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venerdì 7 febbraio 2025

Amore dimenticato

 "C'è un amore indimenticabile che rimane radicato nel cuore anche dopo che tutto è passato. Pensi di averlo superato, di esserti liberato di lui, e all'improvviso, in un momento fugace, senti una voce che assomiglia alla sua, o vedi una persona con i suoi lineamenti, e la tua anima trema come se l'avessi ritrovata di nuovo, ma sai, nel fondo, che ciò che è perduto non ritorna, e che alcuni sentimenti rimangono chiusi nel cuore, mai rivelati, e non muoiono mai. come braci sotto la cenere, aspettando un solo respiro. Per riaccendere... Il vero amore è quello che finisce, o quello che rimane, anche se non esiste più?


Anton Cechov 

domenica 14 aprile 2019

LO STUDENTE, racconto di Cechov.

LO STUDENTE, racconto di Cechov.

Il cielo era dapprima sereno e calmo. I merli cantavano. Nella palude vicina s'udiva il grido lamentoso di un essere animato; sem­brava che qualcuno soffiasse in una bottiglia vuota. Passò una beccaccia, uno sparo rim­bombò attraverso l'aria primaverile e svegliò un'eco gioiosa. Poi il bosco s'oscurò. Un ven­to freddo, frizzante, inopportuno, che veniva da Oriente, fece ammutolire ogni cosa. Sulle pozze d'acqua si formarono dei ghiaccioli; il bosco prese un aspetto triste, tetro, inospita­le. Si sentiva l'odore dell'inverno.
Ivàn Velìkopolskij, studente dell'accade­mia clericale, tornava a casa dopo la caccia; camminava su un sentiero stretto, che serpeg­giava in una distesa d'erba allagata. Aveva le dita intirizzite; il viso gli bruciava a causa di quel vento aspro. Si sarebbe potuto cre­dere che il freddo comparso all'improvviso avesse sconvolto l'ordine e l'armonia, che la natura si sentisse triste e che le ombre della sera si fossero addensate più rapidamente di quanto dovessero. In giro tutto era deserto e, si può anche dire, specialmente fosco. Solo più in alto, presso il fiume, nella terra delle vedove, ardeva un fuoco; ma più in là, dove era il villaggio, a quattro chilometri di distan­za, tutto affondava nella gelida oscurità sera­le. Lo studente, pensava a sua madre, che, quando egli era partito da casa, puliva il sa­movar, accovacciata a terra, mentre il padre tossiva, sdraiato sulla stufa. Poichè era Vener­dì Santo, in casa non s'era cucinato, e la fame lo tormentava ora spietatamente.
Il giovane rabbrividiva dal freddo e pensa­va che quello stesso vento aveva soffiato anche ai tempi di Rjùrikl, anche ai tempi di Ivàn il Terribile, anche durante il regno dello zar Pie­tro, e anche all'epoca di questi principi domi­navano la miseria e la fame, anche allora c'e­rano i tetti di paglia bucati, c'era l'ignoranza, c'era la malinconia cupa di oggi, la medesima solitudine, le medesime tenebre; la sensazione di vivere sotto un eterno peso, e tutte quelle tremende cose c'erano sempre state, c'erano ancora e ci sarebbero state sempre. Anche se fossero passati mille anni, la vita non sareb­be diventata più bella! Non aveva voglia di tornare a casa.
Quegli orti si chiamavano « terre delle ve­dove », perché appartenevano a due vedove,madre e figlia. Il fuoco vampeggiava, crepita­va, illuminando vaste zone di terra arata.
La vedova Vassìlissa, una donna anziana, vistosa e corpulenta, che portava una pelliccia corta, ritta presso il fuoco, guardava pensiero­samente la fiamma; la figliuola, Lukèrja, una donnetta piccina, lentigginosa, dall'espressio­ne scema, puliva una scodella e dei cucchiai, accovacciata a terra. Si vedeva che avevano da poco terminato di cenare. Si udivano alcu­ne voci maschili; operai del luogo che abbeve­ravano i cavalli nel fiume.
- Abbiamo di nuovo l'inverno ora - dis­se lo studente e s'avvicinò al fuoco.
- Buona sera a tutt'e due!
Vassìlissa trasalì, ma lo riconobbe subito e sorrise amichevolmente.
- Non t'avevo riconosciuto, Dio ti benedi­ca - disse. - Diventerai ricco tu.
S'iniziò una conversazione. Vassìlissa ave­va una certa esperienza della vita; aveva fatto una volta la balia in una casa di signori, poi aveva fatto la bambinaia. Parlava sempre cor­tesemente e sulle sue labbra errava un sorriso continuo, mite e tranquillo.
Sua figlia Lukèrja era una vera contadina, intimorita dalle botte del marito; salutò con un cenno degli occhi lo studente e non disse nulla; il suo viso aveva un'espressione strana, quella d'una sordomuta.
- Così si riscaldò al fuoco l'apostolo Pie­tro durante una nottata fredda - disse lo stu­dente e tese le mani verso la fiamma. - An­che allora faceva freddo come ora. Ah! che nottata tremenda fu quella, nonna! Una not­tata lunga, opprimente!
Girò con lo sguardo nel buio, scosse con­vulsamente la testa e chiese: - Ci sei stata in chiesa per i dodici Evangeli?
- Certo - rispose Vassîlissa.
- Ti ricordi di quel che disse Pietro a Ge­sù durante la cena? Disse: « Son pronto a se­guirti in prigione e nella morte ». Ma il Signo­re rispose: « Io ti dico, Pietro, che prima ché il gallo canti, tu avrai negato tre volte di cono­scermi ». Dopo l'ultima cena, Gesù fu assalito nel giardino da una tristezza mortale e si mi­se a pregare. Ma il povero Pietro era stanco e aveva perduto le forze; aveva le palpebre ap­pesantite e non poteva lottare contro il sonno. S'addormentò...
Poi, tu l'hai sentito dire, in quella stessa notte Giuda baciò Gesù e lo consegnò ai suoi carnefici. Fu legato, condotto davanti ai gran sacerdoti e percosso; ma Pietro, spossato, tor­turato dal dolore e dall'agitazione, ebbe il pre­sentimento di una cosa terribile che doveva ac­cadere sul mondo, e lo seguiva... Egli amava Gesù appassionatamente, follemente. E, da lontano, vide che lo percuotevano...
Lukèrja posò i cucchiai e guardò lo stu­dente. - Arrivarono dal gran sacerdote -continuò. - Gesù fu interrogato, ma i servi avevano intanto acceso un fuoco nel cortile, perchè faceva freddo, e si riscaldavano. Accan­to a loro c'era Pietro. E anch'egli si riscalda­va come faccio io ora. Allora una donna lo vi­de e disse: « Anche questo qui era con Ge­sù ». Ciò significava che doveva esser condot­to anche lui davanti ai giudici. E tutti i servi che erano presso il fuoco dovettero guardarlo con diffidenza e con ostilità, perchè egli si tur­bò e disse: « Non lo conosco ». Poco dopo egli fu riconosciuto da un'altra persona che disse ch'egli era un apostolo di Gesù ed esclamò: « Anche tu sei uno di quelli! ». Ed egli lo rin­negò di nuovo. Un'altra persona si volse verso di lui: « Non sei tu quello che ho veduto oggi con lui nel giardino? » Allora egli lo rinnegò per la terza volta. E immediatamente il gallo cantò, e Pietro che vide Gesù da lontano, pen­sò alle parole che Gesù gli aveva dette la sera. Ci pensò, tornò alla ragione e pianse amara­mente. L'Evangelo dice: « ...e uscì e pianse a­maramente ». Mi figuro quella scena: un giar­dino molto silenzioso, molto buio, e in quel silenzio s'ode appena percettibile, un singhioz­zo cupo...
Lo studente sospirò e divenne pensoso. Vas­sìlissa, che aveva ancora il sorriso sulle lab­bra, scoppiò tutt'a un tratto in singhiozzi. Le lacrime le corsero giù per le gote, si coprì il volto con la manica, come per nasconderlo al fuoco, come se si vergognasse di quel pianto. Ma Lukèrja guardò fisso lo studente; era di­ventata rossa; il suo volto prese un'espressio­ne grave, tesa, simile a quella di un essere che lotta contro un forte dolore.
I contadini tornavano dal fiume; uno di es­si era a cavallo e s'era avvicinato; il chiarore del fuoco vacillava su di lui. Lo studente au­gurò una buona notte alle due vedove e si mi­se in cammino per tornare a casa. Intorno a lui s'era rifatto buio. Soffiava un vento gelato. Era davvero ritornato l'inverno. Non sembra­va d'essere all'antivigilia di Pasqua.

Lo studente pensò a Vassìlissa ; se ella pian­geva, significava che tutto ciò che era accadu­to a Pietro in quella terribile notte aveva qual­che rapporto con lei...

Si voltò indietro. Il fuoco solitario manda­va una luce vacillante nelle tenebre, non si ve­deva più nessuno. Lo studente pensò di nuovo che se Vassìlissa s'era messa a piangere e sua figlia s'era turbata, evidentemente ciò che era accaduto millenovecento anni addietro aveva qualche rapporto col presente, con le due donne e forse anche con quel villaggio deser­to, con lui, con tutta l'umanità. La vecchia non s'era messa a piangere perchè egli aveva saputo narrar quei fatti in modo commovente, ma perchè Pietro le era vicino e perchè ella aveva rivissuto con tutto il suo essere ciò che s'era svolto nell'anima di lui.
E tutt'a un tratto un'ondata di gioia si sol­levò nel suo cuore; si fermò un istante per ri­prender fiato.  
« Le epoche trascorre pensò, sono collegate ai nostri giorni da una catena ininterrotta di avvenimenti, ognuno dei quali è una conseguenza dell'altro ».
 Gli sembrava d'aver visto poco prima le due estremità di questa catena: ne aveva toccata una e l'altra aveva tremato...
Quando sbarcò dal traghetto sulla riva del fiume, poi, quando cominciò a salire la china, guardò il suo villaggio natìo, guardò verso Oc­cidente, dove fiammeggiava la striscia fredda, purpurea del sole che tramontava; pensò che la verità e la bellezza, che avevano guidato la vita umana in quel giardino e nella corte del gran sacerdote, hanno agito fino al giorno d'og­gi e sono sempre state le cose essenziali dell'e­sistenza, nostra e di tutto il mondo. E un sen­so di sana, energica giovinezza, egli aveva ap­pena ventidue anni, s'impossessò a poco a po­co di lui insieme all'attesa indescrivibilmente dolce della felicità, dell'ignota, misteriosa feli­cità. E la vita gli sembrò magnifica, piena di meraviglie e di significati profondi.

martedì 27 marzo 2012

CECHOV/ "O si sa perché si vive, o è uno scherzo idiota"


CECHOV/

 "O si sa perché si vive, o è uno scherzo idiota"

martedì 27 marzo 2012
CECHOV/ O si sa perché si vive, o è uno scherzo idiota 
 Ernesto Treccani (1920-2009), I musicanti (immagine d'archivio)

Mi sono caricato sulle spalle questo peso, e la schiena ha ceduto. A vent’anni siamo già tutti eroi, ci buttiamo in qualsiasi impresa, possiamo tutto, e verso i trenta siamo già stanchi, non siamo più buoni per niente. Perché, perché, spiegamelo, tutta questa stanchezza? Per altro, forse, non è questo… Non è questo, non è questo!”. Così si esprime Ivanov, personaggio protagonista del dramma di Anton Pavlovic Cechov. Parole, personaggi, situazioni, quelle dello scrittore russo, che è più che mai utile mettere a fuoco oggi: non tanto per l’indiscutibile qualità letteraria, quanto per la loro capacità di scandagliamento della condizione umana attuale. 
Il dramma dei personaggi di Cechov è infatti quello di una strutturale (e progressivamente cosciente) inadeguatezza della realtà così com’è rispetto alla statura del desiderio umano, alla “capacità” del suo ideale. Anche il subitaneo e tuttora inalterato successo di Cechov sulla pagina come sulle scene è dato, del resto, da questa sua capacità di fornire, meglio di chiunque altro, all’uomo contemporaneo la sua più intima tragedia. Come dice Treplev, protagonista del Gabbiano: “Non capisco perché sono tanto inquieto… io vagolo ancora nel caos di chimere e immaginazioni, senza sapere per che cosa e a chi questo sia necessario. Io non ho fede e non so quale sia la mia vocazione”. Parole a cui fa eco il personaggio di Astrov, in Zio Vanja: “Soltanto Dio sa quale sia la nostra vocazione”. Ed è proprio questa distanza, questa “differenza di potenziale” a costituire la natura intimamente tragica del suo teatro. Le sue figure dispiegano una parabola drammatica in cui viene svelandosi in maniera sempre più catastroficamente chiara la tragicità intrinseca alla propria condizione: “Mi pare che la verità, qualunque essa sia, non sarà mai così terribile come l’incertezza” dice Elena Andreevna in Zio Vanja. E Anna Petrovna, sempre in Ivanov, si pone una domanda struggente come quella di un bambino: “I fiori ritornano ad ogni primavera, e la gioia no?”; per poi aggiungere, poco dopo: “Comincio a pensare che il destino mi abbia truffata”. 
Emerge in questi testi tutto il tramestio di un affaticarsi privo di senso, o per un senso che continuamente sfugge, si rende inafferrabile, si delocalizza nel tempo, nello spazio, nelle idee: incapaci di vivere il presente, i personaggi di Cechov situano la realizzazione di sé stessi in un viaggio a Parigi, nella vita mondana di Mosca, nella realizzazione dell’arte o nelle chimere del progresso: fino alla definitiva mortificazione del proprio progetto. Essi si trovano a vivere una perenne e spasmodica ansia di cambiamento, senza tuttavia mai sapere quale, né con quali mezzi: “…Ma la mia anima, nonostante tutto, in ogni singolo istante, di giorno e di notte, è sempre stata colma di inspiegabili attese”, dice Trofimov nel Giardino dei ciliegi. “Sento che arriva la felicità, Anja, riesco già a vederla (…) Eccola la felicità, eccola che viene, si fa sempre più vicina, ne sento già i passi. E se noi non la vedremo, non la riconosceremo, che importa? La vedranno gli altri!”.
Battute come queste, spogliate da tutta la loro amarezza e dal loro rassegnato sapore autoconsolatorio, hanno portato alcuni a ipotizzare una sorta di velleitario “progressismo cechoviano”. Ma neanche questo frequente ed elusivo guardare al futuro va trascurato: esso esprime in qualche modo una speranza, sia pure rassegnata e senza forma, una “nostalgia del presente” che si realizza nell’ipotizzare un orizzonte in cui le pene incomprensibili dell’oggi trovino una loro compiutezza. Così il personaggio di Savva, nell’atto unico Sulla strada maestra: “I santi erano luminosi… E capivano ogni dolore… Anche senza dirglielo, capiscono lo stesso… Ti guardano negli occhi e capiscono… E tu provi una tale consolazione dopo che ti hanno capito, come se il dolore non ci fosse stato: cancellato per miracolo!” – ricordando qualcosa che pare non potersi più realizzare, irriducibilmente collocata nel mondo del passato, o in quello altrettanto irrecuperabile dell’elegia, del sogno, dell’ideale.  
Ma attenzione: il tragico cechoviano non è dichiarato né tantomeno esplicito: sua intenzione era, piuttosto, quella di scrivere dei vaudevilles, la cui disarmante semplicità, tutta esteriore e distaccata, è dettata invece da un desiderio di rappresentare e conoscere la realtà così come essa è: “Vorreste che quando dipingo ladri di cavalli dicessi: è male rubare cavalli. Ma lo sanno tutti da molto tempo, senza che debba dirlo io. Questo è affare dei giudici. Il mio lavoro consiste nello spiegare che cosa essi sono…”, scrive egli stesso. “Mai si deve mentire. L’arte ha questo di particolarmente grande: non tollera la menzogna. Si può mentire in amore, in politica, in medicina; si può ingannare la gente, persino Dio; ma nell’arte non si può mentire”. E dirà, in una famosa lettera a D. P. Gorodeckij: “Il pubblico vuole che ci siano l’eroe, l’eroina, grandi effetti scenici. Ma nella vita ben raramente ci si spara, ci si impicca, si fanno dichiarazioni d’amore. E ben raramente si dicono cose intelligenti. Perlopiù si mangia, si beve, si bighellona, si dicono sciocchezze. Ecco che cosa bisogna far vedere in scena. Bisogna scrivere un lavoro in cui i personaggi entrano, escono, pranzano, parlano del tempo, giocano a vint… Non perché questo sia necessario all’autore, ma perché così avviene nella vita reale”. 
Tuttavia, il grande merito di Čechov non è tanto quello di aver appunto perfettamente fotografato questa banale (e a suo parere cattiva, guasta) quotidianità del vivere, quanto quello di averne intuito e catturato tutta la portata tragica. Nei suoi testi, infatti, ogni circostanza, anche la più piccola e banale, ha un’enorme potenzialità drammatica; ogni gesto, anche minimo, tenta un rapporto con la sostanza della vita. Nel teatro di Čechov, anche spostare una tazza o raccontare una barzelletta sono “un dramma” (anche e soprattutto in senso teatrale) – ogni circostanza pratica costituisce il racconto di una vita, è un dialogo incessante con il proprio destino, nell’ansia e nella costante attesa che quel destino si riveli. Perché, come dice Trofimov, ancora nel Giardino, “almeno una volta nella vita bisogna guardare la verità dritto negli occhi”. Pertanto ogni movimento, ogni pausa, ogni parola, essendo sempre in bilico tra una salvezza sempre attesa e un precipizio imminente, sono assolutamente decisivi. L’attesa della salvezza è un travaglio che non si deve “pensare” o ipotizzare, a cui non si giunge tramite un ragionamento astratto: ma che è già presente, anzi coincide con la persona stessa – essi sono quel travaglio, di esso è fatta la consistenza delle loro azioni, dei loro pensieri. 
Tutto questo è come perfettamente emblematizzato in quella che è forse la più riuscita opera dello scrittore russo: Tre sorelle. Scritto nel 1900 e messo in scena dal Teatro d’Arte di Mosca all’inizio dell’anno successivo, è un testo in cui apparentemente non accade quasi nulla. È la storia, appunto, di tre sorelle – Olga, Maša e Irina – orfane del padre generale dell’esercito, che vivono la progressiva distruzione di tutte le loro aspettative giovanili. I quattro atti, dislocati a distanza di diversi anni l’uno dall’altro, fotografano come, man mano che il tempo passa, cresce nei tre personaggi la domanda che quel tempo, forse perduto, apparentemente sprecato, acquisti un significato: “Vivere e non sapere perché volano le gru, perché nascono i bambini, perché ci sono le stelle… O si sa perché si vive, o è uno scherzo idiota”. dice Maša. E Irina, non a caso la più giovane: “Dov’è andato, quello che eravamo? Dov’è andato a finire?”. La vecchiezza non è data da una situazione anagrafica, ma dall’ammutolimento dell’attesa – senza un significato, non esiste giovinezza. Questa sembra essere l’amara constatazione che le tre sorelle acquistano nel corso del dramma. Ma è singolare, ed estremamente significativo, che il fallimento dei propri progetti e delle proprie personali aspirazioni non annichili, ma anzi esalti, ed esasperi l’attesa e il desiderio di qualcosa che dia significato al vivere, al soffrire, al morire. Al punto che Čechov così fa chiudere la scena e l’intero testo – con le parole, strazianti e bellissime, di Olga: “Oh, sorelle care, non è finita, la nostra vita! Vivremo! La banda suona allegra, festosa, e sembra che da un momento all’altro sapremo perché viviamo, perché soffriamo… Poterlo sapere, poterlo sapere!”. 
È una chiusa che sancisce, tuttavia, l’ennesimo differimento, l’estrema e forse definitiva sospensione del desiderio. Come se quel doppio, struggente “Poterlo sapere!” finale volesse chiudere quella che era invece la promessa della battuta precedente: “Vivremo”. Ed è nella distanza tra il grido di quel “Vivremo” e il sospiro di quel rassegnato “Poterlo sapere!” che si esplica la cifra del dramma, e si gioca la sfida che da Čechov si ripercuote identica – e ugualmente drammatica – nel presente di tutti