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giovedì 2 agosto 2012

E se fosse per sempre. Intervista sull’amore a Alain Finkielkraut

E se fosse per sempre. 

Intervista sull’amore a Alain Finkielkraut

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gennaio 23, 2012 Rodolfo Casadei
Per il filosofo francese Alain Finkielkraut «l’amore è un avvenimento che fa assaporare una condizione migliore di quella della libertà. Anche a noi altri moderni, così fieri della nostra autonomia, ossessionati dall’intensità, spaventati dalla durata». L’autore ha scritto il ilbro “Et si l’amour durait”. Pubblichiamo l’intervista uscita sul numero 3 di Tempi
Pubblichiamo l’intervista uscita sul numero 3 di Tempi.
E se l’amore durasse. In piena epoca di dittatura del desiderio e della sua crudele volubilità, quando la libertà più grande che si riesce a concepire è quella di potersi disfare in qualunque momento delle promesse fatte, compresi i “ti amerò per sempre”, e matrimoni e convivenze sembrano portare stampata sul retro la data di scadenza fin dal primo momento, quella che l’amore possa durare per davvero diventa un’ipotesi remota. Da formulare con l’aiuto del congiuntivo imperfetto. Eppure anche adesso che «la rinuncia alla durata marca un’epoca del mondo» (Paul Valéry), la nostalgia per i giuramenti d’amore eterno e per l’umanità che li pronunciava credendoci davvero fa tremare i cuori quando si ode o si legge una frasetta così: e se l’amore durasse. Alain Finkielkraut ci ha costruito intorno un libro (Et si l’amour durait) che fa tesoro della lezione di quattro autori letterari che dell’amore hanno scritto a partire da una posizione risolutamente antiromantica molto moderna: Madame de la Fayette, Ingmar Bergman, Philip Roth e Milan Kundera. I loro personaggi o fanno esperienza della non durevolezza dell’amore, o non ci entrano nemmeno per non soffrire quando tutto finirà, o sono convinti militanti del sesso libertino. E tuttavia l’amore per tutta la vita e anche oltre fa capolino in vari modi nelle storie che raccontano. Suggerendo che ciò non debba restare necessariamente a livello di semplice nostalgia, ma che il miracolo della durata potrebbe prendere inaspettatamente forma. Come, confessa Finkielkraut, è successo a lui con un matrimonio andato ben oltre le attese iniziali, smentendo non le sue illusioni, ma le sue disillusioni.
Il filosofo francese ammette di essere anche lui, come tutti coloro che erano giovani al tempo della rivoluzione sessuale e del Sessantotto, «entrato nell’amore dalla porta del disincanto». Chi ha vissuto da protagonista gli anni della liberazione del desiderio è passato attraverso la convinzione che l’amore fosse una convenzione sociale o una forma di possessività borghese volta a nascondere la realtà del sesso, che la verità fino ad allora negata dell’essere umano fosse la libido. Ma la disillusione rispetto alle promesse della liberazione sessuale non è stata meno forte della disillusione che la maturità porta con sé rispetto alle promesse dell’amore. Da qui la scoperta che la vita umana è più complessa di quanto i dogmi della rivoluzione sessuale volessero far credere e che non tutto è politica, non tutto è questione di rapporti di forza fra uomini e donne. Per questo, anche nel pieno della post-modernità, le domande sull’amore continuano a non lasciare tranquilli, e in particolare quella sulla possibilità che duri.
Monsieur Finkielkraut, siamo post-romantici, sappiamo che l’amore non dura, eppure continuiamo a giustificare le nostre azioni e a rivendicare diritti in nome dell’amore: che si tratti della richiesta del matrimonio fra persone dello stesso sesso o della richiesta di praticare l’eutanasia ai propri cari o dell’abbandono del proprio coniuge per un’altra persona, sempre la richiesta viene fatta o la giustificazione addotta “nel nome dell’amore”. Come può un affetto così precario e (considerata la pluralità di cause per le quali viene tirato in ballo) mal definito, essere criterio supremo e indiscutibile? Non è un’evidente contraddizione?
La rinuncia alla durata marca un’epoca del mondo, ha scritto Paul Valéry. Siamo entrati nell’era della provvisorietà: i nostri impegni non ci impegnano più, la durata è stata sostituita dall’intensità. Il criterio è diventato l’intensità e non l’amore, o per lo meno quel che succede è che dell’amore non si trattiene che l’intensità amorosa. Ma dentro di noi oscuramente sappiamo che rinunciare alla durata equivale a rinunciare all’amore. Dire: “Ti amo” equivale a dire: “Ti amerò”, equivale a parlare contemporaneamente al presente e al futuro, a sottrarsi al flusso del tempo. Ogni dichiarazione d’amore è una dichiarazione di eternità. L’amore è un’avventura ostinata, l’abbiamo quasi dimenticato, ma non del tutto. Perciò diffido di una morale che facesse dell’amore il suo unico criterio, a maggior ragione per il fatto che oggi dell’amore noi sembriamo non voler trattenere che l’intensità. Ma d’altra parte non voglio accusare troppo la mia epoca, perché la nostalgia e il desiderio della durata restano molto forti e profondi.
Il mondo d’oggi, lei nota giustamente, considera bizzarro e assurdo il comportamento di Madame de Clèves – che rinuncia all’amore per non tradirlo e per non soffrire quando finirà – e allo stesso tempo le dà completamente ragione, cioè giudica che l’amore è precario e perituro per natura. Ma ad essere assurda non è questa schizofrenia della cultura dominante? Non è assurdo il fatalismo con cui il mondo si lascia trascinare nel turbine doloroso del desiderio e dell’amore, pur sapendo che è doloroso? Perché il sapere non genera un atteggiamento più riflessivo? Perché ci si consegna fatalisticamente alla malinconia o alla depressione?
Il fatto è che l’amore non è una decisione, non è una scelta fatta con conoscenza di causa. L’amore è comunque un avvenimento, una fatalità: ci si innamora, non si decide di essere innamorati di qualcuno. «Malgrado me per un altro», scrive Emmanuel Lévinas. Il soggetto innamorato è spossessato: perde il controllo, la padronanza di sé. L’amore è un’alienazione, ma talvolta (non sempre) è un’alienazione positiva. L’amore fa assaporare a noi altri, soggetti così fieri della nostra propria autonomia, una condizione migliore di quella della libertà.
Il capitolo che il suo libro dedica a Bergman sembra anche smontare un mito romantico convalidato dall’illuminismo di Kant e dall’ossessione democratica odierna per la trasparenza: quello secondo cui chi si ama deve dirsi tutto con piena sincerità. L’amore ha bisogno di bugie, o almeno ha bisogno che non tutto sia detto. Amore e verità dunque sono tendenzialmente in conflitto?
Io non direi che l’amore ha bisogno della menzogna. Senza dubbio gli amanti devono evitare di sprofondare in una specie di comunità fusionale. Gli amanti non sono destinati a essere una cosa sola. Contrariamente a quello che vuole dirci il mito dell’androginia nel Simposio di Platone. Premesso questo, l’amore è anche un patto fondato sulla fiducia. Resta il problema di cosa sia meglio fare quando uno dei due tradisce l’altro. Bisogna dire tutto? Non ho una risposta categorica per questa domanda molto delicata, ma capita che il silenzio giovi più della confessione. È esattamente quello che Bergman lascia intendere in Interviste private, perché quando Henrik apprende di essere stato tradito, questa confessione non gli basta, vuole sapere di più; la sua gelosia è insaziabile, più sa e più vorrebbe sapere, fino all’oscenità totale. E l’oscenità totale è mortale. Ecco perché la sincerità completa non può essere una soluzione universale: può succedere che la bugia sia misericordiosa, può succedere che protegga la durata dell’amore.
Sia nella letteratura che nella realtà si dà il caso di amori coniugali che durano, che contraddicono con la loro verificabile esistenza il disincanto post-romantico. Si può filosofare su questo?
Benjamin Constant scrive in Adolphe, il suo unico e magnifico romanzo, di aver voluto prendere in esame quella che definisce una delle principali malattie morali del nostro secolo: quell’inquietudine, quell’assenza di forze, quell’analisi perpetua che colloca una riserva mentale a fianco di tutti i sentimenti e che così facendo li fa sfiorire fin dalla loro stessa nascita. Oggi siamo tutti cugini di Adolphe, siamo tutti disincantati e disillusi sin dall’inizio, per così dire. L’amore è allo stesso tempo un sentimento e un giuramento, e quel giuramento noi lo pronunciamo senza crederci troppo: noi crediamo di ritrovarci prima o poi nell’usura dell’amore. Tuttavia può succedere che noi ci ritroviamo, oserei dire, delusi in positivo. Cioè la nostra vita può rivelarsi come un romanzo che inverte la traiettoria tradizionale delle illusioni perdute. Per parte mia, ho vissuto e vivo tuttora il romanzo non delle illusioni, ma delle disillusioni perdute. Un romanzo che però non scriverò mai, sia per ragioni di discrezione, sia perché non ne sarei capace.
Il suo libro sembra concludere che c’è un amore che dura, e non è l’amore passionale, ma l’amore disinteressato, oblativo: non eros, vittima dei capricci del desiderio, ma agape. Che non è riservato ai cristiani soltanto – anche se lei cita proprio la Deus caritas est di Benedetto XVI per illustrare il concetto – ma a tutti coloro che fanno l’esperienza della compassione per l’altro, che soffrono disinteressatamente per la mortalità dell’essere amato, che sono più addolorati per la morte dell’altro che per la propria. Tuttavia bisogna ammettere che l’amore che più si vorrebbe ricevere e più si vorrebbe dare alla persona amata è quello di sentirsi dire e di poter dire all’amato con verità: «Tu non morirai per sempre». Rainer Maria Rilke ha scritto: «Ama chi dice all’altro: “Non morire”». Cosa c’è dietro questo circuito fra mortalità e immortalità?
Voglio chiarire innanzitutto che non ho voluto fare della storia di Teresa e di Thomas nell’Insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera la lezione generale del mio libro. E per parte mia non distinguerei così categoricamente come fa lei nella sua domanda amore passionale e amore di compassione, ovvero eros e agape: io sarei, per quel che mi riguarda, incapace di amore se nel mio amore non ci fosse una componente erotica molto forte. Ma per rispondere alla sua domanda, ricorrerei a una citazione da un altro romanzo di Kundera, Il libro del riso e dell’oblio, là dove Tamina la vedova dice: «È così semplice: un morto che io amo non sarà mai morto per me. Non posso nemmeno dire: “L’ho amato”. No: io lo amo. E se mi rifiuto di parlare di lui usando un tempo al passato, ciò significa che colui che è morto, è». E Kundera conclude: forse è in questo che consiste la dimensione religiosa dell’essere umano.

martedì 1 maggio 2012

La profezia di Péguy

  La profezia di Péguy
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Pigi Colognesi
lunedì 30 aprile 2012
Il saggio di Alain Finkielkraut su Charles Péguy è stato finalmente pubblicato in italiano. Si intitola L’incontemporaneo. Non, si noti, l’anti-contemporaneo, perché la posizione del poeta di Giovanna d’Arco nei riguardi del nostro mondo non è quella di una condanna ideologica che conduce a un tradizionalismo regressivo. Péguy è non-contemporaneo in quanto lui, perfettamente consapevole della mentalità in cui siamo immersi, attinge però a una visione al contempo più antica e più innovativa: quella classica e cristiana.
Per esemplificarlo Finkielkraut evidenzia alcune pagine nelle quali Péguy fa un confronto tra il rapporto che l’uomo moderno - ciascuno di noi - ha con la materia e quello che invece avevano gli antichi. Scrive Péguy: «Se un italiano di una cava di Carrara dava un solo colpo di martello di traverso, era sufficiente questo solo colpo di martello di traverso perché attraverso questa decisione irrevocabile quel cavapietre decidesse per l’eternità temporale di quel marmo. Nell’operazione della vecchia materia tutto conta. E tutto conta per sempre. Tutto è irrevocabile. Tutto è non disfacibile. Tutto è inesorabile: dunque tutto è eterno. Da qui il rispetto».
Il moderno, invece, ha a che fare col ferro (siamo agli inizi del Novecento) e il ferro è malleabile, disponibile, sempre rimodellabile a piacimento. Ne deriva che il moderno non ha più rispetto per la realtà che manipola, la pensa come qualcosa di illimitatamente a disposizione del suo desiderio, dei suoi pensieri e delle sue voglie. Se ne concepisce come padrone indiscusso. Commenta Finkielkraut: «L’uomo prima rispondeva, ora ordina; prima era in rapporto, ora parla da solo; prima accoglieva, ora concepisce, calcola, pianifica e programma; prima dipendeva, ora regna. Per l’uomo non c’è più l’essere in quanto altro, ma l’essere come prolungamento di se stesso».
È evidente quanto l’intuizione di Péguy sia stata profetica. Con l’avanzare della tecnologia anche il ferro è invecchiato e ben altre possibilità di manipolazione sono oggi consentite all’uomo contemporaneo. Basta pensare al virtuale (ho letto l’altro giorno che un buon numero di messaggi su Twitter non sono scritti da persone fisiche, ma da appositi programmi), o allo sviluppo delle tecnologie mediche per cui la nascita stessa sembra trattabile come una qualsiasi altra produzione e con le stesse possibilità di predeterminare le caratteristiche del prodotto.
 Le frontiere dello sviluppo tecnologico - che Péguy non demonizza - pongono una questione radicale. Se, cioè, l’uomo vorrà continuare a riconoscere il suo status di creatura, cioè di chi non si fa da sé, né da sé produce la realtà, oppure se cederà all’irragionevole pretesa di pensarsi creatore. Per dirla con Péguy: «La creazione è abbastanza infinita, partecipa abbastanza dell’infinità del suo creatore per cui non c’è bisogno di andare a divertirci e a perdere il nostro tempo, a perdere la nostra vita, e, chissà, a perderci, noi stessi, immaginando, fingendo, facendo, forgiando, fabbricando dei mondi, altri mondi, dei mondi del tutto fittizi e immaginari».
Anche perché alla fine il mondo così com’è, come l’uomo l’ha ricevuto e non prodotto, se viene troppo malmenato finisce per ribellarsi. Contro l’uomo.

sabato 11 febbraio 2012

Finkielkraut,


L'ora dei feelings

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Noi viviamo all'ora dei feelings: non esistono più né verità né menzogne, né stereotipi né invenzioni, né bellezza né bruttezza, ma una tavolozza infinita di piaceri, differenti ed uguali».
(Alain Finkielkraut, La sconfitta del pensiero, Lucarini, Roma 1989, p.108)

Postato da: giacabi a 17:57 | link | commenti
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giovedì, 04 agosto 2011

Essere insegnanti
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Essere insegnanti non è solo un mezzo, è uno scopo, è una liberazione, è un'apertura, è la felicità del divenire altro, è, come lo richiama l'etimologia della parola scuola, la forma suprema del piacere. Lo abbiamo dimenticato. Qui, in questa dimenticanza, più ancora che nell'incapacità di offrire ai nostri bambini un avvenire privo di angosce, sta – mi sembra – il nostro fallimento più grave. Poiché, a differenza di un'economia mondializzata, questa incapacità ci è interamente imputabile.
(Alain Finkielkraut, La querelle de l'école, Stock/Panama, 2007, pag. 221))
                                                                                       

Postato da: giacabi a 14:19 | link | commenti
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domenica, 11 ottobre 2009

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Essere insegnati non è solo un mezzo, è uno scopo, è una liberazione, è un'apertura, è la felicità del divenire altro, è, come lo richiama l'etimologia della parola scuola, la forma suprema del piacere. Lo abbiamo dimenticato. Qui, in questa dimenticanza, più ancora che nell'incapacità di offrire ai nostri bambini un avvenire privo di angosce, sta – mi sembra – il nostro fallimento più grave. Poiché, a differenza di un'economia mondializzata, questa incapacità ci è interamente imputabile.
Alain Finkielkraut, La querelle de l'école, Stock/Panama, 2007, pag. 221)

Postato da: giacabi a 07:26 | link | commenti
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venerdì, 21 agosto 2009

L’oscurantismo del progresso
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“se oggi c’è un oscurantismo che imperversa in Europa, è precisamente l’oscurantismo del progresso. La posizione di questi scienziati, biologi e ginecologi procede da una confusione fra dominio e libertà. Più si domina, più si è liberi, ci ha insegnato l’Illuminismo. Ma oggi il nostro compito è proprio quello di rimettere in discussione questa lezione”  
 (Alain Finkielkraut)

Postato da: giacabi a 12:39 | link | commenti
illuminismo, finkielkraut

martedì, 21 ottobre 2008

L’etica è un avvenimento
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"L'etica non è un bene sovrano nè un dato immediato della coscienza, non è la legge imposta da Dio nè la manifestazione in ciascun uomo della sua autonomia: l'etica è anzitutto un avvenimento.
Bisogna che qualcosa avvenga all'io, perchè questo cessi di essere una "forza che va" e si desti dallo scrupolo. Questo colpo di scena è l'incontro con l'altro uomo o, più precisamente, la rivelazione del volto."
Finkielkraut
     

Postato da: giacabi a 15:05 | link | commenti
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domenica, 20 aprile 2008

Cristo salvatore dell’uomo
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§  “Oggi è ancora peggio Lo zombie è diventato l’utile idiota del fanatico. Il fanatismo detta legge e lo zombie traduce dicendo che non si sarebbe mai dovuto offendere il fanatico. L’occidente è talmente obnubilato dalla sensibilità democratica dalla passione dell’identico, che noi tutti, considerandoci tutti uguali, rifiutiamo come blasfema qualsiasi differenza. Così evitiamo di porci le vere domande del discorso di Ratisbona, e cioè se l’islam può essere portatore di violenza. Se si può dire che nella tradizione coranica agire in modo irrazionale sia contrario alla natura di Dio. Se il Dio del Corano è talmente trascendente da poterci domandare qualsiasi cosa. Diamo risalto al fatto religioso, ma a condizione di credere che le religioni sono tutte intercambiabili, buddismo, confucianesimo, islamismo e cristianesimo siano su un piano diparità          
             Finkielkraut da il foglio del 16 settembre 2006


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venerdì, 14 dicembre 2007

La vita è un dono
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Nel suo libro su Charles Péguy lei ha riabilitato la categoria
di avvenimento come una forma di conoscenza della realtà.
E nei suoi scritti è tornato varie volte sul concetto di gratitudine,
e sul suo contrario, l’ingratitudine, come un altro binomio
molto importante per capire la dinamica dei tempi
moderni, e la loro ideologia. La gratitudine e l’ingratitudine
come stati dell’anima che rendono possibile o che rendono
impossibile un rapporto vero con la realtà. In cosa possiamo
cercare la speranza?

Ciò che anima l’uomo moderno è un desiderio - che ha una sua
grandezza - di controllo totale della realtà. Esso si esprime attraversoil “principio di ragione”, la speranza di una coincidenza
tra reale e razionale. Non bisogna criticare troppo in fretta
questo movimento, se fossimo radicalmente antimoderni sarebbe
anche questa – se volete – una forma di ingratitudine.
Questo desiderio, che si esprime ad esempio nella formula
“scientia propter potentiam”, la scienza per il potere, aveva come
finalità un miglioramento delle condizioni degli uomini. È
la figura di Prometeo, il non rassegnarsi più. Il comfort di cui
godiamo oggi, anche se non è universale, l’allungamento della
vita, di tutto ciò noi siamo appunto debitori al movimento moderno.
Dunque, alla base della modernità c’è una sorta di risentimento contro il mondo così come è donato, un risentimento nei confronti del dato. E noi dobbiamo riconoscere unacerta gratitudine anche nei confronti di questo risentimento.
Però oggi la nostra situazione è che noi rischiamo di vivere in
mezzo ai nostri prodotti. Si dice per esempio di un contadino,
di un allevatore, che è un “produttore” di suini, un “produttore”
di mucche: è evidentemente la ricaduta nel linguaggio di un
potere demiurgico, che è moltiplicato dalle nuove tecnologie.
Allo stesso modo stiamo diventando sempre più capaci di “fabbricare”,di “produrre” i bambini. Hannah Arendt ha fatto della
nascita il paradigma ontologico dell’evento. Ella ricorda, in
questo straniamento della condizione dell’uomo moderno, la
formula biblica “un bambino per noi è nato”, dandone una sorta
di traduzione secolare, laica: il bambino è un miracolo. Oggi
però avvertiamo che l’utopia ipermoderna sta avendo di gran
lunga la meglio sui miracoli. L’uomo è destinato a vivere in
mezzo ai propri prodotti, oppure non dobbiamo giustamente
prendere il partito del dato? Credo che dobbiamo sentirci invitati a questo tipo di conversione, che l’ambientalismo in qualche modo cerca di dire, e di cui la poesia ha sempre parlato. La poesia è sempre rendimento di grazie, un essere riconoscenti.
La poesia ha sempre mantenuto un sottile filo, una voce impalpabile in mezzo a tanti nostri exploit tecnologici. Questa voce dovremmo essere capaci di intenderla prima che sia troppo tardi.
Alain Finkielkraut Milano, 20 gennaio 2003




Postato da: giacabi a 14:10 | link | commenti
vita, finkielkraut

mercoledì, 10 ottobre 2007

Avvenimento
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«Un avvenimento è qualcosa che irrompe dall'esterno. Un qualcosa di imprevisto. È questo il metodo supremo della conoscenza. Bisogna ridare all'avvenimento la sua dimensione ontologica di nuovo inizio. È una irruzione di nuovo, che rompe gli ingranaggi, che mette in moto un processo»
Alain Finkielkraut  da 30 giorni giugno 1992
 a P.

Postato da: giacabi a 08:23 | link | commenti
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venerdì, 07 settembre 2007

Il moderno e il sopravvissuto
 ***

 Qualche settimana prima di licenziare senza preavviso ( il super-Io moderno, Barthes nota nel suo diario: "Vedo la morte dell'essere caro, me ne dispero..." L'essere caro è la madre agonizzante. E c'è un legame tra questa disperazione e quel licenziamento. Barthes ha smesso di proclamarsi moderno, e di fare la spola tra i suoi criteri e i suoi gusti, quando ha visto morire la madre. "Di colpo non essere moderno mi è diventato indifferente".
Il diverso atteggiamento in lui non nasce da una riflessione dottrinale, ma da un semplice avvenimento. Un avvenimento intimo ed infimo rispetto ai valori non solo artistici ma politici che sono in gioco nella sua adesione alla modernità. E' un lutto privato ad aver spinto Barthes a denunciare la sua immagine pubblica. E' un dispiacere che non è nemmeno un dispiacere d'amore, un dolore spaventoso, ma iscritto a tal punto nell'ordine delle cose che egli sembra quasi scusarsi di provarlo, ad aver prevalso sulle precauzioni di Barthes e il suo conformismo. Perché?
Perché il lutto lo ha trasformato in un sopravvissuto, e perché non si può essere contemporaneamente un sopravvissuto e un moderno integrale. Perché il semplice fatto di sopravvivere alle persone contiene una smentita alla rappresentazione del tempo veicolata dall'idea stessa di moderno. Il Moderno è l'uomo al quale il passato pesa. Il sopravvissuto è l'uomo al quale il passato manca. Il Moderno vede nel presente un campo da battaglia tra la vita e la morte, tra un passato soffocante ed un futuro liberatore, Il sopravvissuto, invece, per il solo fatto di amare un morto, vede rompersi lo slancio verso il futuro. Il Moderno è contento di superare il passato, mentre il sopravvissuto, e per quello stesso motivo è inconsolabile. Il passato, infatti, per lui non è mortifero, ma mortale; non è oppressivo, ma precario.
Alain Finkielkraut

 

Postato da: giacabi a 14:37 | link | commenti
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domenica, 10 settembre 2006

Citazione dal grande Alain Finkielkraut ("L'imparfait du présent", mai tradotto in italiano
 I SINISTROIDI INTELLETUALI
.
«E' schiumando di rabbia contro il fascismo in piena ascesa che l'arte contemporanea fa man bassa delle istituzioni culturali. Non c'è nessuna fessura nella corazza dei fortunati del mondo post-sessantottino. Hanno lo stereotipo sulfureo, il cliché ribelle, l'opinione sopra le righe e più buona coscienza ancora che i notabili del museo di Bouville descritti da Sartre ne "La Nausea". Perché essi occupano tutti i posti: quello, vantaggioso, del Maestro, e quello, prestigioso, del Maledetto. Vivono come una sfida eroica all'ordine delle cose la loro adesione piena di sollecitudine alla norma del giorno. Il dogma, sono loro; la bestemmia pure. E per darsi arie da emarginati insultano urlando i loro rari avversari. In breve, coniugano senza vergogna l'euforia del potere con l'ebbrezza della sovversione. Stronzi».

lunedì 30 gennaio 2012

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La rinuncia alla durata marca un’epoca del mondo, ha scritto Paul Valéry.
Siamo entrati nell’era della provvisorietà:

i nostri impegni non ci impegnano più,

la durata è stata sostituita dall’intensità.

Il criterio è diventato l’intensità e non l’amore,

 o per lo meno quel che succede è che dell’amore non si trattiene che l’intensità amorosa.

 Ma dentro di noi oscuramente sappiamo che rinunciare alla durata equivale a rinunciare all’amore.

Dire: “Ti amo” equivale a dire: “Ti amerò”, equivale a parlare contemporaneamente al presente e al futuro, a sottrarsi al flusso del tempo.

Ogni dichiarazione d’amore è una dichiarazione di eternità.
 L’amore è un’avventura ostinata, l’abbiamo quasi dimenticato, ma non del tutto. Perciò diffido di una morale che facesse dell’amore il suo unico criterio, a maggior ragione per il fatto che oggi dell’amore noi sembriamo non voler trattenere che l’intensità. Ma d’altra parte non voglio accusare troppo la mia epoca, perché la nostalgia e il desiderio della durata restano molto forti e profondi."


Alain Finkielkraut
da: E se fosse per sempre. Intervista sull'amore a Alain Finkielkraut ...
www.tempi.it/e-se-fosse-sempre-intervista-finkielkrau