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domenica 16 novembre 2025

SCIENZA PREGARE LA FEDE


SCIENZA PREGARE LA FEDE

La scienza, ci viene ripetutamente detto, è la forma più affidabile di conoscenza del mondo perché si basa su ipotesi verificabili. La religione, al contrario, si basa sulla fede. Il termine "dubbio Thomas" illustra bene la differenza. Nella scienza, un sano scetticismo è una necessità professionale, mentre nella religione, avere un credo senza prove è considerato una virtù.

Il problema di questa netta separazione in "magisteria non sovrapposta", come Stephen Jay Gould ha descritto la scienza e la religione, è che la scienza ha un proprio sistema di credenze basato sulla fede. Tutta la scienza procede partendo dal presupposto che la natura è ordinata in modo razionale e intelligibile. Non potresti essere uno scienziato se pensassi che l'universo sia un guazzabuglio senza senso di probabilità e fini a casaccio giustapposti. Quando i fisici sondano a un livello più profondo di struttura subatomica, o gli astronomi estendono la portata dei loro strumenti, si aspettano di incontrare un ulteriore ordine matematico elegante. E finora questa fede è stata giustificata.

L'espressione più raffinata dell'intelligibilità razionale del cosmo si trova nelle leggi della fisica, le regole fondamentali su cui si basa la natura. Le leggi della gravitazione e dell'elettromagnetismo, le leggi che regolano il mondo all'interno dell'atomo, le leggi del moto - sono tutte espresse come ordinate relazioni matematiche. Ma da dove vengono queste leggi? E perché hanno la forma che hanno?

Quando ero studente, le leggi della fisica erano considerate completamente off limits. Il compito dello scienziato, ci è stato detto, è quello di scoprire le leggi e applicarle, non indagare sulla loro provenienza. Le leggi sono state trattate come "date" - impresso nell'universo come un marchio di un creatore al momento della nascita cosmica - e fissato per sempre. Quindi, per essere uno scienziato, bisognava credere che l'universo è governato da leggi matematiche affidabili, immutabili, assolute, universali, di origine non specificata. Dovete credere che queste leggi non falliranno, che non ci sveglieremo domani per trovare il calore che scorre dal freddo al caldo, o la velocità della luce che cambia di ora in ora.

Nel corso degli anni ho spesso chiesto ai miei colleghi fisici perché le leggi della fisica sono ciò che sono. Le risposte variano da "Non è una domanda scientifica" a "nessuno lo sa". La risposta preferita è: "Non c'è ragione per cui siano quello che sono - lo sono e basta". L'idea che le leggi esistano senza ragione è profondamente antirazionale. Dopo tutto, l'essenza stessa di una spiegazione scientifica di qualche fenomeno è che il mondo è ordinato logicamente e che ci sono ragioni per cui le cose sono così come sono. Se si tracciano queste ragioni fino al fondamento della realtà - le leggi della fisica - solo per trovare quella ragione allora ci abbandona, si fa beffe della scienza.

Il potente edificio di ordine fisico che percepiamo nel mondo che ci circonda può essere radicato nell'assurdità senza ragione? Se è così, allora la natura è un trucco diabolicamente intelligente: insensatezza e assurdità in qualche modo mascherate da ordine ingegnoso e razionalità.

Anche se gli scienziati hanno avuto a lungo l'inclinazione a scrollare di dosso tali questioni riguardanti la fonte delle leggi della fisica, l'umore ora si è spostato considerevolmente. Parte della ragione è la crescente accettazione che l'emergere della vita nell'universo, e quindi l'esistenza di osservatori come noi, dipende piuttosto sensibilmente dalla forma delle leggi. Se le leggi della fisica fossero un qualsiasi vecchio ragbag di regole, la vita quasi certamente non esisterebbe.

Una seconda ragione per cui le leggi della fisica sono state portate nell'ambito dell'indagine scientifica è la consapevolezza che ciò che a lungo consideravamo come leggi assolute e universali potrebbe non essere affatto fondamentale, ma più simile allo statuto locale. Potrebbero variare da un luogo all'altro su scala mega-cosmica. Una visione dell'occhio di Dio potrebbe rivelare una vasta trapunta patchwork di universi, ognuno con il proprio particolare insieme di statuti. In questo "multiverso", La vita sorgerà solo in quei cerotti con uno statuto bio-friendly, quindi non sorprende che ci troviamo in un universo di Riccioli d'Oro - uno che è giusto per la vita. L'abbiamo scelto in base alla nostra stessa esistenza.

La teoria del multiverso è sempre più popolare, ma non spiega tanto le leggi della fisica quanto l'intero problema. Ci deve essere un meccanismo fisico per creare tutti quegli universi e conferire loro le leggi. Questo processo richiederà le proprie leggi, o meta-leggi. Da dove vengono? Il problema è stato semplicemente spostato di un livello dalle leggi dell'universo alle meta-leggi del multiverso.

Chiaramente, quindi, sia la religione che la scienza sono fondate sulla fede - vale a dire, sulla fede nell'esistenza di qualcosa al di fuori dell'universo, come un Dio inspiegabile o un insieme inspiegabile di leggi fisiche, forse anche un enorme insieme di universi invisibili. Per questo motivo, sia la religione monoteistica che la scienza ortodossa non riescono a fornire un resoconto completo dell'esistenza fisica.

Questo fallimento condiviso non è una sorpresa, perché la nozione stessa di legge fisica è in primo luogo teologica, un fatto che fa dimenarsi molti scienziati. Isaac Newton per primo ebbe l'idea di leggi assolute, universali, perfette, immutabili dalla dottrina cristiana che Dio creò il mondo e lo ordinò in modo razionale. I cristiani immaginano che Dio sostenga l'ordine naturale da oltre l'universo, mentre i fisici pensano che le loro leggi siano abitate da un regno trascendente astratto di relazioni matematiche perfette.

E proprio come i cristiani sostengono che il mondo dipende completamente da Dio per la sua esistenza, mentre il contrario non è il caso, così i fisici dichiarano una simile asimmetria: l'universo è governato da leggi eterne (o meta-leggi), ma le leggi sono completamente impermeabili a ciò che accade nell'universo.

Mi sembra che non ci sia speranza di spiegare perché l'universo fisico è così com'è finché siamo fissati su leggi immutabili o meta-leggi che esistono senza ragione o sono imposte dalla provvidenza divina. L'alternativa è considerare le leggi della fisica e l'universo che governano come parte integrante di un sistema unitario, e essere incorporate insieme all'interno di uno schema esplicativo comune.

In altre parole, le leggi dovrebbero avere una spiegazione dall'interno dell'universo e non implicare l'appello a un'agenzia esterna. Le specifiche di tale spiegazione sono una questione per la ricerca futura. Ma fino a quando la scienza non escogita una teoria verificabile delle leggi dell'universo, la sua pretesa di essere libera dalla fede è manifestamente falsa.

[Pubblicato per la prima volta come articolo di OPEd dal The Newz York Times, 24 novembre 2007]

La tesi centrale che ho esplorato in questo libro dice che attraverso la scienza noi esseri umani siamo in grado di comprendere almeno una parte dei segreti della natura. Abbiamo decifrato una parte del codice cosmico. Perché sia accaduto, perché l'Homo sapiens abbia in sé una scintil-la di razionalità che gli dà la chiave dell'universo, resta un profondo enigma. Noi, figli dell'universo - polvere di stelle animata - ciononostante possiamo riflettere sulla natura dell'universo stesso e perfino intravedere le regole che lo fanno funzionare. Come sia nato il nostro legame con questa dimensione cosmica è un mistero, ma il lega-me stesso non può essere negato.

Che significa tutto questo? Che cos'è l'Uomo, per parte-cipare di un simile privilegio? Non posso credere che la nostra presenza in questo universo sia solo un gioco del fato, un accidente della storia, una battuta casuale del grande dramma cosmico. Il nostro coinvolgimento è trop-po intimo: la specie fisica Homo può anche non contare nulla, ma l'esistenza della mente in un organismo di un pianeta dell'universo è sicuramente un fatto d'importan-za fondamentale. L'universo ha generato, attraverso degli esseri coscienti, la consapevolezza di sé: non può essere un dettaglio banale, un sottoprodotto secondario di forze cieche e senza scopo. La nostra esistenza è stata voluta.

P. Davies

lunedì 8 settembre 2025

Questo mondo così com'è fatto non è sopportabile

 "Questo mondo così com'è

fatto non è sopportabile.

Ho bisogno della luna,

o della felicità o dell'immor-

talità, di qualcosa che sia

demente forse, ma che

non sia di questo mondo."

Albert Camus,

Caligola

giovedì 15 maggio 2025

Senso Religioso

 Può l’uomo raggiungere, a partire dalla propria ragione naturale, la certezza dell’esistenza di Dio? Ogni prova dell’esistenza di Dio gode della medesima certezza o esistono delle differenze? A partire dalle classiche cinque vie di San Tommaso d’Aquino, attraverso l’integrazione con le riflessioni filosofiche successive, padre Réginald Garrigou-Lagrange O.P. (Auch, 1877 – Roma, 1964; filosofo, teologo e mistico domenicano, tra le più brillanti menti speculative del XX secolo), con mirabile capacità di sintesi, entra nel cuore della problematica riassumibile nel principio “il più non viene dal meno”. La rinuncia - pur sempre possibile – a questa riflessione, e al suo essere alla portata di tutti, condurrebbe inevitabilmente all’ammissione di una realtà assurda, dove si perdono sia Dio, sia l’uomo.


***


Capitolo IV - Enunciazione della prova generale che racchiuda tutte le altre 


Questa prova ha per principio questa verità per tutti evidente, ossia che il più non viene dal meno, o meglio, il più perfetto non può essere prodotto dal meno perfetto, come la causa pienamente sufficiente che ne dà ragione; in altri termini. Per esempio, la statua non si spiega soltanto con l’argilla, il legno o il marmo che ne sono la materia o la causa materiale. La statua suppone uno scultore, che ha conosciuto il soggetto da rappresentare, che è in grado di realizzare ciò che concepisce e che di fatto lo realizza. Il più non viene dal meno. 


Ugualmente, nell'ordine della natura, l'essere generato, pianta o animale, non si spiega solo con la materia bruta; bisogna che abbia avuto un seme proveniente da un generante perfetto almeno quanto il generato; oltre al fatto che solo l'adulto, arrivato alla perfezione della sua specie, può generare. Il più non viene dal meno e non può essere reso intelligibile da quest’ultimo. 


Così ancora solo un maestro che conosce una scienza o un'arte può insegnare, e soltanto colui che ama fortemente la virtù può ispirare effettivamente l'amore, un amore duraturo e fecondo. 


Il più perfetto non può essere prodotto dal meno perfetto come da sua causa pienamente sufficiente, poiché questa maggior perfezione sarebbe senza alcuna causa, giungerebbe all'esistenza senza che nulla possa spiegarla, contrariamente al principio di causalità: ex nihilo nihil fit: dal nulla senza alcuna causa non può venire niente. Più la terra è povera e più bisogna coltivarla, e affidarle una buona semenza per farle produrre qualcosa. Se la terra fosse stata ridotta al nulla, sarebbe necessaria una potenza attiva infinita per produrre dal niente (ex nihilo), il più piccolo granello di polvere e a maggior ragione il più piccolo chicco di grano. Ma senza nessuna causa efficiente tendente a questo piuttosto che a quest’altro, nulla può esser prodotto. Parimenti, l’inferiore non può produrre il superiore, poiché la perfezione di quest’ultimo sarebbe senza causa alcuna, senza ragion d'essere. Questo vorrebbe dire porre l'assurdità al posto del mistero della creazione. 


Il superiore non può essere spiegato dall’inferiore ma, viceversa, il superiore può spiegare quest’ultimo. Lo scultore che ha un pensiero vivo della statua ciò che costituisce il suo valore artistico. L'adulto che genera motiva la vita del generato. 


Dunque è una verità certa che il più perfetto non può essere prodotto dal meno perfetto. Questo principio illumina a sua volta i fatti più sicuri. 


I fatti. Nel mondo, questo è fuor di dubbio, c’è un movimento e persino del movimento incessante; inoltre, ci sono degli esseri che giungono all'esistenza. Tra questi, molti sono perfettamente organizzati e dotati di vita vegetativa (le piante); altri di vita sensitiva (gli animali); altri di vita intellettiva, che a volte si spinge fino alla genialità, e di vita morale e spirituale che, talvolta, si manifesta sotto forma di eroicità e di un’incontestabile santità, come avviene nel Cristo e nei grandi Santi del Cristianesimo, le cui opere feconde perdurano per secoli dopo la loro morte. 


Si tratta di un fatto generale, tra i più complessi, ma molto certo, che abbraccia tutte le forme dell'attività, che si constata nell'universo dal punto più basso a quello più alto.


In virtù del principio “il più non viene dal meno” o “il più perfetto non può esser prodotto dal meno perfetto”, si deve dunque concludere: se nel mondo c’è movimento e perfino movimento incessante e universale, bisogna che ci sia un motore capace di produrlo. Se ci sono nel mondo degli esseri che giungono all'esistenza e che in seguito scompaiono, bisogna che ci sia, da tutta l'eternità, un Essere che esiste per sé, che non deve l'esistenza che a se stesso e che possa donarla agli esseri contingenti e corruttibili. Se nel mondo ci sono degli esseri viventi, bisogna che l'Essere che da tutta l'eternità esiste da sé abbia la vita, e che abbia la vita da sé, per poterla dare agli altri. Se nel mondo c’è intelligenza, una sapienza a volte geniale, se c’è moralità, bisogna che l'Essere che da tutta l'eternità esiste da sé sia intelligente, sapiente e veramente santo; oltretutto: bisogna che abbia da sé la sapienza e la santità per poterla comunicare agli altri. Solo il superiore può spiegare l’inferiore. 


“Chi disse che una cieca fatalità ha prodotto tutti gli effetti che vediamo nel mondo, disse una grande assurdità” (C.-L. Montesquieu, Lo spirito delle leggi).


Il più perfetto non può venire dal meno perfetto. 

Al principio di tutto, dunque, bisogna che ci sia da tutta l'eternità un Essere che non solamente abbia l'esistenza, la vita, l'intelletto, la santità, ma che sia l'Essere stesso, la Vita stessa, la Sapienza stessa, la Santità stessa; altrimenti parteciperebbe soltanto all'esistenza, alla vita, all'intelletto, alla santità, non ne possiederebbe che una parte. Pertanto, non potrebbe spiegare se stesso e richiederebbe una causa a Lui superiore. 


Al vertice degli esseri e dei valori è necessario che ci sia Colui che è l’Essere stesso, il Valore stesso. Se egli non fosse la Verità stessa tenderebbe soltanto verso di essa, come verso una perfezione a Lui superiore, per un impulso superiore a Lui che, in ultima analisi, non potrebbe che provenire da Colui che è la Verità stessa e dunque l'Essere stesso, la pienezza dell'essere e di conseguenza il Bene stesso. 


È per questo motivo che Gesù afferma espressamente la sua divinità e che è il vero Dio, quando dice non solamente: “Io HO la verità e la vita”, ma: “Io SONO la verità e la vita” (Gv 14,6). 


Questa prova globale che sviluppa tutte le altre possiede una grande forza; in essa si realizza quanto diceva Scheeben: “la prova necessaria ad ogni uomo per acquisire una piena certezza è così facile e chiara, che si percepisce appena il procedimento logico che implica […] essa fonda, a questo titolo, una convinzione più forte e più solida di qualsiasi convinzione ottenuta artificialmente, e non può essere smossa da nessuna obiezione scientifica”.

venerdì 11 aprile 2025

IO “DE-SIDERO”: MI MANCANO LE STELLE.

 IO “DE-SIDERO”: MI MANCANO LE STELLE. Quante volte ho insistito su questa etimologia!


Nell’articolo postato ieri era incastonata quale perla preziosa questa citazione del filosofo Martin Heidegger: “La notte del mondo distende le sue tenebre … Si è spento lo splendore di Dio nella storia universale. Il tempo della notte del mondo è il tempo della povertà perché diviene sempre più povero. È già diventato tanto povero da non poter riconoscere LA MANCANZA DI DIO COME MANCANZA”.

Tornano in mente quei celebri versi di Mario Luzi: “DI CHE È MANCANZA QUESTA MANCANZA, / CUORE, / CHE A UN TRATTO NE SEI PIENO? di che? Rotta la diga / t’inonda e ti sommerge / la piena della tua indigenza…/  Viene, / forse viene, / da oltre te / un richiamo / che ora perché agonizzi non ascolti. / Ma c’è, ne custodisce forza e canto / la musica perpetua… ritornerà. / Sii calmo. (da "Sotto specie umana", del 1999).

Commenta Daniele Mencarelli: “Da oltre noi, quando tutto sembra perso, ecco arrivare un richiamo, un ultrasuono che ha la forza di riavviare la fiamma. Un canto non nostro che rende piena di speranza ogni manchevolezza, un canto che ha la forza di tutte le forze.

Tanto da farci dire: sono tornato, sono di nuovo in quell’amore perpetuo che cerco con tutto me stesso.

Stiamo calmi, aspettiamo il momento, con orecchie e cuore tesi”.

Matisse, specialmente nell’ultima parte della sua vita, ha dato forma al cuore tutto MANCANTE dell’Icaro che è in ciascuno di noi ed anche – nalla Cappella del Rosario di Vence – all’esperienza di PIENEZZA che ha visto negli occhi dell’amica modella che si è fatta suora.


Ecco come sia apre il saggio di Heidegger: «E perché i poeti [wozu Dichter] nel tempo della povertà?, chiede l’elegia di Hölderlin Pane e vino. Oggi comprendiamo a stento la domanda. Come potremo intendere la risposta che Hölderlin dà? […]. Con la venuta e il sacrificio di Cristo ha avuto inizio, secondo la concezione storica di Hölderlin, la fine del giorno degli Dei. È caduta la sera. Da quando i tre che sono uno: Ercole, Dioniso e Cristo, hanno lasciato il mondo, la sera del tempo mondano va verso la flotte. La notte del mondo distende le sue tenebre. Ormai l’epoca è caratterizzata dall’assenza di Dio, dalla mancanza di Dio […]. La mancanza di Dio significa che non c’è più nessun Dio che raccolga in sé, visibilmente e chiaramente, gli uomini e le cose, ordinando in questo raccoglimento la storia universale e il soggiorno degli uomini in essa. Ma nella mancanza di Dio si manifesta qualcosa di peggiore ancora. Non solo gli Dei e Dio sono fuggiti, ma si è spento lo splendore di Dio nella storia universale. Il tempo della notte del mondo è il tempo della povertà perché diviene sempre più povero.

È già diventato tanto povero da non poter riconoscere la mancanza di Dio come mancanza”»


Di che è mancanza questa mancanza,

                                                      cuore,

che a un tratto ne sei pieno?

di che? Rotta la diga

t’inonda e ti sommerge

la piena della tua indigenza…

                                       Viene,

forse viene,

                    da oltre te

                                  un richiamo

che ora perché agonizzi non ascolti.

Ma c’è, ne custodisce forza e canto

la musica perpetua… ritornerà.

                       Sii calmo.

Mario Luzi

da “Sotto specie umana”, Garzanti, 1999.


giovedì 10 aprile 2025

La vita di ogni uomo è un cammino verso se stesso,

 "La vita di ogni uomo è un cammino verso se stesso, la ricerca di un cammino, la traccia di un sentiero. Mai nessun uomo è stato in tutto e per tutto se stesso; ognuno lotta per diventarlo, uno cupamente, l’altro più luminosamente, ognuno come può. Ognuno porta con sé i residui della propria nascita, muco e frammenti del guscio di un mondo originario, fino alla fine. Qualcuno non diventa mai uomo, rimane rana, rimane lucertola, rimane formica. Qualcuno è uomo sopra e pesce sotto. Ma ognuno è uno sforzo della natura per partorire l’uomo. E le origini sono comuni a tutti, le madri, noi tutti veniamo dallo stesso abisso; ma ognuno lotta, un progetto e una spinta dal profondo, per raggiungere il proprio traguardo. Possiamo capirci l’un l’altro, ma ognuno può interpretare soltanto se stesso."

Hermann Hesse, Demian, 1919

domenica 23 marzo 2025

mille cose che non scelsi

 E ci furono mille cose che non scelsi,

che mi arrivarono all’improvviso

e mi cambiarono la vita.

Cose belle e brutte che non cercavo,

sentieri in cui mi smarrii,

una vita che non mi aspettavo.

E scelsi, almeno, come viverla.

Scelsi i sogni per decorarla,

la speranza per sostenerla,

il coraggio per affrontarla.


Rudyard Kipling



domenica 2 febbraio 2025

 Cruda verità 

La tomba



Qua finiscono le gelosie. Qui finiscono le liti per i confini e per l'eredità. Qui finiscono tutti i risentimenti. Qui finiscono tutti i malintesi. Qui finiscono le convinzioni. Qui finiscono gli odi, i soldi, le proprietà. Qui finiscono i dispetti. Qui finiscono le fantasie. Finiscono gli abbracci mai dati, le carezze mai avute, le parole dolci che non abbiamo speso. Qui si pareggia tutto, perché non siamo niente, se non l'espressione fisica della nostra anima che torna al luogo della verità.

 

Autore sconosciuto


venerdì 26 luglio 2024

Senso religioso

 O uomo! Viaggia da te stesso in te stesso, ché da simile viaggio la terra diventa purissimo oro.


Cerca bene in te stesso


ciò che vuoi essere,


poiché sei tutto.


La storia del mondo intero sonnecchia in ognuno di noi.


Cerca la vera definizione di te stesso. Questo è essenziale. E quando avrai trovato la tua definizione, fuggi da essa.


Metti i pensieri a dormire, non lasciare che gettino ombra sulla luna del tuo cuore. Smettila di pensare.


Stai con coloro che elevano il tuo essere.


Mia cara anima, fuggi dai senza valore, stai vicino solo a quelli dal cuore puro. Il tuo cuore conosce la strada, corri in quella direzione.


Guarda attentamente intorno a te e riconosci


la luminosità delle anime.


Ovunque ti trovi, sii l'anima di quel posto.


All'anima sono state date le orecchie per ascoltare cose che la mente non capisce.


(Jalal al-Din Rumi)

sabato 29 giugno 2024

Per vivere bisogna che ci sia un senso

 "[..] Un ideale, un sentimento, una abitudine, una occupazione — ecco il piccolo mondo, ecco il guscio di questo lumacone o uomo — come lo chiamano. Senza questo é impossibile la vita. Quando tu riesci a non aver più un ideale,

perché osservando la vita sembra un enorme pupazzata,

senza nesso, senza spiegazione mai;

quando tu non hai più un sentimento,

perché sei riuscito a non stimare,

a non curare più gli uomini e le cose,

e ti manca perciò l’abitudine, che non trovi,

e l’occupazione, che sdegni

– quando tu, in una parola, vivrai senza la vita,

penserai senza un pensiero,

sentirai senza cuore –

allora tu non saprai che fare:

sarai un viandante senza casa,

un uccello senza nido.

Io sono così. [...] Io scrivo e studio per dimenticare me stesso , per distogliermi dalla disperazione".

(Luigi Pirandello)


Questo è uno stralcio di una lettera scritta da Luigi Pirandello alla sorella Lina, il 31 ottobre 1886, in cui il premio Nobel siciliano afferma che la vita è priva di senso; che scrivere e studiare è analogamente insensato, ma serve per compensazione la frustrazione derivante da tale scoperta; che gli ideali che aiutano a vivere sono degli autoinganni o delle illusioni mistificanti, ma che sono tuttavia necessari per sopravvivere. Ricordiamo oggi il mio immenso conterraneo, nato il 28 giugno 1867 a Girgenti, oggi Agrigento.


Ph web 

#Nobel #accaddeoggi #Girgenti #lettera #Lina #sorella #teatro #letteratura #Sicilia #scrivere #leggere #vita #studio

mercoledì 22 maggio 2024

la bella natura, espressione della Volontà Divina

 

la bella natura, espressione della Volontà Divina

SAVOY HOTEL LONDRA, 17 MARZO 1927, MEZZANOTTE


... So quanto ami ed apprezzi la bella natura, espressione della Volontà Divina nella quale si trovano i valori ideali eterni, il Vero, il Bello ed il Buono (tu li hai tutti e tre in te stessa). L'Armonia unificata delle cause e delle leggi forma il Vero; l'Armonia unificata delle linee, dei colori, dei suoni e delle idee forma il Bello; mentre l'Armonia dei sentimenti e della volontà forma il Buono, che come la più alta espressione del Creatore Eterno e supremo, congiunge tutto l'Essere umano e lo spinge alla perfezione finale.

sabato 20 aprile 2024

Era già scritto

 “Quando nasci ti danno un biglietto, indecifrabile, dentro il quale c’è scritto tutto il tuo avvenire. Le malattie, gli amori, il successo, l’insuccesso, gli incontri importanti, c’è scritto tutto lì. Anche il giorno e l’ora della tua morte. È nel ticket, è nel prezzo del biglietto. 

Io non capisco i miei amici quando cominciavano a diventare vecchi, cominciavano a diventare tristi. Perché non lo sapevi che s’invecchia?

Cos’è una novità? Ti devi preparare a tutto, come ti prepari alla vita quando sei giovane. Devi prepararti alla fine della vita, quando sei vecchio, senza disperazione perché è naturale.

Era già scritto.” 


( Andrea Camilleri )

sabato 13 aprile 2024

in fondo al bicchiere ci aspetta Dio



"Il primo sorso dal
bicchiere della scienza
rende atei, ma in fondo al
bicchiere ci aspetta Dio!"

Werner Karl Heisenberg
fisico Premio Nobel 1932

martedì 30 gennaio 2024

Parlare con gli dei

 

Parlare con gli dei


Alessandro D'Avenia

In uno dei suoi Dialoghi con Leucò, libro in cui immagina delle conversazioni tra uomini e dei, Cesare Pavese racconta quella tra Esiodo e la Musa. Il poeta si lamenta dell’insoddisfazione che l’ha spinto a cercare la dea sul monte dove risiede, per trovare «l’ispirazione» che possa rinnovare il suo faticoso vivere: «Provo un fastidio delle cose e dei lavori come lo sente l’ubriaco. Allora smetto e salgo qui sulla montagna». L’uomo, afferrato dal male di vivere, cerca la soluzione «in alto». Lì spera possa avvenire l’incontro con il divino che non trova «a valle», perché «la montagna» è la verticalità perduta, è il senso delle cose: andare in alto è andare dentro sé e verso il proprio compimento. Vivere solo in orizzontale, nel ripetersi di giorni e abitudini della scatola del mondo, non basta per essere felici. L’uomo in crisi allora è spinto a «salire». Lo psicanalista e filosofo Carl Jung notava: «Fra tutti i pazienti oltre la mezza età, cioè oltre i 35 anni, non ce n’è uno il cui problema non sia quello della sua dimensione religiosa. Soffre perché ha perduto quello che le religioni hanno donato in ogni tempo ai loro fedeli, e nessuno è guarito se non riacquistando nuovamente la sua attitudine religiosa, il che non ha a che fare con una particolare confessione o chiesa». A che cosa si riferiva? A ciò che la penna di Pavese mette in scena: cercare l’incontro con il divino e rinnovare giorni spenti e atti risaputi. E il suo alter-ego narrativo, Esiodo, che cosa trova sulla montagna?

Jung, paragonandola alle ore della giornata, divideva la vita in tre fasiIl «mattino dell’esistenza», cioè giovinezza e prima età adulta, è il periodo in cui si sviluppano i tratti fondamentali della personalità, si costruisce un posto nel mondo attraverso un ruolo. Si insegue l’immagine che vogliamo il mondo abbia di noi, la «persona» (maschera in latino), cioè l’identità (sociale) che ci darà sicurezza e riconoscibilità, che risponde alla prima domanda posta da chi non ci conosce: e tu che fai? Il nostro io si struttura e si rassicura in questa immagine-ruolo, che poi dovrà ridimensionare e relativizzare, perché non basterà a dare senso alla vita tutta intera, cioè a salvarci dalla morte. Giunge così la «crisi del mezzogiorno»: non si prova più gioia in ciò che avevamo cercato, si perde energia, ci si sente persi o inquieti, e ci si chiede: tutto qui? In realtà è una richiesta della parte di noi che non abbiamo sviluppato abbastanza se non represso. Vogliamo sapere se esistiamo dietro la maschera, se siamo amati al di là dei ruoli, se possiamo essere al mondo così come siamo e non come dovremmo o vorremmo essere. Se si affronta la crisi e si abbraccia quella che Jung chiama l’ombra (ciò che di noi non accettiamo o non vogliamo vedere, la parte incompiuta di noi), si entra nella terza fase che lo psicanalista definisce «pomeriggio dell’esistenza». C’è chi, a caro prezzo, non inaugura questa fase, ostinandosi a perseguire solo gli obiettivi del mattino, perpetuandone la crisi: immagine, ruolo, affermazione. Quello che il giovane trova al di fuori, l’uomo del pomeriggio deve trovarlo al di dentro, infatti questa tappa che coinvolge maturità e vecchiaia serve a farci aprire alla dimensione più profonda e compiuta del vivere, quella spirituale, che è sinonimo di «libera» e «relazionale», tradotto da Agostino nel famoso «ama e fa’ ciò che vuoi». È il passaggio dall’ego al sé che ci evita di invecchiare male sviluppando i difetti tipici dell’io mascherato, che vuole continuare a ignorare la morte e la propria non autosufficienza, paure ineludibili che si affrontano solo con l’essere amati, l’amarsi e l’amare. Una condizione che ricorda i tre stadi della vita di Kierkegaard, che definirei «strati» perché non dettati all’età ma dalla scelta. Per il filosofo danese infatti la felicità è nel rendere più profonda la vita, smettendo di cercare fuori ciò che è già in noi: nel primo stadio, estetico, cerchiamo piaceri; nel secondo, etico, doveri: lavoro, matrimonio, figli...; nel terzo, religioso, un senso alle cose, la dimensione spirituale del vivere, che ci fa trovare Dio in noi solo dopo aver dolorosamente scoperto e accettato la nostra non autosufficienza. Non una metafora, non una consolazione psicologica, non un simbolo, ma il fondo e il fondamento della vita a cui oggi non crediamo più. Quando, nel dialogo di Pavese, la Musa apre gli occhi a Esiodo dicendogli: «Ogni giorno io ti trovo quassù... Ma tu sai che le cose immortali le avete a due passi», il poeta risponde: «Non è difficile saperlo. Toccarle, è difficile». Il poeta, come noi, sente che ciò che raggiunge non basta mai, ci deve essere qualcosa di definitivo, che non si rovina, ma non riesce a toccarlo o a esserne toccato: «E ogni giorno che spunta — dice Esiodo — ti mette davanti la stessa fatica e le stesse mancanze». Allora la Musa gli confida che la risposta è proprio nel quotidiano, lì si trova l’assoluto: «Non capisci che il sacro e il divino accompagnano anche voi, dentro il letto, sul campo, davanti alla fiamma?

Giorno e notte, non avete un istante, nemmeno il più futile, che non sgorghi dal silenzio delle origini». L’istante è il luogo dell’eterno. Siamo chiamati a scoprire il divino nel quotidiano, l’infinito nel finito, e la nostra inquietudine è solo nostalgia della gioia d’essere vivi e non solo viventi. Per «toccare» ed «essere toccati» da questa gioia occorre creare lo spazio in cui lo spirito sboccia, contemplazione e ascesi, parole vuote oggi, eppure necessarie a dissotterrare Dio dalla terra di cui siamo fatti. Che cosa vogliamo per un figlio? Oggi rispondiamo «che si realizzi», affidando la vita al progetto «mattutino», ma un figlio è «già» reale. Potremmo dire, includendo «il pomeriggio», più coraggiosamente «che impari ad amarsi e ad amare», ma la consideriamo una frase sentimentale, salvo poi volere l’educazione sentimentale a scuola (rientra dalla finestra ciò che abbiamo cacciato dalla porta). Sono amato? So amarmi? So amare? Da queste domande dipende il nostro incontro con la vita autentica. Cesare Pavese si suicidò nell’anno in cui vinse il premio Strega, aveva cercato l’amore nel consenso, e non l’aveva trovato. L’aveva cercato nel lavoro, e non l’aveva trovato. L’aveva cercato nel partito, e non l’aveva trovato. L’aveva cercato in alcune donne sbagliate per lui, e non l’aveva trovato. Nel suo diario che aveva intitolato Il mestiere di vivere annotava: «Il mio cuore è anelante d’attesa, tanto anelante che ne è stanco, stanco». Era così stanco che si procurò il sonno definitivo con i sonniferi che usava, dopo aver scritto l’ultimo messaggio proprio sulla prima pagina di una copia dei Dialoghi con Leucò. A 41 anni si procurò con la forza l’appuntamento con il divino: anche se aveva intuito, proprio in quel libro, che quell’incontro poteva essere a portata di mano. Come il suo Esiodo non seppe trovare ciò che la mente e la penna sapevano: l’eterno è dove sei e in chi sei. Forse per questo quella stessa penna scrisse nell’ultimo pensiero del suo diario: «o Tu, abbi pietà». Il mestiere di vivere non è forse tutto qui?

29 gennaio 2024, 

martedì 14 novembre 2023

l’infanzia e la vecchiaia

 Più invecchio anch’io, più mi accorgo che l’infanzia e la vecchiaia non solo si ricongiungono, ma sono i due stati più profondi in cui ci è dato vivere. In essi si rivela la vera essenza di un individuo, prima o dopo gli sforzi, le aspirazioni, le ambizioni della vita.

Gli occhi del fanciullo e quelli del vecchio guardano con il tranquillo candore di chi non è ancora entrato nel ballo mascherato, oppure ne è già uscito. E tutto l’intervallo sembra un vano tumulto, un’agitazione a vuoto, un inutile caos per il quale ci si chiede perché si è dovuto passare.


Marguerite Yourcenar, Archivi del Nord

venerdì 11 agosto 2023

Non è vero che il mondo è brutto

 "Non ho paura di morire. Ho cinquant'anni, ma ho vissuto dieci vite. Ho fatto cose che la stragrande maggioranza delle persone non fa in una vita intera. Cose che non sapevo neppure di desiderare. Ho ricordi preziosi.


Ricordatemi come vi pare. Non ho mai pensato di mostrarmi diversa da come sono per compiacere qualcuno. Anche a quelli che mi odiano credo di essere stata utile, per autodefinirsi. Me ne andrò piena di ricordi. Mi ritengo molto fortunata. Ho incontrato un sacco di persone meravigliose. Non è vero che il mondo è brutto; dipende da quale mondo ti fai".


Ultima domanda. Ha dichiarato: «Non è vero che il mondo è brutto, dipende da che mondo ti fai». Come si fa a fare un mondo più bello?
«Ma che ne so. Io ci ho provato ogni giorno. Non mi sono mai rassegnata a pensare che non mi spettasse la felicità. Quando mi dicevano: “Tu che cosa vuoi fare nella vita”, rispondevo non lo so, ma voglio essere felice. Questo mi ha permesso di fare dieci lavori e di non smettere mai di essere felice. Io avrei potuto insegnare tutta la vita. Sarei stata comunque la persona che sono. Una cosa resta importante: riconoscere la felicità è una forma di intelligenza. Perché molte volte la felicità ti passa accanto e tu non capisci che quello è un momento felice. Perché sei troppo presa o stanca. Ho avuto fortuna perché il mio tipo di lavoro mi permette un’introspezione e delle pause in cui posso guardare me stessa dall’esterno e in cui capisco che il tempo che sto vivendo è probabilmente il tempo migliore della mia vita. Io oggi le dico: questo è il tempo migliore della mia vita. Visto da fuori non lo è: ho il cancro, ho il tempo contato, come tutti del resto, ma io ho il conto più breve. Dovrebbero essere elementi di non felicità. Ma invece non conta il cosa, conta il come. E in questo momento io posso scegliere il come».

- Michela Murgia (1972-2023)

mercoledì 12 luglio 2023

A nascere son buoni tutti!

 A nascere son buoni tutti! Persino io sono nato! Ma poi bisogna divenire! divenire! crescere, aumentare, svilupparsi, ingrossare (senza gonfiare), accettare i mutamenti (ma non le mutazioni), maturare (senza avvizzire), evolvere (e valutare), progredire (senza rimbambire), durare (senza vegetare), invecchiare (senza troppo ringiovanire), e morire senza protestare, per finire… un programma enorme, una vigilanza continua… perché a ogni età l'età si ribella contro l'età, sai! E se fosse solo questione di età… ma c'è anche il contesto!


Daniel Pennac, Signor Malaussène, 1995

mercoledì 28 giugno 2023

IL SENSO RELIGIOSO NEL PERCORSO DI 16 FILM -

 

IL SENSO RELIGIOSO NEL PERCORSO DI 16 FILM - Introduzione

Autore:
Mocchetti, Giovanni
Curatore:
Leonardi, Enrico
Vedremo film che ci aiuteranno a “riaccendere dalle braci il fuoco fiammeggiante” che, una volta nella nostra vita, ha “attizzato”, risvegliato il nostro stupore, il desiderio, la domanda, l’inquieta ricerca di una risposta al proprio quotidiano bisogno di essere felici. Film che faranno “brillare” quell’improvviso, imprevedibile “acceso tizzone” dell’avvenimento dell’incontro, che ha cambiato radicalmente la nostra vita, seppellendo la nostra distrazione, la dimenticanza, l’abitudine, l’accidiosa inettitudine della nostra esistenza, rimettendoci protagonisti degli istanti che ci vengono donati, ridestando la memoria di quello che è successo “un bel giorno”.

IL SENSO RELIGIOSO NEL PERCORSO DI 16 FILM

“… perché c’è il dolore, la morte? perché in fondo vale la pena di vivere? Di che cosa e per che cosa è fatta la realtà? per che cosa vale veramente la pena che io sia, che la realtà sia?....”
(Luigi Giussani, “Il Senso Religioso” pp.59-61 - ed Rizzoli,1997)
“… tutto ciò che ci affascina nel mondo visibile, i boschi le pianure, i fiumi, le montagne, le stagioni, le steppe, i tramonti, le tempeste, la notte, le stelle, tutte queste cose di per sé vuote e indifferenti, si caricano di
significato, perché, senza che noi lo sospettiamo contengono un presentimento d’amore… che interesse avrebbe una scogliera, una foresta, un rudere se non vi fosse implicata un’attesa, che senso avrebbe la
solitaria cappella al bivio di un sentiero, perché avrebbe tanto pathos, se non vi fosse nascosta un’allusione? Se non potessimo fantasticare un incontro?...
” (Dino Buzzati, dal romanzo “Un Amore” - Mondadori)
“… ti dirò soltanto che io mi trovo in una sproporzione gigantesca tra il cuore e l’intelletto… tutto quello che faccio risulta da uno sforzo, da una lotta incessante per prendere contatto con la realtà che genera i fatti… Signore, concedi che io meriti tanto da poter capire con chiarezza cosa voglia questo impeto che urge dentro di me… sono come un cane da tartufo del divino nell’umano, ma non bramo catturarlo… io affogo, se non ho del grande in me: sono un’ostia d’ansietà...” (Clemente Rebora, Epistolario, 1923)
“… il significato della vita è un traguardo possibile solo per chi prende sul serio la vita, quindi gli avvenimenti, gli incontri, per chi è impegnato con la problematica della sua vita, con la vita intera nella quale tutto
è compreso: amore, studio, politica, denaro, fino al cibo e al riposo, senza nulla dimenticare, né l’amicizia, né la speranza, né il perdono, né la rabbia, né la pazienza. Dentro, infatti, ogni gesto, sta il passo verso il proprio destino…” (Luigi Giussani, “Il Senso Religioso” pp.48/9 - Rizzoli – ed.1997)

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INTRODUZIONE
Il cuore dell’uomo è uno, perché in ciascuno di noi c’è il desiderio di felicità, di Bene, di Bello, di Vero e di Giusto che, ogni giorno, cerca una risposta. Sono queste le esigenze costitutive del nostro io.
Perché? Noi non siamo degli animali che cercano di soddisfare il propri istinti primari (la fame, la sete, il sonno, l’accoppiamento). Ci differenzia la ragione, la consapevolezza di sé, curiosa ed aperta a tutte le categorie del possibile; inoltre, non siamo neanche degli intellettuali razionalisti che usano il cervello
come unico criterio di misura dell’ampio orizzonte della realtà. Nemmeno siamo solo sentimentali, altrimenti ci rapporteremmo con il prossimo e con la realtà che ci circonda, basandoci unicamente su una reattività emotiva. Questi sono gli aspetti della nostra fragilità, della nostra finitezza che,
tuttavia, coltiva dentro di sé l’incessante desiderio di un compimento.
Come si manifestano queste esigenze costitutive dell’io?
Per esempio: ci accorgiamo con stupore del cielo stellato, che desta in noi la domanda di chi ci abbia donato questo meraviglioso spettacolo. Nella grotta valdostana di Lilianes è scolpita la più antica mappa astronomica dell’umanità. Qui, in una preistoria lontana millenni, tra le caverne di una tribù di cacciatori,
un uomo di notte stava a guardare il cielo e vedeva brillare le stelle. Per tante notti le aveva fissate; con pazienza, siccome all’alba non voleva perderle, scelse una pietra aguzza e cominciò a battere sulla parete della roccia: sette fori, così l’uomo riprodusse le Pleiadi.
Noi non discendiamo dalle scimmie: l’evoluzionismo, con la teoria della selettività naturale di Darwin, è una falsa, parziale ideologia scientifica. Le scimmie non hanno mai riempito di graffiti colorati le pareti delle caverne di Altamira (esigenza di Bellezza) né seppellivano o innalzavano stuoie su dei pali per deporre i corpi dei loro defunti, come i nativi americani USA (esigenza di Bene).
Che cosa desideriamo di più durante il passare della giornata? Che qualcuno si faccia incontro a noi, accogliendoci così come siamo, con le nostre qualità e i nostri limiti e che ci dica: “Vieni a bere un caffè con me? Vieni a cena da me?”(esigenza di Bene e di Vero, perché “Pulchritudo splendor veritatis est” diceva San Tommaso, “la Bellezza è lo Splendore del Vero”).
In uno stralcio di un’omelia rivolta alle famiglie circa l’educazione dei figli, il vescovo Sant’Ambrogio dice:
“… non arrogatevi di prendere decisioni al loro posto, ma aiutateli a capire che decidere bisogna e non si spaventino se ciò che amano richiede fatica e fa qualche volta soffrire: è più insopportabile una vita vissuta per niente… non trovo gesto migliore per dire la fierezza di un essere uomo di quando mio padre si fece avanti a prendere le difese di un uomo ingiustamente accusato…” (esigenza di Giustizia).
Queste esigenze costitutive del cuore dell’io sono universali e palpitano dentro ogni uomo/donna del nostro pianeta. Questa incessante esigenza di felicità che bussa alla porta del nostro cuore desidera una risposta accompagnata da attese, inquietudini, domande, insoddisfazione, ricerca di risposte, perché
siamo esserI finiti che aspirano all’infinito (“Mi illumino d’immenso” G. Ungaretti), un infinito che, talvolta, cerchiamo di raggiungere come Icaro (e sappiamo che fine abbia fatto).
Il “senso religioso” è la quotidiana, sorprendente avventura dell’io che vive quotidianamente questo anelito di dare uno scopo alla propria esistenza, perché “…Fecisti nos ad Te Domine: et inquietum est cor nostrum donec
requiescat in Te” (Ci hai fatti per Te, Signore: il nostro cuore è inquieto fino a quando non trova pace in Te). (S. Agostino, Confessioni, 1)

Vedremo film che ci aiuteranno a “riaccendere dalle braci il fuoco fiammeggiante” che, una volta nella nostra vita, ha “attizzato”, risvegliato il nostro stupore, il desiderio, la domanda, l’inquieta ricerca di una risposta al proprio quotidiano bisogno di essere felici. Film che faranno “brillare” quell’improvviso, imprevedibile “acceso tizzone” dell’avvenimento dell’incontro, che ha cambiato radicalmente la nostra vita, seppellendo la nostra distrazione, la dimenticanza, l’abitudine, l’accidiosa inettitudine della nostra esistenza, rimettendoci protagonisti degli istanti che ci vengono donati, ridestando la memoria di quello che è successo “un bel giorno”.
Come mi accade quotidianamente, aprendo il Libro delle Ore, su cui ho scritto, in apertura, questa frase di Laurentius Eremita: “Allora pensai che tutta la vita mia sarebbe trascorsa nel rendermi conto di ciò che mi era accaduto e il suo ricordo mi riempie di silenzio”.

Nell’elenco sono presenti due titoli di capolavori della Storia del Cinema, segnalati con un 2 asterischi

  • La giovinezza alla ricerca della verità di sé: “Into The Wild - Nelle terre selvagge”
  • L’assillante desiderio di conoscere Dio: “Il Settimo Sigillo” **
  • La presunzione di una ragione che pretende di misurare tutto: “Il Decalogo.1”
  • Una vocazione messa di fronte a un bivio: “Fuori dal mondo”
  • Due “on the road” che svelano il cuore dell’io: “Green Book” , “Verso il sole”
  • Il rischio della libertà per “entrare” nella realtà vera: “The Truman Show”
  • Il bambino nascosto: “Miracolo a Le Havre”
  • La purezza e la semplicità di cuore: “La Strada” **
  • L’imprevedibile esito di un’attesa: “Aria ferma”
  • L’indagine su un crocefisso che dicono risorto: “L’Inchiesta”
  • La sorprendente avventura di due bambini: “L’ultima estate - Ricordi di un’amicizia”
  • La comunione dei santi: “Le Stagioni del cuore”
  • L’accoglienza come sguardo aperto verso il diverso da sè: “The Blind Side”
  • Un imprevisto è la sola speranza: “Se Dio vuole”
  • Una gratuità sconcertante: “Good Sam”

giovedì 2 marzo 2023

Frasi sulla religione Einstein

 Frasi sulla religione Einstein 

In vista di tale armonia nel cosmo che io, con la mia umile mente, sono capace di riconoscere; Sono sorpreso che ci sia ancora gente che dice che non c'è Dio. Ma quello che mi infastidisce davvero è che mi citano, per sostenere le loro argomentazioni

Dio è lì, governato dalle regole della natura, e può essere scoperto da chiunque abbia il coraggio, l'immaginazione e la perseveranza per andare a cercarlo.

Ciò che mi separa da quelli chiamati atei, è il mio sentimento di umiltà verso gli innumerevoli segreti dell'armonia del cosmo

La vita di un uomo senza religione non ha significato; e non solo lo rende un miserabile, ma un essere incapace di vivere

 Il più grande mistero del mondo è che sia comprensibile

Gli ideali che illuminano il mio cammino e che mi hanno dato di nuovo il coraggio di affrontare la vita con gioia sono stati: la gentilezza, la bellezza e la verità

La maturità comincia a manifestarsi quando sentiamo che la nostra preoccupazione è maggiore per gli altri che per noi stessi

L'uomo trova Dio dietro ogni porta che la scienza riesce ad aprire

Cerca di non diventare un uomo di successo, ma diventa un uomo di valore

Il mistero è la cosa più bella che possiamo sperimentare. È la fonte di tutta la vera arte e scienza

La mente umana non è in grado di concepire la quarta dimensione, quindi come può concepire Dio? Per chi mille anni e mille dimensioni sono solo uno

Nessuno può leggere il Vangelo senza sentire la presenza di Gesù

Il valore di un uomo dovrebbe essere visto in ciò che dà e non in ciò che è capace di ricevere

La scienza senza religione è zoppa, la religione senza scienza è cieca

L'emozione religiosa più bella e profonda che possiamo provare è la sensazione del mistico

Non sono ateo, non penso di poter essere definito un pateista

Sono ebreo, ma sono stato anche abbagliato dalla figura luminosa del Nazareno

Vediamo l'universo, meravigliosamente ordinato e funzionante governato dalle sue leggi, ma possiamo a malapena capire quelle leggi

Siamo solo bambini che sono entrati in una libreria piena di libri in molte lingue. Sappiamo che qualcuno avrebbe dovuto scrivere quei libri, non sappiamo come

Ci sono due modi di vedere la vita: uno crede che i miracoli non esistano, l'altro è credere che tutto sia un miracolo


mercoledì 4 gennaio 2023

discorso di Benedetto XVI ai giovani

 Dal discorso di Benedetto XVI ai giovani

della diocesi di Roma, 6 aprile 2006:


«Alla fine, per arrivare alla questione definitiva, direi: Dio o c’è o non c’è. Ci sono solo due opzioni. O si riconosce la priorità della ragione, della Ragione creatrice che sta all’inizio di tutto ed è il principio di tutto -la priorità della ragione è anche priorità della libertà – o si sostiene la priorità dell’irrazionale, per cui tutto quanto funziona sulla nostra terra e nella nostra vita sarebbe solo occasionale, marginale, un prodotto irrazionale -la ragione sarebbe un prodotto della irrazionalità. Non si può ultimamente “provare” l’uno o l’altro progetto, ma la grande opzione del Cristianesimo è l’opzione per la razionalità e per la priorità della ragione. Questa mi sembra un’ottima opzione, che ci dimostra come dietro a tutto ci sia una grande Intelligenza, alla quale possiamo affidarci. 

Ma il vero problema contro la fede oggi mi sembra essere il male nel mondo: ci si chiede come esso sia compatibile con questa razionalità del Creatore. E qui abbiamo bisogno realmente del Dio che si è fatto carne e che ci mostra come Egli non sia solo una ragione matematica, ma che questa ragione originaria è anche Amore. Se guardiamo alle grandi opzioni, l’opzione cristiana è anche oggi quella più razionale e quella più umana. Per questo possiamo elaborare con fiducia una filosofia, una visione del mondo che sia basata su questa priorità della ragione, su questa fiducia che la Ragione creatrice è amore, e che questo amore è Dio.» 


 

sabato 5 novembre 2022

l’infelicità dell'uomo

 “La minaccia che incombe sull'umanità di oggi non è la guerra, è questa disperata aridità, questo arresto di sviluppo. La realtà più tremenda è l’infelicità dell'uomo: esso non sa godere, è spaventato, sente di essere inferiore a qualcosa che si trova in lui stesso. Porta in sè il vuoto! E la natura ha in orrore il vuoto, essa anela a riempirlo in qualche modo.

Il  pericolo dell'umanità è il vuoto delle anime: tutto il resto non ne è che una conseguenza. (…)

Per questo è necessario valorizzare l'individualità, farle sperimentare la sua potenza, insegnarle a vedere il mondo nella sua vera grandezza, allargare i limiti della sua vita, metterla in contatto con l’individualità altrui.”

Maria Montessori (1870-1952), Educazione e pace, 1949