" La vita dell'uomo È come una strada lanciata sugli anni come un ponte. Ma presto o più tardi Un bivio ti appare E tu non sai più dove andare. Di qua la bella via che porterà A una gloriosa nullità Senza sforzi né rimorsi o curiosità. Ma di là c'è un'altra strada che più stretta se ne va. Se tu sei un uomo La strada è una sola È quella che si arrampica sul monte. Più sali più soffri Più sali e più sembra lontana la cima del monte. E quando tu arrivi ti siedi e sorridi Hai l'anima dell'orizzonte." G. Gaber La vita dell'uomo
Secondo me
la donna e l'uomo sono destinati a rimanere assolutamente differenti e,
contrariamente a molti, io credo che sia necessario mantenerle, se non
addirittura esaltarle, queste differenze. Perché è proprio da questo incontro-scontro tra un uomo e una donna che
si muove l'universo. All'universo non importa niente dei popoli e delle
nazioni. L'universo sa solo che senza due corpi e due pensieri diversi non c'è futuro.
Amore
non ha senso incolpare qualcuno
calcare la mano
su questo o quel difetto
o su altre cose che non contano affatto.
Amore
non ti prendo sul serio
quello che ci manca
si chiama desiderio.
Il desiderio
è la cosa più importante
è l'emozione del presente
è l'esser vivi in tutto ciò che si può fare
non solo nell'amore
il desiderio è quando inventi ogni momento
è quando ridere e parlare è una gran gioia
e questo sentimento
ti salva dalla noia.
Il desiderio
è la cosa più importante
che nasce misteriosamente
è il vago crescere di un turbamento
che viene dall'istinto
è il primo impulso per conoscere e capire
è la radice di una pianta delicata
che se sai coltivare
ti tiene in vita.
Amore
non ha senso elencare problemi
e inventar nuovi nomi
al nostro regredire
che non si ferma continuando a parlare.
Amore,
non è più necessario
se quello che ci manca
si chiama desiderio.
Il desiderio
è la cosa più importante
è un'attrazione un po' incosciente
è l'affiorare di una strana voce
che all'improvviso ti seduce
è una tensione che non riesci a controllare
ti viene addosso non sai bene come e quando
e prima di capire
sta già crescendo.
Il desiderio è il vero stimolo interiore
è già un futuro che in silenzio stai sognando
è l'unico motore
che muove il mondo.
Da solo
lungo l'autostrada
alle prime luci del mattino.
A volte spengo anche la radio
e lascio il mio cuore incollato al finestrino.
Lo so
del mondo e anche del resto
lo so
che tutto va in rovina
ma di mattina
quando la gente dorme
col suo normale malumore
mi può bastare un niente
forse un piccolo bagliore
un'aria già vissuta
un paesaggio o che ne so.
E sto bene
Io sto bene come uno quando sogna
non lo so se mi conviene
ma sto bene, che vergogna.
Io sto bene
proprio ora, proprio qui
non è mica colpa mia
se mi capita così.
È come un'illogica allegria
di cui non so il motivo
non so che cosa sia.
È come se improvvisamente
mi fossi preso il diritto
di vivere il presente
Io sto bene...
Questa illogica allegria
proprio ora, proprio qui.
Da solo
lungo l'autostrada
alle prime luci del mattino.
giovedì 17 maggio 2012
Appartenere
***
Mi guardo dal di fuori come fossimo due persone
osservo la mia mano che si muove, la sua decisione
da fuori vedo chiaro, quel gesto non è vero
e sento che in quel movimento io non c’ero.
A volte mi soffermo e guardo il fumo di una sigaretta
la bocca resta aperta, forse troppo, poi si chiude in fretta
si vede chiaramente che cerco un’espressione
che distacco, che fatica questa mia finzione.
Cerco un gesto, un gesto naturale
per essere sicuro che questo corpo è mio
cerco un gesto, un gesto naturale
intero come il nostro Io.
E invece non so niente, sono a pezzi, non so più chi sono
capisco solo che continuamente io mi condiziono
devi essere come un uomo, come un santo, come un dio
per me ci sono sempre i come e non ci sono io.
Per tutte quelle cose buone che non ho ammazzato
chissà nella mia vita quante maschere ho costruito
queste maschere ormai sono una cosa mia
che dolore, che fatica buttarle via.
Vi presento la mia famiglia
non si trucca, non si imbroglia
è la più disgraziata d'Italia,
anche se soffriamo molto
noi facciamo un buon ascolto
siamo quelli con l'audience più alto.
I miei genitori due vecchi intronati
per mezz'ora si sono insultati
a "C'eravamo tanto amati",
dalla vergogna lo zio Evaristo
si era nascosto, povero Cristo,
lo han già segnalato a "Chi l'ha visto?".
Il Ginetto dell'Idroscalo
quando la moglie lo manda a "fanculo"
piange in diretta con Sandra Milo,
per non parlare di mio fratello
che gli han rotto l'osso del collo
ora fa il morto a "Telefono giallo".
Come ti chiami, da dove chiami,
ci son per tutti tanti premi,
pronto, pronto, pronto tanti gettoni, tanti milioni,
pronto, pronto, pronto con Berlusconi o con la RAI.
E giù in Aspromonte c'ho dei parenti,
li ho rivisti belli contenti
nello "Speciale rapimenti",
mentre a Roma c'è lo zio Renzo
che è analfabeta ma ha scritto un romanzo
è sempre lì da Maurizio Costanzo.
E la fortuna di nonna Piera
che ha ucciso l'amante con la lupara
ha preso vent'anni in "Un giorno in pretura";
mio zio che ha perso la capra in montagna
che era da anni la sua compagna
ha fatto piangere anche Castagna.
Come ti chiami, da dove chiami,
ci son per tutti tanti premi,
pronto, pronto, pronto tanti gettoni, tanti milioni,
pronto, pronto, pronto con Berlusconi o con la RAI.
E poi chi c'è? Ah già, la Tamara
un mignottone di Viale Zara
che ha dato lezioni a Giuliano Ferrara,
e alla fine c'è nonno Renato
che c'ha l'AIDS da quando è nato
ha avuto un trionfo da Mino D'Amato.
Vi ho presentato la mia famiglia non si trucca non si imbroglia è la piu` disgraziata d'Italia. Il bel paese sorridente dove si specula allegramente sulle disgrazie della gente.
Come ti chiami, da dove chiami, stiam diventando tutti scemi, pronto, pronto, pronto stiam diventando tutti coglioni, pronto, pronto, pronto con Berlusconi o con la RAI.
Amore
non ha senso incolpare qualcuno
calcare la mano
su questo o quel difetto
o su altre cose che non contano affatto.
Amore
non ti prendo sul serio quello che ci manca si chiama desiderio.
Il desiderio è la cosa più importante è l'emozione del presente è l'esser vivi in tutto ciò che si può fare non solo nell'amore il desiderio è quando inventi ogni momento è quando ridere e parlare è una gran gioia e questo sentimento ti salva dalla noia. Il desiderio è la cosa più importante che nasce misteriosamente è il vago crescere di un turbamento che viene dall'istinto è il primo impulso per conoscere e capire è la radice di una pianta delicata che se sai coltivare ti tiene in vita.
Amore
non ha senso elencare problemi
e inventar nuovi nomi
al nostro regredire
che non si ferma continuando a parlare.
Amore,
non è più necessario
se quello che ci manca
si chiama desiderio.
Il desiderio è la cosa più importante è un'attrazione un po' incosciente è l'affiorare di una strana voce che all'improvviso ti seduce è una tensione che non riesci a controllare ti viene addosso non sai bene come e quando e prima di capire sta già crescendo. Il desiderio è il vero stimolo interiore è già un futuro che in silenzio stai sognando è l'unico motore che muove il mondo.
Il secolo che sta morendo
è un secolo piuttosto avaro
nel senso della produzione di pensiero.
Dovunque c'è, un grande sfoggio di opinioni, piene di svariate
affermazioni che ci fanno bene e siam contenti
un mare di parole
un mare di parole
ma parlan più che altro i deficienti.
Il secolo che sta morendo diventa sempre più allarmante a causa della gran pigrizia della mente. E l'uomo che non ha più il gusto del mistero, che non ha passione per il vero, che non ha coscienza del suo stato un mare di parole un mare di parole è, come un animale ben pasciuto.
E pensare che c'era il pensiero che riempiva anche nostro malgrado le teste un po’ vuote.
Ora inerti e assopiti aspettiamo un qualsiasi futuro
con quel tenero e vago sapore di cose oramai perdute.
Va' pensiero su l'ali dorate
va' pensiero su l'ali dorate.
Nel secolo che sta morendo
si inventano demagogie
e questa confusione è il mondo delle idee.
A questo punto si può anche immaginare che potrebbe dire
o rinventare un Cartesio nuovo e un po' ribelle
un mare di parole
un mare di parole
io penso dunque sono un imbecille.
Il secolo che sta morendo
che sembra a chi non guarda bene
il secolo del gran trionfo dell'azione
nel senso di una situazione molto urgente, dove non succede
proprio niente, dove si rimanda ogni problema
un mare di parole
un mare di parole
e anch'io sono più stupido di prima.
E pensare che c'era il pensiero
era un po' che sembrava malato, ma ormai sta morendo.
In un tempo che tutto rovescia si parte da zero
e si senton le noti dolenti di un coro che sta cantando.
Vieni azione coi piedi di piombo vieni azione coi piedi di piombo.
Il secolo che sta morendo
è un secolo piuttosto avaro
nel senso della produzione di pensiero.
Dovunque c'è, un grande sfoggio di opinioni, piene di svariate
affermazioni che ci fanno bene e siam contenti
un mare di parole
un mare di parole
ma parlan più che altro i deficienti.
Il secolo che sta morendo diventa sempre più allarmante a causa della gran pigrizia della mente. E l'uomo che non ha più il gusto del mistero, che non ha passione per il vero, che non ha coscienza del suo stato un mare di parole un mare di parole è, come un animale ben pasciuto.
E pensare che c'era il pensiero
che riempiva anche nostro malgrado le teste un po’ vuote.
Ora inerti e assopiti aspettiamo un qualsiasi futuro
con quel tenero e vago sapore di cose oramai perdute.
Va' pensiero su l'ali dorate
va' pensiero su l'ali dorate.
Nel secolo che sta morendo
si inventano demagogie
e questa confusione è il mondo delle idee.
A questo punto si può anche immaginare che potrebbe dire
o rinventare un Cartesio nuovo e un po' ribelle
un mare di parole
un mare di parole
io penso dunque sono un imbecille.
Il secolo che sta morendo
che sembra a chi non guarda bene
il secolo del gran trionfo dell'azione
nel senso di una situazione molto urgente, dove non succede
proprio niente, dove si rimanda ogni problema
un mare di parole
un mare di parole
e anch'io sono più stupido di prima.
E pensare che c'era il pensiero
era un po' che sembrava malato, ma ormai sta morendo.
In un tempo che tutto rovescia si parte da zero
e si senton le noti dolenti di un coro che sta cantando.
Vieni azione coi piedi di piombo vieni azione coi piedi di piombo.
Io sono un uomo nuovo talmente nuovo che è da tempo che non sono neanche più fascista
sono sensibile e altruista
orientalista ed in passato sono stato
un po' sessantottista da un po' di tempo ambientalista
qualche anno fa nell'euforia mi son sentito
come un po' tutti socialista.
Io sono
un uomo nuovo
per carità lo dico in senso letterale sono progressista al tempo stesso liberista antirazzista e sono molto buono sono animalista non sono più assistenzialista ultimamente sono un po' controcorrente
son federalista.
Il conformista è uno che di solito sta sempre dalla parte giusta, il conformista ha tutte le risposte belle chiare dentro la sua testa è un concentrato di opinioni
che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani e quando ha voglia di pensare pensa per sentito dire forse da buon opportunista si adegua senza farci caso e vive nel suo paradiso.
Il conformista è un uomo a tutto tondo che si muove senza consistenza, il conformista s'allena a scivolare dentro il mare della maggioranza
è un animale assai comune che vive di parole da conversazione di notte sogna e vengon fuori i sogni di altri sognatori
il giorno esplode la sua festa che è stare in pace con il mondo e farsi largo galleggiando il conformista
il conformista.
Io sono
un uomo nuovo
e con le donne c'ho un rapporto straordinario sono femminista son disponibile e ottimista europeista non alzo mai la voce sono pacifista ero marxista-leninista e dopo un po' non so perché mi son trovato cattocomunista.
Il conformista
non ha capito bene che rimbalza meglio di un pallone
il conformista aerostato evoluto
che è gonfiato dall'informazione è il risultato di una specie che vola sempre a bassa quota in superficie poi sfiora il mondo con un dito e si sente realizzato, vive e questo già gli basta e devo dire che oramai somiglia molto a tutti noi il conformista il conformista.
Io sono
un uomo nuovo talmente nuovo che si vede a prima vista sono il nuovo conformista.
Gaber:L’appartenenza è un bisogno: come uno ha bisogno di
mangiare, ha bisogno di vivere, di pensare, così ha bisogno di
appartenere. Ecco questa è l’affermazione, ed è un’affermazione
neutra perché non è né positiva né negativa. Se questa partecipazione
prende dei connotati negativi o positivi, questo è difficile dirlo, ma comunque è un bisogno dell’uomo. Anche lei credo abbia bisogno di appartenere a qualche cosa, altrimenti sisente molto sola. Ne può venire fuori una discussione terminologica,però sono convinto che la forza di poter dire “noi” è sicuramenteun grande elemento di forza per ciascuno, la canzone infatti finisce dicendo: “sarei certo di cambiare la mia vita sepotessi cominciare a dire noi”.
Ora, è chiaro che a queste appartenenze si possono mettere condizioni
molto alte. E non l’appartenenza padana o l’appartenenza austriaca…
L'appartenenza/ non è un insieme casuale di persone/ non è il consenso a un'apparente aggregazione/ l'appartenenza è avere gli altri dentro di sé". Che suggestione in queste parole di Giorgio Gaber! In
un popolo sempre il genio illumina aspetti dell'esistenza, assicurando a
tutti e a ciascuno una più matura coscienza delle evidenze ed esigenze
elementari del cuore. L'appartenenza
è un'evidenza naturale: se l'uomo non appartenesse a niente, sarebbe
niente. Essa implica naturalmente il fatto che un io, che non c'era,
adesso c'è. L'uomo non c'era, dunque è stato fatto da un Altro, così
come il cosmo. Per questo l'appartenenza a Dio - il Mistero che
fa tutte le cose - è la cosa più evidente che un uomo cosciente deve
ammettere, pena il negare se stesso. Ma come si può "avere gli altri
dentro di sé" - pare un miraggio - ? Il finale della canzone accenna
l'alba di una risposta: "Sarei certo di cambiare la mia vita/ se potessi cominciare/ a dire noi".Duemila anni fa è risuonato l'annuncio che Dio è diventato uno di noi - l'ebreo Gesù di Nazareth - per farci vivere bene. E' l'amicizia con Lui a rendere l'uomo capace di realizzarsi nel profondo di una comunione, ciò che compie il desiderio
che la genialità poetica di Gaber ha fissato in poche umanissime
parole: "Sarei certo di cambiare la mia vita/ se potessi cominciare/ a
dire noi". Grazie
Non mi piace la finta allegria
non sopporto neanche le cene in compagnia
e coi giovani sono intransigente
di certe mode, canzoni e trasgressioni
non me ne frega niente.
E sono anche un po' annoiato
da chi ci fa la morale
ed esalta come sacra la vita coniugale
e poi ci sono i gay che han tutte le ragioni
ma io non riesco a tollerare
le loro esibizioni. Non mi piace chi è troppo solidale
e fa il professionista del sociale
ma chi specula su chi è malato
su disabili, tossici e anziani
è un vero criminale.
Ma non vedo più nessuno che s'incazza
fra tutti gli assuefatti della nuova razza
e chi si inventa un bel partito
per il nostro bene
sembra proprio destinato
a diventare un buffone.
Ma forse sono io che faccio parte
di una razza
in estinzione.
La mia generazione ha visto
le strade, le piazze gremite
di gente appassionata
sicura di ridare un senso alla propria vita
ma ormai son tutte cose del secolo scorso
la mia generazione ha perso.
Non mi piace la troppa informazione
odio anche i giornali e la televisione
la cultura per le masse è un'idiozia
la fila coi panini davanti ai musei
mi fa malinconia.
E la tecnologia ci porterà lontano
ma non c'è più nessuno che sappia l'italiano
c'è di buono che la scuola
si aggiorna con urgenza
e con tutti i nuovi quiz
ci garantisce l'ignoranza.
Non mi piace nessuna ideologia
non faccio neanche il tifo per la democrazia
di gente che ha da dire ce n'è tanta
la qualità non è richiesta
è il numero che conta.
E anche il mio paese mi piace sempre meno
non credo più all'ingegno del popolo italiano
dove ogni intellettuale fa opinione
ma se lo guardi bene
è il solito coglione.
Ma forse sono io che faccio parte
di una razza
in estinzione.
La mia generazione ha visto
migliaia di ragazzi pronti a tutto
che stavano cercando
magari con un po' di presunzione
di cambiare il mondo
possiamo raccontarlo ai figli
senza alcun rimorso
ma la mia generazione ha perso.
Non mi piace il mercato globale
che è il paradiso di ogni multinazionale
e un domani state pur tranquilli
ci saranno sempre più poveri e più ricchi
ma tutti più imbecilli. E immagino un futuro
senza alcun rimedio
una specie di massa
senza più un individuo
e vedo il nostro stato
che è pavido e impotente
è sempre più allo sfascio
e non gliene frega niente
e vedo anche una Chiesa
che incalza più che mai
io vorrei che sprofondasse
con tutti i Papi e i Giubilei.
Ma questa è un'astrazione
è un'idea di chi appartiene
a una razza
in estinzione.
L'appartenenza
non è lo sforzo di un civile stare insieme
non è il conforto di un normale voler bene
l'appartenenza è avere gli altri dentro di sé.
L'appartenenza
non è un insieme casuale di persone
non è il consenso a un'apparente aggregazione
l'appartenenza è avere gli altri dentro di sé.
Uomini
uomini del mio passato
che avete la misura del dovere
e il senso collettivo dell'amore
io non pretendo di sembrarvi amico
mi piace immaginare
la forza di un culto così antico
e questa strada non sarebbe disperata
se in ogni uomo ci fosse un po' della mia vita
ma piano piano il mio destino
é andare sempre più verso me stesso
e non trovar nessuno.
L'appartenenza
non è lo sforzo di un civile stare insieme
non è il conforto di un normale voler bene
l'appartenenza
è avere gli altri dentro di sé.
L'appartenenza
è assai di più della salvezza personale
è la speranza di ogni uomo che sta male
e non gli basta esser civile.
E' quel vigore che si sente se fai parte di qualcosa
che in sé travolge ogni egoismo personale
con quell'aria più vitale che è davvero contagiosa.
Uomini
uomini del mio presente
non mi consola l'abitudine a questa mia forzata solitudine
io non pretendo il mondo intero
vorrei soltanto un luogo un posto più sincero
dove magari un giorno molto presto
io finalmente possa dire questo è il mio posto
dove rinasca non so come e quando
il senso di uno sforzo collettivo per ritrovare il mondo.
L'appartenenza
non è un insieme casuale di persone
non è il consenso a un'apparente aggregazione
l'appartenenza
è avere gli altri dentro di sé.
L'appartenenza
è un'esigenza che si avverte a poco a poco
si fa più forte alla presenza di un nemico, di un obiettivo o di uno scopo
è quella forza che prepara al grande salto decisivo
che ferma i fiumi, sposta i monti con lo slancio di quei magici momenti
in cui ti senti ancora vivo.
Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi.
Giorgio Gaber con un nuovo disco
"La mia generazione ha perso"
Giorgio
Gaber: «Provaci ancora Giorgio! Giorgio Gaber con un nuovo disco - "La
mia generazione ha perso"», di Massimo Bernardini, Tracce Aprile 2001 Parla il cantautore milanese, che sarà al prossimo Meeting. «La mia generazione ha perso». La coscienza del proprio limite e il desiderio di una ripresa. Più forte di qualunque delusione
di Massimo Bernardini,
Che cosa strana Giorgio Gaber con un nuovo disco (La mia generazione ha perso),
assediato dai giornali, intervistato dai tg, star su Raiuno per una
notte con quel matto di Celentano, perfino ritornato in hit parade. Come
se quelle 12 canzoni, dopo tanti dischi-testimonianza live dai suoi
spettacoli teatrali, fossero a sessant’anni la fine di un esilio, per
dorato e di successo che fosse. E oggi ce lo ritrovassimo accanto più
arrivabile e diretto. Le parole poi, dedicategli a sorpresa nel disco
(non l’ha saputo se non dalle prove di stampa della copertina del cd) da
gente come Mina, Alberoni, Antonio Ricci, De Bortoli, Lerner,
Albertini, persino Fausto Bertinotti. E, sorpresa fra le sorprese,
quelle di don Giussani, che per primo aveva sorpreso il nostro citando,
del cantante attore milanese, la sua straordinariaCanzone dell’appartenenza agli Esercizi Spirituali della Fraternità. «L’appartenenza è avere gli altri dentro di sé. Che
suggestione - recita un frammento del fondatore di Cl nel disco -in
queste parole di Giorgio Gaber! In un popolo sempre il genio illumina
aspetti dell’esistenza, assicurando a tutti e a ciascuno una più matura
coscienza delle evidenze e delle esigenze elementari del cuore.
L’appartenenza è un’evidenza naturale: se l’uomo non appartenesse a
niente, sarebbe niente. Essa implica naturalmente il fatto che un io,
che non c’era, adesso c’è. L’uomo non c’era, dunque è stato fatto da un
Altro, così come il cosmo».
Gaber,
che effetto le fa la presenza di uno scritto di Giussani nel suo disco
(unico degli ospiti, fra l’altro, a concluderlo con un Grazie)? C’è
qualcosa dentro di talmente impegnativo da farmi avvertire uno scarto,
quasi un lieve imbarazzo. Ma la stima nei suoi confronti è grande: sono
molto onorato di questa attenzione nei miei confronti (anche se lui,
sbagliando, insiste a dire che a sentirsi onorato è lui). Avverto nel
suo sentire forti punti di contatto, come se la mia fede laica derivasse
da quel nocciolo di fede cristiana. Don Giussani porta l’idea dell’appartenenza
in una zona che mi… appartiene, che sento mia. E poi mi piace perché è
una persona così riservata, così assente dal pubblico chiacchiericcio
anche di certi suoi noti colleghi. E indubbiamente mi ha colpito il suo
grazie finale: un segnale che fa parte della sua discrezione, del suo
essere fuori dei giochi.
La mia generazione ha perso è stato avvertito da molti come un giudizio implacabile sull’Italia del 2001. Che effetto le fa oggi il nostro Paese? Più
tristezza che orrore. Il mondo occidentale in generale mi suscita
orrore, l’Italia invece mi suscita tristezza. La sento travolta da
un’inarrestabile decadenza. Le faccio un esempio attraverso la
televisione. Ho contribuito alla prima fase della tv italiana: noi che
la facevamo eravamo sorpresi e intimiditi dalla forza del mezzo (in 45
secondi diventavi qualcuno in tutto il Paese). La sorpresa era
nell’effetto unificante, la Tv era un luogo che intimoriva all’interno e
suscitava entusiasmi all’esterno. Adesso è tutto alla rovescia: sono
allegri quelli che la fanno e annoiati quelli che la vedono. Quanto poi
al tema de La mia generazione ha perso,
è stato certamente giusto lottare per una consapevolezza nuova, ma poco
alla volta ci siamo accorti che qualcosa si rompeva, che il nostro era
sempre più uno «sviluppo senza progresso», come avvertì Pasolini.
L’individuo è ormai travolto dal mercato e dal consumo, non abbiamo
saputo dare un senso al superfluo. Ci siamo allontanati da chi lo subiva
lasciando che corrompesse il popolo. Il difficile dopoguerra dei nostri
genitori ci aveva messo davanti un mondo in cui avanzare verso il
meglio; noi invece lasceremo ai nostri figli solo incertezza sul futuro.
Oggi
si fa un gran dire: i genitori devono parlare coi figli. Sì, ma di
cosa, se non hanno più niente da dire? In questo senso la nostra
generazione ha perso, è passata dall’opposizione ai padri autoritari al
nostro niente, a una autorevolezza mancata. Vengo
dalla guerra, da una città distrutta: noi avevamo davanti un mondo
tutto ancora da conquistare. Nei ragazzi di oggi, invece, sento il
rischio della mancanza di un futuro da conquistare, che li fa oscillare
fra il velleitarismo e la depressione.
Nel disco c’è una canzone molto intensa che mi pare contenga anche un riferimento autobiografico, o almeno generazionale, Quando sarò capace di amare. Lei, dopo trentasei anni di matrimonio, ci è riuscito? No,
non sono riuscito a imparare. Con Ombretta, mia moglie, c’è un grande
patto, un noi molto presente per cui abbiamo molto resistito, senza che
mai abbia prevalso l’idea di dividersi. Anche nei momenti difficili è
come se avessi sempre pensato che quella era la mia vita, una scelta
definitiva. Non c’era il poi vediamo come va, mi è sempre sembrato per sempre.
Nel 1965 vi siete sposati in chiesa. Perché
era una festa, mentre quello in Comune era una sorta di contratto
patrimoniale di fronte allo Stato: mi sarebbe sembrato volgare. Invece
il matrimonio in chiesa era un rito antico che forse veniva prima del
cattolicesimo, ma comunque era il Sacro.
Un punto di partenza che affermasse che l’importante per una coppia è
dedicare la propria vita all’altro: a che serve conquistare il mondo, se
non hai qualcuno a cui dedicarlo? Forse l’avventura non ci è riuscita
completamente, ma il desiderio c’è ancora. A volte ci siamo battuti in
maniera solitaria, ma abbiamo mantenuto questo legame che viene da una
tradizione antica.
Ha fatto rumore un verso suo e di Luporini ne La mia generazione ha perso, in cui auspichereste che «una Chiesa che incalza più che mai… sprofondasse con tutti i Papi e i Giubilei». Io,
credente profondamente laico, sento in questo continuo allargarsi sulla
scena solo un fenomeno di massa. La Chiesa è una cosa sacra, non può
intervenire nel dibattito come fosse Mediaset o la Rai. Per questo sento che oggi quelli che stimo dentro la Chiesa devono fare molti sacrifici.
A metà agosto tornerà per la terza volta al Meeting di Rimini. Cosa vuol dire incontrare quel popolo? Mi sono trovato bene. Non ho capito bene perché, ma mi sono trovato bene. Hanno cominciato con Io se fossi Dio:
ma come, ho pensato, io sparo a zero contro un certo mondo e questi che
ne provengono mi vengono a cercare? E poi ragazzini così giovani che
vanno dietro a domande così drammatiche? Così è cominciata. Ma quello
che non è mai finito è stata la voglia di parlare: sono gente che ha
voglia di parlare del mondo, della vita. Per questo mi viene da dire che
sono bravi. In fondo ne so poco, ma per me, laico, la
cosa pazzesca è constatare che dove si accettano ancora i dogmi si
vuole parlare del mondo e della vita, mentre là dove non si accetta più
nessun dogma, e dunque apparentemente si dovrebbe essere più liberi, non
si ha più voglia di parlare di niente.
Passano per integralisti? A me personalmente non risulta. Non so nulla
di Compagnia delle Opere ed affini, ma da laico sento che il mondo di Cl
mi ha sempre accettato. In giro sento parlare di una specie di spirito
di setta: per quello che ho incontrato io è esattamente il contrario.
Uh? No, non è vero, io non ho niente da rimproverarmi. Voglio dire non mi sembra di aver fatto delle cose gravi.
La
mia vita? Una vita normale. Non ho mai rubato, neanche in casa da
piccolo, non ho ammazzato nessuno figuriamoci, qualche atto impuro ma è
normale no?
Lavoro, la famiglia, pago le tasse. Non mi sembra di avere delle colpe, non vado neanche a caccia.
Uh? Ah, voi parlavate di prima. Ah ma prima, ma prima mi sono comportato come tutti.
Come
mi vestivo? Mi vestivo, mi vestivo come ora… beh non proprio come ora,
un po’ più… sì jeans, maglione, l’eskimo. Perché, non va bene? Era
comodo.
Cosa
cantavo? Questa poi, volete sapere cosa contavo. Ma sì certo, anche
canzoni popolari, sì…"Ciao bella ciao". Devo parlar più forte? Sì,
"Ciao, bella, ciao" l’ho cantata d’accordo e anche l’Internazionale,
però in coro eh, in coro.
Sì, quello sì, lo ammetto, sì, ci sono andato, sì, li ho visto anch’io gli intillimanni, però non ho pianto.
Come? Se in camera ho delle foto? Che discorsi, certo, le foto dei miei genitori, mia moglie, mia…
Manifesti? Non mi pare. Forse uno, piccolo però, piccolino: "Che Ghevara". Ma che cos’è un processo questo qui?
No, no, no, io quello no, il pugno non l’ho mai fatto, il pugno no, mai. Beh insomma una volta ma… un pugnettino rapido proprio…
Come?
Se ero comunista? Eh. Mi piacciono le domande dirette. Volete sapere se
ero comunista? No, no finalmente perché adesso non ne parla più
nessuno, tutti fanno finta di niente e invece è giusto chiarirle queste
cose, una volta per tutte, ohhh.
Se ero comunista? Mah? In che senso? No voglio dire…
qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.
Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà… la mamma no.
Qualcuno
era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come
una poesia, il comunismo come il "Paradiso Terrestre".
Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.
Qualcuno era comunista perché aveva avuto un’educazione troppo cattolica.
Qualcuno
era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la
pittura lo esigeva, la letteratura anche… lo esigevano tutti.
Qualcuno era comunista perché: "La storia è dalla nostra parte!".
Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.
Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.
Qualcuno era comunista perché prima era fascista.
Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano ma lontano.
Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.
Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.
Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.
Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.
Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio.
Qualcuno era comunista perché la borghesia - il proletariato - la lotta di classe. Facile no?
Qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopo domani sicuramente…
Qualcuno era comunista perché: "Viva Marx, viva Lienin, Viva Mao Zetung".
Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.
Qualcuno era comunista perché guardava sempre RAI TRE.
Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.
Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto.
Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.
Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il "materialismo dialettico" per il "Vangelo secondo Lienin".
Qualcuno era comunista perché era convinto d’avere dietro di sé la classe operaia.
Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.
Qualcuno era comunista perché c’era il grande Partito Comunista.
Qualcuno era comunista nonostante ci fosse il grande Partito Comunista.
Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio.
Qualcuno era comunista perché abbiamo il peggiore Partito Socialista d’Europa.
Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi solo l’Uganda.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi viscidi e ruffiani.
Qualcuno era comunista perché piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera.
Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista.
Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.
Qualcuno credeva di essere comunista e forse era qualcos’altro.
Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.
Qualcuno era comunista perché pensava di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.
Qualcuno
era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di
nuovo, perché era disposto a cambiare ogni giorno, perché sentiva la
necessità di una morale diversa, perché forse era solo una forza, un
volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose,
di cambiare la vita.
Qualcuno
era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di
se stesso, era come due persone in una. Da una parte la personale fatica
quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva
spiccare il volo per cambiare veramente la vita.
No,
niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza
essere capaci di volare, come dei gabbiani "ipotetici".
E
ora? Anche ora ci si sente come in due, da una parte l’uomo inserito
che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza
quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del
volo, perché ormai il sogno si era rattrappito.
La mia vita di ogni giorno è preoccuparmi di ciò che ho intorno sono sensibile ed umano probabilmente sono il più buono ho dentro il cuore un affetto vero per i bambini del mondo intero ogni tragedia nazionale è il mio terreno naturale perché dovunque c'è sofferenza sento la voce della mia coscienza.
Penso ad un popolo multirazziale ad uno stato molto solidale che stanzi fondi in abbondanza perché il mio motto è l'accoglienza penso al disagio degli albanesi dei marocchini, dei senegalesi bisogna dare appartamenti ai clandestini e anche ai parenti e per gli zingari degli albergoni coi frigobar e le televisioni.
E' il potere dei più buoni è il potere dei più buoni son già iscritto a più di mille associazioni è il potere dei più buoni e organizzo dovunque manifestazioni.
E' il potere dei più buoni è il potere dei più buoni è il potere... dei più buoni...
La mia vita di ogni giorno è preoccuparmi per ciò che ho intorno ho una passione travolgente per gli animali e per l'ambiente penso alle vipere sempre più rare e anche al rispetto per le zanzare in questi tempi così immorali io penso agli habitat naturali penso alla cosa più importante che è abbracciare le piante.
Penso al recupero dei criminali delle puttane e dei transessuali penso ai giovani emarginati (1) al tempo libero dei carcerati penso alle nuove povertà che danno molta visibilità penso che è bello sentirsi buoni usando i soldi degli italiani.
E' il potere dei più buoni è il potere dei più buoni costruito sulle tragedie e sulle frustrazioni è il potere dei più buoni che un domani può venir buono per le elezioni. E' il potere dei più buoni è il potere dei più buoni è il potere... dei più buoni...
Propongo questa canzone di G. Gaber sulla falsa libertà
Si può
di Gaber - Luporini
La mia generazione ha perso (2001)
Si può
si può siamo liberi come l'aria, si può.
si può siamo noi che facciam la storia, si può.
Si può io mi vesto come mi pare
si può sono libero di creare
si può son padrone del mio destino
si può ho già il nuovo telefonino, si può.
Si può occuparsi di agriturismo
si può fare il tifo per il buddismo
si può con un gioco televisivo
si può inventare ogni giorno un divo, si può.
Basta uno spunto qualunque
e la nostra fantasia non ha confini.
Basta un talk-show un po' scadente
e noi perpetuiamo allegramente
la creatività dei popoli latini.
Si può far miliardi con l'Enalotto
si può esser vittima di un complotto
si può far la guerra per scopi giusti
si può siamo autentici pacifisti, si può.
Si può trasgredire qualsiasi mito
si può invaghirsi di un travestito
si può fare i giovani a sessant'anni
si può far riesplodere il sesso ai nonni, si può.
Con alle spalle una storia esaltante
di invenzioni e di coraggio
è naturale che poi siamo noi
che possiamo cambiar tutto
a patto che ogni cosa vada sempre peggio.
Si può siamo liberi come l’aria, si può
si può siamo noi che facciam la storia, si può.
Libertà, libertà, libertà
liberta obbligatoria.
Sono assai cambiato sono così spregiudicato
sono infedele sono matto posso far tutto.
Viene la paura di una vertigine totale
viene la voglia un po' anormale
di inventare una morale.
Utopia… Utopia… Utopia…pia…pia…
Si può ricoprirsi di gran tatuaggi
si può far politica coi sondaggi
si può liberarsi e cambiare ruolo
si può rinnovarsi le tette e il culo, si può.
Per ogni assillo o rovello sociale
sembra che la gente goda.
Tutti che dicon la loro facciamo un bel coro
di opinioni fino a quando
il fatto non è più di moda.
Si può far ginnastica un'ora al giorno
si può collegarsi coi siti porno
si può a ridosso delle elezioni
si può insultarsi come coglioni, si può.
Si può far discorsi convenzionali
si può con il tono da intellettuali
si può dare al mondo un messaggio giusto
si può a livello di Gesù Cristo si può.
Contro il gran numero di ideologie
che noi abbiamo rifiutato
l'unica grande invenzione davvero efficace
e che ci piace è
questa dittatura imposta dal mercato.
Si può siamo liberi come l'aria, si può
si può siamo noi che facciam la storia, si può.
…ma come, con tutte le libertà che avete
volete anche la libertà di pensare?..
«La
libertà, Sancio, è uno dei più preziosi doni che i cieli abbiano mai
dato agli uomini; né i tesori che racchiude la terra né che copre il
mare sono da paragonare a essa; per la libertà, come per l’onore, si può
e si deve mettere a repentaglio la vita»[1]. Che non sia
cambiato molto il valore della libertà per gli uomini da quando
Cervantes scrisse questa frase lo dimostra questa affermazione
dell’allora cardinal Ratzinger con cui inizia un suo intervento sulla
libertà: «Nella coscienza
dell’umanità di oggi la libertà appare di gran lunga come il bene più
alto, al quale tutti gli altri beni sono subordinati»[2]. La
somiglianza delle due affermazioni non deve però farci sfuggire la
differenza del modo con cui era concepita la libertà allora e come lo è
adesso. Per Cervantes essa era un bene così prezioso che per la libertà
«si può e si deve mettere a repentaglio la vita». Invece oggi siamo in una situazione in cui è difficile trovare uomini che si avventurino nel cammino della libertà. Possiamo
dire che la libertà oggi è un bene tanto prezioso quanto scarso. Basta
domandarsi quanti uomini veramente liberi conosciamo. Ci
troviamo di fronte a un desiderio enorme di libertà, ma allo stesso
tempo all’incapacità d’essere veramente liberi, cioè noi stessi, nella
realtà. È come se, di fatto, ognuno si piegasse a quanto ci si
aspetta da noi in ogni circostanza: così si ha una faccia nel lavoro,
un’altra con gli amici, un’altra ancora in casa… Dove siamo veramente
noi stessi? Per non dire quante volte uno si sente soffocare nelle
circostanze della vita quotidiana, senza la minima idea di come
liberarsi, se non aspettando di cambiare le circostanze o che queste
cambino per il loro gioco stesso. Alla fine uno si trova bloccato, sognando una libertà che non arriva mai.
In un momento storico in cui si parla tanto di libertà assistiamo al
paradosso della sua assenza. E quel che è ancora peggio, ci
accontentiamo di vivere senza di essa, come denunciava Kafka: «Si temono la libertà e la responsabilità e ciascuno preferisce soffocare dietro le sbarre che si è costruito per se stessa».
«La storia degli ultimi secoli potrebbe riassumersi come una riduzione progressiva della persona all’individuo spersonalizzato o alla libertà formale, mettendo tra parentesi la libertà reale»……