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mercoledì 11 settembre 2024

La Chiesa

  DON DIVO BARSOTTI

La Chiesa è l'unità nel tempo. Guai se se rompiamo il legame che ci unisce alla Chiesa di sempre. Non posso riconoscere la Chiesa di oggi se questa non è la Chiesa del Concilio di Trento,  se non è la Chiesa di Francesco e di Tommaso, di Bernardo e di Agostino. Io non so che farmene di una Chiesa che nasca oggi. Se si rompe l'unità,  la Chiesa è già morta. La Chiesa vive soltanto se, senza soluzione di continuità, io sono nella Chiesa uno con gli Apostoli per essere uno con Cristo. Dobbiamo vivere della tradizione, sentirci fratelli e discepoli non solo di un Dio, ma di un Dio che si comunica a noi attraverso i Padri,  e i Padri sono, nell'ininterrotta successione dell'episcopato, del sacerdozio ministeriale,  Basilio e Giovanni, Agostino e Gregorio,  Bernardo e Tommaso, fino ad Alfonso, a Newman, a Rosmini, a Pio XII; sono oggi i vescovi del Concilio, e, primo fra tutti il Papa. Ma sono anche i santi di tutte le epoche, di tutti i paesi. Nei confronti di tutti, io sono un figlio che riceve la vita. Non si vive nella Chiesa l'amore, se si esclude questo rapporto, non soltanto di fraternità ma di filiazione e questo rapporto è vissuto fondamentalmente nella dipendenza al magistero

DON DIVO BARSOTTI

martedì 12 dicembre 2023

La vera carità

 "Avremmo fatto ben poco quando avessimo assistito tutti i malati, soccorso tutti i poveri, educato tutti gli ignoranti. Che cos'è una carità che lenisca tutti i dolori degli uomini, se poi questi debbono morire? La nostra carità differisce la rovina ultima, ma non la evita, è perciò una carità inefficace. La morte non si può abolire. Carità più grande è invece quella che immediatamente opera la salvezza soprannaturale, unendo gli uomini a Dio."


Don Divo Barsotti 

in La mistica della riparazione



domenica 1 giugno 2014

Una pura trasparenza di Dio

di MARIA DI LORENZO
Una pura trasparenza di Dio
                                          ***                               
   
Sacerdote, fondatore, poeta, insigne mistico e maestro spirituale, don Divo Barsotti si spegneva il 15 febbraio 2006. Ha lasciato molti scritti, una comunità monastica sparsa per il mondo e un testamento spirituale contrassegnato da una profonda devozione mariana.
  

Allo scorso Meeting di Rimini organizzato, come ogni anno, nel mese di agosto da Comunione e liberazione c’era, fra le molte cose proposte, una mostra insolita, dedicata a una personalità cristiana non particolarmente nota, almeno finché era in vita, eppure spiritualmente grandissima: Divo Barsotti.
Qualcuno l’ha chiamato «l’ultimo mistico del Novecento», circola già la voce nel tam tam cattolico che non è tanto lontana l’apertura del suo processo di beatificazione e di giorno in giorno cresce sensibilmente l’interesse per la sua figura.
Proprio in febbraio, precisamente il 15, cade il secondo anniversario della sua morte e vogliamo per questo presentare agli amici lettori questa splendida figura di monaco e di poeta, fondatore di una comunità religiosa con un suo originale carisma e, soprattutto, grande innamorato di Maria. Don Barsotti era un mistico mariano. Nel suo testamento spirituale egli si dice sicuro che la Madre di Dio lo accoglierà con suo Figlio al termine della vita: «Mi verrà incontro», scriveva, «avrà già ottenuto per me il perdono di tutti i miei peccati e delle mie innumerevoli infedeltà…».
Don Divo Barsotti (1914-2006).
Don Divo Barsotti (1914-2006)
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Sacerdote e mistico
Divo Barsotti era nato a Palaia, in provincia di Pisa, nel 1914. Dopo l’ordinazione sacerdotale si era trasferito a Firenze, per interessamento di Giorgio La Pira, e vi aveva iniziato una lunga attività di predicatore e di scrittore. Assai vicino alla sensibilità del cristianesimo orientale, don Divo ha avuto il merito di far conoscere in Italia le figure dei santi russi Sergio, Serafino, Silvano. Nel 1972 fu anche chiamato a predicare gli esercizi spirituali al Papa in Vaticano. Ma è indubbiamente assai noto per aver fondato la Comunità dei figli di Dio, una famiglia religiosa di monaci formata da laici consacrati che vivono nel mondo e da religiosi che vivono in case di vita comune.
Tutto cominciò un giorno lontano, alla metà degli anni Cinquanta, a Settignano, sulle colline di Firenze. Dopo aver vissuto per qualche anno presso un istituto di suore di Firenze, don Barsotti sentì chiaramente dentro di sé che doveva iniziare un’esperienza più forte, da solo o con dei compagni. Lasciate le suore, alloggiò per qualche mese presso un dormitorio a Monte Senario, con un giovanissimo discepolo.
Non potendo restare sempre lì, a un certo punto si mise a cercare attorno a Firenze qualcosa che potesse fare al caso suo. Lo trovò a Settignano, alle pendici dei colli fiorentini: là c’era una casa disabitata da molti anni, in un posto veramente incantevole fra gli ulivi, e la comprò. La Casa fu dedicata a san Sergio di Radonež, padre del monachesimo russo e patrono della stessa Russia. Nessuno a quei tempi conosceva il monachesimo degli staretz: don Divo l’aveva studiato sui rarissimi testi che all’epoca si riuscivano a reperire appassionandosi a questo tipo di monachesimo, più semplice rispetto a quello occidentale.
Da allora, e per tutta la sua vita, il Padre ha sempre vissuto a Casa San Sergio, che è diventata la Casa madre della sua Comunità. Qui egli si è spento serenamente il 15 febbraio 2006, all’età di 92 anni, in una celletta del piccolo eremo scoperto ben cinquant’anni prima.
Il carisma dei Figli di Dio
«Non serve a Dio l’orgoglioso che crede di poter fare senza di lui, non serve a Dio la persona che si piega solo verso di sé, non serve a Dio l’uomo che ha il potere umano e la ricchezza dei soldi, della fama. Servono gli umili, gli uomini che sul piano umano sembra che abbiano fallito e invece sono quelli che vincono il mondo». È l’assunto di don Divo Barsotti che spiega l’essenza stessa della vita di ogni cristiano autentico e che rivela anche la missione, al tempo stesso semplice ed esigente, dei membri della sua Comunità.
Figli di Dio. Che cosa significa? Sono certamente figli di Dio tutti i cristiani, ma con questo nome la Comunità intende vivere in modo più diretto e profondo la filiazione divina, con una consacrazione che impegna a riscoprire il battesimo in modo consapevole e responsabile. Il significato di questo nome sta allora nell’impegno a vivere il mistero dell’adozione filiale nella carità, che è l’essenza del cristianesimo; a obbedire non più alla natura umana, ma soltanto all’azione di Dio che vive in ognuno.
Don Divo Barsotti con il cardinale Biffi nel 1998.
Don Divo Barsotti con il cardinale Biffi nel 1998.
E poiché il processo della santificazione implica sempre più un’identificazione, un’unione sempre più intima con Cristo, vivere da figli di Dio impone l’ascolto della Parola per accogliere il Verbo, così che il Verbo faccia di ognuno il suo corpo: si è figli di Dio quando si è profeti che incarnano il Vangelo, testimoni di Cristo, che si incarna e vive nell’uomo e attraverso l’uomo si rivela al mondo.
Quella dei Figli di Dio è una comunità che vuole vivere, nel mondo, l’esperienza monastico-contemplativa, vale a dire il cosiddetto "monachesimo interiorizzato". Nei suoi quattro rami, che sono distinti fra loro ma complementari: i fratelli e le sorelle che vivono la consacrazione da soli, in famiglia o da sposati; quelli che vivono la consacrazione nel matrimonio con i voti di povertà, castità coniugale e obbedienza; quelli che vivono la consacrazione con i voti di povertà, castità perfetta e obbedienza (celibi e nubili), e infine il quarto ramo, con quelli che vivono la consacrazione con i voti di povertà, castità perfetta e obbedienza nelle case di vita comune.
La Comunità dei Figli di Dio non vuole essere un’élite in seno alla Chiesa, ma vuol far vivere veramente, nella Chiesa, la sua cattolicità. E vuole vivere nel mondo il mistero dell’adozione filiale basandosi su quelli che da sempre sono nella Chiesa i fondamenti della spiritualità monastica: preghiera, ascolto della parola di Dio, contemplazione, vita liturgica e sacramentale. Attualmente sono più di duemila i suoi membri, presenti anche fuori dell’Italia, in Colombia, Benin, Sri Lanka e Australia. Dal settembre 1995 è suo superiore don Serafino Tognetti.
Maria guida i suoi figli
Sacerdote, teologo, fondatore e insigne mistico, poeta dalla vena profonda e grande maestro spirituale, don Divo Barsotti nella vita si è trovato spesso solo e incompreso. «Se è l’amore che dà un prezzo alle cose», scriveva, «il mio prezzo è l’amore di Dio». Con lui infatti era al sicuro pure nei giorni di burrasca, anche quando la navicella della sua vita imbarcava acqua, perché sapeva che al timone c’era la mano materna e consolatrice di Maria.
Maria sarebbe stata la bussola per tutti i suoi figli: ai piedi della Madre, infatti, la preghiera dei figli di Dio sarebbe diventata un’accorata intercessione per il mondo intero, per quel mondo che cerca sempre una roccia come appiglio per trovare sicurezza e stabilità e che anela – anche se non sempre se ne rende conto – al Vangelo, l’unica guida perché l’uomo ritrovi pienamente se stesso in Dio.
Don Divo Barsotti.
Don Divo Barsotti
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La Comunità fondata da Don Barsotti non ha opere particolari: in qualunque stato sociale e dovunque si trovino i suoi membri, la loro vita vuole essere una testimonianza di Cristo, pura trasparenza di Dio. Così la vita di ogni consacrato diventa veramente una vita in Cristo e, come tale, si apre al mistero della Chiesa, convocazione universale di tutti i figli che si ritrovano ad ascoltare e pregare il Signore, senza barriere di classe o di razza.
Di questa Chiesa, Maria è Madre e Maestra per tutti quanti, è il segno vivo, l’immagine tenerissima che nel suo continuo riconsegnare il Vangelo del Figlio e nel suo richiamare familiarmente al mistero del suo primo incontro con la parola di Dio nell’Annunciazione, schiude i portali di una gioia perfetta, destinata ad ardere come un fuoco acceso per tutta l’eternità.
Maria Di Lorenzo
  

  
Il testamento spirituale di Don Barsotti «Abbiate fiducia. La morte non mi fa paura, già ho vissuto un anticipo di comunione con lui attraverso coloro che ho amato. Abbiate fiducia. Dio non mancherà. Non vi preoccupate per il numero; importante è che stiate uniti. Ricordatevi che la vita religiosa è un impegno di fede in Dio che è presente, ed è l’Amore infinito. Ma proprio per questo egli non può darcene la prova finché viviamo nel corpo. È un fatto assai relativo che la parete del corpo ci impedisca di vivere insieme. L’unione con lui non è nell’esperienza sensibile, ma nel Cristo che ci ha uniti a sé e ci ha voluti un solo corpo con lui. Io vi lascio apparentemente. Realmente, sono con voi più di prima. Lasciando questa vita, mi sento debitore di innumerevoli anime che con il loro esempio e con il loro amore mi hanno aiutato. Hanno illuminato la mia via, mi hanno sorretto con i loro consigli, hanno avuto pazienza con me. Insieme a Colui che ho cercato di amare al di sopra di tutti, Gesù benedetto, chiedo che vorrà accogliermi come suo figlio la Vergine; mi verrà incontro, avrà già ottenuto per me il perdono di tutti i miei peccati e delle mie innumerevoli infedeltà. Ma con Gesù e la Vergine, io spero che si faranno incontro a me le innumerevoli altre anime alle quali nel tempo il Signore ha voluto legarmi in un rapporto di paternità e a volte anche di dipendenza filiale. Rivedrò i miei fratelli di sangue, il babbo, la mamma; ma certo l’unità più vera, più grande nell’amore, nella mia unione con Cristo, sarà con tutti i miei figli. So di avere mancato tanto verso di loro, ma so ugualmente che tutto mi è stato perdonato. Non ho ricevuto che amore».

martedì 29 aprile 2014

La santità del laico nel pensiero di Luigi Giussani e Divo Barsotti

La santità del laico nel pensiero di Luigi Giussani e Divo Barsotti

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Paolo Prosperi
Documenti
Proponiamo l’intervento di Paolo Prosperi, sacerdote della Fraternità dei missionari di San Carlo Borromeo, al convegno “La funzione e il ruolo del laico nella Chiesa e nel mondo, nel pensiero di don Divo Barsotti” organizzato dalla Comunità dei Figli di Dio. Bologna, Basilica di San Domenico, 6 maggio 2006

Don Giussani, come noto, è il fondatore del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione. Don Divo della Comunità dei figli di Dio. Lo scopo che qui mi prefiggo non può essere, per forza di cose, un confronto esaustivo delle loro personalità e della loro opera. Più modestamente, vorrei mettere in luce alcuni elementi che avvicinano queste due grandi figure del nostro tempo molto più profondamente di quanto uno sguardo superficiale potrebbe notare. Giussani, anima espansiva e vulcanica, è infatti soprattutto noto come l’animatore di un movimento cattolico fortemente impegnato nell’azione sociale a tutti i livelli, finanche a quello politico. Barsotti, uomo di leggendaria riservatezza, benché anch’egli grande carismatico, è invece noto come uno dei più grandi uomini spirituali del nostro tempo; esegeta geniale e non inquadrabile in nessuno schema, scrittore mistico e fondatore di una comunità contemplativa aperta a tutti, che punta a rendere accessibile la pienezza della santità anche a chi vive nel mondo, impegnato nel lavoro e nella vita familiare. Cosa trovare di comune tra i due? In realtà molto, se non troppo.
1. Il santo è l’uomo vero
Il primo aspetto che vorrei evidenziare è quello che già il titolo enuncia: l’attenzione data da entrambi al cosiddetto laicato, la capacità, propria di entrambi, di suscitare il fuoco della radicalità cristiana negli ambienti normali della vita di tutti, anche al di fuori di chiese e chiostri. Va notato che tale fenomeno, tanto in Giussani come in Barsotti, si afferma assai prima che il Concilio Vaticano II mettesse a tema il “laico”. E ciò dimostra, oltre che il genio profetico dei due, la loro totale mancanza di progetti in merito. Sia Giussani che Barsotti hanno, infatti, più volte dichiarato, con espressioni curiosamente simili, di non aver mai voluto fondare niente, di aver semplicemente seguito ciò che lo Spirito faceva accadere attorno a loro. Penso di non sbagliare affermando che mai Giussani e Barsotti si siano proposti, con la loro opera, di mettere in maggiore risalto la figura del laico. Erano forse più semplicemente mossi da zelo apostolico, e da una convinzione tanto rivoluzionaria quanto antica: che la santità cristiana non è un mestiere per pochi. È bensì la vocazione normale di tutti, di ogni battezzato.
Ma ciò ci spinge a porci una domanda più radicale e difficile: cosa è la santità? È proprio nella risposta a questa domanda che va ricercata forse la consonanza più profonda tra i due sacerdoti: «Vi è una accezione della parola santità - scrive don Giussani - la quale si rifà ad una immagine di eccezionalità che una aureola esprime.
Eppure il santo non è né un mestiere di pochi né un pezzo da museo. La santità va vista in ogni tempo come la stoffa della vita cristiana. (…) Il santo non è un superuomo, il santo è un uomo vero. Il santo è un vero uomo perché aderisce a Dio e quindi all’ideale per cui è stato costruito il suo cuore».1
Il santo non è dunque un uomo che compie necessariamente imprese clamorose.
Il santo è piuttosto l’uomo che compie, nel silenzio di ogni istante, direbbe Ignazio di Antiochia, l’impresa più clamorosa: vivere la verità di sé. Quale è la verità dell’uomo? Che non si fa da sé, che dipende da un Altro, da Dio. Il santo è semplicemente l’uomo che vive, istante dopo istante, consapevolmente e amorosamente, questa dipendenza: «Tutta la virtù cristiana - scrive don Divo - consiste in fondo nel rendersi conto di quello che egli è davanti a Dio (…). Se noi vivessimo questo avremmo già raggiunto la santità più pura e più grande».2
Se c’è un’intuizione base comune ai due, in tema di santità, penso sia proprio questa:
il santo non è un eroe, e neanche un uomo che non sbaglia mai. Il santo è l’uomo vero, in quanto è colui che tende a vivere la coscienza della propria dipendenza da Dio in ogni istante: «Vivere il nostro rapporto con Dio nella verità vuol dire renderci conto, istante per istante, che tutto abbiamo da Lui, e che in noi non vi è alcuna ragione di essere, capacità di esistere, nessuna potenza di agire. Noi non siamo che quello che Lui vuole e quello che Lui ci fa, istante per istante».3
2. L’uomo è sete di Dio
Ma dire che il santo è l’uomo vero è un’affermazione più provocatoria di quel che possa sembrare: significa infatti affermare che
solo l’uomo che vive intensamente il rapporto col Dio può godere del rapporto con la realtà mondana in modo autentico. Significa attaccare frontalmente quel sottile dualismo tra valori mondani e valori spirituali, tra naturale e soprannaturale, tra mondo e Dio, in cui molto cattolicesimo moderno ha sempre più rischiato di lasciarsi intrappolare. «Dio se c’è, non c’entra»: così Cornelio Fabro riassume la tentazione moderna. Non c’entra con la vita di tutti i giorni, non c’entra con la moglie, non c’entra col lavoro, coi soldi, con gli alberi, con il vino, con l’arredamento della mia camera. Per Giussani invece, se Dio non c’entra, sono proprio la moglie e il lavoro che perdono sapore. Se Dio non c’è, è l’uomo che perde, direbbe don Divo, ogni potere: «La nostra volontà di strapparci a questa dipendenza assoluta da Dio, questa volontà di autosufficienza, di indipendenza da Dio che è l’essenza del peccato è una volontà che ci precipita nel nulla e ci toglie la vita e ogni potere. È l’inferno».4 Senza Dio è l’uomo stesso che si sfalda, che si frammenta in mille pezzi, e perde, per contrappasso, la capacità di possedere e gustare la vita di questo mondo: «Il rapporto con Dio - scrive ancora don Giussani - è l’ipotesi di lavoro più adeguata all’incremento e alla realizzazione dell’unità della personalità. Per questo il mondo ha ancora, anzi soprattutto oggi, bisogno dello “spettacolo della santità”. (…) Vivere il mistero della comunione con Dio in Cristo fa imparare a vedere tutte le cose come riferite ad un valore unico (…). Da questa ricchezza prima più profonda scaturisce una visione della vita di una semplicità grandissima: una sola Realtà come criterio e misura e modi investe della sua luce tutte le cose; per cui l’io si sente uno con tutte le cose e in tutte le cose (…) non ha bisogno di dimenticare o di rinnegare nulla: tanto meno, starei per dire, la morte».5
Vi è quindi un primo aspetto che definirei antropologico nella concezione della santità cristiana, tanto in Giussani quanto in Barsotti. Antropologico perché dipende da come entrambi sentono e comprendono il mistero dell’uomo. Lo riassumerei con queste poche parole scolpite da don Divo:
«Noi siamo soltanto in dipendenza da Dio, e soltanto vivendo la nostra dipendenza da Lui noi salviamo l’essere nostro, possediamo noi stessi».6
Dio deve riempire tutta la vita dell’uomo, nulla escluso, perché in realtà, anche quando non lo sa, anche quando violentemente lo nega, è di questo che l’uomo di oggi ha disperata sete: è «equivoca - attacca Giussani - la posizione di quanti identificano la sanità di una società nel richiamo a certi valori comuni minimali. È un qualcosa di mistificante perché fa gioco su una condizione umana che si aspetta ben altro».7
L’uomo aspetta ben altro. Aspetta l’Immenso, aspetta Dio. Ma il Dio che aspetta è un Dio così presente, così invadente, starei per dire, da essere capace di illuminare e trasfigurare la vita in tutti i suoi aspetti: non solo di cambiare lo sguardo che porti alle stelle, a tua moglie, al tuo lavoro; ma il modo con cui vivi il dolore e persino guardi alla morte.
In questo senso, Giussani e Barsotti sono stati a mio avviso prima di tutto due uomini capaci di leggere i cuori, di comprendere il cuore dell’uomo del proprio tempo, nelle sue contraddizioni, eppure nella sua insopprimibile sete di significato
. Di comprendere e far comprendere che senza Dio è l’uomo stesso che si incurva, si rimpicciolisce e infine sparisce. Non per nulla entrambi sono stati attenti ascoltatori del grido lanciato dalle voci della grande letteratura atea. L’esempio in questo senso più impressionante mi pare l’amore profondo che lega entrambi a Leopardi. Impressiona - leggendo i loro commenti alle poesie del grande recanatese - il fatto che, pur nella diversità di sensibilità, si ha subito la percezione di un nocciolo profondo comune: entrambi cioè sono personalmente toccati, feriti dalla voce del poeta, perché sentono vibrare, nella sua inappagabile malinconia, il mistero della vastità infinita del proprio stesso cuore, come del cuore di ogni uomo. E nella sua disperazione, il bisogno impellente che quel Mistero enigmatico, che la ragione intuisce come oggetto ultimo della propria sete, diventi toccabile, visibile, abbracciabile in questo mondo: la nostalgia inconsapevole del Cristo. Del finale di Alla sua donna, la sua poesia preferita, don Giussani soleva addirittura dire che è «una delle più belle preghiere che si possano leggere nella nostra letteratura»: quasi inno d’amante disperato al Cristo, che come lo Sposo del Cantico, tarda a venire, lasciando la sposa a tormentarsi in una incerta attesa: «Se dell’eterne idee/ l’una sei tu cui di sensibil forma/ sdegni l’eterno senno esser vestita,/ e fra caduche spoglie/ provar gli affanni di funerea vita;/ o s’altra terra ne’ superni giri/ fra’ mondi innumerabili t’accoglie,/ e più vaga del Sol prossima stella/ t’irraggia, e più benigno etere spiri;/ di qua dove son gli anni infausti e brevi,/ questo d’ignoto amante inno ricevi».8
3. Chi è in Cristo è una nuova creatura
Il santo non è un mestiere di pochi, abbiamo detto. E abbiamo visto una prima ragione di ordine antropologico:
la santità è la realizzazione dell’uomo in quanto tale, nella sua vera statura. Questa prima ragione è però in un certo senso di ordine negativo, perché l’uomo di fatto non può, senza la grazia di Cristo, realizzare l’ideale per cui pure il suo cuore è fatto. La santità in questo senso è il mestiere di tutti e nello stesso tempo è inaccessibile a tutti.
Per questo la seconda ragione, di ordine invece positivo, è di gran lunga quella più importante, quella centrale.
La santità non è un mestiere di pochi, perché la santità è innanzitutto un dono. Un dono che investe l’uomo afferrato da Cristo e fatto uno con Lui nel Battesimo (Gal 3,28). In questo senso la vera radice del discorso sulla santità del laico è da ricercarsi nella teologia dell’Incarnazione e nella teologia, soprattutto paolina, del Battesimo.
a) L’Avvenimento di Cristo
Quale è il cuore dell’annuncio cristiano? Il cristianesimo è l’annuncio che Dio si è fatto uomo, si è unito alla carne, alla materialità di cui è tramata la vita quotidiana dell’uomo comune, perché tale carne, senza perdere nulla della sua materialità, possa risplendere della gloria di Dio. Scrive Giussani: «La santità cristiana è agli antipodi del concetto di santità proprio a tutte le religioni, dove essa è intesa come una separazione dal quotidiano normale. Nelle religioni c’è un’ultima opposizione fra il sacro, la realtà in quanto a servizio di Dio, separata dal resto per essere dedicata a Lui, e la profanità, cioè la realtà in quanto non immediatamente al suo servizio. Nella concezione cristiana invece non c’è nulla di pro-fanum, che stia davanti o fuori del tempio, perché tutta la realtà è il grande tempio di Dio: nulla è profano e tutto è “sacro”, perché tutto è funzione di Cristo».9
«L’attività umana - scrive ancora Giussani - diventa interamente significativa: ogni azione, anche quella apparentemente meno incidente, acquista la nobiltà di un grande gesto. Ciò è possibile solo se l’uomo agisce essendo consapevole del motivo ultimo della sua azione».10
La stessa intuizione del nesso tra Incarnazione e santificazione di tutte le realtà temporali, sta al centro del pensiero di Barsotti: «È la secolarità che deve essere consacrata: è tutta la realtà che in qualche modo è assunta dal Verbo (…). Vogliamo - scrive don Divo nella regola della comunità - una consacrazione di tutto quello che è profano, che è secolare;
vogliamo che la nostra associazione abbia il compito di santificare tutte le attività umane».11
b) L’Avvenimento del Battesimo
Ma è nel sacramento del
Battesimo che l’Avvenimento della “meravigliosa mescolanza” tra il divino e l’umano investe la persona, inserendola nell’umanità di Cristo. Nella teologia del Battesimo, e in particolare in quella paolina, va quindi cercata la chiave di volta del discorso sulla santificazione del mondo da parte del laico, tanto in Giussani quanto in Barsotti. Il nome stesso della comunità fondata da don Divo mi pare richiamare esplicitamente la teologia battesimale di san Paolo. Una teologia che è tutta riassumibile nello stupore e nell’entusiasmo con cui l’Apostolo contempla la potenza dell’Avvenimento battesimale nei termini di una nuova creazione, di un reale ingresso dell’uomo nella Vita del Risorto. La santità è un compito alla portata di tutti, perché è innanzitutto un dono che investendo l’uomo ne cambia l’ontologia, lo trasforma in un soggetto nuovo. Gli dona un essere nuovo. Nel linguaggio paolino, infatti, santi sono i battezzati per il semplice fatto che appartengono all’ontologia nuova del corpo di Cristo, a prescindere dallo sviluppo più o meno maturo dell’uomo nuovo in ciascuno. Il tempo manifesterà, senza nulla aggiungere, ciò che è già tutto donato nel seme iniziale: è ciò che Giussani chiama «la cultura del “già avvenuto”: il compimento (…) e la perfezione ricercati sono già tra noi e dentro di noi; tutto l’agire è un lievitarsi irresistibile ed immenso del loro manifestarsi».12 Ecco perché non esiste più nulla di profano, di escludibile dal rapporto con Cristo. Perché è l’essere stesso dell’uomo che è mutato, che è stato unito a Lui in modo definitivo: «Non siamo uomini che sono cristiani, siamo cristiani che sono uomini, per quanto strano vi possa sembrare (…) è vero che la grazia suppone la natura. Ma è anche vero che la grazia abbraccia la natura e tutta la trasforma. (…) L’essere cristiano non prende una parte soltanto dell’uomo, lo prende totalmente, con tutte le sue capacità, per tutto il tempo della sua vita, non lasciando nulla che l’uomo possa vivere indipendentemente da questa sua dignità».13
Giussani sottolinea questo aspetto di continuo: «Tutta la nostra attenzione è concentrata sull’idea di “fedele”, di “battezzato”. Cioè sull’idea di un’ontologia nuova che il Fatto cristiano introduce attivamente nel mondo.
Che cosa è infatti il cristianesimo se non l’avvenimento di un uomo nuovo che per sua natura diventa un protagonista nuovo sulla scena del mondo? Mi sembra che, dal punto di vista antropologico (…) non ci sia nulla al di là e al di sopra di questo elementare messaggio. La questione eminente nella realtà cristiana non è dunque “laico o non laico”, ma l’accadere della “creatura nuova” di cui parla san Paolo».14 «Solo il cristianesimo, in tutta la storia dell’umanità, ha come contenuto del suo messaggio - dal punto di vista antropologico, cioè dal punto di vista dell’uomo - l’annuncio di un cambiamento radicale della personalità. Un cambiamento non morale, ma un cambiamento radicale della personalità (…). Solo il cristianesimo promette all’uomo una forza divina che lo cambia come essere, come natura».15La santità è quindi innanzitutto un dono, un Avvenimento che investe l’uomo. E questo non solo all’inizio. Ma in un certo vero senso sempre di più. La santità, infatti, non è altro che il crescere progressivo, lo sviluppo in noi della vita del Cristo, della sua santità che prende sempre più spazio, nella misura in cui l’uomo gli si abbandona nella fede. Il vero compito dell’uomo è, allora, solo e sempre di più quello di imparare a lasciare spazio all’azione di un Altro, lasciare spazio al Tu, amava dire don Giussani: all’azione dello Spirito di Colui che si è già insediato nella mia persona e «con gemiti inesprimibili» (Rm 8,24) sospira nel desiderio di assimilarmi sempre di più a sé. L’essere di me battezzato è realmente abitato da una Presenza che mi ama e mi chiama a lasciarmi plasmare dalle Sue mani: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me». Queste parole, come ha ricordato papa Benedetto nella sua splendida omelia della notte pasquale, non sono riferite da Paolo a un’esperienza mistica particolare. Ma alla situazione oggettiva in cui si trova, il più delle volte inconsapevolmente, ogni battezzato. Ogni battezzato, invece, deve sentire sue queste parole di Paolo. Per quanto peccatore sia. Il compito dell’uomo, perciò, dal punto di vista ascetico, è in fondo semplicissimo, e non richiede nessuna precondizione particolare: se non la fede e il desiderio di vivere il più intensamente possibile il rapporto con questa Presenza, rendendosi docile alla Sua azione.
4. Lo stupore per Cristo
Tocchiamo qui uno dei punti di più profonda consonanza tra Barsotti e Giussani, nel modo di concepire il cristianesimo. Mi riferisco
al primato dell’ontologia sull’etica. E mi riferisco anche alla profonda avversione di entrambi per ogni forma di moralismo e di riduzione del cristianesimo a un elenco di valori e precetti morali: «La fedeltà cristiana ridotta a moralismo: una riduzione ancor più meschina perché depaupera il Fatto cristiano della sua nobiltà, della sua dignità, perché la fedeltà cristiana è per sua natura un amore, l’amore alla persona di Cristo».16
Barsotti scrive, dal canto suo: «Si preferisce vivere il cristianesimo come impegno moralistico. Così si parla molto, nelle chiese, della mafia, dei debiti del Terzo Mondo, degli armamenti, del governo… ma chi parla di Cristo morto e risorto?».17 E nell’introduzione a quello che è, a mio avviso, uno dei suoi capolavori, la meditazione sul Cantico dei Cantici, aggiunge: «
Nell’ebraismo e poi nel cristianesimo l’uomo non è chiamato ad essere buono, ma ad amare. (…) Le virtù senza l’amore ci chiudono nell’egoismo, in un orgoglio spirituale che al contrario di essere perfezione diviene elemento di difesa contro l’amore, diviene terribile impedimento contro l’amore. (…) Il cristiano nasce quando Dio, in Cristo, entra nella vita dell’uomo e l’uomo non solo non lo rifiuta ma lo sceglie, risponde al Suo Amore. È importante essere casti, essere obbedienti? Tutto questo entra solo come realizzazione, come attuazione di questo rapporto di amore».18
Il santo, dunque, è innanzitutto un uomo sorpreso dall’Amore di Dio, che per primo gli viene incontro. Un uomo dominato dallo stupore per l’amore che Dio ha per lui. Potremmo stare qui per ore a leggere pagine e pagine in cui Giussani e Barsotti cantano, commentando la Scrittura, l’accadere di questo stupore, l’irruzione di Dio nella vita dell’uomo. Il santo è un uomo abbagliato, come i tre discepoli sul Tabor, dalla rivelazione dell’amore di Dio per lui, che ultimamente si concentra in un uomo: Gesù. «Il cristiano - scrive don Divo nel ’70 - è essenzialmente colui che ha veduto Gesù Cristo, colui che Lo vede e gli parla». Ciò che fa del santo un santo, è perciò in radice ciò che fa il battezzato: il lumen fidei, lo stupore della fede che riconosce in Gesù Cristo il Dio fatto uomo. Una delle definizioni più belle di santo che ho trovato in don Giussani è questa:
il santo è «colui che continuamente sorprende l’intero suo essere come amato dal Dio fatto uomo».19 Continuamente. Mi pare importante questo avverbio. Perché se c’è una tentazione del cattolicesimo moderno, secondo il fondatore di Cl, è appunto quella di scivolare sempre sulle applicazioni. Siano etiche, sociali, politiche. Invece dove la Chiesa è santa, è là dove in essa rimane accesa la fiamma di questo stupore, sarei tentato di dire, primitivo, per il fatto inesauribile: Dio si è fatto uomo per unirsi a me, per unirmi a sé. È divenuto un corpo solo con me. Se c’è stata e c’è una tentazione nella Chiesa del nostro tempo, ha affermato don Giussani più volte, è quella di lasciare sullo sfondo lo stupore nudo e crudo per l’avvenimento di Cristo. Di farlo scivolare in secondo piano, rispetto a un cristianesimo dei valori morali, forse meno fastidioso, meno provocatorio, meno scandaloso per il mondo. Ma senza niente di nuovo da dire al mondo stesso. Di fatto si tratta della tentazione perenne, che Paolo stigmatizza nelle sue lettere, di tornare alla schiavitù della legge: al centro torno ad essere io, il mio sforzo umano, il mio umanesimo autonomo. È questa, per i nostri due maestri, la grande tragedia dell’egocentrismo dell’uomo moderno.
Invece in Giussani, come in Barsotti, la via cristiana è tutta ricondotta, spesso con accenti focosi che ricordano da vicino l’antilegalismo paolino, alla semplicità radicale della fede. Il giusto vive di fede (Rm 1,17), cioè dell’amore efficace di un Altro, che ha invaso definitivamente la sua vita e lo sostiene istante per istante con la Sua Presenza. Alla forza di questa Presenza il santo è totalmente appeso, in nulla poggiando su di sé.
5. Di fede in fede (Rm 1,17)
Se si facesse un’indagine statistica, penso sarebbe facile trovare conferma di quanto detto nell’amore dei due per la figura di Abramo. Le pagine scritte da don Divo sulla fede di Abramo, sia per numero che profondità, dimostrano forse meglio di ogni altra cosa il primato assoluto che la fede occupa nel suo pensiero sulla santità. Cito Lecceto ’89, ma si potrebbero citare decine di altre pagine simili: «
La santità, tanto nell’Antico come nel Nuovo Testamento, consiste nel fidarci di Dio, nell’abbandonarci a Lui. Frutto supremo della santità vera è sempre questo abbandono totale di sé nelle mani di un Dio che ti conduce per vie sconosciute e non ti dice dove vuole portarti (…). Tutta la vita cristiana non è l’impegno dell’uomo, ma di Dio; non è l’azione dell’uomo, ma è l’azione di Dio per la tua salvezza. A te che cosa chiede il Signore? La fede; la fede che è abbandono, che è lasciare che Dio compia in te la sua volontà. Se tu non gli apri le porte, la sua azione rimane esterna a te e questa azione divina non ti raggiunge».20
Scrive Giussani: «Nessuna conseguenza etica è più radicale, necessaria e assoluta di questa: la certezza di essere trasformati [nel Battesimo] e perciò di poter cambiare. “Si è affidato sperando contro ogni speranza”, dice Paolo di Abramo. Questo credito di sé ad un Altro, sperando in Lui contro ogni apparenza disperante della propria pochezza, meschinità e fragilità, è (…) l’inizio della redenzione che palesa il suo compimento».21
L’ascesi cristiana viene così a delinearsi, dall’inizio alla fine, come il semplice e grandioso dramma di un rapporto di amore, in cui l’uomo è chiamato e provocato continuamente a lasciarsi strappare a se stesso, alla propria morale autonoma, alla tentazione sempre insorgente di misurare se stesso, per lanciarsi, di fede in fede, in un sempre più profondo, più totale, più arreso abbandono alla forza di un Altro: «Per essere trovato in Lui, non con una mia giustizia che viene dalla legge, ma con la giustizia che viene da Dio, mediante la fede in Cristo» (Fil 3,9).
Tutta la grandezza del santo risiede in realtà solo nel fatto che egli vive questo abbandono amoroso come il contenuto di ogni respiro, di ogni azione.
Questo comune accento nel concepire la santità, mi pare confermato da un’altra “amicizia” condivisa dai nostri due. Quella con santa Teresina del Bambin Gesù e la sua piccola via dell’amore.
«Quando sono caritatevole, è solo Gesù che agisce in me», soleva citare Giussani. E don Divo ha un passo splendido, nel suo commento al Cantico, in cui così descrive il “segreto” della grandezza di Teresina: «Che cosa ha fatto santa Teresa del Bambin Gesù che noi non possiamo fare? Rispose all’amore come una bimba di 24 anni può fare. Non fece grandi cose. Ma poi quali cose sono grandi davvero davanti a Dio? Quale differenza c’è fra le imprese di Francesco Saverio e ciò che fece Teresina? Come ogni differenza viene meno davanti alla grandezza infinita di Dio! La vita e la grandezza di un uomo è nulla davanti a Lui. Quello che invece fa grande l’atto dell’uomo è che ogni atto raggiunge un Dio che lo ama. La grandezza del tuo atto dipende quindi dalla fede che hai nel Suo amore. Proprio per questo, siccome Teresina crede di essere amata da Dio, i suoi atti di amore, un sorriso, un passo in più in giardino, un piccolissimo sacrificio, sconvolgevano i cieli».22
In questo senso, se mi chiedessero di indicare
le virtù portanti del santo, nel pensiero di Giussani come in quello di Barsotti, personalmente, per entrambi i casi risponderei: la fede e l’umiltà. E cioè, non a caso, le due virtù che connotano Maria, nel ritratto così essenziale che ci danno le Scritture.23
Mi si conceda una annotazione da ormai mezzo “orientale”: nelle icone dell’Annunciazione, che è forse il mistero della fede più meditato da don Giussani,
Maria abbassa sempre il capo. È il gesto dell’umiltà, è chiaro. Ma nell’icona - che per questo è insuperabile nel mostrare l’indicibile - si vede come proprio il gesto dell’abbassamento scava contemporaneamente nel suo corpo la cavità, lo spazio concavo dell’ospitalità; svuotandola, la rende grembo capace di ospitare l’Infinito.
Ecco:
tutto il compito dell’uomo, semplicissimo e insieme arduo, grandioso si riconduce in fondo a questo: assimilarsi alla Vergine, che è tutta grembo che accoglie, grembo che in sé lascia tutto lo spazio a Colui che viene.
6. La preghiera, lavoro del cristiano
Se ciò che conta è fare spazio, se ciò che conta è lasciare che in noi agisca e lavori Colui che in noi è già presente, si capisce perché, in Giussani come in Barsotti,
tutto il “lavoro” del laico battezzato, cioè del cristiano, dal punto di vista ascetico, si risolva nella contemplazione. O, per usare la terminologia di Giussani, il lavoro supremo del cristiano è la memoria: memoria incessante di Cristo e domanda permanente della Sua manifestazione in noi: «La nostra salvezza, - scrive Giussani -, la nostra perfezione, già c’è, ma nello stesso tempo ha ancora da manifestarsi. È come dover esser sempre in ascolto, vigilanti per una venuta nuova o per un ritorno: il ritorno di Cristo. (…) l’atteggiamento del cristiano è l’attesa del ritorno di Cristo (…) non come risoluzione estatica dall’angustia presente o formula di distacco dal tempo presente, ma come l’urgenza allo svelarsi della verità [di ogni istante], di ogni impegno contingente. (…) Attesa che Cristo venga dentro di sé - e attraverso sé nel mondo - nella santità. (…) Questa è radicale abolizione del moralismo, perché la morale cristiana è la storia di Dio nell’uomo. La nostra libertà non è tanto in quello che riusciamo a realizzare, perché questo dipende da Dio. È piuttosto nella verità con cui chiediamo a Dio, nella verità con cui mendichiamo Cristo. Questa è l’essenziale decisione in cui la libertà s’avvera: chiedere con verità. È l’atteggiamento che permette una continuità senza fine: “Bisogna pregare sempre” ci invitò Gesù».24 Risponde don Divo nel vademecum della comunità: «È la preghiera l’atto più efficace dell’uomo, perché Dio alla preghiera non resiste e tutto alla preghiera concede. Noi ci sentiamo impegnati soprattutto a questo, proprio per venire incontro ai bisogni del mondo (…). La vita del cristiano è essenzialmente preghiera: non atto che realizza qualcosa, ma atto che implora l’intervento ultimo di Dio, così come nell’Apocalisse tutta la vita dell’Universo, tutta la vita della Chiesa si consuma nell’invocazione: “Vieni Signore Gesù!”».25
A chi non conosce bene il carisma di Cl, può sembrare strano quanto ho appena affermato. L’immagine vulgata di Comunione e Liberazione è quella di una realtà iper-attiva, tutta lanciata nel sociale. E ciò è indubbiamente vero. Ma se si è compreso quanto ho cercato di dire fin qui, al cuore del carisma di don Giussani, pur nella diversità di temperamento e di traduzione, sta un’affermazione del primato dei valori contemplativi non meno radicale di quanto non avvenga in Barsotti.
La verità è che per entrambi la vita cristiana è un’unità: non esiste vita contemplativa che non abbia come frutto la trasformazione della persona e attraverso di essa del mondo e viceversa: non esiste possibilità reale di azione cristiana nel mondo che non si radichi nella trasfigurazione di sé mediante la preghiera e la vissuta comunione ecclesiale. L’anima di Giussani è in questo senso nel suo fondo totalmente monastica, nel senso più profondo del termine. Ciò risulta evidente se si leggono le costituzioni del direttorio dei Memores Domini, una delle creature più originali di Giussani, la realtà che forse ne rispecchia più fedelmente il carisma: «Il carisma dell’Associazione si esprime innanzitutto nella insistenza data alla “contemplazione, intesa come memoria tendenzialmente continua di Cristo. Cristo, infatti, è la consistenza di tutte le cose (cfr. Col 1,17) ed è presente nella storia attraverso la personalità del battezzato e la comunione fra i fratelli”».26 «Al di là di tutte le forme in cui può esprimersi, il contenuto fondamentale dell’ascesi è il desiderio di approfondire personalmente la memoria di Cristo e la coscienza della sua presenza, facendole diventare struttura permanente della persona, criterio, motivo ed orizzonte di ogni azione».27
Se c’è invece un punto di sensibile differenza, e sarebbe interessante approfondirlo, sta nel fatto che il grande punto di riferimento costante di Giussani è san Benedetto. Nell’ora et labora del Padre del monachesimo occidentale, si può trovare la formula sintetica della concezione giussaniana del laico, chiamato a manipolare e a trasfigurare il mondo con la sua azione, mentre si lascia trasformare dall’azione del Cristo, che lo stringe a sé e lo plasma attraverso l’abbraccio permanente della compagnia dei fratelli. Don Divo mi pare invece più fortemente vicino al genio del monachesimo orientale che, senza escludere l’importanza del lavoro, della vita comune e dell’azione missionaria, risolve più accentuatamente nella vita mistica la missione del cristiano nei confronti del mondo. Per l’orientale il modello della santità è infatti il bios anghelikòs, la vita degli angeli, nei quali vita attiva e vita contemplativa coincidono, sono un unico atto: «Quale collaborazione può aspettare Dio da noi? La collaborazione dell’uomo è la preghiera; noi dobbiamo renderci conto che il nostro apostolato vero, la nostra missione precisa è la preghiera. (…)
La preghiera in realtà è il lavoro unico del cristiano. La vita contemplativa non può essere per te una dispensa dalla vita attiva, non può essere un pretesto perché tu ti senta meno impegnato nella salvezza degli uomini. Allora soltanto realizzi il tuo ideale, quando vivendo la tua vita contemplativa dinanzi a Dio, vivrai come colui che è a servizio dei fratelli e tutti li porta nel cuore. È questa la vita angelica, l’ideale di vita che tu devi realizzare».28 «Dio non parla mai a te come separato dagli altri, e tu non parli mai a Dio come separato dalla comunità umana, dalla chiesa, dalla comunità religiosa cui appartieni».29 Per Barsotti, dunque (che in questo è realmente vicinissimo alla visione dei grandi Padri greci) tutto il compito “missionario” del battezzato consiste nel liberare progressivamente, fino a farla risplendere all’esterno, quell’immagine divina che è già nascosta in lui fin dal Battesimo, attraverso l’incessante lavoro della preghiera. Unendosi sempre più profondamente a Cristo, l’uomo si unisce simultaneamente nell’amore alla Chiesa e a tutti gli uomini, perché Cristo è il Verbo che tutta l’umanità ha già assunto in se stesso. L’agape verso il fratello, perciò, per usare la terminologia dell’ultima enciclica del Papa, non è altro che il brillare esterno del fuoco dell’eros con cui l’anima si unisce a Cristo nell’amore.
La stessa impostazione “patristica” vale rispetto al rapporto che il laico deve avere con il lavoro. La preoccupazione del cristiano per don Divo non deve essere quella di un esito mondano della sua azione. Deve essere piuttosto la tensione a vivere l’unione con Dio in ogni istante, in tutto ciò che fa. Solo quando l’uomo rientra nell’eden della piena comunione con Dio, infatti, riacquista spontaneamente quella regalità sul mondo che Adamo aveva al principio e che ha perduto a causa del peccato: «Solo quando, ritornato nel paradiso di Dio, nell’uomo si è ristabilita l’unità, il suo lavoro sarà, come al principio, la manifestazione di una regalità sulla creazione. (…) La spiritualità orientale si compiace di vedere nel miracolo l’azione stessa dell’uomo che, non più asservito alle necessità della legge, assoggetta a sé tutte le cose nell’esercizio di una perfetta libertà».30 «Il lavoro o mestiere, via via che il cristiano diviene perfetto, si trasfigura. Se prima era castigo (…) ora diviene segno profetico della vita futura».31
7. Lo scopo di ogni vocazione:
la missione

Nella diversità, anche profonda, di accento, rimane però chiarissimo un punto basilare comune: la vocazione specifica del laico è vocazione alla missione.
Il laico cristiano è colui che è chiamato a testimoniare Cristo nelle realtà del mondo. A testimoniare che lo Spirito del Risorto è l’unica forza capace di cambiare l’uomo a tal punto da renderlo soggetto di un’azione realmente trasfiguratrice di sé e del mondo. In questo senso - afferma don Giussani - la vocazione del laico è la vocazione della Chiesa stessa. Non c’è differenza. Perché lo scopo per cui esiste la Chiesa, così come già gli Atti degli Apostoli ce ne descrivono la vita, non è che la missione, la testimonianza della novità di Cristo, la diffusione del Suo Spirito nel mondo. Recita ancora il direttorio dei Memores Domini: «Uno solo è il compito che la vocazione istituisce: la missione, cioè la “passione di portare l’annuncio cristiano con la propria persona trasformata dalla memoria”. (…) Non si dà vita cristiana dignitosamente vissuta se non nella percezione della propria personalità come chiamata a questo compito, ad imitazione di Cristo stesso che si è incarnato “per” gli uomini».32
La vocazione del laico coincide tout court con la vocazione della Chiesa: mostrare al mondo Cristo Risorto, presente e visibile nella comunione dei battezzati, Suo mistico Corpo. Se così noi comprendiamo la natura della Chiesa, si capisce subito come
per Giussani, essere laico «non solo non è un “di meno”, ma in un certo senso tutto, nella Chiesa, è in funzione del laico. Perché tutto è in funzione della manifestazione, nel mondo, di quella “Gloria” che Cristo chiede al Padre all’inizio del 17esimo capitolo di san Giovanni».33 Il problema del ruolo del laico nella Chiesa, in una tale prospettiva, smette di essere un problema. E infatti paradossalmente, proprio in un movimento così fortemente laicale come Cl, non è mai stato sentito come tale. Negli esercizi di Lecceto dell’89 don Divo fa un’affermazione quasi identica. Scrive coi toni forti propri della sua inconfondibile “toscanità”: «La salvezza del mondo è opera soltanto del laicato cristiano (…). Per quanto riguarda la collaborazione alla Chiesa una, il compito dei laici è superiore al compito dei preti, dei vescovi, del Papa stesso. Non perché sia più importante, ma perché è più vasto. Un papa si deve contentare di dare delle direttive sul piano spirituale, perché il potere del sacerdozio ministeriale riguarda direttamente soltanto le anime; sui corpi e su tutto ciò che è temporale il suo potere è indiretto. (…) Mentre il laico ha un potere diretto. Potere diretto su tutto l’ambito della vita sociale, su tutto l’ambito della politica, su tutto l’ambito di una attività che riguarda i valori del mondo. È attraverso questo potere sacerdotale che ha il laico che tutto viene orientato verso il Cristo».34
8. Due personalità universali
cioè veramente cattoliche

A conclusione, devo ora dire la seconda ragione per cui ho accettato l’invito. È questa: una delle molte cose che accomunano Giussani e Barsotti è l’amore di entrambi per la Russia, dove da un anno mi trovo a lavorare. Un amore tutt’altro che sentimentale. Un amore radicato in uno studio appassionato e approfondito della grande tradizione spirituale russa, studio che ha caratterizzato in modo curiosamente parallelo la giovinezza di entrambi e ha lasciato, a mio avviso, pur in modi diversi, in entrambi un segno indelebile. Il primo libro di Barsotti, uscito nel ’49, è non a caso quel Cristianesimo russo di cui nel ’60 così scrive: «Il primo libro che ho scritto è stato sul cristianesimo russo. E Dio non ha mai permesso che io mi allontanassi da questo argomento, perché o lo studio dei Padri greci o la conoscenza della spiritualità orientale sono stati al centro di ogni mia preoccupazione. Ma oltre che una certa preoccupazione di studio, era un movimento spontaneo della mia anima che mi faceva sentire come la santità che Dio aveva realmente donato all’Oriente, era una santità normativa per me, prima che per gli altri». Negli stessi anni in cui Barsotti si appassiona alla spiritualità orientale, Giussani a Venegono si interessa allo studio della filosofia religiosa russa, da cui resta profondamente segnato. Dirà più tardi
di aver ricevuto dall’ortodossia russa soprattutto due idee centrali, quella di sobornost e quella di trasfigurazione. Mi sono fermato su questa coincidenza perché sono convinto che ci possa aiutare a illuminare ciò che di più profondo, al di sotto di temperamenti apparentemente molto diversi, per non dire opposti, accomuna don Giussani e don Divo Barsotti. E lo direi così: l’apertura veramente universale, cattolica della loro anima. Il dono di una spontanea, quasi nativa cattolicità, nel senso più intenso del termine: nel senso cioè di una capacità di raccogliere, valorizzare, integrare in sé tutto quello che di buono, di sano, di vero, di bello si incontra al di fuori di sé, anche nei luoghi più impensati. E ciò non per motivi strategici di conquista. Ma per quella «simpatia curiosa» (il termine è di don Divo) che domina l’anima cattolica veramente grande, verso tutto ciò che esiste: «Ex uno Verbo omnia et omnia loquuntur unum»: tutto l’esistente, sia in quanto realtà creata sia in quanto manifestazione autentica dell’umano, è fonte di arricchimento nella conoscenza dell’unico Verbo di Dio. Giussani a questo proposito citava sempre san Paolo: «Vagliate tutto, trattenete il Bello». L’interesse per il cristianesimo russo, maturato per entrambi in anni in cui un tale interesse era ancora tutt’altro che di moda, è solo un esempio. Ma si può e si deve citare l’amore dei nostri per il Leopardi. Non è un mistero che Giussani, ancora seminarista, recitasse come preghiera di ringraziamento dopo la Comunione, la poesia Alla sua donna. Non tanto poiché vi leggeva una inconsapevole profezia dell’Incarnazione, quanto perché la potenza poetica con cui il genio di Leopardi l’aveva espressa aiutavano la sua preghiera più di qualsiasi preghiera tradizionale. «Ho bisogno - scrive Barsotti - di tutta l’esperienza umana di un Leopardi, di un Manzoni, perfino di un Carducci e di un D’Annunzio, di un Ungaretti, per vivere io, anche come cristiano, non soltanto come uomo. Ho bisogno di questa esperienza, ho bisogno di questo pensiero, anche se è in gran parte estraneo al cattolicesimo (…). Io ho bisogno di tutto il mondo. Tutto il mondo deve essere integrato in me; io ho bisogno di avvicinarmi a tutto, di alimentarmi di tutto, perché in me tutto divenga cristiano».35

domenica 16 settembre 2012

Il cristianesimo è Cristo

Il cristianesimo è Cristo 

***

Premesse
1. Che cos’è il cristianesimo? Questa è una domanda che, presto o tardi, con maggiore o minore consapevolezza, tutti finiscono col porsi. Il più delle volte, le risposte che si ascoltano cominciano con le parole: Secondo me.
“Secondo me” sono le parole giuste per cominciare a rispondere a chi ci chiede: Qual è la canzone più bella? Qual è la ricetta migliore per cucinare gli asparagi? Qual è la squadra di calcio più forte? Ma alla questione che cosa sia il cristianesimo cominciare a rispondere con queste parole è il segno certo che la risposta sarà sbagliata.
Una risposta “soggettiva” non conta niente e non serve a nessuno: bisogna arrivare a capire che cosa sia il cristianesimo in se stesso, come di fatto è, qual è la sua vera natura.

2. Per rispondere correttamente alla questione è necessario capire bene come il cristianesimo si è presentato al momento della sua origine, quando si è affacciato alla ribalta della storia. In altre parole: dobbiamo ricordare che cosa sono andati in giro a dire gli apostoli a tutti e in tutto il mondo, all’indomani dell’evento che si è realizzato nella Pasqua dell’anno 30. Essi hanno obbedito al preciso comando ricevuto da Gesù Risorto: «Andate ad annunciare a tutti una “bella notizia”» (Mc 16,15). “Bella e buona notizia” è l’esatta traduzione della parola greca “evangelo”.
Dare una notizia significa proclamare che è avvenuto un fatto. Qual è questo fatto? Gesù di Nazaret, un uomo morto dissanguato in croce, è ritornato alla vita e oggi è vivo, vivo per sempre in tutto il suo essere (corporeo e spirituale).

Egli ha dunque sconfitto la morte (che era la “signora”, implacabile dominatrice di tutti); perciò adesso il “Signore” è lui. Ed essendo il Signore di tutti può salvare e portare con lui nel Regno eterno tutti quelli che con la fede si aggrappano a lui. Questa è la “bella e buona notizia”; questo è il Vangelo; questa è la sostanza del cristianesimo.

3. Come si vede, gli apostoli non sono andati in giro a proporre una “religione nuova”: sono andati in giro a proporre un “avvenimento” rivoluzionario e unico. Ed è un avvenimento che si riassume e si identifica in una persona: la persona di Cristo. Il cristianesimo è dunque Cristo: «Gli annunciò Cristo», è detto di Filippo quando converte al cristianesimo l’etiope, ministro della regina Candace (At 8,35). In conclusione, il cristianesimo – e solo il cristianesimo tra le varie forme che rapportano l’uomo a Dio – primariamente e per sé non è una religione: è un fatto che si identifica con una persona: la persona di Gesù di Nazaret, crocifisso e risorto, figlio di Maria e Unigenito del Padre, Redentore dell’intera famiglia umana, rinnovatore di tutto.

Gesù è il “contenuto” del cristianesimo
Il cristianesimo è un fenomeno singolare in tutta la storia religiosa dell’umanità; è un caso inedito nell’avvicendamento delle scuole di pensiero e nel susseguirsi delle dottrine. La singolarità è questa: Gesù di Nazaret non è solo il fondatore, il promotore, il teorico del cristianesimo: è anche il suo contenuto. Senza dubbio la Chiesa, già nell’epoca apostolica, possiede un suo patrimonio di princìpi, di convinzioni, di idee. Ma tale patrimonio non è percepito come adeguatamente distinto da colui che ha detto di sé: «Io sono la verità» (Gv 14,6); la frase che è tra le più stupefacenti e provocatorie che siano mai state proferite da labbra umane.
Senza dubbio la comunità dei credenti è animata dallo spirito di solidarietà e dall’amore verso i fratelli. Ma è motivata in questo dalla consapevolezza che il destinatario ultimo delle sue generose attenzioni è Cristo: «L’avete fatto a me» (Mt 25,40). […]

La “pazzia” cristiana
Questa dedizione totalizzante nei confronti di un uomo sarebbe scandalosa e intollerabile (e particolarmente lo sarebbe stata per gente educata nel più rigoroso ebraismo monoteistico), se a quest’uomo non si dovessero riconoscere i segni inequivocabili della divinità.
La prima comunità – illuminata dall’effusione pentecostale – ha ripensato e accolto con docilità i molti «loghia» (i “detti”) di Gesù su questo argomento, e in special modo quelli conservati nella catechesi giovannea: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). «Io sono nel Padre e il Padre è in me» (Gv 14,11). «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30). E così ha potuto conoscere chi sia nella sua piena verità il suo Signore.
Chi non arriva ad accogliere questo segreto della personalità di Gesù non può che ritenere assurdo il fatto cristiano e del tutto irragionevole la nostra fede. Per usare una ruvida parola di Paolo: «Noi siamo pazzi a causa di Cristo» (1 Cor 4,10). Ed è ovvio: «l’uomo naturale (cioè lasciato alle sole sue forze conoscitive) non comprende le cose dello Spirito; esse sono follia per lui» (1 Cor 2,14).
A quanti invece condividono la prospettiva apostolica, Gesù s’impone come la chiave interpretativa dell’universo: sia della creazione sia del mondo increato. Come si esprime quasi ossessivamente Pascal: «Non soltanto non conosciamo Dio se non per mezzo di Cristo, ma non conosciamo nemmeno noi stessi se non per mezzo di Cristo. Non conosciamo la vita, non conosciamo la morte, se non per mezzo di Cristo. All’infuori di Cristo, noi non sappiamo né che cos’è la nostra vita né che cos’è la nostra morte né che cos’è Dio né che cosa siamo noi stessi» (Pensieri).

Un travisamento pericoloso
Il cristianesimo dunque è Cristo: accoglierlo nella sua realtà autentica e piena – una realtà che eccede ogni nostra misura e ogni naturale intelligibilità – significa anche raggiungere finalmente il «senso» sia della nostra esistenza sia della totalità delle cose. È un’adesione elementare e culturalmente sobria, proposta a tutti gli uomini, anche ai più semplici; ma al tempo stesso un’adesione ardua, esigente, continuamente insidiata.
Un’insidia particolarmente perniciosa, diffusa non poco nella cristianità dei nostri giorni, è quella di risolvere l’annuncio dell’evento pasquale e l’assenso integro e vitale al suo Protagonista in un’offerta di convinzioni, di impulsi generosi, di «valori». Ma la donazione del Figlio di Dio crocifisso e risorto non è «traducibile» in una serie, sia pure lodevole, di buoni propositi e di buone ispirazioni, omologabili con la mentalità dominante. I battezzati – onerati, proprio in virtù del loro battesimo, della fatica di dare consenso e testimonianza a colui che solo è il Signore (ed è entrato come unico Salvatore nella nostra storia) – sono tentati oggi più che mai di alleviare il loro gravoso impegno scambiandolo surrettiziamente con l’impegno meno gravoso (e «politicamente corretto») di propugnare i «valori», e quindi di propagandare la pace, la solidarietà, l’apertura verso tutti, il dialogo ad ogni costo, la difesa della natura, ecc.
Ovviamente non s’intende qui colpevolizzare o ritenere inutile la giusta attenzione ai «valori». Solidarietà, pace, natura, comprensione tra i popoli ecc. possono diventare nel non cristiano le occasioni concrete di un approccio iniziale e informale a Cristo e al suo mistero. E nel cristiano questi stessi «valori» possono offrire preziosi stimoli a una totale e appassionata resa del mondo interiore al Signore di tutto e al Salvatore di tutti.
Ma se il battezzato – per amore di attenzione e rispetto verso gli «altri», oltre che per sollecitudine di dialogo e di buon vicinato con tutti – quasi senza avvedersene stempera sostanzialmente il fatto salvifico e la realtà dell’unico Redentore nell’esaltazione di questi traguardi nobili ma secondari e nel ricercare il loro conseguimento, allora pone a repentaglio la sua connessione personale col Figlio di Dio crocifisso e risorto, e consuma a poco a poco il peccato di apostasia.

L’ammonimento profetico di Solovev
Colui che è stato provvidenzialmente inviato a metterci in guardia da questo travisamento è stato il pensatore russo Vladimir S. Solovev. Egli nel suo ultimo scritto – a pochi mesi dalla sua morte, avvenuta nel luglio 1900 – ha tratteggiato così la figura dell’Anticristo (un personaggio emblematico, antitesi perfetta del Salvatore) che secondo lui comparirà sulla scena della vicenda umana alla fine del secolo XX.
L’Anticristo – come egli lo descrive – appartiene evidentemente alla schiera dei «sapienti» e degli «intelligenti». È, dice Solovev, un esperto biblista. Di più, è un asceta e un «convinto spiritualista», e dà «altissime dimostrazioni di moderazione, di disinteresse e di attiva beneficenza». In particolare, è un illuminato e attivo pacifista. Noi oggi lo diremmo anche un ecologista e un ambientalista: «Pieno di compassione, non solo amico degli uomini ma anche amico degli animali». Soprattutto l’Anticristo si dimostra un eccellente ecumenista, capace di dialogare «con parole piene di dolcezza, saggezza ed eloquenza». Ha però un’invincibile antipatia nei confronti della persona di Cristo. È addirittura dominato da una morbosa insofferenza verso il fatto che Gesù sia risorto e sia oggi vivo, tanto che va istericamente ripetendo: «Lui non è tra i vivi e non lo sarà mai. Non è risorto, non è risorto, non è risorto! È marcito, è marcito nel sepolcro…». In sintesi potremmo dire: ciò che più specificamente connota la posizione dell’Anticristo è di aver sostituito all’identificazione del cristianesimo con la persona del Salvatore glorificato (che è prospettiva fondamentale e irrinunciabile fin dai tempi apostolici) l’identificazione del cristianesimo con quei «valori» che, pur se provengono da una matrice evangelica, sono però anche facilmente esitabili sui mercati mondani.

Un improrogabile esame di coscienza
Mette conto d’interrogarci se per caso qualcosa della «ideologia dell’Anticristo» non abbia cominciato a diffondersi anche tra noi. Essa è una totale distorsione della verità, ma può essere seducente. Se lasciamo prevalere la «ideologia dell’Anticristo», il dialogo con i “lontani” – non inciampando mai in un Maestro che pretende di essere unico, né in un uomo che è ritornato alla vita e continua a essere realmente e corporalmente vivo – si fa meno irto e più spedito; e la nostra possibilità di uscire dal nostro isolamento e di essere accolti negli ambienti culturalmente emergenti, nei circoli socialmente progrediti, nelle redazioni dei giornali e dei telegiornali, diventa facile e senza problemi. Ma Gesù ci ha dichiarato (ed è una delle sue frasi che tendiamo a dimenticare): «Io non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare…» (Mt 10, 34-35). E di lui è stato detto per divina ispirazione (ed è anche questa una frase biblica oggi un po’ censurata) che è «segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2, 34-35).

Conclusione
È necessario e urgente tornare alla piena e pungente consapevolezza della centralità di Cristo, se vogliamo serbare intatta ed efficace la nostra identità. Don Divo Barsotti ha una parola tremenda, di attualità incontestabile: «Oggi nelle comunità cristiane Gesù Cristo è una scusa per parlare d’altro». Non deve essere più così: Gesù Cristo nella sua piena verità – di Crocifisso Risorto, di Figlio consustanziale del Padre, di unico Signore dell’universo, della storia e dei cuori – deve ritornare al centro di ogni nostro primario interesse e di ogni esperienza ecclesiale, e deve essere altresì l’ispiratore determinante ed efficace di ogni nostro impegno culturale, solidaristico e sociale.

[Card. Giacomo Biffi, Il Timone, n. 87, Novembre 2009, pp. 48-49]

sabato 4 febbraio 2012

Barsotti

Carlo Alessi
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La pallanuoto, il tifo per il Catania, la piscina «come quando si andava tutti al mare». E quella lettera a Beppino Englaro. Un padre racconta un figlio “vegetale” e la sua famiglia rinata grazie a un sondino

di Chiara Rizzo
 Da padre a padre. Mentre la casa di cura Città di Udine decideva se aprire le porte alla morte di Eluana Englaro a 1.400 chilometri di distanza un padre scriveva a Beppino Englaro, l’uomo che da anni implora la morte per quella figlia inchiodata a un letto da 17 anni. In una lunga lettera aperta pubblicata sul quotidiano La Sicilia Carlo Alessi ha raccontato la vita accanto al suo “vegetale”. Giorgio, 21 anni, ex pallanuotista e grande tifoso del Catania con Eluana condivide la diagnosi medica. Coma irreversibile. Giorgio, racconta il padre, «non cede nemmeno di un centimetro», lotta, nel suo sonno interminabile, per afferrare la vita. Per questo Carlo Alessi ha voluto scrivere a Beppino Englaro e ha deciso di raccontare a Tempi la sua storia: «La morte non è una soluzione. È una sconfitta per tutti». Parole pronunciate prima che, venerdì scorso, la clinica di Udine rifiutasse di offrire le proprie strutture per uccidere Eluana.

Signor Alessi, perché ha deciso di scrivere quella lettera a Beppino Englaro?
Perché vorrei che si comprendesse pienamente la vicenda di Eluana. Leggendo i giornali ho avuto l’impressione che molti parlino senza capire cosa significhi staccare il sondino. Mio figlio Giorgio da quasi sette anni è in coma apallico irreversibile. Si nutre e si idrata attraverso il sondino, la peg. Nel caso di mio figlio, e per quello che so anche in quello di Eluana, non ci sono terapie mediche che li tengono in vita, non c’è un coma farmacologico, quindi non si può parlare di accanimento terapeutico.

Che cosa è successo a suo figlio?
Il 7 febbraio 2002 un banale virus influenzale l’ha colpito al miocardio. Giorgio è andato in arresto cardiaco per 55 minuti. Abbiamo chiamato il 118, gli praticarono subito la respirazione artificiale e un massaggio cardiaco. Poi lo portarono all’Ospedale Garibaldi di Catania, per la rianimazione d’urgenza. Gli è stata somministrata un’iniezione di adrenalina al cuore e così si è ripreso. Ma la diagnosi è stata immediata e spietata. Coma apallico irreversibile.

Cosa successe dopo?
È seguito un mese di alti e bassi, tra lievi miglioramenti e peggioramenti improvvisi, finché non siamo riusciti a portarlo da uno specialista di Innsbruck. Lì stato lentamente “svezzato” dai farmaci e messo su una carrozzina. Ma il coma apallico, lo stato più grave, resta sempre tale. La vita di Giorgio è limitata, anche una semplice influenza per lui è rischiosa.

Che tipo era Giorgio prima della malattia?
Uno sportivo al cento per cento. Giocava a pallanuoto, in una squadra cittadina, “Muri antichi”. Era appassionato, generoso, affettuoso, estroverso. Frequentava il ginnasio ed era bravissimo. Amava i genitori, il fratello. Era religiosissimo, devoto alla Madonna.

Avete deciso di prendervi cura di Giorgio a casa. Perché?
Il fatto che vive con noi gli consente di sentire tutto il calore della famiglia, e di provare emozioni – l’unica porta che gli è rimasta con il mondo esterno – che abbiamo imparato a riconoscere. Giorgio riempie e rende viva la nostra vita con la sua forza, la sua tenacia. Ci ha riuniti, come non sarebbe successo altrimenti. Certo non è facile, ma sono felice della mia scelta.
Come vive oggi?
Quando io e mia moglie Alessandra siamo al lavoro e mio figlio Paolo all’università, una tata, Agata, viene a prendersi cura di lui, insieme ad un infermiere che ci manda la Asl. Lo lavano, gli misurano la pressione e la frequenza cardiaca, gli controllano la peg. Poi gli vengono somministrati medicinali miorilassanti, perché nella sua condizione, soffre di elevata spasticità. Lo sbarbano, lo mettono finalmente sulla sedia a rotelle. A questo punto Giorgio fa colazione, latte e biscotti finemente tritati, e mangia dal cucchiaio, imboccato. È quindi il momento della prima seduta di fisioterapia, che dura 45 minuti, seguita da quella di logopedia, che gli serve per esercitare il riflesso della deglutizione. A pranzo, Giorgio mangia ancora per bocca, pastina e omogeneizzati. Al pomeriggio, assume l’acqua con la peg, poi ha una nuova seduta di fisioterapia. Dopo segue la tata Agata, Alessandra e Paolo quando rincasano, nelle loro attività. Se Agata lava i piatti in cucina, per esempio, lui sta sulla sedia a rotelle accanto a lei. Cena tramite il sondino, ma insieme a noi. Di notte è mia moglie a occuparsi di lui, anche se cerchiamo di fare i turni. Ha bisogno di essere girato nel letto per tre o quattro volte, alcune notti fatica a dormire e Alessandra gli resta accanto.

Sua moglie però continua a lavorare e a occuparsi della casa. Cosa la sostiene? Non ha mai avuto voglia di gettare la spugna?
No, mai. E nemmeno mio figlio Paolo, anche se ha solo 20 anni, ed è dovuto crescere più in fretta dei coetanei. È l’amore che ci unisce, a darci la forza, l’energia. Ci sosteniamo a vicenda: non tanto con le parole, ma con i gesti quotidiani. È solo un modo di affrontare la nostra vita, che è cambiata. Non ci manca l’ottimismo, l’allegria, perché pensiamo che può fare bene a Giorgio, e che così possiamo trasmettergli la voglia di vivere.

Che rapporto c’è tra Paolo e Giorgio?
Sono molto uniti, fin dai tempi in cui giocavano insieme a pallanuoto. Quando Paolo rincasa, alla sera, prende Giorgio con la carrozzina e lo porta vicino a sé, mentre guarda le partite del Catania, di cui entrambi sono tifosi, o mentre gioca alla PlayStation. È vero, Giorgio non “vede”, il suo cervello non può elaborare le immagini. Ma questo non significa che non esprima la sua gioia di stare insieme a Paolo.

Come capite che è felice?
Spesso Giorgio accenna dei sorrisi, ed emette dei suoni, dolci. E quando gli fa male la schiena, piange, con le lacrime, e i suoni diventano lamenti. Non è affatto un vegetale, malgrado quello che si legge sempre sulle persone in coma. Sa, a casa nostra è la speranza che ci sostiene.

Da dove nasce questa speranza?
Io credo che si possa proprio sperare, che le cose possano cambiare. Cento anni fa non c’era la corrente elettrica e 60 anni dopo eravamo già sulla luna. Ogni giorno vengono fatte nuove scoperte scientifiche e mediche: quindi per me è ragionevole sperare per mio figlio. Senza dubbio, ci aiuta anche la nostra indole, siamo ottimisti per natura. Ma è anche una scelta: io voglio trasmettere l’ottimismo e l’amore per la vita a Giorgio, a tutti e due i miei figli. A me in particolare, questo atteggiamento è dato dalla fede, che mi dà la forza di interpretare la vita con speranza. Perché la fede per me è questo: la speranza nella vita. Non credo certo ad una bacchetta magica, che guarisca Giorgio. Abbiamo imparato a vivere con i piedi per terra. Ma realisticamente si può sperare. E questo può essere condivisibile da qualsiasi uomo.

Accudire Giorgio ogni giorno non è semplice. Quali sono le principali difficoltà?
Anzitutto difficoltà di natura economica. Per Giorgio abbiamo cambiato casa: quella di prima, era al secondo piano, la carrozzina non entrava nell’ascensore e non passava dalle porte. Così ne ho fatta costruire una più a sua dimensione. La fisioterapia costa come i macchinari e la tata con competenze infermieristiche. Per fortuna all’assistenza notturna pensiamo noi.

Le istituzioni vi aiutano in qualche modo?
Gli aiuti sono ridicoli. Giorgio, come chiunque nelle sue condizioni, riceve circa 250 euro al mese per la pensione d’invalidità totale e circa 400 euro per l’accompagnamento. Alcune aziende ospedaliere forniscono l’assistenza domiciliare per la fisioterapia, ma solo per una seduta al giorno, mentre Giorgio ne necessita tre. Le altre due, per fortuna, posso pagarle io, ricorrendo ai privati. E finché il Signore mi darà la forza di mantenere questo menage, continuerò. Ma capisco che in altre famiglie, dove c’è anche il problema della propria sopravvivenza, la disperazione ha il sopravvento.

Cosa dovrebbe fare lo Stato?
Intervenire con aiuti economici più adeguati, concedere sgravi fiscali a chi assiste i propri cari a casa, fornire assistenza domiciliare sempre. Io credo che basterebbe questo per recuperare un po’ dell’ottimismo di cui parlo.

Lei è anche un avvocato. Qual è il suo parere sulla vicenda giudiziaria di Eluana?
Non contesto l’accertamento dei giudici della volontà di Eluana. Ma mi sconcerta la decisione di sospendere l’alimentazione. Da quello che ho letto credo che Eluana si trovi in condizioni simili a quelle di mio figlio. La peg serve solo ad alimentarli. I magistrati hanno emesso una vera e propria sentenza alla pena capitale.

La corte di Appello di Milano e la Cassazione hanno stabilito che le condizioni di vita di Eluana sono inconciliabili con la concezione di dignità della vita che Eluana stessa aveva…
La sentenza si è basata anche sulla relazione di consulenti medici. Che hanno parlato di accanimento terapeutico. Così hanno espresso una loro opinione, discrezionale, cioè nemmeno condivisa dalla comunità medica. Non hanno accertato quanto avviene di fatto, come avrebbero dovuto, cioè, ribadisco, che Eluana è solo alimentata tramite un sondino.

Lei ha chiesto di incontrare Beppino Englaro. Cosa vorrebbe dirgli?
Vorrei raccontargli quello che mi è accaduto e come ho affrontato i miei problemi. È un uomo che affronta le pene dell’inferno, lo comprendo bene. Da padre a padre, non lo giudico. Vorrei solo dirgli che è possibile una vita diversa. Si può reagire al coma. Si può sperare. Mi piacerebbe che lui prendesse parte a quello che viviamo noi.

Qual è il momento più caro vissuto con Giorgio?
Giorgio è fonte di gioia per me ogni minuto e ringrazio Dio ogni giorno. Ricordo sempre quando giocava a pallanuoto, come si arrabbiava quando non parava un tiro decisivo. Aveva un senso fortissimo della squadra e dell’amicizia. Per la sua passione per la pallanuoto, ho fatto costruire una piccola piscina, nel nostro giardino: c’è uno scivolo, per farlo scendere in acqua con la carrozzina, e d’estate fa lì la fisioterapia. Spesso facciamo con lui il bagno, abbracciandoci insieme per sostenerlo. Quello è per me il momento più emozionante, perché è come se tornasse il Giorgio di prima. Come quando facevamo tutti e quattro il bagno al mare.

Postato da: giacabi a 14:31 | link | commenti
eutanasia, barsotti

lunedì, 05 maggio 2008
Inaspettatamente

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Inaspettatamente
da Gesù e la Samaritana,
Il Vangelo continua: «Venit mulier de Samaria haurire aquam». Dio ci tende tranelli.
La Samaritana non andava da Gesù. Così il Signore agi­sce con noi! Noi lo si trova ed Egli s'incontra con noi forse quando meno ce lo aspettiamo, quando ci sembra che tutto sia finito e una grande desolazione di spirito ci prostra, ci chiude, ci inaridisce e l'anima nostra è come un deserto, e ci sembra che sia impossibile ogni speranza.
Ecco che allora Egli si fa presente. Lo troviamo laddove non avremmo mai creduto trovarlo. Quante volte nella nostra vita spirituale noi abbiamo sperimentato questo e come anco­ra lo sperimenteremo nella nostra vita avvenire! Forse i nostri incontri più veri, più profondi, più vivi con Dio non si sono realizzati laddove sapevamo che Egli era ad aspettarci, che era pronto a riceverci, ma nei luoghi più impensati, nei momenti si direbbe più strani. Questa donna andava a pren­dere acqua; una giovane donna amante, contesa per la sua bellezza, una giovane donna che facilmente anche si abban­donava al primo venuto ed era contenta, in fondo, della sua vita; non appare davvero dal Vangelo che in lei ci fosse qual­che rimorso che preparasse il suo incontro con Dio. Andava, forse cantando, portando sul capo o sulle spalle l'anfora vuo­ta, lieta di vivere e contenta di essere amata. Il fatto poi del suo linguaggio col Signore, che cercherà di metterlo in fallo, di portare il discorso su un piano più umano, dimostra che era ben lontana dal prevedere quello che sarebbe avvenuto, che era ben lontana anche dal desiderarlo. «Venit mulier de Samaria haurire aquam». Ditemi un po': non si dà troppa importanza alle nostre preparazioni? a quello che noi faccia­mo? a quello che noi dobbiamo fare nei confronti di Dio? In fondo la Samaritana s'incontrò con Lui, dicevo già prima, nel momento in cui ella meno pensava e sembrava meno prepa­rata all'incontro. E proprio questo che è bello negli incontri con Dio, no? Se noi ci preparassimo tanto, poi non dico mica che rimarremmo delusi, ma in fondo il dono di questo amo­re infinito non ci meraviglierebbe, non ci solleverebbe, non ci dilaterebbe nello stupore, nella gratitudine, nella gioia come quando Egli viene senza che noi lo sospettiamo, senza che noi l'aspettiamo e apre tutte le porte. Non è vero? Qualche volta tu sei nell'angoscia, nella tristezza, nella disperazione, a un certo momento si spalancano le finestre: una grande gioia, una grande luce t'entra dentro, non sai più da che parte tu potresti rifugiarti per non essere sommersa dal fascino, per non essere sommersa dalla dolcezza di Dio. Come avviene tutto questo? quando avviene? non lo sai, Egli è l'amore. «Venit mulier de Samaria haurire aquam». Un gesto molto semplice, sereno, umano. Non venne certo per incontrare il Signore, nemmeno lo sospettava, nemmeno lo pensava. Egli era lì che aspettava, Egli era lì che attendeva la donna, Egli voleva chiederle qualcosa, almeno quello che ella poteva dar­gli, ma lei, lei a tutto pensava fuorché al Signore. Vedete, è proprio questo che dimostra il carattere veramente vivo e gra­tuito della vita religiosa; gratuito nel senso che non è una costruzione artificiosa fatta dall'uomo, non è il risultato di una tecnica umana come può essere la spiritualità indù: si mettono le gambe in un certo modo, le mani in un certo modo... ma noi cristiani si può stare a sedere e anche a letto e quando piace a Lui ci porta su, non è vero?

Divo Barsotti                da:  http://www.gliscritti.it/