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sabato 25 aprile 2026

La falsificazione dell’umano

  13 marzo 2013 mi trovavo a Ratisbona per lavoro e, mentre attraversavo la piazza deserta della Cattedrale sotto una leggera nevicata, hanno improvvisamente risuonato le campane, segno che il Conclave si era concluso ed era stato eletto il successore di Benedetto XVI

Durante l’incontro con i lettori, la mia agente si era informata e mi aveva sillabato da lontano un nome per me misterioso. Bergoglio. Allora il Papa venuto dall’altra parte del mondo era praticamente sconosciuto ai più.
Personalmente, ho avuto due occasioni di incontrarlo, la prima subito dopo la sua elezione in piazza San Pietro e la seconda nel 2022 in un’udienza privata. In quell’occasione gli ho raccontato che, nel mio libro più famoso, era stato proprio un gesuita a stravolgere i luoghi comuni sulla fede della protagonista, indirizzandola a una ricerca interiore priva di conformismi limitanti.
L’enciclica
Ho ripensato a questo incontro quando, l’autunno scorso, ho letto la sua enciclica Dilexit nos che credo si possa considerare il suo testamento spirituale. Sono rimasta colpita già allora dal silenzio mediatico che l’ha accolta, diversamente dalle popolarissime, almeno nelle citazioni, Laudato si’ e Fratelli tutti. Avevo pensato allora — e lo penso ancor di più oggi — che questo pontefice così generosamente mediatico sia stato in fondo un Papa «à la carte». Esaltato e applaudito ogni qual volta diceva cose interpretabili secondo lo spirito del tempo, silenziato, se non redarguito, quando toccava gli argomenti tabù della società attuale. 
Fu disapprovato infatti quando con vigore ribadì che l’aborto era un omicidio o quando affermò che la colonizzazione dell’ideologia gender portava molta confusione nel mondo, confondendo così la sua umana accoglienza alle persone diverse con l’approvazione di un progetto di sovversione dell’ordine naturale del Creato. 
Nella sua autobiografia Spera scrive infatti che i «peccati sessuali sono quelli che per alcuni fanno più scalpore. Ma non sono affatto i più gravi. Sono peccati umani, di carne. I più gravi, al contrario, sono quelli che hanno più “angelicità”: la superbia, la menzogna, l’odio, la truffa e la sopraffazione. Anche Satana, scrive San Paolo nella lettera ai Corinzi, si maschera da angelo di luce». 

In questi mesi ho riletto l’enciclica, chiedendomi per quale ragione fosse rimasta in ombra. Per mia esperienza personale, so bene che parlare del cuore, nel mondo delle sfavillanti intelligenze laiche, è ragione di scherno e di emarginazione perché, come scrive Francesco, «la svalutazione del centro intimo dell’uomo — il cuore — viene da più lontano: la troviamo già nel razionalismo greco e precristiano, nell’idealismo post cristiano e nel materialismo nelle sue varie forme (...) Sembrerebbe che la realtà più intima sia anche la più lontana per la nostra conoscenza».
Leggendo Dilexit nos ritroviamo quel tono intimamente colloquiale che è stato il segno del suo pontificato: profonde citazioni teologiche si fondono con affettuosi ricordi personali, come quello della nonna che, per Carnevale, faceva le frittelle ricordandogli che le chiamavano «bugie» perché sembravano grandi ma non avevano niente dentro.
Non è forse questa la dimensione della nostra società contemporanea? La falsificazione dell’umano? Una società che dà solo risposte, e le dà con protervia, è una società che nega la dimensione più profonda della vita, impedendo di far emergere, come ricorda papa Francesco «le domande che contano. Chi sono veramente, che cosa cerco, che senso voglio che abbia la mia vita, per quale scopo sono in questo mondo? Tutte domande che portano al cuore». Il modello dell’uomo moderno citato nell’enciclica è quello di Stavrogin, il protagonista dei Demoni che, come scrive Romano Guardini nel suo saggio su Dostoevskij, «ha la caratteristica di non avere cuore».
Relazione
La solitudine attuale, la disperazione ormai fuori controllo delle nuove generazioni, la sempre più estesa necessità di ricorrere a droghe e psicofarmaci per affrontare la quotidianità è proprio frutto della perdita di questa capacità di dialogare con sé stessi, di riuscire a conoscersi per poter conoscere gli altri.
Se l’uomo non è relazione, che cos’è? È disperazione e autodistruzione. Disperazione e autodistruzione su cui i blandi moralismi che vengono sventolati dai media hanno al massimo l’effetto di un panno caldo. È della consolazione che l’uomo ha bisogno, è dell’ascolto, dell’assenza di giudizio, dell’accettazione della propria fragilità, della possibilità di piangere sapendo che qualcuno accoglierà le sue lacrime perché solo queste lacrime possono trasformarsi in un’acqua vivificante.
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro». Questa citazione del Vangelo, ricorda Francesco, è forse la più importante per questo tempo dominato dalla competizione, dal cinismo e dall’indifferenza. Non ci aspettiamo più niente da nessuno, se non delusioni e malvagità, e dunque com’è confortante sapere che c’è Qualcuno che «fino alla fine dei tempi» ci aspetta per accoglierci, rinnovarci e farci rinascere.
La straordinaria commozione che ha suscitato questa scomparsa dopo tre giorni di grande intensità spirituale è segno di una crepa che si è aperta nel mondo apparentemente refrattario a qualsiasi discorso che esuli dalla materialità. La grande generosità di sé che il Papa ha manifestato nei giorni del triduo pasquale è stata il sigillo del suo pontificato sempre accompagnato dalle parole di Sant’Ignazio di Antiochia: «È meglio essere cristiani senza dirlo, piuttosto che dirlo senza esserlo». Una citazione che Francesco amava molto, aggiungendo che «alla fine dei nostri giorni, non ci verrà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili».
Secondo le leggi del mondo, dopo la sua grave malattia avrebbe dovuto fare una vita molto ritirata ma la devozione al Sacro Cuore non ammette deroghe di sopravvivenza perché il dono di sé è la dimensione in cui si realizza.
Personalmente, sono sempre molto turbata quando, durante un funerale, sento dire da un sacerdote frasi di una banalità avvilente. 
La commozione e il dolore del distacco rendono il cuore delle persone momentaneamente aperto e non approfittare di questo spiraglio è un’imperdonabile disattenzione. Sono convinta infatti che ci sia un numero molto alto di persone inconsapevolmente cristiane che non aspettano altro che sentire parlare di un’altra dimensione dell’esistere.
Il Cristianesimo infatti, prima di ogni altra cosa, è un modo diverso di vivere. Cristo ha sconfitto la morte perché è l’Eterno che irrompe nel tempo, e irrompe non con il dominio, ma con la costante umiltà dell’amore.
Manipolazioni
«L’algoritmo all’opera nel mondo digitale — scrive Francesco — dimostra che i nostri pensieri e le decisioni della nostra volontà sono molto più facilmente prevedibili e manipolabili di quanto potremmo pensare. Non così il cuore». È a questo Cuore non manipolabile che abbiamo bisogno di tornare e, per farlo, dobbiamo metterci in ascolto della voce dello Spirito perché, come ci ricorda ancora papa Francesco, «il Cuore di Cristo, il centro del suo Essere, è una fornace ardente di amore divino e umano, ed è la massima pienezza che noi possiamo raggiungere. È lì, in quel Cuore, che finalmente riconosciamo noi stessi e impariamo ad amare»«Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino?» si dicono infatti i discepoli di Emmaus dopo aver percorso un lungo tratto con il Risorto senza averlo riconosciuto. Non c’è forse in tutti noi, in fondo, la nostalgia di quell’Incontro?

SUSANNA TAMARO 

https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://www.corriere.it/cronache/25_aprile_24/il-tornare-al-cuore-di-papa-francesco-la-lezione-che-lascia-in-tempi-di-solitudine-c760e10f-20a5-497a-b18e-3692548e3xlk.shtml&ved=2ahUKEwjCq9XDjcWNAxX_8LsIHX3MHUIQFnoECBsQAQ&usg=AOvVaw0_rQEG8QyVdbbQKfHNwtQl

giovedì 30 novembre 2023

Evangelizzare

 Non serve dunque contrapporre all’oggi visioni alternative provenienti dal passato. Nemmeno basta ribadire semplicemente delle convinzioni religiose acquisite che, per quanto vere, diventano astratte col passare del tempo. Una verità non diventa più credibile perché si alza la voce nel dirla, ma perché viene testimoniata con la vita.

Lo zelo apostolico non è mai semplice ripetizione di uno stile acquisito, ma testimonianza che il Vangelo è vivo oggi qui per noi. Coscienti di questo, guardiamo dunque alla nostra epoca e alla nostra cultura come a un dono. Esse sono nostre ed evangelizzarle non significa giudicarle da lontano, nemmeno stare su un balcone a gridare il nome di Gesù, ma scendere per strada, andare nei luoghi dove si vive, frequentare gli spazi dove si soffre, si lavora, si studia e si riflette, abitare i crocevia in cui gli esseri umani condividono ciò che ha senso per la loro vita. Significa essere, come Chiesa, «fermento di dialogo, di incontro, di unità. Del resto, le nostre stesse formulazioni di fede sono frutto di un dialogo e di un incontro tra culture, comunità e istanze differenti. Non dobbiamo aver paura del dialogo: anzi è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia»

Papa Francesco  29/11/23

mercoledì 9 agosto 2023

"Vi chiedo di amare di più gli studenti 'difficil

 "Vi chiedo di amare di più gli studenti 'difficili', quelli che non vogliono studiare, quelli che si trovano in condizioni di disagio, i disabili e gli stranieri, che oggi sono una grande sfida per la scuola. E ce ne sono di quelli che fanno perdere la pazienza. 

Gesù direbbe: se amate solo quelli che studiano, che sono ben educati, che merito avete? Qualsiasi insegnante si trova bene con questi studenti. 

In una società che fatica a trovare punti di riferimento - avverte Bergoglio - è necessario che i giovani trovino nella scuola un riferimento positivo. Essa può esserlo o diventarlo se al suo interno ci sono insegnanti capaci di dare un senso alla scuola, allo studio e alla cultura, senza ridurre tutto alla sola trasmissione di conoscenze tecniche, ma puntando a costruire una relazione educativa con ciascuno studente, che deve sentirsi accolto ed amato per quello che è, con tutti i suoi limiti e le sue potenzialità. 

Per trasmettere contenuti è sufficiente un computer, per capire come si ama, quali sono i valori, e quali le abitudini che creano armonia nella società ci vuole un buon insegnante”.

domenica 2 aprile 2023

QUANDO MI SENTO TRADITO O QUANDO HO TRADITO


 QUANDO MI SENTO

TRADITO O QUANDO HO TRADITO

"Oh mio Dio, Dio mio, perché mi hai

abbandonato? ll verbo "abbandonare"

nella Bibbia è forte;, appare nei momenti di

estremo dolore: negli amori falliti, negati e

traditi; nei figli respinti e abortiti, nelle

situazioni di ripudio, vedova e orfano; nei

matrimoni esausti, nelle esclusioni che

privano di legami sociali, nelloppressione

dellingiustizia e della solitudine della

malattia. Comunque, nelle ferite più

drammatiche delle relazioni. Cristo portò

tutto questo alla croce, prendendo su di

sé il peccato del mondo. E nel momento

culminante, il Figlio unigenito e amato ha

vissuto la situazione che gli era più

estranea: la lontananza da Dio.

Ma possiamo chiederci perché è arrivato

a questo punto? La risposta è solo una:

per noi. Fratelli e sorelle, tutto questo non

è uno spettacolo. Ognuno, ascoltando

l'abbandono di Gesù, ognuno di noi si

dica: per me. Questo abbandono è il

prezzo che ha pagato per me. Si è fatto

solidale con ognuno di noi fino

all'estremo, per stare con noi fino alle

ultime conseguenze. Perché nessuno di

noi potesse considerarsi solo e

insormontabile. Ha sperimentato

I'abbandono per non lasciarci ostaggi

della desolazione e stare al nostro fianco

per sempre. Fratello, sorella, I'ha fatto per

te, per me, affinché quando tu, io o

chiunque altro si vedrà tra la spada e il

muro, perso in un vicolo cieco, immerso

nell'abisso dell'abbandono, assorbito dal

vortice del "perché", possa sperare. Non è

la fine, perché Gesù è stato li ed è con te

ora. Lui, il Padre e lo Spirito hanno sofferto

per ľallontanamento dall'abbandono per

accogliere nel loro amore tutte le nostre

distanze. Affinché ognuno di noi possa

dire: nelle mie cadute - ognuno di noi è

caduto così tante volte-, nella mia

desolazione, quando mi sento tradito o ho

tradito qualcuno, quando mi sento

scartato o ho escluso qualcuno, quando

mi sento abbandonato o abbandonato

altri, pensiamo che è stato abbandonato

tradito, scartato Ed è li che abbiamo

trovato Lui. Quando mi sento sbagliato e

perso, quando non ne posso più, Lui è con

me. Nei miei tanti "perché" senza risposta

Tu sei con me

Il Signore ci salva così, dall'interno dei

nostri "perché". Da li dispiega la speranza

che non delude. Sulla croce, infatti, anche

se si sente completamente abbandonato

non cede alla disperazione - questo è il

limite - ma prega e si affida. Grida il suo

"perché" con le parole di un salmo (22,2) e

si consegna nelle mani del Padre, anche

se lo sente lontano (cfr. Lc 23,46), o non

senti perché è abbandonato

Nell'abbandono si arrende. Non solo, ma

nell'abbandono continua ad amare i suoi

che lo avevano lasciato solo e perdona

quelli che lo crocifiggono (v. 34). È così

che labisso del nostro male sprofonda in

un amore più grande, cosicché tutta la

nostra separazione si trasforma in

comunione. 

PAPA FRANCESCO:

(Omelia 2 aprile 2023)

lunedì 26 dicembre 2022

NATALE 2022 PAPA FRANCESCO

 

 OMELIA DEL NATALE 2022

 DI PAPA FRANCESCO

(2022-12-24)

  "Questa notte, che cosa dice ancora alle nostre vite? Dopo due millenni dalla nascita di Gesù, dopo molti Natali festeggiati tra addobbi e regali, dopo tanto consumismo che ha avvolto il mistero che celebriamo, c’è un rischio: sappiamo tante cose sul Natale, ma ne scordiamo il significato. E allora, come ritrovare il senso del Natale? E soprattutto, dove andare a cercarlo? Il Vangelo della nascita di Gesù sembra scritto proprio per questo: per prenderci per mano e riportarci lì dove Dio vuole. Seguiamo il Vangelo.

Inizia infatti con una situazione simile alla nostra: tutti sono presi e indaffarati per un importante evento da celebrare, il grande censimento, che richiedeva molti preparativi. In tal senso, il clima di allora era simile a quello che ci avvolge oggi a Natale. Ma da quello scenario mondano il racconto del Vangelo prende le distanze: “stacca” presto l’immagine per andare a inquadrare un’altra realtà, su cui insiste. Si sofferma su un piccolo oggetto, apparentemente insignificante, che menziona per ben tre volte e sul quale i protagonisti del racconto convergono: dapprima Maria, che pone Gesù «in una mangiatoia» (Lc 2,7); poi gli angeli, che annunciano ai pastori «un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (v. 12); quindi i pastori, che trovano «il bambino, adagiato nella mangiatoia» (v. 16). La mangiatoia: per ritrovare il senso del Natale bisogna guardare lì. Ma perché la mangiatoia è così importante? Perché è il segno, non casuale, con cui Cristo entra nella scena del mondo. È il manifesto con cui si presenta, il modo in cui Dio nasce nella storia per far rinascere la storia. Che cosa ci vuole dire dunque attraverso la mangiatoia? Ci vuole dire almeno tre cose: vicinanza, povertà e concretezza.

1. Vicinanza. La mangiatoia serve a portare il cibo vicino alla bocca e a consumarlo più in fretta. Essa può così simboleggiare un aspetto dell’umanità: la voracità nel consumare. Perché, mentre gli animali nella stalla consumano cibo, gli uomini nel mondo, affamati di potere e di denaro, consumano pure i loro vicini, i loro fratelli. Quante guerre! E in quanti luoghi, ancora oggi, la dignità e la libertà vengono calpestate! E sempre le principali vittime della voracità umana sono i fragili, i deboli. Anche in questo Natale un’umanità insaziabile di soldi, insaziabile di potere e insaziabile di piacere non fa posto, come fu per Gesù (cfr v. 7), ai più piccoli, a tanti nascituri, poveri, dimenticati. Penso soprattutto ai bambini divorati da guerre, povertà e ingiustizia. Ma Gesù viene proprio lì, bambino nella mangiatoia dello scarto e del rifiuto. In Lui, bambino di Betlemme, c’è ogni bambino. E c’è l’invito a guardare la vita, la politica e la storia con gli occhi dei bambini.

Nella mangiatoia del rifiuto e della scomodità, Dio si accomoda: viene lì, perché lì c’è il problema dell’umanità, l’indifferenza generata dalla fretta vorace di possedere e consumare. Cristo nasce lì e in quella mangiatoia lo scopriamo vicino. Viene dove si divora il cibo per farsi nostro cibo. Dio non è un padre che divora i suoi figli, ma il Padre che in Gesù ci fa suoi figli e ci nutre di tenerezza. Viene a toccarci il cuore e a dirci che l’unica forza che muta il corso della storia è l’amore. Non resta distante, non resta potente, ma si fa prossimo e umile; Lui, che sedeva in cielo, si lascia adagiare in una mangiatoia.

Fratello, sorella, Dio stanotte si fa vicino a te perché gli importa di te. Dalla mangiatoia, come cibo per la tua vita, ti dice: “Se ti senti consumato dagli eventi, se il tuo senso di colpa e la tua inadeguatezza ti divorano, se hai fame di giustizia, io, Dio, sono con te. So quello che tu vivi, l’ho provato in quella mangiatoia. Conosco le tue miserie e la tua storia. Sono nato per dirti che ti sono e ti sarò sempre vicino”. La mangiatoia del Natale, primo messaggio di un Dio infante, ci dice che Lui è con noi, ci ama, ci cerca. Coraggio, non lasciarti vincere dalla paura, dalla rassegnazione, dallo sconforto. Dio nasce in una mangiatoia per farti rinascere proprio lì, dove pensavi di aver toccato il fondo. Non c’è male, non c’è peccato da cui Gesù non voglia e non possa salvarti. Natale vuol dire che Dio è vicino: rinasca la fiducia!

2. La mangiatoia di Betlemme, oltre che di vicinanza, ci parla anche di povertà. Attorno a una mangiatoia, infatti, non c’è molto: sterpaglie e qualche animale e poco altro. Le persone stavano al caldo negli alberghi, non nella fredda stalla di un alloggio. Ma Gesù nasce lì e la mangiatoia ci ricorda che non ha avuto altro intorno, se non chi gli ha voluto bene: Maria, Giuseppe e dei pastori; tutta gente povera, accomunata da affetto e stupore, non da ricchezze e grandi possibilità. La povera mangiatoia fa dunque emergere le vere ricchezze della vita: non il denaro e il potere, ma le relazioni e le persone.

E la prima persona, la prima ricchezza, è proprio Gesù. Ma noi vogliamo stare al suo fianco? Ci avviciniamo a Lui, amiamo la sua povertà? O preferiamo rimanere comodi nei nostri interessi? Soprattutto, lo visitiamo dove Lui si trova, cioè nelle povere mangiatoie del nostro mondo? Lì Egli è presente. E noi siamo chiamati a essere una Chiesa che adora Gesù povero e serve Gesù nei poveri. Come disse un vescovo santo: «La Chiesa appoggia e benedice gli sforzi per trasformare le strutture di ingiustizia e mette soltanto una condizione: che le trasformazioni sociali, economiche e politiche ridondino in autentico beneficio per i poveri» (O.A. Romero, Messaggio pastorale per il nuovo anno, 1° gennaio 1980). Certo, non è facile lasciare il caldo tepore della mondanità per abbracciare la bellezza spoglia della grotta di Betlemme, ma ricordiamo che non è veramente Natale senza i poveri. Senza di loro si festeggia il Natale, ma non quello di Gesù. Fratelli, sorelle, a Natale Dio è povero: rinasca la carità!

3. Arriviamo così all’ultimo punto: la mangiatoia ci parla di concretezza. Infatti, un bimbo in una mangiatoia rappresenta una scena che colpisce, persino cruda. Ci ricorda che Dio si è fatto davvero carne. E allora su di Lui non bastano più le teorie, i bei pensieri e i pii sentimenti. Gesù, che nasce povero, vivrà povero e morirà povero, non ha fatto tanti discorsi sulla povertà, ma l’ha vissuta fino in fondo per noi. Dalla mangiatoia alla croce, il suo amore per noi è stato tangibile, concreto: dalla nascita alla morte il figlio del falegname ha abbracciato le ruvidità del legno, le asperità della nostra esistenza. Non ci ha amato a parole, non ci ha amato per scherzo!

E dunque, non si accontenta di apparenze. Non vuole solo buoni propositi, Lui che si è fatto carne. Lui che è nato nella mangiatoia, cerca una fede concreta, fatta di adorazione e carità, non di chiacchiere ed esteriorità. Lui, che si mette a nudo nella mangiatoia e si metterà a nudo sulla croce, ci chiede verità, di andare alla nuda realtà delle cose, di deporre ai piedi della mangiatoia scuse, giustificazioni e ipocrisie. Lui, che è stato teneramente avvolto in fasce da Maria, vuole che ci rivestiamo di amore. Dio non vuole apparenza, ma concretezza. Non lasciamo passare questo Natale, fratelli e sorelle, senza fare qualcosa di buono. Visto che è la sua festa, il suo compleanno, facciamogli regali a Lui graditi! A Natale Dio è concreto: nel suo nome facciamo rinascere un po’ di speranza in chi l’ha smarrita!

Gesù, guardiamo a Te, adagiato nella mangiatoia. Ti vediamo così vicino, vicino a noi per sempre: grazie, Signore. Ti vediamo povero, a insegnarci che la vera ricchezza non sta nelle cose, ma nelle persone, soprattutto nei poveri: scusaci, se non ti abbiamo riconosciuto e servito in loro. Ti vediamo concreto, perché concreto è il tuo amore per noi: Gesù, aiutaci a dare carne e vita alla nostra fede. Amen.(24/12/2022-ITL/ITNET)

venerdì 17 dicembre 2021

il corrotto

 il corrotto 

***

 il corrotto ha sempre la faccia di chi dice: <<Non sono stato io!». Quella che mia nonna chiamava <<faccia da santarellino>>. Il corrotto è quello che s'indigna perché gli rubano il portafoglio e si lamenta per la scarsità di sicurezza che c'è nelle strade, ma poi truffa lo Stato evadendo le tasse, e magari licenzia i suoi impiegati ogni tre mesi per evitare di assumerli a tempo indeterminato oppure sfrutta il lavoro in nero. E poi si vanta pure con gli amici per queste sue furbizie. È quello che magari va a messa ogni domenica, ma non si fa alcun problema nello sfruttare la sua posizione di potere pretendendo il pagmento di tangenti. La corruzione  fa perdere il pudore che custodisce la verità, la bontà, la bellezza. Il corrotto spesso non si accorge del suo stato, proprio come chi ha l'alito pesante e non se ne rende conto. --

Papa Francesco  Guarire dalla corruzione

domenica 28 febbraio 2021

Vieni fuori!”; vieni fuori dall’ingorgo della tristezza senza speranza;

 VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE FRANCESCO A CARPI E MIRANDOLA

SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE

Piazza Martiri (Carpi)
V Domenica di Quaresima, 2 aprile 2017

[Multimedia]


 

Le Letture di oggi ci parlano del Dio della vita, che vince la morte. Soffermiamoci, in particolare, sull’ultimo dei segni miracolosi che Gesù compie prima della sua Pasqua, al sepolcro del suo amico Lazzaro.

 tutto sembra finito: la tomba è chiusa da una grande pietra; intorno, solo pianto e desolazione. Anche Gesù è scosso dal mistero drammatico della perdita di una persona cara: «Si commosse profondamente» e fu «molto turbato» (Gv 11,33). Poi «scoppiò in pianto» (v. 35) e si recò al sepolcro, dice il Vangelo, «ancora una volta commosso profondamente» (v. 38). È questo il cuore di Dio: lontano dal male ma vicino a chi soffre; non fa scomparire il male magicamente, ma con-patisce la sofferenza, la fa propria e la trasforma abitandola.

Notiamo però che, in mezzo alla desolazione generale per la morte di Lazzaro, Gesù non si lascia trasportare dallo sconforto. Pur soffrendo Egli stesso, chiede che si creda fermamente; non si rinchiude nel pianto, ma, commosso, si mette in cammino verso il sepolcro. Non si fa catturare dall’ambiente emotivo rassegnato che lo circonda, ma prega con fiducia e dice: «Padre, ti rendo grazie» (v. 41). Così, nel mistero della sofferenza, di fronte al quale il pensiero e il progresso si infrangono come mosche sul vetro, Gesù ci offre l’esempio di come comportarci: non fugge la sofferenza, che appartiene a questa vita, ma non si fa imprigionare dal pessimismo.

Attorno a quel sepolcro, avviene così un grande incontro-scontroDa una parte c’è la grande delusione, la precarietà della nostra vita mortale che, attraversata dall’angoscia per la morte, sperimenta spesso la disfatta, un’oscurità interiore che pare insormontabile. La nostra anima, creata per la vita, soffre sentendo che la sua sete di eterno bene è oppressa da un male antico e oscuro. Da una parte c’è questa disfatta del sepolcro. Ma dall’altra parte c’è la speranza che vince la morte e il male e che ha un nome: la speranza si chiama Gesù. Egli non porta un po’ di benessere o qualche rimedio per allungare la vita, ma proclama: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» (v. 25). Per questo decisamente dice: «Togliete la pietra!» (v. 39) e a Lazzaro grida a gran voce: «Vieni fuori!» (v. 43).

Cari fratelli e sorelle, anche noi siamo invitati a decidere da che parte stare. Si può stare dalla parte del sepolcro oppure dalla parte di Gesù. C’è chi si lascia chiudere nella tristezza e chi si apre alla speranza. C’è chi resta intrappolato nelle macerie della vita e chi, come voi, con l’aiuto di Dio solleva le macerie e ricostruisce con paziente speranza.

Di fronte ai grandi “perché” della vita abbiamo due vie: stare a guardare malinconicamente i sepolcri di ieri e di oggi, o far avvicinare Gesù ai nostri sepolcri. Sì, perché ciascuno di noi ha già un piccolo sepolcro, qualche zona un po’ morta dentro il cuore: una ferita, un torto subìto o fatto, un rancore che non dà tregua, un rimorso che torna e ritorna, un peccato che non si riesce a superare. Individuiamo oggi questi nostri piccoli sepolcri che abbiamo dentro e  invitiamo Gesù. È strano, ma spesso preferiamo stare da soli nelle grotte oscure che abbiamo dentro, anziché invitarvi Gesù; siamo tentati di cercare sempre noi stessi, rimuginando e sprofondando nell’angoscia, leccandoci le piaghe, anziché andare da Lui, che dice: «Venite a me, voi che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). Non lasciamoci imprigionare dalla tentazione di rimanere soli e sfiduciati a piangerci addosso per quello che ci succede; non cediamo alla logica inutile e inconcludente della paura, al ripetere rassegnato che va tutto male e niente è più come una volta. Questa è l’atmosfera del sepolcro; il Signore desidera invece aprire la via della vita, quella dell’incontro con Lui, della fiducia in Lui, della risurrezione del cuore, la via dell’“Alzati! Alzati, vieni fuori!”. E’ questo che ci chiede il Signore, e Lui è accanto a noi per farlo.

Sentiamo allora rivolte a ciascuno di noi le parole di Gesù a Lazzaro: “Vieni fuori!”; vieni fuori dall’ingorgo della tristezza senza speranza; sciogli le bende della paura che ostacolano il cammino; ai lacci delle debolezze e delle inquietudini che ti bloccano, ripeti che Dio scioglie i nodi. Seguendo Gesù impariamo a non annodare le nostre vite attorno ai problemi che si aggrovigliano: sempre ci saranno problemi, sempre, e quando ne risolviamo uno, puntualmente ne arriva un altro. Possiamo però trovare una nuova stabilità, e questa stabilità è proprio Gesù, questa stabilità si chiama Gesù, che è la risurrezione e la vita: con lui la gioia abita il cuore, la speranza rinasce, il dolore si trasforma in pace, il timore in fiducia, la prova in offerta d’amore. E anche se i pesi non mancheranno, ci sarà sempre la sua mano che risolleva, la sua Parola che incoraggia e dice a tutti noi, a ognuno di noi: “Vieni fuori! Vieni a me!”. Dice a tutti noi: “Non abbiate paura”.

Anche a noi, oggi come allora, Gesù dice: “Togliete la pietra!”. Per quanto pesante sia il passato, grande il peccato, forte la vergogna, non sbarriamo mai l’ingresso al Signore. Togliamo davanti a Lui quella pietra che Gli impedisce di entrare: è questo il tempo favorevole per rimuovere il nostro peccato, il nostro attaccamento alle vanità mondane, l’orgoglio che ci blocca l’anima, tante inimicizie tra noi, nelle famiglie,… Questo è il momento favorevole per rimuovere tutte queste cose.

Visitati e liberati da Gesù, chiediamo la grazia di essere testimoni di vita in questo mondo che ne è assetato, testimoni che suscitano e risuscitano la speranza di Dio nei cuori affaticati e appesantiti dalla tristezza. Il nostro annuncio è la gioia del Signore vivente, che ancora oggi dice, come a Ezechiele: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio» (Ez 37,12).

 

lunedì 4 maggio 2020

Senza testimonianza e preghiera non si può fare predicazione apostolica

CELEBRAZIONE MATTUTINA TRASMESSA IN DIRETTA
DALLA CAPPELLA DI CASA SANTA MARTA
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
"Senza testimonianza e preghiera non si può fare predicazione apostolica"
Giovedì, 30 aprile 2020


Introduzione
Preghiamo oggi per i defunti, coloro che sono morti per la pandemia; e anche in modo speciale per i defunti – diciamo così – anonimi: abbiamo visto le fotografie delle fosse comuni. Tanti…
Omelia
«Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre» (Gv 6,44). Gesù ricorda che anche i profeti avevano preannunciato questo: «E tutti saranno istruiti da Dio» (Gv 6,45). È Dio che attira alla conoscenza del Figlio. Senza questo, non si può conoscere Gesù. Sì, si può studiare, anche studiare la Bibbia, anche conoscere come è nato, cosa ha fatto, questo sì. Ma conoscerlo da dentro, conoscere il mistero di Cristo è soltanto per coloro che sono attirati dal Padre a questo.
Questo è quello che è successo a questo ministro dell’economia della regina d’Etiopia. Si vede che era un uomo pio e che si è preso il tempo, in mezzo a tanti suoi affari, per andare ad adorare Dio. Un credente. E tornava in patria leggendo il profeta Isaia (cfr At 8,27-28). Il Signore prende Filippo, lo invia in quel posto e poi gli dice: «Va’ avanti e accòstati a quel carro» (v. 8,29). E sente il ministro che sta leggendo Isaia. Si avvicina e gli fa una domanda: “Capisci?” – «E come potrei capire, se nessuno mi guida?» (v. 31), e fa la domanda: “Di chi dice questo, il profeta?... Ti prego, sali in carrozza”. E durante il viaggio – non so quanto tempo, penso almeno un paio di ore – Filippo spiegò, spiegò Gesù (cfr vv. 26-35).
Quella inquietudine che aveva questo signore nella lettura del profeta Isaia era proprio del Padre, che attirava verso Gesù (cfr Gv 6,44): lo aveva preparato, lo aveva portato dall’Etiopia a Gerusalemme per adorare Dio e poi, con questa lettura, aveva preparato il cuore per rivelare Gesù. Al punto che appena vide l’acqua disse: “Posso essere battezzato?” (cfr v. 36). E lui credette.
E questo - che nessuno può conoscere Gesù senza che il Padre lo attiri (cfr v. 44) - questo è valido per il nostro apostolato, per la nostra missione apostolica come cristiani. Penso anche alle missioni. “Cosa vai a fare nelle missioni?” – “Io, a convertire la gente” – “Ma fermati, tu non convertirai nessuno! Sarà il Padre ad attirare quei cuori per riconoscere Gesù”. Andare in missione è dare testimonianza della propria fede; senza testimonianza non farai nulla. Andare in missione – e sono bravi i missionari! – non significa fare strutture grandi, cose…, e fermarsi così. No, le strutture devono essere testimonianze. Tu puoi fare una struttura ospedaliera, educativa di grande perfezione, di grande sviluppo, ma se una struttura è senza testimonianza cristiana, il tuo lavoro lì non sarà un lavoro di testimone, un lavoro di vera predicazione di Gesù: sarà una società di beneficenza, molto buona – molto buona! – ma niente di più.
Se io voglio andare in missione…, se io voglio andare in apostolato, devo andare con la disponibilità che il Padre attiri la gente a Gesù, e questo lo fa la testimonianza. Gesù stesso lo dice a Pietro, quando confessa che Lui è il Messia: “Tu sei beato, Simon Pietro, perché questo te lo ha rivelato il Padre” (cfr Mt 16,17). È il Padre che attira, e attira anche con la nostra testimonianza. “Io farò tante opere, qui, di qua, di là, di educazione, di questo, dell’altro…”, ma senza testimonianza sono cose buone, ma non sono l’annuncio del Vangelo, non sono posti che diano la possibilità che il Padre attiri alla conoscenza di Gesù (cfr Gv 6,44). Lavoro e testimonianza.
“Ma come posso fare perché il Padre si preoccupi di attirare quella gente?”. La preghiera. Questa è la preghiera per le missioni: pregare perché il Padre attiri la gente verso Gesù. Testimonianza e preghiera, vanno insieme. Senza testimonianza e preghiera non si può fare predicazione apostolica, non si può fare annuncio. Farai una bella predica morale, farai tante cose buone, tutte buone. Ma il Padre non avrà la possibilità di attirare la gente a Gesù. E questo è il centro: questo è il centro del nostro apostolato, che il Padre possa attirare la gente a Gesù (cfr Gv 6,44). La nostra testimonianza apre le porte alla gente e la nostra preghiera apre le porte al cuore del Padre perché attiri la gente. Testimonianza e preghiera. E questo non è soltanto per le missioni, è anche per il nostro lavoro come cristiani. Io do testimonianza di vita cristiana, davvero, con il mio stile di vita? Io prego perché il Padre attiri la gente verso Gesù?
Questa è la grande regola per il nostro apostolato, dappertutto, e in modo speciale per le missioni. Andare in missione non è fare proselitismo. Una volta, una signora – buona, si vedeva che era di buona volontà – si è avvicinata con due ragazzi, un ragazzo e una ragazza, e mi ha detto: “Questo ragazzo, Padre, era protestante e si è convertito: io l’ho convinto. E questa ragazza era…” - non so, animista, non so cosa mi ha detto - “e l’ho convertita”. E la signora era buona: buona. Ma sbagliava. Io ho perso un po’ la pazienza e ho detto: “Senti, tu non hai convertito nessuno: è stato Dio a toccare il cuore della gente. E non dimenticarti: testimonianza, sì; proselitismo, no”.
Chiediamo al Signore la grazia di vivere il nostro lavoro con testimonianza e con preghiera, perché Lui, il Padre, possa attirare la gente verso Gesù.
Preghiera per fare la comunione spirituale
Le persone che non possono fare la comunione, fanno la comunione spirituale:
Gesù mio, credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’altre. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio corpo. Come già venuto, io ti abbraccio e tutto mi unisco a te. Non permettere che mi abbia mai a separare da te.

domenica 5 aprile 2020

Si può imparare a discernere queste due voci:


  • PAPA  FRANCESCO
REGINA CAELI
Biblioteca del Palazzo Apostolico
Domenica, 3 maggio 2020


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
La quarta domenica di Pasqua, che celebriamo oggi, è dedicata a Gesù buon Pastore. Il Vangelo dice: «Le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome» (Gv 10,3). Il Signore ci chiama per nome, ci chiama perché ci ama. Però, dice ancora il Vangelo, ci sono altre voci, da non seguire: quelle di estranei, ladri e briganti che vogliono il male delle pecore.
Queste diverse voci risuonano dentro di noi. C’è la voce di Dio, che gentilmente parla alla coscienza, e c’è la voce tentatrice che induce al male. Come fare a riconoscere la voce del buon Pastore da quella del ladro, come fare a distinguere l’ispirazione di Dio dalla suggestione del maligno? Si può imparare a discernere queste due voci: esse infatti parlano due lingue diverse, hanno cioè modi opposti per bussare al nostro cuore. Parlano lingue diverse. Come noi sappiamo distinguere una lingua dall’altra, possiamo anche distinguere la voce di Dio e la voce del maligno. La voce di Dio non obbliga mai: Dio si propone, non si impone. Invece la voce cattiva seduce, assale, costringe: suscita illusioni abbaglianti, emozioni allettanti, ma passeggere. All’inizio blandisce, ci fa credere che siamo onnipotenti, ma poi ci lascia col vuoto dentro e ci accusa: “Tu non vali niente”. La voce di Dio, invece, ci corregge, con tanta pazienza, ma sempre ci incoraggia, ci consola: sempre alimenta la speranza. La voce di Dio è una voce che ha un orizzonte, invece la voce del cattivo ti porta a un muro, ti porta all’angolo.
Un’altra differenza. La voce del nemico distoglie dal presente e vuole che ci concentriamo sui timori del futuro o sulle tristezze del passato – il nemico non vuole il presente –: fa riaffiorare le amarezze, i ricordi dei torti subiti, di chi ci ha fatto del male…, tanti ricordi brutti. Invece la voce di Dio parla al presente: “Ora puoi fare del bene, ora puoi esercitare la creatività dell’amore, ora puoi rinunciare ai rimpianti e ai rimorsi che tengono prigioniero il tuo cuore”. Ci anima, ci porta avanti, ma parla al presente: ora.
Ancora: le due voci suscitano in noi domande diverse. Quella che viene da Dio sarà: “Che cosa mi fa bene?”. Invece il tentatore insisterà su un’altra domanda: “Che cosa mi va di fare?”. Che cosa mi va: la voce cattiva ruota sempre attorno all’io, alle sue pulsioni, ai suoi bisogni, al tutto e subito. È come i capricci dei bambini: tutto e adesso. La voce di Dio, invece, non promette mai la gioia a basso prezzo: ci invita ad andare oltre il nostro io per trovare il vero bene, la pace. Ricordiamoci: il male non dona mai pace, mette frenesia prima e lascia amarezza dopo. Questo è lo stile del male.
La voce di Dio e quella del tentatore, infine, parlano in “ambienti” diversi: il nemico predilige l’oscurità, la falsità, il pettegolezzo; il Signore ama la luce del sole, la verità, la trasparenza sincera. Il nemico ci dirà: “Chiuditi in te stesso, tanto nessuno ti capisce e ti ascolta, non fidarti!”. Il bene, al contrario, invita ad aprirsi, a essere. limpidi e fiduciosi in Dio e negli altri. Cari fratelli e sorelle, in questo tempo tanti pensieri e preoccupazioni ci portano a rientrare in noi stessi. Prestiamo attenzione alle voci che giungono al nostro cuore. Chiediamoci da dove arrivano. Chiediamo la grazia di riconoscere e seguire la voce del buon Pastore, che ci fa uscire dai recinti dell’egoismo e ci conduce ai pascoli della vera libertà. La Madonna, Madre del buon Consiglio, orienti e accompagni il nostro discernimento.

Dopo il Regina Caeli


domenica 7 gennaio 2018

La santa nostalgia di Dio

La santa nostalgia di Dio 
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"La santa nostalgia di Dio scaturisce nel cuore credente perché sa che il Vangelo non è un avvenimento del passato ma del presente. 
La santa nostalgia di Dio ci permette di tenere gli occhi aperti davanti a tutti i tentativi di ridurre e di impoverire la vita. 
La santa nostalgia di Dio è la memoria credente che si ribella di fronte a tanti profeti di sventura. 
Questa nostalgia è quella che mantiene viva la speranza della comunità credente che, di settimana in settimana, implora dicendo: «Vieni, Signore Gesù!».
Fu proprio questa nostalgia a spingere l’anziano Simeone ad andare tutti i giorni al tempio, sapendo con certezza che la sua vita non sarebbe terminata senza poter tenere in braccio il Salvatore. 
Fu questa nostalgia a spingere il figlio prodigo a uscire da un atteggiamento distruttivo e a cercare le braccia di suo padre
Fu questa nostalgia che il pastore sentì nel suo cuore quando lasciò le novantanove pecore per cercare quella che si era smarrita, 
e fu anche ciò che sperimentò Maria Maddalena la mattina della domenica per andare di corsa al sepolcro e incontrare il suo Maestro risorto. 
La nostalgia di Dio ci tira fuori dai nostri recinti deterministici, quelli che ci inducono a pensare che nulla può cambiare.
La nostalgia di Dio è l’atteggiamento che rompe i noiosi conformismi e spinge ad impegnarsi per quel cambiamento a cui aneliamo e di cui abbiamo bisogno.
 La nostalgia di Dio ha le sue radici nel passato ma non si ferma lì: va in cerca del futuro. 
Il credente “nostalgioso”, spinto dalla sua fede, va in cerca di Dio, come i magi, nei luoghi più reconditi della storia, perché sa in cuor suo che là lo aspetta il Signore. 
Va in periferia, in frontiera, nei luoghi non evangelizzati, per potersi incontrare col suo Signore; e non lo fa affatto con un atteggiamento di superiorità, lo fa come un mendicante che non può ignorare gli occhi di colui per il quale la Buona Notizia è ancora un terreno da esplorare."

Papa Francesco, Omelia per la solennità dell'Epifania 2017

lunedì 10 agosto 2015

Bergoglio: “Quando ero seminarista mi colpì una ragazza”

Bergoglio: “Quando ero seminarista mi colpì una ragazza”

Dialogo con il rabbino Skorka sul celibato







DAMIAN DOPACIO





La formazione dei sacerdoti è una delle preoccupazioni che Jorge Bergoglio ha sempre espresso, come arcivescovo e superiore della Compagnia di Gesù. Sul tema ha avuto una conversazione con il rabbino Abraham Skorka, rettore del Seminario Rabbinico Latinoamericano, raccolta nel libro “Sobre el cielo y la tierra”, pubblicato nel 2012 dalla casa editrice Sudamericana (http://www.edsudamericana.com.ar).

Pubblichiamo un passo di quel dialogo, in cui Bergoglio rivela il segreto per vivere felicemente il celibato.

Bergoglio: Quando ero seminarista mi colpì una ragazza che avevo conosciuto al matrimonio di uno zio. Rimasi sorpreso dalla sua bellezza, dalla sua luce intellettuale... e restai confuso un bel po', mi girava la testa. Quando tornai in seminario dopo il matrimonio non riuscii a pregare per un'intera settimana perché quando mi disponevo a farlo nella mia testa appariva l'immagine della ragazza. Dovetti ripensare a cosa facevo. Ero ancora libero perché ero seminarista, potevo tornarmene a casa e addio a tutto. Dovetti ripensare alla mia scelta. Scelsi di nuovo – o mi lasciai scegliere di nuovo – il cammino religioso. Sarebbe anormale se non accadessero cose del genere. Quando accadono, bisogna ricollocarsi. Bisogna vedere se si torna a fare la stessa scelta o si dice: “No, questa cosa che sto provando è molto bella, ho paura di non essere in seguito fedele al mio impegno, lascio il seminario”. Quando succede una cosa del genere a un seminarista, lo aiuto ad andarsene in pace, ad essere un buon cristiano e non un cattivo sacerdote. Nella Chiesa occidentale, alla quale appartengo, i sacerdoti non possono sposarsi come nelle Chiese cattoliche bizantina, ucraina, russa o greca. In queste, i sacerdoti possono sposarsi; i vescovi no, devono essere celibi. Sono bravissimi sacerdoti. A volte dico loro che hanno una donna in casa ma non si sono resi conto del fatto che si sono presi anche una suocera. Nel cattolicesimo occidentale, il tema viene affrontato sotto la spinta di alcune organizzazioni. Per ora si mantiene salda la disciplina del celibato. C'è chi dice, con un certo pragmatismo, che stiamo perdendo “manodopera”. Se, ipoteticamente, il cattolicesimo occidentale rivedesse il tema del celibato, credo che lo farebbe per ragioni culturali (come in Oriente), non tanto come opzione universale. Per il momento sono a favore del mantenimento del celibato, con i pro e i contro che implica, perché sono dieci secoli di esperienze positive più che di errori. Ciò che accade è che dopo vengono fuori gli scandali. La tradizione ha peso e validità. I ministri cattolici hanno scelto il celibato a poco a poco. Fino al 1100 c'era chi optava per il celibato e chi no. In seguito, in Oriente si è seguita la tradizione non celibataria, come opzione personale, e in Occidente il contrario. È una questione di disciplina, non di fede. Si può cambiare. A livello personale, non mi è mai passata per la testa l'idea di sposarmi, ma ci sono altri casi. Si pensi al presidente del Paraguay Fernando Lugo, un tipo brillante. Quando era vescovo ha avuto una caduta ed ha rinunciato alla diocesi. È stato onesto in questa decisione. A volte ci sono dei sacerdoti che cadono in questo.

Skorka: E qual è il suo atteggiamento?

Bergoglio: Se uno di loro viene e mi dice che ha messo incinta una donna, lo ascolto, cerco di far sì che abbia la pace e a poco a poco lo faccio rendere conto che il diritto naturale precede il suo diritto come sacerdote. Deve quindi lasciare il ministero e farsi carico di quel figlio, anche se decide di non sposarsi con quella donna, perché come quel bambino ha diritto di avere una madre, ha diritto di avere il volto di un padre. Mi impegno a occuparmi di tutti i documenti a Roma, ma deve lasciare tutto. Ora, se un sacerdote mi dice che ha una infatuazione, che ha avuto qualche caduta, lo aiuto a correggersi. Ci sono sacerdoti che si correggono e altri che non lo fanno. Alcuni, purtroppo, non lo dicono neanche al vescovo. 

 Skorka: Che cosa significa che si correggano?

Bergoglio: Che facciano penitenza, che mantengano il loro celibato. La doppia vita non ci fa bene, non mi piace, significa dare sostanza alla falsità. A volte dico loro: “Se non lo puoi sopportare, deciditi”.

Skorka: Vorrei chiarire che una cosa è il sacerdote che si è innamorato di una ragazza e si confessa e un'altra molto distinta sono i casi di pedofilia. Questi vanno fermati alla radice, sono molto gravi. Fin quando due persone adulte hanno una relazione, si amano, è un'altra cosa.

Bergoglio: Sì, ma devono correggersi. Che il celibato porti come conseguenza la pedofilia è escluso. Più del 70% dei casi di pedofilia avviene nel contesto familiare e di vicinato: nonni, zii, patrigni, vicini. Il problema non è collegato al celibato. Se un sacerdote è pedofilo, lo è prima di essere sacerdote. Quando ciò accade, non bisogna mai chiudere un occhio. Non si può stare in una posizione di potere e distruggere la vita a un'altra persona. Nella diocesi non mi è mai accaduto, ma una volta un vescovo mi ha telefonato per chiedermi cosa doveva fare in una situazione di questo tipo e gli ho detto di togliere all'interessato le licenze, di non permettergli di esercitare più il sacerdozio e di avviare un giudizio canonico presso il tribunale corrispondente a quella diocesi. Per me è questo l'atteggiamento da assumere, non credo nelle posizioni che affermano di sostenere un certo spirito corporativo per evitare di danneggiare l'immagine dell'istituzione. Credo che negli Stati Uniti qualche volta si sia proposta questa soluzione: cambiare i sacerdoti. È una sciocchezza perché in quel modo il sacerdote porta il suo problema con sé. La reazione corporativa porta a questa conseguenza, per questo non sono d'accordo con soluzioni simili. Di recente in Irlanda sono saltati fuori casi ventennali, e il papa attuale ha detto chiaramente: “Tolleranza zero con questo crimine”. Ammiro il coraggio e la rettitudine di Benedetto XVI al riguardo.

martedì 14 luglio 2015

VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
IN ECUADOR, BOLIVIA E PARAGUAY
(5-13 LUGLIO 2015)

INCONTRO CON I RAPPRESENTANTI DELLA SOCIETÀ CIVILE

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Stadio León Condou della scuola San José, Asunción (Paraguay)
Sabato, 11 luglio 2015

[Multimedia]



Buon pomeriggio!

Io ho scritto questo testo in base alle domande che mi sono arrivate e che non sono tutte quelle che avete fatto voi, e così quello che manca lo completerò mentre parlo. In modo che, per quanto possibile, riesca a dare il mio pensiero sulle vostre riflessioni.

Sono contento di trovarmi con voi, rappresentanti della società civile, per condividere i sogni e gli ideali di un futuro migliore, e i problemi. Ringrazio Mons. Adalberto Martínez Flores, Segretario della Conferenza Episcopale del Paraguay, per le parole di benvenuto che mi ha rivolto a nome di tutti. E ringrazio le sei persone che hanno parlato, presentando ciascuna un aspetto della vostra riflessione.

Vedervi tutti, ciascuno proveniente da un settore, da un’organizzazione di questa amata società paraguaiana, con le sue gioie, preoccupazioni, lotte e ricerche, mi porta a compiere un rendimento di grazie a Dio. Ossia, sembra che il Paraguay non sia morto, grazie a Dio. Perché un popolo che non mantiene vive le sue preoccupazioni, un popolo che vive nell’inerzia dell’accettazione passiva, è un popolo morto. Al contrario, vedo in voi la linfa di una vita che scorre e che vuole germinare. Questo sempre Dio lo benedice. Dio è sempre a favore di tutto ciò che aiuta a sollevare, a migliorare la vita dei suoi figli. Ci sono cose che vanno male, sì. Ci sono situazioni ingiuste, sì. Ma vedervi e sentirvi mi aiuta a rinnovare la speranza nel Signore, che continua ad agire in mezzo al suo popolo. Voi venite da diverse visioni, diverse situazioni e vari percorsi di ricerca, tutti insieme formate la cultura paraguaiana. Tutti siete necessari nella ricerca del bene comune. «Nelle condizioni attuali della società mondiale, dove si riscontrano tante inequità e sono sempre più numerose le persone che vengono scartate» (Enc. Laudato si’, 158), vedervi qui è un dono. E’ un dono perché nelle persone che hanno parlato ho visto la volontà per il bene della patria.

1. In riferimento alla prima domanda, mi è piaciuto sentire dalla bocca di un giovane la preoccupazione di far sì che la società sia un luogo di fraternità, di giustizia, di pace e dignità per tutti. La giovinezza è tempo di grandi ideali. A me viene spesso da dire che mi rattrista vedere un giovane pensionato. Quanto è importante che voi giovani – ed eccome se ci sono giovani qui in Paraguay! –che voi giovani comprendiate che la vera felicità passa attraverso la lotta per un Paese fraterno. Ed è bene che voi giovani notiate che la felicità e il piacere non sono sinonimi. Una cosa è la felicità e la gioia… e altra cosa è un piacere passeggero. La felicità costruisce, è solida, edifica. La felicità richiede impegno e dedizione. Voi siete molto preziosi per camminare nella vita come “anestetizzati”! Il Paraguay ha un’abbondante popolazione giovane ed è una grande ricchezza. Per questo motivo, penso che la prima cosa da fare è evitare che questa forza, questa luce che c’è nei vostri cuori si spenga, e contrastare la crescente mentalità che considera inutile e assurdo aspirare a cose che valgono la pena: “No… lascia perdere… su questo non c’è niente da fare…”. Invece, la mentalità che cerca di andare oltre è considerata come assurda. Giocarsela per qualcosa, giocarsela per qualcuno. Questa è la vocazione della gioventù! E non abbiate paura di dare tutto in campo. Giocate pulito, giocate mettendocela tutta. Non abbiate paura di dare il meglio di voi. Non cercate gli accordi previ per evitare la fatica, la lotta. Non corrompete l’arbitro!

Questo sì, questa lotta, non fatela da soli. Cercate di discutere, approfittate per ascoltare la vita, le storie, i racconti delle persone anziane e dei vostri nonni, perché lì c’è sapienza. Perdete molto tempo ad ascoltare tutte le cose buone che hanno da insegnarvi. Essi sono i custodi di quel patrimonio spirituale di fede e di valori che plasmano un popolo e rischiarano la strada. Trovate consolazione anche nella forza della preghiera, in Gesù. Nella sua presenza quotidiana e costante. Lui non delude. Gesù invita attraverso la memoria del vostro popolo, è il segreto perché il vostro cuore si mantenga sempre gioioso nella ricerca della fraternità, della giustizia, della pace e della dignità per tutti. Perché questo può essere un pericolo: “Sì, sì, io voglio fraternità, giustizia, pace, dignità…”, però può diventare un nominalismo. Semplici parole. No. La fraternità, la giustizia, la pace, la dignità o sono concrete o non servono. Sono di tutti i giorni. Si fanno tutti i giorni. Dunque, io chiedo a te, giovane: come questi ideali li costruisci giorno per giorno, nel concreto? Anche se sbagli, ti correggi e vai avanti; ma la concretezza. Vi confesso che a volte mi dà un po’ fastidio, o per dirlo in termini non così fini, un po’ il “cimurro”, ascoltare discorsi magniloquenti con tutte queste parole e quando uno conosce la persona che parla dice: Che bugiardo che sei! Per questo le parole da sole non servono. Se dici una parola, impegnati per quella parola! Lavoraci giorno per giorno, giorno per giorno. Sacrificati per quello. Impegnati!

Mi è piaciuta la poesia di Carlos Miguel Giménez, che Mons. Adalberto Martínez ha citato. Penso che riassuma bene quello che volevo dirvi: «[Sogno] un paradiso senza guerra tra fratelli, ricco di uomini sani di anima e cuore... e un Dio che benedice la sua nuova ascensione». Sì, è un sogno. E ci sono due garanzie: che il sogno al risveglio sia realtà di tutti i giorni, e che Dio sia riconosciuto come la garanzia della nostra dignità come uomini. Sì, Dio è la garanzia della nostra dignità di uomini.

2. La seconda domanda si riferiva al dialogo come mezzo per costruire un progetto di nazione che includa tutti. Il dialogo non è facile. C’è anche il dialogo-teatro, cioè rappresentiamo il dialogo, giochiamo al dialogo, e poi parliamo tra noi due, e quello rimane cancellato. Il dialogo è a carte scoperte. Se tu nel dialogo non dici realmente ciò che senti, ciò che pensi, e non ti impegni ad ascoltare l’altro e a correggere quello che pensi tu e a confrontarti, il dialogo non serve, è una verniciatura. Certo, è vero, che il dialogo non è facile, bisogna superare molte difficoltà e, a volte, sembra che noi ci impuntiamo a rendere le cose ancora più difficili. Perché ci sia dialogo è necessaria una base fondamentale, un’identità. Certo. Per esempio, io penso al dialogo nostro, il dialogo interreligioso, dove parliamo tra rappresentanti di diverse religioni. Ci riuniamo, a volte, per parlare… con i punti di vista, ma ciascuno parla a partire dalla propria identità. “Io sono buddista, io sono evangelico, io sono ortodosso, io sono cattolico”. Ciascuno si esprime, con la propria identità. Non negozia la propria identità. Vale a dire, perché ci sia dialogo è necessaria questa base fondamentale. E qual è l’identità in un Paese? Qui siamo parlando del dialogo sociale. L’amore per la patria? Prima la patria, poi i miei affari! Prima la patria. Questa è l’identità. Dunque io, a partire da questa identità, mi metto a dialogare. Se io mi metto a dialogare senza questa identità, il dialogo non serve. Inoltre, il dialogo presuppone, esige da noi la ricerca della cultura dell’incontro. Un incontro che sappia riconoscere che la diversità non solo è buona, è necessaria. L’uniformità ci annulla, ci rende automi, La ricchezza della vita sta nella diversità. Per cui il punto di partenza non può essere: “Mi metto a dialogare, però quello sbaglia”. No, no, non possiamo presupporre che l’altro sbaglia. Io vado con il mio e ascolterò che cosa dice l’altro, in che cosa mi arricchisce l’altro, in che cosa l’altro mi fa rendere conto che sto sbagliando, e che cosa posso dare io all’altro. E’ un dare e ricevere, dare e ricevere, ma con il cuore aperto. Se c’è il presupposto che l’altro si sbaglia, è meglio andare a casa e non iniziare il dialogo. Non è così? Il dialogo è per il bene comune, e il bene comune si cerca a partire dalle nostre differenze, dando sempre la possibilità a nuove alternative. Vale a dire: cerca qualcosa di nuovo. Sempre, quando c’è vero dialogo, si finisce – permettetemi la parola, lo dico nobilmente – in un nuovo accordo, dove tutti ci siamo messi d’accordo su qualcosa. Ci sono differenze? Rimangono in disparte, di riserva. Ma su quel punto, o su quei punti su cui ci siamo messi d’accordo, ci impegniamo e li difendiamo. E’ un passo avanti. Questa è la cultura dell’incontro. Dialogare non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria “fetta”. Vediamo come prendo la mia. Non, no, non dialoghi, non perder tempo. Se vai con questa intenzione non perdere tempo. E’ cercare il bene comune per tutti. Discutere insieme, pensare a una soluzione migliore per tutti. Molte volte questa cultura dell’incontro si vede coinvolta nel conflitto. Cioè… Abbiamo appena visto un bel balletto. Tutto era coordinato, con un’orchestra che era una vera sinfonia di accordi. Tutto era perfetto. Tutto andava bene. Ma nel dialogo non sempre è così, non tutto è un balletto perfetto o un’orchestra sintonizzata. Nel dialogo si dà il conflitto. È logico e prevedibile. Perché se io penso in un modo e tu in un altro, e ci confrontiamo, si viene a creare un conflitto. Non dobbiamo temerlo! Non dobbiamo ignorare il conflitto. Al contrario, siamo invitati ad accettare il conflitto. Se non accettiamo il conflitto – “No, mi viene il mal di testo! Che lui vada a casa con la sua idea, e io rimango con la mia” – non possiamo mai dialogare. Questo significa: «Accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 227). Ci mettiamo a dialogare, c’è un conflitto, lo accetto, lo risolvo ed è un anello di un nuovo processo. E’ un principio che ci deve aiutare molto. «L’unità è superiore al conflitto» (ibid. 228). Il conflitto esiste. Bisogna accettarlo, bisogna cercare di risolverlo fin dove si può, ma con la prospettiva di raggiungere un’unità che non è uniformità, ma unità nella diversità. Un’unità che non rompe le differenze, ma che le vive in comunione attraverso la solidarietà e la comprensione. Cercando di capire le ragioni dell’altro, cercando di ascoltare la sua esperienza, i suoi desideri, possiamo vedere che in gran parte sono aspirazioni comuni. E questa è la base dell’incontro: siamo tutti fratelli, figli dello stesso Padre, di un Padre celeste, e ciascuno con la propria cultura, la propria lingua, le proprie tradizioni, ha molto da offrire alla comunità. Ora, sono disposto ad accettare questo? Se sono disposto ad accettarlo, e a dialogare così, allora mi siedo a dialogare; se non sono disposto, meglio non perdere tempo. Le autentiche culture non sono mai chiuse in sé stesse – muoiono, se si chiudono in sé stesse muoiono – ma sono chiamate ad incontrarsi con altre culture e creare nuove realtà. Quando studiamo la storia troviamo culture millenarie che adesso non ci sono più. Sono morte, per molte ragioni. Ma una di queste è l’essersi chiuse in sé stesse. Senza questo presupposto essenziale, senza questa base di fraternità sarà molto difficile giungere al dialogo. Se qualcuno considera che ci sono persone, culture, situazioni di seconda, terza o quarta categoria... qualcosa di sicuro andrà male, perché manca semplicemente il minimo, che è il riconoscimento della dignità dell’altro. Che non ci sono persone di prima, di seconda, di terza, di quarta categoria: sono allo stesso livello.

3. E questo mi dà lo spunto per rispondere all’inquietudine espressa nella terza domanda: accogliere il grido dei poveri per costruire una società più inclusiva. E’ curioso: l’egoista si esclude. Noi vogliamo includere. Ricordate la parabola del figlio prodigo: quel figlio che domandò l’eredità al padre, si prese tutti i soldi, li sprecò nella bella vita, e alla fine di un lungo tempo in cui aveva perso tutto, poiché aveva mal di stomaco per la fame, si ricordò di suo padre. E suo padre lo aspettava. E’ la figura di Dio, che ci aspetta sempre. E quando lo vede venire, lo abbraccia e fa festa. Invece, l’altro figlio, quello che era rimasto a casa, si arrabbia e si autoesclude: “Io con questa gente non mi metto, io mi sono comportato bene… Io ho una gran cultura, ho studiato nella tale università, appartengo a questa famiglia e a questa stirpe, e con questi non mi mischio…”. Non escludere nessuno, ma non autoescludersi, perché tutti abbiamo bisogno di tutti.

E un aspetto fondamentale per promuovere i poveri è anche nel modo in cui li vediamo. Non serve uno sguardo ideologico, che finisce per utilizzar e i poveri al servizio di altri interessi politici o personali (cfr ibid., 199). Le ideologie finiscono male, non servono. Le ideologie hanno una relazione o incompleta o malata o cattiva con il popolo. Le ideologie non si fanno carico del popolo. Per questo, osservate nel secolo passato, che fine hanno fatto le ideologie? Sono diventate dittature, sempre. Pensano per il popolo, non lasciano pensare il popolo. O come diceva quell’acuto critico dell’ideologia, quando gli dissero: “Sì, però questa gente ha buona volontà e cerca di fare delle cose per il popolo…”. “Sì, sì, tutto per il popolo, ma niente con il popolo!”. Queste sono le ideologie.

Per ricercare effettivamente il bene dei poveri, la prima cosa è avere una vera preoccupazione per la loro persona, apprezzarli per la loro bontà. Ma un reale apprezzamento richiede di essere disposti a imparare dai poveri. I poveri hanno molto da insegnarci in umanità, in bontà, in sacrificio, in solidarietà. E noi cristiani abbiamo inoltre un motivo in più per amare e servire i poveri: perché in loro abbiamo il volto, vediamo il volto e la carne di Cristo, che si è fatto povero per arricchirci per mezzo della sua povertà (cfr 2 Cor 8,9).

I poveri sono la carne di Cristo. A me piace chiedere a qualcuno, quando confesso le persone – adesso non ho molte opportunità di confessare come avevo nella diocesi precedente – ma mi piace domandare: “Lei aiuta la gente?! – “Sì, sì, faccio l’elemosina” – “Ah! E, mi dica, quando fa l’elemosina, Lei tocca la mano a chi fa l’elemosina, o getta la moneta e fa così?”. Sono modi di fare. “Quando Lei fa quell’elemosina, guarda negli occhi la persona o guarda da un’altra parte?”. Questo è disprezzare il povero. Sono i poveri. Pensiamoci bene. E’ uno come me. Se sta passando un brutto momento per mille ragioni – economiche, politiche, sociali o personali –, io potrei essere al suo posto e potrei stare desiderando che qualcuno mi aiuti. E oltre a desiderare che qualcuno mi aiuti, se mi trovo in quel posto ho diritto ad essere rispettato. Rispettare il povero. Non usarlo come oggetto per lavare le nostre colpe. Imparare dai poveri, con quello che dicono, con le cose che hanno, con i valori che hanno. E noi cristiani abbiamo quel motivo: che sono la carne di Gesù.

Certamente, sono molto necessarie per un Paese la crescita economica e la creazione di ricchezza, e che questa arrivi a tutti i cittadini, senza che nessuno rimanga escluso. E questo è necessario. La creazione di questa ricchezza dev’essere sempre in funzione del bene comune, di tutti, e non di quello di pochi. E in questo bisogna essere molto chiari. «L’adorazione dell’antico vitello d’oro (cfr Es 32,1-35) ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 55). Le persone la cui vocazione è di aiutare lo sviluppo economico hanno il compito di assicurare che questo abbia sempre un volto umano. Lo sviluppo economico deve avere un volto umano. No all’economia senza volto! Nelle loro mani c’è la possibilità di offrire un lavoro a molte persone e dare così speranza a tante famiglie. Portare il pane a casa, offrire ai figli un tetto, offrire salute e educazione, sono aspetti essenziali della dignità umana, e gli imprenditori, i politici, gli economisti, devono lasciarsi interpellare da essi. Vi chiedo di non cedere ad un modello economico idolatrico che abbia bisogno di sacrificare vite umane sull’altare del denaro e del profitto. Nell’economia, nell’azienda, nella politica, la prima cosa è sempre la persona, e l’ambiente in cui vive.

Giustamente il Paraguay è noto in tutto il mondo per essere stato la terra dove iniziarono le “Riduzioni”, una delle più interessanti esperienze di evangelizzazione e di organizzazione sociale della storia. In esse, il Vangelo era l’anima e la vita di comunità dove non c’era fame, non c’era disoccupazione, né analfabetismo né oppressione. Questa esperienza storica ci insegna che una società più umana è possibile anche oggi. Voi l’avete vissuta nelle vostre radici qui. E’ possibile. Quando c'è amore per l’uomo, e volontà di servirlo, è possibile creare le condizioni affinché tutti abbiano accesso a beni necessari, senza che nessuno sia escluso. Cercare in ogni caso le soluzioni con il dialogo.

Sulla quarta domanda, ho risposto parlando dell’economia tutta in funzione della persona e non in funzione del denaro. La signora, l’imprenditrice, parlava della poca validità di certe strade. E ne menzionava una che io avevo menzionato nella Evangelii gaudium, che è il populismo irresponsabile, non è così? E sembra che non producano effetti… E ci sono tante teorie… Come fare? Credo che in ciò che dico sull’economia dal volto umano si possa trovare l’ispirazione per rispondere a questa domanda.

Sulla quinta domanda, credo che la risposta si trova intorno a ciò che ho detto quando ho parlato delle culture. Ossia, c’è una cultura illuministica, che è una cultura ed è buona e va rispettata, certo. Oggi, ad esempio, in una parte del balletto è stata suonata una musica di una cultura illuministica e buona. Ma c’è un’altra cultura, che il medesimo valore, che è la cultura dei popoli, dei popoli originari, delle diverse etnie. Una cultura che oserei chiamare – ma nel senso buono – una cultura popolare. I popoli hanno la loro cultura e fanno la loro cultura. E’ importante questo lavoro per la cultura nel senso più ampio della parola. Non è cultura solamente aver studiato o poter godere di un concerto, o leggere un libro interessante, ma cultura è anche mille cose. Parlavate del tessuto di Ñandutí, per esempio: quello è cultura. Ed è cultura nata dal popolo. Per fare un esempio.

Ci sono due cose, prima di concludere, a cui vorrei fare riferimento. E in questo, poiché ci sono politici qui presenti, c’è anche il Presidente della Repubblica, lo dico fraternamente. Qualcuno mi ha detto: “Senta, il tale si trova sequestrato dall’esercito, faccia qualcosa!”. Io non dico se è vero o non è vero, se è giusto o non è giusto, ma uno dei metodi che avevano le dittature del secolo scorso, alle quali mi riferivo poco fa, era allontanare la gente, o con l’esilio o con la prigione, o, nel caso dei campi di sterminio, nazisti o stalinisti, la allontanavano con la morte… Affinché ci sia una vera cultura in un popolo, una cultura politica e del bene comune, ci vogliono con celerità giudizi chiari, giudizi limpidi. E non serve altro tipo di stratagemma. La giustizia limpida, chiara. Questo ci aiuterà tutti. Io non so se ciò qui esiste o meno, lo dico con tutto rispetto. Me lo hanno detto quando entravo, me lo hanno detto qui. E che chiedessi per non so chi… non ho sentito bene il nome.

E poi c’è un’altra cosa che pure per onestà voglio dire: un metodo che non dà libertà alle persone per assumere responsabilmente il loro compito di costruzione della società, ed è il ricatto. Il ricatto è sempre corruzione. “Se tu fai questo, ti facciamo questo, e così ti distruggiamo”. La corruzione è la tarma, è la cancrena di un popolo. Per esempio, nessun politico può svolgere il suo ruolo, il suo lavoro, se è ricattato da atteggiamenti di corruzione: “Dammi questo, dammi questo potere, dammi questo, se no ti faccio questo  e quello…”. Questo, che succede in tutti i popoli del mondo – perché questo succede – se un popolo vuole mantenere la propria dignità, deve eliminarlo. Sto parlando di un problema universale.

E concludo. Per me è una grande gioia vedere la quantità e la varietà delle associazioni che sono impegnate nella costruzione di un Paraguay sempre migliore e prospero, ma se non dialogate, non serve a nulla. Se praticate il ricatto, non serve a nulla. Questa moltitudine di gruppi e di persone sono come una sinfonia, ognuno con la sua peculiarità e la propria ricchezza, ma cercando l’armonia finale, l’armonia, e questo è ciò che conta. E non abbiate paura del conflitto, ma accettatelo e cercate vie di soluzione.

Amate la vostra patria, i vostri concittadini, e soprattutto amate i più poveri. Così sarete davanti al mondo una testimonianza che un altro modello di sviluppo è possibile. Sono convinto, per la vostra storia, che avete la più grande forza che esiste: la vostra umanità, la vostra fede, il vostro amore. Questo carattere del popolo paraguaiano che lo distingue in modo così ricco tra le nazioni del mondo.

Chiedo alla Vergine di Caacupé, nostra Madre, che abbia cura di voi, vi protegga e vi sostenga nei vostri sforzi. Che Dio vi benedica e pregate per me. Grazie!

[Dopo il canto]

Un consiglio, come congedo, prima della benedizione: il peggio che può capitare ad ognuno di voi quando uscite da qui è pensare: “Che buono quello che ha detto il Papa a tizio, caio, a quell’altro…”. Se qualcuno di voi ritiene di pensare così – perché il pensiero viene spesso, anche a me a volte viene, ma bisogna scacciarlo -, dica: “Il Papa a chi ha detto questo?” “A me”. Ciascuno, chiunque sia: “A me”.

E vi invito a pregare il nostro Padre comune, tutti insieme, ciascuno nella propria lingua:

Padre nostro…