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domenica 21 luglio 2024

Attirami, e basta

 

        QUELLO CHE ABBIAMO DI PIÙ CARO

Attirami, e basta

Dall'approfondimento "Guardate a Lui e sarete raggianti"

Desidero concludere questo incontro proponendovi alcuni brani che ci aiutano a riprenderlo e a trattenerlo nel silenzio e nella preghiera. Il primo è di sant'Ambrogio, tratto dal suo Commento al salmo 118. Nell'ultimo versetto il Salmista così termina la sua preghiera: “Come pecora smarrita vado errando; cerca il tuo servo, perché non ho dimenticato i tuoi comandamenti”. Ambrogio usa le medesime parole del salmo per domandare al Signore di venire a cercare quella pecorella smarrita che è ciascuno di noi. Perché, afferma sant'Ambrogio, “se tu ritardi, io mi smarrisco”. E questo non vale solo all'inizio del nostro cammino, ma dentro ogni istante del nostro cammino. Ecco allora la sua preghiera: “Veni, ergo, Domine Iesu… / vieni, dunque, Signore Gesù… / ad me veni, / vieni a me, / quaere me, / cercami, / inveni me, / trovami, / suscipe me, / prendimi in braccio, / porta me / portami”. Vieni Signore Gesù: è proprio il grido del povero di spirito, il grido di colui che tende tutto se stesso verso quello sguardo, che attende tutto da quello sguardo, che dipende in tutto da quello sguardo, dallo sguardo di Gesù. C'è qualcosa di più semplice e di più umano di questa domanda? C'è qualcosa di più adeguato al nostro bisogno? In un altro momento del suo Commento al salmo 118, sant'Ambrogio dice: “Tu sei il mio aiuto e il mio sostegno. Tu mi aiuti con la legge, tu mi prendi in braccio con la Grazia. Quelli che ha aiutato con la legge, li ha portati nella sua carne, perché è stato scritto: questi (Gesù) prende su di sé i nostri peccati e per questo (perché mi porta la sua Grazia) spero nella sua parola”. E Ambrogio continua, affermando in maniera acutissima e sublime: “È veramente bello che dica: «Ho sperato nella tua parola». Cioè: non ho sperato nei profeti. Non ho sperato nella legge. In Verbum tuum speravi / ho sperato nella tua Parola, / hoc est in adventum tuum / cioè nella tua venuta”. Sono una cosa buona sia i Profeti che i Dieci Comandamenti. Ma non ho sperato in loro, non poggio la mia speranza su di loro, ma sulla Tua parola, cioè sulla Tua presenza che viene e mi porta con sé in braccio. Come un bambino a cui non basta sapere che la mamma c'è. Ma che attende sempre che la mamma arrivi al più presto e lo prenda in braccio portandolo con sé. Conclude Ambrogio pregando: “Che tu venga e prenda in braccio noi peccatori”. Che tu venga, o Signore, a perdonare i nostri peccati e a mettere sulle tue spalle questa pecorella smarrita e affaticata.

Voglio riprendere ora un brano di santa Teresina a noi molto caro. Sono le ultime parole che Teresina scrive alla Madre Priora del Carmelo alcuni mesi prima di morire. “Alle anime semplici non servono mezzi complicati: poiché io sono tra queste, un mattino durante il ringraziamento, Gesù mi ha dato un mezzo semplice per compiere la mia missione. Mi ha fatto capire questa parola del Cantico dei Cantici: «Attirami, noi correremo all'effluvio dei tuoi profumi» (Ct 1,4). Oh Gesù, dunque non è nemmeno necessario dire: «Attirando me, attira le anime che amo!». Questa semplice parola: «Attirami», basta”. Quanto è vero che basta imbattersi con qualcuno che è tutto attratto da Gesù, che vive nell'esperienza di questa attrattiva, per sentirsi colpiti da una iniziale provocazione e in qualche modo, se si è leali, costretti almeno ad una domanda. Lo abbiamo visto anche nella vita di Zaccheo. Attenzione: è una cosa diversa l'esperienza di seguire Gesù come conseguenza di una propria decisione dall'esperienza di seguirlo perché attratti. Certo che non può mai mancare la nostra libertà. Ma è una cosa diversa una libertà che è in gioco e si muove dentro un'esperienza di attrattiva, rispetto ad una libertà che è solo mossa da una propria decisione, in cui c’è sempre il notevole rischio di far ricadere il “correre dietro” a Gesù solo su delle proprie intenzioni o sulla propria forza. E se tutto parte e riparte solo da nostre fragili intenzioni e da una nostra forza, primo o dopo in questo “correre dietro” accuseremo solo pesantezza, fatica e stanchezza. Se sono nella forza di un'attrattiva, il camminare, il correre dietro e il seguire, anche dentro la condizione di un sacrificio, sono sempre nell'esperienza di un indomabile e travolgente amore e di un acceso desiderio, che commuovono il cuore e sospingono il passo e il cammino. E quanto è evidente e impareggiabile l'esperienza di uno sguardo, di un umano e di un cammino commossi dalla attrattiva a Gesù rispetto a quella di chi gli va dietro solo nella forza di una propria volontà e di una sua propria decisione. E non solo, perché come ha commentato acutamente il grande don Giacomo Tantardini: “Se invece viene da te il correre, di per sé non testimoni che Cristo sia risorto e che sia vivo. Deve essere evidente che sei attirato da Lui. Altrimenti può essere un'iniziativa tua, se decidi da te di correre dietro a Gesù. E non si vince la paura della morte con quello che facciamo noi (cfr. Eb 2,15). La paura della morte è sconfitta quando è evidente che è una presenza ad attirare, quando è evidente che tu non fai nient'altro che correre dietro lasciandoti attirare come un bambino piccolo che corre per afferrare una cosa bella”. Infatti, così riprende santa Teresina: “Signore, lo capisco, quando un'anima si è lasciata avvincere dall'odore inebriante dei tuoi profumi, non potrebbe correre da sola, tutte le anime che ama vengono trascinate dietro di lei: questo avviene senza costrizione, senza sforzo, è una conseguenza naturale della sua attrazione verso di te. Come un torrente che si getta impetuoso nell'oceano trascina dietro di sé tutto ciò che ha incontrato al suo passaggio, così, o mio Gesù, l'anima che si immerge nell'oceano senza sponde del tuo amore attira con sé tutti i tesori che possiede…”. È l'esperienza dell'attrattiva che trascina tutto e tutti. Così conclude questa sua lettera: “Madre mia, credo che sia necessario darle ancora qualche spiegazione sul brano del Cantico dei Cantici: «Attirami, noi correremo», perché quello che ho voluto dirne mi sembra poco comprensibile. «Nessuno può venire a me», ha detto Gesù, «se non lo attira il Padre mio che mi ha mandato». Poi, con parole sublimi, e spesso senza nemmeno usare questo mezzo così familiare al popolo, ci insegna che basta bussare perché ci venga aperto, basta cercare per trovare e tendere umilmente la mano per ricevere quello che chiediamo. Dice inoltre che tutto quello che chiederemo al Padre suo nel suo nome egli lo concederà. Certo, è per questo che lo Spirito Santo, prima della nascita di Gesù, dettò questa preghiera profetica: Attirami, noi correremo. Cos'è dunque chiedere di essere attirati, se non unirsi in modo intimo all'oggetto che avvince il cuore? Se il fuoco e il ferro avessero intelligenza e quest'ultimo dicesse all'altro: attirami, dimostrerebbe che desidera identificarsi col fuoco in modo che questo lo penetri e lo impregni con la sua sostanza bruciante e sembri formare una cosa sola con lui. Madre amata, ecco la mia preghiera: chiedo a Gesù di attirarmi nelle fiamme del suo amore, di unirmi così strettamente a lui, che egli viva e agisca in me. Sento che quanto più il fuoco dell'amore infiammerà il mio cuore, quanto più dirò: attirami, tanto più le anime che si avvicineranno a me (povero piccolo rottame di ferro inutile, se mi allontanassi dal braciere divino) correranno rapidamente all'effluvio dei profumi del loro amato, perché un'anima infiammata di amore non può restare inattiva: certo, come santa Maddalena resta ai piedi di Gesù, ascolta la sua parola dolce e infuocata. Sembrando non dare niente, dà molto di più di Marta che si agita per molte cose e vorrebbe che la sorella la imitasse. Non sono i lavori di Marta che Gesù biasima: a questi lavori la sua madre divina si è umilmente sottomessa per tutta la sua vita poiché doveva preparare i pasti per la Santa Famiglia. È solo l'inquietudine della sua ardente ospite che vorrebbe correggere”. Il Signore Gesù, correggendo Marta, vuole richiamare ciascuno di noi e riaffermare che tutto quello che è necessario è lì davanti ai suoi occhi come qui ora davanti ai nostri. Che “l’unum necessarium” è la Sua presenza. Che tutto quello che facciamo o è mosso dalla Sua presenza o è votato alla dispersione, all'inconsistenza e al nulla.

Guardate a me per lasciarvi investire dal mio sguardo e solo così sarete raggianti. Per questo voglio chiudere con una preghiera di sant'Anselmo che desidero pregare con voi: “Ti prego Signore attirami tutto al tuo amore, fa tu o Cristo quello che il mio cuore non può. E tu che mi fai chiedere - tu che mi chiedi di guardarti, tu per cui siamo qui, tu che ti sei fatto incontrare nel volto di questa nostra Compagnia - tu che mi fai chiedere, concedimi”. Concedimi e attirami tutto al Tuo sguardo. Attirami, e basta. Amen

sabato 6 gennaio 2024

si rimane cristiani perché quell'incontro è presente

 Non si rimane cristiani come conseguenza di un incontro, ma si rimane cristiani perché quell'incontro è presente, perché quell'incontro si rinnova nel presente.

Questo, secondo me è la grande alternativa, non si rimane come conseguenza di un incontro nel passato, ma perché quella presenza incontrata nel passato si ripresenta, si fa presente, si rimane per un presente. Se non fosse così non sarebbe risorto, non sarebbe vivo nel presente.

Pietro non gli ha detto "Tu sai tutto, Tu sai che ti voglio bene" come conseguenza di un incontro passato, ha detto "Ti voglio bene" ad una presenza, quel giorno, quel mattino, sulla riva del lago, in quell'istante.

Se non l'avesse incontrato quel mattino passato di tre anni prima non sarebbe giunto lì, ma gli ha detto "Ti voglio bene" in quell'istante, ha detto "Ti voglio bene" a Lui presente, in quel momento, in quell'istante presente.

"Non si può vivere di un amore passato", com'è bella questa frase di Pasolini.

Non si può dire "Ti voglio bene" ad un passato, non si può vivere di una conseguenza...questa parola mi sembra decisiva.

Sembra questa la grande differenza tra l'Antico Testamento ed il Nuovo Testamento, tra il ricordo di una liberazione, che destava una fedeltà, ed un incontro che si rinnova, che si rinnova nel presente.

Dice Gesù "ma il Figlio dell'Uomo quando verrà troverà la fede sulla Terra?" (Vangelo di Luca), la fede in Lui, in Gesù; "che questa prospettiva triste e desolata di Cristo si muti, per noi che abbiamo voluto seguirlo, in gioia dei risorti" (Giussani), nella gioia di chi, povero peccatore, l'ha voluto seguire, è stato dato di seguire e l'ha voluto seguire. Di chi può dire "Tu sai tutto".

In quel "Tu sai tutto" di Pietro, sicuramente sull'ultimo orlo del suo cuore c'erano le lacrime di quella notte in cui l'ha tradito, le lacrime per quella notte..."Tu sai tutto", comprende tutto questo "tutto", tutta una vita, tutti i delitti e tutti i desideri di una vita, "Tu sai tutto, Tu sai che ti voglio bene".

Questa è la gioia dei risorti, in un tempo in cui è così facile ripetere la prospettiva triste e desolata "ma il Figlio dell'Uomo quando verrà troverà la fede sulla Terra?", la fede in Lui.

(tratto da una catechesi don Giacomo)


lunedì 30 novembre 2020

L'Avvento e l'attrattiva Gesù

 

20 dicembre 2016

L'Avvento e l'attrattiva Gesù

In questo ultimo scorcio di Avvento che ci separa dal prossimo Natale, pubblichiamo, come suggerimento di preghiera, una meditazione tenuta da don Giacomo Tantardini nell’Avvento del 1999 in occasione di un ritiro spirituale dei Memores Domini, associazione di laici consacrati al Signore.

È accaduto qualcosa duemila anni fa. Qualcosa per cui siamo qui questa sera, per cui la genialità di Mozart si é espressa nel “Dies irae”.

Qualcosa di nuovo; anzi, l’unica cosa nuova, veramente nuova, accaduta nel mondo.

C’è un nome che ci è diventato familiare, soprattutto in questi mesi. C’è un nome che descrive il cuore di quello che è accaduto. Questo nome è attrattiva: l’attrattiva Gesù.

Da allora, da duemila anni, è possibile che questa attrattiva incontri il cuore dell’uomo. Ha incontrato il cuore di tanti uomini; innanzitutto il cuore di sua madre, e l’ha riempito di stupore.

A me, da quando ho intuito questa cosa, colpisce sempre il dogma della verginità della Madonna durante il parto, che vuol dire che quel parto è stato pieno di stupore. A differenza di ogni nascita di uomo, che è segnata dal dolore, quel parto è stato pieno di stupore.

Da allora, questa attrattiva ha incontrato sua madre, ha incontrato Giuseppe, ha incontrato Giovanni e Andrea e ha incontrato anche noi, tant’è vero che siamo qui.

Questo qualcosa che è accadutoo questa attrattiva, per usare il nome che Giussani ha dato al suo libro… A me ha stupito proprio quando, prima che uscisse il libro, una volta Giussani mi dice: «Mi hanno proposto di intitolare il libro “L’attaccamento a Cristo”ma io ho proposto “L’attrattiva Gesù”». Mi ricordo che ci siamo guardati come riconoscendo la stessa cosa… È qualcosa che viene primaprima di come siamo adesso. Prima di come sei e prima di quello che senti.

È qualcosa che viene prima, così che ha potuto incontrare il cuore di Zaccheo che, come dice Giussani definendo quell’uomo, era un ateo accanito e cinico. Se fosse dipeso da lui, non l’avrebbe incontrato.

Invece quell’attrattiva che viene prima ha potuto incontrare il cuore di quest’uomo. Da parte sua c’era solo una semplice curiosità umana. E questa attrattiva, che viene prima, ha incontrato e abbracciato il cuore del pubblicano che non osava neppure alzare gli occhi per i peccati che aveva compiuto.

Non solo viene prima, ma non dipende anzitutto da me e non dipende anzitutto da te… non dipende da come si è qui questa sera, da come sono qui questa sera… non dipende anzitutto da questo.

Ciascuno di noi può essere qui magari con la ribellione nel cuore; può essere qui con una distrazione di giorni, di settimane, di mesi; può essere qui magari con una maschera sul cuore, quella maschera che è inevitabile quando uno parte da sé (quando uno parte da sé è inevitabile che, a un certo punto, il cuore sia come coperto da una maschera).

Ma, proprio perché non dipende anzitutto da me e da te, è possibile per me e per te. È possibile che questa attrattiva ora, adesso, rinasca per me e per te; risorga per me e per te. Adesso sorprenda come la prima volta; anzi, più che la prima volta. Adesso, in questi giorni, in questo Avvento è possibile che sorprenda il mio cuore, sorprenda il tuo cuore. Proprio perché non dipende anzitutto da me e da te, è possibile per tutti. È possibile adesso.

A me ha colpito prima Carlo che mi riferiva che, avendo chiesto a Giussani qualcosa per questi giorni di ritiro, Giussani, rispondendo di accennare qualcosa sull’Avvento, ha usato la parola penitenza.

Io credo che penitenza è riconoscere, è accettare quello che siamo: niente e peccatori.

Non dipende anzitutto da te ed è possibile per te. In fondo, l’unica cosa che uno può fare è semplicissima: è riconoscere e accettare quello che siamo. Questa, in fondo, è la penitenza: l’umiltà. Siamo niente (niente!): niente come creature. E non solo niente, ma un niente che tante volte ha dimenticato di essere niente e che tante volte, con cattiveria, ha voluto costruire lui.

Quindi siamo niente e siamo peccatori. Così la penitenza trasforma questo possibile scandalo (che siamo niente e che siamo peccatori, che ci accorgiamo di essere [niente e peccatori ndr.]). A me ha colpito proprio l’immagine che Giussani dà di Zaccheo: ateo accanito e cinico, trasforma questa possibilità di scandalo in possibilità di letizia.

Questa attrattiva si compiaceha pietà del nostro niente e del nostro essere peccatori. Si compiace di abbracciare il nostro niente e il nostro essere peccatori. Si riposa, come dice la finale del libro di sant’Ambrogio tante volte ricordata da Giussani.

Si riposa: «Ho letto che Dio ha creato il cielo e non si è riposato, ho letto che Dio ha creato le stelle, la terra, e non si è riposato. Ha creato l’uomo e si è riposato. Invenit cui peccata dimittere/ finalmente aveva trovato uno a cui poteva perdonare i peccati».

Quindi invece di possibilità di scandalo, diventa possibilità di letizia; e così, nell’orizzonte di questa letizia, questo essere niente e questo essere peccatore si esprime nell’unica cosa, proprio l’unica, che semplifica tutto.

Quando ci si accorge che è l’unica cosa possibile, semplifica tutto, perché è il cuore delle altre cose di cui si parla, di cui si tratta; è il cuore di ogni altra cosa: è possibile la povertà del desiderio, che è domanda o attesa.

E l’attesa non è uguale a niente. Ricordate quell’immagine bellissima di Giussani quando, in quella stazione vicino ad Assisi, arrivava, se non sbaglio, al mattino presto e doveva aspettare due ore per poi andare ad Assisi, alla Cittadella cristiana di Assisi. E guardava tutte quelle persone che erano lì e che non facevano niente. Invece non è che non facessero niente: aspettavano, aspettavano il treno.

L’attesa, l’aspettare, il desiderare, il domandare. C’è una distanza infinita tra il niente e questa povertà che è il desiderio, che è l’attesa, che è l’aspettativa buona del cuore.

L’Avvento è il tempo in cui questa terra arida che noi siamo, questo deserto che noi siamo, stende la mano, desidera, attende, aspetta. E più è potente la memoria dell’attrattiva, proprio l’esperienza storica dell’attrattiva, e più è semplice, più è povero questo desiderioquesta attesa, questa aspettativa.

Più è potente la memoria, più è potente il “già” di attrattiva sperimentato e più, paradossalmente, è vuota la mano che domanda. Così vuota che il modo più semplice per domandare è fare una cosa che non facciamo noi, cioè ricevere i sacramenti.

Il modo più semplice per domandare è il puro aderire al gesto di un altro, letteralmente di un altro, assolutamente di un Altro. E i sacramenti sono gesti di Cristo. Così che la modalità più reale per vivere questa attesa che è l’Avvento è proprio la partecipazione ai sacramenti: dalla novità della confessione (ricordate Miguel Manara…), alla comunione nell’eucarestia.

Facendo quest’unica cosa (cioè desiderando, domandando, tendendo la mano vuota), affrettiamoCome diceva la lettura del breviario di oggi, la seconda lettera di san Pietro: «Attendendo, affrettate il giorno del Signore».

L’unica possibilità che l’uomo ha di affrettare, è questa attesa. Ma questo, analogicamente, è evidente anche nel rapporto tra i genitori e i bambini: l’unica modalità che hanno di affrettare l’essere voluti bene sono gli occhi che lo desiderano.

E così anche il fatto dei novizi che sono qui con noi questa sera, ma che faranno la professione quando ci sarà don Giussani, la loro presenza aiuta, aiuta l’umiltà di questa attesa; aiuta questa penitenza (perché è bello questo nome: potrebbe essere scandalo, invece è letizia). Aiuta questa possibilità di domanda che affretta, che affretta un’esperienza sempre più rinnovata, sempre più grande, di quell’attrattiva che si chiama Gesù.

Adesso, prima della Messa, cantiamo il Veni Sancte Spiritus. Lo Spirito Santo è un altro nome per dire il nome che Giussani ha messo al libro. L’attrattiva identifica proprio questo: lo Spirito Santo è l’attrattiva Gesù.

L’attrattiva Gesù, proprio teologicamente, è un altro modo per indicare quella Presenza che, nel mistero  della Trinità, la Chiesa chiama Spirito Santo.

sabato 26 ottobre 2019

La parabola del pubblicano

La parabola del pubblicano
***
Don Giacomo Tantardini
Omelia del 27 ottobre 2007

La parabola che abbiamo letto è conforto per ciascuno di noi, di noi poveri peccatori. Questa parabola indica la santità cristiana e in che cosa consiste la santità cristiana. Consiste, dice san Benedetto nella sua Regola, consiste nel ripetere istante per istante quello che dice “ille evangelicus publicanus”, quel pubblicano evangelico… E’ bella l’espressione di san Benedetto ‘quel pubblicano del Vangelo’, che appartiene al Vangelo, appartiene quindi al cuore di Gesù Cristo. Quel pubblicano del Vangelo ha ripetuto: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. La santità è quando questa giaculatoria, ‘O Dio, abbi pietà di me peccatore’, coincide, tende a coincidere con il respiro della vita. “Dio, abbi pietà di me peccatore”, questo, dice san Benedetto, è il vertice dell’umiltà, e quindi il vertice della santità! Perché Dio resiste ai superbi e ai puri invece dona la sua grazia, “Dio, abbi pietà di me peccatore”. E quando il Signore dona di ripetere, dona in ogni istante della vita di ripetere, o qualche volta dona di ripetere questo ‘O Dio, abbi pietà di me peccatore’, e dona di ripeterlo in quella indegnità come dice il vangelo “Non osava neppure alzare gli occhi, non osava nemmeno alzare gli occhi, si batteva il petto dicendo…”, quando dona di ripetere “O Signore, non sono degno, o Dio, abbi pietà di me peccatore”, quando dona di ripeterlo, magari nelle lacrime, nelle lacrime del pentimento, cioè nelle lacrime della gratitudine per essere così voluti bene, come Pietro quando è stato guardato da Gesù… E allora si è ricordato non che lo aveva tradito - se si fosse ricordato che lo aveva tradito sarebbe stato disperato -, ma si è ricordato come era stato bello quell’incontro, si è ricordato di come era stato voluto bene in quei tre anni in cui lo aveva seguito, come era stato guardato da Gesù, come in quel momento era guardato da Gesù, con negli occhi quel tesoro di tenerezza e di misericordia, di come era voluto bene…
Si piange per gratitudine, per gratitudine di essere voluto così bene, allora, quando il Signore dona di ripetere: “Dio, abbi pietà di me peccatore”, e ripeterlo nelle lacrime di gratitudine perché si è così voluti bene, perché si è così amati, allora vuol dire che il Signore, presto o tardi, secondo i suoi disegni, dona anche di ubbidire ai suoi comandamenti, dona anche di non commettere peccato mortale. Quando il Signore dona questa preghiera, quando il Signore dona queste lacrime, quando il Signore dona di ripetere: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”, se lo dona Lui, se Lui dona di ripetere questo col cuore, vuol dire che dona anche, come abbiamo chiesto nella preghiera di questa messa, dona anche di amare i suoi comandamenti poiché possiamo ottenere ciò che Lui prom.ette. Promette un abbraccio così, promette una tenerezza così, promette una dolcezza così, promette lacrime di gioia così. Perché possiamo ottenere quello che Tu prometti, fa che amiamo quello che Tu comandi!


Immagine: parabola del Pubblicano e il Fariseo – Affresco XIV secolo – Monastero patriarcale di Pec - Kosovo

domenica 22 dicembre 2013

il bambino quando è piccolo piccolo, l’unica cosa che può fare è lasciarsi prendere in braccio

il bambino quando è piccolo piccolo, l’unica cosa che può fare è lasciarsi prendere in braccio
***
 
" Ecco la mia vita è stata in fondo questo passaggio: dal correre io verso Gesù, al venirmi incontro di Gesù. È una cosa bella correre verso Gesù, ma si corre verso Gesù finché si è piccoli o finché, magari, per una grazia particolare, questa piccolezza del cuore rimane anche nell’adolescenza e nella giovinezza. Ma poi, se il punto sono io che corro, non si corre più. Poi invece è accaduto, per me è accaduto, e chiedo al Signore che accada, è accaduto con evidenza che era Lui che veniva incontro, che era Lui che correva, che era Lui che mi prendeva, perché quando uno sta per cadere, solo se Lui evita di cadere, uno non cade. E quando per disgrazia uno cade, solo se Lui solleva, solo se Lui solleva, uno si risolleva. Come è bello, come che bello che il Signore che viene incontro, come è bello che sia Lui, che sia Lui che corre, che corre, come il padre del figliol prodigo, è lui che corre incontro al figlio che ritorna. Come è bello che la vita cristiana, che la vita cristiana sia un lasciarsi venire incontro dal Signore. E allora gli anni passano, ma si ritorna bambini, perché il bambino quando è piccolo piccolo non corre, il bambino quando è piccolo piccolo, l’unica cosa che può fare è lasciarsi prendere in braccio. E così il Signore fa la grazia di ritornare bambini e così fa la grazia di andare in Paradiso, perché l’unica condizione che Lui ha posto per andare in Paradiso è di ritornare bambini: “Se non ritornerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli”. I bambini, quelli piccoli piccoli, che cosa possono fare? Possono lasciarsi prendere in braccio. Questo, dice sant’Agostino, questo lasciarsi prendere in braccio è il massimo dell’azione che possiamo fare. Questi bambini, senza sapere queste cose, ma questi bambini si lasciano prendere in braccio da Colui che viene loro incontro. Questi bambini, questi bambini e così come noi più grandi possiamo dire: “Vieni, Gesù, vieni, Gesù, mio amore”. “Veni ad me, quaere me, inveni me, suscipe me, porta me!”. Come questa invocazione di sant’Ambrogio accompagna sempre più la mia vita: vieni a me, cerca me, trova me, prendi in braccio me, porta me. Che il Signore porti questi bambini, porti ciascuno di noi fino in Paradiso, dove è entrato Lui, Lui con la nostra carne, con la nostra carne. La festa di oggi, la liturgia è lo stupore di questo: Lui con la nostra carne, con quella carne che gli ha dato Maria i nove mesi in cui l’ha portato nel ventre, Lui con la nostra carne, trasfigurata, sì, dalla potenza della risurrezione, ma era la carne, carne e ossa, come dice Lui, Lui con la nostra carne è seduto alla destra del Padre".

 'omelia di don Giacomo TANTARDINI  del 3 maggio 2008,

venerdì 15 marzo 2013

«Gesù ci darà la forza. Non voi, ma Lui in voi»

«IO FACCIO NUOVE TUTTE LE COSE»

«Gesù ci darà la forza. Non voi, ma Lui in voi»
***


Omelia di sua eminenza il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, durante la santa messa in cui ha amministrato il sacramento della Cresima
Roma, 18 febbraio 2012, Basilica di San Lorenzo fuori le Mura


del cardinale Jorge Mario Bergoglio


Il cardinale Jorge Mario Bergoglio durante l’omelia nella Basilica di San Lorenzo fuori le Mura [© Massimo Quattrucci]
Il cardinale Jorge Mario Bergoglio durante l’omelia nella Basilica di San Lorenzo fuori le Mura [© Massimo Quattrucci]
 
Prima lettura (Is 43, 18-19.21-22.24b-25)
Dal libro del profeta Isaia

Così dice il Signore: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa. Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi. Invece tu non mi hai invocato, o Giacobbe; anzi ti sei stancato di me, o Israele. Tu mi hai dato molestia con i peccati, mi hai stancato con le tue iniquità. Io, io cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso, e non ricordo più i tuoi peccati».

Seconda Lettura (2Cor 1, 18-22)
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, Dio è testimone che la nostra parola verso di voi non è «sì» e «no». Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo annunciato tra voi, io, Silvano e Timoteo, non fu «sì» e «no», ma in lui vi fu il «sì». Infatti tutte le promesse di Dio in lui sono «sì». Per questo attraverso di lui sale a Dio il nostro «Amen» per la sua gloria. È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo e ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori.

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 2, 1-12)
Gesù entrò di nuovo a Cafarnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola. Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati». Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Alzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico –: alzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua». Quello si alzò e subito prese la sua barella e sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

 
 
 
 
 
Nella preghiera all’inizio della messa abbiamo fatto un appello a Dio Padre: «Il tuo aiuto, Padre misericordioso, ci renda sempre attenti alla voce dello Spirito». Abbiamo bisogno di questo aiuto di Dio per capire la voce dello Spirito, la novità dello Spirito. Lo Spirito sempre è nuovo, sempre viene per rinnovare. È quello che abbiamo sentito nella prima lettura, la profezia: «Io faccio nuove tutte le cose». Così fa Dio, così fa lo Spirito. Perciò chiediamo l’aiuto di Dio di essere attenti alla voce dello Spirito, alla novità.
Fare tutto nuovo. Il Vangelo ci racconta la storia del paralitico che è stato rinnovato con la forza dello Spirito e di Gesù. Lo Spirito era in Gesù. Gesù è colui che ci invia lo Spirito per rinnovare tutto. Gesù è l’unico capace di incominciare tutto di nuovo, di ricominciare la vita. Pensiamo alla vita di questo paralitico, la vita fisica, e anche la vita interiore – perché il Signore gli guarisce prima l’anima: «I tuoi peccati sono perdonati». Gesù ha il potere, con la forza del suo Spirito, di rinnovare il cuore. Dobbiamo avere fiducia in questo. Se noi non abbiamo fiducia nella forza di Gesù Cristo come l’unica salvezza, l’unico che può fare nuove tutte le cose, siamo cristiani finti. Non siamo cristiani veraci.
Gesù non ti obbliga a essere cristiano. Ma se tu dici che sei cristiano devi credere che Gesù ha tutta la forza – l’unico che ha la forza – per rinnovare il mondo, per rinnovare la tua vita, per rinnovare la tua famiglia, per rinnovare la comunità, per rinnovare tutti. Questo è il messaggio che oggi dobbiamo portare con noi chiedendo al Padre che ci faccia attenti alla voce dello Spirito che fa quest’opera: lo Spirito di Gesù.
Oggi, seguendo l’invito del mio amico don Giacomo, cui voglio tanto bene, e noi tutti dobbiamo pregare per lui, perché è un pochettino malato… Pregheremo tutti per lui? Sì o no? Non sento niente… Se la preghiera è così, siamo finiti… Pregheremo tutti per lui? Sì!
L’invito per oggi è di fare queste cresime a voi che venite a ricevere la forza dello Spirito di Dio: credete nella forza dello Spirito! È lo Spirito di Gesù. Credete in Gesù che vi invia questo Spirito – a voi e a tutti noi: ci invia lo Spirito per rinnovare tutto. Non siete cristiani finti, cristiani solo a parole. Siete cristiani con la parola, con il cuore, con le mani. Sentite come cristiani, parlate come cristiani e fate opera di cristiani. Ma voi soli non potreste farlo. È Gesù che vi darà questo Spirito, vi darà la forza di rinnovare tutto: non voi, ma Lui in voi.
E con questo pensiero di Gesù che è l’unica salvezza, l’unico che ci porta la grazia, che ci dà la pace, la fraternità, che ci dà la salvezza, proseguiamo la celebrazione di questa messa con la recita del Credo, la professione della nostra fede.

IL MISTERO DEL SACRIFICIO DI DON GIACOMO PER LA CHIESA. L’UOMO STUPITO AMICO DI BERGOGLIO.

IL MISTERO DEL SACRIFICIO DI DON GIACOMO PER LA CHIESA. L’UOMO STUPITO AMICO DI BERGOGLIO.

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Il cardinale Bergoglio con don Giacomo Tantardini in una foto del marzo 2009 [© Paolo Galosi]


15 marzo 2013 / In News
Come scrisse Enea Silvio Piccolomini, nel 1458 eletto papa Pio II: “Quand’ero Enea/ nessun mi conoscea;/adesso che son Pio/ tutti mi chiaman zio”.
La storia si ripete anche con questo pontefice e ora i giornali sono pieni di persone che sbraitano “io lo conoscevo” oppure “io l’avevo detto” (col senno di poi).
Ma se c’è un uomo in Italia a cui il cardinale Bergoglio è veramente  legato da autentico affetto e profonda stima è un sacerdote della Chiesa di Roma, figlio prediletto di don Luigi Giussani, cioè don Giacomo Tantardini.
IL SACRIFICDIO DI DON GIACOMO
Don Giacomo, che s’illuminava quando parlava del suo amico cardinale e che alla vigilia del Conclave del 2005 lo portava nell’anima come il “suo” candidato, non ha potuto vedere l’avverarsi del suo desiderio su questa terra, perché è morto prematuramente, per tumore, il 19 aprile dell’anno scorso (proprio l’anniversario dell’elezione di Benedetto XVI).
Ma gli amici a lui più vicini, soprattutto della rivista “30 Giorni
,di cui don Giacomo era la mente e il cuore, ricordano con commozione quell’ultimo incontro in redazione durante il quale, col suo sorriso evangelico, il sacerdote brianzolo (romano d’adozione), considerando il rapido avanzare della malattia, disse più o meno queste parole: “se il Signore ha deciso di chiamarmi e non posso fare più niente, io offro il mio corpo, la mia vita, per la Santa Chiesa”.
Per uno di quei misteri che sono noti ai cristiani, ma lasciano comunque ammutoliti, non è passato nemmeno un anno dall’offerta e dal sacrificio di don Giacomo e il suo amico cardinale, che lui considerava un meraviglioso pastore per la Chiesa universale, è stato chiamato da Dio al pontificato.
Bergoglio aveva seguito con partecipazione l’evolversi della malattia. Il 18 febbraio dell’anno scorso don Tantardini gli aveva chiesto di amministrare la cresima ad alcuni ragazzi, nella chiesa di San Lorenzo fuori le mura e in quell’occasione il cardinale aveva esordito così:
Oggi, seguendo l’invito del mio amico don Giacomo, cui voglio tanto bene, e noi tutti dobbiamo pregare per lui, perché è un pochettino malato… Pregheremo tutti per lui? Sì! L’invito per oggi è di fare queste cresime a voi che venite a ricevere la forza dello Spirito di Dio: credete nella forza dello Spirito! E’ lo Spirito di Gesù”.
Poi aggiunse:
“Credete in Gesù che vi invia questo Spirito – a voi e a tutti noi: ci invia lo Spirito per rinnovare tutto. Sentite come cristiani, parlate come cristiani e fate opera di cristiani. Ma voi soli non potreste farlo. È Gesù che vi darà questo Spirito, vi darà la forza di rinnovare tutto: non voi, ma Lui in voi”.
Concluse sottolineando “questo pensiero di Gesù che è l’unica salvezza, l’unico che ci porta la grazia, che ci dà la pace, la fraternità, che ci dà la salvezza”.
Don Giacomo è morto esattamente due mesi dopo, il 19 aprile, e il cardinale, il 6 maggio, volle scriverne un ricordo rivolto ai tantissimi giovani che a Roma – attraverso don Giacomo nei decenni scorsi – hanno incontrato Gesù Cristo e si sono convertiti:
‘Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio; considerando attentamente l’esito finale della loro vita, imitatene la fede’ (Eb13, 7). Così, l’autore della Lettera agli Ebrei ci esorta a tener presenti quelli che ci hanno annunciato il Vangelo e che già sono partiti. Ci chiede di ricordarli, ma non in quel modo formale e, a volte, commiserevole (…). Ci chiede, invece, di ricordarli a partire dalla fecondità della loro semina in mezzo a noi. (…) Così, con questa memoria, ricordiamo don Giacomo e ci chiediamo: che cosa ci ha lasciato? Quali impronte di lui troviamo sul cammino della nostra vita? Oso semplicemente dire che ha lasciato le impronte di un uomo-bambino che non ha mai finito di stupirsi”.
Poi con affetto il cardinale aggiunse:
“Don Giacomo, l’uomo dello stupore; l’uomo che si è lasciato stupire da Dio e ha saputo dischiudere il cammino affinché questo stupore nascesse negli altri. Don Giacomo, un uomo sorpreso che, mentre guardava il Signore che lo chiamava, continuamente si chiedeva, quasi non riuscisse a crederci, come il Matteo del Caravaggio: io, Signore? Un uomo stupito di fronte a questa indescrivibile “sovrabbondanza” della grazia che vince sull’abbondanza meschina del peccato… un uomo stupito che si è sentito cercato, atteso e amato dal Signore molto prima che fosse lui a cercarlo, ad attenderlo e ad amarlo; un uomo stupito, come quelli del lago di Tiberiade…. E quest’uomo stupito si è lasciato, più di una volta, interrogare: ‘Mi ami?’, per rispondere con la semplicità ardente dell’amore: ‘Signore, tu lo sai che ti amo’…”.
Concluse:
Don Giacomo era così. Non aveva perduto la capacità di sorprendersi; rifletteva a partire da quello stupore che riceveva e alimentava nella preghiera… L’ultima immagine che ho di lui mi commuove: durante la cerimonia delle cresime a San Lorenzo fuori le Mura, con le mani giunte, gli occhi aperti e stupiti, sorridente e serio allo stesso tempo. Lì, pregammo per la sua salute… e lui ringraziò con un gesto che era di speranza di guarire e, allo stesso tempo, di affidamento. Così, per grazia, si può perseverare nel cammino, fino alla fine: l’uomo-bambino si abbandona fra le braccia di Gesù mentre chiede che passi questo calice, e viene preso e portato in braccio, con le mani giunte e gli occhi aperti. Lasciandosi sorprendere ancora una volta, per il dono più grande. Ringrazio Dio nostro Signore di averlo conosciuto. È rivolto anche a me quel ‘considerate l’esito della sua vita e imitatene la fede’ della Lettera agli Ebrei”.
IL DONO DI GIUSSANI
L’amicizia con don Giacomo aveva come cornice la grande stima di Bergoglio per don Giussani, di cui, il 27 aprile del 2001, volle presentare un libro a Buenos Aires, “L’attrattiva Gesù”.
Anche nel 1999 aveva voluto far conoscere Giussani ai suoi fedeli presentando un altro suo libro, “Il senso religioso”.
In quella circostanza disse:
Ho accettato di presentare questo libro di don Giussani per due ragioni. La prima, più personale, è il bene che negli ultimi dieci anni quest’uomo ha fatto a me, alla mia vita di sacerdote, attraverso la lettura dei suoi libri e dei suoi articoli. La seconda ragione è che sono convinto che il suo pensiero è profondamente umano e giunge fino al più intimo dell’anelito dell’uomo”.
Don Giussani volle ringraziarlo personalmente e gli scrisse un telegramma che – riletto oggi, considerato come don Giussani pesava le parole – assume una colorazione profetica.
Don Giussani sottolineò infatti che la sua presenza faceva sentire ai suoi figli spirituali “la vicinanza del Papa e di tutta la Chiesa, nostra Madre, per la quale siamo stati voluti all’esistenza e scelti per ingrossare il flusso del popolo cristiano dall’attrattiva Gesù, l’uomo-Dio che ci ha raggiunti e convinti. Tanto che Lo abbiamo seguito, con tutti i nostri limiti e con tutti i nostri impeti, tutto a Lui offrendo lietamente nella semplicità del cuore”.
Quella considerazione sull’affetto del vescovo di Buenos Aires come segno della “vicinanza del Papa” appare oggi come un presagio.
Giussani concludeva:
“Ci sia maestro e padre, Eminenza, come sento raccontare dai miei amici di Buenos Aires, grati alla Sua persona e obbedienti come a Gesù”.
MISTERO
Adesso papa Francesco è maestro e padre per tutta la Chiesa. E’ il principio di una grande purificazione e di un nuovo inizio che porterà la Buona Novella a tutti. Come duemila anni fa.
Chi, come me, ha visto, da amico, il calvario di quel grande sacerdote romano che è stato don Giacomo Tantardini negli ultimi decenni, culminato nella malattia e nell’offerta della vita per la Chiesa, fino due giorni fa aveva la sensazione triste di una sorta di disfatta personale. Totale e incomprensibile.
Che invece, in un batter d’occhio, il Cielo ha totalmente rovesciato. Dalla croce alla resurrezione. Don Giacomo ha dato la vita per regalare alla Chiesa e all’umanità questo pontificato, questa nuova stagione della cristianità.
Antonio Socci
Da “Libero”, 15 marzo 2013

domenica 14 ottobre 2012

Ciò che conta è lo stupore

Ciò che conta è lo stupore

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30Giorni regala ai suoi lettori il libro che raccoglie articoli ed interviste su Charles Péguy. Pubblichiamo la presentazione del libro che don Giacomo Tantardini ha fatto a Nova Siri (Mt) l’11 agosto 2001


di don Giacomo Tantardini

Queste pagine sono illustrate da alcune fotografie di Elio Ciol degli anni Sessanta e da immagini delle Ninfee di Claude Monet. Alle Ninfee di Monet, Péguy accenna in Véronique: «E allora te lo dico: La prima sarà la migliore, perché non sa, perché è ancora tutta piena di stupore […]. È tutto un problema di genio, anzi, tutto il suo problema temporale è forse là: guadagnare, se si può, [...] ma essenzialmente non perdere in stupore e novità, non perdere il fiore, se è mai possibile che non si perda neanche un atomo di stupore. È la prima che conta. È lo stupore che conta»
Queste pagine sono illustrate da alcune fotografie di Elio Ciol degli anni Sessanta e da immagini delle Ninfee di Claude Monet. Alle Ninfee di Monet, Péguy accenna in Véronique: «E allora te lo dico: La prima sarà la migliore, perché non sa, perché è ancora tutta piena di stupore […]. È tutto un problema di genio, anzi, tutto il suo problema temporale è forse là: guadagnare, se si può, [...] ma essenzialmente non perdere in stupore e novità, non perdere il fiore, se è mai possibile che non si perda neanche un atomo di stupore. È la prima che conta. È lo stupore che conta»
Prima al bar dicevo che ero indeciso se parlare di Péguy o se parlare di noi. Ma credo che la cosa più… non solo più semplice ma più vera è che si può parlare di Péguy solo parlando di quel presente per cui siamo qui, di quel presente di grazia per cui siamo qui; e allora parleremo soprattutto di noi.
E per parlare di noi vorrei iniziare da un articolo scritto da Lucio Brunelli pubblicato in questo libro1 e intitolato Invito alla lettura di Péguy2.
Parto da qui perché l’articolo, pubblicato in origine da 30Giorni, è stato scritto nell’agosto-settembre 1993.
Lucio in questo articolo dice un’unica cosa, e cioè che Péguy si era accorto, all’inizio del secolo, di quello che nell’esperienza nostra è così evidente. Si era accorto che le parole cristiane, che la ricchezza della Tradizione cristiana, che i contenuti cristiani, veri, reali, non incontravano più il cuore dell’uomo. Era un passato che non riguardava l’uomo.
Il cristianesimo è un passato che non riguarda l’uomo di oggi. Questa era l’osservazione da cui partiva quell’articolo. E si diceva che Péguy aveva intuito che occorreva che lo stesso stupore dell’inizio, lo stesso stupore capitato a Giovanni e Andrea, i primi due che lo hanno incontrato, i primi due discepoli che lo hanno incontrato quel pomeriggio («erano le quattro del pomeriggio», dice il Vangelo di Giovanni ricordando quel primo incontro), occorreva che lo stupore dell’inizio riaccadesse, che lo stupore dell’incontro riaccadesse: così quel passato si rende presente.
Vi erano in questo primo articolo, come dire, alcune intuizioni, che per me, allora, non erano così evidenti. La prima è quella che Péguy descrive così: «Abbiamo il dolore di vedere mondi interi, umanità intere vivere e prosperare dopo Gesù senza Gesù»4. La prima intuizione è che il mondo prospera, senza Gesù. Il mondo senza Gesù non solo vive, ma prospera. Non è vero che il mondo è sazio e disperato, il mondo prospera, senza il cristianesimo.
Questa è una intuizione fondamentale di Péguy, perché toglie ai cristiani la presunzione di dire che gli altri sono disperati. Gli altri, dice Péguy, prosperano senza Gesù. Non sanno che cosa sia, è una cosa che non li riguarda. Ma non sono disperati. Guardatevi attorno, non mi sembra che in vacanza quest’anno la gente sia disperata. E questo sguardo è importante, se no non si è realisti, se no, comunque, non si parte da uno stupore, ma da un risentimento. Se no, è il segno che non si è contenti noi. Se accusiamo gli altri di essere disperati è il segno che non siamo contenti noi; che noi, in fondo in fondo, siamo risentiti; che noi, in fondo in fondo, invidiamo gli altri.
Péguy con dolore, senza risentimento, constata che il mondo vive e prospera dopo Gesù senza Gesù. Un dolore così nasce dalla carità: «Quando sono caritatevole è solo Gesù che agisce in me». Queste parole di Teresa di Gesù Bambino non si dimenticano più.
Péguy constata che si vive tranquillamente senza Gesù Cristo. È vero, è vero, come dice san Paolo, che «senza Cristo si è senza speranza in questo mondo» (Ef 2,12), ma non avendoLo mai incontrato, essendo un passato che non riguarda, se uno non conosce per esperienza, se uno non ha mai incontrato questa speranza, non può neppure essere disperato.
Questo nel ’92 non mi era evidente. Adesso mi è evidente, e sono grato al Signore, per la “vicenda” del risentimento. In fondo in fondo, quando si dice che i non cristiani sono sazi e disperati li si invidia.
La seconda intuizione, che era presente allora ma che non era chiarita, è che la scristianizzazione – cioè il fatto che il cristianesimo è un passato che non riguarda l’uomo di oggi, che non riguarda i ragazzi che passano per la strada, che questa sera magari si divertiranno ballando con i canti della festa dei giovani – viene, dice Péguy, tutta dai chierici5.
La scristianizzazione viene tutta dai chierici. Non viene dal mondo, non viene né dal marxismo né di per sé neppure dall’idealismo; viene tutta dai chierici. Péguy non accusa il mondo. Péguy non porta rancore nei confronti del mondo. Péguy vive con simpatia il mondo, guarda il mondo con simpatia. E guarda con simpatia (con simpatia) quello che in questo mondo, che non ha conosciuto e che non conosce Gesù, quello che in questo mondo di buono c’è, di buono ci può essere.
La scristianizzazione viene tutta dai chierici. Non viene dai nemici della Chiesa, non viene dal relativismo e non viene dall’edonismo. Insomma non viene dal mondo.
La terza intuizione è che la scristianizzazione, dice Péguy, nasce da un errore di mistica6.
Perché viene dai chierici? Péguy dice che viene dai chierici anche per una dinamica di potere7, ma non è questo il cuore della vicenda. L’autorità ecclesiastica può pretendere il potere, ma non è questo il cuore della vicenda. (Il potere nel mondo di per sé è una cosa buona, anche perché per ottenerlo e per viverlo occorre tener presente tutti i fattori. Il potere è la cosa più precaria di questo mondo, quindi per ottenerlo e per trattenerlo bisogna usare tutta la ragione dell’uomo.) Essendo poveri peccatori come tutti noi, i papi, i vescovi, i preti hanno tutti le tentazioni di tutti.
Il cuore della vicenda, dice Péguy, è un errore di mistica, cioè (ed è l’espressione forse più chiara) «tolgono, più di ogni mistero, il mistero e l’operare della grazia»8.
Tolgono il mistero, perché la sorgente non è nostra, la sorgente sgorga dal Mistero, la sorgente è misteriosa; ma l’effetto, l’effetto è umanissimo. Il mistero e l’operare della grazia: l’effetto è così umano, dice Péguy, che se non si vede la grazia nel tempo, se non si vede la grazia nella carne, se non si vede la grazia nell’umano, non si sa che cosa sia. Non si sa che cosa sia; anche se uno conosce le parole cristiane, non sa che cosa sia, non sa che cosa sia il contenuto delle parole che dice.
Soprattutto tolgono il mistero e l’operare della grazia. Non hanno mai incontrato la grazia, cioè l’attrattiva Gesù, non l’hanno mai incontrata nel sensibile. Non l’hanno mai vista, non sono stati mai sensibilmente attratti da quella Presenza. Sensibilmente. L’accusa che pure l’amico Maritain gli faceva: «Solo il sensibile lo tocca»9. Perché per lui, diceva, la fede di un carbonaio può essere più grande che la fede di san Tommaso d’Aquino10. Ed è proprio così. Solo il sensibile lo tocca.
Questa era, come dire, la prima cosa che volevo dire. Quell’articolo di Lucio conteneva questa cosa giustissima, verissima, e cioè che occorreva che l’inizio riaccadesse. Un nuovo inizio11. E in nuce conteneva le intuizioni che ho detto. Ma in nuce soltanto. Perché le intuizioni che ho detto sono state evidenti negli anni dopo il ’92, negli anni che sono seguiti.
Se vi è possibile, acquistate l’ultimo numero di 30Giorni, anche per un articolo molto bello di Massimo Borghesi cui poi accennerò. Ma acquistatelo anche per altri due articoli. Uno riporta delle lettere che il giovanissimo monsignor Montini scriveva a don Orione per venire incontro ad alcuni preti che erano in difficoltà. E lo abbiamo giustamente intitolato Lettere di misericordia12. Il secondo è una omelia di papa Luciani, prima di diventare papa, quando era ancora patriarca di Venezia, in cui parla di Pietro peccatore. E dice che, dopo Pietro, i papi, i vescovi, i sacerdoti sarebbero stati dei poveri peccatori e si sarebbe dovuto compatirli13.
Compassione. Misericordia. Perché senza quella attrattiva nel sensibile, un uomo corre dietro ad altre attrattive. È inevitabile alla lunga che corra dietro ad altre attrattive che non corrispondono al suo cuore. È inevitabile che si accontenti. Se quella attrattiva non è presente, non serve dire che le altre attrattive non corrispondono al cuore. Il padre del figliol prodigo ha diviso i beni, lo ha lasciato andare, non gli ha fatto discorsi. Ha atteso in silenzio. Come è divina questa attesa, è così divina che solo il Mistero, solo la gratuità del Mistero può attendere in silenzio aspettando soltanto.
Le ninfee di Monet
Le ninfee di Monet

La seconda cosa che volevo dire è che, se non c’è questa attrattiva, Péguy dice che «non c’è più nulla»14. Non c’è più nulla. Di duemila anni di cristianesimo non rimane nulla. Di duemila anni di cristianesimo, se non c’è questa attrattiva, non c’è nulla.
Ma questo nulla, Péguy dice che si tenta di mascherarlo.
Cosa rimane senza quella attrattiva? Niente rimane, di reale niente.
Eppure qualcosa rimane, perché duemila anni lasciano delle tracce. Duemila anni di cristianesimo non si cancellano in un istante.
Nulla di reale
dice Péguy, però qualcosa rimane. Questo qualcosa di non reale che rimane Péguy lo descrive attraverso due immagini. Primo, una scuola di insegnamento. Il cristianesimo ridotto a materia di insegnamento15. Rimane gente che parla del cristianesimo, che parla del cristianesimo e che magari dice che gli altri sono disperati. Possono essere più disperati loro che non gli altri. Una scuola di insegnamento.
Secondo, delle parodie infami16. Parodie infami. Queste sono le due cose che Péguy dice che rimangono nel nulla, quando quell’attrattiva nel sensibile non accade. Rimane che ci si incontra a parlare del cristianesimo, eccellente materia per discorsi, e rimangono delle parodie infami. Dei tentativi di inventarsi quello che non c’è. Dei tentativi di inventarsi quello che non c’è, più o meno scimmiottando il mondo.

Quello che abbiamo accennato fino ad ora, in positivo era tutto scritto in un appunto di Tommaso17 alcuni mesi, alcune settimane prima di morire il 20 luglio 1993.
«Dopo vent’anni, mi portano dove non vorrei,
nei luoghi dove tutto è incominciato e dove tu rimani.
C’è una sola esperienza che col tempo cresce
mentre le altre più belle si allontanano.
Non mi aspettavo da vecchio di stupirmi
quando sto con te a mangiare o parliamo di tutto
o ti vedo stare con gli amici più giovani
o giocare nel cortile con un bambino…
O giovinezza non ti ho perduta…!
Se qualcosa riaccade, oggi,
se gli occhi che faticano a seguire le lettere,
pure scorgono volti e gesti,
se non è il ricordo a rendere amici,
ma una cosa nuova e viva che sta accadendo ora,
o giovinezza, non ti ho perduta…».
La terza cosa che volevo dire è che non basta che quella attrattiva sia accaduta, che non basta che quell’incontro sia avvenuto, se non è presente. Se non è presente, non si può vivere del passato. L’incontro diventa una bestemmia, se non è presente. Una nostalgia, ma alla lunga una bestemmia, se non è presente. Provate a pensare alla Maddalena se non lo avesse visto risorto quel mattino di Pasqua. Non si può vivere del passato. Si vive solo di qualcosa che sta accadendo. Solo di qualcosa che sta accadendo. Questi anni dal ’93 in poi sono stati… come se fossimo condotti per mano in questa inermità. E l’uomo è condotto a questo riconoscimento quando riaccade. Ma è condotto a questa inermità anche, per usare l’immagine bellissima di un cardinale amico, il cardinale Danneels18, nel tempo dell’esilio, anche attraversando l’esilio.
È condotto ad accorgersi che non si può vivere del passato, che non si può vivere delle cose belle passate, ma che si vive solo di qualcosa che accade, che accade nel presente. Che non si può vivere di una attrattiva passata (diventa spunto di nostalgia e ultimamente di bestemmia, oppure di discorsi e di parodie infami). L’incontro diventa spunto di discorsi e di parodie infami. E non c’è nessuna differenza tra il passato di duemila anni e il passato di un istante prima. Non c’è nessuna differenza, il passato è passato.
Leggete gli articoli di questo libro tenendo presente soprattutto le date, perché è il tempo che è importante.
Nel tempo dell’esilio che cosa viene donato? Tre cose questi anni hanno donato. Per usare le parole di Péguy, la prima: il catechismo della parrocchia natale, quello dei bambini piccoli19. La prima cosa è che questa inermità rende care, care come non mai, le cose più semplici della Tradizione della Chiesa. Questo nel ’92 non lo avrei detto così. Io non sono mai stato così grato, per esempio, per il mio seminario; ed è una delle cose per cui siamo così vicini Giussani ed io quando diciamo il mio seminario. Il mio seminario: una cosa dell’altro mondo, quegli anni, in questo mondo.
Un altro quadro di Monet che ha per oggetto le ninfee
Un altro quadro di Monet che ha per oggetto le ninfee
Péguy diceva il catechismo della parrocchia natale, quello dei bambini piccoli. Quello, per esempio, che 30Giorni ha pubblicato qualche mese fa20. Quello dei bambini piccoli.
Péguy dice che «nel meccanismo della salvezza, l’Ave Maria è l’estremo soccorso. Con questo non ci si può perdere»21.'La seconda cosa è la preghiera, nel senso delle formule di preghiera. «Ti guarderai bene dall’inventar preghiere, ripeterai le parole dei poveri di spirito e aspetterai»22. Se è un’attrattiva che accade, l’uomo può solo aspettare. La modalità per aspettare, la modalità sono le formule più semplici della preghiera cristiana. Nel meccanismo della salvezza, l’Ave Maria è l’estremo soccorso. Con questo non ci si può perdere.
E la terza… La dico anche perché mi ha colpito una frase che agli esercizi spirituali dei “Memores Domini” un vescovo ha detto a tavola: la stagione dei militanti è definitivamente passata
. Péguy stesso è stato condotto dalla esperienza della vita a questo riconoscimento. Il cardinale Etchegaray, con intelligenza di fede circa il momento attuale, ha scritto nella prefazione di questo libro: «“Un cristiano della parrocchia”: ecco, in definitiva, ciò che Péguy ha voluto semplicemente essere»23. Nel ’92 non avrei capito il contenuto, come dire, stupendo, attuale che una espressione così conteneva: «un cristiano della parrocchia». Un cristiano della parrocchia, che ama il catechismo che ha studiato da bambino, che recita le Ave Marie del Santo Rosario, perché il resto, tutto, accade per grazia.

Aggiungo due osservazioni.
La prima è contenuta in un brano dell’articolo di 30Giorni dal titolo: La “romanità” e l’Europa24 (si tratta di una recensione di Massimo Borghesi a due libri, uno di Padoa-Schioppa, che è uno dei commissari della Banca europea, e l’altro di un francese, Rémi Brague, entrambi sull’Europa).
Soprattutto il secondo libro parla della grandezza di Roma e dice in una espressione (che è l’espressione che può sintetizzare quello che ho detto finora): «È romana l’esperienza del cominciare come (ri)cominciare»25. Ed è umana l’esperienza che ci si stupisce per un nuovo inizio come e più che per il primo inizio. Borghesi cita Brague: «Nell’ambito religioso, la fede non produce effetti che là dove essa resta fede, e non calcolo»26. La fede non produce effetti che là dove essa resta fede. Fede… gratia facit fidem. Quell’attrattiva desta il riconoscimento, quell’attrattiva. E aggiunge san Tommaso d’Aquino: «La grazia crea la fede non solo quando la fede inizia in una persona [il primo incontro], ma in ogni momento in cui la fede permane»27. È sempre quell’attrattiva, sempre l’attrattiva Gesù.
«La civiltà dell’Europa cristiana è stata costruita da gente il cui scopo non era affatto quello di costruire una “civiltà cristiana”. La dobbiamo a persone che credevano in Cristo, non a persone che credevano nel cristianesimo»28. «Persone che credevano in Cristo», cioè che erano attratte da quella Presenza, non a persone che avevano il problema di diffondere il cristianesimo. È verissima questa cosa. Altrimenti si porta rancore al mondo. Non ci si commuove dello sguardo del padre e della madre che non sanno chi è Gesù, eppure guardano con commozione il bambino che diventa grande. E non si può rovinare quello sguardo facendo un discorso. È solo un incontro, quell’attrattiva, che rende quello sguardo più commosso. Altrimenti, dice Péguy, credono di essere di Dio perché non sono di nessuno e credono di amare Dio perché non amano niente29.
«Queste persone erano dei cristiani e non, come potremmo definirli, dei “cristianisti”. Un bell’esempio di ciò è fornito da papa Gregorio Magno. La sua riforma ha gettato le basi del Medioevo europeo. Ora, egli credeva che la fine del mondo fosse prossima»30. È così. Questa mattina sono andato a recitare il breviario al cimitero davanti alla tomba di Tommaso e alla fine ho aperto il breviario di Tommaso che era lì appoggiato. E nel breviario di Tommaso (c’era ancora il segno del giorno, o del giorno prima, in cui è morto) c’era il brano di san Paolo della seconda lettera ai Corinzi in cui diceva che mentre questo corpo si va disfacendo viene preparata un’abitazione eterna nel cielo, ed il titolo del brano era: Una abitazione eterna nel cielo.
«Un bell’esempio di ciò è fornito da papa Gregorio Magno. […] Ora, egli credeva che la fine del mondo fosse prossima. E questa, a sua avviso, doveva comunque privare ogni “civiltà cristiana” dello spazio in cui dispiegarsi»31. Se la fine del mondo è prossima, se la morte è prossima… perché poi l’unica cosa decisiva è salvare l’anima, ed è il dono più grande. È dogma di fede che nessuno può essere sicuro della salvezza dell’anima, è precaria la vita cristiana, e la perseveranza finale è dono. Si può avere la certezza del bambino, non la sicurezza empia di chi possiede. «Ciò di cui ha gettato le fondamenta, e che doveva durare tutto un millennio, non era a suo avviso che un ordine di marcia provvisorio, un modo per sistemare una casa che si sta per lasciare»32.
E un’ultima cosa. Quello che ho tentato di dire è tutto nei giudizi che, soprattutto in quest’ultimo anno e mezzo, don Giussani ha dato. Da quando ha detto che «il popolo cristiano da secoli è stato benedetto e confermato nell’essere proteso alla salvezza [benedetto e confermato in quell’attesa, in quella domanda], io credo, specialmente da una cosa: il Santo Rosario»33.
Non si può leggere una cosa così e non intuire che cambia tutto… cambia la prospettiva34. Non ha detto: specialmente “dai movimenti ecclesiali”, per esempio, ma dalla recita del Santo Rosario.
E ancora: «Abbiate il gusto delle giaculatorie. La giaculatoria che vi raccomando per la vostra sanità è Veni Sancte Spiritus, veni per Mariam»35. «Questa giaculatoria Veni Sancte Spiritus, veni per Mariam è come un appoggio psicologicamente chiaro»36.
Così qualche giorno fa, alla fine degli esercizi dei “Memores Domini”, ha parlato ancora una volta della giaculatoria, «che è riassuntiva di tutto quanto noi abbiamo cercato di credere, di esprimere, di comunicare, perché è la formula che riassume tutto il dogma cristiano così come la Chiesa l’ha sempre vissuto: Veni Sancte Spiritus, veni per Mariam». Vieni o Santo Spirito, vieni attraverso la Madonna. «Sarete stati colpiti da tante cose, ma la colpa non è mai sradicata nella nostra coscienza». Questa cosa, per esempio, nel ’92 non mi sarebbe stata così lietamente, così pacificamente chiara. L’amore dell’uomo, diceva la lettura del breviario di oggi, è come le nubi del mattino, che dopo un istante il vento può spazzare via. Non si può non accorgersi di questa assoluta precarietà37. «…La colpa non è mai sradicata nella nostra coscienza, l’affermazione del vero non è mai rinnovata se tutta l’anima non cerchi di far accadere quello che il grido della tradizione cristiana ci fa ridire: Veni Sancte Spiritus, veni per Mariam». È tutto qui. Questi anni ci sono stati dati come la cosa più preziosa e più grande, perché tutto diventasse così semplice e così facile38. Tutto. Allora la colpa è sradicata, l’affermazione del vero è rinnovata. Non come discorso. «Per dire “è avvenuto” mi metto in ginocchio» – è un’altra frase di Giussani – «a recitare: Salve Regina, Ave Regina Caelorum, Ave Domina Angelorum, Iesu Dulcis Memoria»39. È questa l’affermazione della verità. Io, dice Péguy, darei tutta la Summa theologica di san Tommaso d’Aquino per la Salve Regina.
…Non cerchi di far accadere. E siccome l’accadere non dipende da noi, il cercare con tutta l’anima di far accadere quell’attrattiva presente non può che essere il grido, il grido di una domanda. Non può che essere: «Vieni». «Veni Sancte Spiritus, veni per Mariam».
Finisco leggendo alcuni versi di una poesia di Péguy40. Gli ultimi anni della vita di Péguy sono attraversati dal pellegrinaggio a Chartres, innanzitutto per chiedere la grazia della salute per i suoi figli. Aveva tre bambini. L’ultimo, il quarto, gli è nato dopo la sua morte (lui è morto il 5 settembre 1914 e l’ultimo suo figlio gli è nato nel febbraio del 1915). I primi tre bambini erano ammalati, allora ha fatto il pellegrinaggio a Chartres41.
La Madonna ha accompagnato con grazie semplici così gli ultimi anni della sua vita42:
«Ecco il luogo del mondo dove tutto diviene facile,
Il rimpianto, la partenza e anche l’avvenimento,
E l’addio temporaneo e la separazione,
Il solo angolo della terra ove tutto si fa docile […].
Ciò che dappertutto altrove è un’aspra lotta
E una lama da macello tesa alla gola,
Ciò che dappertutto altrove è la potatura e l’innesto
Qui non è che il fiore e il frutto del pesco […].
Ciò che dappertutto altrove è la noiosa abitudine
Seduta accanto al fuoco, le mani sotto il mento,
Ciò che dappertutto altrove è solitudine
Qui non è che un vivace e forte germoglio […].
Ce ne han dette tante, Regina degli apostoli,
Abbiamo perso il gusto dei discorsi
Non abbiamo più altari se non i vostri
Non sappiamo nient’altro che una preghiera semplice».
«Ce ne han dette tante, Regina degli apostoli,/ Abbiamo perso il gusto dei discorsi/ Non abbiamo più altari se non i vostri./ Non sappiamo nient’altro che una preghiera semplice» [è stato benedetto e confermato, io credo, specialmente da una cosa: il Santo Rosario].
«Non domandiamo niente, rifugio del peccatore,
se non l’ultimo posto nel vostro purgatorio, [perché la perseveranza finale è il dono più grande e così si domanda l’ultimo posto nel vostro purgatorio]
per piangere a lungo sulla nostra povera storia,
e contemplare da lontano il vostro giovane splendore».