Antoni Gaudí è considerato il più grande architetto della storia della Spagna e uno dei geni più visionari dell’architettura mondiale. La sua opera più celebre e incompiuta, la Sagrada Família, è oggi uno dei monumenti più visitati al mondo, simbolo di Barcellona e della sua fede profonda. Tuttavia, il finale della sua vita fu segnato da una tragica ironia e da una semplicità estrema che, purtroppo, contribuì alla sua morte prematura.
Negli ultimi anni della sua vita, Gaudí si era progressivamente distaccato dalla mondanità e dalla fama. All’età di 73 anni viveva in modo quasi ascetico: si era dedicato completamente alla religione e al lavoro sulla Sagrada Família, rinunciando a qualsiasi forma di vanità o comfort personale. Non curava più il proprio aspetto fisico, indossava abiti vecchi e logori, spesso rattoppati con spille da balia, e scarpe consumate dal tempo. Per chi non lo conosceva, Gaudí non appariva come un celebre architetto, ma come un semplice uomo di strada.
Questo aspetto umile e trasandato ebbe conseguenze drammatiche.
Nel pomeriggio del 7 giugno 1926, Gaudí lasciò il cantiere della Sagrada Família per recarsi, come faceva ogni giorno, alla chiesa di Sant Felip Neri, dove si fermava a pregare. Mentre attraversava l’incrocio tra Gran Via de les Corts Catalanes, fu investito violentemente da un tram della linea 30. L’impatto fu devastante: Gaudí riportò gravi ferite alla testa e alle costole e perse conoscenza sul colpo.
A causa del suo aspetto trascurato, i passanti non lo riconobbero e lo scambiarono per un senzatetto. Nessun taxi volle trasportarlo in ospedale e venne infine condotto all’Ospedale della Santa Creu, destinato ai poveri e agli indigenti. Solo il giorno successivo alcuni collaboratori lo riconobbero, ma ormai era troppo tardi. Antoni Gaudí morì il 10 giugno 1926, tre giorni dopo l’incidente.
La sua morte scosse profondamente Barcellona. Al funerale parteciparono migliaia di persone, e la città rese finalmente omaggio a quell’uomo che in vita aveva scelto l’umiltà assoluta. Oggi Gaudí riposa nella cripta della Sagrada Família, il capolavoro a cui aveva dedicato anima, fede e gli ultimi anni della sua esistenza.
La sua storia resta un potente simbolo: il genio che rinunciò alla gloria terrena per lasciare al mondo un’eredità eterna.
Alle ore 6.05 del pomeriggio di lunedì 7 giugno 1926, l’architetto Antonio Gaudí, che aveva 73 anni, stava per attraversare Granvía tra Bailén e Gerona, nella loro solita passeggiata tra la Sagrada Familia e l’oratorio di San Filippo Neri, vicino alla cattedrale. Andò oltre le rotaie del tram che, con il disco n. 30, circolava tra la Plaza de Tetuán e il lungomare. Quando tentò di attraversare i binari notò la vicinanza di un altro tram su questa strada e provò a tornare indietro; a quel punto un altro tram, viaggiando nella direzione opposta, lo investì e l’architetto cadde a terra con una commozione cerebrale.
L’architettura di Gaudí è senza tempo, poiché non dipende da stili o mode e continua a piacersi più di ottanta anni dopo la sua morte, così come continuano a piacere ai fiori o alle montagne. Ha lasciato la porta aperta a un modo di avvicinarsi alla natura, più equilibrato ed ecologico.
Il suo messaggio alle generazioni che gli sono successe non è quello di chiedere che le sue forme siano imitate, ma che siano studiate quelle della natura, dalle quali si possano ottenere molteplici soluzioni,vario e utile, come ha affermato l’architetto Josè Manuel Almuzara, presidente dell’associazione pro beatificazione di Antoni Gaudì:
E’ vero che si pensò di costruire la Sagrada Familia per combattere un’epidemia?
“L’associazione non nacque per combattere un’epidemia ed il Tempio espiatorio della Sagrada Familia fu costruito affinchè ‘svegli dal suo tepore i cuori addormentati. Esalti la fede. Dia calore alla carità’: così si può leggere negli Atti della collocazione della prima pietra del 19 marzo 1882.
Josè Maria Bocabella Verdaguer (1815-1892) fonda l’Associazione alla vigilia della Natività della Vergine Maria il 7 dicembre 1866. L’associazione spirituale dei devoti di san Giuseppe ricorse ‘particolarmente a san Giuseppe per implorare la sua preziosa protezione a sostegno della Chiesa cattolica e per il bene della società con il fine esclusivamente caritatevole contro l’immoralità e l’errore’.
Dal 1867 si pubblica la rivista ‘El Propagador de la Devoción a San José’, ad imitazione di un’altra pubblicazione simile, diretta dal marista francese, p. Joseph Huguet. La rivista fu pubblicata ogni mese ed attualmente si chiama ‘Temple’. Infatti Gaudì si domandò: Chi non si sente poeta vicino alla chiesa?”
Quale sfida porta la pandemia che viviamo alla fede?
“Penso che sia una sfida per la riflessione personale e comunitaria ed un’occasione per renderci conto della nostra condizione e cosa possiamo apprendere per realizzare un mondo migliore, più umano e sensibile verso la cultura della vita, della giustizia e del bene comune. Un’opportunità per confidare nella Provvidenza, pur nella fatica di ogni giorno, perché ‘tutto dipende dalle circostanze: sono le manifestazioni della Provvidenza’, affermava Gaudì”.
Gaudì aveva un rapporto particolare con i poveri e gli operai: quale?
“Gaudí vedeva che molti poveri andavano a chiedere l’elemosina vicino al tempio che stava nascendo e disse che ‘i poveri devono essere sempre accolti nella Chiesa’. Volle che quell’opera che stava costruendo fosse chiamata ‘la cattedrale dei poveri’, perché sorgeva in un quartiere completamente periferico, quelle periferie dove il Papa ci invita ad andare.
Inoltre Gaudí curava molto il suo rapporto personale con gli operai; andava a visitarli a casa, se erano malati, li consigliava di non eccedere, soprattutto nel bere, e si preoccupava che non mancasse loro nulla, offrendo (se era necessario) il suo aiuto finanziario, sebbene in quegli anni anche lui vivesse molto poveramente nel cantiere, come un costruttore medievale di cattedrali, insieme ai suoi operai e così austeramente come loro, e forse anche di più.
Fece anche costruire scuole vicino al tempio per i figli degli operai e degli abitanti del quartiere per ‘insegnare a chi non sa’. Con la sua consueta genialità, imitò architettonicamente le strutture del cuore umano e citò i nomi delle tre persone della Santa Famiglia: Gesù, Maria e Giuseppe. Un bel modo di dire che sono l’amore e la famiglia a dover ispirare l’attività di ogni scuola”.
A quale punto è la sua causa di beatificazione?
“Si sta lavorando nella ‘positio’ sulla sua vita, virtù e sulla fama della sua santità: un volume dove sono racolti un’esposizione sulla storia del ‘processo’ con l’apparato probatorio; le dichiarazioni dei testimoni e la documentazione delle opere e della fama di santità di intercessione del Servo di Dio; il ‘dictamen’dei suoi scritti; la biografia documentata del servo di Dio; la ‘informatio’ sulle virtù esercitate in modo eroico dallo stesso.
Ora i componenti della Congregazione della Causa dei Santi studieranno la ‘positio super vita, virtutibus et fama sanctitatis’. Se i loro pareri sono unanimemente positivi sull’esercizio eroico delle sue virtù, il prefetto della congregazione presenterà al papa il relativo decreto di santità di tali virtù, affinché sia autorizzata la pubblicazione. Da questo momento Gaudì sarà proclamato ‘venerabile
Io, cardinale, convertito dallo
spettacolo moderno eppure cattolicissimo della Sagrada Familia
***
febbraio 16, 2015
George Pell
Il “ministro dell’Economia” di
papa Francesco, George Pell, racconta la sua visita sconvolgente a
Barcellona. Dove ha scoperto che la basilica di Gaudí sa parlare di
Cristo alle persone come nessun altro posto al mondo
Già arcivescovo di Sydney e primate d’Australia, il cardinale
George Pell è stato nominato da papa Francesco prefetto della Segreteria
per l’Economia della Santa Sede. Proponiamo di seguito in una nostra
traduzione il suo articolo dedicato alla Sagrada Familia di Barcellona,
la basilica che secondo il porporato «può salvare la Chiesa in Europa».
Il testo è apparso originariamente nel numero di febbraio 2015 del Catholic Herald ed è riprodotto integralmente in inglese in questa pagina. Sono andato a Barcellona per caso. La moglie e le figlie di mio
fratello erano rimaste deliziate da questa elegante città nel nord della
Spagna, in special modo dalla basilica della Sacra Famiglia. Hanno
convinto mio fratello che anche lui doveva vedere la città, e lui ha
chiesto a me di unirmi alla visita. Naturalmente sapevo di quella chiesa e dell’entusiasmo di papa
Benedetto verso di essa. Anche uno degli architetti del nuovo Benedict
XVI Retreat Centre di Sydney aveva scritto un articolo di elogio. Ma
benché condividessi molti dei loro giudizi artistici, ero stato
sviato dalle foto dell’esterno della basilica. Mi pareva tutto un po’
strambo: Picasso a Hollywood. Dell’interno della basilica, però, non
sapevo nulla (e dell’esterno non molto di più, per la verità). Ero
abbastanza preparato a non rimanere impressionato. La
mia visita ha cambiato completamente la mia opinione, perché la
basilica è opera di un genio. Quel luogo di culto parla di Dio alla
gente di oggi (e di domani) in maniera più eloquente di qualunque chiesa
che io conosca.Ci sono simboli cattolici ovunque, che parlano di
Cristo, della Chiesa, della luce e della vita. Ogni anno 3.200.000
turisti paganti vi si recano in visita, permettendo così che la
costruzione prosegua. La chiesa è un prodotto della turbolenta storia religiosa della
Spagna, e nel corso della sua vita relativamente breve è stata già
danneggiata e chiusa per un certo periodo a causa della violenza
anticattolica. Nel XIX secolo Barcellona era un centro dello sviluppo industriale di
una Spagna che stava cambiando la sua natura di società coloniale e
rurale. Quando le forze democratiche anti-religiose e violente scatenate
dalla Rivoluzione francese del 1789 si propagarono in tutta Europa, lo
Stato spagnolo, nel 1836, espropriò tutte le terre e i beni della
Chiesa. Nella crisi spirituale conseguente l’ascesa dell’ateismo militante fu
molto combattuta da parte di tanti preti e fedeli cattolici.
L’Associazione dei Devoti di San Giuseppe fu fondata nel 1866 dal
libraio filantropo Josep Maria Bocabella, e crebbe rapidamente fino a
contare mezzo milione di soci. Nel 1878 essi decisero di costruire un
tempio espiatorio di preghiera e di culto dedicato alla Sacra Famiglia.
L’opera iniziò nel 1882, ispirata in parte alla devozione alla Santa
Casa di Nazareth, che era stata traslata a Loreto, in Italia, nel XIII
secolo, probabilmente da crociati. La basilica non è la cattedrale di Barcellona e per la sua
costruzione non sono stati usati fondi governativi o diocesani. Fin dal
principio l’edificio è stato un esercizio donchisciottesco. Il primo
architetto della Sagrada Familia, Francisco del Villar,
convinse Boccabella a non costruire una riproduzione del santuario di
Loreto, ma a seguire lo stile neo-gotico delle grandi cattedrali
medievali, in voga all’epoca. Alcune controversie finanziarie e
artistiche provocarono poi la rinuncia di del Villar, e nel 1883
Boccabella ingaggiò come architetto del nuovo progetto il 31enne Antoni
Gaudí. Questi mantenne l’incarico per 43 anni, fino alla sua morte nel
1926. Gran parte della cripta era già stata costruita e Gaudí ne corresse
il progetto solo lievemente. Il suo genio creativo emerse presto nel
disegno radicalmente diverso dell’abside, del chiostro e
del portale della facciata della Natività, e nei dettagliati progetti
per la costruzione di una chiesa sorprendentemente diversa che lasciò ai
suoi successori. Durante la Guerra civile spagnola degli anni Trenta i comunisti
distrussero i progetti (ma non tutti), danneggiarono i modelli e
fermarono il cantiere, che non ripartì fino al 1954. La chiesa in
origine sorgeva isolata in campagna ma oggi è circondata da negozi e
abitazioni. Alcuni di questi saranno demoliti per creare un ambiente più
adatto e soprattutto un ampio piazzale d’ingresso. Continueranno a essere scritti libri sulla Sagrada Familia, ed è
difficile decidere da dove cominciare per descrivere così tanti tratti
strani e belli. La chiesa è enorme e alta, in grado di contenere 14 mila
fedeli, e il coro sopraelevato può accogliere 1.200 cantanti. La torre
principale sarà alta 170 metri, dunque meno del vicino manufatto divino,
il colle Montjuic, che misura 200 metri di altitudine. Ogni
generazione di costruttori di chiese desidera offrire il meglio delle
proprie capacità all’unico buon Dio e questo in genere – forse sempre –
dovrebbe significare che ci mettano qualcosa della loro epoca e della
loro nazione che vada oltre il contributo offerto dalle generazioni
precedenti. La Spagna ha molti begli edifici e monumenti tradizionali. Ma anche
Picasso era spagnolo, così come Joan Miró e come pure Gaudí. Gaudí era
profondamente cattolico, ma spagnolo nell’anima. Non si è mai tentati di pensare a questa basilica come a un museo.
Sebbene affondi le sue radici nello stile neo-gotico, essa appartiene al
domani ancor più che all’oggi. I nostri contemporanei, soprattutto i
non religiosi, sono rivolti al futuro, nella speranza che il progresso
tecnico ed economico continui. Non guardano indietro alla venuta di
Cristo come al punto di svolta della storia, né ad altri avvenimenti
precedenti. Amano la novità e l’innovazione. Questa basilica parla a
loro, perché racconta l’antica storia cristiana in un modo nuovo. I 1.700 anni di civilizzazione cristiana e gli ultimi 300 di
persecuzione intermittente, spesso ripetuta, in questa chiesa sono la
rampa di lancio essenziale per gli insegnamenti della Bibbia, della
liturgia e della natura stessa. Nessun dettaglio è appena una stanca
rappresentazione del passato, come alcune immagini sacre. Ogni
tradizione è rispettata, riconoscibile, ma sviluppata e cambiata. Le
decorazioni sono insolitamente variopinte; non ci sono linee diritte ma
piuttosto torsioni e curve come di tronchi d’albero. La luce è dappertutto e illumina le potenti vetrate colorate con i
loro arabeschi astratti e le tinte brillanti e forti. L’edificio è
circondato da colonne scanalate, rivolte in direzioni diverse a ogni
capo, spesso con la parte centrale più sottile. Sospesa sopra l’altare maggiore, una enorme figura del Cristo
sofferente e crocifisso, con le gambe quasi piegate in due, le braccia
dolorosamente tese e la testa rivolta ai cieli, domina l’interno della
chiesa. Sopra tutto questo c’è un baldacchino quasi tradizionale, un
simbolo preso dalla tenda che le coppie ebree tengono sopra le teste
quando si scambiano i voti matrimoniali. Qualcosa di simile si trova in
molte chiese antiche (e a San Pietro a Roma) e ci ricorda del matrimonio
di Cristo con la comunità della sua Chiesa. Le quattro colonne di
porfido rappresentano i Vangeli e i pilastri i dodici Apostoli. Intorno all’altare principale Gaudí voleva creare una foresta mistica
con la luce che filtra in cento modi diversi attraverso le colonne, le
volte e il tetto, come tra le chiome di antichi alberi. Faceva di
tutto per evocare il trascendente, per indurre soggezione e per
invitare all’adorazione, per incoraggiare la meditazione e la preghiera. Le chiese gotiche, più di tutte le altre, con la loro altezza e la
loro luce sono progettate per elevare i nostri cuori e menti a Dio. Gaudí porta tutto questo a un nuovo livello, ben oltre quello che mi
attendessi e che io abbia sperimentato nelle tante chiese belle e pie
che ho visitato. Mi sono sentito sopraffatto; non dalla paura, ma dalla
magnificenza e dalla sacralità. Ho realizzato che quella era davvero una
casa di Dio. L’interno è più che una semplice réclame al paranormale, o perfino al
soprannaturale. È anche più di una predica, perché le
belle prediche possono essere noiose a volte. È una chiamata alla
conversione e un’introduzione ai misteri cristiani così come essi sono
vissuti e compresi dai cattolici di rito latino. Anche il tetto della Sagrada Familia è un po’ come una foresta,
ricoperto da 18 torri di quattro tipi. Naturalmente la torre di Gesù è
la più alta, seguita dalle quattro torri degli evangelisti, la torre
della Vergine Maria sopra l’abside, che è poco più bassa, e poi le
dodici torri campanarie degli apostoli, che circondano l’edificio e sono
divise in tre gruppi sopra i tre portali. Ogni guglia è coperta da pezzi di ceramica smaltata e colorata
proveniente dall’isola di Murano, nel nord dell’Italia. Le guglie
ricordano una collezione di cartoline esotiche o trofei sportivi, ma
sono tutte protese verso i cieli. Tre facciate decorate con molte figure diverse incorniciano i portali
e sono dedicate alla Natività, alla Passione e alla Gloria. Un chiostro
coperto circonderà in futuro la chiesa, separando il mondo esterno
secolare da quello sacro. La facciata della Natività fu cominciata negli anni Novanta
dell’Ottocento e ha tre portici dedicati ognuno a una virtù teologale e a
un membro della Sacra Famiglia. Gesù rappresenta l’amore o carità,
sormontato dall’albero della vita; Giuseppe rappresenta la speranza e la
Vergine Maria rappresenta la fede. Vi sono riprodotte scene
dall’infanzia di Gesù con figure belle e tradizionali, rassicuranti
nella loro pietà e nel loro realismo. Il contesto è rigoglioso e
caotico, ma i fedeli allora come oggi amano la fantasia. La facciata della Passione è diversa: sinistra e spigolosa, coglie il
male e la violenza. Gaudí ritardò l’avvio della sua costruzione perché
sapeva che sarebbe stata impopolare. La sua nascita fu accompagnata da
proteste per le strade. Qui le figure sono severe, spesso lineari, con
la testa squadrata, torve e sgradevoli. Fu commissionato allo scultore
d’avanguardia Josep Subirachs il compito di completare e riempire gli
schizzi di Gaudí, e lui ci ha trasmesso la brutalità e la realtà dei
patimenti di Cristo. La Resurrezione è arrivata più tardi. Questo portale è una
lezione provocatoria ma brillante. La costruzione della facciata della
Gloria, che diventerà l’ingresso principale, è iniziata solo nel 2002.
Le rappresentazioni delle Quattro Cose Ultime – la morte, il giudizio,
il paradiso e l’inferno – con nuvole simili a palloncini rovesciati che
rappresentano il Credo, sette porte che rappresentano i sacramenti e
colonne con iscrizioni che rappresentano i sette peccati capitali e le
opposte virtù cristiane, confondono e rassicurano allo stesso modo. Non
so con quanta efficacia questo insolito immaginario parlerà alla gente, o
con quanta efficacia abbia parlato a me. Ovunque nel mondo occidentale la famiglia è sotto pressione a causa
della rivoluzione prodotta dall’innovazione della pillola. Abbondano i
divorzi e sempre più persone scelgono di non sposarsi e di non
risposarsi. Una basilica dedicata alla Sacra Famiglia che sottolinea il
ruolo di Giuseppe così come quello di Maria è provvidenziale. Una delle guide mi ha detto che molti visitatori terminano il giro
dicendo che la basilica ha dato loro davvero qualcosa su cui riflettere.
Certamente questo è vero per me.
La vita è amore, e l’amore è sacrificio. A qualsiasi livello si osserva che, quando una casa conduce una vita prospera, c’è qualcuno che si sacrifica. Quando le persone che si sacrificano sono due, la vita del nucleo diventa brillante, esemplare. Un matrimonio, in cui i due coniugi hanno spirito di sacrificio, è caratterizzato dalla pace e dall’allegria, che ci siano figli o no, ricchezza o no. Se coloro che si sacrificano sono più di due, la casa brilla di mille luci che abbagliano chiunque si avvicini. Il motivo della crescita spirituale e materiale degli ordini religiosi è che tutti i membri si sacrificano per il bene comune (da A. Gaudí, Idee per l’architettura. Scritti e pensieri raccolti dagli allievi, a cura di I.Puig-Boada, Jaca Book, Milano, 1995, pag.277).
Gaudí spiega la Creazione alla Gmg di Rio. La Sagrada Família
*** come il libro della Genesi Luglio 24, 2013 Silvia Guidi tratto dall’Osservatore Romano - Un giorno decide di chiedere una donazione a un conoscente molto ricco: «Faccia questo sacrificio». «Con piacere, non è affatto un sacrificio» risponde quello con un sorriso. E lui, subito: «Allora mi dia abbastanza perché lo sia!». Il protagonista dell’aneddoto è Antoni Gaudí, famoso tra i contemporanei tanto per l’allegria e la pazienza con cui seguiva personalmente i suoi cantieri quanto per la genialità e la perizia con cui progettava case, monasteri, scuole, giardini, cattedrali, arredi liturgici o ninnoli di metallo da regalare ai figli dei suoi collaboratori; la stessa cura, lo stesso amore per l’infinitamente grande come per l’infinitamente piccolo, scaturiti dalla gratitudine per l’immensità del bene ricevuto, la luce della Grazia. Poteva mancare il padre della gigantesca festa del perdono di pietra chiamata Sagrada Família — ma il vero padre è san Giuseppe, ripeteva Gaudí, e il vero “cliente” è Dio — alla Giornata mondiale della gioventù a Rio de Janeiro? Ovviamente no. La mostra dedicata all’artista catalano, inaugurata al Museu de Arte Contemporânea de Niterói il 23 luglio dall’arcivescovo di Barcellona, il cardinale Lluís Martínez Sistach, si intitola «Antoni Gaudí, the Days of Creation». Voluta fortemente dagli organizzatori locali, ripercorre in tre sezioni — «Luce», «Uomo e Natura», «Meraviglia» — l’arte e l’opera del genio catalano. «In questa esposizione — spiega la curatrice, l’architetto Chiara Curti a Radio Vaticana — si racconta come Gaudí costruisce. Insisteva sempre sul fatto che era un collaboratore della Creazione, così abbiamo preso come spunto il libro della Genesi». La mostra, perciò, si divide in tre grandi capitoli. Il primo parla della luce, di come le architetture di Gaudí partano tutte da un principio: come entra la luce dentro gli edifici. Il secondo capitolo è dedicato alla osservazione della natura e alle relazioni con gli uomini. Il terzo sullo stupore verso la bellezza. Il riferimento continuo è alla Genesi e si ripercorrono i giorni della Creazione accompagnati da Gaudí e dalle sue opere. Un’altra mostra dedicata a Gaudí è stata allestita due anni fa a Madrid, nel Parco del Ritiro, ed è stata la più visitata in assoluto, con settantamila visite in quattro giorni, «avevamo anche aperto reti sociali in internet legate alla mostra — continua Chiara Curti — per avvisare man mano varie personalità che potevano visitarle e che avrebbero tenuto anche piccole conferenze ai ragazzi e in queste reti sociali sono state raccontate tante conversioni e momenti particolari. A me ha colpito molto vedere una guardia notturna, tanto commossa dalle spiegazioni che ascoltava — la mostra restava aperta fino alle due del mattino — che ha deciso di portare le sue due figlie: le ha tenute lì tutta la notte per spiegargli la mostra. Vale la pena portare avanti questi progetti anche per queste piccole grandi cose che succedono». Del resto «il più grande capolavoro di Gaudí non fu tanto la Sagrada Família in sé — scrive Luca Nannipieri in un recente saggio in cui legge l’arte di Gaudí come una sfida alla mentalità contemporanea — quanto l’avere concepito l’opera come una cattedrale dell’Europa moderna e avere costruito con essa e insieme a essa un popolo composto da credenti e non credenti, che ha contribuito e contribuisce ancora, a quasi cento anni dalla sua morte, al lavoro del genio catalano». Antoni Gaudí era consapevole di non poter riuscire da solo nell’impresa e sapeva che essa richiedeva il popolo, la massa, la massa dei credenti, ma anche dei non credenti, che riconoscevano in quella chiesa non ancora sorta, in quell’ipotesi di cattedrale, qualcosa di importante per loro. Per la loro identità, per il loro avvenire. Ed è proprio la creazione di questo popolo la vera utopia realizzata di questo grande genio cristiano. Che continua a generare bellezza, speranza, fede. «Commossa dalla bellezza di quei giorni a Madrid — spiega Shiho Othake, da anni collaboratrice dello scultore Etsuro Sotoo nella Fabbrica della cattedrale, che ha lavorato all’allestimento della mostra «Sagrada Família. Moved by Beauty», alla Giornata mondiale della gioventù del 2011 — ho deciso di chiedere il battesimo. Mio padre è cattolico, mia madre no; mi ha sempre molto incuriosito la felicità e la serenità che vedevo sul volto di mio padre. Volevo essere felice come lui. Il mio nome significa camminare; da quando, a Barcellona, ho iniziato il mio cammino ho voglia di correre». Un cammino che si rinnova, nella sua proposta, anche in questi giorni di Rio. antoni gaudi brasile creazione genesi giornata mondiale della gioventù gmg gmg brasile mostra gaudì rio sagrada familia
Giovanni Ricciardi - «Gaudí, l’architetto di Dio. Intervista con Joan Bassegoda i Nonell»
GAUDÍ, L'ARCHITETTO DI DIO
***
Giovanni Ricciardi a colloquio con Joan Bassegoda i Nonell
Giovanni Ricciardi che ha curato l'edizione italiana del volume Gaudí – l'architettura dello spirito ha intervistato il prof. Joan Bassegoda in merito all'ispirazione cristiana del grande architetto catalano e all'apertura del suo processo di beatificazione.
L'intervista è compresa nell'Appendice (L'architettetto di Dio) del volume Ares e originariamente fu pubblicata sulle pagine del mensile 30giorni.
Professor Bassegoda, è rimasto sorpreso dall’apertura del processo di beatificazione di Gaudí?
No. La fama di santità di Gaudí (foto) non è una cosa nuova.
Alla sua morte, nel 1926, erano moltissimi i testimoni e i collaboratori
che lo consideravano già allora un santo. E l’espressione «Gaudí:
l’architetto di Dio», che è il motto dell’Associazione per la
beatificazione, fu coniata allora. Né mi sorprende che la questione sia
rimasta «congelata» per tanti anni. Dopo la morte di Gaudí, venne un
periodo difficile. Nel 1931 ci fu la Repubblica, poi la Guerra civile.
La Sagrada Familia era rimasta quasi interrotta. Durante la Guerra
civile l’hanno bruciata. Poi, dopo la guerra, è venuta la ricostruzione,
un processo lungo, c’era scarsità di mezzi. Finalmente, nel 1956, si
incomincia la facciata della Passione, e riprende l’opera della Sagrada
Familia. Poco prima, nel 1952, era stato commemorato il centenario della
nascita di Gaudí. Fu allestita una mostra che girò il mondo e che
rappresentò una riscoperta di Gaudí, che era rimasto un po’ in ombra,
sia per le note ragioni storiche, e poi perché, quando muore Gaudí,
Gropius inaugura il Bauhaus a Dessau, che è la negazione,
architettonicamente parlando, di Gaudí.
Lei sottoscriverebbe l’espressione: «Gaudí, architetto di Dio»?
Ràfols, l’autore della prima biografia di Gaudí, che uscì nel 1929,
diceva che Gaudí fuori della fede è incomprensibile, se non si ha la
fede non lo si può capire. Questa per me è un po’ un’esagerazione. Ma è
fuor di dubbio che fu un cristiano esemplare e che visse la fede come il
cardine della sua vita e del suo lavoro.
A che cosa si ispira l’architettura di Gaudí?
Gaudí non dipende da una scuola, da uno stile o da un tempo, perché ha
sempre cercato la sua ispirazione direttamente nella natura. E, in
particolare, nella natura del Mediterraneo. Uno spazio che caratterizza
allo stesso modo il Peloponneso e il Camp di Tarragona. La stessa luce,
che arriva inclinata a 45 gradi, permettendo un’illuminazione perfetta
degli oggetti. E fa vedere chiaramente la realtà. E Gaudí diceva di sé
stesso: «Io ho immaginazione, non fantasia». Immaginazione viene da
immagine: vedere la realtà delle cose. Le cose come sono, non come la
fantasia le elabora. A lui non piaceva la fantasia. Un falegname che
lavorava con lui diceva spesso: «Gaudí ha la testa chiara». Quella era
la qualità di Gaudí. Aggiungerei: era molto ingenuo, e aveva una grande
capacità di osservazione.
In che senso era ingenuo?
Nel senso che aveva un rapporto diretto con la realtà. Aveva, diciamo
così, una certa innocenza. Non era capace cioè di una «mediazione
intellettuale» di fronte alle cose. Gaudí non è stato mai un
intellettuale. Era intelligente, il che è diverso. L’intellettuale gioca
con le conoscenze di cui dispone, mentre l’uomo intelligente è quello
che guarda la realtà per quello che è. E Gaudí vedeva che la natura fa
le cose con assoluta funzionalità: un animale, un albero, una montagna
hanno la forma che devono avere e non ne possono avere un’altra. E lui
tentava di fare cose funzionali, perché riteneva che la forma più
funzionale fosse anche la più bella. Quanto alla bellezza, certo, può
essere una questione di gusto, e il gusto è una cosa delicatissima. È
chiaro, se uno ha come modello di bellezza i dipinti di Piero della
Francesca, la bellezza ideale neoplatonica, così distante dalla
realtà... beh, Gaudí è un’altra cosa. È l’esplosione di un’arte diversa,
che si pone umilmente «accanto» alla natura.
Quindi c’è anche un atteggiamento di umiltà in questo modo di fare arte... Gaudí si considerava un «copiatore», non un creatore di forme, perché
l’unico Creatore è Dio. Allora cercava le soluzioni nella natura e le
trasferiva in architettura. Questa era la sua mentalità, che si potrebbe
definire «francescana». È la valorizzazione della creazione, della
realtà come opera di Dio, l’idea di unire con un «filo d’oro» la
creazione di Dio, la natura, all’architettura.
Gaudí era consapevole del richiamo a Francesco?
Sì, sì, assolutamente. E anche i suoi allievi. Con questo spirito
francescano, umile e soprattutto ammiratore della bellezza della natura,
Gaudí non ha ripetuto mai una soluzione. Aveva a disposizione una
varietà così grande di forme naturali che non aveva bisogno di
ripetersi. Al contrario di altri architetti, che trovano una soluzione e
la ripetono costantemente.
Lei faceva riferimento al Bauhaus e all’architettura razionalista...
Il movimento razionalista pretende di fuggire dalla complicazione del
modernismo, dell’eclettismo e cercare la semplicità. Ma cerca una
semplicità che non è «vera», perché le forme cubiche o piane tipiche del
razionalismo non esistono in natura. È un’astrazione della forma. Gaudí
non è stato mai astratto. Non capiva quello stile.
Eppure molti mettono in relazione l’opera di Gaudí con le teorie di
Rudolf Steiner, il fondatore dell’antroposofia, che influenzò largamente
l’architettura del ’900...
Gaudí non sapeva niente di Steiner. Nemmeno sapeva chi era. Figuriamoci
se gli interessavano le sue teorie antroposofiche. Era un uomo concreto.
L’astrazione gli dispiaceva, gli dispiaceva questo modo di vedere la
realtà e ridurla a un’altra cosa. La realtà è così e basta. Parole come
antroposofia suonano molto bene, ma sono vuote. Sono giochi
dell’intelletto.
Molti però pensano che ci sia una sapienza nascosta nelle sue opere.
Su Gaudí si è detto tutto. Che era templare, che era alchimista, che
avrebbe scritto frasi che solo un iniziato alla cabala poteva
pronunciare. O che era massone. Sono tutte stupidaggini. Chi non riesce a
guardare in modo diretto alla bellezza, è costretto a fare dietrologie.
La verità è che a molta gente, e specialmente a certi architetti,
preoccupa il fatto che due milioni di persone all’anno visitino la
Sagrada Familia. Quale architetto riceve un omaggio come questo,
settantasei anni dopo la sua morte?
Non aveva il senso del protagonismo, tipico di molti artisti della sua epoca?
Assolutamente no. Non si è mai fatto pubblicità, non ha mai fatto
conferenze. Non aveva tempo per spiegare tutto quello che usciva dalla
sua testa. Il professor Cardellac, ingegnere e architetto, diceva che lo
stesso Gaudí non sapeva il torrente di idee che era nella sua testa. A
Gaudí non si poteva «chiedere» un progetto, perché era come una cascata
di idee, che spaventava tutti. Spaventava non questa capacità di creare,
bensì di vedere le cose della natura e trasferirle in architettura.
Alcune delle sue soluzioni architettoniche sono in realtà cose
elementari, ma è straordinario pensare che mai nessuno prima di lui le
avesse intuite. E Gaudí le vedeva semplicemente perché era un uomo
«ingenuo», un uomo molto innocente, con una grande visione della realtà,
con una «proprietà» negli occhi: questa capacità di vedere cose che
sono logiche. Le porte della Pedrera, per esempio, hanno maniglie di una
forma particolare: un disegno molto originale. In realtà, si tratta
semplicemente di una forma anatomica. Se si stringe con la mano un
materiale duttile e poi si apre la mano, rimane quella forma. Così, le
sedie di Gaudí hanno forme che sono «parallele» al corpo umano, perché
vi si adattino e servano alla loro funzione. Il problema per Gaudí non è
lo stile, ma la funzionalità.
Quindi il realismo di Gaudí è conseguenza diretta di questo voler imparare dalla natura...
Non «voler» imparare. Imparare direttamente! La natura parla, offre
soluzioni, Gaudí le prende e le inserisce nella costruzione. Gaudí
diceva che il femore è una magnifica colonna, che permette di camminare:
se Dio avesse voluto fare questa colonna in una forma dorica, ionica o
corinzia, l’avrebbe fatta. Invece l’ha fatta nella forma di un
iperboloide, perché funziona meglio. E con questa forma ha disegnato le
colonne della facciata della Passione nella Sagrada Familia.
Le colonne sembrano tese in uno sforzo drammatico...
È così. L’architettura di Gaudí ha una forza espressiva straordinaria.
Le pietre di Gaudí parlano. Per questo la sua architettura la capiscono
meglio i bambini che gli architetti, perché i bambini non hanno
pregiudizi, hanno ancora l’innocenza. Vedono una cosa che è piacevole
perché somiglia alla natura, e la natura è piacevole. E non soltanto i
bambini, ma in genere le persone prive di pregiudizi. Per esempio, Dalí
andava con García Lorca a vedere la facciata della Natività, e García
Lorca diceva: «Vedendo questa facciata io sento gridare! Sento gente che
grida! Guardo più in alto e aumenta il grido, e si mescola col suono
delle trombe degli angeli, e non posso resistere...» e doveva chiudere
gli occhi e le orecchie... Era un poeta, che ascoltava le pietre
parlare. Un poeta ha questa capacità di capire queste cose evidenti, e
anche i bambini ce l’hanno. Ma in alcuni c’è invece un’ossessione, per
cui le cose troppo chiare diventano oscure. Non riescono a credere che
in Gaudí tutto sia così netto, così facile.
È vero che Picasso detestava l’architettura di Gaudí?
Picasso era un grande artista, ma aveva tutt’altra sensibilità. Io non
ho mai letto espressioni d’odio di Picasso contro Gaudí, ma è evidente
che non c’era una consonanza fra i due. Fra l’altro, non si sono mai
conosciuti, perché Picasso si trasferì a Parigi all’inizio del XX
secolo. Invece Dalí era un grande ammiratore di Gaudí.
Eppure anche Dalí sembra molto distante dalla sensibilità di Gaudí...
Certamente, ma bisogna anche dire che il Dalí «privato» era molto
diverso dall’immagine che dava di sé all’esterno. Il suo personaggio
pubblico era calcolatissimo. Certo, sapeva che andare a Parigi o a New
York e parlare di religione cristiana non avrebbe giovato al suo
successo. Ed era un uomo che teneva innanzitutto alla sua immagine.
Proprio il contrario di Gaudí. Lui non poteva capire questi
atteggiamenti da «divo». Era occupato con la sua professione. Per lui
l’arte era una cosa molto seria. Non ha fatto altro che costruire. Non
si è sposato, non ha viaggiato, se non per andare a vedere i cantieri
che dirigeva fuori Barcellona. Non ha scritto. Ha pubblicato, quand’era
giovane, un solo articolo, l’unico della sua vita. Non ha mai tenuto
conferenze. Aveva una dimensione sacra del lavoro, e una grande umiltà
nel vivere sempre a stretto contatto con i suoi operai, ai quali
illustrava direttamente il lavoro. Ed era un uomo profondamente devoto.
Viveva di Messa, di sacramenti, di rosario, della Sacra Scrittura.
Leggeva assiduamente la Bibbia?
Sì, soprattutto l’Apocalisse. E si vede nelle sue opere, tante volte: i
24 vegliardi, le porte di Gerusalemme con gli angeli, le parole Sanctus, Sanctus, Sanctus sulla
Sagrada Familia che salgono elicoidalmente, questo «profumo d’incenso»
della parola «Santo». Queste cose lo influenzarono molto.
Oltre alla Scrittura, quali erano i suoi libri spirituali? Leggeva il Messale Romano, che ancora si conserva. E L’Année liturgique
di dom Guéranger, abate di Solesmes. Sulla liturgia ne sapeva più dei
canonici. Ne era affascinato, perché la liturgia è una cosa che si fa e
che si vede, e che si fa in accordo con l’architettura. Lui leggeva
tutti i giorni L’Année liturgique perché gli interessava
adattare l’architettura alle esigenze della liturgia. Trovò persino il
tempo di seguire un corso di canto gregoriano. Inoltre, la Sagrada
Familia è ricchissima di riferimenti alla dottrina. Una volta Bergós,
uno dei suoi biografi, lo trovò nel cantiere del Tempio con una cartella
in mano. Era la pianta della chiesa con le sue simbologie. E Gaudí
disse: «Guarda, in questa cartella c’è tutta la dottrina cristiana». Ed è
effettivamente così. Andava a Messa tutti i giorni, recitava il
rosario, era devoto alla Madonna.
A proposito della devozione a Maria, è vero che Gaudí avrebbe voluto
porre in cima alla Pedrera una statua della Vergine del Rosario e che il
proprietario, Pedro Milà, gli negò il permesso?
Questo è un fatto molto interessante. Al signor Milà disse che se avesse
saputo che gli avrebbero fatto portare via la Madonna, non avrebbe
accettato di costruire la Pedrera. Gaudí aveva una grande devozione per
la Madonna. Ed effettivamente, nel progetto esiste un disegno della
Madonna nell’angolo.
E Milà non lo sapeva?
Milà era uno snob. Aveva sposato una ricchissima vedova e conduceva una
vita molto libertina. Di Gaudí ammirava l’originalità, non certo la
devozione a Maria. Comunque non si interessava ai dettagli del progetto.
Ma quando vide il modello della Madonna in gesso – l’impresario aveva
già fatto predisporre il supporto per collocarla – disse di no, disse
che non gli piaceva. E Gaudí se ne andò. Poi, il gesuita Ignacio
Casanovas lo convinse a ritornare, ma l’anno seguente Milà licenziò il
decoratore che collaborava con Gaudí e Gaudí abbandonò definitivamente
la direzione dei lavori. Ha lasciato la Pedrera senza finirla. Poi mandò
la minuta dei suoi onorari e Milà fu costretto a ipotecare la casa per
pagarlo: 100mila pesetas di quel tempo, una fortuna. Gaudí prese il
denaro e lo diede a padre Casanovas perché lo distribuisse ai poveri di
Barcellona.
E quando morì, all’ospedale dei poveri, non aveva più un soldo... Era un suo desiderio, l’aveva detto tante volte. Gli sarebbe piaciuto
morire fra i poveri, anche se poi lo portarono all’Ospedale della Santa
Croce perché quando fu investito dal tram nessuno lo aveva riconosciuto.
C’era già andato qualche anno prima. Per rappresentare «la morte del
giusto» nella cappella del Rosario, aveva assistito fino alla fine un
moribondo senza famiglia. Il giorno in cui fu investito stava andando a
piedi al quotidiano colloquio col padre spirituale, Agustín Mas.
Arrivava all’Oratorio di san Filippo Neri, parlava col direttore
spirituale, faceva la visita al Santissimo Sacramento e poi andava a
casa. Normalmente lo faceva tutti i giorni.
La lezione di Gaudí è recepita oggi?
Assolutamente no. Se guardo a certe chiese di oggi, penso proprio di no.
Ci sono cose che si possono fare con la tecnica, ma l’architettura non è
soltanto tecnica. Gaudí ha fatto architettura anche senza fare
architettura. Nel Rosario monumentale che si trova a Montserrat, gli fu
affidato di rappresentare il primo Mistero glorioso: la Risurrezione.
Gaudí fece un buco nella montagna e vi collocò davanti delle piante
aromatiche. E diceva: «Il giorno di Pasqua, queste piante saranno
fiorite. Allora il primo raggio di sole arriverà alla tomba di Cristo,
vuota. In quell’ora, i passeri cantano più dolcemente e l’acqua messa
sulle piante aromatiche evapora col primo sole. E in quel momento si
deve celebrare la Messa dell’aurora». Ha fatto architettura senza
colonne, senza pilastri, senza pareti. Un buco nella montagna, e
l’immagine di Cristo risuscitato.
05/11/2010
- Il 7 novembre Benedetto XVI consacra l'ultima cattedrale d'Europa,
capolavoro di Antoni Gaudí. Joan Bassegoda, uno dei suoi massimi
esperti, ci presenta «un uomo capace di vedere le cose come sono». Che
ha sempre cercato la gloria di Dio
Joan Bassegoda.
«Un
giorno, un architetto andò a trovare Gaudì. Era al tavolo, intento a
fissare un pezzo di carta: “Guardi, qui c’è tutto il cristianesimo”, gli
spiegò. Quella era la pianta della Sagrada Família». Basterebbe questo
episodio raccontato da Joan Bassegoda i Nonell, tra i massimi esperti
mondiali di Antoni Gaudí, per capire che la Sagrada è più di una chiesa.
E perché quel che succederà il 7 novembre, quando Benedetto XVI
consacrerà questa «Bibbia di pietra» nel cuore dell’Europa, è un evento
epocale. Classe 1930, Bassegoda per 32 anni (fino al 2000) è stato
titolare della Real Catedra Gaudí. Architetto e storico, al genio
catalano ha dedicato varie opere (la più recente pubblicata in Italia è Gaudí. L’architettura dello spirito,
Ares 2009). Ma il suo non è tanto un interesse accademico per Gaudí,
quanto una sorta di amicizia, nata a distanza con un artista scomparso
quattro anni prima che Bassegoda nascesse: «E il fratello di mio nonno
era compagno di studi di Gaudí, così si può dire che io sia un
“gaudinista” di terza generazione». Alla vigilia della visita del Papa,
lo abbiamo incontrato nella sua casa a Barcellona.
Che uomo era Gaudí?
Uno che parlava poco, ma quando parlava lo faceva in maniera molto
ponderata. E non era un inventore, ma un grande “copista”: anziché
inventare forme nuove, ha messo in architettura tutte le forme che ha
trovato in natura. Perché lì c’è una geometria diversa da quella degli
architetti: in natura non troveremo mai una retta, un piano o un punto,
sono astrazioni nate con Euclide e i Greci. Pensi invece al corpo umano,
o a un albero: questa è la geometria frutto della creazione di Dio.
Per questo nelle sue opere non si trovano mai due elementi uguali, come in natura?
Gaudí non aveva bisogno di ripetere una soluzione: guardandosi attorno,
trovava tutte le forme che gli servivano. Non è paragonabile, quindi, a
nessun altro nella storia dell’architettura: i suoi edifici sono
diversi da tutti gli altri, oltre ad essere diversi tra loro. Guardi,
per esempio, la casa Pedrera e la casa Batlló: pur essendo molto vicine
nel tempo, sono completamente diverse. Il segreto di Gaudí è questo:
mentre tutti gli architetti si sono copiati l’uno con l’altro, lui ha
copiato la natura.
Da dove proveniva questo approccio?
Innanzitutto, prendiamo la sua famiglia: non c’erano né architetti né
pittori, ma calderai e contadini. Se un calzolaio crea un paio di
scarpe, non punta alla perfezione geometrica, ma obbedisce alla forma
del piede. Gaudí ha imparato così questa capacità di vedere le cose come
sono. Un giorno, ad un falegname che gli chiedeva un consiglio per una
sedia, ha risposto: «Metti il gesso su questa tavola e siediti». Solo in
questo modo può essere comoda. In Gaudí tutto è semplice: forse per
questo, molti fanno fatica a comprenderlo.
Che cosa intende?
Noi siamo portati ad essere intellettuali, invece lui guardava la
realtà per com’è. Non per come dovrebbe essere. La domenica, per
esempio, dopo la messa faceva due passi con qualche allievo fino al
porto. Lì osservava le onde che sbattevano contro il molo: quel che lo
catturava, però, non era la geometria dei blocchi di cemento, ma le
forme sempre diverse che l’acqua creava. Per questo, come mi faceva
notare un messicano appassionato di surfing, alcuni archi di Gaudí hanno
la stessa forma delle ondate che si vedono ad Acapulco. E i campanili
della Sagrada Família corrispondono alla forma delle colate di sabbia
bagnata.
Per Gaudí, quindi, seguire la realtà diventa un criterio costruttivo...
È il giudizio più semplice: vedere le cose come sono. Non come ci
spiegano che devono essere. Per questo, Gaudí sosteneva che gli
architetti del Rinascimento fossero solo dei decoratori, perché ciò che
creavano doveva sottostare alla simmetria e alla prospettiva, il che non
è reale. Mentre l’architettura popolare, dove tutto nasce per la
necessità e non per l’invenzione dell’uomo, è quella più vera.
Qual era il rapporto di Gaudí coi suoi operai?
Con loro c’era un’amicizia. E un’identificazione totale. Quando s’è
ammalato Juan Matamala, uno dei suoi scultori, Gaudí è andato a trovarlo
in ospedale: è la stessa idea che regge la Sagrada Família. Per lui, i
rapporti tra operai e padroni devono rispecchiare quelli tra san
Giuseppe, la Madonna e Gesù. Poi si sa che molti muratori, usciti dai
loro cantieri, andavano alla Sagrada a vedere come lavoravano quelli di
Gaudí. Lui stava sempre con loro: per i balconi di casa Pedrera, per
esempio, è stato da mattino a sera nell’officina dei forgiatori,
mostrando come fare.
Quale peso aveva la fede, in questo suo modo di guardare la realtà?
Gaudí sapeva che la natura è opera di Dio, per cui bisogna seguire i
principi che Dio ha posto. L’uomo sviluppa semplicemente la creazione,
non la inventa. Gaudí, ad ogni modo, ha avuto la possibilità di
scegliere tra la fede e la posizione dei rivoluzionari anticlericali,
con cui aveva dei rapporti. E ha scelto la prima. Credo che questa sua
libertà, ora che è in corso il processo di beatificazione, sia molto
importante. Come ha raccontato un suo collaboratore, questa lotta è
durata per tutta la vita. È sempre stato un uomo intero.
Una delle cose che colpiscono di più, nella Sagrada Família, è
vedere che tutto ha un perché, come un simbolo che vuole trasmettere un
significato oltre la pietra...
Infatti la Sagrada è detta «la Bibbia di pietra», perché vi si trova
tutta la simbologia cristiana. Lo stesso vale anche per le opere non
religiose, come la casa Batlló, che è coronata dalla croce. Non esiste
mai una cosa senza simbolo.
Inoltre, nelle sue opere ogni cosa è in funzione dell’uomo.
Pensi che, alla casa Batlló, alcune finestre hanno dei piccoli buchi
per far entrare l’aria fresca dall’esterno: una sorta di sistema di aria
condizionata. Come gli è venuta questa idea? Per lui, il punto non era
compiere uno sforzo di immaginazione ma guardare la realtà e trasferirla
nell’architettura. Questa è l’originalità: tornare all’origine. Non
vuol dire allontanarsi dalla realtà, ma arrivare alla realtà.
Da qui viene l’idea di riutilizzare tutto?
Certo. Gli avanzi della fabbrica diventano mattoni neri, gli aghi da
cucire finiscono nelle grate delle finestre, cocci di ceramica vanno a
comporre dei mosaici... Così è nato il trencadís, la tecnica con cui i materiali scartati potevano formare un disegno nuovo. Sempre per collaborare con il vero architetto, Dio.
E darGli gloria...
Gaudí è sempre riuscito a vedere nella natura le forme del Creatore.
Per lui la fede non è cieca: vede la Gloria di Dio. Noi facciamo fatica,
perché siamo abituati ad un mondo dove tutto è regolato da una legge
che definisce. Invece Gaudí non dava definizioni.
Qual è il valore della visita del Papa per la Spagna e l’Europa intera?
Credo che sia fondamentale. Per questo, c’è già chi organizza delle
proteste. Ma è la migliore pubblicità: se lo stupido applaudisse,
sarebbe vero il contrario. Non che per me sia la prima volta: quando è
venuto Giovanni Paolo II, l’ho accompagnato alla cattedrale e alla tomba
di sant’Eulalia. Ma con Benedetto XVI è un’occasione davvero speciale,
perché avviene in un’epoca di profondo razionalismo. Mentre la Sagrada è
l’opera di un uomo che sapeva usare la ragione, per capire la realtà.
Consacrando la Sagrada Família, il Papa consacra tutto Gaudí.
«Il
tempio», disse, «è la casa di Dio, casa di preghiera. Tutti noi qui
riuniti abbiamo in comune lo stesso spirito cristiano che si viveva
nelle chiese primitive, nelle catacombe di Roma, quando i cristiani
pregavano, proprio come noi, in una cripta. Nel sottosuolo di Barcellona
è stato quindi già costruito il primo spazio del grande tempio che
desideriamo vedere realizzato.
In questa cripta sarà venerata la copia della Santa Casa di Nazaret che
si trova a Loreto. Dato che il terreno lo permette, il progetto
previsto si svilupperà nella sua totalità su tutta l’estensione
dell’isolato. Sopra la cripta starà l’altar maggiore. La pianta sarà
basilicale, a croce latina e a cinque navate, che nel transetto saranno
tre. Avrà tre facciate: la principale, sulla calle de Mallorca, sarà
accessibile da cinque porte, corrispondenti alle navate, e le facciate
laterali avranno tre porte, in corrispondenza con le navate del
transetto. Chiuderà il perimetro, sul lato nord, l’abside, le cui mura
saranno la prosecuzione di quelle della cripta.
Il tempio sarà accessibile, su ciascuna facciata, per mezzo di ampie
scalinate che, a mo’ di basamento, imprimono agli edifici carattere,
grandezza e monumentalità. Armonizzeremo la traccia gotica che
condizionava il progetto del mio predecessore, l’architetto Del Villar,
con soluzioni che traggono ispirazione dallo stile bizantino e si
adattano all’attuale liturgia cattolica.
Desideriamo che l’insieme del tempio sia un vero e proprio simbolo,
un’opera d’arte in sintonia con l’epoca in cui viviamo. Lo sviluppo
dello stadio sul progetto primitivo ci permetterà di utilizzare una
ricchezza di elementi paragonabile a ciò che riuscirono a ottenere i
costruttori delle cattedrali medievali. All’esterno mostrerà immagini
apologetiche e catechistiche, per introdurre i fedeli alla
contemplazione del mondo soprannaturale rappresentato all’interno.
Se nel progetto del nostro predecessore un solo campanile s’innalzava
dal corpo del tempio, oltre alla cupola, nel nostro progetto da ogni
facciata emergeranno quattro torri campanarie, che, nel complesso delle
tre facciate, rappresenteranno i dodici apostoli. Al di sopra delle
crociere emergeranno quattro torri, intorno alla torre principale, a
simboleggiare gli evangelisti. Nell’abside se ne collocherà un’altra,
dedicata alla Vergine, di altezza intermedia. La torre principale,
dedicata a Gesù Cristo, culminerà con la croce a quattro bracci.
La facciata rivolta a est sarà dedicata alla nascita, infanzia e
adolescenza di Gesù. In ciascuna delle tre porte saranno rappresentate
scene relative a queste tre età. Spiccherà nella porta principale
l’avvenimento della venuta di Dio nel mondo. Cori di angeli musici e
cantori circonderanno le tre persone della Sacra Famiglia. Nei fregi
vicini alla porta si rappresenterà l’adorazione dei Magi e dei pastori.
Sulle porte laterali seguiranno rappresentazioni dell’infanzia, tra le
quali spiccherà la figura della Vergine Maria e del padre putativo di
Gesù, san Giuseppe. Sopra i tre archivolti e nelle loggette
corrispondenti si collocheranno immagini della vita e della
glorificazione della Sacra Famiglia.
Ognuna di queste porte culminerà in alto con i simboli della Fede,
della Speranza e della Carità. Sulla facciata occidentale saranno
descritte le scene del dramma della Passione di Cristo, dall’ingresso
trionfale a Gerusalemme fino alla Crocifissione, che spiccherà nella
colonna divisoria della porta centrale. Un’iscrizione posta sul capo del
Redentore recherà la scritta Veritas: Gesù è la verità nella vita, il sacrificio e il dolore.
Alcune delle scene avranno un’iscrizione corrispondente, come quella
della Lavanda dei piedi, che sarà accompagnata dalla parola Vita, che
riassume il senso delle parole "umiltà" e "amore": senza amore la vita
non è possibile, perché l’amore ne è l’essenza.
In alto apparirà la raffigurazione dell’Ultima Cena, con l’istituzione
dell’Eucaristia, e sopra di essa, la Preghiera nell’Orto del Getsemani, a
introdurre le scene della Passione vera e propria, che verranno poste
nelle porte laterali. I tre archi saranno di una nudità austera e su di
essi spiccheranno le tragiche scene. Le porte saranno sormontate da un
portico frontale; più in alto ancora, una galleria sul cui frontone
saranno raffigurati, sui due lati, il Leone di Giuda e l’Agnello
Mistico. All’interno della galleria saranno collocate le anime pure che
attendono la discesa del Redentore agli inferi per entrare nella gloria;
sui lati della galleria staranno i patriarchi e i profeti colti nella
loro uscita dal limbo. Al fondo di questa galleria, l’impressionante
sepolcro vuoto di Cristo risorto. Nel punto culminante delle due ali
della galleria, che formerà un angolo, sarà posto il Santo Nome di Gesù,
dal quale partirà la raffigurazione dell’esaltazione della Santa Croce
circondata da angeli, con allegorie dell’Antico e del Nuovo Testamento.
Nella parte alta della facciata, tra le quattro torri, risplenderà
l’Assunzione di Cristo con un corteo di angeli. Questa rappresentazione,
che conferma la divinità di Cristo, introduce già alla contemplazione
della terza facciata, o facciata della Gloria, dove la rappresentazione
della vita terrena di Gesù
non figurerà più.
Questa facciata, la principale, esposta a sud, sarà allineata con la
calle de Maiorca. Quale elemento caratterizzante, essa avrà un forte
contenuto simbolico. Poiché l’ideale supremo dell’uomo è la
glorificazione di Dio, nella facciata si renderà onore alla Santissima
Trinità, alla Sacra Famiglia, alle sue virtù e alla sua esemplarità nel
lavoro. Saranno presentate tutte le verità di Fede, Speranza e Carità, e
lo stato dell’anima dopo la morte, con il suo castigo o premio.
Verranno raffigurate scene descritte nell’Apocalisse di san Giovanni.
Nel tunnel, al di sotto dello spiazzo di fronte alla facciata
principale, dove correrà la calle Maiorca, si vedranno allusioni ai
dannati, mostri in atteggiamenti grotteschi, idoli del paganesimo ed
eresiarchi che potranno contemplare, attraverso degli orifizi, il
trionfo della Verità della Chiesa.
La facciata avrà un portico, le cui colonne mostreranno, nei capitelli,
i doni dello Spirito Santo e i simboli delle virtù, mentre alla base
saranno raffigurati i vizi opposti. Sopra le cinque porte un fregio, e,
in aggetto nella parte
centrale, i progenitori del genere umano, Adamo ed Eva.
Al di sopra, san Giuseppe con Gesù adolescente rappresentati nel loro
lavoro di falegnami, ricordo e glorificazione del lavoro umano della
Sacra Famiglia. Nel fregio saranno collocate le anime del Purgatorio che
si vanno purificando a man a mano che si avvicinano al Redentore.
Intorno a San Giuseppe vi saranno raffigurazioni di tutti i lavori
manuali che utilizzano l’acqua o il fuoco. Sopra, l’immagine della
Vergine circondata da santi, martiri, confessori e vergini.
Nelle gallerie alte, a presiedere alla porta centrale, il gruppo di
Cristo Nostro Signore, con gli strumenti della Passione, circondato da
angeli, nel momento del giudizio delle anime. Nelle volte del portico
saranno rappresentate le Beatitudini, e al centro della volta una
raffigurazione della creazione del mondo secondo il racconto della
Genesi. Vicino a essa, la santa Casa di Nazaret che ospitò Gesù, come
simbolo della Carità. Ai lati di questa raffigurazione, da una parte
l’arca di Noè e dall’altra l’Arca dell’Alleanza, simboli della Fede e
della Speranza, come si evince dai testi sacri.
La volta del portico sarà illuminata da 14 lampade e davanti alla
lampada centrale starà Gesù nel trono della Sua Divinità, tra la Vergine
e san Giuseppe, patrono della Chiesa universale. Sopra Gesù starà lo
Spirito Santo e, più in alto, l’Eterno Padre che governa l’Universo. A
circondare di
un’aureola la Santissima Trinità staranno le gerarchie angeliche in scala discendente, formando un cerchio di ali.
Nubi luminose porteranno scritta la parola Credo e saranno visibili
giorno e notte. Sarà illuminata anche la parte alta delle torri
campanarie con la scritta Gloria, che esprime la lode del cielo e della
terra al Creatore. Questa facciata, oltre alle cinque porte
corrispondenti alle navate, ne avrà altre due laterali, per permettere
l’ingresso alla Cappella del Battesimo e della Confessione, dalle quali
si potrà passare alle navate laterali o ai chiostri, indistintamente.
Dietro le ali del transetto, vicino all’abside, vi saranno due grandi
sacrestie che comunicheranno con il presbiterio e con i chiostri. Questi
correranno intorno al tempio senza interruzione, lungo le facciate,
proseguendo alle spalle dell’abside, dove sorgerà la cappella dedicata
all’Assunzione della Vergine.
Il loro lungo circuito permetterà di svolgere processioni solenni nella
stagione fredda o con la pioggia. Avranno anche la funzione di isolare
la chiesa dai rumori esterni, separando le navate dalla strada.
Al di sotto delle navate laterali e di parte dei chiostri sono previsti
spazi dedicati a scuole di arti e mestieri; così, insieme alla chiesa,
il popolo potrà avere cultura e formazione.
Quanto all’interno, pensiamo di dotarlo di un ambiente favorevole alla
devozione e fedele alle norme liturgiche. Come abbiamo detto, l’altare
maggiore sarà collocato sopra la volta della cripta, sotto l’arco
trionfale, tra le due torri principali, e vi si accederà per mezzo di
un’ampia scalinata.
Sull’altare maggiore si adorerà il Divino Crocifisso, dal cui braccio
verticale uscirà una vite, a simboleggiare le parole di Cristo: «Io sono
la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto
frutto; chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca».
La vite formerà un baldacchino che sarà allo stesso tempo un
lampadario. Cinquanta lampade penderanno da esso, a ricordo della frase
del Salvatore: «Io sono la luce del mondo», come nel primitivo altare di
san Giovanni in Laterano.
Sopra il lampadario, come prevede la tradizione, vi sarà un grande
baldacchino. Nella volta interna della torre della Vergine sarà
rappresentato l’Eterno Padre, secondo la visione del profeta che dice:
«La veste del Padre riempie la volta del cielo». Dal suo manto, che si
estenderà per tutta la cupola, usciranno figure di cherubini, e in basso
sarà collocato un lampadario che rappresenterà lo Spirito Santo, che,
situato tra il Padre, nella volta, e il Figlio, nell’altare, completerà
il simbolo trinitario evocato nel Credo.
Invece, nella torre principale, un altro lampadario, dedicato a Gesù
Cristo, rappresenterà la Gerusalemme celeste. Nella cappella interna
della parte alta della facciata della Natività, sarà venerata l’immagine
di san Giuseppe circondato da angeli che porteranno i simboli delle
virtù e delle fatiche dello Sposo di Maria.
Nella cappella opposta, nel punto in cui la navata principale incrocia
il transetto della facciata della Passione, sarà venerata l’immagine di
Maria Immacolata, anche qui attorniata da angeli portatori degli
attributi della verginità e dell’amore al focolare domestico.
Nelle cappelle absidali saranno rappresentati i sette dolori e le sette
gioie di san Giuseppe. Le quattro colonne della torre principale
rappresenteranno i quattro Evangelisti; le colonne intorno a esse
simboleggeranno i dodici Apostoli.
Quelle più vicine al portale della Natività e della Passione, saranno
dedicate alle diocesi catalane, e quelle della navata centrale, alle
diocesi di Spagna, America ispanica e Filippine. In alto spiccheranno
gli scudi dei vescovi che avranno contribuito all’opera.
«n mistica visione, nelle navate laterali, le colonne saranno
circondate da angeli che discendono dalla Gloria portando palme e
corone, e altre dalle anime santificate che salgono fino alla volta. I
santi fondatori di ordini religiosi avranno le loro immagini in nicchie
disposte ad altezze diverse. I finestroni con vetrate colorate
formeranno un complesso in armonia con l’architettura. Vi sarà anche
abbondanza di iscrizioni con frasi del Vangelo e delle Epistole che
danno sostanza all’insegnamento della Chiesa».
Quando Gaudí terminò questa esposizione, uno dei membri della giunta lo
interrogò sugli aspetti strutturali e sulle dimensioni dell’opera.
Gaudí rispose: «Stiamo studiando il sistema per perfezionare gli stili
gotico e bizantino. Del primo, eliminando masse non necessarie, cosa che
il gotico ha già fatto, sia pur impiegando archi rampanti a mo’ di
“grucce”, creando un’armatura che sostiene i carichi fuori
dall’edificio, come uno scheletro che si trovasse fuori del corpo, la
qual cosa è innaturale, nonostante gli abbellimenti che adornarono con
fantasia archi e pinnacoli.
Stiamo studiando il modo di imprimere agilità e permettere il passaggio
della luce, ottenendo leggerezza tramite l’assenza di masse murarie,
mediante un sistema di archi parabolici che conducono le spinte
esattamente fino alle fondamenta. Riprendiamo invece da quegli stili i
contenuti iconografici e simbolici, nonché la ricchezza della policromia
che essi derivarono dall’antichità classica e arricchirono con lo
splendore offerto dalla liturgia cristiana.
Nel nostro tempio le colonne saranno di materiali diversi, a seconda
dei carichi che insisteranno su di esse. Le colonne maggiori, destinate a
sostenere la torre principale, saranno di bronzo, che verrà fuso qui
nel cantiere. Nella torre della Vergine, saranno di porfido e basalto;
nelle navate, di granito. Per quanto riguarda le parti decorative,
useremo un altro tipo di pietra. All’esterno, l’arenaria di Montjuïc,
molto resistente, che, dopo aver acquisito una corta patina, si
combinerà armoniosamente con la policromia degli archivolti delle
facciate e delle guglie delle torri campanarie colorate con bronzo e
mosaico veneziano.
All’interno, a eccezione degli angoli e delle parti decorative dei
finestroni, utilizzeremo pietra di Vilafranca, di più facile
lavorazione. Quando avremo costruito una parte del tempio, allestiremo
una mostra di decorazione scultorea per dare un’idea della magnificenza
che presenteranno gli interni una volta terminati (effettivamente tra il
1898 e il 1900 Gaudí realizzò la mostra scultoreo-decorativa della
porta del Rosario, nel chiostro, sul lato nord della facciata della
Natività).
Le grandi scalinate che salgono dalla cripta continueranno in altezza
fino ai triforii e alle gallerie, e altre due sorgeranno vicino alle
porte laterali della facciata principale per facilitare l’accesso alla
parte alta. Saranno utilizzabili anche quelle che si trovano all’interno
delle torri campanarie. La distribuzione degli spazi sarà regolata in
modo tale che vi siano quelli destinati ai fedeli e quelli riservati ai
cori nelle cantorie. Sopra il deambulatorio vi sarà spazio per un coro
di 700 bambini, alle spalle del presbiterio.
Lungo la navata centrale e nel triforio vi sarà posto per mille cantori
che occuperanno la "U" formata dalla facciata principale e dalle due
navate laterali. Lo spazio sarà completato con la cappella musicale
della chiesa, situata in tribune poste sopra i quattro organi, a 45
metri di altezza, tra le colonne che sostengono la torre.
Il tempio sarà molto luminoso, con belle filtrazioni di luce,
combinandosi quella che scenderà dalle alte torri con quella dei
finestroni di cristallo. Tutto questo complesso di luci illuminerà la
policromia degli spazi interni. Per quanto riguarda la copertura,
abbiamo pensato alla pietra, escludendo il legno, al fine di evitare il
suo deterioramento e il pericolo di incendio. Allo stesso modo, saranno
di pietra le casse di risonanza delle torri campanarie.
Quanto alle dimensioni del tempio, le daremo con una certa
approssimazione, dal momento che sono ancora allo stadio. L’asse
maggiore, dalla facciata della Gloria al fondo dell’abside, misurerà 95
metri e, comprendendo portico e vestibolo, 115. L’asse del crucero
(incrocio tra navata centrale e transetto) sarà di 60 metri. Ampiezza
delle cinque navate: 45 metri. Ampiezza delle navate del transetto: 30
metri. La navata centrale dovrà avere 15 metri di luce e 7 metri e mezzo
ciascuna delle navate laterali. Le colonne principali saranno alte 20
metri e la navata centrale dovrà raggiungere i 45 metri di altezza; le
laterali, 30. La torre, all’interno, raggiungerà gli 80 metri, e quello
dell’abside 75. All’esterno, le torri degli Evangelisti misureranno 125
metri; quelle delle facciate laterali, 85 metri e 100 metri quelle della
facciata principale.
La torre maggiore sarà di 150 metri e quella della Vergine arriverà a
130. (Queste misure furono poi cambiate da Gaudí e nel progetto
definitivo la torre centrale raggiunse i 178 metri e 103 le torri
campanarie). Per le solennità religiose, oltre ai grandi organi, si
potrà contare su gruppi di campane carillon installate nelle torri.
Le torri conterranno un numero straordinario di campane omogenee,
accordate in ottava per toni e semitoni, distribuite in tre gruppi. Uno
di essi sarà costituito da campane tubolari che suoneranno a
percussione; un altro, sempre da campane tubolari, suonerà per pressione
d’aria, cioè come fossero trombe o canne d’organo. Il terzo gruppo sarà
costituito da campane normali, a percussione.
Nelle grandi solennità che si celebreranno all’esterno, le campane
accompagneranno i canti e formeranno un concerto udibile per buona parte
della città.
Un altro fattore importante sarà l’illuminazione, che avvolgerà la mole
del tempio in un’atmosfera di luce. La grande croce di mosaico vitreo
della torre centrale, la stella che coronerà la torre della Vergine, le
estremità delle torri campanarie e di quelle degli Evangelisti
proietteranno fasci di luce verso il suolo, simbolo della luce che
promana dal Vangelo. Da altri punti del tempio, altri fuochi
completeranno l’illuminazione.
Intorno al tempio, di fronte a ciascuna facciata, saranno collocati dei
bracieri. Quelli della Natività verranno dedicati a san Giuseppe;
quelli della Passione a Nostra Signora e, nella facciata principale, di
fronte alla cappella della Confessione, un triplice braciere di grandi
dimensioni starà a simboleggiare, con la sua viva fiamma, l’azione
purificatrice del fuoco. Sull’altro lato, di fronte alla cappella del
Battesimo, una fonte con la rappresentazione dell’Agnello mistico, dal
cui cuore uscirà, per mezzo di quattro bocche, uno zampillo d’acqua,
simbolo dei quattro fiumi del Paradiso Terrestre.
In tutti gli spazi che resteranno vuoti tira l’abside e i chiostri e
tra i chiostri e le navate, inizieremo a piantare alberi e arbusti
originari della Palestina, che con la loro bellezza e il loro profumo
rappresenteranno l’ambiente naturale in cui si svolse la vita della
Sacra Famiglia.
Unica e principale ragione del tempio è quella di essere casa di Dio, e
perciò di preghiera e di raccoglimento. Tuttavia l’arte, veicolo di
magnificenza che l’uomo unisce all’espressione del sentimento religioso,
potrà anche trovare spazio al suo interno e intorno a esso, poiché il
tempio dovrà essere circondato da ampi spazi liberi che ne permettano
una corretta visibilità».
Tratto da Gaudí. L’architettura dello spirito di Joan Bassegoda i Nonell (Edizioni Ares)
«Nelle pietre della Sagrada Familia ho trovato la fede»
***
intervista a Etsuro Sotoo
Lo scultore giapponese ha lavorato alla costruzione del tempio di Barcellona: Gaudì seppe obbedire al messaggio di Dio
DI MICHELA CORICELLI
H a scolpito gli angeli e
i cantori della Facciata della Natività, ha restaurato il chiostro del
Rosario, ha disegnato con la pietra i grandi pinnacoli che uniscono
la prima Sagrada Familia alla parte più moderna. Lo scultore giapponese
Etsuro Sotoo arrivò a Barcellona nel 1978 «per caso», ammette. Da
allora non ha più abbandonato la capitale catalana e l’opera d’arte di
Antoni Gaudì. Il suo incontro con il genio dell’architettura
modernista catalana lo ha spinto a convertirsi al cattolicesimo, una
decina di anni fa. Oggi, a 57 anni, racconta ad Avvenire la sua esperienza.
Come fu il suo incontro con la Sagrada Familia?
Mi laureai a
Tokyo all’Accademia di Belle Arti. Inizia ad insegnare. Ma sentivo una
fortissima attrazione per la pietra: sentivo qualcosa dentro che mi
obbligava a scolpire. Lasciai il mio lavoro
di professore e partii per l’Europa, un continente di cui sapevo poco.
Sapevo solo che lì avrei trovato la materia che cercavo: la pietra.
Arrivai a Parigi e poi, quasi per caso, presi un treno per Barcellona.
Entrai per la prima volta nella Sagrada Familia come un semplice
turista. Nessuno può realmente predire il proprio futuro. Lì cercai un
contatto con i discepoli di Gaudì e, dopo un esame, mi assunsero come
aiutante scultore. Io volevo toccare la pietra, scolpirla, ma
all’inizio mi affidarono i disegni, i calcoli, i modelli: allora gli
scultori lavoravano così. Per un anno non ho potuto toccare la pietra.
Poi è cambiato tutto e mi iniziarono a richiedere sculture vere e
proprie. Il primo lavoro furono cinque pinnacoli alti cinque metri, a
60 metri di altezza, che univano la parte antica di Gaudì all’edificio
moderno.
Quando sentì la necessità di avvicinarsi alla fede?
Iniziai a sentire una grande curiosità per il genio
Gaudì. Mi chiedevo: da dove tirava fuori queste idee? Dopo dieci anni
l’ho scoperto: il segreto di Gaudì era la fede. Lui sapeva obbedire
alla forza della natura, ovvero al messaggio di Dio, grazie alla fede.
Senza, non avrebbe mai potuto fare ciò che fece. Mi convertii al
cattolicesimo nel 1991: come Gaudì, capii che dovevo collaborare alla
costruzione della Chiesa di pietra chiedendo aiuto alla spiritualità.
Io non ero battezzato, ma piano piano mi misi a studiare la
spiritualità di Gaudì e capii che chi cerca la verità, alla fine
raggiunge sempre lo stesso cammino.
Prima di convertirsi professava un’altra religione?
Da
giovane, in Giappone, ero sempre stato un po’ particolare: mi ero
sempre avvicinato alla religione. All’inizio lo feci col buddismo, poi
con lo shintoismo, addirittura mi avvicinai ad una setta. Ma non
trovavo mai quello che cercavo. Il buddismo, ad esempio, mi obbligava a
rinunciare a tutti i desideri:
ma io non potevo rinunciare alla volontà di scolpire la pietra. L’unica
spiegazione la trovai in Gesù. Il cattolicesimo, del resto, dice che
siamo tutti delle pietre, dei pezzi unici per costruire l’autentica
Chiesa. E non siamo noi che decidiamo dove collocare quella pietra!
L’autentico architetto è Dio.
In questa conversione l’ha seguita la sua famiglia?
Mia
moglie, che è pianista, tre anni fa si è convertita al cattolicesimo.
Ma non è stato per obbligo, io non le ho mai chiesto niente. È stata lei
stessa, senza dirmi niente, ad avvicinarsi al catechismo. Anche mia
figlia, che ha 23 anni, è cattolica.
Come definirebbe la Sagrada Familia?
È
il futuro. È la grande occasione per capire qual è il cammino corretto
dell’umanità. Siamo quasi agli inizi del terzo millennio, la gente ha
molti problemi, ha paura di vivere. Bisogna apprendere da Gaudì a
collaborare alla creazione divina.
“La
Chiesa non smette mai di costruire, ed è per questo che il suo capo è
il Pontefice - cioè colui che costruisce ponti -; i templi sono ponti
per raggiungere la Gloria”. Antoni Gaudì (citato da Joan Bergósi Massó,Gaudí, el hombre y la obra, 1974).
Il
Papa, nella sua visita a Barcellona, ha dedicato il Tempio espiatorio
della Sagrada Familia. “Questo giorno - ha detto Benedetto XVI - è un
punto significativo in una lunga storia di aspirazioni, di lavoro e di
generosità, che dura da più di un secolo. In questi momenti, vorrei
ricordare ciascuna delle persone che hanno reso possibile la gioia che
oggi pervade tutti noi: dai promotori fino agli esecutori di
quest’opera; dagli architetti e muratori della stessa, a tutti quelli
che hanno offerto, in un modo o nell’altro, il loro insostituibile
contributo per rendere possibile la progressiva costruzione di questo
edificio”. Nella sua omelia il Papa ha voluto ricordare “l’anima
e l’artefice di questo progetto: Antoni Gaudì, architetto geniale e
cristiano coerente, la cui fiaccola della fede arse fino al termine
della sua vita, vissuta con dignità e austerità assoluta”.
In
una cerimonia dalla liturgia splendida ed in uno spazio unico, il Papa
ha consacrato un tempio “a maggiore onore e gloria della Sacra Famiglia”
e ha trasformato in realtà l’augurio del grande poeta Joan Maragall: “questo
tempio è come un grande fiore nel quale l’Oriente fiorisce, stupito di
essere nato qui cresce nell’attesa dei fedeli che arriveranno”.
Domenica
centinaia di migliaia di fedeli hanno contemplato questo tempio. Gaudì,
ci ha detto il Papa nella sua omelia, “realizzò ciò che oggi è uno dei
compiti più importanti: superare la scissione tra coscienza umana e
coscienza cristiana, tra esistenza in questo mondo temporale e apertura
alla vita eterna, tra la bellezza delle cose e Dio come Bellezza”.
Perchè, ha continuato, “la
bellezza è la grande necessità dell’uomo; è la radice dalla quale
sorgono il tronco della nostra pace e i frutti della nostra speranza. La
bellezza è anche rivelatrice di Dio perché, come Lui, l’opera bella è
pura gratuità, invita alla libertà e strappa dall’egoismo”.
“Gaudí,
con la sua opera, ci mostra che Dio è la vera misura dell'uomo, che il
segreto della vera originalità consiste, come egli diceva, nel tornare
all'origine che è Dio. Lui stesso, aprendo in questo modo il suo spirito
a Dio, è stato capace di creare in questa città uno spazio di bellezza,
di fede e di speranza, che conduce l'uomo all'incontro con colui che è
la verità e la bellezza stessa”.
In
un avvenimensto storico, in un giorno di gratitudine, di incontro di
fede e di speranza, si è compiuto un sogno. Quello nato nel seno di
quell’Associazione dei Devoti di San Giuseppe che vollero edificare un
tempio dedicato alla Sacra Famiglia di Nazareth.
Conviene
ricordare che la figura del Papa è stata presente fin dagli inizi
dell’Associazione, fondata nel 1866 dal libraio Josep Maria Bocabella i
Verdaguer. Uno dei compiti di questa associazione era precisamente la
preghiera per il Papa e l’invio di elemosine alla sede petrina.
Nel
1871 Josep Maria Bocabella si recò a Roma e offrì a Papa Pio XI una
scultura di argento della Sacra Famiglia sotto una palma rappresentante
la fuga in Egitto. In quell’anno l’associazione contava già 400mila
associati, tra i quali lo stesso Pontefice. La composizione d’argento è
una riproduzione del dipinto Riposo nella fuga in Egitto che
presiedeva l’altare della capella di san Giuseppe del santuario di
Montserrat. Durante il ritorno a Barcellona, Bocabella e i suoi
visitarono la Santa Casa di Loreto in Italia.
Nel
febbraio del 1875 Josep Maria Bocabella decise che il progetto del
tempio che voleva costruire, dedicato alla Sacra Famiglia, fosse una
copia esatta della basilica di Loreto, la quale conserva al suo interno
la Santa Casa di Nazareth.
Il
19 marzo 1882 fu messa la prima pietra del tempio espiatorio della
Sacra Famiglia, concepito da Josep Manyanet, promosso da Bocabella e
sognato da Gaudí. Nel testo della posa della prima pietra leggiamo un
riferimento alla Santa Sede: “questa
chiesa espiatoria, a maggiore onore e gloria della Sacra Famiglia…
svegli i cuori adormentati… calmi le angoscie della Santa Sede…”.
Anche
se il progetto fu dato all’inizio in carico ad un altro architetto,
l’idea generale dell’opera fu chiara a Gaudì fin dall’inizio. Infatti,
nella spiegazione che diede al consiglio dell’Associazione nel 1891,
egli disse che
“il tempio è la casa di Dio, luogo di preghiera. Quando ci raduniamo
qui, abbiamo lo stesso spirito di quelli che, radunandosi nei primi
tempi del cristianesimo nelle catacombe di Roma, pregavano, come noi, in
una cripta. Sotto il sole di Barcellona è stato già costruito il primo
spazio (la cripta della Sagrada, ndr)
del tempio che desideriamo. È ad immagine della Santa Casa di Nazareth
portata da Loreto (...), ma noi vorremmo che tutta l’opera fosse un
simbolo, un’opera d’arte in armonia con l’epoca in cui viviamo”.
Il
Papa, con la sua presenza, ha finalmente portato a compimento
l’auspicio della messa in posa della prima pietra, il 19 marzo 1882: “che
questa basilica desti dal loro torpore i cuori addormentati, esalti la
fede, riscaldi la carità e contribuisca a che il Signore abbia pietà del
suo paese”.
Gaudí
non era un’archistar iconoclasta come certi suoi colleghi italiani che
progettano chiese non-vive. La Sagrada Familia è un capolavoro di
liturgia e teologia. Di pietra
Gaudí era un architetto santo
e siccome gli architetti contemporanei sono degli indemoniati bisogna
usare la Sagrada Familia come si usavano l’aglio e il crocefisso contro i
vampiri. Bisogna riempire le loro caselle e-mail con immagini del
“gigantesco poema di pietra”, bisogna procurarsi dei modellini del
tempio di Barcellona e mostrarglieli per farli indietreggiare, perché
smettano di affondare i loro canini iconoclasti nel collo del
cattolicesimo italiano. Botta, Gregotti, Purini, Piano, Fuksas, Meier,
Quintelli e Sartogo sono architetti non-morti che disegnano chiese
non-vive (senza campanili croci tabernacoli o con campanili croci
tabernacoli invisibili allo scopo di occultare la presenza vivificante
ed esigente di Cristo). Il confronto con l’arte abbagliante del maestro
catalano li denuncia così come il sorgere del sole denuncia Dracula.
*** Gaudí era un patriota,
per la precisione un patriota catalano, all’epoca in cui il centralismo
castigliano girava per le strade armato fino ai denti e soltanto
parlare la lingua che fu dei sovrani aragonesi e dei papi Borgia
esponeva a grossi rischi. Il cantiere della Sagrada Familia attirava
grandi personaggi. Andò a visitarlo il filosofo Unamuno e Gaudí parlò in
catalano, prima di congedarlo bruscamente perché era suonata la campana
dell’Angelus e doveva ritirarsi in preghiera. Andò a visitarlo il
medico Albert Schweitzer e anche a lui parlò in catalano, spiegandogli
che solo nella sua piccola lingua neolatina gli era possibile descrivere
il proprio lavoro. Andò a visitarlo Alfonso XIII, il re di Spagna, e
perfino al simbolo dell’unità nazionale Gaudí parlò in catalano, e la
cosa dovette avere il suono della provocazione, se non
dell’insubordinazione. Come se oggi al presidente Napolitano in visita a
Treviso le personalità locali si rivolgessero dall’inizio alla fine in
veneto stretto. “Gaudí non aveva mai nemmeno fatto il minimo sforzo per
promuovere se stesso”, scrive lo storico Gijs van Hensbergen nella
biografia “Gaudí” pubblicata in Italia da Lindau e qui abbondantemente
saccheggiata. L’11 settembre 1924 la guardia civile impedì l’ingresso
nella chiesa dove si doveva celebrare la messa per i martiri catalani di
un’antica sollevazione, Gaudí protestò e venne arrestato, quindi,
nonostante la fama e l’età, trascinato in cella. “L’aggressività nei
miei confronti era dovuta al fatto che avevo parlato loro in catalano”. Oggi
lo studio genovese del più famoso architetto italiano si chiama Renzo
Piano Building Workshop e il sito internet è completamente in inglese.
*** Gaudí era un asceta.Nel
1894 il digiuno quaresimale lo portò quasi alla morte. Quando mangiava,
mangiava pochissimo, i suoi pasti erano composti quasi esclusivamente
di lattuga e di latte. In tasca era solito portare un uovo oppure uva
passa o noci, riserve di energia a cui attingere senza bisogno di
sedersi a tavola e staccarsi dal lavoro. Non usò mai occhiali, credeva
nell’esercizio oculare, non prese mai una medicina, credeva nella dieta e
nella preghiera (e infatti pur essendo stato un bambino molto
cagionevole, con parto traumatico, battesimo d’emergenza e prognosi
ripetutamente infauste, morì vecchio e non di malattia). Vestiva così
modestamente che un giorno, mentre aspettava il tram, fu scambiato per
un accattone e gli fu offerta l’elemosina. I soldi finirono nella cassa
del sacro cantiere, destinazione di tanti suoi compensi professionali.
Non si vergognava di sollecitare le indispensabili donazioni e di
raccoglierle di persona. Ogni giorno passava da un negozio dei dintorni
dove ogni giorno il negoziante gli dava una peseta per la gloria di Dio.
Josep Maria Bocabella, il libraio che per primo ebbe l’idea della
Sagrada, per stimolare il sostegno anche del popolo minuto era solito
ripetere: “Abbiamo bisogno di pietre di tutte le dimensioni”. Si capisce
che se la Sagrada Familia è la Sagrada Familia e il Cubo di Foligno è
il Cubo di Foligno, idolo di cemento che ha sconsacrato il santo
paesaggio umbro, lo si deve anche al diverso tipo di finanziamento: il
capolavoro di Gaudí è stato pagato soldo su soldo dalla comunità locale,
coinvolta fin dall’inizio, il mostro di Fuksas è stato finanziato dalla
Cei, un remoto, incontrollabile centro di potere che non ci ha pensato
due volte a schiacciare la fede e la sensibilità dei cristiani del
posto.
*** Gaudí era un maestro, non un professore. Gli studenti
di architettura visitavano quotidianamente il cantiere, rapiti dal
carisma di don Antoni a cui piaceva sostenere, in quei pomeriggi
febbrili, che la Catalogna era stata prescelta da Dio per traghettare
nella modernità l’antica e nobile tradizione della “arquitectura
cristiana universal”. Gregotti è un professore, non un maestro. Mi
scrive un ex studente della facoltà di Architettura di Venezia: “Teneva
uno dei cinque corsi di composizione architettonica. Ha insegnato per
anni. Beh, non lui direttamente (solo per cautela, per non rischiare di
ustionare gli allievi con la troppa esposizione alla luce dell’astro). A
fare lezione erano i suoi assistenti che non beccavano una lira, lui si
mostrava in facoltà forse una o due volte all’anno e tutti ne
rimanevano abbronzati. Regolare invece il passaggio all’incasso della
ricca busta da ordinario. Ma insomma se hai presente la produzione
gregottiana diretta puoi solo immaginare quella indiretta uscita dalle
matite dei suoi assistenti o addirittura da quelle ancora più stemperate
che per l’esame di composizione hanno lavorato con gli assistenti,
vedendo il titolare da molto lontano, sui cataloghi e sulle Casabelle
monografiche a lui dedicate”. Naturalmente Gregotti, che conosce il mio
indirizzo e-mail per avermi gentilmente spedito il suo intervento
all’ultimo convegno in Bicocca, ha la più ampia facoltà di replica. Se
ritiene che il mio corrispondente sia disinformato o mendace deve solo
farmelo sapere che lo rimetto subito in riga, quello screanzato. Se
ritiene di aver garantito ai suoi studenti di composizione
architettonica una presenza costante sarò lieto di rilasciargli regolare
rettifica: “Il professor Gregotti, pur non avendo mai progettato nulla
che somigliasse nemmeno lontanamente alla Sagrada Familia, a Venezia si è
dimostrato didatta assiduo”.
*** Gaudí era cattolico, cattolicissimo,
riuscì a cattolicizzare perfino un condominio alto-borghese (che fra
parentesi non ne voleva sapere): le 150 aperture di Casa Milà
rappresentano i 150 grani del rosario. Artista eclettico, alle feste
patronali organizzava fuochi d’artificio culminanti con “un trionfo
multicolore di lettere gigantesche che formavano le parole Jesús, María,
Josep”. Sulla panca sinuosa che delimita la terrazza del Parco Guell
fece apporre la scritta “María” capovolta, “così che fosse più facile
leggerla dal cielo”. Amava il canto gregoriano e siccome non è mai
troppo tardi a sessantaquattro anni suonati decise di impararlo,
iscrivendosi a una scuola apposita. La sua giornata-tipo: Messa
mattutina, lavoro alla Sagrada Familia, confessione serale. Ogni santo
giorno per decenni. Quando venne investito dal tram fatale gli trovarono
in tasca un Vangelo. Morì all’ospedale mormorando “Jesús, Déu meu!”, il
crocefisso stretto nella mano destra. Per tutta la vita aveva letto la
Bibbia (in particolare l’Apocalisse) e il Messale Romano, testi
essenziali a cui i progettisti di edifici di culto dovrebbero aggiungere
l’Ordinamento Generale che è un po’ il libretto di istruzioni del
Messale. Sono poche pagine leggendo le quali chiunque (non c’è bisogno
di essere specialisti) può capire quanto la nuova chiesa di San Giovanni
Rotondo sia liturgicamente perciò teologicamente sbagliata. Una chiesa
senza inginocchiatoi! Adesso un esercizio facile facile: sapendo che
secondo i Padri del deserto il diavolo, a causa o per effetto della sua
superbia, non possiede ginocchia, e che secondo Joseph Ratzinger
(“Introduzione allo spirito della liturgia”) “l’incapacità a
inginocchiarsi appare come l’essenza stessa del diabolico”, si ricavi il
nome del Principe che si è giovato dell’opera dei tre responsabili
dell’edificio, l’architetto Piano, il liturgista Valenziano, il vescovo
D’Ambrosio.
*** Gaudí era caritatevole.A
un malato di poliomielite riservò un posto all’ingresso della cripta
dove grazie al viavai poteva raccogliere buone elemosine, a un anziano
ambulante diede il permesso di vendere le cartoline raffiguranti la
chiesa: tutti i bisognosi dovevano poter ricorrere (sono parole sue) “al
cappotto caldo del Tempio”. Quando un operaio diventava troppo vecchio
non lo licenziava ma gli assegnava lavori più leggeri. Scoprì che un
muratore aveva allestito un piccolo orto in un angolo del cantiere e
anziché punirlo per l’occupazione abusiva autorizzò gli altri dipendenti
a fare lo stesso. Questa benevolenza non gli era naturale, anzi, le
testimonianze sulla sua insocievolezza sono unanimi. Solo il
cristianesimo può fare di un uomo che non crede nell’uomo un uomo che
aiuta gli uomini. Soltanto Santiago Calatrava,
l’architetto più amato dagli ortopedici (il suo ponte di Venezia, dai
gradini straordinariamente maldisegnati, fornisce loro molti pazienti),
poteva infamarlo così: “Il Dio, o piuttosto la Dea, che Gaudí venerava
era l’architettura stessa”. Lui di idolatria sì che se ne intende.
*** C’era un ragazzo partito da Reggio Emilia per
Barcellona, un giorno d’estate del secolo scorso, non era ancora stato
inventato l’Erasmus o forse sì ma ancora non se ne parlava, comunque la
capitale catalana era già considerata il nuovo Paese dei Balocchi e
aveva cominciato a suggestionare i suggestionabili ragazzi italiani. Il
ragazzo, arrivato insieme a un amico che si trovava in vacanza in
Liguria, a Porto Maurizio, e quindi raccolto grosso modo a metà strada,
si fece subito una gran scorpacciata di Gaudí sia perché gli piaceva
Gaudí sia perché a Barcellona, almeno così gli parve, altre cose
importanti da vedere non ce n’erano (ad esempio: il mare dove caspita
era finito? eppure sulle cartine Barcellona risultava sulla costa…).
Vide il parco Guell, la casa Batllò, la casa Milà, o Pedrera che dir si
voglia, e ovviamente la Sagrada Familia, dove salì gli innumerevoli
gradini di pietra di una torre altissima e sottile, e nonostante il
turismo e il barcellonismo non gli sembrò di essere in un luna park
(qualcosa tipo le montagne russe che aveva sempre odiato) ma dentro un
cuore lanciato verso Dio oltre l’ostacolo dell’indifferenza. Il giorno
dopo il ragazzo, sempre accompagnato dall’amico, andò a Montserrat: le
finalità erano mariane anche se poi della visita al santuario trattenne
soltanto la visione di una bellissima ragazza con bellissimi occhiali da
sole, una specie di lolita kubrickiana però mediterranea quindi con la
pelle più scura e più compatta. Vicino alla stazione della funivia ci fu
un tentativo di conversazione, presto abortito non tanto per la
differenza linguistica peraltro assai lieve (il catalano sarà mica una
lingua straniera), quanto per la sorveglianza dei genitori. Passò a
Barcellona l’ultima notte spagnola, il ragazzo aveva lavorato come
bagnino in Romagna e sapeva che l’ultima notte di vacanza è quella in
cui anche le ragazze più ritrose concedono qualcosa, come se a casa
dovessero portarsi a tutti i costi il ricordo almeno di un bacio,
indispensabile per riscaldare di nostalgia l’inverno tedesco o
bolognese, e gli venne la medesima smania e dopo un giro in locali uno
peggiore dell’altro si ritrovò sulla rambla non esattamente sobrio e a
distanza molto ravvicinata con una creatura di genere incerto, nemmeno
lei esattamente sobria. All’ultimo momento l’amico lo strappò da quel
pericoloso abbraccio, adducendo motivi sanitari più che morali. Fu un
bene: di Barcellona il ragazzo si portò a casa il ricordo della Sagrada
Familia e non di un corpo nudo, che di corpi nudi ne avrebbe visti
ancora mentre di chiese così mai più nessuna. Per qualche tempo l’amico
gli fece presente, specie quando aveva bisogno di un favore o di un
prestito, di averlo salvato da aids sicuro ma il ragazzo non ne era così
convinto, per quanto la creatura della rambla apparisse effettivamente
promiscua e zozzetta, e comunque considerava inelegante l’eccessivo
attaccamento alla vita mostrato dai salutisti, dagli atei e dai vecchi.
Aids o non Aids, pensava che sarebbe morto ben prima della
trasformazione del sogno di Gaudí in realtà, un momento che situava, a
naso, nel famoso anno del mai. I giorni sono scivolati come acqua di
fiume, senza chiedere permesso sono arrivati un nuovo millennio, una
nuova moneta, un nuovo mezzo di comunicazione, tutto un nuovo mondo ha
conquistato la scena ma quel ragazzo non è morto e forse domenica 7
novembre riuscirà a vedere, nello schermo del suo computer, Papa
Benedetto (che Dio ce lo conservi) consacrare la Sagrada Familia.
Nel
1977 Etsuro Sotoo era un giovane insegnante d’arte a Kyoto che sentiva
il richiamo dell’arte stessa più che della sua didattica. «Il richiamo
della pietra», dice lui. Piantò tutto e venne in Europa a far lo
scultore. A Barcellona, imbattersi nella Sagrada Familia e rimanerne
calamitato fu un tutt’uno. «Voglio fare lo scultore qui».
Con tenacia orientale cercò l’accesso e si ritrovò davanti
all’architetto Puig i Boada, uno dei direttori del cantiere, che lo
ascoltò e gli disse: «Scolpisca una foglia di nespolo». Solo una foglia?
Gli sembrava un esame fin troppo banale, ma la commissione restò
convinta. Quella foglia… sembrava fatta da Gaudí stesso. Non era
imitazione, né falso, né piaggeria. Era sintonia. Da allora Sotoo ha
completato molte parti in profondo accordo con il maestro.
Quarantatré anni dedicò Antoni Gaudí alla Sagrada Familia, dal 1883 al
1926, come i costruttori delle grandi cattedrali, in maniera sempre più
intensa ed esclusiva, fino a trasferirsi dentro al cantiere. Alla sua
morte era conclusa la cripta e qualche torre, ma egli vedeva l’immensa
opera nei dettagli. Una soleggiata mattina d’inverno gli chiesero di
spiegare il progetto e Gaudí descrisse a lungo ogni particolare con i
relativi significati.
«Desideriamo
che l’insieme del tempio sia un vero e proprio simbolo, un’opera d’arte
in sintonia con l’epoca in cui viviamo… All’esterno mostrerà immagini
apologetiche e catechetiche, per introdurre i fedeli alla contemplazione
del mondo soprannaturale rappresentato all’interno». Le sue parole erano l’esposizione di ciò che ora vediamo nelle parti finite.
Ecco come delineava la facciata della Gloria, quella principale, che oggi non c’è ancora: «Poiché
l’ideale supremo dell’uomo è la glorificazione di Dio, nella facciata
si renderà onore alla Santissima Trinità, alla Sacra Famiglia, alle sue
virtù e alla sua esemplarità nel lavoro. Saranno presentate tutte le
verità di Fede, Speranza e Carità, e lo stato dell’anima dopo la morte,
con il suo castigo o premio. Verranno raffigurate scene descritte
nell’Apocalisse di san Giovanni… La facciata avrà un portico, le cui
colonne mostreranno, nei capitelli, i doni dello Spirito Santo e i
simboli delle virtù, mentre alla base saranno raffigurati i vizi
opposti.
Sopra le cinque porte
un fregio e, in aggetto nella parte centrale, i progenitori del genere
umano, Adamo ed Eva. Al di sopra, san Giuseppe con Gesù adolescente
rappresentati nel loro lavoro di falegnami, ricordo e glorificazione del
lavoro umano della Sacra Famiglia. Nelle gallerie alte, a presiedere
alla porta centrale, il gruppo di Cristo Nostro Signore, con gli
strumenti della Passione, circondato da angeli, nel momento del giudizio
delle anime».
E così avanti in un disegno immaginario che un giorno si vedrà
solidificato in pietra. Gaudí era cosciente che il suo ingente monumento
avrebbe richiesto tempi molto lunghi e l’intervento di architetti e
artisti diversi in epoche di gusti e tecnologie diverse. Così non volle
fissare le tecniche costruttive perché sapeva che i progressi futuri
avrebbero suggerito soluzioni migliori. Ma per lo stesso motivo lasciò
terminate certe parti fino alla minuzia perché servissero d’orientamento
in tempi avvenire. Com’è stato. Nella Guerra civile furono distrutti i
progetti.
Ci sono rimaste le sue parole, forse i suoi sogni. «Sull’altare
maggiore – spiegava – si adorerà il Divino Crocifisso, dal cui braccio
verticale uscirà una vite, a simboleggiare le parole di Cristo: "Io sono
la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto
frutto; chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca".
La vite formerà un baldacchino che sarà allo stesso tempo un
lampadario. Cinquanta lampade penderanno da esso, a ricordo della frase
del Salvatore: "Io sono la luce del mondo", come nel primitivo altare di
san Giovanni in Laterano».
Oggi, con le navate concluse, è bellissimo sentire ancora la sua voce
dinanzi a ciò che è stato costruito un secolo dopo: «Stiamo studiando il
modo di imprimere agilità e permettere il passaggio della luce,
ottenendo leggerezza tramite l’assenza di masse murarie, mediante un
sistema di archi parabolici che conducono le spinte fino alle
fondamenta… Il tempio sarà molto luminoso, con belle filtrazioni di
luce, combinandosi quella che scenderà dalle alte torri con quella dei
finestroni di cristallo».
Etsuro Sotoo riconosce con modestia qual è stata la chiave che ha
permesso di proseguire l’opera senza un progetto: non tanto guardare
Gaudí, ma guardare dove guardava Gaudí: «Unire struttura, funzionalità e
simbolismo è uno dei segreti dell’opera di Gaudí che dobbiamo imparare.
Nel mondo di oggi l’autentico simbolismo, quello che può dirigerci
verso il nostro destino, è assente. Il simbolismo dà senso a tutti i
materiali. Il disegno dei simboli è come la genetica: nel mondo c’è caos
e Dio ha messo ordine. Il
simbolismo è il linguaggio con cui Dio ci fa capire l’ordine delle
cose». Rimettendo le mani dove le aveva messe Gaudí, aggiungendo
sculture e ornamenti, Sotoo è approdato alla fede cattolica. Un suggello
dell’immedesimazione col maestro.
BARCELLONA Guarda chi si vede alla Sagrada Familia: Bono Vox
***
di Paolo Perego
26/06/2009 - Il leader degli U2 in visita alla cattedrale catalana. A fargli da guida, Etsuro Sotoo e un gruppetto di amici. Cronaca di un pomeriggio fuori dall'ordinario
Etsuro e Bono sotto la cupola della Sagrada.
Barcellona,
prima domenica d’estate. Tra le navate della Sagrada Familia cammina un
gruppetto di persone. A guidarle c’è un personaggio che i lettori di Tracce conoscono bene: Etsuro Sotoo,
lo scultore e architetto giapponese che ha consacrato la vita a
proseguire l’opera di Gaudí. Ma la sorpresa gli cammina a fianco,
camicia jeans e occhiali da sole a lente ampia. Quelli che porta anche
quando sale sul palco, davanti a migliaia di persone. Il nome? Paul David Hewson. Ma il mondo lo conosce come Bono Vox, voce e leader degli U2. Che cosa ci faceva una delle rockstar più famose di
tutti i tempi in mezzo alle colonne del tempio catalano con un gruppo
di amici di Sotoo?
Pochi giorni prima John Waters, giornalista irlandese, aveva
accettato di fare da tramite per invitare l’amico cantante: Bono si
sarebbe trovato già a Barcellona per il concerto di apertura del tour
europeo - che porterà gli U2 anche a Milano il 7 e 8 luglio -, magari
poteva essere un’occasione per incontrarlo. «Si può fare. Ma la
settimana prima del concerto del 30», risponde l’assistente di Bono agli
spagnoli che chiamano per una conferma.
Così ecco un piccolo gruppetto di amici con Sotoo ad
aspettare all’appuntamento la rockstar: «Non ci credevamo, finché non è
arrivato davvero», racconta Diego Giordani, responsabile della comunità
di Cl di Barcellona. Bono è con un amico d’infanzia, Gavin Friday, un
altro artista. La visita comincia. «Ci
aspettavamo una star, e invece è arrivato un uomo vero. Pieno di
domande, di stupore, capace di lasciarsi sorprendere e toccare da quello
che vede», racconta ancora Giordani. Il dialogo con Sotoo è serrato.
Bono è curioso,
lui che proprio alla Sagrada si è ispirato per le scenografie del suo
concerto, come ha detto in un’intervista tv pochi giorni prima: «Gaudí
ha progettato un luogo per l’adorazione. E la musica è adorazione. A
volte di Dio, a volte della persona che ami, a volte della gente che ti
sta attorno...».
Il giapponese spiega, indica, racconta di Gaudí. Bono lo incalza tra le
guglie: «Barcellona è la città del surrealismo... Miró, Dalí. In questi
c’è un dinamismo che ritrovo nel realismo di Gaudí. Qual è l’origine di questo realismo?». Sotoo indica il gruppetto di amici: «Qualcosa che accomuna tutti noi: la fede». Bono ha un sussulto e sorride: «Hey man...».
Accidenti. «Da lì in poi è come se si fosse sentito più tranquillo,
come a casa», cerca di spiegare Giordani. La visita prosegue, tra
spiegazioni di Etsuro e domande di Bono, che richiama l’amico ad
ascoltare bene le parole del giapponese: un dialogo fitto, su Creazione,
Trinità, Incarnazione, con l’irlandese che colpisce tutti citando a
memoria il vangelo di Giovanni. Poi si ferma a guardare la cupola: «Vorrei
essere toccato da tutta questa bellezza», e fa prendere per mano tutti e
li fa pregare in cerchio. E ancora, quando scendono nella cripta:
davanti alla tomba di Gaudí, Bono intona Amazing Grace: «Grazia straordinaria, com’è dolce l’annuncio che ha salvato un miserabile come me...». Si
risale, sono passate più di due ore. Bono si rivolge ancora una vota a
Etsuro: «C’è una frase che amo di un filosofo che non amo: Nietzsche. “Perché
una cosa diventi grande ha bisogno di una grande obbedienza nella
stessa direzione”». E la stessa cosa la dice Sotoo: «Per capire Gaudí
occorre guardare ciò che Gaudí guardava, stare dove Gaudí stava, e
questo luogo è la fede».
Poi i saluti, e il regalo (una copia di The Religious Sense) e Bono abbraccia uno a uno i suoi compagni di questo straordinario pomeriggio: «Vi aspetto al concerto».
Ho
ricevuto gli appunti, scarni e non rivisti dall'autore, di un incontro
di alcuni studenti con Etsuro Sotoo*, l'architetto che sta completando
la Sagrada Familia di Gaudì, e ve li trascrivo:
MARTEDI’ 3 MARZO 2009, BARCELLONA, SAGRADA FAMILIA, FACCIATA DELLA NATIVITA’
ETSURO SOTOO:
Magari voi avete una domanda.
Siamo
davanti alla facciata della Natività che Gaudì ha cominciato a
costruire nel 1892, 1893. La prima cosa che ha fatto sono le tartarughe.
E’ importante costruire come fanno le tartarughe, piano piano ma senza pausa.
Gaudì non fa le sculture per una cosa, ma per tre cose: struttura, funzione e simbolismo.
La
simbologia delle tartaruga è piano piano, ma senza pausa. La funzione è
quella di sostenere tutta la colonna, strutturalmente tutte le colonne
hanno la funzione di far uscire l’acqua, di farla scendere dalle grondaie alla bocca.
In tutta la facciata ci sono sempre queste tre cose, cioè funzionalità, struttura, simbolismo.
Adesso nel secolo XXI pensiamo di essere andati avanti, invece no.
Gaudì
è stato il primo uomo che è entrato nel secolo XXI. Noi non ce
l’abbiamo fatta ad arrivare a Gaudì. Lui con una sola risposta
rispondeva a tre domande o ancora più. Noi facciamo fatica a rispondere
ad una cosa. Noi abbiamo in mente sempre di specializzarci in un campo
soltanto. Tutti pensiamo che siano cose diverse, a me piace la
letteratura, a te la matematica, a te il computer. Ognuno ha i suoi
interessi che non c’entrano nulla gli uni con gli altri. La musica e la
matematica non c’entrano niente l’una con l’altra. Non è così! Il
fondatore della matematica ha cominciato dalla musica. Gaudì la prima
cosa che ha fatto è fare una scuola per i ragazzi, una scuola per
studiare: lo scopo era che i ragazzi potevano giocare con il fango,
ballare, cantare e nello stesso tempo fare la matematica insieme alla musica e alla ginnastica. Non dovete guardare le cose solo in profondo, ma vedere anche come stanno di traverso. Spero che la vostra visita oggi non sia solo per vedere la struttura o l’architettura, ma qualsiasi cosa che riguardi la vita. Gaudì
non è solo un genio dell’architettura, ma un genio del futuro. Gaudì ha
cominciato a venir qui nel 1892 a fare questa facciata che è stata
finita da un giapponese nel 2000. L’angelo
che vedete con l’arpa è tre metri di altezza. Quella che vedete è
un’arpa senza corde, un’arpa senza corde non suona. La scultura è finita
per me, non è finita per gli scultori. Quando voi vedete un Giotto, un
Caravaggio voi pensate che sia già finito quello che è lì? Quel quadro o
quella scultura pensate che sia finita? No,
chi finisce quel quadro o quella scultura? Noi! Senza noi l’arte, la
scultura, la musica, qualsiasi cosa non esiste, non ha senso. L’arte è
quello che nasce dentro il cuore di colui che la guarda. Questa è
l’arte. Siete voi stessi a mettere le corde in quell’arpa, le corde del
vostro cuore. L’unica cosa che io faccio è mettere la mano in modo che
sembrino esserci delle corde. Ma siete voi
a sentire la musica uscire da quell’arpa quando la vedete. Gaudì fa
tutto questo perché ogni mattina che veniamo qui capiamo una cosa nuova. Per questo diciamo che questo tempio è vivo, che è un catechismo vivo. Se noi ci guardiamo intorno vediamo tutte le cose, vediamo gli uccelli, gli alberi,
la frutta, gli uomini, voi. Ma noi non ce la facciamo a vedere tutto,
c’è sempre qualcosa che non riusciamo a vedere. Anche voi ascoltate le
stesse cose dalla mia bocca, ma non tutti ascoltate tutto ciò che io
dico nella stessa forma. Questa
imperfezione è buona. Per questo portiamo avanti le cose, per questo
stiamo in piedi. Ma se non guardi bene, non è che non vedi la cosa che
vede l’altro, se non guardi bene peggio. Uno si deve impegnare. Come possiamo impegnarci? Con l’amore. Senza amore non nasce niente. Questa opera è molto importante ma senza il vostro cuore non serve a nulla. Siete
voi più importanti. Questo tempio lo facciamo per costruire voi. Gaudì
costruiva il tempio ma in verità era il tempio a costruire lui.
Aspettiamo che in qualche giorno del futuro voi diventiate ancora più
grandi grazie a questo tempio. La solita domanda: quando sarà finita l’opera? Quando voi sarete perfetti nel guardare.
DOMANDA: perché si è fatto cristiano?
ETSURO SOTOO: Il mio lavoro è fare lo scultore. Io guardavo Gaudì per imparare ad essere uno scultore, perchè la virtù di un giapponese è terminare il proprio lavoro.
Ma guardando Gaudì non trovavo ciò che stavo cercando. Mi sentivo
sempre più lontano, decisi allora di non guardare Gaudì. Dove guardare
allora? La cosa che ho fatto è stata allora non guardare Gaudì, ma
guardare dove guardava Gaudì. Questo è il mio lavoro, tentare di
guardare dove guardava Gaudì. Se hai degli amici, dei genitori, delle persone che ami non basta guardare a loro, devi guardare dove guardano loro.
L’amore non consiste nel guardare l’altro, ma nel guardare dove guarda l’altro.
DOMANDA: lei ogni mattina viene qui?
ETSURO SOTOO: sì alle sette e mezza.
DOMANDA: Che cosa vuol dire per lei ogni mattina venire alla Sagrada?
ETSURO SOTOO: Entrare in casa mia. Prima di essere battezzato sentivo di entrare in casa d’altri, ora sono in casa mia.
DOMANDA: La ringraziamo tanto, ci metteremo il nostro cuore a guardare la Sagrada.
La vita è amore, e l’amore è sacrificio.A
qualsiasi livello si osserva che, quando una casa conduce una vita
prospera, c’è qualcuno che si sacrifica; a volte questo qualcuno è un
domestico, un servitore. Quando le persone che si sacrificano sono due,
la vita del nucleo diventa brillante, esemplare. Un
matrimonio, in cui i due coniugi hanno spirito di sacrificio, è
caratterizzato dalla pace e dall’allegria, che ci siano figli o no,
ricchezza o no. Se
coloro che si sacrificano sono più di due, la casa brilla di mille luci
che abbagliano chiunque ai avvicini. Il motivo della crescita
spirituale e materiale degli ordini religiosi è che tutti i membri si
sacrificano per il bene comune”(da A. Gaudí, Idee per l’architettura. Scritti e pensieri raccolti dagli allievi, a cura di I.Puig-Boada, Jaca Book, Milano, 1995, pag.277).
Escono
i diari di lavoro inediti in cui il grande architetto della Sagrada
Familia spiega la sua sintesi di Medioevo e Rinascimento, confrontando
le basiliche di Nôtre-Dame e del Sacré-Coeur a Parigi. L’attenzione ai
valori simbolici che si rivela nell’ornamento
«È
passato il tempo in cui fede e entusiasmo religioso edificarono
un’infinità di chiese.Oggi nel fare un tempio si cerca l’imitazione di
forme plastiche di altre epoche,anziché l’idea di divinità che esse
racchiudono»
di Antoni Gaudì
Il carattere religioso è quello che tende sempre a ciò che è più grandioso, dal momento che il suo obiettivo è un mistero,qualità che si raggiunge mediante un’infinità di mezzi.
Questo ci obbliga a considerare attualmente la religione in relazione
alla società, dato che è passato il tempo in cui la fede e l’entusiasmo
religioso edificarono un’infinità di cattedrali; tenendo presente che il
carattere religioso procede in modo indeciso, gli oggetti religiosi
soggiacciono a un’idea profana: l’arte. Nel fare un tempio
non si pretende che esso abbia le qualità proprie di un Dio temibile
che si sacrifica per il genere umano o che sia la dimora
dell’onnipotenza di miliardi di sistemi solari; non ci si pone neppure
l’obiettivo di lasciar trasparire una vittoria sublime, qual è il
Sacrificio incruento. Si
cerca piuttosto l’imitazione di forme di altre epoche, che certamente
erano magnifiche a quel tempo, dato che ancora percepiamo qualcosa di
quel sacro incenso. Ma quel linguaggio non è nostro, e ciò che vediamo
nella riproduzione di quelle forme è più il ricordo delle forme
plastiche, le reminiscenze di quegli uomini, che l’idea che esse
racchiudono, rivelandoci in una maniera vaga la Divinità.
Ciò significa che nel riprendere gli stili gotici adoriamo più il Medioevo, con i suo pregi e i suoi difetti;
le sue forme plastiche ci richiamano alla memoria fatti, personaggi e
tradizioni di quelle genti; potendo affermare che questi ci comunicano
più idee romantiche che religiose, la religione dell’arte di altri tempi
genera una conseguenza; non un’arte che si identifica con la religione
per esprimerla, quale dovrebbe essere, ma un’arte che si impone come
stile. Ne deriva che le
concezioni moderne sono ciò che potremmo chiamare puramente
architettoniche; non si dà possibilità né alla pittura né alla scultura
di mettere in evidenza i misteri della santa religione; non si consente
loro neppure di occuparsi, come dovrebbero, della rappresentazione dei
martiri, come nel Rinascimento con le sue brillanti e sublimi pitture; neppure il simbolo, che un tempo era tanto diffuso, ha l’importanza dovuta; essa
è tutta rivolta, sembra ridicolo, alla foglia di cavolo, all’acanto, ai
trafori, alle modanature, come forme puramente plastiche; infondono
forse religiosità tali accessori che, come dettagli, non sono concordi
con il nostro modo di essere? Dove sono quei rilievi espressivi che ci
ricordano, ora il martirio, ora il mistero, la carità o la
contemplazione?
Solo
adesso si collocano alcuni santi, ma soltanto perché offrano la scusa
per aggiungere un piedistallo o un baldacchino filigranato;
si cerca cioè un pretesto per collocare una forma puramente plastica.
Inoltre, i mezzi di esecuzione sono cambiati completamente; a quel
tempo, tutta la filigrana idealizzata di quei templi si poteva
realizzare a un costo non elevato, oggi la scultura più piccola, un
insignificante capitello che le ombre della navata devono nascondere,
costa in modo esagerato; per l’aumento del prezzo della manodopera è
impossibile fare un uso generoso di modanature, trafori, sculture ecc.;
per questo ci vediamo obbligati a essere parchi e persino miserabili una
volta adottato lo stile; e necessariamente costruiamo edifici
incompleti che non dicono nulla, perché gli elementi di cui disponiamo
sono completamente diversi, i
nostri edifici moderni possono, malgrado tutti i sacrifici, essere
paragonati a quelli di quei tempi? Reggerà il paragone l’edificio del
Sacro Cuore di Parigi con la cattedrale della stessa città, e non
rimarrà piuttosto molto e molto indietro solamente nominando quelle di
Reims, Colonia, Strasburgo, Chartres? Dove sono i monumentali portali,
le sette torri, le immense volte? Occorre considerare che questi ultimi
edifici sono dovuti all’iniziativa o di una popolazione o a quella di un
principe, e il Sacro Cuore è o sarà dovuto allo sforzo di tutta la
cristianità;
questo per avere un enorme monumento che non rappresenta ciò che
desideriamo e che non può esser e all’altezza delle costruzioni che
vuole imitare. Ciò è dovuto al fatto che non disponiamo più degli
elementi di allora, ma va anche detto che ne trascuriamo altri che ci
potrebbero dare grandi risultati, lasciandoli vagare ibridi e senza
meta, escludendoli da queste sublimi manifestazioni. Mentre
il paganesimo si esprime prevalentemente con la scultura, e cioè
mediante forme tangibili, per rappresentare la vita terrena con i suoi
semidei ed eroi, il cristianesimo si serve della pittura come mezzo per
tracciare spiritualmente le sue concezioni in un’atmosfera impalpabile,
in un corpo senza rilievo ma intriso di espressione, di affetti morali.
È
risaputo che un tempo, nei secoli dell’architettura gotica, non era
diffuso l’uso dei sermoni, e fu solamente al tempo della Riforma, quando
si crearono gli ordini di predicatori, che esso iniziò ad affermarsi. A
quel tempo quindi la chiesa era solo un luogo dove si pregava e si
praticavano gli atti religiosi e non vi si andava, come adesso, per
istruirsi e fortificarsi moralmente per mezzo delle prediche. Prima la
principale funzione era svolgere gli uffici religiosi; adesso se ne
aggiunge un’altra, i sermoni, necessità che richiede di essere
soddisfatta. Inoltre, sono sempre più frequenti, a causa delle nostre
occupazioni quotidiane, le funzioni religiose serali. È inutile dire i
vantaggi che ottengono le pitture dalla luce artificiale e l’alimento
che danno alla parola le scene grafiche quando il senso che più si
distrae, l’udito, trova una guida nella vista; condizione tanto più
degna da prendere in considerazione, per quanto non molti anni fa, come
accade tuttora in alcuni casi, si chiudevano tutte le tende durante il
sermone, oscurando quasi completamente la chiesa, nell’intento di
aiutare l’immaginazione a vedere vagamente scene in consonanza con il
discorso sacro. Quanto abbiamo esposto finora corrisponde né più né meno
all’ideale di alcune chiese rinascimentali, che era tuttavia avvolto da
idee completamente opposte, ossia l’applicazione di forme ed elementi
così esageratamente in rilievo che, come è naturale, il chiaroscuro
della pittura appariva come una fantasmagoria vista attraverso un velo.
Portiamo dunque avanti queste idee, che sono tanto radicate nel sentire
comune e, invece di contrariare e contrariarci, risolviamo le difficoltà
naturali; se ci riusciremo, avremo fatto molto.
La vita è amore, e l’amore è sacrificio.
A qualsiasi livello si osserva che, quando una casa conduce una vita
prospera, c’è qualcuno che si sacrifica; a volte questo qualcuno è un
domestico, un servitore. Quando le persone che si sacrificano sono due, la vita del nucleo diventa brillante, esemplare.Un
matrimonio, in cui i due coniugi hanno spirito di sacrificio, è
caratterizzato dalla pace e dall’allegria, che ci siano figli o no,
ricchezza o no. Se
coloro che si sacrificano sono più di due, la casa brilla di mille luci
che abbagliano chiunque si avvicini. Il motivo della crescita
spirituale e materiale degli ordini religiosi è che tutti i membri si
sacrificano per il bene comune. Antoni Gaudí, Idee per l’architettura. Scritti e pensieri raccolti dagli allievi Jaca Book,
“Dalla pietra al Maestro” – la personalità e la conversione di Gaudì al Meeting di Rimini
Michela Coricelli ha intervistato, per Avvenire, Josè Manuel Almuzara, Architetto e Presidente della Gaudì Beatification Society.
Almuzara sarà presente al Meeting 2007martedì 21 agosto per la presentazione del libro “Dalla pietra al Maestro” scritto da lui e da Etsuro Sotoo sulla personalità e conversione di Gaudì. Insieme a loro partecipano: Gabriel Cordoba, Architetto; Luisa Santolini, Presidente Fondazione Sublacense Vita e Famiglia, Luca Doninelli, Giornalista e Scrittore.
«Negli ultimi 10 anni, in un’epoca di forte anticlericalismo, visse come un eremita dentro la Sagrada Familia. La concepì come la cattedrale del nostro secolo. E il processo di beatificazione avanza»
Lo
descrive come il modello di una perfetta «unione fra arte e fede», come
un uomo «straordinariamente umile», che visse la penitenza fino in
fondo. Fino alla morte. Quando un tram lo investì il 7 giugno del 1926 a
Barcellona, era vestito così modestamente che nessuno lo riconobbe come
il maestro della Sagrada Familia e lo trasportarono all'Ospedale della
Santa Cruz, il ricovero per i più poveri. José Manuel Almuzara sa
praticamente tutto della vita di Antoni Gaudí. Ha cercato di penetrare
nelle pieghe di un'esistenza straordinaria, di ricostruire un lungo
percorso artistico e religioso. Ma non lo ha fatto solo per motivi di
studio. Perché l'architetto Almuzara - oltre ad essere un esperto del
genio del modernismo catalano - è anche il presidente dell'Associazione
Pro Beatificazione di Gaudí.
Professor Almuzara, a che punto siete con la causa? «Il
processo iniziò nel 2003, quando fu presentato a Roma tutto il
materiale raccolto per anni. Ora stiamo realizzando la biografia di
Gaudí: speriamo di completarla entro quest'anno. Ma non c'è fretta...».
Anche Gaudí diceva che non bisogna essere frettolosi...
«Diceva:
"Il mio Cliente non ha fretta". Si sentiva un collaboratore di Dio
nella creazione, era questo il suo obiettivo finale. Il suo cammino
quotidiano lo portava verso l'unione fra l'architettura e la fede. In
questo fu un santo. E trasmise tutto ciò nella sua arte. Un esempio:
Gaudí fu molto devoto alla Vergine di Reus, come sua madre. Questa
devozione mariana si riflette nella sua opera al Parco Guell: le sfere
di pietra che lo decorano sono i grani del rosario con cui pregava ogni
giorno».
Crede che avrebbe voluto manifestare la sua religiosità più di quanto gli fu possibile?
«Ci furono momenti drammatici: pensiamo alla "settimana tragica" di Barcellona del 1902. C'era
un forte anticlericalismo, che poi esploderà più tardi, negli anni '30.
Ebbene Gaudí per la Pedrera aveva pensato ad un gruppo scultoreo con
una Vergine e due angeli, ma improvvisamente al la sua cliente venne una
gran paura: pensò che esporre quelle statue sarebbe stato pericoloso.
Risultato: Gaudí non realizzò mai il suo sogno di trasformare la Pedrera
in un piedistallo per quel gruppo scultoreo».
Allo stesso tempo, piazzò una croce su un edificio di appartamenti borghesi che non aveva nulla a che fare con la religione...
«È vero: sulla cima di Casa Batlló mise una croce. Per lui fu sempre un simbolo onnipresente: il cammino di Cristo».
Perché fu un santo secondo lei?
«Visse
cristianamente, visse il sacrificio. Fin da piccolo conobbe il dolore,
con la morte della madre e poi della sorellina. Pur di studiare, dato
che i mezzi in casa erano scarsi, si mise a lavorare già da giovane. Più
tardi si occupò dell'anziano padre e di una nipote. Ma sono soprattutto
gli ultimi 10 anni - in cui visse da solo nella Sagrada Familia, come
un eremita - il periodo più splendido dal punto di vista religioso e
della vita interiore».
Era un architetto esigente?
«Esigeva
molto da se stesso, sia personalmente che professionalmente. Lo
dimostra il fatto che lavorò alla Sagrada Familia per ben 40 anni. La
concepì come la cattedrale per il secolo futuro, sapeva di dovervi
riassumere tutta la propria conoscenza architettonica, umana e
religiosa. Aveva un forte senso del perfezionismo e della penitenza.
Nonostante la genialità, era umile: sapeva che è tutto opera di Dio».
Avete anche testimonianze di miracoli?
«Sono
allo studio alcuni casi. C'è la storia di un signore catalano che fu
operato per una protesi all'anca. L'intervento apparentemente andò bene,
ma poi tutto si complicò. Era una situazione disperata. Soffriva. Il
paziente era un caro amico dell'architetto giapponese Etsuro Sotoo (che
ha il compito di terminare la Sagrada Familia, ndr), che gli consigliò
di pregare Gaudí. Qualche giorno dopo stava già meglio. I medici non
seppero spiegarsi il motivo, ma non aveva più bisogno di altre
operazioni. Comunque ci sono diverse storie di persone di altre
religioni c he hanno visitato la Sagrada Familia e hanno deciso di
convertirsi».
Cosa la colpisce di più della vita di Gaudí?
«Le
sue ultime ore. Una volta Gaudí andò all'Ospedale della Santa Croce per
studiare l'anatomia umana insieme allo scultore con cui sempre
collaborava, Lorenzo Matamala. Trovarono un signore completamente solo e
sentirono una grande pena. Gaudí gli restò vicino, lo consolò, gli
parlò, lo preparò per la "buona morte". A Matamala disse che avrebbe
voluto morire così. E infatti...».
E infatti morì in quell'ospedale per i poveri...
«Sì.
E per i suoi funerali, per le strade di Barcellona, scesero 6.000
persone, fra cui tanti poveri. È incredibile: un uomo che rivoluzionò
l'arte, seppe restare sempre semplice e umile».
«In
tutta la sua vita non ha mai scritto un libro, ha trasmesso tutto ai
discepoli e i discepoli poi lo hanno imitato. Diceva che gli uomini non
creano niente. L’uomo può solamente scoprire, dentro la natura, ciò che
può fare. L’ultima frase di Gaudí fu: "Un piccolo contributo dato alle parole di Dio".
L’uomo può dare il suo contributo, ma non può creare»«C’era un unico
spazio, nella Sagrada Familia, ultimato da Gaudì prima della morte, ed è
stato distrutto nella guerra civile spagnola. Vi erano nascosti tutti i
disegni, perciò ora non abbiamo più nessun originale. Mi hanno chiesto
di restaurare questa parte e l’ho fatto. Ho realizzato una scultura di
52 centimetri, che raffigura una persona con una bomba»
Di Etsuro Sotoo
Sono circa trent'anni che lavoro alla Sagrada Familia.
Ho studiato in una scuola pubblica di Kyoto, nel mio Giappone. Dopo
l'università ho insegnato per un anno, ma desideravo venire in Europa
perché sapevo che qui c'erano le vere pietre; volevo conoscere l'anima
delle pietre. Così mi sono imbattuto nella Sagrada Familia. Trent'anni
fa non si capiva se la stessero costruendo o distruggendo. Trent'anni fa
c'erano solo dieci operai, ora siamo in duecento e arrivano due milioni
e mezzo di visitatori ogni anno.
Quando ho cominciato a lavorare alla cattedrale volevo conoscere il progetto di Gaudí. Per
prima cosa ho realizzato le gemme di piante, per rendere l'idea che
questo edificio, di 175 metri d'altezza, sarebbe ancora cresciuto.
Tuttavia non sapevo dove mettere le foglie. Secondo i miei calcoli la
parte finale di una colonna aveva lo spessore di un centimetro. Una
pietra spessa un centimetro è molto debole, non dura più di cento o
duecento anni. Mi domandavo allora perché Gaudí avesse pensato a una
struttura così debole. Per realizzare le foglie bisognava fare i
calcoli, ma dove andavano collocate? Ci ho riflettuto a lungo, anche
perché non c'erano indicazioni lasciate dal grande architetto. Un giorno
pensai che mettendo una scultura in un punto debole l'avrei rafforzato.
Quindi ho collocato le foglie nei punti più sottili della pietra. Così
facendo, mi è sembrato di incontrare Gaudí per la prima volta. Ho
pensato che intendesse realizzare strutture deboli pensando di
rafforzarle con una scultura.
In seguito ho messo vicino al rosone duecento pietre
scolpite a forma di frutto. Non riuscivo, però, a capirne il
significato. Non c'era materiale scritto! Mi chiesi perché dovessero
esserci frutti e foglie sopra le grandi vetrate. Al di là dei rosoni e
delle vetrate, nella chiesa, si pronunciano parole come "Dio" e
"Bibbia". Cosa c'entrano i frutti? Nessuno me lo sapeva spiegare. Il mio
essere giapponese mi è stato d'aiuto, perché nella nostra lingua
"parola" si scrive con due ideogrammi che significano rispettivamente
"foglia" e "che dice, che parla". Se scrivo "sto parlando" è come se
scrivessi "sto dicendo foglie". Ecco
svelato il significato: le migliaia di foglie sono le parole di Dio e
le nostre anime sono i frutti che maturano nel tempo. Il nostro corpo
può disgregarsi, ma l'anima è destinata al Paradiso. Questo è
simboleggiato dai frutti, realizzati in vetro di Murano e pesanti
quindici tonnellate ciascuno. I frutti della primavera
sono sulla parte orientale, dove sorge il sole, mentre sulla parte
occidentale sono collocati i frutti autunnali. Gaudí
voleva dire che l'uomo ascolta molte parole e legge molti libri, quindi
coltiva i frutti, riesce a far maturare i frutti. Nessuno aveva capito
che le foglie rappresentavano le parole. All'inizio del Vangelo secondo Giovanni si legge: «In principio era il Verbo», il verbo, la parola, ha energia, quella forza che permette all'uomo di realizzare la propria vita.
Perché Gaudí cercava di trasmettere messaggi con elementi naturali come
frutti o foglie? In tutta la sua vita non ha mai scritto un libro, ha
trasmesso tutto ai discepoli e i discepoli poi lo hanno imitato. Diceva che gli uomini non creano niente. L'uomo può solamente scoprire, dentro la natura, ciò che può fare.
L'ultima frase di Gaudí fu: «Un piccolo contributo dato alle parole di
Dio». L'uomo può dare il suo contributo, ma non può creare. Molti mi
chiedono: «Dove sono le tue sculture?». Ne ho realizzate tante, in
Giappone e in Spagna, al di fuori della Sagrada Familia, ma sono tutte
opere che provengono da ciò che ho imparato da Gaudí. Io non ho niente
di originale e, se anche Gaudí ha imparato dalla natura, cosa c'è di
originale in Gaudí? Eppure tutti visitiamo la Sagrada Familia, tutti
andiamo a vedere i monumenti di Gaudí, colui che considerava il suo lavoro come un piccolo contributo alla creazione divina.
Noi pensiamo che l'uomo possa creare qualunque cosa, ma non è vero.
Abbiamo smesso di imparare dalla natura e questo ci conduce alla rovina.
Gaudí era un architetto. Per lungo tempo l'architettura si è
contrapposta alla legge di gravità, grazie alla quale possiamo stare
seduti. Se non ci fosse, galleggeremmo nell'aria. Quindi la gravità è
una grande forza, eppure si pensava che l'architettura ne fosse
disturbata. Gaudí diceva, invece, che il vero problema è la mancanza
d'intelligenza nell'architetto. Ci sono edifici che stanno in piedi
grazie alla gravità e altri che la gravità tenta di distruggere.
Le Twin Towers di New York erano alte trecento metri e,
subito dopo la loro distruzione, c'era già il progetto per un albergo
alto trecento metri. Invece Gaudí con la Sagrada Familia si è fermato a
un'altezza di 175 metri, perché di fianco c'è una collina di 180 metri.
Gaudí non voleva costruire un edificio più alto di ciò che Dio aveva
costruito. Questa è saggezza.
La scienza progredisce in modo ordinato, ma non dobbiamo dimenticarci
del cuore, ossia dell'umiltà. Sarà l'umiltà a proteggere l'uomo e la
razza umana. Diceva
Gaudí: «Se volete fare un buon lavoro dovete avere prima di tutto
l'amore, e poi la tecnologia, l'abilità». Non c'è prima la techne,
l'abilità, la competenza e poi i soldi; prima di tutto, all'inizio, ci
deve essere l'amore, che è assoluto. Poi vengono la tecnologia e i
soldi. Se volete fare un buon lavoro dovete avere amore.
Se si osserva la pianta della Sagrada Familia si nota che la distanza
tra le colonne è di 7,5 metri. Si pensava, in Catalogna come in Giappone
e in Italia, che un passo umano misurasse 75 centimetri. Dieci passi
sono 7,5 metri: questo costituisce un modulo. Il doppio sono 15 metri,
come l'altezza minima delle colonne. Le colonne più alte misurano 22,5
metri, cioè tre volte il modulo di 7,5 metri, e il tetto è sette volte
il modulo: 52 metri. Quindi la Sagrada Familia è costruita in base a
moduli di 7,5 metri ciascuno. Ci sono 90 metri dall'ingresso fino in
fondo, cioè dodici volte 7,5 metri. Gaudí ha usato questo sistema come
linguaggio architettonico, ma non ha mai dimenticato il cuore.
C'era un unico spazio, nella Sagrada Familia, ultimato da
Gaudí prima della morte, ed è stato distrutto nella guerra civile
spagnola. Vi erano nascosti tutti i disegni, perciò ora non abbiamo più
nessun originale. Mi hanno chiesto di restaurare questa parte e l'ho
fatto. Ho realizzato una scultura di 52 centimetri, che raffigura una
persona con una bomba. A causa di quella bomba morirono venti persone.
Gaudí sosteneva che l'uomo non è perfetto, ma con l'umiltà e l'amore si
può salvare dalla distruzione. Aveva detto: «Vorrei che, quando farai
esplodere la bomba, tu vedessi Dio». Questo è il messaggio scritto sulla
scultura. Dall'altra parte c'è una ragazzina che vuole soldi per
aiutare il malato che le è a fianco: è l'amore di una ragazza che si
prostituisce per salvare qualcun altro. Il
messaggio di Gaudí è il seguente: quando una persona è sicura di avere
completamente ragione, è in quel momento che il diavolo si insinua in
lei. È questo il terrorismo: la completa sicurezza di se stessi.