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sabato 19 luglio 2014

Il mostro (palestrato e abbronzato) in noi. Perché il caso di Carlo Lissi parla a un'intera generazione ***

Il mostro (palestrato e abbronzato) in noi. Perché il caso di Carlo Lissi parla a un'intera generazione

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Il mostro (palestrato e abbronzato) in noi. Perché il caso di Carlo Lissi parla a un'intera generazione
di Maurizio Blondet
Riflettevo: che stomaco forte, l’Italia. Ingoia scorpioni come niente fosse. Seppelliti la moglie e i bambini sgozzati dal marito e padre, il palestrato Carlo Lissi di Motta Visconti, li ha già digeriti; tutt’al più alcuni fanno la passeggiata digestiva alla casa dell’orrore, la fotografano con lo smartphone, e si fanno dei selfie. Sui media, l’eco del fatto è già finito; nessun «autorevole» opinionista, alto commentatore e fine intellettuale, ha ritenuto di analizzare l’evento (1). Che coscienza callosa ha l’Italia oggi: ha archiviato il fatto (non il primo del genere, anche se finora il più efferato) nel catalogo dell’imponderabile, dell’inspiegabile abisso di una psicologia individuale. Così non ha bisogno di spiegarlo. È comodo. È comodo evitar di riconoscere che l’informatico trentunenne sgozzatore dei suoi bambini, è stato reso così dalla pedagogia onnipervasiva, dall’educazione (anti-educazione) dominante, progressiva, anti-repressiva e consumista della secolarizzazione compiuta. È il «progressismo che non sa trasmettere il progresso», secondo il motto di Ortega y Gasset. Quello che, precisamente, non è capace – non vuole – trasmettere la civiltà ai «barbari verticali» che nascono fra noi, i nostri figli, sicché ora la società è piena di barbari cresciuti, con la mente ignorante e la coscienza sub-embrionale di bambini di tre anni e la forza fisica, la posizione sociale di un adulto, le nozioni che gli permettono persino di «farsi una posizione», un lavoro e uno stipendio pronti ad esplodere in gesti spaventevoli: che saranno catalogati – digeriti – altrettanto prontamente con le categorie inventate apposta sui media per sfuggire il fondo del problema, come «femminicidio».

«Carlo Lissi si sentiva ancora un ragazzo, curava molto il proprio corpo, si piaceva e gli piaceva piacere. Capelli rasati, pizzetto malandrino… fa sport, va in moto», leggo sulla cronaca di Repubblica. Quanti non ne vediamo così, attorno a noi. Palestrati, tatuati, rasati e depilati: ossia pronti e disponibili per il sesso – che, come gli insegnano la pubblicità, la cinematografia, la continua lezione che viene dalla tv e dalle vite dei VIP – è la sola cosa che conta nella vita, l’affermazione di sé più indispensabile, e inoltre «un diritto» per tutti, e che deve essere «libero», plurimo, facile. Dite che non tutti ammazzano la moglie o la donna, o i figli. Ne siete sicuri?

Prosegue Repubblica riferendo stralci dell’interrogatorio, «nella coppia era lei (la moglie pugnalata), almeno secondo lui, che guidava, che amava, che lo richiamava alle responsabilità crescenti di marito prima e di padre poi». Di grazia: quale istituzione o «agenzia educativa» di massa prepara alle «responsabilità crescenti di padre e di marito»? Quale agenzia – famiglia, scuola, politici, spettacolo – anche solo valorizza tali responsabilità, le fa stimare socialmente, né dà l’esempio? Perché la responsabilità va appresa, ad essa i giovani devono essere addestrati con specifico insegnamento collettivo e con l’esempio dei «modelli sociali».

Questi trentenni come Carlo, che amano tanto il proprio corpo, ossia senza alcuna aspirazione intellettuale né cultura, perfettamente contenti – come l’uomo-massa – di essere «quello che già sono» senza alcuna ambizione di migliorarsi, non possono apprendere alcuna responsabilità leggendo a scuola la Costituzione (più bella del mondo); devono sentirla addosso a sé come pressione sociale, come giudizio immanente che pesa su di loro nella collettività. Ma naturalmente, appunto da questa pressione sociale siamo stati liberati: non siamo più, perdio, in una società «repressiva», che «ti impone quello che devi o non devi essere», a cui «la Chiesa impone i suoi tabù». Genitori divorziati, coppie rimesse insieme, mamme che presentano ai figli «il mio nuovo amico», impartiscono il messaggio contrario: nessuna responsabilità, conta solo il perseguimento della propria individuale felicità, evitare ogni «frustrazione», sfuggire ogni «situazione stabile». La politica che impone leggi a riconoscimento dei «diritti» dei gay a sposarsi, dei trans a cambiare sesso, e complessivamente il diritto ad ogni mania mentale, vizio o perversione di «potersi esprimere», mandano questo messaggio: responsabilità, nessuna. Sforzo personale, non ne fate.

La virilità non consiste più nella lotta leale – misurarsi coi forti e rispettare i deboli – né nell’imparare a combattere ossia a sopportare privazioni, solitudine, difficoltà, ferite esistenziali senza abbattersi, affrontare a viso aperto la sofferenza e il pericolo, la costanza nella difficoltà che un tempo si chiamava «fortezza» (2) e i greci chiamarono «andreia», maschilità. No: basta palestrarsi, tatuarsi – ed anche depilarsi perché dopotutto l’uomo oggi «può esprimere il suo lato femminile» – come prescrivono i rotocalchi di gossip.

La formazione del carattere? Non fa più parte di alcun curriculum. La cronaca ci racconta che , «pare, alla vigilia delle nozze l’imminente sposo di una donna di sei anni più vecchia, avesse provato a fermare tutto dicendo di non sentirsela più ma lei tenne duro, gli disse che così le avrebbe rovinato la vita». Anche di queste donne mi pare di conoscerne a centinaia; sono anch’esse un prodotto-standard delle illusioni della commedia rosa che – sui rapporti fra i sessi – impartiscono incessantemente l’industria dello spettacolo, il cinema e le telenovelas, la psicologia e la posta del cuore: il sentimento anzitutto, innamorarsi del bel barbaro dall’aria malandrina, «sceglierlo» perché lei sì «ha carattere», anche lei ha «diritto a consegnare il suo sogno»... ma in realtà premuta (tale è il risultato della «libertà della donna» in questo campo) dalla paura di restar sola («Se questo mi lascia, non trovo più nessuno»); «libera» in teoria, ma imperiosamente incalzata alle spalle dalla scoperta che la propria vita «è tempo, non tempo immaginario infinito, ma tempo limitato, tempo che finisce, tempo irreparabile» – un’altra scoperta a cui nessuna agenzia educativa prepara la neo-selvaggia, e che solo le suggerisce l’oscuro orologio biologico interno, il metronomo muto uterale che avverte la femmina,tic-tac tic-tac, che sta finendo il tempo della fecondità. Questa angoscia zoologica, imperiosa, le dà il diritto di forzare il fuco palestrato: «Se mi lasci mi rovini la vita». Argomento singolare, come possiamo giudicare col senno di poi.

Ci sarebbe da aprire una parentesi sull’apparente incapacità di queste donne «evolute» ad accorgersi della pericolosità belluina del tipo d’uomo che si tirano in casa; anche se, forse, questo tipo maschile è così «la normalità» statistica, così banale e comune, che aspettarne uno migliore, ormai rarissimo e forse inesistente, significa rassegnarsi allo zitellaggio. Ma allora sarebbe da chiedersi fino a che punto le povere, le miserevoli donne «liberate» hanno contribuito a formare questo uomo senza virilità, incolto e vuoto, non rifiutandosi a lui, contentandosi di lui, giocando nel rapporto tra i sessi il gioco equivoco — anch’esso prescritto dall’ideologia «trasgressiva e senza tabù».

Provo a spiegarmi. Vengo da una breve vacanza marina in Turchia, dove mi sono sottoposto alla rituale «gita in caicco» per vedere una costa che non conoscevo — la costa, sia detto incidentalmente, dell’antica Alicarnasso dove nacque il grande storico Erodoto, di fronte a Kos che vide i natali di Ippocrate medico, 2500 anni orsono. Mi son trovato a navigare con una affiatata compagnia di centro-italiani: vocianti, fumanti sigarette duty free, hanno sùbito occupato il posto migliore, il quadrato di poppa all’ombra, sottraendolo agli stranieri che formavano l’altra metà di passeggeri, silenziosi al sole. Non solo maleducati, ma ostentanti maleducazione, esagerandola come recitassero in una commedia dell’arte: insomma, italiani medi in vacanza. Hanno parlato solo di un tema: il sesso. Come lo facevano, quante volte l’avevano fatto, con chi. Ma soprattutto, mi hanno agghiacciato le donne della compagnia: l’aggressiva volgarità con cui raccontavano i loro fatti di sesso, i supposti intimi; ad alta voce, vantandosi, esibendo o fingendo di esibire (è forse un obbligo sociale, in vacanza?) i loro desideri sessuali per qualche uomo presente, l’animatore della comitiva in particolare. Tutte donne fra i trenta e quaranta, con facce men che comuni ma ben tenute fisicamente (dieta e palestra), esibivano il tatuaggio-standard: una rosa tatuata sopra l’inguine, visibile grazie al bikini ultra-ridotto, allusiva delle gioie che erano capaci di dare con l’organo situato poco più sotto. Il tatuaggio-tipo delle pornostar; ma quelle non erano pornostar, erano impiegate pubbliche, alcune – se ho ben capito – infermiere di ospedali regionali, alcune sposate, alcune col marito a bordo.

Non gliene faccio una colpa, sono condizionate ad essere così; il conformismo dell’anticonformismo è diventato la scorza spessa di molti ceti. Il punto è che il proporsi agli uomini come oggetti sessuali le fissa in un’infelicità di cui sono oscuramente coscienti: poiché non hanno null’altro — non hanno coltivato il fascino e il mistero, né la grazia o il pudore, spogliate di delicatezza e gentilezza, private o privatesi dell’aura numinosa della femminilità, mettono sul mercato «solo» quello. Il minimo comun denominatore: che è comune nel senso che gli oggetti di desiderio sessuale sono comuni a tutte le concorrenti, le mette in concorrenza senza speranza con le più giovani; ancor più grave, gli oggetti sessuali sono intercambiabili, mentre ciascuna di loro – soprattutto – vorrebbe essere «amata per me stessa, per quella che sono». Per la sua unica, insostituibile personalità.

Qui è la base del fatale equivoco, credo, che può giungere al delitto. Il barbaro verticale, il neoselvaggio, scopre che alle piacevoli mammelle, al sedere e la passerina che l’hanno attratto, c’è attaccata una «personalità». Un altro «io» che gli somiglia, che anche lui pretende il suo «diritto alla sua felicità», o al piacere, che come lui non è stato educato a nessuna docilità, chiuso a ogni miglioramento di sé, narcisistico, superficiale, banale nei desideri e soffocante nelle pretese, di nessuna profondità e nessuna comprensione per il prossimo: un altro sé stesso. In una parola, una personalità insopportabile, antipatica e urtante. Con la quale, dopo il sesso, non si ha voglia di stare un’ora, di prendere un the o di fare conversazione (conversare di che, poi?). Al neoselvaggio può succedere questo: che continua a volere la passerina, ma non vuole assolutamente la «personalità» che viene con essa, non la sopporta, la rigetta. Tanto più se l’ha privato, ponendogli sulle spalle le responsabilità di marito e padre, della vertigine delle possibilità che ci hanno abituato a considerare «la libertà». Possibilità di altre donne, di altre avventure, possibilità per lo più immaginarie: ma che cos’altro fa la pubblicità, cos’altro fa il cinema, se non eccitare le possibilità immaginarie di soddisfazione dell’io in personalità immature? Farle proliferare, ingigantire all’infinito, al delirio di onnipotenza? C’è persino uno slogan che dice: «Immagina, puoi».

Quella sera, confermano le cronache, «Fuori piove forte, Carlo e Maria Cristina fanno l’amore lì dove sono, in salotto. Poi lui si alza, si infila le mutande, va in cucina, prende un coltello a lama lunga, torna alle spalle della moglie e affonda il primo taglio. Lei lancia un urlo: «Carlo! Ma perché? Carlo, no!».

Quanto è giustificata la domanda esterrefatta dalla povera vittima. Quanti luoghi comuni illuminati (ossia menzogneri) manda in frantumi quello che ti pugnala sùbito dopo aver fatto sesso con te. Sono alcuni dei luoghi comuni fondamentali della vulgata permissiva, cristallizzati persino in slogan propagandistici storici: fate l’amore non fate la guerra recitava uno, a suggerire l’ideologica convinzione che la violenza negli esseri umani venga da qualche «repressione moralistica», ossia dall’educazione degli impulsi, anzitutto sessuali; e liberando la sessualità, al contrario, la violenza si placa. L’altro pilastro ideologico di cui la povera Maria Cristina ha colto la falsità – ahimè troppo tardi – è che l’atto sessuale sia in sé un atto d’amore. Un terzo, vuole che un atto sessuale fra coniugi, sul divano, sia benefico e curativo, facile e giusto; corollario della più generale teoria secondo cui il sesso è «bello», oltreché un bisogno «naturale» come il mangiare.

Ovviamente. Non è interesse della pubblicità e della propaganda permissiva istruire che il sesso, invece, è qualcosa di problematico, che è pericoloso da maneggiare per gli immaturi e impreparati, l’appressamento a un abisso immisurabile, a cui l’antichità alluse nel mito del Minotauro, gigantesco uomo-toro che soffia nel labirinto. Nessuno ha mai collegato la possibilità che un atto sessuale «riuscito» con una donna che non si sopporta possa provocare repulsione, scatenare la revulsione e il disgusto, e la voglia di farla finita.

«Carlo! Ma perché?». Lui risponde con un pugno in faccia, e altre cinque coltellate («di una ferocia spaventosa», per gli inquirenti) per finirla. Dopodiché, in mutande, sale le scale della villetta: Giulia, la figlia di quasi 5 anni, dorme nella cameretta al piano di sopra, e così Gabriele, 20 mesi, parcheggiato nel lettone dei genitori.

«Sono entrato da Giulia. Era a pancia in su. Le ho dato una coltellata alla gola. Dopo che ho estratto la lama, si è girata di lato e così è rimasta. Poi sono andato in camera da letto dove c’era Gabriele e anche a lui ho dato un’unica coltellata alla gola».

Poi si crea un alibi raffazzonato – da cretino, da neoselvaggio robotico: si auto-invita da un amico per vedere la partita in tv, sono in tanti davanti alla tv, lui come gli altri urla, fa il tifo, grida insulti razzisti a Balotelli... insomma lo standard. Normale. Sa già cosa farà al ritorno a casa: chiamerà il 112, farà la scena del padre disperato davanti ai bambini nel lago di sangue rappreso, ha la sensazione di averla avuta vinta, di essere tornato «libero». A cose fatte, dopo aver ammesso il fatto, confesserà di essere innamorato di una giovane collega d’ufficio; ecco, ha voluto riaprire per sé il vertiginoso vortice delle possibilità – per lo più immaginarie – che la famiglia gli aveva chiuso.

«Non era meglio divorziare?», gli ha chiesto il procuratore Giovanni Benelli, che l’ha interrogato. Domanda in sé istruttiva, rivelatrice dell’ideologia dominante ufficiale, nella Legge e nei suoi rappresentanti: vi abbiamo dato il divorzio, la legge che «risolve questo tipo di problemi», che «soccorre le coppie in crisi», e consente di recuperare le felicità dello stato civile single senza drammi; perché ricorrere alla strage, alla tragedia micenea? Non serve più... La pronta risposta del Lissi, benché orrenda, è più realistica e persino – date le premesse della a-civiltà attuale – più sensata che la domanda del magistrato: «Il divorzio non avrebbe risolto, perché i figli sarebbero comunque rimasti». L’assassino ha giustamente messo il dito sull’insufficienza dell’istituzione, ha scoperto una falla nella norma.

Non dubitiamo che in un prossimo futuro, la politica sempre più intenta a legalizzare ogni piacere trasgressivo, proporrà una riforma della legge sul divorzio per «risolvere il problema-figli» che sono palle al piede. Il combinato disposto con la legalizzazione dell’eutanasia potrebbe essere d’aiuto.

Tutto quanto sopra, non l’ho scritto da una qualche posizione di superiorità morale. Al contrario: ho fin troppe prove che il mio satana interiore, il mio io ingordo ed egoista, infingardo e narciso, è capace di prendere possesso di me a sorpresa, e condurmi ad atti che differiscono da quelli commessi da Carlo Lissi (o dalle ragazze con la rosa tatuata) solo per intensità, non per natura. Anche a me, come a voi, manca la pressione sociale che un tempo dirigeva al bene, anch’io sono infettato dalla mentalità permissiva ed edonista in qualche misura, insomma dall’irresponsabilità di cui vediamo continui esempi ed incitamenti attorno a noi – siamo figli del nostro tempo, chiusi (lo vogliamo o no) nella nostra «circostanza» storica, sociale, psicologica. La sola cosa che forse mi distingue da quelli sopra descritti, non mi appartiene: è il sapere che c’è un Crocifisso che stanco a forza di chiedergli perdono, e a cui torno da peccatore ogni volta.

Di questa prospettiva sono privi i Lissi e le ragazze tatuate, non per loro colpa: è il sistema che l’ha espunta dall’uomo-massa, ed è il vero successo del progressismo trasgressivo, ciò a cui mirava dal principio: ci ha chiuso in un mondo di perdizione  (3).
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1) Una sola eccezione: lo psichiatra Vittorino Andreoli, interpellato dall’inserto femminile del Corriere della Sera (che, istruttivamente, si chiama IO Donna). Significa chiedere il parere di un «tecnico», come se la strage compiuta dal marito e padre fosse un caso psichico. E infatti Andreoli dà il parere tecnico, ossia sfuggente rispetto al nucleo del problema: «Lissi, come molti oggi, è una persona incapace di gestire i sentimenti». A cui vien voglia di chiedere: di grazia, dove mai si insegna la burocratico-tecnica «gestione» dei sentimenti? Al contrario, tutte le agenzie educative, anti-educative e mediatiche incitano a lasciare libero sfogo ai cosiddetti sentimenti, a scatenarli, a lasciarli esplodere, esprimere, a non reprimerli. E’ l’obbedienza ai propri impulsi primari o immediati, quella che viene incessantemente promossa e portata ad esempio. Andreoli aggiunge: Carlo Lissi « non sa perdere, non sa accettare un no, non sa reagire alle frustrazioni, la sua logica è individuale, pensa solo a sé. Ed è privo di senso morale, inteso come sentimento e rispetto per gli altri. Ciò che conta e che gli interessa sono solo le sue personali pulsioni». Ignaro, o forse cosciente, che sta descrivendo esattamente il neo-barbaro di massa che ha preso il suo posto di adulto dominante nella società senza essere stato prima civilizzato.
2) Dal Catechismo della Chiesa Cattolica: (p.1808) «La fortezza è la virtù morale che, nelle difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli nella vita morale. La virtù della fortezza rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare la prova e le persecuzioni. Dà il coraggio di giungere fino alla rinuncia e al sacrificio della propria vita per difendere una giusta causa». La definizione di «virtù» è «buona abitudine». Le buone abitudini si apprendono, ad esse si deve venire addestrati - ossia educati, con la costruzione e l’esempio. E chi dovrebbe assumersi questo compito nella società? Il Catechismo non lo spiega.
3) Per capire di cosa ci è riuscita a privare la secolarizzazione compiuta e illuminata, ripeto una citazione di Julius Evola: Il termine «tradizionale» - lo dirò qui una volta per tutte - nulla ha da spartire con il termine «conservatore». Una Società Tradizionale non è tale perché adotta le leggi, i costumi e i precetti morali del passato - il che sarebbe «tradizionalismo», un ridicolo scimmiottamento di ciò che è già superato - bensì perché si rifà al «principio tradizionale», il quale afferma che all’interno di una collettività che voglia dirsi in linea con l’evoluzione del Cosmo, tutti i cittadini si dedicano alla propria realizzazione interiore, ognuno al suo livello e in accordo con le caratteristiche personali. In una società autenticamente tradizionale l’elevazione spirituale dell’individuo è vissuta come l’unico scopo della vita cosciente di un essere umano. Ogni altra attività - politica, economica, scientifica, educativa, artistica - ruota intorno a tale principio e ne è la manifestazione».
da «Effedieffe»

giovedì 15 maggio 2014

Questa generazione che non vuol crescere mai PIETRO CITATI

Questa generazione che non vuol crescere mai 
*** 
di PIETRO CITATI

UN TEMPO, si diventava adulti prestissimo.
Non voglio ricordare le epoche lontane della storia umana, quando a ventun anni Alessandro posava il piede sul suolo dell'Asia, a ventiquattro veniva riconosciuto figlio di Dio, a venticinque sconfiggeva Dario e conquistava l'impero persiano, a trentadue moriva, carico del peso di cento vite. Penso a un uomo del Settecento, dell'Ottocento, o anche a un figlio del nostro secolo. A venticinque anni i generali napoleonici attraversavano vittoriosamente
l' Europa, coi loro cavalli furibondi e i grandi pennacchi colorati: a ventuno, senza essere mai uscito di casa, Leopardi aveva letto tutti i libri e scriveva
L' Infinito, conoscendo con la mente le cose pensabili e impensabili.

.

Alessandro aveva come precettore Aristotele: qualche giovane europeo del 1793 aveva come precettore Holderlin. Immagino cosa dovesse significare, per un ragazzo desideroso di apprendere, avere ogni giorno accanto a sé il più grande filosofo o poeta del proprio tempo.

Allora l' infanzia, che noi amiamo tanto, non possedeva una vera esistenza. Bisognava attraversarla con la velocità di una folgore: consumarla, bruciarla, non indugiare nei giochi infantili, apprendere rapidamente, e diventare adulti. Il bambino contemplava appena ciò che aveva attorno a sé: guardava oltre, lontano, verso i re che avevano conquistato il mondo, e i poeti antichi e moderni che avevano composto l' Odissea e le Metamorfosi. Non c' era nessun indugio: nessuna pigrizia; nessuna tenerezza verso se stessi e le proprie immaginazioni infantili. A tutti i costi, versando lacrime di sangue, sopportando dolori indicibili, un ragazzo diventava maturo.
A diciotto anni, imparava a conoscere chi era, abbandonando le personalità secondarie, che aveva indossato nella giovinezza: scopriva quell'adamantino nucleo di sé, che l' accompagnava sino alla morte. Conquistare la maturità era una rinuncia: la rinuncia. Di colpo, con un gesto ascetico, il ragazzo si lasciava alle spalle tutti i sogni impossibili, tutte le illusioni che avevano accompagnato la mente umana: tutte le speranze di restare immortali, come lo si è sempre nella giovinezza. Il giovane accettava la realtà: la durezza, complessità e compattezza della realtà, l' impossibilità di ridurla a un desiderio o a un progetto. Se fino allora era stato Achille e aveva spezzato ogni limite, ora diventava Ulisse: un uomo che impara a sopportare e torna nella sua isola, dove avrà, forse, una vecchiaia felice. Accettava la morte: il pensiero che tutti i nostri attimi sono intessuti di morte e che la morte è la misura naturale della nostra vita. Come diceva Shakespeare: "Gli uomini debbono aspettare pazientemente la loro uscita da questo mondo - come la loro venuta. La maturità è tutto".
Appena diventava maturo, l' uomo innalzava delle altissime mura attorno a se stesso. Cosa importava ciò che rimaneva al di là delle mura: possibilità dell'io che non si erano realizzate, terre lontane, donne amate, nuvole di tenerezza? Dentro e dietro le mura, viveva coscientemente la propria maturità, lavorando con attenzione scrupolosa e meticolosa il suo piccolo campo. Conosceva mirabilmente le proprie forze reali: ciò che voleva e poteva fare e ciò che non era suo; diventava superbamente oggettivo verso se stesso, trattando il suo io come fosse un altro; sapeva organizzare, costruire, contrapporre, raggiungendo il massimo effetto con il minimo sforzo. Così l' io diventava una perfetta officina artigianale, che fabbricava ogni giorno una determinata quantità di materiale. Quanto splendido materiale è uscito da queste grandi officine virili, in special modo nel secolo scorso. E che bellissimi esempi di maturità, che si avviavano dignitosamente verso la vecchiaia e la morte, con appena un' ombra di malinconia verso le cose incompiute o impossibili.

Ma conosco esempi di maturità prematura. Molti esseri umani sono diventati adulti troppo presto: uccidendo in sé la giovinezza, irrigidendosi e difendendosi, evitando le possibilità aperte all'orizzonte, accelerando un processo che avrebbe dovuto essere più lento e sinuoso. Nulla è più rischioso, nelle cose umane, dell'eccesso di volontà e di chiarezza. Nulla è più pericoloso che conoscere sino in fondo, con l' occhio inflessibile dell'adulto, tutte le forme e gli svolgimenti del proprio futuro, e conquistarli con la violenza e la coercizione. Allora si diventa prigionieri della maturità: stiamo lì, soffocati, inariditi, vittime delle mura che abbiamo alzato, delle leggi e delle convenzioni che abbiamo stabilito una volta per tutte.

Come scriveva giorni fa Alberto Ronchey, conosciamo i giovani e gli adolescenti di oggi. A differenza dei loro nonni, non vogliono diventare maturi. Quanto tempo indugiano sui campi della giovinezza: guardano le cose, attraversano il mondo, contemplano se stessi con una curiosità e una tenerezza infinite. Giocano. Rallentano il tempo della crescita. Non desiderano entrare nella cosiddetta vita, che forse li impaurisce. La scuola è lentissima; ed essi aumentano questa lentezza tardando a laurearsi, tardando ad uscire dalla casa paterna, rinviando o aggirando il matrimonio, proiettando sempre più lontano il momento del lavoro. Non sanno chi sono. Forse non vogliono saperlo: si chiedono sempre quale sia il loro io, e non lo identificano in un carattere stabilito, ma in un complesso quasi inesauribile di possibilità. Non smettono mai di conoscersi: spostano l' oggetto della loro ricerca, sempre altrove, sempre più lontano, perché in realtà non desiderano avere nessun volto. Studiano gli altri esseri umani, cercando di ritrovare se stessi negli altri, o di prolungare negli altri se stessi. Forse ciò che prediligono è l' esperienza: per amore dell'esperienza, e non dei suoi risultati. Perciò coltivano tanto l' arte del viaggio: un viaggio che presto viene sostituito da un altro viaggio, e da un altro ancora, e poi da un altro ancora, al fondo del quale non c' è nessuna Itaca. Come amano indugiare! Come amano la protrazione e l' indecisione! Non dire mai sì e mai no: sostare sempre davanti a una soglia che, forse, non si aprirà mai. Se compiono un lavoro, non si impegnano volentieri in uno solo: ne fanno contemporaneamente un altro, o immaginano di farlo. Non rinunciano a niente, perché non vogliono accettare la morte. Non hanno volontà: non desiderano agire; preferiscono aderire, accogliere, lasciar affiorare in se stessi la voce degli altri, della vita e del destino. Preferiscono restare passivi, comportandosi in modo sinuoso e informe come l' acqua, trasformandosi in tutto ciò che viene loro proposto. Vivono avvolti in un misterioso torpore. Non amano il tempo. L' unico loro tempo è una serie di attimi, che non vengono legati in una catena o organizzati in una storia.

In generale, la mia generazione di moribondi settantenni disprezza questi casi di adolescenza troppo prolungata. Sostiene che bisogna - a tutti i costi - diventare maturi. E, certo, siamo circondati da una moltitudine di cinquantenni giovanissimi, di quarantenni adolescenti, di trentenni appena nati: i quali proiettano attorno a se stessi l' alone di un immenso narcisismo, chiedono, chiedono, non amano la realtà, si lagnano sempre, non sopportano nessuna contrarietà e dolore.

Quanto a me, questi eterni adolescenti mi piacciono: mi piacciono i loro indugi, le loro lentezze, la loro passività, e i lunghi sguardi contemplativi. Continuare a serbare nell'occhio la freschezza dello sguardo giovanile: diventare maturi e poi vecchi quasi per caso: non disegnare mai il proprio io: concepire la propria vita come un gioco indefinito di possibilità, che può portare a moltissimi volti; rallentare, rallentare, non costruire e non irrigidirsi mai dietro mura...

Ho avuto la fortuna di conoscere alcuni grandi vecchi poeti: a ottant' anni posseggono un' immensa esperienza, che sembra filtrata da centinaia di vite; eppure qualsiasi goccia di questa esperienza ha la stessa delicata e tenera grazia di quella di un bambino che costruisce il suo castello di sabbia sulla riva del mare. Forse qualcuno dei nostri pigri, indolenti e indecisi figli o nipoti ci preparerà lo stesso dono.


sabato 2 febbraio 2013

Questa generazione che non vuol crescere mai

Questa generazione che non vuol crescere mai
Un tempo, si diventava adulti prestissimo. Oggi c'è una continua corsa all'immaturità

la repubblica 2 agosto 1999
di PIETRO CITATI

UN TEMPO, si diventava adulti prestissimo. Non voglio ricordare le epoche lontane della storia
umana, quando a ventun anni Alessandro posava il piede sul suolo dell'Asia, a ventiquattro veniva
riconosciuto figlio di Dio, a venticinque sconfiggeva Dario e conquistava l' impero persiano, a
trentadue moriva, carico del peso di cento vite. Penso a un uomo del Settecento, dell'Ottocento, o
anche a un figlio del nostro secolo. A venticinque anni i generali napoleonici attraversavano
vittoriosamente l'Europa, coi loro cavalli furibondi e i grandi pennacchi colorati: a ventuno, senza
essere mai uscito di casa, Leopardi aveva letto tutti i libri e scriveva L' Infinito, conoscendo con la
mente le cose pensabili e impensabili.
Allora non esistevano le scuole pubbliche dei nostri giorni, dove un ragazzo intelligente perde il suo
tempo assieme a migliaia di ragazzi mediocri. Alessandro aveva come precettore Aristotele:
qualche giovane europeo del 1793 aveva come precettore Hölderlin. Immagino cosa dovesse
significare, per un ragazzo desideroso di apprendere, avere ogni giorno accanto a sé il più grande
filosofo o poeta del proprio tempo.
ALLORA l'infanzia, che noi amiamo tanto, non possedeva una vera esistenza. Bisognava
attraversarla con la velocità di una folgore: consumarla, bruciarla, non indugiare nei giochi infantili,
apprendere rapidamente, e diventare adulti. Il bambino contemplava appena ciò che aveva attorno a
sé: guardava oltre, lontano, verso i re che avevano conquistato il mondo, e i poeti antichi e moderni
che avevano composto l'Odissea e le Metamorfosi. Non c'era nessun indugio: nessuna pigrizia;
nessuna tenerezza verso se stessi e le proprie immaginazioni infantili.
A tutti i costi, versando lacrime di sangue, sopportando dolori indicibili, un ragazzo diventava
maturo. A diciotto anni, imparava a conoscere chi era, abbandonando le personalità secondarie, che aveva indossato nella giovinezza: scopriva quell' adamantino nucleo di sé, che l' accompagnava sino alla morte. Conquistare la maturità era una rinuncia: la rinuncia. Di colpo, con un gesto ascetico, il ragazzo si lasciava alle spalle tutti i sogni impossibili, tutte le illusioni che avevano accompagnato la mente umana: tutte le speranze di restare immortali, come lo si è sempre nella giovinezza. Il giovane accettava la realtà: la durezza, complessità e compattezza della realtà, l' impossibilità di
ridurla a un desiderio o a un progetto. 
Se fino allora era stato Achille e aveva spezzato ogni limite,
ora diventava Ulisse: un uomo che impara a sopportare e torna nella sua isola, dove avrà, forse, una
vecchiaia felice. Accettava la morte: il pensiero che tutti i nostri attimi sono intessuti di morte e che
la morte è la misura naturale della nostra vita. Come diceva Shakespeare: "Gli uomini debbono
aspettare pazientemente la loro uscita da questo mondo - come la loro venuta. La maturità è tutto".
Appena diventava maturo, l'uomo innalzava delle altissime mura attorno a se stesso. Cosa
importava ciò che rimaneva al di là delle mura: possibilità dell'io che non si erano realizzate, terre
 lontane, donne amate, nuvole di tenerezza? Dentro e dietro le mura, viveva coscientemente la
propria maturità, lavorando con attenzione scrupolosa e meticolosa il suo piccolo campo.
Conosceva mirabilmente le proprie forze reali: ciò che voleva e poteva fare e ciò che non era suo;
diventava superbamente oggettivo verso se stesso, trattando il suo io come fosse un altro; sapeva
organizzare, costruire, contrapporre, raggiungendo il massimo effetto con il minimo sforzo. Così
l'io diventava una perfetta officina artigianale, che fabbricava ogni giorno una determinata quantità
di materiale.
Quanto splendido materiale è uscito da queste grandi officine virili, in special modo nel secolo
scorso. E che bellissimi esempi di maturità, che si avviavano dignitosamente verso la vecchiaia e la
morte, con appena un' ombra di malinconia verso le cose incompiute o impossibili. Ma conosco
esempi di maturità prematura. Molti esseri umani sono diventati adulti troppo presto: uccidendo in
sé la giovinezza, irrigidendosi e difendendosi, evitando le possibilità aperte all'orizzonte,
accelerando un processo che avrebbe dovuto essere più lento e sinuoso. Nulla è più rischioso, nelle
cose umane, dell'eccesso di volontà e di chiarezza. Nulla è più pericoloso che conoscere sino in
fondo, con l'occhio inflessibile dell'adulto, tutte le forme e gli svolgimenti del proprio futuro, e
conquistarli con la violenza e la coercizione. Allora si diventa prigionieri della maturità: stiamo lì,
soffocati, inariditi, vittime delle mura che abbiamo alzato, delle leggi e delle convenzioni che
abbiamo stabilito una volta per tutte.
Come scriveva giorni fa Alberto Ronchey, conosciamo i giovani e gli adolescenti di oggi. A
differenza dei loro nonni, non vogliono diventare maturi. Quanto tempo indugiano sui campi della
giovinezza: guardano le cose, attraversano il mondo, contemplano se stessi con una curiosità e una tenerezza infinite. Giocano. Rallentano il tempo della crescita. Non desiderano entrare nella cosidetta vita, che forse li impaurisce. La scuola è lentissima; ed essi aumentano questa lentezza tardando a laurearsi, tardando ad uscire dalla casa paterna, rinviando o aggirando il matrimonio, proiettando sempre più lontano il momento del lavoro. Non sanno chi sono. Forse non vogliono saperlo: si chiedono sempre quale sia il loro io, e non lo identificano in un carattere stabilito, ma in un complesso quasi inesauribile di possibilità. Non smettono mai di conoscersi: spostano l' oggetto della loro ricerca, sempre altrove, sempre più lontano, perché in realtà non desiderano avere nessun volto. Studiano gli altri esseri umani, cercando di ritrovare se stessi negli altri, o di prolungare negli altri se stessi.
Forse ciò che prediligono è l'esperienza: per amore dell' esperienza, e non dei suoi risultati. Perciò coltivano tanto l'arte del viaggio: un viaggio che presto viene sostituito da un altro viaggio, e da un altro ancora, e poi da un altro ancora, al fondo del quale non c'è nessuna Itaca. Come amano indugiare! Come amano la protrazione e l'indecisione! Non dire mai sì e mai no: sostare sempre davanti a una soglia che, forse, non si aprirà mai. Se compiono un lavoro, non si impegnano volentieri in uno solo: ne fanno contemporaneamente un altro, o immaginano di farlo. Non rinunciano a niente, perché non vogliono accettare la morte.
Non hanno volontà: non desiderano agire; preferiscono aderire, accogliere, lasciar affiorare in se stessi la voce degli altri, della vità e del destino. Preferiscono restare passivi, comportandosi in modo sinuoso e informe come l'acqua, trasformandosi in tutto ciò che viene loro proposto. Vivono avvolti in un misterioso torpore. Non amano il tempo. L'unico loro tempo è una serie di attimi, che non vengono legati in una catena o organizzati in una storia.

In generale, la mia generazione di moribondi settantenni disprezza questi casi di adolescenza troppo
prolungata. Sostiene che bisogna - a tutti i costi - diventare maturi. E, certo, siamo circondati da una
moltitudine di cinquantenni giovanissimi, di quarantenni adolescenti, di trentenni appena nati: i
quali proiettano attorno a se stessi l'alone di un immenso narcisismo, chiedono, chiedono, non
amano la realtà, si lagnano sempre, non sopportano nessuna contrarietà e dolore. Abbiamo
l'esempio di Clinton: questo eroe del nostro tempo. Ha superato i cinquant'anni: è presidente degli
Stati Uniti (forse un ottimo presidente); eppure ha la psicologia di un bambino di tre anni che ruba
la marmellata e non ammette di averla rubata, sebbene abbia il viso, le mani e la camicia macchiate
di ribes.
Quanto a me, questi eterni adolescenti mi piacciono: mi piacciono i loro indugi, le loro lentezze, la
loro passività, e i lunghi sguardi contemplativi. Continuare a serbare nell'occhio la freschezza dello
sguardo giovanile: diventare maturi e poi vecchi quasi per caso: non disegnare mai il proprio io:
concepire la propria vita come un gioco indefinito di possibilità, che può portare a moltissimi volti;
rallentare, rallentare, non costruire e non irrigidirsi mai dietro mura...Ho avuto la fortuna di
conoscere alcuni grandi vecchi poeti: a ottant'anni posseggono un'immensa esperienza, che sembra
filtrata da centinaia di vite; eppure qualsiasi goccia di questa esperienza ha la stessa delicata e tenera
grazia di quella di un bambino che costruisce il suo castello di sabbia sulla riva del mare. Forse
qualcuno dei nostri pigri, indolenti e indecisi figli o nipoti ci preparerà lo stesso dono.

lunedì 4 giugno 2012

La droga

La droga
***
Quel buco è il sacramento di Satana. 
E’ la cresima, è l’effusione dello spirito 
di una cultura che ha preso congedo dal Cristo
 per volgersi all’Ingannatore”.
 Maritain

martedì 14 febbraio 2012

imbecillità giovanile


Il corpo delle donne

Il corpo delle donne
***
ho trovato questo bellissimo filmato  che fa capire come oggi la donna è ridotta ad oggetto
 



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imbecillità giovanile

domenica, 11 maggio 2008


Lo svantaggio di essere cristiani
***
C'è un solo svantaggio a seguire Gesù, ad essere cristiani, ad essere nella Chiesa: lo svantaggio che si è obbligati a rendersi coscienti di tutto quello che si fa, lo svantaggio di dover essere intelligenti, insomma. Ma non intelligenti nel senso della scuola, bensì intelligenti come uso dell'intelligenza che, in fondo, è dentro la frase che Cristo ripeteva sempre: «Vigilate, state all'erta».
Tutti vanno avanti con la testa nel sacco e ripetono..... Ieri andavamo in macchina e c'era lì in mezzo alla strada un ragazzo in bicicletta che aveva la lingua fuori fin qui e cantava «Oooooh!»... un troglodita. Ma la maggior parte dei ragazzi, se non sono proprio così materialmente -moltissimi sono così materialmente, sempre di più -, tutti sono così di dentro: fanno «Oooooh» dentro! Ripetono le canzoni che sentono dire o, peggio ancora, fanno solo andare la testa... vale a dire la riduzione più meccanica possibile di quel che sentono, neanche quel che sentono ripetono.
Luigi Giussani da: Si può vivere così? Rizzoli        a P.


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cristianesimo, giussani, imbecillità giovanile

domenica, 30 marzo 2008

L'Eros è ragazze e teorie
***
“Scoprivamo il sesso, cioè il sacro allo stato bruto (forza divina che spinge alla vita nell'immediatezza della sensibilità) e il loro vago Cattolicesimo non vi avrebbe resistito. "Eros e Thanatos", come dice Freud: l'uomo è attratto o dall'amore o dal suicidio. Ma nell'adolescenza il suicidio si cambia nello specchio di Narciso, e invece di distruggersi l'uomo contempla se stesso e soprattutto la sua forza erotica. Gli uomini della mia generazione non hanno conosciuto il suicidio per nichilismo, come si diffonde oggi ("mi uccido perché la vita non ha senso"). Noi avevamo bruciato il nostro capitale spirituale, ma ci restava un certo slancio biologico, e così l'Eros, l'Amore, l'attrazione erotica aveva la meglio sulla sua grande sorella, la Morte, e io potevo predicare l'ateismo senza suicidarmi, e potevo anche alzare il pugno chiuso per il Fronte popolare, con il fazzoletto rosso sulla giacca. L'Eros è ragazze e teorie. E' far l'amore con una donna o con un'idea. Non si vede altro nella vita: si va dritti con entusiasmo, con senso di potenza e tranquillità. L'uso erotico della ragione diviene per un momento l'oppio che fa dimenticare il nulla. Pur di far l'amore e di non pensare ad altro, ci son dei vecchi che si fanno innestare testicoli di scimmia. Ragazze e teorie, vissute con la forza dell'erotismo sono tavole gettate sull'abisso. E si sale sulle tavole e si recita la propria parte, per un certo tempo. Fino alla mezz'ora di silenzio in cielo di cui parla l'Apocalisse (Ap 8,1), il momento della verità che ci aspetta tutti.
Oggi i nostri maestri di pensiero sorridono con pietà quando si parla di sete di assoluto. Loro sono nel relativo, e vi ci si sono sistemati anche abbastanza bene. Per me che non sono un esperto, mi sembra che io cercassi Dio nella sua negazione stessa. Ateismo ed erotismo erano il mio grido a lui. E penso che anche lui mi cercasse.
Anche io ho conosciuto le grandi spiegazioni dell'ateismo, le spiegazioni dei tre grandi "maestri del sospetto", Marx, Nietzsche e Freud. Per il marxista Dio è solo quello che l'uomo ha perduto attraverso l'alienazione sociale. Per Nietzsche, Dio è invece il mondo illusorio delle idee e dei valori, perché tutto è volontà irrazionale di forza, gioco continuo. Per chi non ha questa forza in sé, per chi non è Superuomo, Dio è allora il rifugio della debolezza e l'arma del risentimento. E per Freud, infine, Dio non è altro che la proiezione del "padre castratore", colui che ti ha istillato fin da piccolo il senso della colpevolezza, il "Super-Io", quelle regole cui tu devi obbedire, se non vuoi perderti. Mi si dice che tutto questo finalmente libera, incarna, richiama alla vera responsabilità creatrice dell'uomo, senza false paure e falsi tabù. Eppure..
Eppure tutti questi esseri lucidi si sbranano a vicenda e così ciecamente e sanno ascoltare così poco! Tutti questi "coscienti" sono così incoscienti nella loro vita quotidiana! Il relativo, ciò che passa, ciò che non conta più di tanto, si gonfia di assoluto e diviene mostruoso. La passione in cui credevamo di esaltarci (che pensavo mi facesse essere) sfocia nel nulla. Perché quello che cerchi nell'incontro d'amore - il sentirti vivo e la verità di un'altra persona, l'incontro personale - non lo raggiungi che per brevi istanti furtivi. Qualche settimana dopo non ci si ricorda più di nulla, se non di quella canzone, tra le dune, canticchiata da una sconosciuta.
Nel 1956, battezzato da poco, mentre stavo imparando a poco a poco una vita di umiltà e di perdono in cui la fedeltà diventa possibile, parlavo con un giovane rivoluzionario ungherese sull'enigmatico incontro dell'uomo e della donna. "Non c'è nessun mistero, mi disse, e la fedeltà è un intralcio senza senso". "Eppure cosa sentite ogni volta che si chiude per voi un incontro più o meno breve?". Egli rifletté un momento, la sua aggressività si era spenta: "A volte, disse, è come se avessi ucciso un uccello". E la strada è cosparsa di uccelli morti!
Oggi abbiamo soltanto l'ordine quantitativo della società industriale, il cui macchinismo ignora i ritmi profondi della vita oppure il disordine dell'istinto, la frenesia sessuale. Sembra che non abbiamo più che il nostro corpo per uscire dall'astrazione e dalla solitudine. Tuttavia la soddisfazione erotica che spegne la tensione è solo un'immagine lontana di quella morte spirituale del nostro egoismo, della tensione al nostro io, necessaria perché l'altro sia per me una persona e non soltanto un oggetto. Invece ognuno è rimandato alla sua solitudine, perché il corpo ha espresso un egoismo narcisista e non un dialogo personale. La sete di assoluto e di infinito ti porta a cercare tutto da un povero essere precario che, anche lui, ha bisogno di essere salvato. E siccome egli non può estinguere questa sete, finiamo per rivoltarci contro di lui, per ferirlo e distruggerlo. Così finisce chi trasferisce la ricerca di assoluto sul piacere stesso. E la profanazione si esaspera nelle trasgressioni, fino al sadismo: far del male all'altro per sentirsi vivi in qualche modo.. Perché solo l'Amore salverà l'amore.
Oliver Clement  "L'altro sole"

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nichilismo, imbecillità giovanile, clement, istintività

lunedì, 10 marzo 2008

Senza il cristianesimo:
il nichilismo, si aggira tra i giovani
 ***
«conosciamo i giovani e gli adolescenti di oggi. A differenza dei loro nonni, non vogliono diventare maturi. Non desiderano entrare nella cosiddetta vita, che forse li impaurisce. La scuola è lentissima; ed essi aumentano questa lentezza tardando a laurearsi, tardando a uscire dalla casa paterna, rinviando o aggirando il matrimonio, proiettando sempre più lontano il momento del lavoro. Non sanno chi sono. Forse non vogliono saperlo… perché in realtà non desiderano avere nessun volto… Come amano indugiare!… sostare sempre davanti a una soglia che, forse, non si aprirà mai. Se compiono un lavoro, non si impegnano volentieri in uno solo: ne fanno contemporaneamente un altro, o immaginano di farlo. Non rinunciano a niente, perché non vogliono accettare la morte.
Non hanno volontà: non desiderano agire; preferiscono aderire, accogliere, lasciar affiorare in se stessi la voce degli altri, della vita e del destino. Preferiscono restare passivi, comportandosi in modo sinuoso e informe come l’acqua, trasformandosi in tutto ciò che viene loro proposto. Vivono avvolti in un misterioso torpore. Non amano il tempo. L’unico loro tempo è una serie di attimi, che non vengono legati in una catena o organizzati in una storia


Piero Citati da:Repubblica del 2 agosto 1999

Postato da: giacabi a 20:46 | link | commenti (2)
nichilismo, imbecillità giovanile


Senza il cristianesimo:
il nichilismo, si aggira tra i giovani
 ***

..« i giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male. E non per le solite crisi esistenziali che costellano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui.
Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno diventano obsoleti, ma la loro stessa vita, che più non riesce a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa. Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l’angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso.
Interrogati non sanno descrivere il loro malessere perché hanno ormai raggiunto quell’analfabetismo emotivo che non consente di riconoscere i propri sentimenti e soprattutto di chiamarli per nome. E del resto che nome dare a quel nulla che li pervade e che li affoga? Nel deserto della comunicazione, dove la famiglia non desta più alcun richiamo e la scuola non suscita alcun interesse,
tutte le parole che invitano all’impegno e allo sguardo volto al futuro affondano in quell’inarticolato all’altezza del quale c’è solo il grido, che talvolta spezza la corazza opaca e spessa del silenzio che, massiccio, avvolge la solitudine della loro segreta depressione come stato d’animo senza tempo, governato da quell’ospite inquietante che Nietzsche chiama “nichilismo”.
E perciò le parole che alla speranza alludono, le parole di tutti più o meno sincere, le parole che insistono, le parole che promettono, le parole che vogliono lenire la loro segreta sofferenza languono intorno a loro come rumore insensato.
Un po’ di musica sparata nelle orecchie per cancellare tutte le parole, un po’ di droga per anestetizzare il dolore o per provare una qualche emozione, tanta solitudine tipica di quell’individualismo esasperato, sconosciuto alle generazioni precedenti, indotto dalla persuasione che – stante l’inaridimento di tutti i legami affettivi – non ci si salva se non da soli, magari attaccandosi, nel deserto dei valori, a quell’unico generatore simbolico di tutti i valori che nella nostra cultura si chiama denaro.
Va da sé che quando il disagio non è del singolo individuo, ma l’individuo è solo la vittima di una diffusa mancanza di prospettive e di progetti, se non addirittura di sensi e di legami affettivi, come accade nella nostra cultura, è ovvio che risultano inefficaci le cure farmacologiche cui oggi si ricorre fin dalla prima infanzia o quelle psicoterapiche che curano le sofferenze che originano nel singolo individuo.
E questo perché se l’uomo, come dice Goethe, è un essere volto alla costruzione di senso (Sinngebung), nel deserto dell’insensatezza che l’atmosfera nichilista del nostro tempo diffonde il disagio non è più psicologico, ma culturale. E allora
è sulla cultura collettiva e non sulla sofferenza individuale che bisogna agire, perché questa sofferenza non è la causa, ma la conseguenza di un’implosione culturale di cui i giovani, parcheggiati nelle scuole, nelle università, nei master, nel precariato, sono le prime vittime.»

Umberto  Galimberti 
L'ospite inquietante I giovani e il nichilismo  Feltrinelli

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giovedì, 27 dicembre 2007

I giovani di oggi
***
Nel 1968, i giovani incarnavano la speranza, il futuro, la liberazione, l’utopia. I giovani di adesso mi appaiono tanto spesso come l’avanguardia della paura, dell’angoscia davanti al futuro. sono vittime, secondo me, di una sorte di “sindrome di Peter Pan” (…) “Sono bambini, adolescenti che si rifiutano di crescere (..). la paura e l’angoscia sono legate ad una sorta di irresponsabilità e di vittimismo(…). Tutti hanno paura di vivere senza le stampelle dello Stato, per entrare nella vita adulta”
Luc Ferry

I giovani, anche se non sempre lo sanno, stanno male: e non per le solite crisi esistenziali che costellano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esanguiU. Galimberti

“(I giovani) preferiscono restare passivi (...) vivono avvolti in un misterioso torpore. P. Citati
da: Tracce dicembre 2007 editoriale


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martedì, 11 dicembre 2007

SCHIAVI DELLA NOIA
***
Non c’è mai scampo, nemmeno a vent’anni, nemmeno in paradiso, nel lungo paradiso dell’erasmus (arrivederci ragazzi, fate baldoria che poi cambia tutto, passate qualche esame, raccontate quanto è stato bello, quanta gente, quante cazzate, e com’ero libero e pazzo, e com’ero adulto e giovane insieme). Tutta la libertà e la giovinezza, tutte le possibilità, gli spinelli, le chitarre, e nessuna madre a tirarti giù dal letto e a urlare: studia deficiente, a che ora sei tornato ieri notte. Sono mesi, anni mirabili, è il periodo che nessuno scorda, quello in cui puoi diventare qualunque cosa desideri, per un po’: sciupafemmine, ribelle, zoccola, cameriera, cosmopolita, musicista da pub, fricchettone, intellettuale, semialcolizzato ma con brio. Poi si torna alla realtà e guarda non puoi capire, è stato grandioso. […]. Lei però non è tornata, l’hanna ammazzata col coltello all’inizio di un lungo weekend. […]. Ci si è infilato dentro l’orrore, stavolta. L’orrore impossibile anche da inventarsi».

 da: galatro


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sabato, 20 ottobre 2007

La tirannia
                     ***

"Quando un popolo, divorato dalla sete di libertà, si trova ad avere dei mescitori che gliene versano quanta ne vuole, fino ad ubriacarlo, allora accade che, se i governanti resistono alle richieste dei cittadini sempre più esigenti, sono denunciati come tiranni.
   E avviene che chi si dimostra disciplinato è definito un uomo senza carattere; che il padre impaurito finisce per trattare il figlio come un suo pari e non è più rispettato; che il maestro non osa rimproverare gli scolari e costoro si fanno beffe di lui.
   In questo clima di libertà ed in nome della medesima non vi è più riguardo né rispetto per nessuno. In mezzo a tanta licenza nasce e si sviluppa una mala pianta: la tirannia".
 PLATONE




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platone, nichilismo, imbecillità giovanile

lunedì, 08 ottobre 2007


I jeans a vita bassa

delle quindicenni
***
di MARCO LODOLI
INSEGNARE a scuola mette in contatto con le verità del giorno: è come raccogliere uova appena fatte, ancora calde, magari con il guscio un po' sporco. Gli storici interrogano i secoli, ma in una classe di una qualsiasi periferia italiana si ascolta il battere dei secondi. Ebbene, oggi una ragazza di quindici anni, un'allieva che non aveva mai rivelato una particolare brillantezza, ha fatto una riflessione che mi ha lasciato a bocca aperta.
Eravamo negli ultimi dieci minuti di lezione, quelli che spesso si spendono in chiacchiere con gli alunni. La ragazza raccontava di volersi comprare un paio di mutande di Dolce e Gabbana, con quei nomi stampati sull'elastico che deve occhieggiare bene in vista fuori dai pantaloni a vita bassa. Io le obiettavo che lungo la Tuscolana, alle sei di pomeriggio, passeggiano decine e decine di ragazze vestite così.
Non è un po' triste ripetere le scelte di tutti, rinunciare ad avere una personalità, arrendersi a una moda pensata da altri? E da bravo professore un po' pedante le citavo una frase di Jung: "Una vita che non si individua è una vita sprecata". Insomma, facevo la mia solita parte di insegnante che depreca la cultura di massa e invita ogni studente a cercare la propria strada, perché tutti abbiamo una strada da compiere.
A questo punto lei mi ha esposto il suo ragionamento, chiaro e scioccante: "Professore, ma non ha capito che oggi solo pochissimi possono permettersi di avere una personalità? I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in televisione, loro esistono veramente e fanno quello che vogliono, ma tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l'ho capito fin da quando ero piccola così. La nostra sarà una vita inutile. Mi fanno ridere le mie amiche che discutono se nella loro comitiva è meglio quel ragazzo moro o quell'altro biondo. Non cambia niente, sono due nullità identiche. Noi possiamo solo comprarci delle mutande uguali a quelle di tutti gli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci. Noi siamo la massa informe".
Tanta disperata lucidità mi ha messo i brividi addosso. Ho protestato, ho ribattuto che non è assolutamente così, che ogni persona, anche se non diventa famosa, può realizzarsi, fare bene il suo lavoro e ottenere soddisfazioni, amare, avere figli, migliorare il mondo in cui vive. Ho protestato, mettendo in gioco tutta la mia vivacità dialettica, le parole più convincenti, gli esempi più calzanti, ma capivo che non riuscivo a convincerla. Peggio: capivo che non riuscivo a convincere nemmeno me stesso. Capivo che quella ragazzina aveva espresso un pensiero brutale, orrendo, insopportabile, ma che fotografava in pieno ciò che sta accadendo nella mente dei giovani, nel nostro mondo.

A quindici anni ci si può già sentire falliti, parte di un continente sommerso che mai vedrà la luce, puri consumatori di merci perché non c'è alcuna possibilità di essere protagonisti almeno della propria vita. Un tempo l'ammirazione per le persone famose, per chi era stato capace di esprimere - nella musica o nella letteratura, nello sport o nella politica - un valore più alto, più generale, spingeva i giovani all'emulazione, li invitava a uscire dall'inerzia e dalla prudenza mediocre dei padri. Grazie ai grandi si cercava di essere meno piccoli. Oggi domina un'altra logica: chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori per sempre. Chi fortunatamente ce l'ha fatta avrà una vita vera, tutti gli altri sono condannati a essere spettatori e a razzolare nel nulla.

Si invidiano i vip solo perché si sono sollevati dal fango, poco importa quello che hanno realizzato, le opere che lasceranno. In periferia ho conosciuto ragazzi che tenevano nel portafoglio la pagina del giornale con le foto di alcuni loro amici, responsabili di una rapina a mano armata a una banca. Quei tipi comunque erano diventati celebri, e magari la televisione li avrebbe pure intervistati in carcere, un giorno.

Questa è la sottocultura che è stata diffusa nelle infinite zone depresse del nostro paese, un crimine contro l'umanità più debole ideato e attuato negli ultimi vent'anni. Pochi individui hanno una storia, un destino, un volto, e sono gli ospiti televisivi: tutti gli altri già a quindici anni avranno solo mutande firmate da mostrare su e giù per la Tuscolana e un cuore pieno di desolazione e di impotenza.

www.repubblica.it (18 ottobre 2004)




Postato da: giacabi a 18:53 | link | commenti
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martedì, 25 settembre 2007

I miei ragazzi insidiati dal demone della Facilità
***

Cosa sta accadendo nelle menti degli italiani, come mai ho l´impressione che lo stordimento, se non addirittura una leggera forma di demenza, stiano soffiando come scirocco in troppi cervelli, giovani e meno giovani? Quali sono le cause, se ce ne sono, di questo torpore?
Avevo raccontato, un mese fa su "Repubblica", la mia crescente ansia di fronte al silenzio dei miei studenti che sembrano non saper più ragionare. In tanti hanno risposto, mi sono arrivate molte lettere, anche dai ragazzi delle scuole. Capisco che è difficile indicare un unico responsabile, un sicuro colpevole, ma una piccola idea del perché accada tutto questo io me la sono fatta e ve la propongo.
A mio avviso da troppo tempo viviamo sotto l´influsso di una divinità tanto ammaliante quanto crudele, un uccelletto che canta soave, ma che ha un becco così sottile e feroce da mangiarci il cervello. La Facilità è la dea che divora i nostri pensieri, e di conseguenza l´intera nostra vita. La Facilità non va certo confusa con la Semplicità che, come ben sintetizzava il grande scultore Brancusi, «è una complessità risolta». La Semplicità è l´obiettivo finale di ogni nostro sforzo: noi dovremmo sempre impegnarci affinché pensieri e gesti siano semplici, e dunque armoniosi e giusti. La Semplicità è il miele prodotto dal lavoro complicato dell´alveare, è il vino squisito che dietro di sé ha la fatica della vigna. La Facilità, invece, è una truffa che rischia di impoverire tragicamente i nostri giorni. A farne le spese sono soprattutto i ragazzi più poveri e sprovveduti, ma anche noi adulti furbi e smaliziati stiamo concedendo vasti territori a questa acquerugiola che somiglia a un concime ed è un veleno.
La nostra cultura ormai scansa ogni sentore di fatica, ogni peso, ogni difficoltà: abbiamo esaltato il trash e il pulp, bastavano un rutto e una rasoiata per raccogliere attenzione e gloria; abbiamo accettato che le televisioni venissero invase da gente che imbarcava applausi senza essere capace a fare nulla; abbiamo accolto con entusiasmo ogni sbraitante analfabeta, ogni ridicolo chiacchierone, ogni comico da quattro soldi, ogni patetica "bonazza". Così un poco ogni giorno il piano si è inclinato verso il basso e noi ci siamo rotolati sopra velocemente, allegramente, fino a non capire più nulla, fino all´infelicità. Tutto è stato facile, e tutto continua a voler essere ancora più facile. Impara l´inglese giocando, laureati in due anni senza sforzo, diventa anche tu ridendo e scherzando un uomo ricco e famoso.
Spesso i miei alunni, ragazzi di quindici o sedici anni, mi dicono: «Io voglio fare i soldi in fretta per comprarmi tante cose», e io rispondo che non c´è niente di male a voler diventare ricchi, ma che bisognerà pure guadagnarseli in qualche modo questi soldi, se non si ha alle spalle una famiglia facoltosa: bisognerà studiare, imparare un buon mestiere, darsi da fare. A questo punto loro mi guardano stupiti, quasi addolorati, come se avessi detto la cosa più bizzarra del mondo. Non considerano affatto inevitabile il rapporto tra denaro e fatica, credono che il benessere possa arrivare da solo, come arriva la pioggia o la domenica. Sembra che nessuno mai li abbia avvertiti delle difficoltà dell´esistenza. Sembra che ignorino completamente quanto la vita è dura, che tutto costa fatica, e che per ottenere un risultato anche minimo bisogna impegnarsi a fondo. E per quanto io mi prodighi per spiegare loro che anche per estrarre il succo dall´arancia bisogna spremerla forte, mi pare di non riuscire a convincerli. Il mondo intero afferma il contrario, in televisione e sui manifesti pubblicitari tutti ridono felici e abbronzati e nessuno è mai sudato.
Così si diventa idioti. E´ un processo inesorabile, matematico, terribile, ed è un processo che coinvolge anche gli adulti, sia chiaro. La Facilità promette mari e monti, e il livello mentale si abbassa ogni giorno di più, fino al balbettio e all´impotenza.
«Le cose non sono difficili a farsi, ma noi, mettere noi nello stato di farle, questo sì è difficile», scriveva ancora Brancusi. Mettere noi stessi nello stato di poter affrontare la vita meglio che si può, di fare un mestiere per bene, di costruire un tavolo o di scrivere un articolo senza compiere gravi errori, questo è proprio difficile, ed è necessario prepararsi per anni, prepararsi sempre. E se addirittura volessimo avanzare di un palmo nella conoscenza di noi stessi e del mondo, trasformarci in esseri appena appena migliori, più consapevoli e sereni, dovremmo ricordarci la fatica e la pena che ogni metamorfosi pretende, come insegnano i miti classici, le vite degli uomini grandi, le parole e le posizioni dei monaci orientali. Ma
la Facilità ormai ha dissolto tante capacità intellettuali e manuali, e si parla a vanvera perché così abbiamo sentito fare ogni sera, si pensa e si vive a casaccio perché così fanno tutti.
Ben presto per i lavori più complessi dovremo affidarci alla gente venuta da fuori, da lontano, alle persone che hanno conosciuto la sofferenza e hanno coltivato una volontà di riscatto. Loro sanno che la Facilità è un imbroglio, lo hanno imparato sulla loro pelle. Noi continueremo a sperare di diventare calciatori e vallette, miliardari e attrici, indossatori e stilisti, e diventeremo solo dei mentecatti
.
Marco Lodoli  Repubblica 6 novembre 2002.

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imbecillità giovanile, lodoli

sabato, 23 giugno 2007

L’OMOLOGAZIONE
***
E' stata la televisione che ha, praticamente (essa non è che un mezzo), concluso l'era della pietà, e iniziato l'era dell'edonè. Era in cui dei giovani insieme presuntuosi e frustrati a causa della stupidità e insieme dell'irraggiungibilità dei modelli proposti loro dalla scuola e dalla televisione, tendono inarrestabilmente ad essere o aggressivi fino alla delinquenza o passivi fino alla infelicità (che non è una colpa minore).
Ora, ogni apertura a sinistra sia della scuola che della televisione non è servita a nulla: la scuola e il video sono autoritari perché statali, e lo Stato è la nuova produzione (produzione di umanità)”


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pasolini, imbecillità giovanile

venerdì, 12 gennaio 2007

  • Fin dall'infanzia date al bambino tutto quello che vuole. Così crescerà convinto che il mondo abbia l'obbligo di mantenerlo.
  • Se impara una parolaccia, ridetene. Crederà d'essere divertente.
  • Non dategli alcuna educazione spirituale. Aspettate che abbia 21 anni e lasciate che allora "decida da sé".
  • Mettete in ordine tutto quello che lui lascia in giro: libri, scarpe, abiti. Fate voi quello che dovrebbe far lui in modo che s'abitui a scaricare sugli altri tutte le responsabilità.
  • Litigate spesso in sua presenza. Così non si stupirà troppo se a un certo momento vedrà disgregarsi la famiglia.
  • Date al ragazzo tutto il denaro da spendere che vi chiede. Non lasciate mai che se lo guadagni. Perché dovrebbe faticare per avere quel che vuole, come avete fatto voi?
  • Soddisfate ogni suo desiderio per il mangiare, il bere e le comodità. Negargli qualche cosa potrebbe dargli pericolosi "complessi".
  • Prendete le sue parti contro i vicini di casa, gli insegnanti, gli agenti di polizia. Sono tutti prevenuti verso vostro figlio.
  • Quando si mette in un guaio serio, scusatevi con voi stessi dicendo: "Non sono mai riuscito a farlo rigar dritto".
  • Preparatevi a una vita d'amarezze. Non vi mancheranno.

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educazione, imbecillità giovanile

giovedì, 14 settembre 2006

L’imbecillità giovanile
Olavo de Carvalho , Jornal da Tarde, S"o Paulo, 3 abr. 1998
 
Ho creduto giá in molte menzogne, ma ce ne è una alla quale sempre sono stato immune: quella che celebra la gioventú come una epoca di ribellione, di indipendenza, di amore alla libertá. Non ho dato credito a tale scemenza neppure quando, io stesso giovane, essa mi lusingava. Al contrario, presto mi impressionarono profondamente, nella condotta dei miei compagni di generazione, lo spirito del gregge, la paura dell'isolamento, l'asservimento alla voce corrente, l'ansia di sentirsi uguali e accettati dalla maggioranza cinica e autoritaria, la disposizione a cedere tutto, a prostituire tutto in cambio di un posticino da neofita nel gruppo dei tipi "giusti".
Il giovane, è vero, si ribella molte volte contro genitori e professori, ma è perchè sa che in fondo stanno dalla sua parte e mai restituiranno le sue aggressioni con forza totale. La lotta contro i genitori è un teatrino, un gioco di carte truccate, nel quale uno dei contendenti lotta per vincere e l'altro per aiutarlo a vincere.
Molto diversa è la situazione del giovane davanti a quelli della sua generazione, che non hanno con lui le stesse compiacenze del paternalismo. Invece di proteggerlo, questa massa confusionaria e cinica riceve il novizio con disprezzo e ostilitá che gli mostrano, da subito, la necessitá di obbedire per non soccombere. » proprio dai suoi compagni di generazione che ottiene la prima esperienza di un confronto con il potere, senza la mediazione di quella differenza di etá che dá diritto a sconti e attenuanti. » il regno del piú forte, dei piú sfacciati che si afferma con tutta la sua crudezza sulla fragilitá dell'ultimo arrivato, imponendogli prove ed esigenze prima di accettarlo come membro dell'orda. A quanti riti, a quanti protocolli, a quante umiliazioni non si sottomette il postulante per sfuggire alla prospettiva terrorizzante del rifiuto, dell'isolamento... Per non essere restituito, impotente e umiliato, alle braccia della mamma, egli deve superare un esame che esige da lui flessibilitá piuttosto che coraggio, capacitá di modellarsi ai capricci della maggioranza ¾ la soppressione, insomma, della personalitá.
» vero che egli si sottomette a tutto ciò con piacere, con l'ansia dell'innamorato che fará di tutto in cambio di un sorriso compiacente. La massa dei compagni di generazione rappresenta, in fondo, il mondo, il mondo grande in cui l'adolescente, emergendo dal piccolo mondo domestico, chiede di entrare. E l'ingresso costa caro. Il candidato deve, da subito, imparare tutto un vocabolario di parole, di gesti, di sguardi, tutto un codice di parole d'ordine e simboli: il minimo errore espone al ridicolo, e la regola del gioco è in generale implicita, dovendo essere indovinata piú che conosciuta, scimmiottata piú che indovinata. Il modo di apprendimento è sempre l'imitazione ¾ letterale, servile e senza domande. L'ingresso nel mondo giovanile spara a tutta velocitá il motore di tutti gli sviamenti umani: il desiderio mimetico del quale parla Renè Girard, dove l'oggetto non attrae per le sue qualitá intrinseche ma per essere desiderato simultaneamente per un altro, che Girard chiama il mediatore.
Non deve meravigliare che il rito di ingresso nel gruppo, costando un così alto investimento psicologico, termini col portare il giovane alla completa esasperazione impedendogli però, al contempo, di spargere il suo risentimento sul gruppo stesso, oggetto dell'amore che si desidera, e che ha pertanto il dono di trasfigurare ogni impulso di rancore in un nuovo investimento amoroso.
Dove, quindi, si volgerá il rancore, se non verso la direzione meno pericolosa? La famiglia appare come il capro espiatorio provvidenziale di tutti i fallimenti del giovane nel suo rito di passaggio. Se egli non riesce ad essere accettato nel gruppo, l'ultima cosa che gli verrá in mente sará quella di attribuire la colpa alla sua situazione, alla fatuitá e al cinismo di chi lo rigetta. In una inversione crudele, la colpa delle sue umiliazioni non sará data a chi si rifiuta di accettarlo come uomo, ma a coloro che lo accettano come bambino. La famiglia, che tutto gli ha dato, pagherá per le malvagitá dell'orda che tutto gli esige. Ecco a cosa si riduce la famosa ribellione dell'adolescente: amore al piú forte che lo disprezza, disprezzo per il piú debole che lo ama.
Tutti i cambiamenti si danno nella penombra, nella zona indistinta tra l'essere e il non essere: il giovane in transito tra ciò che non è e ciò che non è ancora, è, per fatalitá, incosciente di sè, della sua situazione, delle paternitá e delle colpe di quanto si passa dentro e intorno a lui. I suoi giudizi sono quasi sempre una inversione completa della realtá. Ecco il motivo per il quale la gioventú, da quando la codardia degli adulti ha dato loro autoritá per fare il bello e il cattivo tempo, è stata sempre all'avanguardia di tutti gli errori e le perversitá del secolo: nazismo, fascismo, comunismo, sette pseudo-religiose, consumo di droga. Sono sempre i giovani che stanno un passo avanti nella direzione del peggio.
Un mondo che affida il suo futuro al discernimento dei giovani è un mondo vecchio e stanco, che giá non ha piú nessun futuro