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venerdì 1 agosto 2025

Il Risorgimento 😱

 Antonio Gramsci nel 1920, sull’Ordine Nuovo, queste parole: “Lo stato italiano è stato una dittatura feroce, che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti.

domenica 19 maggio 2024

IL vero volto del RISORGIMENTO

 

Risorgimento una «guerra di religione» contro la chiesa” di Domenico Bonvegna

Posted by  on Gen 17, 2022

Adesso ho capito perché la storica Angela Pellicciari nei suoi libri sostiene una tesi singolare: il Risorgimento italiano è un movimento politico religioso culturale per distruggere la Chiesa cattolica e cancellare l’identità cattolica del nostro Paese.Una verità che viene confermata leggendo la poderosa opera in 3 tomi, «Memorie per la storia de’ nostri tempi. 1856-1866» del sacerdote giornalista don Giacomo Margotti.

L’opera è stata pubblicata anastaticamente dalla benemerita e gloriosa casa editrice Ares nel 2013 (www.ares.mi.it). La riproduzione è stata calorosamente suggerita da Angela Pellicciari, che è la curatrice dell’intera opera del sacerdote sanremese. Originariamente l’opera di don Margotti è stata pubblicata a Torino dall’Unione tipografico-editrice dal 1863 al 1865. Da qualche settimana sto leggendo il 1° Tomo delle Memorie.Ogni tomo è suddiviso in 2 volumi. Il 1° tomo (384 pag. nel 1Vol e 382 nel 2 Vol.)Le Memorie di don Margotti sono fondamentali per capire la battaglia culturale e politica che si combatté contro la Chiesa italiana. Margotti, direttore del quotidiano «L’Armonia» e poi de «L’Unità cattolica» è stato testimone oculare che ha vissuto in prima persona gli avvenimenti cruciali della guerra della rivoluzione italiana. Egli racconta, «il Risorgimento come lo ha vissuto giorno per giorno, dando dettagliata cronaca di quanto successe in quegli anni 1856-1866; in uno dei decenni, cioé, più arroventati della storia d’Italia […]».Don Margotti nella sua infaticabile attività pubblicistica, utilizzava un giornalismo d’inchiesta, per quei tempi burrascosi, era coraggioso, ebbe una vita avventurosa, scampò miracolosamente a un attentato il 27 gennaio 1856. Tra le sue esperienze, divenne anche deputato, ma la sua elezione fu arbitrariamente invalidata.L’autore si avvale di una grande e infinita quantità di documenti, economici, politici, ideologici, statistici, e militari. Con quest’opera, intende denunciare, la violenza dell’elité risorgimentale, italiana ed estera, perpetrata in nome della libertà e della monarchia costituzionale contro la Chiesa cattolica e il popolo, che in essa si riconosceva. Sono pagine di storia in presa diretta, che costituiscono una «lettura del Risorgimento assolutamente in controtendenza rispetto a tutta la storiografia tradizionale successiva».Del resto come scrive Angela Pellicciari, nell’introduzione, sono sempre i vincitori a scrivere la Storia, cancellando le tracce degli oppositori, che denunciano i soprusi e le ingiustizie.

Naturalmente Giacomo Margotti, oggi è quasi del tutto sconosciuto, benché in vita abbia goduto di tanta visibilità, ammirato ma anche temuto (dai suoi avversari) per le sue analisi e idee. Identico destino è toccato anche alle sue Memorie per la storia de nostri tempi. Dobbiamo ringraziare le edizioni Ares per aver colmato questa lacuna.Addentrandosi nello studio dell’opera del sacerdote ligure trapiantato a Torino, le prime pagine sono dedicate al Congresso di Parigi del 1856, dove i diplomatici di Francia, Inghilterra e del Piemonte, intervengono sulla situazione politica degli Stati  della penisola italiana. Questo congresso diventa un punto di riferimento per tutti, perché qui secondo Margotti si proiettano tre strade future per i Paesi europei: l’intervento diplomatico, rivoluzionario e quello armato. Tutto questo secondo il principio del non intervento. Nei tre tomi don Margotti ripropone articoli, già pubblicati nel suo giornale L’Armonia. Vengono fuori delle schede illuminanti. Già in «Tribolazioni della Chiesa in Piemonte», Margotti, dà una rapida occhiata alle condizioni della Chiesa in Piemonte, a partire dal 1847. Scrive il sacerdote, «Si concede la libertà della stampa a tutti, fuorché ai Vescovi», e tutto questo il Governo lo giustifica tra sofismi gemiti. Poi anno dopo anno si riporta le varie fasi della «guerra» dei liberali alla Chiesa. A cominciare dall’aggressione nei confronti del vescovo di Nizza e del suo palazzo arcivescovile. Marzo 1848, invasione dei conventi e soppressione dei Gesuiti, seguita dalla soppressione degli Oblati, poi le Dame del Sacro Cuore.

A novembre, il ministro dell’istruzione Bon-Compagni emette direttive contro l’insegnamento religioso. Seguono calunnie dei giornali nei confronti della Chiesa e del clero tutto. 

. 1850, approvazione della Legge Siccardi; l’arcivescovo di Torino viene imprigionato, stesso trattamento per l’arcivescovo di Sassari.Marzo 1851, alla Camera dei Deputati si discute un disegno di legge contro i voti religiosi, Brofferio esclama: «Sopprimiamo i conventi, e tutto sia terminato]…] sia snudata la spada contro i preti fino all’ultimo sangue». Il 28 giugno durante una pesante perquisizione del convento dei francescani di Alghero, fu sfasciato tutto, perfino nelle tombe si cercava chissà che cosa. I vescovi protestano contro le varie circolari emanate dal governo che continua a perseguitare e minacciare. Nello stesso tempo i giornali bestemmiano contro PioIX. Viene rubata perfino la statua della Beata Vergine Consolatrice, dono di Carlo Felice e Maria Cristina.Il 30 marzo1854, i Vescovi delle tre provincie ecclesiastiche di Torino, Genova e Vercelli ricorrono al Senato perché rigetti la legge contro il Clero: «Questo progetto di legge tenda ad opprimere la libertà di parola del ministro di Dio».C’è un lungo elenco di fatti avvenimenti dove si constata una vera persecuzione della Religione. Religiosi, monaci, cacciati dai conventi: i padri della Certosa di Collegno, le Canonichesse Lateranensi di S. Croce, sono cacciate con viva forza dal monastero a Torino, rompendo la loro clausura. Il 22 agosto del 1854, nella notte mediante la rottura del muro, le forze armate, s’introducono nel monastero delle monache Cappuccine di Torino e vengono espulse. Stessa sorte capita ai Padri Domenicani e agli Oblati di Torino.Il 20 luglio 1855, gli agenti del governo, sfondano le porte a colpi di scure del convento dei Cappuccini di Ciamberì.

Non si contano le circolari del governo indirizzate ai sindaci per vigilare sulla buona condotta del clero, controllare le omelie dei parroci, in particolare se dicono l’Oremus pro Rege; se in pubblico o in privato sparlino delle libere istituzioni, delle leggi e del governo; se il parroco sia amato o detestato dai suoi parrocchiani. Tra i centri religiosi soppressi, don Margotti approfondisce il caso del Monastero della Novalesa, in val di Susa, che era stato invaso dai saraceni, depredati da quei barbari di tutti i beni sacri e profani presenti nel monastero. Ora scrive Margotti, usciamo dal Medioevo ed entriamo nell’evo della libertà, del progresso, delle Costituzioni, dei principi dell’89, il monastero della Novalese, viene di nuovo conquistato e vengono dispersi i monaci. «Ma i conquistatori non sono più forestieri, non Saraceni, non barbari; sono italiani, sono Piemontesi, sono liberali che violano il domicilio altrui, che cacciano i padroni dalla casa propria: italiani e piemontesi che distruggono le loro glorie, e cancellano le nobili memorie che illustrano la propria storia».In pratica secondo le statistiche pubblicate dal governo risulta che dietro la legge del 29 maggio 1855 contro gli ordini religiosi risulta che vennero «conquistati a viva forza 112 conventi in terraferma di possidenti, e 40 in Sardegna; e 65 collegiate, 1700 beneficii semplici. Le vittime furono 7850!». Peraltro, il libro a pagina 187 pubblica i dati statistici degli Ordini Religiosi presenti nel Regno di Sardegna prima della Legge di soppressione.Un ruolo predominante in tutto il Risorgimento lo hanno avuto le Società Segrete, don Margotti a pagina 77 dà conto del loro lavoro cospirativo. In Francia, «le società segrete e il governo francese s’accordano nel desiderare in silenzio», scrive don Margotti. Un silenzio è rotto il conte Walewsky, ministro degli affari esteri del governo imperiale di Francia, al Congresso di Parigi, dove rimprovera fortemente il Belgio, perchè i suoi giornali flirtano con la società massonica detta La Marianna. Ma è Londra, il cuore della Rivoluzione, lo spirito delle società segrete. In una corrispondenza della Gazzetta Universale, si poteva leggere: «il comitato centrale della Marianna risiede a Londra, sotto il nome di Comune rivoluzionario. Sua cura è, che ogni spartimento della Francia s’istituiscono comitati figli, sotto nomi diversi […]. Se venisse a scoppiare una rivoluzione, questi comitati debbono costituirsi come altrettante convenzioni dipartimentali rivoluzionarie[…] Ogni comitato figlio deve mandare ogni mese al comitato residente a Londra una relazione sopra certi fatti e particolarità, e uno stato del numero delle truppe, dè gendarmi, dè depositi d’armi, delle casse pubbliche, informazioni sui presunti nemici della rivoluzione, ecc.».Margotti riporta il 5° capitolo del programma della Marianna«La Chiesa, questa tirannia dell’umanità, sarà abolita, e tutti sacerdoti del paese saranno espulsi». Nota Margotti, qual è la differenza con Cavour moderato, lui vuole espellere i sacerdoti dalle Legazioni del governo pontificio, mentre i libertini, vorrebbero espellerli da tutto il mondo. «Lo scopo finale è il medesimo; e raggiunto in una parte dello Stato Pontificio, si cercherà di raggiungerlo anche nelle altre parti e negli altri Stati».Tuttavia per Margotti la sede della Rivoluzione in Italia «non è che il Piemonte, e solo dal Piemonte partono gli eccitamenti alla rivolta».Dalla pagina 143, il libro tratta della «Questione Napoletana», Margotti descrive il «contegno fermo e dignitoso del Re di Napoli. Egli si trovò a’ fianchi due colossi, Francia e Inghilterra, che nulla risparmiarono per intimorirlo, né note, né minaccie, né apparecchi di guerra. Eppure non indietreggiò d’un sol punto. Forte del suo diritto, rispose note alle note, proteste alle proteste, pronto a rispondere guerra alla guerra». Più avanti Margotti ripropone l’articolo, «L’Inghilterra e la Sicilia», pubblicato anche questo ne L’Armonia, n. 245, 21 ottobre 1856, dove fa riferimento al Times che espone l’accanimento inglese contro il Re di Napoli. Austria e Francia secondo questo giornale, ma anche l’Inghilterra, hanno un piede in Italia. «Ecco tutta l’umanità, tutto il liberalismo della Gran Bretagna; mettere un piede in Italia, ossia conquistare o prepararsi alla conquista della Sicilia».

La Sicilia è il punto più strategico, è la porta dell’Italia; l’Inghilterra ha sempre avuto gli occhi addosso sull’isola.Rimanendo alla Sicilia, in un intervento del 4 dicembre 1856, si fa riferimento al tentativo di rivolta di un certo Bentivegna, nel comune di Mezzojuso a 24 miglia da Palermo, inalberano il vessillo tricolore, gridando: Viva la Costituzione, via la libertà, viva l’indipendenza della Sicilia. Sono più di sei anni che il giornalismo libertino, che ha il monopolio della pubblica opinione, predica giorno e notte ai Napolitani: Ribellatevi«Sono più di sei mesi che la diplomazia, con iscandalo inaudito, osò nel Congresso di Parigi condannare il Re di Napoli come reo di lesa umanità, e pigliare sfacciatamente il patrocinio di qualche decina di ribelli, i quali, assumendo il compito di rappresentare il paese delle Due Sicilie, vanno gridando dapertutto contro la tirannia, la crudeltà, la ferocia del loro sovrano[…]”.La sollevazione scrive don Margotti, non trovò presa, che in un villaggio della Sicilia, il popolo napoletano non ne vuole sapere di ribellarsi. Le navi inglesi sono pronte per sostenere l’eventuale ribellione, ma il popolo napoletano «se ne sta così tranquillo come godesse le beatitudine dell’Eden».Il popolo napoletano nonostante ha dalla sua parte tutta l’opinione pubblica, tutta la stampa, le due maggiori Potenze del mondo, «un popolo che da tutti questi mezzi incendiari è eccitato alla rivolta contro il suo sovrano, non solo non si ribella contro di lui, ma è preso da indignazione contro un branco di sconsigliati, che alzano l’insegna della rivolta, e, non che aiutarli nella loro sollevazione, piglia le parti del suo sovrano!»E se tutto questo gran fracasso per far sollevare il popolo, veniva fatto contro il Piemonte? Si domanda Margotti.Il popolo non si ribella, ma si trova sempre qualche pazzo, qualche fanatico pronto all’assassinio. Eccolo, l’8 dicembre 1856, un giovane soldato napoletano, Agesilao Milano, cercò di uccidere il re Ferdinando II mentre passava in rassegna la truppa. Il soldato viene arrestato e la sfilata continua, mentre il popolo inneggiava al suo sovrano. Scrive Margotti: «L’attentato d’assassinio contro il Re di Napoli è la più solenne e la più incontestabile condanna di tutta quella orda rivoluzionaria che da parecchi anni spira fuoco e fiamme contro quel monarca. Esso mette il suggello all’infamia, di cui si coprirono què plenipotenziarii del Congresso di Parigi, i quali si avvilirono al segno di farsi eco degli schiamazzi della piazza e del trivio. Quell’attentato dà una mentita a tutte le calunnie della stampa inglese, francese e piemontese, ed alle asserzioni che tutto il popolo del regno delle Due Sicilie odia e detesta in modo orrendo la tirannia del suo sovrano».Comunque sia per il direttore de L’Armonia,  «il dispotismo napoletano non esista che nel cervello dei Francesi, che vorrebbero sostituire Murat a Ferdinando II, e degli Inglesi, che agognano alla Sicilia».Da pagina 256 le Memorie di don Margotti pubblicano una serie di Circolari contro il Clero Cattolico, da parte del governo piemontese. Dove tra il politichese freddo dei vari ministri sardi si cerca di togliere il più possibile la libertà di pensiero e di azione della Chiesa italiana. Il ministero del signor Peruzzi e del signor Pisanelli è forse il più fecondo in circolari contro la Chiesa ed il Clero.«In tutti questi documenti (ben 40 Circolari), precisa don Giacomo Margotti, non senza grave fatica, abbiamo raccolti nel presente quaderno, e ci pare che essi riescano a provare vittoriosamente, tre fatti: 1° l’odio che la rivoluzione porta alla religione ed al Clero, e come adoperi ogni arte per iscreditare e incatenare la Chiesa ed il sacerdozio; 2° la pazienza, la lunganimità, il generoso e nobile contegno dei Vescovi e de’ preti, che si difendono bensì, ma non si ribellano, e circondati di spie e di sgherri non possono mai venir appuntati di fellonia; 3° le contraddizioni de’ ministri che colle loro circolari contro il Clero condannano se medesimi, di guisa che ben sovente una circolare serve per confutare la circolare anteriore[…]». E riferendosi ai vari Siccardi, Cavour, che si spacciano per liberatori, che hanno formulato, la ridicola sentenza: «libera Chiesa in libero Stato! A costoro – scrive Margotti – non conviene rispondere coi discorsi, ma bisogna svergognarli co’ fatti e co’ documenti[…] in questa filatessa di circolari[…]si hanno le prove degli arbitrii libertini, giacchè le circolari non vengono giustificate da nessuno delitto né anteriore, né posteriore; qui vedesi come i rivoluzionari frequentemente insultassero ad una classe, che é la più ragguardevole della società[…]come cercassero ogni mezzo per aizzare le popolazioni contro il cattolico sacerdozio».

Tuttavia di fronte a tante ingiurie, e a tante provocazioni, nota Margotti, il Clero non insorge mai, si difende come Gesù, nel tribunale di Caifa. Qualunque altra classe, medici, avvocati, militari, si sarebbero ribellati. Per Margotti si può accenno un vero spettacolo di pazienza.Tra le tante circolari merita un accenno quella «ipocrita circolare al Clero per ottenere gli aiuti contro i così detti briganti». Il signor Peruzzi, ministro dell’interno, «non sapendo più a che santo raccomandarsi per la distruzione del brigantaggio, ha ordinato ai prefetti di pigliare alle buone il Clero».Dalla pagina 325 in poi il direttore de l’Armonia, pubblica un minuzioso resoconto dei Quattro viaggi di Pio IX. Il 1° è quello dell’esilio di Pio IX Gaeta nel 1848. Quando il Papa dovette precipitosamente abbandonare Roma, perché i rivoluzionari avevano «appuntato i cannoni contro il suo palazzo». Queste pagine sono ricche di particolari abbastanza significativi, dove soprattutto si può costatare il grande attaccamento delle popolazioni dei territori italiani al Santo Padre. In particolare nel suo esilio a Napoli. «Parecchie volte andò a Napoli; il 6 settembre 1849 vi celebrava la santa Messa, il 9 fu al palazzo reale e benedisse solennemente le truppe, il 16 benedisse il popolo, e ben cinquantamila persone stavano genuflesse nella vasta piazza». Questo primo viaggio per Margotti si dimostra che il Papa deve avere un dominio temporale, per avere soprattutto la sua indipendenza spirituale.Dopo 16 mesi il Papa ritorna a Roma, un viaggio trionfale, dove ogni grande o piccolo borgo della pianura romana rende omaggio al suo Re, al suo Pontefice, al suo Padre.Don Margotti non tralascia neanche un particolare della grande festa attribuitagli dal suo popolo al Papa che ritorna trionfante a regnare.

E’ un continuo citare città, dove l’illustre personaggio attraversa: Frosinone, Alatri, Anagni. C’è una specie di gare tra le varie popolazioni, non mancano quasi mai gli archi trionfali e le luci che illuminano la notte. Riferendosi al 2° viaggio, del 1857, nell’Italia centrale, Margotti, scrive: «Sarebbe troppo lungo il solo enumerare le città visitate dal Pontefice, e dall’altra parte la storia di questo viaggio fu già stampata a Roma in due grossi volumi». Naturalmente l’autore delle Memorie, intende rimarcare il grande attaccamento del popolo italiano al suo Pontefice. Anche qui si snocciola un lungo elenco di città visitate e dovunque, folle immense ad inneggiare il Santo Padre. Addirittura Margotti, pubblica alcune iscrizioni, apparse nelle piazze, davanti ai palazzi, nelle chiese, in occasione del viaggio della santità del nostro Signore Pio IX nell’Italia centrale.Un testimone oculare, inglese, a proposito dei viaggi del Papa, scrive: «Io seguii il Papa, come semplice curioso, a Velletri, a Frosinone, a Casamari, a Ceprano, e debbo dire che quantunque in mia vita abbia assistito a molte feste popolari, non vidi mai un entusiasmo così spontaneo. I fanatici dell’unità italiana possono dire ciò che vogliono; ma il fatto è che Pio IX è uno degli uomini la cui presenza opera nella moltitudine con una irresistibile attrazione».Per ora mi fermo nelle prossime occasioni presenterò gli altri volumi della monumentale opera di don Giacomo Margotti

martedì 19 marzo 2019

Quando i tiranni sabaudi rasero al suolo la Sardegna

Quando i tiranni sabaudi rasero al suolo la Sardegna

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Di Francesco Casula
L’Isola del «grande verde», che fra il XIV e XII secolo avanti Cristo fonti egizie, accadiche e ittite dipingevano come patria dei Sardi shardana è sempre più solo un ricordo. La storia documenta che l’Isola verde, densa di vegetazione, foreste e boschi, nel giro di un paio di secoli fu drasticamente rasata, per fornire carbone alla industrie e traversine alle strade ferrate, specie del Nord d’Italia. Certo, il dissipamento era iniziato già con Fenici Cartaginesi e Romani, che abbatterono le foreste nelle pianure per rubare il legname e per dedicare il terreno alle piantagioni di grano e nei monti le bruciarono per stanare ribelli e fuggitivi, ma è con i Piemontesi che il ritmo distruttivo viene accelerato.
Iniziarono presto: 20 anni dopo avere preso possesso dell’Isola, nel 1740 il re Carlo Emanuele III di Savoia aveva concesso al nobile svedese Carlo Gustavo Mandell il diritto di sfruttare tutte le miniere di Parte d’Ispi (Villacidro) in cambio di un’esigua percentuale sul minerale raffinato; e gli aveva permesso di prelevare nelle circostanti foreste il carbone e la legna per le fonderie, costringendo i comuni a vere e proprie corvè e distruggendo così il patrimonio forestale della regione.
Lo scempio era continuato anche quando miniere e fonderie, scaduto il contratto trentennale di Mandell, furono gestite direttamente dal regio governo. Anzi da allora la situazione si era aggravata, perché le richieste di combustibile si erano fatte più pressanti e perentorie. Furono bruciati persino i boschi della piana di Oristano per incenerire i covi dei banditi mentre i toscani li bruciarono per fare carbone e amici e parenti di Cavour, come quel tal conte Beltrami devastatore di boschi quale mai ebbe la Sardegna, mandò in fumo il patrimonio silvano di Fluminimaggiore e dell’Iglesiente.
Con l’Unità d’Italia infine si chiude la partita con una mostruosa accelerazione del ritmo delle distruzioni, specie con il regno di Umberto I a fine Ottocento. Scriverà Eliseo Spiga :” lo stato italiano promosse e autorizzò nel cinquantennio tra il 1863 e il 1910 la distruzione di splendide e primordiali foreste per l’estensione incredibile di ben 586.000 ettari, circa un quarto dell’intera superficie della Sardegna, città comprese” 6.
Mentre il poeta Peppino Mereu, a fine Ottocento, mette a nudo la “colonizzazione” operata dal regno piemontese e dai continentali, cui è sottoposta la Sardegna, proprio in merito alla deforestazione: Sos vandalos chi cun briga e cuntierra/benint dae lontanu a si partire/sos fruttos da chi si brujant sa terra, (I vandali con liti e contese/ vengono da lontano/a spartirsi i frutti/dopo aver bruciato la terra). E ancora: Vile su chi sas jannas hat apertu/a s’istranzu pro benner cun sa serra/a fagher de custu logu unu desertu (Vile chi ha aperto la porta al forestiero /perché venisse con la sega/e facesse di questo posto un deserto).
E Giuseppe Dessì, nel suo romanzo Paese d’ombre scrive: La salvaguardia delle foreste sarde non interessava ai governi piemontesi, la Sardegna continuava ad essere tenuta nel conto di una colonia da sfruttare, specialmente dopo l’unificazione del regno. Mentre  Carlo Corbetta, (scrittore lombardo  della seconda metà del secolo XIX), in seguito a un viaggio in Sardegna, (e in Corsica) scrisse un’opera in due volumi Sardegna e Corsica. E a proposito della distruzione dei boschi e della deforestazione, scrive che la si deve in  massima parte agli speculatori e trafficanti di scorza che col loro coltello scorticatore ne denudano i tronchi  e grossi rami delle elci e quercie marine e delle quercie comuni e la spediscono in continente ad estrarne tannino per la conceria delle pelli e per le tinture.
Si tratta di un’analisi gravemente deficitaria. E’ vero che le sugherete erano preda subito dopo l’Unità d’Italia (a partire soprattutto dal 1865) di gruppi di commercianti che cercavano il tannino e la potassa. Ma i veri responsabili che Corbetta non individua, sono ben altri: i re sabaudi e i loro governi. Probabilmente Corbetta  non voleva nè poteva individuarli, essendo essi amici e contigui ai suoi sostenitori, Quintino Sella in primis. Il suo viaggio in Sardegna era stato possibile proprio grazie  all’appoggio proprio di Quintino Sella. Questi, più volte Ministro delle Finanze nel 1869 soggiornerà due volte in Sardegna in qualità di componente della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulle condizioni dell’isola.
Ma è soprattutto Gramsci, in un articolo sull’Avanti (Edizione piemontese) del 23 ottobre 1918, censurato e riscoperto 60 anni dopo, a denunciare la devastazione ambientale e climatica, frutto della spoliazione e distruzione dei boschi. Nell’articolo – intitolato significativamente “Gli spogliatoi di cadaveri”, individua fra questi gli industriali del carbone. Essi scendono dalla Toscana e stavolta, il lascito perla Sardegna è la degradazione catastrofica del suo territorio. L’Isola è ancora tutta boschi. Gli industriali toscani ne ottengono lo sfruttamento per pochi soldi.: a un popolo in ginocchio anche questi pochi soldi paiono la salvezza, scrive ancora Gramsci.
Così – continua l’intellettuale di Ales – L’Isola di Sardegna fu letteralmente rasa suolo come per un’invasione barbarica. Caddero le foreste. Che ne regolavano il clima e la media delle precipitazioni atmosferiche. La Sardegna d’oggi alternanza di lunghe stagioni aride e di rovesci alluvionanti, l’abbiamo ereditata allora, concluderà.

martedì 29 aprile 2014

Ma l'altro PELLICO era gesuita

Ma l'altro PELLICO era gesuita
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Gesuita anti-risorgimentale, cappellano di corte del re di Sardegna Carlo Alber­to, strenuo difensore dei diritti della Chiesa ma anche – come era definito a­mabilmente tra le mura domestiche dal fratello Silvio – «il teologo»... È la storia di Francesco Pellico (1802-1884), fratello minore dello scrittore, poeta e patriota italiano Silvio, l’autore delle immortali
Le mie prigio­ni.
E di questo originale figlio di sant’Ignazio (di cui ri­corrono oggi i 130 anni dalla morte) rimangono ancora vivi, seppur impolverati dal tempo e dall’inevitabile o­blio, l’eredità, l’apostolato e lo zelo. Lo testimonia l’im­ponente biografia, pubblicata nel 1933 dal gesuita Ila­rio Rinieri, in cui emerge la figura di un sacerdote dai tratti eccezionali che si trovò a difendere i diritti della Chiesa, a sopportare l’espulsione del suo Ordine dal­l’amato Piemonte durante i moti del 1848, ad essere il bersaglio di feroci polemiche anticlericali ma anche a coltivare sempre un rapporto di amicizia, affetto e pietà cri­stiana mai venuto meno con il suo più noto fratello Silvio, il «prigioniero dello Spielberg».

Nell’Italia pre-unitaria la vi­cenda dei fratelli Pellico, come ha ben sottolineato lo storico Pietro Pirri, non fu l’unico ca­so in cui il fattore «Risorgi­mento » rappresentò una vera e propria «causa di famiglia»: gesuiti, negli stessi anni, erano Luigi Taparelli D’Azeglio (fra­tello dello statista Massimo), Giuseppe Bixio (fratello del ge­nerale garibaldino Nino) e Lui­gi Ricasoli (cugino del leggen­dario «barone di ferro» Betti­no). Di 13 anni più giovane di Silvio, il futuro gesuita nacque a Torino il 2 febbraio 1802 e gli fu imposto dalla madre Mar­gherita il nome di Francesco in onore del santo vescovo di Gi­nevra (Francesco di Sales); il ra­gazzo ebbe i primi rudimenti dell’istruzione proprio dal fra­tello maggiore («Francesco era scolaro di Silvio», si legge nelle memorie della sorella Giusep­pina) e giovanissimo entrò nel seminario di Torino per diven­tare prima sacerdote secolare (1823) e poi gesuita (1834). 

Strano a pensarsi però – nono­stante le iniziali titubanze – Sil­vio Pellico (che era peraltro ter­ziario francescano) sosterrà per tutta la vita il fratello nella scelta, in un certo senso «con­trocorrente », di farsi gesuita. Ma è nella metà degli anni Quaranta dell’Ottocento che il nome di padre Pellico comin­cerà a imporsi sulla scena pub­blica:
prima come assistente dell’allora provinciale dei gesuiti piemontesi, il futuro e focoso polemista de La Civiltà Cattolica Antonio Bresciani, e poi nel 1845 quan­do diventerà uno dei principali bersagli (assieme al confratello Carlo Maria Curci) dei libelli (Il primato , I prolegomeni e soprattutto Il gesuita moderno) dell’a­bate Vincenzo Gioberti contro la Compagnia di Gesù. Toccherà infatti al giovane gesuita rispondere al suo an­tico compagno di studi in teologia all’università di To­rino, alle accuse contro il suo ordine di essere il primo nemico della “modernità” e del “liberalismo” con il fa­moso scritto
A Vincenzo Gioberti Francesco Pellico d.C.d.G. 
Un testo che troverà il plauso pubblico del grande teologo piemontese Luigi Guala, del fratello Silvio e del re Carlo Alberto. (Nel 1852, alla morte di Gio­berti, avvenuta senza sacramenti e condannato dalla Chiesa, padre Francesco pregherà per la salvezza e in suffragio del suo «antico nemico»). 

Il vero annus horribilis per padre Pellico sarà comun­que il 1848: da provinciale dei gesuiti piemontesi do­vrà subire l’espulsione dell’ordine dal Regno di Sarde­gna, la consegna di tutti i beni appartenu­ti alla Compagnia (tra cui la gloriosa chiesa dei Santi Martiri) allo Stato sabaudo e la conseguente disper­sione dei suoi confra­telli; pur ridotto a vi­vere in clandestinità a Torino, come annota il biografo Rinieri, padre Francesco si adopererà per evitare, qua­si in modo eroico, la «secolarizzazione» e l’uscita di tanti gesuiti dall’ordine e condannare, in una seppur inascoltata lettera di protesta indirizzata al Parlamen­to di Torino, i torti subiti dalla Compagnia e i «diritti violati» della Chiesa. 

Con la fondazione nel 1850 a Napoli de La Civiltà Cat­tolica padre Pellico, nella sua veste di assistente del­l’allora generale della Compagnia Roothaann e di cen­sore, offrirà alla neonata pubblicazione due impor­tanti suggerimenti: quello di rimanere «sempre una rivista popolare» e di stare soprattutto «attenti solo sul­le cose del Papa». Sempre in questi anni e fino alla scomparsa di Silvio, avvenuta a Torino il 31 gennaio 1854, il gesuita Pellico, seppur dalla lontana Lione, intratterrà un rapporto di gran­de intimità ed affetto con l’autore de Le mie prigioni e di Francesca da Rimini, offrendogli attraverso lettere e preghiere un sostegno spi­rituale (come il suggerimento della recita del «Rosario Vivente» per guadagnarsi qualche «in­dulgenza » per la vita eterna); il tramite provvidenziale di questo rapporto speciale sarà, per i due fratelli, la sorella Giuseppina.

Dal 1854 padre Francesco diventerà, in un certo sen­so, il custode della memoria dell’illustre parente (tra cui un carteggio con Ugo Foscolo, ritenuto dal gesui­ta «poco religioso e poco cattolico» per il tenore degli argomenti trattati); sempre a lui verranno consegnati il crocefisso, i breviari e la Bibbia usati da Silvio, nel corso della sua vita, con il famoso motto del poeta: Sursum corda.
Come ultimo sopravvissuto dei fratelli Pellico, molti anni dopo, l’anziano gesuita renderà o­maggio (recitando il De Profundis seguito dalle laco­niche parole «Preghiamo per l’anima sua») a Saluzzo (paese natale di Silvio) alla sta­tua eretta dall’amministrazio­ne comunale in onore dello scrittore e patriota del Risorgi­mento. Sempre padre France­sco si impegnerà poi con il col­legio degli scrittori della rivista che i manoscritti (tra cui mol­te lettere private) e le pubbli­cazioni del fratello Silvio fosse­ro acquistati e conservati dall’archivio de La Civiltà cattolica.

Pochi anni dopo la morte del congiunto, nel 1859, pa­dre Pellico si troverà a Bologna appena occupata dai piemontesi e sotto il governo di Massimo D’Azeglio, ma continuerà indisturbato a svolgere i ministeri di sa­cerdote grazie all’intelligente sotterfugio di apporre sul cappello da prete «una coccarda tricolore»... Nel 1870 ritroviamo il gesuita a Roma, quasi per caso al mo­mento della presa di Porta Pia: i suoi occhi «incredu­li » vedranno l’uscita dolorosa e forzata di tanti suoi confratelli dalla chiesa del Gesù e dal Collegio Roma­no. Il resto della vita di questo religioso di razza, con­siderato forse a torto figlio dell’Ancien Regime, sarà de­dicato alla cura delle anime e alla pratica degli Eserci­zi Spirituali. Concluderà il ministero nel luogo dove a­veva incominciato la sua avventura di gesuita: nel no­viziato di Chieri, all’età di 83 anni. E a 130 anni dalla morte rimangono forse ancora attuali le parole che gli furono tributate dall’allora preposito generale della Compagnia di Gesù, il belga Pietro Beckx: «Fu un uo­mo degno della lode di tutte le virtù».

Filippo Rizzi

lunedì 20 febbraio 2012

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IL DISASTRO DEL  RISORGIMENTO


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risorgimento

lunedì, 30 agosto 2010

 IL RISORGIMENTO
  TRADITO DI ROSMINI
  UMBERTO MURATORE
I tre concetti principali, attorno ai quali si avvitava tutto il discorso sul «risorgimento» italiano, erano quelli di libertà, indipendenza, unità. La libertà era rivendicata all’interno dei singoli Stati, l’unità nei rapporti tra i vari Stati italiani, l’indipendenza rispetto agli Stati stranieri. Antonio Rosmini – come è emerso dal convegno sulla sua figura e l’unità d’Italia che si chiude oggi a Stresa – ne condivide il germe, cioè l’ispirazione di fondo. In comunione di idee con l’amico Manzoni e coi cattolici liberali del tempo, egli pensa che queste aspirazioni, mutuate dallo spirito illuministico della Rivoluzione francese e portate in Italia cinquant’anni prima da Napoleone, non siano una «febbre maligna» di tempi avversi, ma il ragionevole venire a galla di verità evangeliche. La Chiesa ha sempre alimentato nel suo interno lo spirito di libertà fraternità uguaglianza dei popoli, ma l’angustia dei tempi e l’immaturità politica del passato non le hanno permesso di farlo fermentare. In particolare, la rivendicazione di questi diritti non era altro che il riconoscimento del valore della persona, della sua dignità di fine rispetto a tutto il resto, che era mezzo a servizio della sua perfezione. Stanno giungendo tempi nei quali il «principio di persona» o elemento civile, proprio del cristianesimo, si sarebbe imposto sul «principio di signoria», tipico dell’assolutismo pagano. Da qui il suo essere convinto costituzionalista.
  Condividere lo spirito delle nuove democrazie liberali, tuttavia, per lui non equivaleva ad accettare certi modi di promuoverlo nella società, modi che finivano con lo snaturarlo e addirittura col conservagli solo l’ideale maschera esterna, mentre nell’applicazione pratica rimanevano sostanzialmente illiberali. Per quanto riguarda l’unità del popolo italiano, egli nella «Filosofia della politica» aveva spiegato che ogni nazione deve promuovere non solo la parte esteriore del cittadino (il suo benessere, le sue ricchezze, ecc.), ma soprattutto la sua parte interiore, cioè il suo «appagamento» (contentezza, persuasa condivisione, fierezza di appartenenza, solidarietà, ecc.). Il cittadino è un insieme di corpo e di anima: non tenere conto di ambedue questi valori, privilegiare il suo corpo e tenere in un cono d’ombra la sua anima, significa servire un uomo «astratto», fornirgli una libertà ingannevole.
  Tra i due, è l’anima, lo spirito interiore di una nazione, quello che rende forte e compatta una nazione. Di conseguenza, se l’Italia aspirava ad essere una nazione integra, libera e indipendente, doveva far risorgere dalla sua storia passata tutte quelle ricchezze spirituali che per Gioberti costituivano il suo «primato morale e civile».
  Bisognava cioè che l’imminente unificazione avvenisse sul riconoscimento delle solide radici della storia d’Italia: un albero che «liberava» e valorizzava il capitale della nazione accumulato lungo i secoli. Era una visione ben diversa da quella socialista e repubblicana di un Mazzini e di un Garibaldi, come pure da quella di tutti i profeti delle nuove scienze e delle nuove tecniche. Movimenti, questi ultimi, che sognavano una nazione nuova, da edificare sulle ceneri del passato. Tra i valori passati da non sottovalutare vi erano quelli apportati dal cristianesimo. Per Rosmini bisognava smetterla con la visione distorta di una Chiesa quale apportatrice di oscurantismo e superstizione, nemica del progresso e della civiltà, tenacemente attaccata ai suoi privilegi ed al principio di autorità, ostile ad ogni forma di democrazia. Insomma, «non è senno politico, specialmente in questa difficile condizione del Paese, gettare semi di discordia fra la Chiesa e lo Stato».
 DA: www.avvenire.it del28.08.10

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risorgimento

lunedì, 16 agosto 2010

"Risorgimento" italiano: Brigantaggio

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"Risorgimento" italiano: Brigantaggio

"Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti" Antonio Gramsci in "Ordine Nuovo", 1920).
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“Gramsci disse già nel 1926 quel che dicono oggi i nuovi storici revisionisti cattolici, che ‘nel Sud lo Stato italiano si comportò come in una colonia’. Oggi, gli eredi di Gramsci intimano il silenzio a chi parla male della patria. E gli intellettuali di sinistra agiscono da retroguardia conservatrice”.

"Da una parte perché dovrebbero confessare: non abbiamo capito nulla. E ciò è duro, per degli intellettuali. Dall'altra, perché nella sinistra resiste l'impulso a considerare ciò che è "nuovo", ossia non pensato a sinistra, non solo come un errore, ma come una malvagità morale. Da smascherare e da denunciare. Manca loro l'idea che esista lo spazio delle cose opinabili, su cui possono esserci più opinioni legittime".

Ernesto Galli della Loggia,
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«Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Ho la coscienza di non aver fatto del male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio».
Giuseppe Garibaldi,  in una lettera ad Adelaide Cairoli 1868

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gramsci, risorgimento

lunedì, 02 agosto 2010

Il vero Risorgimento.…

Cle­lia nasce l’anno prima del tur­bo­lento 1848, che è indi­cato nei libri di sto­ria patria come quello della prima guerra di indi­pen­denza; e muore nel 1870, qual­che mese avanti l’ingresso dei ber­sa­glieri in Roma per la brec­cia di Porta Pia. Dei pro­ta­go­ni­sti dei radi­cali scon­vol­gi­menti che por­ta­rono all’Unità d’Italia – di Vit­to­rio Ema­nuele II, di Cavour, di Gari­baldi, di Maz­zini – la sto­rio­gra­fia con­sueta ci rac­conta tutto o quasi. Ma non ci dice nulla (o quasi), di come il popolo sem­plice abbia vis­suto que­gli avvenimenti.
Nel pome­rig­gio di dome­nica 9 aprile 1989 (il giorno indi­men­ti­ca­bile della cano­niz­za­zione di Cle­lia Bar­bieri) Gio­vanni Paolo II, rice­vendo i pel­le­grini bolo­gnesi nell’Aula Paolo VI, definì la pre­senza spi­ri­tual­mente inci­siva e feconda della nuova Santa in mezzo alla sua gente «un vero risor­gi­mento al fem­mi­nile». In quel con­te­sto la parola era inso­lita e giun­geva del tutto inat­tesa. Metto conto adesso di rac­co­glierla e di farne oggetto di un po’ di atten­zione, per­ché ci avvii a una miglior cono­scenza di que­sto «can­dido fiore, che la nostra terra ha rega­lato al cielo» (Pro­prio bolo­gnese della Litur­gia delle ore). Tanto più che c’è una curiosa coin­ci­denza: i giorni della breve esi­stenza di que­sta «figlia del brac­ciante», assurta agli onori degli altari, si col­lo­cano esat­ta­mente nello spa­zio della vicenda nazio­nale che noi chia­miamo appunto «Risorgimento».
Cle­lia nasce l’anno prima del tur­bo­lento 1848, che è indi­cato nei libri di sto­ria patria come quello della prima guerra di indi­pen­denza; e muore nel 1870, qual­che mese avanti l’ingresso dei ber­sa­glieri in Roma per la brec­cia di Porta Pia. Dei pro­ta­go­ni­sti dei radi­cali scon­vol­gi­menti che por­ta­rono all’Unità d’Italia – di Vit­to­rio Ema­nuele II, di Cavour, di Gari­baldi, di Maz­zini – la sto­rio­gra­fia con­sueta ci rac­conta tutto o quasi. Ma non ci dice nulla (o quasi), di come il popolo sem­plice abbia vis­suto que­gli avve­ni­menti. Doman­dia­moci, allora, per una volta: dell’imponente muta­zione di regime la gente per­si­ce­tana (per esem­pio alle Budrie) che cosa ha per­ce­pito nell’umile con­cre­tezza della sua oscura esi­stenza? Ha assi­stito con animo più sbi­got­tito che par­te­cipe a tante impre­ve­dute novità, che dovet­tero sem­brare abba­stanza inspie­ga­bili. Nelle aule sco­la­sti­che l’immagine mite e fami­liare della Madonna di San Luca fu sosti­tuita dal fiero e baf­futo ritratto di un re fore­stiero. Pro­prio in que­gli anni il gio­vane stato uni­ta­rio decise di impa­dro­nirsi di molte pro­prietà che erano a ori­gi­na­ria desti­na­zione reli­giosa. E, come spesso capita in que­sto mondo, invece dei ladri, si met­te­vano in pri­gione i derubati.
Fu così che Cle­lia e i suoi com­par­roc­chiani ebbero il sor­pren­dente spet­ta­colo dell’arresto e della par­tenza per il car­cere di don Gae­tano Guidi, il pastore da tutti ben­vo­luto e sti­mato. In occa­sione della guerra del 1866 – Cle­lia aveva dician­nove anni – la chiesa più impor­tante del ter­ri­to­rio, la col­le­giata di San Gio­vanni, venne requi­sita e per più di un mese fu adi­bita a magaz­zino da parte delle auto­rità mili­tari che per le loro neces­sità non ave­vano pro­prio saputo imma­gi­nare altre solu­zioni. Nello stesso torno di tempo, l’arcivescovo di Bolo­gna fu dal nuovo governo impe­dito per ven­ti­due anni (dal 1860 al 1882) di occu­pare la sua legit­tima sede e di eser­ci­tare libe­ra­mente il suo mini­stero. In con­se­guenza della coscri­zione obbli­ga­to­ria, furono sot­tratti ai lavori dei campi e chia­mati alle armi quei poveri con­ta­dini, ai quali per altro non era con­sen­tito di votare. Per non par­lare dell’inaudita ed ese­crata tassa sul maci­nato, a pro­po­sito della quale il comando gene­rale di Bolo­gna ebbe il bel pen­siero di togliere il batac­chio alle cam­pane di quei paesi; cam­pa­gne col­pe­voli di avere tal­volta accom­pa­gnato e inco­rag­giato gli assem­bra­menti di pro­te­sta dei col­ti­va­tori esa­spe­rati. Si era nel 1869, l’anno prima della morte della nostra Santa.
Que­sto, o poco più di que­sto, è stato il Risor­gi­mento nazio­nale visto dal basso, dalla paziente uma­nità che sten­tava la vita sotto l’argine del Samog­gia. In que­sto clima depresso e ran­nu­vo­lato Cle­lia è apparsa come un rag­gio di sole. Que­sta ragazza, ger­mi­nata dalla loro anima e dalla loro cul­tura più vera, è apparsa alle genti di quella terra come il segno di una spe­ranza nuova, come il pre­sen­ti­mento che qual­cosa potesse dav­vero comin­ciare a «risor­gere». Ed era, per così dire, un «risor­gi­mento al fem­mi­nile». Si trat­tava di una gio­vane donna che non orga­niz­zava riven­di­ca­zioni, non pre­ten­deva posti diret­tivi nella società, non pen­sava affatto di rea­liz­zarsi assu­mendo com­piti e respon­sa­bi­lità tipi­ca­mente maschili. Pro­prio con la sua natu­rale e intatta fem­mi­ni­lità è diven­tata nel breve spa­zio della sua esi­stenza il rife­ri­mento più indi­scusso, la voce più ascol­tata, la «madre» della pic­cola comu­nità rurale in cui era inse­rita. E dopo la morte la sua fede e la sua straor­di­na­ria capa­cità di amare – restando tipi­ca­mente e total­mente «fem­mi­nili» – si sono impo­ste all’attenzione ammi­rata di tutta la Chiesa. È un inse­gna­mento pre­zioso da non dimen­ti­care. Il pieno riscatto della con­di­zione fem­mi­nile non starà nell’opporre all’egoismo dell’uomo l’egoismo della donna, ma nell’aprirsi senza riserve da parte degli uomini e delle donne all’unico dise­gno di Dio. Così come la sal­vezza dei nostri gio­vani – ed è un altro inse­gna­mento di que­sta gio­vane santa – non verrà dalla mol­ti­pli­ca­zione degli agi e delle occa­sioni di godi­mento (e tanto meno dall’accondiscendenza senza limiti e dal per­mis­si­vi­smo), ma dalla seria risco­perta della verità e della bel­lezza della vita vis­suta in obbe­dienza al pro­getto eterno del Crea­tore. Que­ste sono le più signi­fi­ca­tive lezioni esi­sten­ziali che ci ven­gono da santa Clelia.
scritto dal card. Gia­como Biffi  (Da L’Avvenire, Mar­tedi 13 Luglio 2010, Inserto Cul­tura) fonte : dio­cesi di San Marino
 http://www.vietatoparlare.it/2010/07/19/il-vero-risorgimento/


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risorgimento, biffi

lunedì, 31 maggio 2010
Risorgimento =distruzione del Meridione

guarda il bellissimo filmato del figlio di Piero Angela
A dire che a scuola ho studiato un sacco di stronzate sul Risorgimento e solo  in questi anni che  sto scoprendo del DISASTRO  CHE IL RISORGIMENTO HA FATTO IN ITALIA .

LA VERITA' ALLA FINE VIENE SEMPRE A GALLA


Postato da: giacabi a 22:14 | link | commenti
risorgimento

sabato, 29 maggio 2010

Impegno culturale nell’oggi, per un futuro democratico


28/05/2010
Non riesco proprio a credere che la discussione sull’Unità d’Italia veda confrontarsi due posizioni antitetiche: l’una che ritiene il Risorgimento e l’Unità d’Italia il male assoluto, e quindi avrebbe una nostalgia invincibile della situazione italiana prima dell’unità, l’altra rappresentata da coloro che ritengono che il Risorgimento e l’Unità d’Italia siano il “bene assoluto”.

La storia non torna indietro e quindi l’Unità d’Italia è un dato sostanzialmente innegabile e irrinunciabile. Coloro che, soprattutto negli ultimi vent’anni, hanno proposto una serie di interpretazioni più articolate e compiute del Risorgimento e dell’Unità d’Italia (e anch’io ho dato il mio piccolo contributo) hanno certamente aiutato a comprendere che il Risorgimento e l’Unità d’Italia, come tutti i fenomeni storici, è caratterizzato da luci ed ombre. Sulle luci si è detto e stradetto da più di cent’anni. E le ombre non possono ormai più essere negate. Certamente ci fu nel Risorgimento una tendenza anticattolica molto decisa. Tutta l’operazione ha certamente risentito di una ideologia illuministica ed antipopolare che in più di un caso ha avuto la fisionomia di una vera e propria violenza. Non si possono certamente negare episodi di strage, bombardamento di civili, atteggiamenti tesi ad impedire che la realtà del popolo assumesse una posizione in qualche modo da protagonista, discriminazioni anche feroci nei confronti delle più diverse minoranze.

Ma qual è il problema oggi? Non criminalizzare l’Unità d’Italia, non presentarla come una mitologia indiscutibile, ma leggere in questo nostro passato fattori che indicano la nostra responsabilità nel presente.
Essere italiani non è una disgrazia, ma non è neppure un orgoglio meccanico. Essere italiani oggi è un impegno, una responsabilità nella quale il nostro popolo è chiamato ad assumere un volto più maturo e responsabile. È indubbio che l’Italia è nata senza una cultura forte, capace di aggregare le differenti esperienze e posizioni; è anche chiaro che lo Stato italiano è nato tentando di emarginare in modo definitivo la cultura popolare di ispirazione cattolica. Non i cattolici, ma la seconda generazione dei liberali storici ammetteva tristemente che era nata una “Italietta”.
L’Italia può diventare una esperienza viva se si mette al primo posto il problema della cultura, o meglio il problema delle culture che ormai esistono nello spazio del nostro territorio e della nostra nazione. L’Italia diventa esperienza di vita soltanto se si favorisce una maturazione critica e sistematica delle varie posizioni culturali presenti nel nostro paese. L’Italia ha bisogno di una vera libertà di cultura e quindi che tutti rinunzino alla pretesa di una qualsiasi egemonia.

L’Italia ha bisogno di una autentica libertà di educazione: senza questa libertà le culture non sono assunte in modo critico e sistematico. Un paese dove la libertà di educazione è ancora pesantemente penalizzata impedisce quel cammino educativo che forma personalità coscienti della propria identità e, quindi, capaci di dialogo e di confronto critico.

Si diventa italiani se si matura nella propria identità culturale e morale, e se, in questo e per questo, si contribuisce a quel clima di dialogo in cui, secondo l’insegnamento di Giovanni Paolo II, consiste il cuore di un’autentica democrazia.
La tentazione dell’“Italietta” è sempre presente: contrabbandare retoriche invece di cultura, procedure politiche ed istituzionali anziché favorire quell’intensa esperienza di socialità che le istituzioni debbono riconoscere e promuovere. Dopo 150 anni l’Unità d’Italia è ancora da fare, e per certi aspetti è inevitabile che sia così.
Tocca a tutti, ma soprattutto alle istituzioni politiche, mettere le condizioni reali e positive perché la varietà delle culture presenti nel nostro paese possa dare il proprio effettivo contributo alla nascita di una società ricca, articolata, premessa obiettiva di un’autentica democrazia.

Questo è quello che si aspettano in molti dalle feste per i 150 anni dell’Unità d’Italia: che gli italiani possano comprendere criticamente tutta la propria tradizione, non soltanto questi 150 anni, e, presa coscienza della tradizione, attuarla nella esperienza del presente per costruire un futuro più libero, più giusto, più democratico.
Sono certo che i cattolici italiani sapranno prendere la loro parte in questa grande sfida.

+ Luigi Negri, Vescovo di San Marino - Montefeltro
da:
http://www.diocesi-sanmarino-montefeltro.it/

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negri, risorgimento

venerdì, 21 maggio 2010


GIACOMO MARGOTTI uno sconosciuto?
***
don Giacomo Margotti


No ! Fu il TENACE SACERDOTE artefice del motto "nè eletti nè elettori" (il "non expedit" di Pio IX)
Fu il fondatore di "ARMONIA", accusato da Cavour di abusare delle "armi spirituali"
E' l’autore delle “Memorie per la storia dei nostri tempi
per gentile concessione
di Giacomo Razzetti
curatore del sito

CATTOLICI NELLA SOCIETA'
Don Giacomo Margotti nasce l'11 maggio 1823, si laurea in studi filosofici e diviene seminarista a Ventimiglia; nel 1845 ottiene il dottorato presso l'università di Genova.
Nel 1848, insieme al Vescovo di Ivrea Moreno, il Professor Audisio ed il Marchese Birago, fonda a Torino il quotidiano "L'Armonia", di cui è la vera anima e brillante direttore; tanto brillante da suscitare il duro disappunto della Torino sabauda: senza troppi complimenti si tenta di sopraffarlo con sequestri, multe, chiusure coatte ed ogni genere di vessazione (tra cui un tentato omicidio contro la sua persona nel 1856), fino alla definitiva chiusura del quotidiano, ordinata da Cavour nel 1859.
Ma il tenace sacerdote non si dà per vinto e riesce a spuntarla nuovamente, prima dalle colonne de "Il Piemonte", poi nuovamente dal ristabilito "L'Armonia" che, per volere del Beato Pio IX, viene rinominato "L'Unità Cattolica", nel giorno di Natale del 1863. Foglio, più moderato, ma non meno intransigente, che dal 1870 al 1929 uscì (a Firenze) listato a lutto per la condizione in cui si era venuto a trovare il papa dopo la fine del potere temporale.
Fu il principale artefice del motto "nè eletti nè elettori" (del 1864, successivamente rielaborato dal Beato Pio IX nel principio del "non expedit"), naturale evoluzione dell'atteggiamento di totale chiusura del parlamento sabaudo, che addirittura annullò la sua trionfale elezione alla Camera del 1857 per il curioso reato di "abuso di armi spirituali", neologismo politico dello scaltro Cavour che non aveva certo bisogno di una opposizione intelligente che fosse ostile alla sua linea anti-clericale (ed estese tale provvedimento aberrante ed anti-liberale ad una ventina di sacerdoti neo-eletti).
Dei suoi numerosi scritti, di cui ci perviene quasi niente ma che comunque bastano a tracciare lunghe ombre di dubbi sull'operato di alcuni pater patriae, voglio ricordare il monumentale "Memorie per la storia dei nostri tempi" (in 6 volumi, del 1863), assolutamente introvabile anche nelle biblioteche nazionali (e ciò, mi si consenta, allunga ulteriormente le succitate ombre), di cui chi scrive sta faticosamente ricostruendo l'iter storico, nella speranza di poterlo poi ripubblicare in serie limitata; poi anche "Considerazioni sulla separazione dello Stato dalla Chiesa in Piemonte" (1855); "Le vittorie della Chiesa nei primi anni del Pontificato di Pio IX" (1857); Le consolazioni del S. P. Pio IX" (1863); "Pio IX e il suo episcopato nelle diocesi di Spoleto e d'Imola" (1877).
Giacomo Razzetti
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GIACOMO MARGOTTI: chi era costui?
L’autore delle “Memorie per la storia dei nostri tempi” che stiamo pubblicando

di Angela Pellicciari


Chi è don Giacomo Margotti? Chi è l’autore delle Memorie per la storia dei nostri tempi che stiamo pubblicando a puntate? Un prete giornalista. Un prete battagliero. Un uomo coraggioso. Un combattente per la verità.

Il 18 agosto 1849 Pio IX scrive alla granduchessa Maria di Toscana: sebbene “la tutela del dominio temporale della S. Sede sia in me un dovere di coscienza, pur nonostante è un pensiero assai secondario in confronto dell’altro che mi occupa, di procurare cioè che i popoli cattolici conoscano la verità“.

Che i cattolici conoscano la verità: questa è la preoccupazione del papa e questo è l’assillo di don Margotti. Perché? Perché l’Ottocento è teatro di una riuscitissima campagna di diffamazione, menzogna ed odio contro la chiesa cattolica. Perché i liberali che realizzano l’unità d’Italia, acerrimi nemici della chiesa, non si vergognano di dichiararsi ferventi cattolici. Perché i Savoia -che si professano cattolici- seguono pedissequamente le mosse dei sovrani protestanti che nel Cinquecento derubano la chiesa di ogni avere. Perché i governi liberali che si appropriano del patrimonio che la popolazione cattolica ha regalato nel corso dei secoli alla chiesa, hanno l’ardire di farlo nel nome della chiesa. Per contrastare una simile gigantesca menzogna si tratta di difendere la verità raccontando i fatti. Bisogna ribattere punto per punto alla propaganda di stato. E’ quello che fa don Margotti dalle colonne del torinese l’
Armonia.

Nel paese che si gloria di essere l’unico in Italia a difendere la libertà -compresa quella di stampa-, nel Piemonte sabaudo, cosa succede a Margotti che racconta la verità? Succede che il giornale è più volte messo sotto sequestro, multato, ed infine succede che qualcuno attenta alla sua vita. Il 27 gennaio 1856 don Margotti è aggredito per strada da un malvivente che, con un grosso bastone, lo colpisce alla testa. Mentre l’aggressore fugge pensando di aver compiuto il suo compito, il prete è soccorso dai passanti e, miracolosamente, si salva.

L’anno successivo, alle elezioni del 1857, Margotti è eletto trionfalmente alla Camera insieme ad una ventina di sacerdoti. Il liberale Cavour che di tutto ha bisogno fuorché di un’opposizione parlamentare degna di questo nome, invalida le elezioni degli scomodi preti con la scusa dell’"abuso di armi spirituali". In cosa consiste questo crimine? Nell’aver i presbiteri denunciato la politica anticattolica del governo sardo. Nell’aver ricordato la scomunica maggiore che colpisce i liberali nel 1855, dopo l’approvazione della legge soppressiva di 35 ordini religiosi. A parere di Cavour dire apertamente che i governanti sardi sono tutti scomunicati equivale a commettere un reato, un "abuso" appunto. Il presidente del Consiglio dal canto suo vieta la pubblicazione delle encicliche del papa, compresa quella relativa alla scomunica.

Quando nel 1864 Margotti propone la linea
né eletti né elettori
(che Pio IX trasformerà dieci anni più tardi nel non expedit) sa quello che fa: la sua esperienza sta lì a dimostrare che, in un modo o nell’altro, per i cattolici, nel Regno d’Italia governato dai liberali, non c’è posto.
Per conoscere più da vicino che tipo di uomo è don Margotti trascriviamo la prima parte della lettera da lui inviata ai lettori dell’Armonia qualche giorno dopo l’aggressione: “Dopo una settimana d’ozio forzato, riprendo i miei lavori. Non odiando nessuno, io credevo di non avere nemici. Molti contava avversari politici, ma li riputava tutti onoratissimi, che avrebbero fatto a me buona guerra, com’io a loro, guerra di penne e di ragioni, quale s’addice a gente costumata in paese libero, e non la vilissima guerra dell’assassino. Quando qualche benevolo m’avvertiva s’andare cauto, e premunirmi, io apprezzava l’avviso, per sentimento di benevolenza d’onde partiva, ma mi parea suggerito da una sconsigliata paura, e dicea: in ogni caso, che cosa guadagnerebbero levandomi dal mondo? La causa nostra non dipende dagli uomini, e molto meno da me, l’infimo di tutti. E poi, lo confesso schietto, per quanto io senta sinistramente della libertà moderna, ero persuaso che in Piemonte si potesse ancora scrivere una verità, salva la vita. In Francia, paese di grandi virtù ma anche di grandi delitti, vedea pubblicarsi da buona pezza giornali schietti e franchi come il nostro, senza che i compilatori avessero rischio di sorta.

" La sera di domenica, 27 gennaio 1856, m’avvertirono ch’io era nell’errore, e che troppo ancora credeva (e Dio sa quanto ci credeva poco!) alla libertà ed all’onestà di certuni. Mi dolse del mio caso, ma assai più dell’inganno. Sì, per l’amore che porto alla mia patria, non avrei voluto essere obbligato a confessare, che nel Piemonte, donde furono cacciati gli arcivescovi di Torino e Cagliari, annidassero poi gente rotta ad ogni delitto. Ad ogni modo, se taluno odia me, sappia che io non odio nessuno. Perdonai, e perdono di buon cuore a chi tentò d’uccidermi, e se lo conoscessi, vorrei fargli vedere a’ fatti, che se i principii della sua politica lo consigliarono a sfracellarmi la testa, le massime della mia religione mi comandano di stringermelo affettuosamente al seno. Forse allora costui imparerebbe che differenza corre tra un servo e un nemico del Papa; tra un apologista, e un calunniatore di S. Romana Chiesa.

" Iddio, che mi legge nel cuore, sa ch’io non iscrivo frasi, ma dico quello che sento. In questo senso parlai ai magistrati, che accorsero al mio letto per gli interrogatori fiscali. Ho sempre protestato di non voler porgere querela contro nessuno, e se non potei oppormi al diritto che compete alla società, di buona voglia rinunciai, e rinuncio a quello che mi compete individualmente“.


Caro a Pio IX, che aveva una sua foto sul comodino, Giacomo Margotti è un esempio di italiano e di cattolico di grande valore. Speriamo che -dopo quasi centocinquanta anni di colpevole dimenticanza- la pubblicazione di alcuni dei suoi articoli gli renda, almeno in parte, giustizia.
Angela Pellicciari

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testimonianza, risorgimento

mercoledì, 19 maggio 2010

Cavour e il suo amico francescano
 La confessione di uno scomunicato
***
        Si apre il 5 novembre a Villa Cagnola di Gazzada (Varese) un convegno sul tema "Libertà religiosa e laicità dello Stato", organizzato dall'Istituto Superiore di Studi Religiosi e dalla Fondazione Ambrosiana Paolo VI. Pubblichiamo la conclusione dell'intervento del rettore della Pontificia Università Lateranense.

        di Rino Fisichella

        Nel suo Il Tevere più largo Giovanni Spadolini riporta un fatto storico che riguarda Cavour, il grande teorico della formula "libera Chiesa in libero Stato". "Una mattina del 1856, entrando nello studio di Cavour, il conte Ruggero Gabaleone di Salmour lo trova di un umore eccezionalmente buono, quasi con una punta di ostentata allegria. "Camillo, perché tu sia così allegro stamane bisogna che tu abbia concluso un buon affare", gli dice col suo tono affettuosamente confidenziale, il valoroso funzionario. "Sì, il migliore affare della mia vita", ribatte pronto Cavour. "Ho avuto la parola d'onore del mio curato, il padre Giacomo, che quando lo chiamerò al mio letto di morte verrà ad amministrarmi i sacramenti, senza esigere nulla che io non possa consentire con onore"". La testimonianza è dello stesso Salmour, l'uomo che aveva accompagnato l'ascesa di Cavour dal ministero delle Finanze a quello degli Esteri. Ed è una testimonianza insospettabile, che acquisterà tutto il suo significato e valore solo cinque anni più tardi, in quel tragico crepuscolo del 5 giugno 1861 in cui padre Giacomo varcherà il portone del palazzo Cavour e somministrerà al grande statista morente il viatico portato da Santa Maria degli Angeli, dietro una folla salmodiante e piangente; folla di semplici, folla di umili e di credenti. Com'è che il conte pensa alla morte? Se lo domanda, stupito, lo stesso fedelissimo conte di Salmour. "Davvero:  tu mi burli (...) pensare adesso alle precauzioni religiose!"; sono le precise parole con cui il Salmour risponde alle confidenze del grande ministro. E il conte, perdendo per un momento la piega di sorriso che illumina il suo volto abitualmente così teso:  "No, non ti burlo; ma non voglio che mi accada come al nostro povero Santa Rosa".
        L'ombra di Santa Rosa perseguita "milord Camillo", lo statista cosmopolita e scettico che ha abbandonato le pratiche religiose fin da giovanissimo ma senza mai rinunciare all'ispirazione cristiana - inseparabile per lui dalla stessa visione liberale del mondo. Santa Rosa è uno dei ministri che nel gabinetto D'Azeglio del 1850 ha sottoscritto la legge sull'abolizione del foro ecclesiastico, la famosa "legge Siccardi"; è uno dei ministri, un tipico moderato del vecchio Piemonte, che per l'adesione a quell'atto di governo si è visto rifiutati i sacramenti religiosi pochi mesi più tardi, in ossequio alle censure ecclesiastiche che con lui avevano colpito tutti i membri del ministero. "Non voglio espormi a uno scandalo simile - confidava Cavour al Salmour - sono cattolico e voglio morire nella mia religione". Nel 1856, quando il conte pronunciava quelle parole, nessuno poteva certo prevedere che di lì a un lustro, proprio il 25 marzo 1861, Cavour sarebbe stato colpito dalla scomunica maggiore del Pontefice Pio IX insieme "a tutti gli autori, promotori, consiglieri e complici dell'attentato commesso contro la Santa Sede" (per l'annessione delle Marche e dell'Umbria seguita a quella delle legazioni romagnole). Ma una istintiva fiducia lo accompagnava. "Ora eccomi tranquillo - diceva sempre al Salmour - il curato è un santo e un galantuomo, e manterrà la sua parola".
        Quel povero e candido francescano, che conosceva l'altezza morale del conte, manterrà infatti la sua parola.
Quando la nipote, la prediletta Giuseppina Alfieri di Sostegno, accennò allo zio ormai agonizzante che padre Giacomo era arrivato e gli domandò con voce discreta e sommessa:  "Desiderate riceverlo un momento?", il conte capì immediatamente e, dopo un momento di raccoglimento, strinse la mano della pupilla e le rispose con tono inconsuetamente fermo:  "Fallo entrare". La voce di Cavour si era già fatta fioca e quasi rauca; momenti di allucinazione si alternavano a pause di lucidità. Le sofferenze erano crescenti; le cure inutili. Gli assurdi salassi lo avevano ulteriormente sfibrato; neppure il suo "medico" collega di governo e di lotte politiche, l'amico Luigi Carlo Farini, gli aveva potuto consigliare un rimedio adatto. Eppure il conte trovò la forza per restare solo, mezz'ora, con padre Giacomo, per prepararsi, attraverso la confessione, alla somministrazione del viatico che poche ore più tardi gli sarà portato dalla sua chiesa prediletta, dalla chiesa che lo aveva visto fanciullo e non lo aveva mai perduto.
        Cosa si siano detti in quella mezz'ora padre Giacomo e Cavour, non fu mai rivelato. Il povero frate francescano subì, per quell'atto di suprema misericordia cristiana, i fulmini della curia papale, i rimbrotti spietati di Antonelli e dell'entourage antonelliano; ma non violò neppure per un attimo il sigillo sacramentale consacrato nella confessione. Chiamato a Roma, il giorno successivo alla morte del conte, per rendere ragione di quell'assoluzione concessa a uno scomunicato maggiore senza chiedergli la solenne ritrattazione delle colpe commesse verso la Chiesa - la stessa ritrattazione che era stata domandata invano al ministro Santa Rosa - ribatté con assoluta fermezza che egli era vincolato a un segreto, a un segreto che poteva sciogliere solo davanti a Dio. Perfino Pio IX, il Papa che pur aveva in grande stima Cavour, chiamò al redde rationem il parroco di Santa Maria degli Angeli, perse la sua calma paterna, si abbandonò a uno dei non rari momenti di collera. Nulla piegò l'intrepido sacerdote:  né il Papa né il tribunale dell'Inquisizione davanti al quale fu tradotto il giorno successivo. Resistenza che disarmò tutti, che piegò lo stesso cardinale Antonelli. Ad evitandum scandalum majus, la Santa Sede consentì al povero frate di tornare a Torino, non senza avergli imposto - e fu amara punizione - la rinuncia al ministero di parroco, l'abbandono della cura di anime.
        Sennonché padre Giacomo conservò con sé il suo segreto:  il segreto che squarciava il futuro del secolo nuovo. Col suo atto, il silenzioso frate di Santa Maria degli Angeli aveva impedito che la frattura fra coscienza cattolica e coscienza nazionale diventasse completa e insanabile, proprio in quel momento supremo del Risorgimento che fu segnato dalla morte di Cavour. Con quel suo gesto di cristiana carità, il "frate galantuomo", di cui, solo, Cavour si fidava, aveva le vie al superamento dell'opposizione cattolica e dell'intransigenza laicista, aveva anticipato il periodo di quella "conciliazione silenziosa". All'indomani mattina, alle cinque e mezzo del 6 giugno, dopo la visita notturna del re, quando le condizioni del conte erano ormai disperate, padre Giacomo tornò ancora una volta al capezzale del morente. È Giuseppina Alfieri di Sostegno che racconta:  "Il conte lo riconobbe, gli strinse la mano e disse:  "Frate, frate, libera Chiesa in libero Stato!". Furono le sue ultime parole. Il curato gli amministrò il sacramento dei moribondi in mezzo ai singhiozzi della famiglia, degli amici, dei domestici". "Oggi - commenta Spadolini - a cent'anni dalla morte di Cavour, è giunta l'ora di riaprire quei testi, di rimeditare quelle toccanti parole. C'è dentro tutto il segreto della storia italiana. Della storia di ieri ma anche di quella di domani. Il segreto per cui l'Italia diventò una libera nazione e potrà continuare a restarlo. A patto di non dimenticare quegli insegnamenti, di non smarrire quei valori supremi. Valori di coscienza:  più forti di ogni retorica, più tenaci di ogni oblio" (pp. 33-42).
        Il racconto, se mai ce ne fosse bisogno, è un inno alla coscienza che niente e nessuno potranno mai debellare tanto è radicato nell'intimo di ogni persona come sigillo della presenza di Dio. La Chiesa ha codificato la coscienza come principio cardine di ogni genuina verità e coerente libertà. Mantenere vivo e dinamico questo richiamo sarà sempre, in ogni caso e nonostante tutto, la vera conquista nel rispetto della dignità della persona e di ogni individuo. Questa coscienza che deve essere rispettata e formata alla libertà, nutrendosi di verità e vivendo di carità, è quanto la Chiesa chiede che venga mantenuta libera come condizione di progresso e di autentico futuro carico di senso.


(©L'Osservatore Romano 6 novembre 2009) 

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risorgimento

sabato, 15 maggio 2010
DA DOVE NASCE IL RISORGIMENTO

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"Sorse una setta, nera di nome e più nera di fatti [la Carboneria], e si sparse nel bel Paese, penetrando adagio adagio in molti luoghi. Più tardi un’altra ne comparve [la Giovane Italia] che volle chiamarsi giovane, ma per la verità era vecchia nella malizia e nella iniquità. A queste due, altre ancora ne tennero dietro, ma tutte alla fine portarono le loro acque torbide e dannose nella vasta palude massonica. Da questa palude escono oggi quei miasmi pestilenzìali che infestano tanta parte dell’orbe, ed impediscono a questa povera italia di poter presentare le sue volontà al cospetto di tutte e genti".

Pio IX Il 29 maggio 1876così si rivolge ad un gruppo di lombardi che festeggia, non a caso a Roma, il settimo centenario della battaglia di Legnano


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