell’omologazione e del potere. In altre parole se la vita che riguarda tutti, cioè la famiglia, gli affetti, il lavoro, gli affari, la vita economica, sociale, politica, non fosse mossa dalla domanda del significato e dall’incontro con Cristo, la fede perderebbe il suo significato.
Chi ogni giorno mette a tema il suo rapporto con l’Infinito non vive nell’astrattezza ma, a un certo punto, inevitabilmente, quando si accorge di un bisogno, si muove per cercare di rispondervi. Ciò significa innanzitutto la scoperta della carità come «dono di sé commosso» verso chi si ha intorno nella comunità cristiana e ovunque, che porta a farsi carico del suo destino, fin nei suoi bisogni più materiali.
Da questa concezione della persona come unica e irripetibile in quanto nesso diretto con l’Infinito e da questo tentativo di carità quotidiana, sono nate opere intese come risposte organiche al bisogno di tutti, in diversi aspetti dell’agire umano: culturale (il Meeting), caritativo (il Banco Alimentare), di aiuto al lavoro (i Centri di Solidarietà), imprenditoriale. Opere dove il desiderio di vivere la fede crea forme di vita nuova per l’uomo, come disse Giovanni Paolo II al Meeting del 1982. La nascita delle opere è qualcosa di inevitabile in un’esperienza cristiana che si collega alla storia della Chiesa, anche moderna (vedi Opera dei congressi), alla Dottrina sociale della Chiesa e all’operosità italiana che ha dato frutto a una miriade di piccole e medie imprese, ancor oggi alla base del nostro sviluppo.
Le opere sono il punto in cui si coltiva l’espressione del cuore, perché non ci si educa semplicemente con discorsi o editoriali sui giornali, ma implicandosi nella realtà e avendo a cuore il nesso tra la propria esperienza e l’ideale che si vive.
Ma chi «si muove», non può fare senza giudicare. È inevitabile, quando si agisce, paragonare tutto con le proprie esigenze ultime, alla ricerca della verità nelle cose quotidiane.
Da qui è nato un giudizio sulla società, sintetizzato da due aspetti fondamentali. Il primo è la centralità dell’educazione che ha generato l’Appello per l’educazione, lanciato nel novembre 2005 e sottoscritto da molti intellettuali, personalità del mondo accademico ed economico e da migliaia di cittadini. L’Appello sostiene che la grande emergenza da cui è attraversata l’Italia è l’educazione.
Senza educazione a una responsabilità che nasca, nella vita quotidiana, dal paragone con i criteri ideali che sono alla radice del nostro Paese (cristiano, socialista, liberale, religioso), non c’è possibilità di vero sviluppo e di vera solidarietà. Senza un’educazione al desiderio di verità, di giustizia, di bellezza nell’agire umano, anche l’istruzione, la ripresa economica o la solidarietà sono vuoti perché ne manca il soggetto.
Il secondo aspetto è sintetizzato dallo slogan «più società, meno Stato». Si tratta del principio di sussidiarietà, cardine della Dottrina sociale della Chiesa, che anche con il nostro impegno è entrato nella Costituzione. Esso esprime il desiderio che ogni tentativo di costruzione che nasce “dal basso” possa esistere, che la politica sia tesa a valorizzare l’apporto di ognuno, da cui nasce il benessere di tutti.
Non è la politica che salva l’uomo: essa deve essere a servizio delle opere che nascono dal desiderio dell’uomo, dalla libera iniziativa di persone e corpi intermedi, di realtà sociali al servizio del bene comune.
Sussidiarietà significa: investimenti in capitale umano che favoriscano la qualità ad ogni livello, vale a dire i «capaci e meritevoli ancorché privi di mezzi»; una welfare society in cui la libertà di scelta dei singoli e dei gruppi sia accompagnata anche da una maggiore solidarietà;
uno sviluppo basato su imprese veramente competitive, piccole o grandi che siano; liberalizzazioni fatte per favorire la libertà e non per generare oligopoli.
Di educazione e sussidiarietà
si vorrebbe parlare con il Presidente Marini che ha mostrato, nei suoi primi interventi pubblici, sensibilità e interesse verso questi due temi. È il
modo per non lasciare nel privato l’uomo nelle sue esigenze ultime e umilmente tentare di vivere la liberazione cristiana in tutti gli aspetti della vita sociale.
*Presidente Fondazione
per la Sussidiarietà



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educazione, vittadini