Antonio Gramsci nel 1920, sull’Ordine Nuovo, queste parole: “Lo stato italiano è stato una dittatura feroce, che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti”.
"La Chiesa è il luogo dove tutte le verità si incontrano"................. Gilbert Keith Chesterton
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venerdì 1 agosto 2025
domenica 19 maggio 2024
IL vero volto del RISORGIMENTO
Risorgimento una «guerra di religione» contro la chiesa” di Domenico Bonvegna
Posted by altaterradilavoro on Gen 17, 2022
Adesso ho capito perché la storica Angela Pellicciari nei suoi libri sostiene una tesi singolare: il Risorgimento italiano è un movimento politico religioso culturale per distruggere la Chiesa cattolica e cancellare l’identità cattolica del nostro Paese.Una verità che viene confermata leggendo la poderosa opera in 3 tomi, «Memorie per la storia de’ nostri tempi. 1856-1866» del sacerdote giornalista don Giacomo Margotti.
L’opera è stata pubblicata anastaticamente dalla benemerita e gloriosa casa editrice Ares nel 2013 (www.ares.mi.it). La riproduzione è stata calorosamente suggerita da Angela Pellicciari, che è la curatrice dell’intera opera del sacerdote sanremese. Originariamente l’opera di don Margotti è stata pubblicata a Torino dall’Unione tipografico-editrice dal 1863 al 1865. Da qualche settimana sto leggendo il 1° Tomo delle Memorie.Ogni tomo è suddiviso in 2 volumi. Il 1° tomo (384 pag. nel 1Vol e 382 nel 2 Vol.)Le Memorie di don Margotti sono fondamentali per capire la battaglia culturale e politica che si combatté contro la Chiesa italiana. Margotti, direttore del quotidiano «L’Armonia» e poi de «L’Unità cattolica» è stato testimone oculare che ha vissuto in prima persona gli avvenimenti cruciali della guerra della rivoluzione italiana. Egli racconta, «il Risorgimento come lo ha vissuto giorno per giorno, dando dettagliata cronaca di quanto successe in quegli anni 1856-1866; in uno dei decenni, cioé, più arroventati della storia d’Italia […]».Don Margotti nella sua infaticabile attività pubblicistica, utilizzava un giornalismo d’inchiesta, per quei tempi burrascosi, era coraggioso, ebbe una vita avventurosa, scampò miracolosamente a un attentato il 27 gennaio 1856. Tra le sue esperienze, divenne anche deputato, ma la sua elezione fu arbitrariamente invalidata.L’autore si avvale di una grande e infinita quantità di documenti, economici, politici, ideologici, statistici, e militari. Con quest’opera, intende denunciare, la violenza dell’elité risorgimentale, italiana ed estera, perpetrata in nome della libertà e della monarchia costituzionale contro la Chiesa cattolica e il popolo, che in essa si riconosceva. Sono pagine di storia in presa diretta, che costituiscono una «lettura del Risorgimento assolutamente in controtendenza rispetto a tutta la storiografia tradizionale successiva».Del resto come scrive Angela Pellicciari, nell’introduzione, sono sempre i vincitori a scrivere la Storia, cancellando le tracce degli oppositori, che denunciano i soprusi e le ingiustizie.
Naturalmente Giacomo Margotti, oggi è quasi del tutto sconosciuto, benché in vita abbia goduto di tanta visibilità, ammirato ma anche temuto (dai suoi avversari) per le sue analisi e idee. Identico destino è toccato anche alle sue Memorie per la storia de nostri tempi. Dobbiamo ringraziare le edizioni Ares per aver colmato questa lacuna.Addentrandosi nello studio dell’opera del sacerdote ligure trapiantato a Torino, le prime pagine sono dedicate al Congresso di Parigi del 1856, dove i diplomatici di Francia, Inghilterra e del Piemonte, intervengono sulla situazione politica degli Stati della penisola italiana. Questo congresso diventa un punto di riferimento per tutti, perché qui secondo Margotti si proiettano tre strade future per i Paesi europei: l’intervento diplomatico, rivoluzionario e quello armato. Tutto questo secondo il principio del non intervento. Nei tre tomi don Margotti ripropone articoli, già pubblicati nel suo giornale L’Armonia. Vengono fuori delle schede illuminanti. Già in «Tribolazioni della Chiesa in Piemonte», Margotti, dà una rapida occhiata alle condizioni della Chiesa in Piemonte, a partire dal 1847. Scrive il sacerdote, «Si concede la libertà della stampa a tutti, fuorché ai Vescovi», e tutto questo il Governo lo giustifica tra sofismi e gemiti. Poi anno dopo anno si riporta le varie fasi della «guerra» dei liberali alla Chiesa. A cominciare dall’aggressione nei confronti del vescovo di Nizza e del suo palazzo arcivescovile. Marzo 1848, invasione dei conventi e soppressione dei Gesuiti, seguita dalla soppressione degli Oblati, poi le Dame del Sacro Cuore.
A novembre, il ministro dell’istruzione Bon-Compagni emette direttive contro l’insegnamento religioso. Seguono calunnie dei giornali nei confronti della Chiesa e del clero tutto.
. 1850, approvazione della Legge Siccardi; l’arcivescovo di Torino viene imprigionato, stesso trattamento per l’arcivescovo di Sassari.Marzo 1851, alla Camera dei Deputati si discute un disegno di legge contro i voti religiosi, Brofferio esclama: «Sopprimiamo i conventi, e tutto sia terminato]…] sia snudata la spada contro i preti fino all’ultimo sangue». Il 28 giugno durante una pesante perquisizione del convento dei francescani di Alghero, fu sfasciato tutto, perfino nelle tombe si cercava chissà che cosa. I vescovi protestano contro le varie circolari emanate dal governo che continua a perseguitare e minacciare. Nello stesso tempo i giornali bestemmiano contro PioIX. Viene rubata perfino la statua della Beata Vergine Consolatrice, dono di Carlo Felice e Maria Cristina.Il 30 marzo1854, i Vescovi delle tre provincie ecclesiastiche di Torino, Genova e Vercelli ricorrono al Senato perché rigetti la legge contro il Clero: «Questo progetto di legge tenda ad opprimere la libertà di parola del ministro di Dio».C’è un lungo elenco di fatti avvenimenti dove si constata una vera persecuzione della Religione. Religiosi, monaci, cacciati dai conventi: i padri della Certosa di Collegno, le Canonichesse Lateranensi di S. Croce, sono cacciate con viva forza dal monastero a Torino, rompendo la loro clausura. Il 22 agosto del 1854, nella notte mediante la rottura del muro, le forze armate, s’introducono nel monastero delle monache Cappuccine di Torino e vengono espulse. Stessa sorte capita ai Padri Domenicani e agli Oblati di Torino.Il 20 luglio 1855, gli agenti del governo, sfondano le porte a colpi di scure del convento dei Cappuccini di Ciamberì.
Non si contano le circolari del governo indirizzate ai sindaci per vigilare sulla buona condotta del clero, controllare le omelie dei parroci, in particolare se dicono l’Oremus pro Rege; se in pubblico o in privato sparlino delle libere istituzioni, delle leggi e del governo; se il parroco sia amato o detestato dai suoi parrocchiani. Tra i centri religiosi soppressi, don Margotti approfondisce il caso del Monastero della Novalesa, in val di Susa, che era stato invaso dai saraceni, depredati da quei barbari di tutti i beni sacri e profani presenti nel monastero. Ora scrive Margotti, usciamo dal Medioevo ed entriamo nell’evo della libertà, del progresso, delle Costituzioni, dei principi dell’89, il monastero della Novalese, viene di nuovo conquistato e vengono dispersi i monaci. «Ma i conquistatori non sono più forestieri, non Saraceni, non barbari; sono italiani, sono Piemontesi, sono liberali che violano il domicilio altrui, che cacciano i padroni dalla casa propria: italiani e piemontesi che distruggono le loro glorie, e cancellano le nobili memorie che illustrano la propria storia».In pratica secondo le statistiche pubblicate dal governo risulta che dietro la legge del 29 maggio 1855 contro gli ordini religiosi risulta che vennero «conquistati a viva forza 112 conventi in terraferma di possidenti, e 40 in Sardegna; e 65 collegiate, 1700 beneficii semplici. Le vittime furono 7850!». Peraltro, il libro a pagina 187 pubblica i dati statistici degli Ordini Religiosi presenti nel Regno di Sardegna prima della Legge di soppressione.Un ruolo predominante in tutto il Risorgimento lo hanno avuto le Società Segrete, don Margotti a pagina 77 dà conto del loro lavoro cospirativo. In Francia, «le società segrete e il governo francese s’accordano nel desiderare in silenzio», scrive don Margotti. Un silenzio è rotto il conte Walewsky, ministro degli affari esteri del governo imperiale di Francia, al Congresso di Parigi, dove rimprovera fortemente il Belgio, perchè i suoi giornali flirtano con la società massonica detta La Marianna. Ma è Londra, il cuore della Rivoluzione, lo spirito delle società segrete. In una corrispondenza della Gazzetta Universale, si poteva leggere: «il comitato centrale della Marianna risiede a Londra, sotto il nome di Comune rivoluzionario. Sua cura è, che ogni spartimento della Francia s’istituiscono comitati figli, sotto nomi diversi […]. Se venisse a scoppiare una rivoluzione, questi comitati debbono costituirsi come altrettante convenzioni dipartimentali rivoluzionarie[…] Ogni comitato figlio deve mandare ogni mese al comitato residente a Londra una relazione sopra certi fatti e particolarità, e uno stato del numero delle truppe, dè gendarmi, dè depositi d’armi, delle casse pubbliche, informazioni sui presunti nemici della rivoluzione, ecc.».Margotti riporta il 5° capitolo del programma della Marianna: «La Chiesa, questa tirannia dell’umanità, sarà abolita, e tutti sacerdoti del paese saranno espulsi». Nota Margotti, qual è la differenza con Cavour moderato, lui vuole espellere i sacerdoti dalle Legazioni del governo pontificio, mentre i libertini, vorrebbero espellerli da tutto il mondo. «Lo scopo finale è il medesimo; e raggiunto in una parte dello Stato Pontificio, si cercherà di raggiungerlo anche nelle altre parti e negli altri Stati».Tuttavia per Margotti la sede della Rivoluzione in Italia «non è che il Piemonte, e solo dal Piemonte partono gli eccitamenti alla rivolta».Dalla pagina 143, il libro tratta della «Questione Napoletana», Margotti descrive il «contegno fermo e dignitoso del Re di Napoli. Egli si trovò a’ fianchi due colossi, Francia e Inghilterra, che nulla risparmiarono per intimorirlo, né note, né minaccie, né apparecchi di guerra. Eppure non indietreggiò d’un sol punto. Forte del suo diritto, rispose note alle note, proteste alle proteste, pronto a rispondere guerra alla guerra». Più avanti Margotti ripropone l’articolo, «L’Inghilterra e la Sicilia», pubblicato anche questo ne L’Armonia, n. 245, 21 ottobre 1856, dove fa riferimento al Times che espone l’accanimento inglese contro il Re di Napoli. Austria e Francia secondo questo giornale, ma anche l’Inghilterra, hanno un piede in Italia. «Ecco tutta l’umanità, tutto il liberalismo della Gran Bretagna; mettere un piede in Italia, ossia conquistare o prepararsi alla conquista della Sicilia».
La Sicilia è il punto più strategico, è la porta dell’Italia; l’Inghilterra ha sempre avuto gli occhi addosso sull’isola.Rimanendo alla Sicilia, in un intervento del 4 dicembre 1856, si fa riferimento al tentativo di rivolta di un certo Bentivegna, nel comune di Mezzojuso a 24 miglia da Palermo, inalberano il vessillo tricolore, gridando: Viva la Costituzione, via la libertà, viva l’indipendenza della Sicilia. Sono più di sei anni che il giornalismo libertino, che ha il monopolio della pubblica opinione, predica giorno e notte ai Napolitani: Ribellatevi. «Sono più di sei mesi che la diplomazia, con iscandalo inaudito, osò nel Congresso di Parigi condannare il Re di Napoli come reo di lesa umanità, e pigliare sfacciatamente il patrocinio di qualche decina di ribelli, i quali, assumendo il compito di rappresentare il paese delle Due Sicilie, vanno gridando dapertutto contro la tirannia, la crudeltà, la ferocia del loro sovrano[…]”.La sollevazione scrive don Margotti, non trovò presa, che in un villaggio della Sicilia, il popolo napoletano non ne vuole sapere di ribellarsi. Le navi inglesi sono pronte per sostenere l’eventuale ribellione, ma il popolo napoletano «se ne sta così tranquillo come godesse le beatitudine dell’Eden».Il popolo napoletano nonostante ha dalla sua parte tutta l’opinione pubblica, tutta la stampa, le due maggiori Potenze del mondo, «un popolo che da tutti questi mezzi incendiari è eccitato alla rivolta contro il suo sovrano, non solo non si ribella contro di lui, ma è preso da indignazione contro un branco di sconsigliati, che alzano l’insegna della rivolta, e, non che aiutarli nella loro sollevazione, piglia le parti del suo sovrano!»E se tutto questo gran fracasso per far sollevare il popolo, veniva fatto contro il Piemonte? Si domanda Margotti.Il popolo non si ribella, ma si trova sempre qualche pazzo, qualche fanatico pronto all’assassinio. Eccolo, l’8 dicembre 1856, un giovane soldato napoletano, Agesilao Milano, cercò di uccidere il re Ferdinando II mentre passava in rassegna la truppa. Il soldato viene arrestato e la sfilata continua, mentre il popolo inneggiava al suo sovrano. Scrive Margotti: «L’attentato d’assassinio contro il Re di Napoli è la più solenne e la più incontestabile condanna di tutta quella orda rivoluzionaria che da parecchi anni spira fuoco e fiamme contro quel monarca. Esso mette il suggello all’infamia, di cui si coprirono què plenipotenziarii del Congresso di Parigi, i quali si avvilirono al segno di farsi eco degli schiamazzi della piazza e del trivio. Quell’attentato dà una mentita a tutte le calunnie della stampa inglese, francese e piemontese, ed alle asserzioni che tutto il popolo del regno delle Due Sicilie odia e detesta in modo orrendo la tirannia del suo sovrano».Comunque sia per il direttore de L’Armonia, «il dispotismo napoletano non esista che nel cervello dei Francesi, che vorrebbero sostituire Murat a Ferdinando II, e degli Inglesi, che agognano alla Sicilia».Da pagina 256 le Memorie di don Margotti pubblicano una serie di Circolari contro il Clero Cattolico, da parte del governo piemontese. Dove tra il politichese freddo dei vari ministri sardi si cerca di togliere il più possibile la libertà di pensiero e di azione della Chiesa italiana. Il ministero del signor Peruzzi e del signor Pisanelli è forse il più fecondo in circolari contro la Chiesa ed il Clero.«In tutti questi documenti (ben 40 Circolari), precisa don Giacomo Margotti, non senza grave fatica, abbiamo raccolti nel presente quaderno, e ci pare che essi riescano a provare vittoriosamente, tre fatti: 1° l’odio che la rivoluzione porta alla religione ed al Clero, e come adoperi ogni arte per iscreditare e incatenare la Chiesa ed il sacerdozio; 2° la pazienza, la lunganimità, il generoso e nobile contegno dei Vescovi e de’ preti, che si difendono bensì, ma non si ribellano, e circondati di spie e di sgherri non possono mai venir appuntati di fellonia; 3° le contraddizioni de’ ministri che colle loro circolari contro il Clero condannano se medesimi, di guisa che ben sovente una circolare serve per confutare la circolare anteriore[…]». E riferendosi ai vari Siccardi, Cavour, che si spacciano per liberatori, che hanno formulato, la ridicola sentenza: «libera Chiesa in libero Stato! A costoro – scrive Margotti – non conviene rispondere coi discorsi, ma bisogna svergognarli co’ fatti e co’ documenti[…] in questa filatessa di circolari[…]si hanno le prove degli arbitrii libertini, giacchè le circolari non vengono giustificate da nessuno delitto né anteriore, né posteriore; qui vedesi come i rivoluzionari frequentemente insultassero ad una classe, che é la più ragguardevole della società[…]come cercassero ogni mezzo per aizzare le popolazioni contro il cattolico sacerdozio».
Tuttavia di fronte a tante ingiurie, e a tante provocazioni, nota Margotti, il Clero non insorge mai, si difende come Gesù, nel tribunale di Caifa. Qualunque altra classe, medici, avvocati, militari, si sarebbero ribellati. Per Margotti si può accenno un vero spettacolo di pazienza.Tra le tante circolari merita un accenno quella «ipocrita circolare al Clero per ottenere gli aiuti contro i così detti briganti». Il signor Peruzzi, ministro dell’interno, «non sapendo più a che santo raccomandarsi per la distruzione del brigantaggio, ha ordinato ai prefetti di pigliare alle buone il Clero».Dalla pagina 325 in poi il direttore de l’Armonia, pubblica un minuzioso resoconto dei Quattro viaggi di Pio IX. Il 1° è quello dell’esilio di Pio IX Gaeta nel 1848. Quando il Papa dovette precipitosamente abbandonare Roma, perché i rivoluzionari avevano «appuntato i cannoni contro il suo palazzo». Queste pagine sono ricche di particolari abbastanza significativi, dove soprattutto si può costatare il grande attaccamento delle popolazioni dei territori italiani al Santo Padre. In particolare nel suo esilio a Napoli. «Parecchie volte andò a Napoli; il 6 settembre 1849 vi celebrava la santa Messa, il 9 fu al palazzo reale e benedisse solennemente le truppe, il 16 benedisse il popolo, e ben cinquantamila persone stavano genuflesse nella vasta piazza». Questo primo viaggio per Margotti si dimostra che il Papa deve avere un dominio temporale, per avere soprattutto la sua indipendenza spirituale.Dopo 16 mesi il Papa ritorna a Roma, un viaggio trionfale, dove ogni grande o piccolo borgo della pianura romana rende omaggio al suo Re, al suo Pontefice, al suo Padre.Don Margotti non tralascia neanche un particolare della grande festa attribuitagli dal suo popolo al Papa che ritorna trionfante a regnare.
E’ un continuo citare città, dove l’illustre personaggio attraversa: Frosinone, Alatri, Anagni. C’è una specie di gare tra le varie popolazioni, non mancano quasi mai gli archi trionfali e le luci che illuminano la notte. Riferendosi al 2° viaggio, del 1857, nell’Italia centrale, Margotti, scrive: «Sarebbe troppo lungo il solo enumerare le città visitate dal Pontefice, e dall’altra parte la storia di questo viaggio fu già stampata a Roma in due grossi volumi». Naturalmente l’autore delle Memorie, intende rimarcare il grande attaccamento del popolo italiano al suo Pontefice. Anche qui si snocciola un lungo elenco di città visitate e dovunque, folle immense ad inneggiare il Santo Padre. Addirittura Margotti, pubblica alcune iscrizioni, apparse nelle piazze, davanti ai palazzi, nelle chiese, in occasione del viaggio della santità del nostro Signore Pio IX nell’Italia centrale.Un testimone oculare, inglese, a proposito dei viaggi del Papa, scrive: «Io seguii il Papa, come semplice curioso, a Velletri, a Frosinone, a Casamari, a Ceprano, e debbo dire che quantunque in mia vita abbia assistito a molte feste popolari, non vidi mai un entusiasmo così spontaneo. I fanatici dell’unità italiana possono dire ciò che vogliono; ma il fatto è che Pio IX è uno degli uomini la cui presenza opera nella moltitudine con una irresistibile attrazione».Per ora mi fermo nelle prossime occasioni presenterò gli altri volumi della monumentale opera di don Giacomo Margotti
martedì 19 marzo 2019
Quando i tiranni sabaudi rasero al suolo la Sardegna
Quando i tiranni sabaudi rasero al suolo la Sardegna
martedì 29 aprile 2014
Ma l'altro PELLICO era gesuita
Le mie prigioni.
E di questo originale figlio di sant’Ignazio (di cui ricorrono oggi i 130 anni dalla morte) rimangono ancora vivi, seppur impolverati dal tempo e dall’inevitabile oblio, l’eredità, l’apostolato e lo zelo. Lo testimonia l’imponente biografia, pubblicata nel 1933 dal gesuita Ilario Rinieri, in cui emerge la figura di un sacerdote dai tratti eccezionali che si trovò a difendere i diritti della Chiesa, a sopportare l’espulsione del suo Ordine dall’amato Piemonte durante i moti del 1848, ad essere il bersaglio di feroci polemiche anticlericali ma anche a coltivare sempre un rapporto di amicizia, affetto e pietà cristiana mai venuto meno con il suo più noto fratello Silvio, il «prigioniero dello Spielberg».
Nell’Italia pre-unitaria la vicenda dei fratelli Pellico, come ha ben sottolineato lo storico Pietro Pirri, non fu l’unico caso in cui il fattore «Risorgimento » rappresentò una vera e propria «causa di famiglia»: gesuiti, negli stessi anni, erano Luigi Taparelli D’Azeglio (fratello dello statista Massimo), Giuseppe Bixio (fratello del generale garibaldino Nino) e Luigi Ricasoli (cugino del leggendario «barone di ferro» Bettino). Di 13 anni più giovane di Silvio, il futuro gesuita nacque a Torino il 2 febbraio 1802 e gli fu imposto dalla madre Margherita il nome di Francesco in onore del santo vescovo di Ginevra (Francesco di Sales); il ragazzo ebbe i primi rudimenti dell’istruzione proprio dal fratello maggiore («Francesco era scolaro di Silvio», si legge nelle memorie della sorella Giuseppina) e giovanissimo entrò nel seminario di Torino per diventare prima sacerdote secolare (1823) e poi gesuita (1834).
Strano a pensarsi però – nonostante le iniziali titubanze – Silvio Pellico (che era peraltro terziario francescano) sosterrà per tutta la vita il fratello nella scelta, in un certo senso «controcorrente », di farsi gesuita. Ma è nella metà degli anni Quaranta dell’Ottocento che il nome di padre Pellico comincerà a imporsi sulla scena pubblica:
prima come assistente dell’allora provinciale dei gesuiti piemontesi, il futuro e focoso polemista de La Civiltà Cattolica Antonio Bresciani, e poi nel 1845 quando diventerà uno dei principali bersagli (assieme al confratello Carlo Maria Curci) dei libelli (Il primato , I prolegomeni e soprattutto Il gesuita moderno) dell’abate Vincenzo Gioberti contro la Compagnia di Gesù. Toccherà infatti al giovane gesuita rispondere al suo antico compagno di studi in teologia all’università di Torino, alle accuse contro il suo ordine di essere il primo nemico della “modernità” e del “liberalismo” con il famoso scritto
A Vincenzo Gioberti Francesco Pellico d.C.d.G.
Un testo che troverà il plauso pubblico del grande teologo piemontese Luigi Guala, del fratello Silvio e del re Carlo Alberto. (Nel 1852, alla morte di Gioberti, avvenuta senza sacramenti e condannato dalla Chiesa, padre Francesco pregherà per la salvezza e in suffragio del suo «antico nemico»).
Il vero annus horribilis per padre Pellico sarà comunque il 1848: da provinciale dei gesuiti piemontesi dovrà subire l’espulsione dell’ordine dal Regno di Sardegna, la consegna di tutti i beni appartenuti alla Compagnia (tra cui la gloriosa chiesa dei Santi Martiri) allo Stato sabaudo e la conseguente dispersione dei suoi confratelli; pur ridotto a vivere in clandestinità a Torino, come annota il biografo Rinieri, padre Francesco si adopererà per evitare, quasi in modo eroico, la «secolarizzazione» e l’uscita di tanti gesuiti dall’ordine e condannare, in una seppur inascoltata lettera di protesta indirizzata al Parlamento di Torino, i torti subiti dalla Compagnia e i «diritti violati» della Chiesa.
Con la fondazione nel 1850 a Napoli de La Civiltà Cattolica padre Pellico, nella sua veste di assistente dell’allora generale della Compagnia Roothaann e di censore, offrirà alla neonata pubblicazione due importanti suggerimenti: quello di rimanere «sempre una rivista popolare» e di stare soprattutto «attenti solo sulle cose del Papa». Sempre in questi anni e fino alla scomparsa di Silvio, avvenuta a Torino il 31 gennaio 1854, il gesuita Pellico, seppur dalla lontana Lione, intratterrà un rapporto di grande intimità ed affetto con l’autore de Le mie prigioni e di Francesca da Rimini, offrendogli attraverso lettere e preghiere un sostegno spirituale (come il suggerimento della recita del «Rosario Vivente» per guadagnarsi qualche «indulgenza » per la vita eterna); il tramite provvidenziale di questo rapporto speciale sarà, per i due fratelli, la sorella Giuseppina.
Dal 1854 padre Francesco diventerà, in un certo senso, il custode della memoria dell’illustre parente (tra cui un carteggio con Ugo Foscolo, ritenuto dal gesuita «poco religioso e poco cattolico» per il tenore degli argomenti trattati); sempre a lui verranno consegnati il crocefisso, i breviari e la Bibbia usati da Silvio, nel corso della sua vita, con il famoso motto del poeta: Sursum corda.
Come ultimo sopravvissuto dei fratelli Pellico, molti anni dopo, l’anziano gesuita renderà omaggio (recitando il De Profundis seguito dalle laconiche parole «Preghiamo per l’anima sua») a Saluzzo (paese natale di Silvio) alla statua eretta dall’amministrazione comunale in onore dello scrittore e patriota del Risorgimento. Sempre padre Francesco si impegnerà poi con il collegio degli scrittori della rivista che i manoscritti (tra cui molte lettere private) e le pubblicazioni del fratello Silvio fossero acquistati e conservati dall’archivio de La Civiltà cattolica.
Pochi anni dopo la morte del congiunto, nel 1859, padre Pellico si troverà a Bologna appena occupata dai piemontesi e sotto il governo di Massimo D’Azeglio, ma continuerà indisturbato a svolgere i ministeri di sacerdote grazie all’intelligente sotterfugio di apporre sul cappello da prete «una coccarda tricolore»... Nel 1870 ritroviamo il gesuita a Roma, quasi per caso al momento della presa di Porta Pia: i suoi occhi «increduli » vedranno l’uscita dolorosa e forzata di tanti suoi confratelli dalla chiesa del Gesù e dal Collegio Romano. Il resto della vita di questo religioso di razza, considerato forse a torto figlio dell’Ancien Regime, sarà dedicato alla cura delle anime e alla pratica degli Esercizi Spirituali. Concluderà il ministero nel luogo dove aveva incominciato la sua avventura di gesuita: nel noviziato di Chieri, all’età di 83 anni. E a 130 anni dalla morte rimangono forse ancora attuali le parole che gli furono tributate dall’allora preposito generale della Compagnia di Gesù, il belga Pietro Beckx: «Fu un uomo degno della lode di tutte le virtù».
lunedì 20 febbraio 2012
risorgimento2
Postato da: giacabi a 19:49 |
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risorgimento
TRADITO DI ROSMINI
I tre concetti principali, attorno ai quali si avvitava tutto il discorso sul «risorgimento» italiano, erano quelli di libertà, indipendenza, unità. La libertà era rivendicata all’interno dei singoli Stati, l’unità nei rapporti tra i vari Stati italiani, l’indipendenza rispetto agli Stati stranieri. Antonio Rosmini – come è emerso dal convegno sulla sua figura e l’unità d’Italia che si chiude oggi a Stresa – ne condivide il germe, cioè l’ispirazione di fondo. In comunione di idee con l’amico Manzoni e coi cattolici liberali del tempo, egli pensa che queste aspirazioni, mutuate dallo spirito illuministico della Rivoluzione francese e portate in Italia cinquant’anni prima da Napoleone, non siano una «febbre maligna» di tempi avversi, ma il ragionevole venire a galla di verità evangeliche. La Chiesa ha sempre alimentato nel suo interno lo spirito di libertà fraternità uguaglianza dei popoli, ma l’angustia dei tempi e l’immaturità politica del passato non le hanno permesso di farlo fermentare. In particolare, la rivendicazione di questi diritti non era altro che il riconoscimento del valore della persona, della sua dignità di fine rispetto a tutto il resto, che era mezzo a servizio della sua perfezione. Stanno giungendo tempi nei quali il «principio di persona» o elemento civile, proprio del cristianesimo, si sarebbe imposto sul «principio di signoria», tipico dell’assolutismo pagano. Da qui il suo essere convinto costituzionalista.
Condividere lo spirito delle nuove democrazie liberali, tuttavia, per lui non equivaleva ad accettare certi modi di promuoverlo nella società, modi che finivano con lo snaturarlo e addirittura col conservagli solo l’ideale maschera esterna, mentre nell’applicazione pratica rimanevano sostanzialmente illiberali. Per quanto riguarda l’unità del popolo italiano, egli nella «Filosofia della politica» aveva spiegato che ogni nazione deve promuovere non solo la parte esteriore del cittadino (il suo benessere, le sue ricchezze, ecc.), ma soprattutto la sua parte interiore, cioè il suo «appagamento» (contentezza, persuasa condivisione, fierezza di appartenenza, solidarietà, ecc.). Il cittadino è un insieme di corpo e di anima: non tenere conto di ambedue questi valori, privilegiare il suo corpo e tenere in un cono d’ombra la sua anima, significa servire un uomo «astratto», fornirgli una libertà ingannevole.
Tra i due, è l’anima, lo spirito interiore di una nazione, quello che rende forte e compatta una nazione. Di conseguenza, se l’Italia aspirava ad essere una nazione integra, libera e indipendente, doveva far risorgere dalla sua storia passata tutte quelle ricchezze spirituali che per Gioberti costituivano il suo «primato morale e civile».
Bisognava cioè che l’imminente unificazione avvenisse sul riconoscimento delle solide radici della storia d’Italia: un albero che «liberava» e valorizzava il capitale della nazione accumulato lungo i secoli. Era una visione ben diversa da quella socialista e repubblicana di un Mazzini e di un Garibaldi, come pure da quella di tutti i profeti delle nuove scienze e delle nuove tecniche. Movimenti, questi ultimi, che sognavano una nazione nuova, da edificare sulle ceneri del passato. Tra i valori passati da non sottovalutare vi erano quelli apportati dal cristianesimo. Per Rosmini bisognava smetterla con la visione distorta di una Chiesa quale apportatrice di oscurantismo e superstizione, nemica del progresso e della civiltà, tenacemente attaccata ai suoi privilegi ed al principio di autorità, ostile ad ogni forma di democrazia. Insomma, «non è senno politico, specialmente in questa difficile condizione del Paese, gettare semi di discordia fra la Chiesa e lo Stato».
DA: www.avvenire.it del28.08.10
Postato da: giacabi a 07:52 |
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risorgimento
"Risorgimento" italiano: Brigantaggio

"Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti" Antonio Gramsci in "Ordine Nuovo", 1920).
Ernesto Galli della Loggia,
«Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Ho la coscienza di non aver fatto del male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio».
Giuseppe Garibaldi, in una lettera ad Adelaide Cairoli 1868
Postato da: giacabi a 12:59 |
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gramsci, risorgimento
Il vero Risorgimento.…
Clelia nasce l’anno prima del turbolento 1848, che è indicato nei libri di storia patria come quello della prima guerra di indipendenza; e muore nel 1870, qualche mese avanti l’ingresso dei bersaglieri in Roma per la breccia di Porta Pia. Dei protagonisti dei radicali sconvolgimenti che portarono all’Unità d’Italia – di Vittorio Emanuele II, di Cavour, di Garibaldi, di Mazzini – la storiografia consueta ci racconta tutto o quasi. Ma non ci dice nulla (o quasi), di come il popolo semplice abbia vissuto quegli avvenimenti. Domandiamoci, allora, per una volta: dell’imponente mutazione di regime la gente persicetana (per esempio alle Budrie) che cosa ha percepito nell’umile concretezza della sua oscura esistenza? Ha assistito con animo più sbigottito che partecipe a tante imprevedute novità, che dovettero sembrare abbastanza inspiegabili. Nelle aule scolastiche l’immagine mite e familiare della Madonna di San Luca fu sostituita dal fiero e baffuto ritratto di un re forestiero. Proprio in quegli anni il giovane stato unitario decise di impadronirsi di molte proprietà che erano a originaria destinazione religiosa. E, come spesso capita in questo mondo, invece dei ladri, si mettevano in prigione i derubati.
Fu così che Clelia e i suoi comparrocchiani ebbero il sorprendente spettacolo dell’arresto e della partenza per il carcere di don Gaetano Guidi, il pastore da tutti benvoluto e stimato. In occasione della guerra del 1866 – Clelia aveva diciannove anni – la chiesa più importante del territorio, la collegiata di San Giovanni, venne requisita e per più di un mese fu adibita a magazzino da parte delle autorità militari che per le loro necessità non avevano proprio saputo immaginare altre soluzioni. Nello stesso torno di tempo, l’arcivescovo di Bologna fu dal nuovo governo impedito per ventidue anni (dal 1860 al 1882) di occupare la sua legittima sede e di esercitare liberamente il suo ministero. In conseguenza della coscrizione obbligatoria, furono sottratti ai lavori dei campi e chiamati alle armi quei poveri contadini, ai quali per altro non era consentito di votare. Per non parlare dell’inaudita ed esecrata tassa sul macinato, a proposito della quale il comando generale di Bologna ebbe il bel pensiero di togliere il batacchio alle campane di quei paesi; campagne colpevoli di avere talvolta accompagnato e incoraggiato gli assembramenti di protesta dei coltivatori esasperati. Si era nel 1869, l’anno prima della morte della nostra Santa.
Questo, o poco più di questo, è stato il Risorgimento nazionale visto dal basso, dalla paziente umanità che stentava la vita sotto l’argine del Samoggia. In questo clima depresso e rannuvolato Clelia è apparsa come un raggio di sole. Questa ragazza, germinata dalla loro anima e dalla loro cultura più vera, è apparsa alle genti di quella terra come il segno di una speranza nuova, come il presentimento che qualcosa potesse davvero cominciare a «risorgere». Ed era, per così dire, un «risorgimento al femminile». Si trattava di una giovane donna che non organizzava rivendicazioni, non pretendeva posti direttivi nella società, non pensava affatto di realizzarsi assumendo compiti e responsabilità tipicamente maschili. Proprio con la sua naturale e intatta femminilità è diventata nel breve spazio della sua esistenza il riferimento più indiscusso, la voce più ascoltata, la «madre» della piccola comunità rurale in cui era inserita. E dopo la morte la sua fede e la sua straordinaria capacità di amare – restando tipicamente e totalmente «femminili» – si sono imposte all’attenzione ammirata di tutta la Chiesa. È un insegnamento prezioso da non dimenticare. Il pieno riscatto della condizione femminile non starà nell’opporre all’egoismo dell’uomo l’egoismo della donna, ma nell’aprirsi senza riserve da parte degli uomini e delle donne all’unico disegno di Dio. Così come la salvezza dei nostri giovani – ed è un altro insegnamento di questa giovane santa – non verrà dalla moltiplicazione degli agi e delle occasioni di godimento (e tanto meno dall’accondiscendenza senza limiti e dal permissivismo), ma dalla seria riscoperta della verità e della bellezza della vita vissuta in obbedienza al progetto eterno del Creatore. Queste sono le più significative lezioni esistenziali che ci vengono da santa Clelia.
scritto dal card. Giacomo Biffi (Da L’Avvenire, Martedi 13 Luglio 2010, Inserto Cultura) fonte : diocesi di San Marino
http://www.vietatoparlare.it/2010/07/19/il-vero-risorgimento/
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risorgimento, biffi
Risorgimento =distruzione del Meridione
LA VERITA' ALLA FINE VIENE SEMPRE A GALLA
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risorgimento
Impegno culturale nell’oggi, per un futuro democratico
28/05/2010
Non riesco proprio a credere che la discussione sull’Unità d’Italia veda confrontarsi due posizioni antitetiche: l’una che ritiene il Risorgimento e l’Unità d’Italia il male assoluto, e quindi avrebbe una nostalgia invincibile della situazione italiana prima dell’unità, l’altra rappresentata da coloro che ritengono che il Risorgimento e l’Unità d’Italia siano il “bene assoluto”.
La storia non torna indietro e quindi l’Unità d’Italia è un dato sostanzialmente innegabile e irrinunciabile. Coloro che, soprattutto negli ultimi vent’anni, hanno proposto una serie di interpretazioni più articolate e compiute del Risorgimento e dell’Unità d’Italia (e anch’io ho dato il mio piccolo contributo) hanno certamente aiutato a comprendere che il Risorgimento e l’Unità d’Italia, come tutti i fenomeni storici, è caratterizzato da luci ed ombre. Sulle luci si è detto e stradetto da più di cent’anni. E le ombre non possono ormai più essere negate. Certamente ci fu nel Risorgimento una tendenza anticattolica molto decisa. Tutta l’operazione ha certamente risentito di una ideologia illuministica ed antipopolare che in più di un caso ha avuto la fisionomia di una vera e propria violenza. Non si possono certamente negare episodi di strage, bombardamento di civili, atteggiamenti tesi ad impedire che la realtà del popolo assumesse una posizione in qualche modo da protagonista, discriminazioni anche feroci nei confronti delle più diverse minoranze.
Ma qual è il problema oggi? Non criminalizzare l’Unità d’Italia, non presentarla come una mitologia indiscutibile, ma leggere in questo nostro passato fattori che indicano la nostra responsabilità nel presente.
Essere italiani non è una disgrazia, ma non è neppure un orgoglio meccanico. Essere italiani oggi è un impegno, una responsabilità nella quale il nostro popolo è chiamato ad assumere un volto più maturo e responsabile. È indubbio che l’Italia è nata senza una cultura forte, capace di aggregare le differenti esperienze e posizioni; è anche chiaro che lo Stato italiano è nato tentando di emarginare in modo definitivo la cultura popolare di ispirazione cattolica. Non i cattolici, ma la seconda generazione dei liberali storici ammetteva tristemente che era nata una “Italietta”.
L’Italia può diventare una esperienza viva se si mette al primo posto il problema della cultura, o meglio il problema delle culture che ormai esistono nello spazio del nostro territorio e della nostra nazione. L’Italia diventa esperienza di vita soltanto se si favorisce una maturazione critica e sistematica delle varie posizioni culturali presenti nel nostro paese. L’Italia ha bisogno di una vera libertà di cultura e quindi che tutti rinunzino alla pretesa di una qualsiasi egemonia.
L’Italia ha bisogno di una autentica libertà di educazione: senza questa libertà le culture non sono assunte in modo critico e sistematico. Un paese dove la libertà di educazione è ancora pesantemente penalizzata impedisce quel cammino educativo che forma personalità coscienti della propria identità e, quindi, capaci di dialogo e di confronto critico.
Si diventa italiani se si matura nella propria identità culturale e morale, e se, in questo e per questo, si contribuisce a quel clima di dialogo in cui, secondo l’insegnamento di Giovanni Paolo II, consiste il cuore di un’autentica democrazia.
La tentazione dell’“Italietta” è sempre presente: contrabbandare retoriche invece di cultura, procedure politiche ed istituzionali anziché favorire quell’intensa esperienza di socialità che le istituzioni debbono riconoscere e promuovere. Dopo 150 anni l’Unità d’Italia è ancora da fare, e per certi aspetti è inevitabile che sia così.
Tocca a tutti, ma soprattutto alle istituzioni politiche, mettere le condizioni reali e positive perché la varietà delle culture presenti nel nostro paese possa dare il proprio effettivo contributo alla nascita di una società ricca, articolata, premessa obiettiva di un’autentica democrazia.
Questo è quello che si aspettano in molti dalle feste per i 150 anni dell’Unità d’Italia: che gli italiani possano comprendere criticamente tutta la propria tradizione, non soltanto questi 150 anni, e, presa coscienza della tradizione, attuarla nella esperienza del presente per costruire un futuro più libero, più giusto, più democratico.
Sono certo che i cattolici italiani sapranno prendere la loro parte in questa grande sfida.
+ Luigi Negri, Vescovo di San Marino - Montefeltro
da: http://www.diocesi-sanmarino-montefeltro.it/
Postato da: giacabi a 15:18 |
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negri, risorgimento
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No ! Fu il TENACE SACERDOTE artefice del motto "nè eletti nè elettori" (il "non expedit" di Pio IX)
Fu il fondatore di "ARMONIA", accusato da Cavour di abusare delle "armi spirituali"
E' l’autore delle “Memorie per la storia dei nostri tempi”
di Giacomo Razzetti
curatore del sito
CATTOLICI NELLA SOCIETA'
Don Giacomo Margotti nasce l'11 maggio 1823, si laurea in studi filosofici e diviene seminarista a Ventimiglia; nel 1845 ottiene il dottorato presso l'università di Genova.Nel 1848, insieme al Vescovo di Ivrea Moreno, il Professor Audisio ed il Marchese Birago, fonda a Torino il quotidiano "L'Armonia", di cui è la vera anima e brillante direttore; tanto brillante da suscitare il duro disappunto della Torino sabauda: senza troppi complimenti si tenta di sopraffarlo con sequestri, multe, chiusure coatte ed ogni genere di vessazione (tra cui un tentato omicidio contro la sua persona nel 1856), fino alla definitiva chiusura del quotidiano, ordinata da Cavour nel 1859.Ma il tenace sacerdote non si dà per vinto e riesce a spuntarla nuovamente, prima dalle colonne de "Il Piemonte", poi nuovamente dal ristabilito "L'Armonia" che, per volere del Beato Pio IX, viene rinominato "L'Unità Cattolica", nel giorno di Natale del 1863. Foglio, più moderato, ma non meno intransigente, che dal 1870 al 1929 uscì (a Firenze) listato a lutto per la condizione in cui si era venuto a trovare il papa dopo la fine del potere temporale.Fu il principale artefice del motto "nè eletti nè elettori" (del 1864, successivamente rielaborato dal Beato Pio IX nel principio del "non expedit"), naturale evoluzione dell'atteggiamento di totale chiusura del parlamento sabaudo, che addirittura annullò la sua trionfale elezione alla Camera del 1857 per il curioso reato di "abuso di armi spirituali", neologismo politico dello scaltro Cavour che non aveva certo bisogno di una opposizione intelligente che fosse ostile alla sua linea anti-clericale (ed estese tale provvedimento aberrante ed anti-liberale ad una ventina di sacerdoti neo-eletti).Dei suoi numerosi scritti, di cui ci perviene quasi niente ma che comunque bastano a tracciare lunghe ombre di dubbi sull'operato di alcuni pater patriae, voglio ricordare il monumentale "Memorie per la storia dei nostri tempi" (in 6 volumi, del 1863), assolutamente introvabile anche nelle biblioteche nazionali (e ciò, mi si consenta, allunga ulteriormente le succitate ombre), di cui chi scrive sta faticosamente ricostruendo l'iter storico, nella speranza di poterlo poi ripubblicare in serie limitata; poi anche "Considerazioni sulla separazione dello Stato dalla Chiesa in Piemonte" (1855); "Le vittorie della Chiesa nei primi anni del Pontificato di Pio IX" (1857); Le consolazioni del S. P. Pio IX" (1863); "Pio IX e il suo episcopato nelle diocesi di Spoleto e d'Imola" (1877).Giacomo Razzetti---------------------------------------------------GIACOMO MARGOTTI: chi era costui?
L’autore delle “Memorie per la storia dei nostri tempi” che stiamo pubblicando
di Angela Pellicciari
Chi è don Giacomo Margotti? Chi è l’autore delle Memorie per la storia dei nostri tempi che stiamo pubblicando a puntate? Un prete giornalista. Un prete battagliero. Un uomo coraggioso. Un combattente per la verità.
Il 18 agosto 1849 Pio IX scrive alla granduchessa Maria di Toscana: sebbene “la tutela del dominio temporale della S. Sede sia in me un dovere di coscienza, pur nonostante è un pensiero assai secondario in confronto dell’altro che mi occupa, di procurare cioè che i popoli cattolici conoscano la verità“.
Che i cattolici conoscano la verità: questa è la preoccupazione del papa e questo è l’assillo di don Margotti. Perché? Perché l’Ottocento è teatro di una riuscitissima campagna di diffamazione, menzogna ed odio contro la chiesa cattolica. Perché i liberali che realizzano l’unità d’Italia, acerrimi nemici della chiesa, non si vergognano di dichiararsi ferventi cattolici. Perché i Savoia -che si professano cattolici- seguono pedissequamente le mosse dei sovrani protestanti che nel Cinquecento derubano la chiesa di ogni avere. Perché i governi liberali che si appropriano del patrimonio che la popolazione cattolica ha regalato nel corso dei secoli alla chiesa, hanno l’ardire di farlo nel nome della chiesa. Per contrastare una simile gigantesca menzogna si tratta di difendere la verità raccontando i fatti. Bisogna ribattere punto per punto alla propaganda di stato. E’ quello che fa don Margotti dalle colonne del torinese l’Armonia.
Nel paese che si gloria di essere l’unico in Italia a difendere la libertà -compresa quella di stampa-, nel Piemonte sabaudo, cosa succede a Margotti che racconta la verità? Succede che il giornale è più volte messo sotto sequestro, multato, ed infine succede che qualcuno attenta alla sua vita. Il 27 gennaio 1856 don Margotti è aggredito per strada da un malvivente che, con un grosso bastone, lo colpisce alla testa. Mentre l’aggressore fugge pensando di aver compiuto il suo compito, il prete è soccorso dai passanti e, miracolosamente, si salva.
L’anno successivo, alle elezioni del 1857, Margotti è eletto trionfalmente alla Camera insieme ad una ventina di sacerdoti. Il liberale Cavour che di tutto ha bisogno fuorché di un’opposizione parlamentare degna di questo nome, invalida le elezioni degli scomodi preti con la scusa dell’"abuso di armi spirituali". In cosa consiste questo crimine? Nell’aver i presbiteri denunciato la politica anticattolica del governo sardo. Nell’aver ricordato la scomunica maggiore che colpisce i liberali nel 1855, dopo l’approvazione della legge soppressiva di 35 ordini religiosi. A parere di Cavour dire apertamente che i governanti sardi sono tutti scomunicati equivale a commettere un reato, un "abuso" appunto. Il presidente del Consiglio dal canto suo vieta la pubblicazione delle encicliche del papa, compresa quella relativa alla scomunica.
Quando nel 1864 Margotti propone la linea né eletti né elettori (che Pio IX trasformerà dieci anni più tardi nel non expedit) sa quello che fa: la sua esperienza sta lì a dimostrare che, in un modo o nell’altro, per i cattolici, nel Regno d’Italia governato dai liberali, non c’è posto.
Per conoscere più da vicino che tipo di uomo è don Margotti trascriviamo la prima parte della lettera da lui inviata ai lettori dell’Armonia qualche giorno dopo l’aggressione: “Dopo una settimana d’ozio forzato, riprendo i miei lavori. Non odiando nessuno, io credevo di non avere nemici. Molti contava avversari politici, ma li riputava tutti onoratissimi, che avrebbero fatto a me buona guerra, com’io a loro, guerra di penne e di ragioni, quale s’addice a gente costumata in paese libero, e non la vilissima guerra dell’assassino. Quando qualche benevolo m’avvertiva s’andare cauto, e premunirmi, io apprezzava l’avviso, per sentimento di benevolenza d’onde partiva, ma mi parea suggerito da una sconsigliata paura, e dicea: in ogni caso, che cosa guadagnerebbero levandomi dal mondo? La causa nostra non dipende dagli uomini, e molto meno da me, l’infimo di tutti. E poi, lo confesso schietto, per quanto io senta sinistramente della libertà moderna, ero persuaso che in Piemonte si potesse ancora scrivere una verità, salva la vita. In Francia, paese di grandi virtù ma anche di grandi delitti, vedea pubblicarsi da buona pezza giornali schietti e franchi come il nostro, senza che i compilatori avessero rischio di sorta.
" La sera di domenica, 27 gennaio 1856, m’avvertirono ch’io era nell’errore, e che troppo ancora credeva (e Dio sa quanto ci credeva poco!) alla libertà ed all’onestà di certuni. Mi dolse del mio caso, ma assai più dell’inganno. Sì, per l’amore che porto alla mia patria, non avrei voluto essere obbligato a confessare, che nel Piemonte, donde furono cacciati gli arcivescovi di Torino e Cagliari, annidassero poi gente rotta ad ogni delitto. Ad ogni modo, se taluno odia me, sappia che io non odio nessuno. Perdonai, e perdono di buon cuore a chi tentò d’uccidermi, e se lo conoscessi, vorrei fargli vedere a’ fatti, che se i principii della sua politica lo consigliarono a sfracellarmi la testa, le massime della mia religione mi comandano di stringermelo affettuosamente al seno. Forse allora costui imparerebbe che differenza corre tra un servo e un nemico del Papa; tra un apologista, e un calunniatore di S. Romana Chiesa.
" Iddio, che mi legge nel cuore, sa ch’io non iscrivo frasi, ma dico quello che sento. In questo senso parlai ai magistrati, che accorsero al mio letto per gli interrogatori fiscali. Ho sempre protestato di non voler porgere querela contro nessuno, e se non potei oppormi al diritto che compete alla società, di buona voglia rinunciai, e rinuncio a quello che mi compete individualmente“.
Caro a Pio IX, che aveva una sua foto sul comodino, Giacomo Margotti è un esempio di italiano e di cattolico di grande valore. Speriamo che -dopo quasi centocinquanta anni di colpevole dimenticanza- la pubblicazione di alcuni dei suoi articoli gli renda, almeno in parte, giustizia.
Postato da: giacabi a 09:19 |
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testimonianza, risorgimento
La confessione di uno scomunicato
di Rino Fisichella
Nel suo Il Tevere più largo Giovanni Spadolini riporta un fatto storico che riguarda Cavour, il grande teorico della formula "libera Chiesa in libero Stato". "Una mattina del 1856, entrando nello studio di Cavour, il conte Ruggero Gabaleone di Salmour lo trova di un umore eccezionalmente buono, quasi con una punta di ostentata allegria. "Camillo, perché tu sia così allegro stamane bisogna che tu abbia concluso un buon affare", gli dice col suo tono affettuosamente confidenziale, il valoroso funzionario. "Sì, il migliore affare della mia vita", ribatte pronto Cavour. "Ho avuto la parola d'onore del mio curato, il padre Giacomo, che quando lo chiamerò al mio letto di morte verrà ad amministrarmi i sacramenti, senza esigere nulla che io non possa consentire con onore"". La testimonianza è dello stesso Salmour, l'uomo che aveva accompagnato l'ascesa di Cavour dal ministero delle Finanze a quello degli Esteri. Ed è una testimonianza insospettabile, che acquisterà tutto il suo significato e valore solo cinque anni più tardi, in quel tragico crepuscolo del 5 giugno 1861 in cui padre Giacomo varcherà il portone del palazzo Cavour e somministrerà al grande statista morente il viatico portato da Santa Maria degli Angeli, dietro una folla salmodiante e piangente; folla di semplici, folla di umili e di credenti. Com'è che il conte pensa alla morte? Se lo domanda, stupito, lo stesso fedelissimo conte di Salmour. "Davvero: tu mi burli (...) pensare adesso alle precauzioni religiose!"; sono le precise parole con cui il Salmour risponde alle confidenze del grande ministro. E il conte, perdendo per un momento la piega di sorriso che illumina il suo volto abitualmente così teso: "No, non ti burlo; ma non voglio che mi accada come al nostro povero Santa Rosa".
L'ombra di Santa Rosa perseguita "milord Camillo", lo statista cosmopolita e scettico che ha abbandonato le pratiche religiose fin da giovanissimo ma senza mai rinunciare all'ispirazione cristiana - inseparabile per lui dalla stessa visione liberale del mondo. Santa Rosa è uno dei ministri che nel gabinetto D'Azeglio del 1850 ha sottoscritto la legge sull'abolizione del foro ecclesiastico, la famosa "legge Siccardi"; è uno dei ministri, un tipico moderato del vecchio Piemonte, che per l'adesione a quell'atto di governo si è visto rifiutati i sacramenti religiosi pochi mesi più tardi, in ossequio alle censure ecclesiastiche che con lui avevano colpito tutti i membri del ministero. "Non voglio espormi a uno scandalo simile - confidava Cavour al Salmour - sono cattolico e voglio morire nella mia religione". Nel 1856, quando il conte pronunciava quelle parole, nessuno poteva certo prevedere che di lì a un lustro, proprio il 25 marzo 1861, Cavour sarebbe stato colpito dalla scomunica maggiore del Pontefice Pio IX insieme "a tutti gli autori, promotori, consiglieri e complici dell'attentato commesso contro la Santa Sede" (per l'annessione delle Marche e dell'Umbria seguita a quella delle legazioni romagnole). Ma una istintiva fiducia lo accompagnava. "Ora eccomi tranquillo - diceva sempre al Salmour - il curato è un santo e un galantuomo, e manterrà la sua parola".
Quel povero e candido francescano, che conosceva l'altezza morale del conte, manterrà infatti la sua parola. Quando la nipote, la prediletta Giuseppina Alfieri di Sostegno, accennò allo zio ormai agonizzante che padre Giacomo era arrivato e gli domandò con voce discreta e sommessa: "Desiderate riceverlo un momento?", il conte capì immediatamente e, dopo un momento di raccoglimento, strinse la mano della pupilla e le rispose con tono inconsuetamente fermo: "Fallo entrare". La voce di Cavour si era già fatta fioca e quasi rauca; momenti di allucinazione si alternavano a pause di lucidità. Le sofferenze erano crescenti; le cure inutili. Gli assurdi salassi lo avevano ulteriormente sfibrato; neppure il suo "medico" collega di governo e di lotte politiche, l'amico Luigi Carlo Farini, gli aveva potuto consigliare un rimedio adatto. Eppure il conte trovò la forza per restare solo, mezz'ora, con padre Giacomo, per prepararsi, attraverso la confessione, alla somministrazione del viatico che poche ore più tardi gli sarà portato dalla sua chiesa prediletta, dalla chiesa che lo aveva visto fanciullo e non lo aveva mai perduto.
Cosa si siano detti in quella mezz'ora padre Giacomo e Cavour, non fu mai rivelato. Il povero frate francescano subì, per quell'atto di suprema misericordia cristiana, i fulmini della curia papale, i rimbrotti spietati di Antonelli e dell'entourage antonelliano; ma non violò neppure per un attimo il sigillo sacramentale consacrato nella confessione. Chiamato a Roma, il giorno successivo alla morte del conte, per rendere ragione di quell'assoluzione concessa a uno scomunicato maggiore senza chiedergli la solenne ritrattazione delle colpe commesse verso la Chiesa - la stessa ritrattazione che era stata domandata invano al ministro Santa Rosa - ribatté con assoluta fermezza che egli era vincolato a un segreto, a un segreto che poteva sciogliere solo davanti a Dio. Perfino Pio IX, il Papa che pur aveva in grande stima Cavour, chiamò al redde rationem il parroco di Santa Maria degli Angeli, perse la sua calma paterna, si abbandonò a uno dei non rari momenti di collera. Nulla piegò l'intrepido sacerdote: né il Papa né il tribunale dell'Inquisizione davanti al quale fu tradotto il giorno successivo. Resistenza che disarmò tutti, che piegò lo stesso cardinale Antonelli. Ad evitandum scandalum majus, la Santa Sede consentì al povero frate di tornare a Torino, non senza avergli imposto - e fu amara punizione - la rinuncia al ministero di parroco, l'abbandono della cura di anime.
Sennonché padre Giacomo conservò con sé il suo segreto: il segreto che squarciava il futuro del secolo nuovo. Col suo atto, il silenzioso frate di Santa Maria degli Angeli aveva impedito che la frattura fra coscienza cattolica e coscienza nazionale diventasse completa e insanabile, proprio in quel momento supremo del Risorgimento che fu segnato dalla morte di Cavour. Con quel suo gesto di cristiana carità, il "frate galantuomo", di cui, solo, Cavour si fidava, aveva le vie al superamento dell'opposizione cattolica e dell'intransigenza laicista, aveva anticipato il periodo di quella "conciliazione silenziosa". All'indomani mattina, alle cinque e mezzo del 6 giugno, dopo la visita notturna del re, quando le condizioni del conte erano ormai disperate, padre Giacomo tornò ancora una volta al capezzale del morente. È Giuseppina Alfieri di Sostegno che racconta: "Il conte lo riconobbe, gli strinse la mano e disse: "Frate, frate, libera Chiesa in libero Stato!". Furono le sue ultime parole. Il curato gli amministrò il sacramento dei moribondi in mezzo ai singhiozzi della famiglia, degli amici, dei domestici". "Oggi - commenta Spadolini - a cent'anni dalla morte di Cavour, è giunta l'ora di riaprire quei testi, di rimeditare quelle toccanti parole. C'è dentro tutto il segreto della storia italiana. Della storia di ieri ma anche di quella di domani. Il segreto per cui l'Italia diventò una libera nazione e potrà continuare a restarlo. A patto di non dimenticare quegli insegnamenti, di non smarrire quei valori supremi. Valori di coscienza: più forti di ogni retorica, più tenaci di ogni oblio" (pp. 33-42).
Il racconto, se mai ce ne fosse bisogno, è un inno alla coscienza che niente e nessuno potranno mai debellare tanto è radicato nell'intimo di ogni persona come sigillo della presenza di Dio. La Chiesa ha codificato la coscienza come principio cardine di ogni genuina verità e coerente libertà. Mantenere vivo e dinamico questo richiamo sarà sempre, in ogni caso e nonostante tutto, la vera conquista nel rispetto della dignità della persona e di ogni individuo. Questa coscienza che deve essere rispettata e formata alla libertà, nutrendosi di verità e vivendo di carità, è quanto la Chiesa chiede che venga mantenuta libera come condizione di progresso e di autentico futuro carico di senso.
(©L'Osservatore Romano 6 novembre 2009)
Postato da: giacabi a 21:13 |
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risorgimento
DA DOVE NASCE IL RISORGIMENTO
Pio IX Il 29 maggio 1876così si rivolge ad un gruppo di lombardi che festeggia, non a caso a Roma, il settimo centenario della battaglia di Legnano
